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venerdì 7 aprile 2017

ASN chi legge


(...volevano scrivere sì, me li scusino...)

Tutti i particolari in cronaca...

(Grazie. Senza le vostre segnalazioni non avrei mai saputo che potesse esserci qualcuno di così scemo da ritenere che una svalutazione della valuta nazionale dell'x% causerebbe un aumento del prezzo della benzina dell'x%, e non avrei scritto questo; non avrei mai potuto immaginare che la portinaia proprio non arrivasse a capire come mai lo scarto fra produttività francese e italiana è andato aumentando dall'entrata nell'euro, e non avrei scritto questo; non mi sarei posto tante domande, che mi sono posto perché me le ponevate voi, e non avrei cercato, e qualche volta trovato, le risposte. La mia produzione non l'ha stimolata l'ANVUR, il nuovo Ministero della Verità: l'avete stimolata voi, con la vostra ansia di sapere, un'ansia per me commovente, perché a me, sinceramente, di sapere non importava molto, come non importava molto fare carriera. Anche di questa futile smania vi sono debitore: mi ci sono messo, a far concorsi, quando ho capito che dovevo farlo per voi, per evitare che veniste liquidati come "seguaci" di uno squilibrato, marginale, accademico fallito di provincia. In questo paese infestato da cialtroni e da traditori - i nomi purtroppo li sappiamo - da conformisti e da smidollati, era piuttosto fisiologico che si tentasse di marginalizzare chi vi riportava le limpide verità consegnate agli annali della disciplina da personaggi di un certo spessore. Ma a chi ci ha provato con me è andata piuttosto male, come forse ricorderete - e comunque non è il caso di fornire qui i dettagli... Certo, occorreva che anche voi poteste opporre all'unico argomento delle pecore piddine - la fallacia ad auctoritatem - un argomento che esse fossero in grado di alloggiare nella loro angusta scatola cranica. Ora lo avete, o meglio: cominciate ad averlo, perché l'abilitazione non è la cattedra. Poi bisogna che qualcuno ti si prenda, e la vera battaglia è questa: i soldi sono pochi, gli aspiranti sono molti, le politiche dei dipartimenti non le decidono gli aspiranti, ma gli ordinari dei rispettivi dipartimenti, che sanno loro di cosa hanno bisogno e perché. Ma io su questo sono sereno. Ieri ho concluso il mio intervento dai comunisti di Albano constatando serenamente che se, come è ormai chiaro, perfino diventando presidente degli Stati Uniti si può riuscire a non contare un cazzo, non era il caso di stare in ansia per una cattedra di ordinario in P/02. Se me la sarò meritata l'avrò, possibilmente senza togliere nulla a nessuno - altrimenti non sarebbe un miglioramento paretiano. E siccome me la sono meritata l'avrò. Il mercato è il mio pastore, non manco di nulla...)

(...per inciso: sul mercato la penso come il compagno Rizzo: però, a differenza di lui, che è propenso alle battaglie campali, a me piace fare guerriglia behind the enemy lines, o, se volete, mi piace sfruttare la forza dell'avversario...)

(...ah, naturalmente non c'è motivo per non fare ex post il lavoro che abbiamo fatto ex ante: o meglio, un motivo c'è: sono piuttosto occupato da due revise&resubmit in classe A. Cose che capitano ai margini della comunità scientifica...)

venerdì 25 dicembre 2015

Da Ventotene boys a Chicago boys: lo spiaggiamento della sinistra

(...Diego Fusaro ha curato per Phenomenology and mind un numero speciale intitolato La filosofia e il futuro dell'Europa  - è il numero 8 del 2015 e attualmente lo trovate qui. Avendomi invitato a partecipare, ho accettato con piacere, sia per l'amicizia che ci lega, sia per la qualità degli altri partecipanti. Faccio alcuni nomi alla rinfusa, fra quelli che certamente conoscete: Habermas, Urbinati, Cacciari, Spinelli (figlia), Spinelli (padre, ristampato), Becchi, ecc. Come vedete, c'è un po' di tutto, e soprattutto c'è molto. Non sono ancora riuscito a leggere i contributi degli altri (sono in vacanza, ma la passerò lavorando, e farò anche questo), anche se, come dire, in alcuni casi non mi aspetto enormi sorprese. In ogni caso, qua sotto potrete mettere le vostre recenZioni.

