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sabato 7 marzo 2020

AS 1746

(...ho bisogno di scrivervi, ma appena comincio, il cellulare impazzisce. Le notizie, ora, le saprete anche voi...)


Ancora una volta mi rendo conto di avervi trascurato, ma vi sarete resi conto che gli impegni aumentano. Oggi ero in Senato a riordinare la scrivania, e così mi sono messo a disposizione per intervenire al Tg1. Poi, visto che il tempo era clemente, e che la settimana era stata piuttosto intensa, ne ho approfittato per fare due passi con la mia Uga, che viene volentieri in centro, come sapete.

Ne ho approfittato per spiegarle che la propaganda globalista:


(qui a Roma affidata da 480 anni ai soliti noti) per quanto accattivante possa essere, inevitabilmente falsa la prospettiva:


Capita che quando vai a controllare le cose (in questo caso, il tamburo della cupola) non le trovi dove ti aspetteresti di trovarle, e dove dovrebbero ragionevolmente essere, e questo per il solito motivo: l'austerità. In fondo, una cupola finta ho idea che costi meno di una cupola vera. E mi sovveniva non l'eterno (e le morte stagioni), ma un altro luogo dove avevo incontrato, senza minimamente aspettarmelo, l'autore di tanta propaganda: giù al Nord, a Mondovì, dove il suo estro barocco per la prima volta si era manifestato:


glorificando il Patrono delle Missioni, in un prequel dei più famosi sott'in su romani (anche qui, un tempio sovrapposto al tempio, e il cielo in una stanza...).

Si stupiranno i tanti sciocchi che "ora c'è la Cina!" nell'apprendere che Francesco Saverio in Cina ci era arrivato 468 anni fa, cioè 281 anni dopo un altro italiano che gli italiani, almeno quelli di una certa età, dovrebbero conoscere. C'era arrivato, Francesco Saverio, per morirci nello stesso anno in cui nasceva un suo confratello che i lettori di questo blog conoscono, Matteo Ricci, quello vero (di quello fasullo non mette conto parlarne), che in Cina sarebbe a sua volta arrivato trent'anni dopo...

Mi ricordo ancora, 3115 giorni fa, quell'incontro inatteso a Mondovì con Andrea Pozzo, che mia madre mi aveva presentato a Roma, proprio dove oggi io l'ho presentato a mia figlia.

Voi non mi conoscevate, a parte i pochi che avevano letto il mio articolo per il manifesto, un articolo che aveva avuto una risonanza minima, se comparata a quella poi raggiunta, ma che già mi inquietava, mentre nel silenzio dell'Accademia Montis Regalis mi preparavo su questo cembalo italiano che ricordo con simpatia:


alla Vittoria trionfante, nel salone di Palazzo Rosso, quello stesso che mi avrebbe visto 2937 giorni dopo impegnato in tutt'altra performance (ma di quel concerto mi ricordo soprattutto un pezzo tedesco). Ricordo come cercavo di venire incontro alle perplessità di Francis (un artista di incredibile spessore, che vi meritate di sentire in una registrazione professionale), spiegandogli le mie preoccupazioni sulla situazione in cui s'era messo il paese, e su quella in cui m'ero messo io.

Il dado era tratto, in qualche modo lo sapevo, lo sentivo, ma altro era rendersene pienamente conto...

Oggi, in tanto sfarzo, in tanta magnificenza, notavo per la prima volta l'Annunziata di Filippo della Valle,


un minore del XVIII secolo, per quanto, ai suoi tempi, Principe dell'Accademia di S. Luca. Educato da piccolo fiorentino a snobbare la magniloquenza del barocco romano, ne riscopro ora l'espressività, alla soglia della sessantina (sì, siamo ancora a 58, ma invecchiando il tempo accelera: non rimpiangete anche voi il tempo dilatato dell'infanzia? Ma è l'attesa a dilatare il tempo, e col crescere, diminuiscono le cose da aspettarsi, e diminuiscono le sorprese...).

