L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Poco fa abbiamo ragionato sui possibili effetti sulla produttività dell'Eurozona del Patto di stabilità, della sua natura prociclica, della sua tendenza a reprimere gli investimenti. I dati sono impietosi.
Ma il Patto è almeno servito a farci indebitare di meno? E quali sono stati i Paesi più virtuosi?
Anche in questa dimensione, come sapete, le prestazioni del Patto lasciano a desiderare. Se facciamo pari a 100 il debito nel 1995, negli ultimi 30 anni le cose sono andate così:
Va da sé che non ha molto senso esaminare nello stesso grafico la dinamica di Paesi che hanno avuto traiettorie storiche e hanno tuttora dimensioni molto diverse. L'esplosione del debito in Estonia, per dire, non suscita particolare preoccupazione, date le dimensioni infime del Paese rispetto all'aggregato dell'Eurozona, e dato il punto di partenza particolarmente basso del debito pubblico (che è arrivato a poco più del 23% in rapporto al Pil). Ha più senso confrontare il contributo dei singoli Paesi alla crescita del debito totale, magari dal 1998 (cioè dall'anno successivo alla stipula del Patto di stabilità) ad oggi. Il risultato è questo:
e non ci riserva grandi sorprese. I Paesi piccoli hanno dato un piccolo contributo alla crescita del totale, che è stato di circa il 200% (cioè il debito in valore assoluto è triplicato), e fra i Paesi grandi quello che ha contribuito di più alla crescita complessiva è stato la Francia, il cui incremento spiega il 27% dell'incremento totale (cioè poco più di un quarto). L'Italia, che pure ereditava una situazione molto più preoccupante, spiega solo il 19%, che certo non è poco (poco meno di un quinto), ma è poco distante dal 17% della Germania (poco più di un sesto).
Ne avevamo parlato anche qui e qui, quindi per voi non sono novità. Aggiungo, a beneficio dei perfettini, che so bene che il problema non è il debito pubblico, ma quello privato estero. D'altra parte, se voi lo sapete è perché ve l'ho insegnato io nel 2011 (o dopo il 2011 ve l'ha insegnato qualcuno che l'ha imparato da me): quindi, se ve lo ricordate voi, perché dovrei essermene dimenticato io che ve l'ho insegnato?
Bene.
E ora, visto che a voi la politica interessa tanto: quali sono secondo voi le implicazioni politiche di questo freddo dato statistico?
(...tutto questo blog è dedicato al suicidio europeo, quello da cui gli Usa ci hanno messo in guardia due giorni fa - poi ne parliamo - e uno dei post più recenti sul tema è questo...)
C'è una fonte di dati, o un'analisi, affidabile sugli investimenti pubblici netti che includa paesi extra-UE "significativi"? Si fa un gran parlare (non abbastanza) del fatto che la UE sia "rimasta indietro" su più o meno tutto, e mi era venuta la curiosità di guardare a questo parametro per altri paesi, o magari gruppi di paesi, ma non trovo molto a riguardo, al di fuori dei dati (se non mi sbaglio della commissione europea) che mostra da qualche tempo. Grazie.
Pubblicato da AC su Goofynomics il giorno 7 dic 2025, 12:31
Domanda pertinente e costruttiva, a differenza di altre. Mi sono quindi attrezzato per cercare la risposta.
Ricordo in via preliminare a chi si trovasse qui per caso che per investimenti in macroeconomia si intende la formazione di capitale fisso (non si intende cioè l'allocazione del risparmio, quella di cui parlate col vostro promotore finanziario). Ricordo quindi che gli investimenti pubblici sono la costruzione di infrastrutture pubbliche, e che in generale gli investimenti netti si ottengono da quelli lordi sottraendo il deperimento (consumo) di capitale, per cui gli investimenti lordi possono solo essere positivi, ma quelli netti possono anche essere negativi, nel qual caso ciò significa che lo stock di capitale fisso sottostante (nel caso degli investimenti pubblici, lo stock di infrastrutture) è diminuito (sono crollati dei ponti, sono state chiuse delle strade, ecc.).
Con questa precisazione, descrivo la mia ricerca.
Sono partito innanzitutto dal database Ameco (quello da cui provengono i dati che vi ho mostrato qui) seguendo questo percorso di selezione:
Tuttavia, questo database non consente di selezionare questa variabile in molti Paesi normali (la parola "normale" è più breve di "extraeuropeo" e descrive meglio i Paesi di cui si tratta, quindi in questo post "Paese normale" sta per "Paese extraeuropeo"). Di fatto, l'unico Paese normale di una certa rilevanza per cui la variabile sia disponibile sono gli Stati Uniti:
(quelli ombreggiati in grigio, fra cui, scorrendo, si trovano i principali Paesi OCSE, non sono disponibili).
Comunque, mi sono preso i dati disponibili, per Eurozona e Stati Uniti, e direi che osservandoli:
si intuisce abbastanza bene perché poi le cose sono andate così:
(la produttività Usa ha cominciato a divergere verso l'alto quando gli investimenti pubblici netti Usa hanno cominciato a divergere verso l'alto).
Sono allora andato sul database dell'OCSE, che dovrebbe fornire i conti pubblici di tutti i Paesi membri. Purtroppo inserendo questa stringa:
si ottiene questo non risultato:
Sono allora tornato sul database AMECO. La definizione di investimento pubblico netto è questa:
Formazione lorda di capitale fisso (investimento lordo), meno consumo di capitale fisso (ammortamento). Allora sono tornato dall'OCSE con una diversa domanda:
e questa volta ho ottenuto una risposta:
Ben trentaquattro database, di cui quello interessante ovviamente è questo qui:
da cui ho estratto quello che mi serviva:
cioè gli investimenti "grossi" (come direbbe l'opinion leader), cioè lordi (come dicono le persone normali), e il consumo di capitale fisso: sottraendo il secondo dai primi si ottengono gli investimenti netti.
L'estrazione l'ho fatta per i Paesi del G8, cui noi ancora apparteniamo, e che mi sembra un insieme sufficientemente significativo, perché è costituito da Stati di una certa rilevanza, ma abbastanza disparati sotto il profilo geopolitico. Questo significa che se tutti questi Paesi fanno in un modo, e solo noi in un altro, vuol dire che contromano ci andiamo noi, tanto per capirci.
I dati si presentano così:
e già si capisce come stanno le cose: solo noi europei siamo stati così folli da fare investimenti pubblici negativi. Il grafico consente però di affermare solo questo, cioè se i dati siano positivi o negativi, perché le variabili sono in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta (quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), e quindi non sono direttamente confrontabili. Rimediamo a tutto, esprimendoli in percentuale del Pil nazionale (a sua volta misurato in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), ma prima facciamo un confronto al volo fra gli investimenti pubblici netti dei Paesi euro calcolati così e quelli forniti da AMECO, in modo da essere sicuri che stiamo parlando più o meno della stessa cosa.
e direi due cose: la prima, che i dati ricostruiti con le fonti OCSE coincidono con quelli forniti da AMECO, e la seconda che questa coincidenza è assolutamente perfetta nel caso dell'Italia almeno fino al 2019, a indicare che la qualità delle statistiche fornite dall'ISTAT è superiore rispetto a quella delle statistiche fornite dai paraculi di Berlino e dai loro accoliti (ma su questo ci siamo già diffusi in altre sedi).