Per i motivi che spiego appunto nel mio intervento, intitolato Europes paradoxe's, la mia non scelta (perché non avevo scelta) è stata di esprimermi in inglese. Mi rendo conto che questo potrebbe dispiacere ai diversamente europei che mi seguono. Chiederò, con calma, alla gentile editor della rivista, la professoressa De Monticelli, il permesso di tradurre in italiano tutto il mio contributo. Alcune cose le sapete già, e fanno parte del capitolo "Manuale di illogica europea" de L'Italia può farcela (per motivi misteriosi la nota nella quale specificavo che:

This paper draws heavily on chapter 2 of Bagnai (2014). I would like to thank, without implicating, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vladimiro Giacché, Paolo Gibilisco, Paolo Ortelli, Marco Palombi, Mimmo Porcaro, for useful discussions and constructive remarks on the previous version. Christian Alexander Mongeau Ospina and Gianluigi Nico provided valuable research assistance. Erica Tuttle and an anonymous referee helped me in improving my English. Any remaining errors are mine, and I proudly acknowledge them, since they will reinforce my argument that it would be extremely difficult to build a truly democratic supranational political process in a set of countries where even academics run into difficulties when speaking the koiné language.

è scomparsa, ma va bene così). Come sapete, però, a me non piace ripetermi. In quattro anni di dibattito avrò tenuto un'ottantina di conferenze parlando sempre a braccio e non dicendo mai le stesse cose. Quindi anche in questo caso ho portato avanti il discorso, traendo spunto dal pubblico al quale mi rivolgevo, un pubblico strutturalmente piddino nel senso antropologico ben preciso che qui abbiamo dato al termine: seguaci di Etarcos, persone che sanno di sapere, e che quindi hanno fatto del rifiuto di aprirsi alle ragioni altrui un principio metodologico.

Una delle infinite sfaccettature di questa adamantina corazza è il derubricare a "mero tecnicismo", per lo più sospetto di bocconianesimo, qualsiasi richiamo alla natura economica della crisi economica che stiamo vivendo. Quindi se parli di economia sei "de destra", e soprattutto sei limitato, perché i problemi "sono ben altri" (con quella che Gadda etichettava come "pastrufaziana latitudine di visuali" e che oggi si definisce più in sintesi "benaltrismo"). Un atteggiamento che legittima il rifiuto di capire, per mera e squallida pigrizia mentale, i semplici meccanismi economici dalla cui logica (umana, come tutte le logiche, ma non per questo meno cogente) deriva la natura classista e distruttiva del progetto europeo.

Insomma: il volare "alti" consente ai nostri intellettuali, magari anche marxisti, di opporre un sereno "io pell'economia nun ce sò portato", senza che questa ammissione di fallimento cognitivo suoni come una diminutio del loro ruolo sacrale di portatori del Verbo. Già. Perché l'ethos piddino ammette che dal panorama di quello che loro chiamano "cultura", cioè dall'agglutinato e incoerente groviglio di imparaticci apodittici ed autoreferenziali defecati nelle loro auguste fauci da Scalfari e ricacati dal loro augusto ano nelle fauci dei propri allievi, da quel panorama sia esclusa la matematica, e più in generale tutto ciò che è numero (la musica, l'astronomia...). Altra cosa poco coerente con le radici della nostra civiltà (uno de passaggio: Pitagora), e che faceva molto imbestialire il Gaddus, come chi sa sa, e chi non sa non meritava, evidentemente, di sapere. Sono triviali, i nostri piddini, cioè circoscritti al Trivio, e in questo, devo dire, più che pre-novecenteschi sono pre-medievali (in piena coerenza col fatto che, senza rendersene conto, auspicano o comunque inconsapevolmente tendono a realizzare una società parafeudale, quella del capitalismo assoluto, come lo definisce Diego, il cui luogo di riproduzione culturale è appunto la "sinistra", sempre secondo Diego, cioè quella che noi abbiamo definito gens piddina, ma senza attribuirle una precisa collocazione nello spettro politico, perché di gente che sa di sapere ce n'è un po' ovunque...).