Per strade popolate di personaggi noti:


mi accostavo agli augusti penetrali:


dove ci accoglieva l'altezzoso padrone di casa:


Fuori, sbiadita, persisteva la modernità:


La lasciavamo senza sforzo alle nostre spalle perdendoci negli infiniti dettagli della Creazione


e negli accordi del Veronese


Le pareti, le volte raccontavano storie: il giglio dei Farnese, la colomba dei Pamphilj


Dietro un angolo ci aspettava un vecchio amico, che uno studente di quelli di oggi chiamerebbe, probabilmente, Innocenzo "ics" (mentre a noi difficilmente verrebbe in mente di menzionare Malcolm decimo):


Un ultima lama di sole accendeva per noi la Galleria degli Specchi:


dove tutto era incanto: gli incastri del cotto nel pavimento:


come la gigantomachia sulla volta:


Anche qui, propaganda (ma quanto era bella, una volta, la propaganda!), perché, si sa, i Pamphilj discendevano, via Numa Pompilio, da Ercole, e quindi da Giove (niente meno), sicché erano tutti orgogliosi di mostrare un episodio della loro storia di famiglia (ricordate le diapositive delle vacanze?), in cui il loro capostipite era stato costretto a ricorrere al figlio di Alcmena per porre termine a un dibattito troppo acceso. Di questo resoconto incaricarono un altro minore del XVIII secolo (quanto sono immensi i minori nel nostro Paese...), che diligentemente riferì altri fatti salienti dell'exemplum virtutis: l'uccisione dell'idra:


la cattura del toro di Creta:


Tramandavo alla mia piccina queste storie così come erano state tramandate a me.

Ci perdevamo nelle sale laterali, squassati dalle tempeste del Cavalier Tempesta:


Proseguivo il mio intermittente corso di iconografia: "Chi è questo?" "..." "San Girolamo!" "Ma non c'è il leone!" "Eh, no: se guardi bene, il leone c'è!":


Annibale Carracci mi offriva l'occasione di ricordare alla mia non più bambina alcune elementari regole di prudente condotta:


(un richiamo alla virtù che mi rinviava ad altri, più cari ricordi, ma questo lo capirà una sola di voi).

Per una volta, dopo giorni convulsi (e prima di giorni ancora più convulsi, come diventa sempre più chiaro mentre vi scrivo), mi prendevo il tempo di perdermi negli infiniti dettagli che lo scrupolo dell'artista aveva consegnato alla posterità:


In una gerarchia ostentatamente rovesciata, il carro di Apollo, un mero pretesto: l'upupa, la ghiandaia, il rigogolo, la cinciallegra, la gazza, il martin pescatore, il cardellino, la civetta, veri protagonisti, ritratti con lo scrupolo del naturalista, e con la naturalezza del virtuoso (e la gru, e la cicogna...).

A noi, perennemente disciplinati dai mercati, tornava di conforto sapere che c'è chi i mercati li disciplinò, e regolarmente torna a disciplinarli (e mi sa tanto che ci risiamo):


Ovunque la qualità, quella che resiste al tempo, quella che si nutre di volontà espressiva e dell'umiltà vera, l'umiltà della tecnica. Donna Olimpia, severa, consegnata al marmo dall'Algardi, ci osservava passare:


lei, che con la sua capacità politica, e coi suoi quattrini, aveva fatto papa il cognato (il sullodato Innocenzo ics...). Quanto attuali sono certe storie, e quanto ci sarebbe da imparare...

Poi, dopo una breve rampa, alcuni vecchi amici che nemmeno ricordavo abitassero lì:


Con una parete così, mi dicevo, ci fai mezza Europa "virtuosa", in effetti. Ma perché non si riesce a convivere in pace? Perché tanta avidità? Perché? E la risposta era, appunto, davanti ai miei occhi...

La serenità di Tiziano:


e di fronte Caravaggio:


Dal Nord ci provenivano le memorie della piccola glaciazione:


e quelle di fatti "risalenti", come direbbero i giuristi:


...e naturalmente non ci può essere galleria senza un San Sebastiano: questo, di genere sereno. "La freccia sembra tatuata!" In effetti, è così. Sebastiano, spesso rappresentato insieme a Rocco, perché entrambi, in tempi diversi, sopravvissero: il primo alle frecce, il secondo all'epidemia. E così speriamo sia di noi...