A questo punto scarichiamo dal WEO i Pil nazionali in valuta nazionale (che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), in modo da avere serie confrontabili anche come ordine di grandezza (non solo come segno), facciamo i rapporti e godiamoci lo spettacolo:
Sintesi: il rapporto fra investimenti pubblici netti e Pil oscilla in una banda fra il +2% e il -1%; nel periodo dal 1995 a oggi (il grafico arriva al 2024) solo l'Italia (e la Russia per un singolo anno) hanno avuto valori negativi di una certa rilevanza (al disotto di -0.5%); l'Italia ha avuto undici anni consecutivi di investimenti pubblici netti negativi (dal 2011 al 2021), mentre l'unico altro Paese con investimenti pubblici negativi è stato la Germania (l'altro Paese a bassa crescita nell'Eurozona), ma il periodo più lungo è stato di quattro anni, dal 2004 al 2007, in corrispondenza delle riforme Hartz del mercato del lavoro che portarono a una diminuzione del 6% dei salari tedeschi. Si conferma così quanto per noi è ovvio:
ovvero che il taglio degli investimenti pubblici è funzionale a creare disoccupazione per forzare una deflazione salariale che renda competitive le esportazioni.
Abbiamo spiegato diffusamente qui perché questa politica ha condotto all'accumulazione di squilibri interni all'Eurozona e alla loro successiva esportazione verso gli Usa (con conseguenti dazi ritorsivi trumpiani), e il video, se interessa, è sempre qui:
Il problema di questa strategia è ormai evidente: il gioco al ribasso determina un contagio. Se un Paese rilevante taglia i salari, poi gli altri devono seguirlo, e quando lo seguono la domanda interna dell'area diminuisce, e il surplus produttivo dell'area si deve scaricare sui Paesi normali, che possono essere più o meno lieti di assorbirlo. Impoverire i lavoratori per arricchire alcuni imprenditori a spese dei lavoratori dei Paesi normali è una strategia che può sembrare normale solo a dei pazzi, o a dei tedeschi. La cultura, l'antropologia, la storia, esistono. Loro sono così, e nessuno potrà cambiarli. Dato che il loro modo di essere li conduce sistematicamente a urtarsi col mondo, è di vitale importanza che fra noi e loro ci siano degli ammortizzatori, e naturalmente l'ammortizzatore più essenziale, se si parla di macroeconomia, è il cambio nominale.
Il suicidio europeo è tutto qui: il passaggio da un sistema in cui in caso di squilibri commerciali si rivalutava la valuta del Paese più forte, quello esportatore, a un sistema in cui nelle stesse circostanze bisogna tagliare i salari nel Paese più debole, quello importatore. Capite bene che soprattutto se gli squilibri si sono prodotti perché il Paese più forte è stato il primo a tagliare i salari (potendoselo permettere, visto che i suoi lavoratori stavano meglio):
il risultato complessivo non può che essere un impoverimento dell'intera area, quello che fa preoccupare Trump:
del fatto che l'Europa si indebolisca a tal punto da non essere più un alleato affidabile (sia per il potenziale rischio politico interno determinato dall'impoverimento della popolazione - il famoso costo politico dell'austerità di cui parlavamo qui, sia per la scarsità di risorse che potrebbe mettere a protezione da eventuali rischi politici esterni, o per riequilibrare la bilancia dei pagamenti cronicamente deficitaria della potenza imperiale - i poveri non sono un allettante mercato di sbocco!).Che così ci saremmo condannati all'irrilevanza che lo eravamo detti da subito, e questo è il più amaro dei QED.
Comunque: dalle domande intelligenti di chi si accosta per sapere, nasce sempre un approfondimento. Dalle querimonie delle amanti tradite nasce solo uno sbadiglio.
Ora sapete in che condizioni siamo e perché. Possiamo solo sperare in uno shock esterno, ma di questo parliamo con più calma dopo aver ponderato il documento dei nostri alleati (e per nostri, intendo di Goofynomics).
Fedele a uno degli aforismi di Flaiano che mi sono più cari (e che vi ho citato qui), potrei dire: "Io della crisi francese ne parlavo nel 2012, ora ne parlano anche gli operatori informativi!", e tirare dritto. Questo atteggiamento blasé e autoreferenziale non sarebbe però compatibile con il mio codice deontologico di insegnante. Per quanto io sia consapevole dell'inutilità dei misi sforzi, mi permetto di insistere con voi su un punto, che non è inedito, perché lo avevo esplicitato già preparando l'intervento del 5 marzo al convegno del Dipartimento Economia della Lega (in questo post). Per evidenziarvi quello che (non) sta succedendo in Francia (ma dovrà succedere), prendo questo grafico di quel post:
e lo modifico leggermente, togliendo la Spagna (di cui ci interessa il giusto), e prendendo come base dell'indice il 1999 (l'inizio dell'età dell'euro):
Ecco, così si capisce molto bene, purché si ricordi che stiamo lavorando con indici, e che quindi prendere come base il 1999 non significa che nel 1999 i salari di Germania, Francia e Italia fossero uguali, ma che vogliamo vedere sinteticamente in che modo sono variati da allora.
Nel 2004 inizia la svalutazione interna (deflazione salariale) tedesca, che nel 2008 porta l'indice un po' sotto 94 (quindi con il famoso calo dei salari reali del 6% di cui il governo menava vanto, come ricorderete). È il crollo della spezzata azzurra.
Nel 2011 (e quindi sì, lo so bene, già con il Governo Berlusconi) l'Italia comincia a seguire, ma solo nel 2012 si vede un deciso e protratto crollo dei salari reali italiani, sostanzialmente analogo. È il crollo della spezzata grigia, reso necessario per recuperare competitività rispetto alla Germania.
E i salari reali francesi, cioè la spezzata arancione?
Non sono ancora crollati. Stanno sì flettendo, ma lentamente, molto lentamente, troppo lentamente, e quindi la Francia non recupera competitività, e continua ad accumulare debito estero, come abbiamo detto parlando dello sprofondo rosso:
Arriverà prima il sudden stop, o se volete il current account reversal, o arriverà prima la Fornère?
Rispondere a questa domanda è piuttosto difficile ma anche piuttosto futile: che siano i mercati a smettere di rifinanziare il debito estero francese (con conseguente necessità del Governo francese di tirare i remi in barca tagliando salari e pensioni), o che sia il Governo francese a tirare i remi in barca tagliando pensioni e salari (con conseguente recupero di competitività e rimborso dei debiti esteri), in ogni caso quello che si osserverà sarà il ritorno del saldo delle partite correnti in territorio positivo, e una massiccia esplosione di disordine sociale.
Quello che non è ancora successo, ma succederà, quindi, è il crollo della spezzata arancione. Ma la spezzata arancione potrebbe anche "slittare" (verbo che di questi tempi si applica in contesti nautici). Come detto mille e una volta: se i salari "slitteranno" (come stanno in parte facendo), l'accumulazione di debito estero e di debito pubblico rallenterà, ma il problema non si risolverà, resterà lì. Se crolleranno, il problema del debito estero si risolverà e quello del debito pubblico si accentuerà.
Chi è qui da un po' sa già perché, chi è qui da poco può chiedere, e gli sarà dato. A me interessava fissare una volta di più questo punto, nella mia umile qualità di persona che ha capito nel 2012 che cosa (non) sarebbe successo nel 2025, e che quindi ha interesse a restare ahead of the curve dicendovi quello che potrebbe succedere nel 2026. Va da sé che se fa il botto la Francia noi potremmo trovarci di fronte a scenari inediti, e che quindi, naturalmente, si farà di tutto per non farglielo fare, questo botto, cercando magari di tenere lo spread in caldo per una eventuale ascesa di un governo lepenista.
Fosse così, non sarebbe il 2026 ma il 2027 (o il 2028).
Vi ricordate di quando quello con la sciatica (o l'ubriachezza, a seconda delle versioni) ci venne a dire che la Francia poteva violare le regole because it's France?
Io me ne ricordo abbastanza bene: a quei tempi ero in Francia in un vano tentativo di evangelizzare quelle genti per sottrarle al destino cui le condannava la maledizione dei deficit gemelli.
Dello "sprofondo rosso" francese abbiamo parlato diverse volte. La prima affonda nella notte dei tempi (ma se leggete su un PC, il tag "Francia" nel cloud in fondo alla pagina vi guiderà), una delle ultime è qui, circa un annetto fa (è anche un utile ripasso per chi fosse nuovo di queste parti). La novità (molto relativa) è che oggi torna a parlarne la Corte dei Conti francese, dove è finito un altro dei nostri più cari amici, forse memore delle due parolette che gli dissi tempo addietro:
Insomma, Moscovici, nella sua veste di watchdog dei conti francesi, ci dice niente meno che la Francia rischia una crisi di liquidità a causa della spesa sociale fuori controllo. Il ponderoso Rapporto sulla sicurezza sociale 2025 lo trovate qui. Date le dimensioni, non so dirvi come finisca, ma considerato che comincia male:
presumo che finisca peggio. Sui costi e benefici del teloavevodettismo ci siamo intrattenuti lungamente. Terrò un profilo basso dicendo che non sono molto sorpreso. France it's France, è una verità meno tautologica di quanto possa sembrare. Ma alla fine un vincolo di bilancio c'è per tutti, e qui in Europa tutti abbiamo il peccato originale, siamo stati trasformati tutti in Paesi del terzo mondo dalla scelta scellerata di aderire all'Unione Economica e Monetaria, cioè dalla scelta di renderci (monetariamente) stranieri in patria, come ci aveva spiegato illo temporeuno non esattamente "de passaggio":
L'euro è un downgrade (un degrado) per tutti. Meglio di De Grauwe non saprei dirlo!
Prima di cominciare con la solfa che "n'ha detto micuggino che a Parigi guadagna n'zacco!", o "Numbeo dice che la Francia cresce più di noi", o "basta con questa Schadenfreude!", faccio solo due osservazioni. La prima è la solita: io faccio l'economista e gli economisti fanno scenari. Quando le cose tendono a mettersi come prevedevamo evidenziarlo è utile perché serve a capire se il nostro modello interpretativo funziona. La seconda è la solita (pure lei): so bene che dobbiamo volere il nostro bene e non il male altrui, ma in un sistema che è concepito come un gigantesco gioco al ribasso, una frenetica race to the bottom, le due cose, se non sono proprio parenti, si somigliano molto. Se iMercati avranno qualcun altro da importunare per noi non sarà un gran male, e infatti oggi, nel silenzio generale, lo spread se n'è stato tutto il giorno sotto 100...
Fin dall'inizio di questo percorso di divulgazione abbiamo chiarito che l'espressione "la Germania è la locomotiva dell'Eurozona" è fattualmente falsa. Parlando de "La locomotiva d'Europa e le locomotive della Germania" chiarimmo che all'epoca (2012) la crescita tedesca era alimentata dalle esportazioni nette verso l'Eurozona, che per l'Eurozona sono importazioni nette (e quindi sottraggono alla crescita). Dodici anni dopo, ne "I cretini e il saprofita d'Europa", abbiamo fatto vedere che nel frattempo, distrutto il mercato unico con le politica di austerità, la Germania si era rivolta ad altri mercati di sbocco, ma sempre reprimendo la sua crescita. Parlando de "La locomotiva tedesca (repetita juvant)" abbiamo fatto vedere che il tasso di crescita della Germania è stato strutturalmente inferiore a quello dell'Unione Europea, e quindi non si capisce come avrebbe potuto un Paese che, crescendo di meno, tira giù la media, avere il ruolo trainante che il termine "locomotiva" le attribuisce.
Oggi insisto su questo punto, che non sarà mai chiarito abbastanza, né mai abbastanza recepito (perché #alogomotivadeurozzona è come #erdebitopubblico) procedendo in due direzioni: in primo luogo, mostrandovi i dati di crescita dell'Eurozona depurati dalla zavorra tedesca; in secondo luogo, calcolando il contributo della Germania alla domanda di beni sul mercato unico, il mercato interno europeo.
Partiamo dal primo punto. Questo grafico:
riporta il tasso di crescita reale della Germania e dell'Eurozona depurata dalla Germania. Per costruire il Pil dell'Eurozona senza la Germania ho prima preso dal database OCSE il Pil di Germania ed Eurozona a valori concatenati ai prezzi del 2020. I dati partono dal 1970 per la Germania e dal 1995 per l'Eurozona, e quindi li ho retropolati utilizzando i tassi di crescita tratti dai World Development Indicators, dopo aver appurato che nei periodi in cui venivano riportati da entrambe le fonti i dati coincidessero. Sottratto così al volume del Pil dell'Eurozona quello del Pil della Germania ne ho calcolato la crescita, che vedete nel grafico. Può essere di aiuto qualche statistica riassuntiva:
Sull'intero campione 1961-2024 il tasso di crescita della Germania è 2.2%, quello del resto dell'Eurozona del 2.7% (lo 0.5% in più), e conseguentemente quello dell'intera Eurozona (Germania compresa) viene trascinato al ribasso al 2.6%. In due periodi la Germania cresce di più: negli anni '80, fino al 1992, e negli anni '10, per i motivi che abbiamo già ricordato (SME credibile negli anni '80, politiche della Bce negli anni '10). Gli intervalli campionari che vi evidenzio sono stati scelti con questa logica: il 1978 è l'anno della dichiarazione di voto di Napolitano contro lo SME, in cui lui dichiarava che la Germania praticava politiche di repressione della crescita (nei 17 anni precedenti era cresciuta al 3.8% di media contro il 5.1 dell'Eurozona!); il 1992 è l'anno della crisi dello SME; il 2009 è l'anno della crisi finanziaria globale; il 2020 è l'anno della pandemia. Sono tutti anni che marcano una rottura di sistema, in qualche modo. Lo scarto fra crescita dell'Eurozona e della Germania tuttavia non è mai stato così ampio come nei quattro anni dal 2021 al 2024, arrivando a 2.3 punti percentuali (da 1.1 a 3.4)!
Diciamo che la Germania non è mai stata una locomotiva, ma non le è mai accaduto di essere una zavorra così pesante come dopo la pandemia!
E con questo speriamo di aver chiuso l'annosa questione de #alogomotivadeurozzona (ma ne dubito).
Passiamo al secondo punto. La domanda di beni dell'Eurozona da parte degli Stati membri sono appunto le loro importazioni dall'Eurozona. La base dati International Trade in Goods (IMTS) del Fmi (quella che una volta si chiamava DOTS: Directions of Trade Statistics) permette di ottenere per ogni Paese membro dell'Eurozona le sue importazioni dall'Eurozona stessa. Sommandole, otteniamo il totale della domanda di beni dell'Eurozona espresso dai Paesi dell'Eurozona. Come per ogni somma, è possibile calcolare il contributo dei singoli addendi alla crescita del totale utilizzando la tecnica descritta ad esempio qui in appendice. Visto che la crescita tedesca è repressa, ovviamente lo saranno anche le sue importazioni, in particolare quelle dall'Eurozona. Questo però non significa necessariamente che il contributo della Germania alla crescita della domanda interna dell'Eurozona sia necessariamente piccolo: in effetti, la Germania, pur avendo una dinamica meno sostenuta, ha però dimensioni maggiori. Le due cose potrebbero bilanciarsi.
Fatti tutti i debiti calcoli e espressi i contributi in percentuale si ottiene questa tabella:
dove ci sono troppi numeri (spiaze!), ma in cui provo a guidarvi.
Intanto, se parliamo di Eurozona dobbiamo partire dall'ultima riga, quella che riporta il contributo medio sul periodo 1999-2024 (la durata - finora - dell'Eurozona). Da quando esiste l'Eurozona, fatto 100 il tasso di crescita delle importazioni dei Paesi membri da altri Paesi membri, la Germania ha contribuito solo per 13.3. La locomotiva in questo periodo è stata senz'altro la Francia, che ha contribuito per 17.9, mentre l'Italia ha contribuito solo per 11.1. Insomma, l'Eurozona non ha avuto una Lokomotive ma una locomotive. Se guardiamo al periodo post-pandemia riscontriamo però che il contributo maggiore lo dà l'Italia, a 14.1 su un totale di 100: più della Germania e della Francia. Naturalmente il nostro Paese ha dato il contributo minore negli anni '10, quando era stritolato dall'austerità (solo 9 su 100). Il resto della tavola è abbastanza leggibile e plausibile.