Nella premura di perdere tempo, ci siamo anche attardati nella chiesa attigua:



Quante volte c'ero passato davanti, senza entrarci, e quante storie raccontano le sue pietre...

Ma ora tiriamo le fila del discorso.

Da domani, o più probabilmente da dopodomani, passare una giornata simile sarà precluso a molti cittadini del Paese. I motivi sono noti, e sono seri. Dobbiamo essere responsabili e disciplinati, per il bene nostro e dei nostri cari. Certo, sarebbero rassicuranti, in un momento in cui dobbiamo unirci contro un nemico invisibile, maggiore coinvolgimento e minore cacofonia. Sta anche a noi ottenerli, se non altro, con l'esempio. Quindi, io ora altro non dico, se non che, senza sapere se, quando, e in che condizioni potrò contribuire a convertirlo, ora mi studio l'AS 1746: questo è il testo, questo è il dossier, e questa la nota di lettura (a beneficio di quelli che ancora ragliassero di "scaldare le poltrone").

Non abbiamo bisogno di ripetere a noi stessi che queste misure sono largamente insufficienti: ormai è chiaro a tutti. Ma non saranno inutili, almeno a me. Studiandole, in silenzio, nella vostra invisibile compagnia, mi sentirò di appartenere alla maggioranza degli italiani: quelli che, comunque la pensino, e comunque la pensi chi li governa, fanno il loro dovere.

Così farete voi.

Good night, and good luck!

sabato 30 giugno 2018

Le infinite


(...towards Pontida...)


Sempre odioso mi fu quel roco “urge”,
E quella fretta, che da tanta parte
Del politico agire ognuno esclude.
Ma vivendo e studiando, interminati
Spazi di là da quello, e sovrumani
Obiettivi, e infinito potere
Io nell’agir constato; ove per poco
Il cor non si spaura. E come l’urge
Odo gracchiar tra le mie email, io quello
Infinito potere a questo urge
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e l’urger suo. Così tra questa
Urgenza non s'annega l’agir mio:
E naufragar vi lascio in questo urge.


(...le infinite email, con il corredo di infinite rotture di coglioni... Urge, urge, urge! Qualche giorno fa parlavo con Giorgetti: "Non voglio nemmeno immaginare cosa possa essere il tuo telefonino...". Il mio, quando i gazzettieri presunsero che io volessi diventare sottosegretario, rischiò di fondersi - apprezzate il genio: se volessi qualcosa, per prima cosa lo farei sapere a loro, no? Ragazzi, non so come dirvelo: ci avete votato, giusto? E avete fatto bene, ma era scontato: peggio del PD non potremmo fare nemmeno volendolo, anche perché ne mancano i presupposti: tutto quello che poteva essere distrutto da comportamenti incauti o rapaci è già stato distrutto, con pochissime eccezioni sulle quali stiamo già lavorando. Quindi fidatevi, e lasciate che alle priorità ci pensiamo noi. Sono nel dibattito da sette anni, e sono sette anni che ogni sette giorni qualcuno arriva e mi parla di qualcosa che secondo lui è un punto di non ritorno, anzi:

IL PUNTO DI NON RITORNO

le colonne d'Ercole della politica, oltre le quali - urge! urge! urge! - qualsiasi spazio di ragionevole azione politica sarebbe irrimediabilmente precluso, e si aprirebbero scenari distopici, orwelliani, dai quale urge (urge! urge! urge! urge!) preservarsi, facendo esattamente la cosa tale o tal'altra, la cui urgenza urge capire: è questione di vita o di morte. I volenterosi carnefici dell'urge (carnefici delle mie gonadi, si intende) non sono minimamente sfiorati dalla constatazione di un singolare isomorfismo: quello fra il loro "urge" antisistema e il simmetrico "fate presto" di sistema. Uno si sfianca a far capire che forse per combattere efficacemente l'avversario bisogna sovvertirne le categorie, e quindi il lessico ed il metodo, e gnente: intorno è tutto un "urge stampare moneta", o qualsiasi altra urgenza urga all'urgitore di torno. Poi dice che uno non ce la fa più! Ma io ce la faccio ancora, perché dentro di me, oltre alla parodia, porto l'originale. Noi vinceremo, perché Deus vult, perché siamo qui, perché la globalizzazione e, soprattutto, i suoi utili idioti di sinistra, hanno tirato troppo la corda, perché viviamo ora una reazione che è comparabile per intensità, e sarà comparabile per durata, a quella che due secoli fa fu provocata dal cosmopolitismo borghese dei philosophes. Quindi: calma! Non urge. Credetemi. Niente trionfalismi - non abbiamo ancora vinto - ma anche niente ansie: non possiamo perdere. Sarebbe utile distinguere fra battaglia e guerra, fra tattica e strategia. Ma fra le tante cose che non urgono, non urge nemmeno questo. Chi è qui e mi ha conosciuto sa cosa pensare. A chi arriva ora non ho molto da dire: ogni percorso inizia dal primo passo, non dall'ultimo, e capisco che sia complesso a chi arrivi da fuori capire cosa succede qui. Ma, appunto, nell'immensa vastità del non urge, non urge nemmeno capire questo. Semplicemente, succede, e continuerà a succedere...)