Attenzione però! Quello che vediamo qui è il contributo dei singoli Paesi alla domanda lorda di beni. Vediamo cioè quello che i singoli Paesi hanno aggiunto alla domanda del mercato interno europeo importando beni europei, non quello che hanno sottratto alla domanda del mercato interno europeo vendendo beni (esportando). Quello che aggiunge alla crescita altrui sono le importazioni nette di beni altrui. Ma questo calcolo, col vostro permesso, lo riportiamo a una successiva puntata. Basterà comunque ricordare che un Paese che, come la Germania, esprime in media il 27% del Pil dell'Eurozona contribuisce per meno del 14% alla crescita della domanda interna dell'area, mentre la Francia, col suo 20%, ha contribuito per il 18%.
Poco più di sei mesi fa vi avevo parlato del sorpasso:
Intervengo solo per rettificare il titolo: i sorpassi in effetti erano due. Oggi il Völkischer Beobachter salmonato, per bocca di Marco Fortis, ci fa sapere che:
e quindi sì, in effetti i sorpassi erano due: mentre vi esponevo le ragioni di un possibile sorpasso a sinistra del nostro debito pubblico da parte di quello francese, sorpassavo a destra un collega comme il faut, che mezzo anno dopo scopre quanto voi sapevate mezzo anno prima!
D'altra parte, quando si sorpassa lo si fa perché si vuole risparmiare tempo, o anche per una insopprimibile pulsione interiore, quella che l'amico e maestro Giampiero Di Federico mi ha rimproverato l'unica volta che ho avuto l'onore di essere accompagnato da lui in montagna, infastidito dal mio approccio agonistico: "Albè, sei come gli alpini del Pinerolo: mai niun davanti!".
Un nec pluribus impar diacronico che aggiungiamo a quello sincronico.
Il fatto che io sia arrivato prima ci riconcilia in qualche modo con quella pseudoscienza che va sotto il nome di bibliometria:
Con quattro punti di h-index in più nonostante i miei sei anni anagrafici in meno (che oggi sono venti anni percepiti in più grazie ai postumi del secondo colpo della strega in due mesi...) e il brusco arresto della mia carriera sette anni or sono (sfiga! Sono diventato Presidente di Commissione...), diciamo che la fredda e spesso fuorviante oggettività del dato bibliometrico affidava a me il compito di dire la cosa giusta (do the right thing) al tempo giusto, che in scienza è prima, non dopo, visto che il progresso è fatto, appunto, di sorpassi!
Non vorrei però che queste considerazioni suonassero come denigratorie nei riguardi del collega (in quanto economista) Fortis, che invece vi invito a leggere quando lo incontrate, perché se non è tutto giusto quello che dice, non dice quasi nulla di sbagliato, tant'è che ha attirato su di sé l'attenzione dei drindrini, che lo accusano nientepopodimeno che di "narrazioni distorte sull'economia". Sus Minervulam docet, verrebbe da dire. Tatticamente quindi Fortis è un nostro amico in quanto nemico del nostro nemico, e le posizioni di grande equilibrio che prende (e che potrete facilmente rinvenire sul Völkischer Beobachter salmonato) su temi quali il ruolo delle PMI nell'ecosistema industriale italiano, la proiezione internazionale dell'economia italiana, e, come vedete, anche la sostenibilità del nostro debito pubblico, in effetti ce lo rendono simpatico, e suscitano il nostro stupore nel constatare che il principale nemico delle PMI gli dia spazio sul suo house organ! Ma tant'è: anche e soprattutto loro (i "confcosi") hanno bisogno di rifarsi una verginità...
Il fatto che abbia una produzione accademica più contenuta della nostra, in altri termini, non è necessariamente segno di una minore brillantezza di analisi, anzi, tutt'altro! Mi sembra più il frutto di una scelta, quella di dedicarsi al meraviglioso mondo della corporate governance pubblica o privata. Per quanto un consigliere di amministrazione abbia più tempo di un parlamentare, se vuole fare bene il suo lavoro non ha tanto tempo da dedicare alla ricerca. La vita è fatta di una pluralità di obiettivi e di risultati: mi sono messo a giocherellare con l'h-index e con il "paper teorico" quando questo tipo di argomenti veniva usato dai cretini per denigrarmi, non voglio essere certo oggi io il cretino che denigra, anzi! Spero sia chiaro quindi che il mio riferimento alla bibliometria (come quelli al pieiccdì o alla pirreviù) era assolutamente ironico. Capita molto di rado che le indicazioni di rango accademico collimino con l'interesse concreto e l'originalità del contributo di uno studioso, e abbiamo avuto infiniti esempi del contrario, a partire dall'ormai mitologica "tabaccaia scalabile" di buona memoria!
(...sì, so che il termine usato non era letteralmente "tabaccaia", cari puntacazzisti, a partire dall'amico Carlo, ma l'immagine felliniana del compassato Luigi che si arrampica su per il seno prorompente di una tabaccaia romagnola non riesco a togliermela dalla testa e mi procura un appagamento intellettuale tale da più che compensare il fastidio arrecatomi dal vostro zanzaresco puntacazzismo...)
Direi quindi che se qualcuno deve avere diritto di tribuna nei quotidiani "autorevoli", molto meglio uno come lui, che, come avrete visto se lo conoscete o vedrete se lo conoscerete, argomenta coi dati, in modo piano e rigoroso. Leggerlo, comunque la mettiate, è un piacere.
Mi rimane solo un dubbio atroce: una persona con questa nitidezza di visione non può non capire qual è la radice del problema che ci affligge.
E allora perché non lo ha mai detto?
Una volta sarei stato feroce verso un comportamento che avrei giudicato indice di ignavia e di conformismo. Ora ho imparato a vedere le cose con maggiore apertura di spirito. Bisogna prendere da ognuno il buono, senza pretendere il nostro ottimo, che magari è solo nostro (e quindi non è un ottimo). Io, dal mio essere esplicito, ho guadagnato (forse) più di quello che ho perso, e comunque è stata una scelta mia, che nessuno mi ha imposto e che non imporrei a nessuno. Già ora, nel ruolo in cui sono, essere più esplicito renderebbe meno efficace la mia azione politica, e infatti che l'euro è e resta un gigantesco problema lo dico solo qui, nel blog che non esiste, così nessuno lo sa, perché nessuno deve saperlo, motivo per cui questo blog non esiste e il Tramonto dell'euro non è mai esistito.
Voi però sapete che io lo so, e io so che voi sapete che io lo so.
E secondo me lo sa anche Fortis.
Tanto basti, soprattutto se questo, come mi pare che anche Fortis intuisca, oggi è più un problema per la Francia che per noi.
Ognuno ha diritto di vivere nel mondo che desidera: anche Macron!
"Chi vuole il fine vuole i mezzi per realizzarlo", ricordate?...
Riprendo il discorso di ieri e entro un po' in dettaglio.
Intanto, parliamo di "bilancia" dei pagamenti perché in inglese il saldo di un conto (la differenza fra poste attive e passive) si chiama balance. La "bilancia" sarebbe quindi il saldo fra i pagamenti ricevuti e quelli effettuati dagli operatori residenti da e verso gli operatori non residenti. Già chiamarlo saldo aiuterebbe, i barbarismi non sono solo un danno estetico, ma pace: questo ormai ce l'abbiamo e ce lo teniamo.