lunedì 27 novembre 2017

Emigranti (la sede)



(...la foto non è venuta un gran che bene: quando verrete a trovarmi capirete perché...)


Quelli che vedete sono quattro acquerelli di Lucia Lamberti, un'artista italiana che segue questo blog, come altri, o almeno lo seguiva qualche anno fa. Mi fermò al Goofy2 (domenica 27 ottobre 2013), per offrirmi, con una dedica scritta su un biglietto Eventbrite che ancora conservo, quattro suoi lavori da una serie di dieci, esposta nel giugno 2009 al consolato italiano di Bruxelles. I lavori sono, dall'alto al basso e da sinistra a destra (come normalmente si legge): L'ingegnere, Ultimo a destra, L'antenna, Alta pressione. Raccontano le storie di suo padre, Vincenzo, che da Mercato San Severino andò nel nord Europa a cercare lavoro. Poche foto provenienti da questa esperienza sono servite da traccia per la serie di acquerelli, che raccontano il lavoro, e la sua precarietà. "L'instabilità e la disappartenenza", dice Antonello Tolve nel catalogo dell'esposizione.

Per anni questi acquerelli sono rimasti sul coperchio del pianoforte. Non avevo dove metterli, non avevo il tempo di guardarli, non avevo, in effetti, il tempo di nulla.

Da novembre è diventata operativa la nuova sede di a/simmetrie. Finalmente ho avuto il tempo e il modo di mettere nel giusto risalto questi lavori. Sono di fronte al mio studio e ci passo tutte le mattine. Penso ai nostri emigranti passati e a quelli futuri. Mi ricordo quanto scrivevo nel 1997:


Parole che mi sembravano ovvie, e delle quali certamente non capivo allora tutta la rilevanza. Veramente, allora, non la capiva nessuno: si era ancora ai proclami in favore della mobilità dei fattori vista come bene in sé e per sé. Proclami ideologici e disumani, perché non si trovava, in essi, alcuna considerazione dei costi umani, per chi deve partire, e per chi deve accogliere questa cosa, il lavoro, che non è una cosa: sono esseri umani. Anzi! Chi questi costi li riconosceva, come il compianto (per antonomasia e antifrasi), attribuiva loro una funzione pedagogica! La medicina, si sa, deve essere amara.

Ora, ogni sera, quando chiudo il Pc, come sto per fare, passo davanti a questi quattro lavori, me li guardo, e mentre torno a casa penso se sto facendo abbastanza per difendere il diritto di ogni essere umano di rispettare le proprie radici.

Ci sono voluti quattro anni per dar loro una sistemazione consona. Questo è stato possibile grazie alla vostra generosità, che mi permette di avere una sede decente, e quindi di dare il giusto riscontro al vostro lavoro, a partire da quello degli artisti, come Lucia, per procedere con quello dei tanti altri che condividono con me esperienze o conoscenze di altra natura, ma tutte utili.

Certo, io sono solo, e sono il punto focale di una comunità di parecchie migliaia di persone. Per riuscire ad avere relazioni sia pur minime, essenziali, con voi, e anche per poter aumentare l'efficacia della mia azione, è necessario assumere personale che mi liberi da alcune incombenze, e mi restituisca spazio per dedicarmi alla ricerca, e a voi. Come forse non avrete visto, abbiamo cercato su LinkedIn un professionista che potesse aiutarmi. Il Numero due (aka Emilio Largo) mi ha detto, con grande soddisfazione, che l'annuncio ha avuto un successo spropositato: se non ho capito male (non sono su LinkedIn) hanno risposto in 400, per un profilo professionale dove normalmente le risposte sono poche decine. Ora è stata fatta una shortlist. Gli squali del Numero due sono belli grassi: presto vedrò i pochi candidati superstiti, e ne sceglierò uno. Il nostro sito è fermo, i nostri social sono fermi, le nostre collane sono ferme. Di quello che mi è successo negli ultimi due anni sapete solo una piccola parte, ma ho resistito e ora sono di nuovo efficiente (e qualcuno ha avuto la gentilezza di notarlo). Certo, da solo non riesco a rimettere tutto in moto, ma è proprio ora, mentre il nemico si crogiola nelle sue illusioni che rapidamente si sfaldano, che occorre potenziarsi, per poter essere sufficientemente incisivi al momento opportuno.

Parleremo (anche) del da farsi al #goofy6, con chi ci sarà.

A presto!

mercoledì 17 maggio 2017

PIIGS (il film)

(...ricevo da un amico questa recensione che vi sottopongo. Il film è piaciuto anche a Vladimiro Giacché. Sotto vi dico cosa ne penso io...)



Tre giovani registi indipendenti hanno realizzato un film documentario “Piigs” che ricorda per alcuni aspetti “Inside Job” (documentario del 2010 sulla crisi finanziaria USA) e le storie proletarie di Ken Loach, con riferimento a una Cooperativa sociale costretta da molte difficoltà a causa dei vincoli e le restrizioni imposti ai finanziamenti pubblici. Narrato da Claudio Santamaria e con interviste a Noam Chomsky, Yanis Varoufakis ed Erri De Luca, e ad altri economisti [Ndc: altri?] esperti di economia europea e internazionale tra cui spiccano Paul De Grauwe e Warren Mosler, il film lavora su vari livelli e con l’ausilio degli esperti di economia riesce a chiarire con sufficiente rigore intellettuale gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure di politica fiscale restrittiva imposte agli stati europei dopo l’adozione della moneta unica. In particolare attraverso il piano macroeconomico, ben descritto da De Grauwe, si comprende l’effetto pro ciclico delle misure adottate sotto forma di riforme strutturali nei vari paesi (essenzialmente Italia e Grecia, ma chiaramente anche Spagna e Portogallo) e il fallimento cooperativo che ha caratterizzato l’azione dei governi di fronte alla crisi del 2009 e le sue fasi successive. Il mancato realizzarsi di una piena cooperazione tra i paesi dell’area euro sotto forma di una pronta e adeguata redistribuzione fiscale dal centro alla periferia (Piigs), in presenza dello shock esterno USA della crisi bancaria e l’avvitamento nella recessione che ne consegue. Il fattore ideologico sottostante, relativo all’ideologia dominante nelle stanze del potere, di chiara matrice neo liberista è ben tratteggiato anche grazie alle efficaci interviste a Milton Friedmann dipinto come il demonio liberista. Sul piano microeconomico l’io narrante (Santamaria) riesce attraverso le parole di Mosler a esemplificare bene come non ci sia frattura tra gli effetti microeconomici e macroeconomici delle misure adottate per smantellare lo stato sociale in Europa. La crisi importata dalle banche USA costringe i Piigs, a causa dell’impossibilità di compensare lo shock esterno con una svalutazione del cambio, a ripiegare su pesanti misure di deflazione interna, che colpiscono sul piano microeconomico le aziende più deboli che si fondano sul volontariato, fino alla penosa umiliazione degli esseri umani che le compongono…
Sul piano più alto delle ideologie, dell’analisi geopolitica e spiccano le parole di Chomsky, Erri De Luca e la testimonianza diretta di Varoufakis. Alla radice del male sociale resta, secondo la maggioranza degli intervistati, il disegno incompleto dell’euro, dove a fronte di una partenza con chiari svantaggi comparati per i Piigs non è stato disegnato un corretto schema di piena cooperazione e redistribuzione fiscale dai paesi vincitori ai vinti, né un adeguato meccanismo di uscita graduale per chi non riesce a nuotare con destrezza. L’euro resta un motore apparentemente immobile, ma è in realtà un satellite in rotta di collisione con la terra (proprio come nel film Melanconia la luna) e gli stessi artefici della costruzione dell’Hotel California  ammettono oggi l’esistenza di numerose asimmetrie nella possibilità di intervenire a favore degli stati e di classi intere della popolazione, che soffrono gli effetti dell’austerità fiscale eccessiva, una volta che gli stati si siano trasformati da distributori di beni e servizi per gli svantaggiati a meri impostori, ossia prenditori di tasse sempre più alte. Il film si chiude con le parole di Erri de Luca che sottolinea come gli aspetti demografici (sempre alla radice degli effetti economici) siano ancora (lievemente anche per effetto dei controlli dei media) a sfavore degli oppressi, una classe di pochi e male organizzati giovani individui contro la classe dominante dei vecchi artefici, che non mollano l’osso già ampiamente spolpato e faticosamente conquistato nel dopo guerra.