I pagamenti possono riguardare:
1) merci (grano, ferro, ecc.);
2) servizi (turismo, trasporto, ecc.);
3) redditi primari (cioè derivanti direttamente da lavoro, attività finanziarie e risorse naturali, quindi: retribuzioni, interessi o dividendi, rendite, ecc.)
4) redditi secondari (cioè derivanti dalla redistribuzione del reddito, e quindi: imposte, contributi sociali, rimesse degli emigrati, ecc.)
La linea blu è il saldo complessivo delle partite correnti ed è la somma algebrica delle tre barri verticali che sono rispettivamente il saldo "beni e servizi" (GS), i redditi primari (PI) e i redditi secondari.
Partiamo dalla linea blu, che ci racconta la storia che sappiamo. In Francia il saldo estero peggiora progressivamente, passando in territorio negativo nel 2007, in Germania è sempre positivo, in Italia c'è stato un reversal: prima era negativo e stava scendendo, poi è salito fino al 2019, poi è sceso con la crisi e ora sta risalendo.
Ci sono altre cose abbastanza intuitive: un Paese che, come la Germania, è in surplus strutturale, e quindi esporta capitali, ha ovviamente un saldo dei redditi primari positivo (gli interessi e dividendi sui capitali esportati, cioè prestati, investiti, all'estero superano quelli pagati all'estero sui capitali investiti in Germania). La Germania ha "importato" molta mano d'opera, ed è quindi normale che siano negativi i redditi secondari (escono dal Paese le rimesse degli immigrati turchi, siriani, ecc.).
Questo, se ci fate caso, succede anche in Italia. Dopo il reversal del 2012 il Paese va in forte surplus, accumula crediti e decumula debiti esteri, e quindi dopo un po' appare un saldo positivo dei redditi primari (attorno al 2016).
Quello che è veramente anomalo è lo sbalorditivo livello del saldo redditi primari (positivo) e secondari (negativo) della Francia, che rendono le dinamiche commerciali in senso stretto piuttosto irrilevanti.
Il dettaglio del saldo dei redditi primari è questo:
Le componenti sono tutte positive, tranne il reddito da investimenti (II) nel solo anno 2002. Le altre componenti, cioè le remunerazioni (CE) e gli altri redditi primari (OP, trascurabili) sono sempre positivi. La componente più importante è di gran lunga l'investment income (II), che possiamo dettagliare ulteriormente, nella speranza di capire come mai un Paese con un debito estero netto sempre più imponente ha redditi netti da capitale positivi e sempre più imponenti.
La risposta è piuttosto intuitiva, anche per chi non la sapesse già:
I redditi da investimenti (II, investment income) sono tirati giù dagli investimenti di portafoglio (principalmente interessi pagati su titoli di debito, barre grigie), ma sono tirati su dagli investimenti diretti (principalmente dividendi percepiti su aziende detenute all'estero, barre arancioni), mentre gli altri investimenti (OI, barre gialle) non manifestano una tendenza ben precisa.
Insomma: quello che spiega perché un Paese con problemi strutturali di competitività, con un saldo beni e servizi persistentemente negativo, che paga un bel po' di interessi all'estero, ha comunque dei redditi da investimento positivi, è lo shopping di buone aziende che ha fatto all'estero (e, asimmetricamente, l'aver impedito che dall'estero si acquisissero le sue aziende). Pensate alla nostra filiera del lusso, ma anche (e soprattutto) alla grande distribuzione, ai servizi finanziari, ecc. Quella barra arancione positiva che va sempre più su siete voi a mandarla su, ogni giorno, impercettibilmente, involontariamente, con pressoché qualsiasi gesto della vostra vita quotidiana: dal prelevare contante (in una certa banca anziché in un'altra), all'andare a fare la spesa (in un certo supermercato anziché in un altro), al pagare l'assicurazione della macchina, ecc.
Chiaro, no?
Questo è quello che si capisce dai flussi di reddito, magari domani lo vediamo anche nella composizione degli stock di attività e passività, col database Eurostat o con un altro database.
Quindi, per tornare al discorso di ieri: la situazione della Francia è delicata, certo, ma altrettanto certamente non come quella della Grecia nel 2010, e non è assolutamente una questione di rapporto fra interessi sul debito pubblico e Pil (che in Francia è minore rispetto alla Grecia di quattordici anni fa), come vi direbbe un SDHIC: è molto più una questione di composizione del portafoglio di investimenti del Paese (che, a giudicare dai rendimenti netti che offre, in Francia è molto migliore che in Italia e in Germania).
Questo i mercati lo sanno, e quindi per ora stanno a guardare...
Solo per lasciare traccia del fatto che oggi, con una mossa non inattesa, Marine Le Pen ha lasciato a piedi Barnier. La maggioranza del governo francese si reggeva sui suoi voti, su quelli di Marine, e non ci voleva molto a capire come sarebbe finita. A beneficio degli aritmeticamente disagiati, sottolineo come a noi fosse impossibile giocare un simile scherzo al Migliore.
Mazzalai sostiene, non senza fondamento, che la scelta del tempo sia dettata anche dalla necessità per Marine di tornare al voto, in particolare quello presidenziale, prima che l’attacco giudiziario cui è stata sottoposta, arrivi a segno, determinandone l’ineleggibilità.
Il ragionamento ha una sua tenuta, e, purtroppo, anche in questo campo siamo stati precursori. Non so quanto si parlino i due, ma l’esempio di Salvini ha assunto rilevanza internazionale, ed è quindi un monito per tutti i politici europei.
Ma c’è anche un’altra dimensione sotto la quale siamo stati anticipatori, come lo è stato del resto questo blog, e in modo non indipendente dalle ragioni per cui lo è stato questoblog: esattamente come qui abbiamo imparato che nel lungo periodo le politiche di destra favoriscono solo la destra, abbiamo anche imparato che nel breve periodo sostenere la sinistra indebolisce inesorabilmente la destra! Insomma: nel 2011 era facile prevedere che la sinistra, sostenendo Monti, avrebbe consegnato il paese alla destra, e infatti, per dirla come gli scienziati, lo predissimo (😇). Ma nel 2021 era altrettanto facile prevedere che, sostenendo Draghi, avremmo perso supporto. E infatti lo perdemmo (per dirla come le persone normali).
Anche questo è un esempio che deve essere stato ben presente a Marine. Non so molto di diritto costituzionale francese, non so quanto potrà reggere Macron nel suo fortino, so solo che errori di breve periodo possono rallentare, ma non fermare, né invertire, il percorso verso un esito che è inevitabile politicamente perché è inevitabile macroeconomicamente.
Prendiamoci il buono dell’unità europea!
In cosa consiste, chiederete voi? Ma, semplicemente nel fatto che non occorre che voi continuiate a sostenere chi vi ha indicato un percorso di libertà. Se non lo fate voi qui, lo farà qualcun altro da un’altra parte. Del resto, qui come lì, chi ha visto la via di uscita l’ha vista perché qualcuno gliel’ha indicata.