(...cosa ne penso? Che chi parla di disegno incompleto dell'euro non ha capito cosa sia l'euro, cioè non ha letto il libro che spiega cos'è - o i paper sui quali quel libro si basa, un po' meno accessibili. Penso anche che chi consente a certi personaggi di presentare le cose in questo modo non sta facendo un'informazione molto scrupolosa: siamo pur sempre nel 2017! Questo ovviamente nulla toglie al valore artistico, e magari anche politico, del film: alla fine laggente si convincono con le mozzioni, più che con le quazzioni, e quindi se vogliamo che laggente si ribellano, un discorso non pienamente coerente, ma emozionalmente forte, può avere un suo valore. Bach e Baglioni hanno in comune due lettere e dodici note: è pur sempre un inizio... D'altra parte, voi lo capite bene: perché mai al mondo Nord e Sud avrebbero dovuto cooperare? Perché mai si sarebbe dovuta verificare una redistribuzione da Nord a Sud? Che fosse necessaria lo si sapeva - Mundell (1961) - e che non fosse politicamente proponibile anche - Kaldor (1971). Quindi? Quindi il disegno era perfetto e ha prodotto i risultati che doveva produrre: la distruzione del welfare, come era chiaro a Featherstone (2001). Piagnucolare "autteità bbutta attiva" come il fariseo De Grauwe non ci porta da nessuna parte. Il piddino andrà al cinema, verserà la lacrimuccia, uscirà sentendosi migliore, penserà che il giorno dopo, oltre a ritirare i vestiti in lavanderia, dovrà anche chiedere "un'altra Europa", poi se ne dimenticherà - dell'Europa, non dei vestiti - e la cosa finirà lì. Quando nostro Signore ha detto che "la verità vi renderà liberi", non si è dimenticato di aggiungere "diffidate dalle imitazioni": lo ha semplicemente scritto fra le righe. Questo il mio pre-giudizio. Dopo di che, segnalare - andando a vederlo - che un lavoro su questo tema interessa è comunque un atto politico importante, quindi se vi capita andateci. Pare che sia un film bello, e il valore estetico prescinde dal contenuto politico: l'Iliade è un elogio dell'imperialismo, che è una cosa brutta, ma può evidentemente essere raccontata in modo bello - ancorché lievemente sessista. Lì la colpa, anziché dell'austerità, pare fosse di Elena: ma chi sa leggere fra le righe capisce benissimo com'era andata. Può anche darsi che smentiate il mio pregiudizio: magari qualcuno ha già elementi per farlo. Certo, Erri De Luca - economista come Scacciavillani - che fomenta la guerra intergenerazionale fra poveri non è un buon viatico, come non lo sono il compianto Donald o Efialte. Però su questo sarei indulgente: se vuoi fare un film che laggente vedono, devi usare pupi che laggente conoscono. Bene, vi lascio: devo rispondere a John, e devo andare a suonare a Gavirate della musica che laggente non capiscono...)