(…chissà se qualcuno di voi era lì? Io, evidentemente, c’ero, e ne resta traccia. Se il mondo cambierà, potremo dimostrare che un pochino sarà stato anche merito nostro…)
(...chiedo scusa: avevo con grande enfasi promesso che avrei mantenuta aperta casa nostra, poi mi sono dileguato, ma un motivo c'era: dopo il compleanno del blog mi ero preso l'impegno col neoborbonico di passare un weekend a pascermi con lui di quel cibo che solum è nostro, incidendo un disco nella chiesa del Girone - quella che alcuni di voi conoscono. Natura Matrigna, sponsor di Musica Perduta, trovandosi nella difficile scelta fra flagellare con una tormenta di neve la falesia di Pizzoferrato, o infliggere a voi uomini di pianura la siccità, aveva optato per la seconda soluzione. Avevo scommesso sul global warming, e avevo vinto un inizio di novembre mite, con panorami di un nitore abbacinante:
[qui vedete a sinistra, in secondo piano, il monte Amaro - un mucchietto di ghiaia bianca - e al centro, prominente, il monte Acquaviva]! Come Dio volle, ci mettemmo per due giorni in cantoria all'organo:
e poi il terzo giorno, domenica scorsa, al cembalo giù nella navata:
e con santa pazienza, sotto il presidio della Madonna del Girone, portammo a termine la registrazione delle canzone a basso e organo di Frescobaldi, delle fantasie di Selma y Salaverde, e di qualche altra cosetta che ascolterete quando sarà pubblicata. Non potevo fare a meno di pensare che un'incisione è come la conversione di un decreto, o una legge di bilancio. Ogni brano è un articolo, ogni take un emendamento, su ogni emendamento si discute ["il re era troppo basso, non mi è piaciuto come ho fatto l'arpeggio, questa non puoi usarla, facciamone un'altra subito..."...] finché non si trova la quadra e non si passa oltre. "Chiudere" la registrazione di un brano per passare al successivo dà la stessa sensazione di sollievo che "chiudere" l'esame di un articolo. Ci vuole pazienza, per questa, come per altre cose, ma la pazienza non ci manca... Ho scoperto di poter ancora crescere a 62 anni. Certo: non suonerò mai il Concerto Imperatore o gli studi di Chopin, ma a 42 anni non avrei portato in fondo nemmeno una certa canzona di Frescobaldi. La mente, o quel che ne resta, conserva una sua rassicurante plasticità. Certo, poi, dopo quattro giorni separato dal cellulare, la settimana successiva - cioè quella appena trascorsa - è stata tutta in salita, e non poteva essere altrimenti. Sono riuscito al massimo a sbloccare qualche vostro commento, e a dare qualche risposta sintetica, ma di stimoli che meritavano di essere raccolti ce n'era più di uno, e oggi vorrei in particolare dedicarmi a una richiesta del buon Sherpa810...)
Sarebbe interessante, sebbene temporalmente ridotto e quindi non so quanto significativo, vedere l'andamento dal 1987 al 1992 (Sme, banda larga e stretta di oscillazione cambio).
Pubblicato da Sherpa810 su Goofynomics il giorno 1 nov 2024, 09:09
La richiesta ha una sua fondatezza, ma ho preferito fare una cosa diversa: confrontare la produttività di Eurozona, Usa e Giappone a partire dal 1980, per vedere se l'entrata nell'età dell'euro causava quello che prevedono i modelli teorici illustrati al #goofy13 (cioè quelli passati in rassegna e sottoposti a verifica empirica nel paper su "integrazione monetaria e disintegrazione reale"). Il focus di quello studio era sulla divergenza fra la produttività dei Paesi del Nord e del Sud dell'Eurozona (se ne consideravano due dei primi, Francia e Germania, e due dei secondi, Italia e Spagna). L'idea era che alla fine questo gioco fosse un gioco a somma zero: a livello di Eurozona, pensavamo, l'aumento di produttività dei Paesi del Nord, avvantaggiati dal dumping salariale e valutario, che apriva loro nuovi mercati incentivando la produttività, compensava la situazione uguale e contraria dei Paesi del Sud (dove cambio sopravvalutato e conseguenti politiche di deflazione salariale deprimevano la produttività). La divergenza era evidente, in una figura che poi l'editor della rivista decise di sacrificare per motivi di spazio:
Nel periodo successivo all'introduzione dell'euro, la crescita della produttività si azzerava in Italia e Spagna, dando luogo a quella "disintegrazione reale" cui avevamo intitolato il paper.
Tuttavia, il discorso di Draghi, quello il cui video è misteriosamente scomparso, e il cui testo è ancora per poco qui (salvatelo), spiegava (senza volerlo) una cosa che il nostro grafico evidenziava (a nostra insaputa), ovvero che se dall'adozione dell'euro in poi la variazione della produttività si azzerava al Sud, al Nord comunque diminuiva. Insomma: il gioco dell'euro, l'abbattere i salari gli uni rispetto agli altri, non faceva poi tanto bene nemmeno ai Paesi del Nord (o che tali si sentono, come la Francia). In altre parole, non era un gioco a somma nulla (cui comunque a noi non sarebbe convenuto partecipare, visto che eravamo il pollo della situazione): era proprio un gioco a somma negativa! Detto ancora in altri termini: l'integrazione monetaria, attraverso i tre canali che il paper evidenziava e che vi ho spiegato a Montesilvano (tassi di interesse troppo bassi, salari troppo bassi, cambio reale troppo alto) non danneggiava solo la produttività italiana: danneggiava quella dell'intera Eurozona.
Il suggerimento dell'amico Sherpa810 mi ha spinto a fare una cosa che non avevo mai fatto finora: tracciare la produttività dei tre poli dell'economia mondiale (prima dell'avvento della Cina): Eurozona, Usa e Giappone, negli ultimi quarant'anni, cioè dal 1980, dall'inizio della terza globalizzazione. Vado dritto al risultato, perché il tempo è poco:
Chi è qui da un po' non ha bisogno di grandi spiegazioni, e credo comunque che il messaggio sia chiaro anche per gli altri. Per quanto attiene a Eurozona e Stati Uniti, è evidente come per una ventina d'anni, fino al pieno compimento dell'integrazione monetaria (e conseguente disintegrazione reale), la loro produttività sia cresciuta pari passu. Poi arriva l'euro, l'Eurozona si ferma (strano! Lo prevedono solo tutti i modelli teorici...), gli Stati Uniti no, e il resto è storia dei nostri giorni. Merita una sottolineatura anche la dinamica della produttività giapponese, particolarmente gagliarda fin verso la fine degli anni '80, quando si arresta, verosimilmente per motivi riconducibili a questa storia di cui vi ho parlato spesso. Quello che si vede in questo grafico, del resto, non è diverso da quello che si vede nel precedente: lì avevano la media dei tassi di crescita pre- e post-euro, qui abbiamo il numero indice, ma tant'è.
Merita una (lunga) discussione il modo in cui i dati riferiti all'Eurozona sono stati costruiti, in modo che chi lo desidera possa replicare, o confutare, questi risultati. Il database AMECO online, raggiungibile direttamente da qui, oppure dalla pagina di AMECO, fornisce la produttività dell'Eurozona solo a partire dal 1995. Per risalire al 1980 ho seguito due procedimenti dichiaratamente approssimativi e sostanzialmente equivalenti, considerando la produttività media dei quattro Stati membri più grandi (Germania, Francia, Italia e Spagna). La media è stata calcolata in due modi: come media non ponderata delle produttività dei singoli Stati, o come rapporto fra il totale del prodotto (al numeratore) e il totale degli occupati (al denominatore) nei quattro Stati (che corrisponde de facto a una media ponderata delle singole produttività nazionali). Non cambia sostanzialmente nulla: utilizzando il secondo procedimento, in teoria più accurato, il grafico che si ottiene è questo:
Scommetto 200 euro che aggiungendo gli altri paesucoli dell'Eurozona il quadro non cambia, e vi lascio fare i calcoli. Il decoupling strutturale fra dinamica della produttività europea e americana (cioè eurista e statunitense) inizia intorno al 2000, e non credo che dipenda dal millennium bug.
Secondo voi da cosa dipende?
La letteratura scientifica, la scienza, una risposta ce l'ha, come sapete, ma qui accogliamo tutte le opinioni. Ora però vado, che non voglio far aspettare i sindaci che ho per cena...
(...i refusi correggeteli voi. Correggete almeno quelli, visto che la perseveranza, la pazienza, la tigna per correggere la SStoria non si può dire che ce l'abbiate tutti. Io sì...)
Ogni tanto in questo blog ci siamo dovuti occupare del cretino, quell'essere sulla cui nefasta prevalenza Fruttero&Lucentini ci avevano ammonito nel 1985, e dalla cui tendenza alla specializzazione Flaiano ci aveva messo in guardia nel lontano 1956, nel prefigurare l'avvento del "medioevo degli specialisti" (ma era solo uno sconosciuto scrittore di provincia, no? Eppure, col senno di poi...).
Dico: risostanziare, perché del tema (la pretesa funzione di "traino" esercitata dalla Germania sull'Eurozona) ci eravamo già occupati in modo tombale nel febbraio 2012, cioè oltre dodici (12) anni fa, in due post che suggerisco di rileggere (perché va bene "il giorno della marmotta", ma credo sia vostro interesse crescere culturalmente):
Bene. Quindi ora rileggeteli, visto che stamattina ho perso una mezz'oretta a restaurarli reinserendo grafici e tabelle originali (ho deciso di non combattere la battaglia con gli informatici del mio ateneo: perché affrontare un ostacolo quando gli si può girare intorno?). Buona lettura.
Avete fatto?
No?
Sentite: io mi sono rotto i coglioni di ripetere sempre le stesse cose, per cui quando vedete un link, cioè una porzione di testo evidenziata in questo modo, dovete farmi il cazzo di favore di cliccarci sopra e leggere, perché il Dibattito non è un testo: è un ipertesto, e a chi non lo ha capito verranno le doppie punte, l'alitosi, e ogni notte apparirà in sogno un Padre fondatore per ricordargli quanto sia dolce e decoroso morire per Maastricht. Va bene così? Adesso rileggete quei due cazzo di post e andiamo avanti.
Bene. So che a molti non era chiaro che il Dibattito è ipertestuale, ma sono lieto di avere avuto un'occasione per chiarirlo pacatamente, e altrettanto pacatamente ve ne illustro i vantaggi, che poi sono ovvi: non ricominciare sempre da zero, e quindi procedere più avanti sulla strada della conoscenza.
Perché vedete: il fatto che un Paese che ha fatto del mercantilismo, cioè del vivere di esportazioni, cioè di campare sulla domanda (capacità di spesa) altrui, cioè del sottrarre ai propri partner commerciali domanda interna per rivolgerla verso i propri beni (indebolendo la crescita dei suddetti partner), non possa essere una "locomotiva" dei Paesi cui sottrae domanda, cui vende beni, da cui non compra beni, è piuttosto semplice da capire (e infatti chi non lo capisce è un cretino, e ogni tanto questo gli andrebbe detto, per mera carità cristiana, cioè per evitare che si faccia delle illusioni). Non può essere una "locomotiva" (non può trainare i Paesi dei quali non sostiene la produzione, mi sembra ovvio: non sono così tanto cretino!), e non può nemmeno essere, conseguentemente, una credibile potenza imperiale. Lo sono gli Stati Uniti, che infatti sono strutturalmente compratori netti dei beni altrui, anziché venditori netti dei beni propri, anche perché questo, come spiegato in innumerevoli sedi, comprese quelle scientifiche, è il modo più ovvio per far circolare nella propria area di influenza la propria moneta (scambiarla con gli altrui beni). Ma dei risvolti finanziari potremo parlare (cioè riparlare, da brave marmotte) più diffusamente quando ci saremo scrollati di dosso i fastidiosi cretini!
Tuttavia (e qui si vedono i benefici dell'ipertestualità - per chi vuole approfittarne - e del riprendere i discorsi da dove si erano lasciati, anziché cominciare ogni volta da capo), nonostante che questo dato sia ovvio (un Paese mercantilista esporta deflazione, non crescita), nei dodici anni da cui abbiamo affrontato l'argomento qualcosa potrebbe in effetti essere cambiato. Che so? Magari la Germania potrebbe essere andata in deficit nei riguardi dell'Eurozona, sostanziando così il proprio ruolo di "locomotiva", cioè di acquirente netto? Oppure potrebbe essere andata in surplus nei riguardi della Cina (scemenza sostenuta autorevolmente in uno dei due post che vi ho chiesto di rileggere e che senz'altro avete riletto), avvalorando la tesi di quelli secondo cui grazie all'elevato livello dei suoi investimenti e della sua ricerca la Germania è in grado di competere con la Cina, e di riflesso consente, esportando in quel Paese lontano, a tutti noi di beneficiare dello sbocco su un mercato così importante?
Ecco: a distanza di dodici anni un tagliando a quei due post può valere la pena di farlo, aggiornando gli stessi grafici e le stesse tabelle. Ci servirà a vedere se magari siamo diventati noi cretini, grazie alla nostra proverbiale adorabile supponenza, o se i cretini sono rimasti tali, a causa della loro proverbiale disprezzabile ottusità. La risposta penso di saperla, perché dell'andamento dei surplus tedesco abbiamo già parlato in lungo e in largo (una delle ultime volte nel post sui banchieri filantropi), ma mi dispongo con animo sereno e laico a riscoprirla con voi.
Partirei quindi dal grafico su cui Lucrezia Reichlin aveva spudoratamente costruito una fake news: quella secondo cui "il suo surplus commerciale [della Germania, NdCN] si è accresciuto soprattutto grazie all’export verso i paesi extra Unione: Cina, Paesi del Centro ed Est Europa e Paesi Produttori di Petrolio":
La fonte della Reichlin era il Fmi (che poi vuol dire tutto e niente: nel WEO ad esempio non ci sono i dati per origine e destinazione). All'epoca verificammo sul Data Explorer dell'OCSE, che nel frattempo ha cambiato struttura, diventando meno intuitivo da usare, ma nel frattempo è diventato più intuitivo da usare (ed è espresso in euro) il Data Browser dell'Eurostat, quindi utilizzo lui.
Per prima cosa vediamo se replicando oggi il grafico che sputtanava sbugiardava l'esimia collega, cioè questo:
dodici anni dopo e su un diverso database otteniamo cose diverse:
e no, spiaze (poco), ma quella della Reichlin si dimostra, con poca sorpresa, una fesseria assolutamente resistente alla prova del tempo: si conferma che il suo ponzoso editoriale confondeva le esportazioni extra-Eurozona con quelle mondiali, e che nel periodo da lei considerato le esportazioni verso l'Eurozona erano state sistematicamente superiori a quelle verso l'esterno dell'Eurozona, confutando l'assunto che la Germania crescesse prevalentemente a spese altrui: cresceva invece prevalentemente a spese nostre! Era il noto gioco di prestare (via banche franco-tedesche) ai PIIGS i soldi con cui comprare le automobili e i sommergibili tedeschi (e quest'ultimo dettaglio mi sa che non ve lo ricordavate: pensa che risate si sono fatti i turchi!).
Possiamo quindi fiduciosamente estendere il grafico per vedere se poi le cose sono cambiate in qualche modo e come, cioè se la Germania abbia smesso di crescere a spese nostre, e se magari abbia addirittura contribuito alla nostra crescita, diventando un importatore netto dall'Eurozona per sostenerne le economie, come più o meno in quegli anni chiedeva tanto appassionato quanto inascoltato il partigiano Joe!
Il grafico esteso è qui:
(non si riesce ad andare oltre al 2021), e ci dice quello che già sappiamo e che avevamo visto, ad esempio, qui (dove però consideravamo il saldo delle partite correnti, quindi non esattamente gli stessi dati):
Dopo aver assassinato i suoi mercati di sbocco interni, la Germania è stata costretta a rivolgersi a mercati di sbocco esteri, da cui una esplosione del surplus merci extra-zona e un relativo smorzamento del surplus merci intra-zona.
Ma... vuol dire che la Germania ha cominciato a sostenerci con la sua crescita?
Prima di rispondere togliamoci subito un altro sassolino-ino-ino dalla scarpa. Sarà veramente vero, come dicono i cretini, che la Germania è in surplus con la Cina a causa della sua leadership tecnologica? Ci eravamo esercitati anche su questo, facendo vedere all'epoca che no, non era proprio così:
La Germania era (abbastanza ovviamente) in deficit con la Cina, in quanto principale hub di smercio, via Amburgo, di quella che all'epoca era paccottiglia cinese (magari ribrandizzata Made in Germany) e che oggi sono prodotti a sempre maggior valore aggiunto. Ma le cose sono cambiate? Cerrrrrto che no! In effetti, replicando quel grafico coi dati Eurostat otteniamo questo:
I numeri sono drammaticamente gli stessi, per cui rinvio al commento che feci qui, e prolungando il grafico approdiamo su un #sevedeva:
I tedeschi hanno sì provato a diventare esportatori netti verso la Cina, ma non ci sono mai riusciti, e la greendemia che ci hanno inflitto ha dato loro una bella botta dalla quale difficilmente si riprenderanno, con un decollo delle importazioni associato a un declino delle esportazioni.
Chiara la lezione?
Ma torniamo sull'idea che la Germania ci sostenga con la sua crescita.
Intanto: quale crescita?
Forse conviene aggiornare anche questa tabella:
cioè quella che chiariva qui (cioè in uno dei due post che avete riletto, vero!?) come la Germania avesse sostanzialmente sottoperformato a partire dal Trattato di Maastricht fino al 2010 (quindi locomotiva de che, se andava più lenta dei vagoni?).
Utilizzando i World Development Indicators (cambiati anche loro, ma relativamente agevoli da consultare per chi sa che cosa cerca) la situazione è questa:
I dati medi annui sul sottoperiodo 1992-2010 confermano (e anzi accentuano) il fatto che nel post-Maastricht la Germania ha corso meno del resto dell'Eurozona, e quelli sul sottoperiodo 2011-2023 (da Monti in poi) sostanzialmente non smentiscono. Possiamo immaginare che con le prossime rettifiche della contabilità nazionale quell'1.3% di crescita media annua fra 2011 e 2023, sostanzialmente identico all'1.2% del resto dell'Eurozona, diventi un 1.2% piuttosto che un 1.4%! Non è la prima volta che la Germania evita di dichiarare una recessione truccando le carte, come qui abbiamo evidenziato (chi se lo ricorda)?
Quindi, la Germania non può aver sostenuto l'Eurozona con la sua crescita perché al più è cresciuta quanto l'Eurozona (quando non l'ha ostacolata), cioè perché... non è cresciuta! Vedete che chi parla di locomotiva tedesca è un cretino? Come fa a "tirare" una macchina che non cammina? Ma i dati li guardano, questi imbesuiti, o no?
Indipendentemente dalla sua crescita, che resta asfittica, la Germania non può comunque aver sostenuto l'Eurozona perché è stata venditore, non acquirente, netto dei prodotti dei suoi partner. Ce lo dice il fatto che la Germania è rimasta comunque in surplus nei riguardi dell'Eurozona, anche dopo averla devastata con l'austerità, e per avere un'idea più accurata possiamo spacchettare questo surplus nelle sue principali componenti:
Sopra a tutto avete la linea rossa della Figura 1 e successivi aggiornamenti (cioè il saldo commerciale della Germania verso l'Eurozona) e sotto avete i saldi dei principali Paesi. Non sarete sorpresi di constatare che mentre Spagna, Italia, e tutti gli altri hanno ridotto dopo il 2008-2009 il loro deficit verso la Germania (qui lo vedete come riduzione del surplus della Germania nei loro confronti, che tuttavia resta positivo!), la Francia se n'è andata dritta per la sua strada: il surplus tedesco nei confronti della Francia (deficit francese nei confronti della Germania) lo vedete in grigio, e in effetti... la vedrei grigia (se fossi in loro, come per fortuna non sono)...
Sintesi in dieci minuti, perché tanti ne ho.
1) la Germania non ha mai avuto una performance di crescita tale da giustificare per lei l'appellativo di locomotiva;
2) ove mai l'avesse avuta (ma non l'ha avuta) dal nostro punto di vista avrebbe tirato nella direzione sbagliata, come diceva De Nardis anni prima del partigiano Joe, perché è sempre stata venditrice, non acquirente netta dei nostri beni, e questo vale in particolar modo per la Padania, come abbiamo avuto modo di approfondire in altra sede;
3) l'aggiustamento macroeconomico determinato dall'aver segato il ramo su cui sedeva (la domanda interna dei paesi dell'Eurozona) non ha cambiato in nulla queste circostanze: la Germania ha tentato di campare per un po' sui soldi dei Paesi extra-Eurozona (lo si vede dall'esplosione del surplus merci e anche di quello delle partite correnti nei riguardi dell'extra-Eurozona) ma questo periodo è terminato, perché gli USA si sono seccati (vedi Dieselgate e esplosione dei gasdotti), la Russia è diventato un mercato precluso per motivi geopolitici, la Cina non è mai stato un mercato di sbocco, e gli altri emergenti guardano altrove;
4) più in generale, la Germania ha campato sempre e solo di dumping: fece dumping energetico negli anni '70, quando in risposta allo shock petrolifero si buttò sul proprio carbone, causando un grave danno ambientale a sé e agli altri (ricordate le piogge acide? Ricordate la fiatella tedesca?) ma evitando le conseguenze inflattive dell'aumento dei prezzi del petrolio; fece dumping salariale con le riforme Hartz a inizio secolo, senza che questo la aiutasse a crescere né a farci crescere; ha fatto dumping valutario con l'euro, con l'unico risultato di far incazzare gli Stati Uniti (vedi Dieselgate); ha rifatto dumping energetico concludendo una pace separata con la Russia, senza voler vedere o capire quale strategia l'Alleanza Atlantica stesse perseguendo (eppure non era difficile: l'avevano capito tutti!), e trascinandoci nelle conseguenze della sua hybris.
Questo paese saprofita ci è stato dipinto per decenni da coorti di pisciapenne prezzolati come una potenza che investiva in ricerca e tecnologia (solo qui avevate potuto vedere i dati) e che in quanto tale aveva un vantaggio competitivo che le permetteva di crescere più degli altri (?) grazie al rilevante flusso di esportazioni, quando in realtà il vantaggio competitivo era determinato esclusivamente da una riforma del mercato del lavoro che le consentiva di tenere il tasso di crescita dei salari reali sotto quello della produttività, come altresì vi avevo fatto vedere qui, nel post su Lampredotto:
E quindi, cari amici, di che cosa vogliamo parlare? Con cotanta locomotiva è ovvio che non andremo da nessuna parte. L'euro è irreversibile? Certamente, e chi ha mai detto il contrario!? La prima volta che andai in televisione dissi che non saremmo usciti noi da lui, ma lui da noi, perché il suo essere irreversibile non oblitera, ma anzi rafforza, il suo essere insostenibile!
Quindi calma: ora noi siamo in relativa sicurezza: lasciamo che si divertano fra loro i carolingi, i lotaringi, e i germani (o quel che ne resta).
Il nostro problema non sono loro. Il nostro problema sono i cretini, e quello sì che, come avrete capito, è un problema irrisolvibile, ma meno grave di quanto possa apparire, perché per quanto vogliano ripetersi che la Terra è piatta e la Germania è una locomotiva, la curvatura si vede a occhio nudo, a differenza della crescita tedesca (che non c'è mai stata). I fatti hanno la testa dura, e possiamo tranquillamente lasciare che i cretini li prendano a capocciate. Noi teniamo la barra dritta e non lasciamoci distrarre.
(...la prossima settimana vi annuncio il click day: Giacché, Balzano, Borghi, Galli, Gaiani, ecc....)
(...ah, lo so che tu, che ti credi più fregno degli altri, non hai riletto i due post del febbraio 2012: questa notte ti apparirà in sogno Canne, cioè, scusa: Spinelli! Io ti avevo avvertito...)