Come vedrete, la mia strategia per smontare questo atteggiamento cialtrone e odioso è quella di evidenziare come in effetti basti veramente un minimo di buon senso non dico per afferrare compiutamente i meccanismi economici della crisi (dai, diciamocelo: qui siete più di tremila, ma se avete capito in trenta è un miracolo, e questa stima dell'1% è da parte mia uno sterminato gesto di fiducia nel genere umano: lo confermano i racconti delle vostre frustrazioni, e molti dei vostri commenti sui quali non intervengo, perché sono molto stanco anch'io, e non mi sento di esortare gli altri a fare una cosa che a me pesa ogni giorno di più: studiare), dicevo: basta un minimo di buon senso non tanto per afferrare i dettagli, quanto per essere indotti in un ragionevole sospetto.

Quando due intellettuali di caratura, percorso, appartenenza così radicalmente differente come Oscar Giannino e Barbara Spinelli difendono lo stesso progetto politico, possibile non sentire una dissonanza? Quando persone appartenenti al mondo dell'alta finanza (possibilmente speculativa) si mostrano così solleciti nella difesa del potere d'acquisto dei poveracci (che va ovviamente preservato dall'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione), non sembra anche a voi che ci sia qualcosa di strano? Certo, una possibilità (perché escluderla?) è la filantropia, ma l'altra è che siccome le categorie interpretative della realtà a voi provengono dai media, e siccome i media sono controllati da chi ha i mezzi per farlo, forse certi discorsetti su cosa sia meglio per voi riflettono l'interesse di chi paga i media, che forse (ma solo forse, eh!) non coincide esattamente col vostro. Il giuoco del calcio vi ha fatto credere di avere un interesse in comune col capitale: il trotzkista gobbo di Torino (un abbraccio, spero di rivederti presto) aveva col padrone Agnelli il comune interesse della vittoria della Juve. Ma credo che molti abbiano perso di vista che la sfera degli interessi comuni non si estendeva molto al di là del giuoco del calcio.

Resta per me misterioso come a sinistra non si capisca che aderire all'ideologia eurista significhi condannarsi ai suicidio. Attenzione! Questo fenomeno è rilevante (e preoccupante) quale che sia il vostro colore e la vostra appartenenza. In un mondo nel quale l'unico valore è la stabilità dei prezzi non c'è ovviamente posto per il sindacato. Questo perché se erigi a unico valore la stabilità dei prezzi, muovi da una visione del mondo nella quale è implicito che essa sia garantita da una Banca centrale indipendente, che quindi rimane l'unica istituzione arbitra della distribuzione del reddito. I sindacati e i partiti non hanno, in effetti, più alcuna ragion d'essere. Ora, se questo è traumatico e suicida per la "sinistra", non lo è molto meno per la "destra", e il caso Berlusconi dovrebbe averlo dimostrato. Mi sembra abbastanza evidente che come qualsiasi istituzione che pretenda di sostituirsi (o sia considerata sostituibile) al sindacato nella tutela del lavoro ovviamente cannibalizza, evira, trita, asfalta (scegliete voi) il sindacato, così qualsiasi istituzione pretenda di comprimere il ruolo della politica è ovviamente per definizione e in re ipsa nemica della politica. Il mondo delle "regole (fisse) europee" è quindi un mondo che qualsiasi intellettuale minimamente preoccupato per la tenuta della democrazia dovrebbe guardare con sospetto, salvo essere un traditore (probabilità 15%) o un completo coglione (probabilità 85%).

Così è stato finora.

Nell'articolo, fedele al mio principio merkeliano di "fare i compiti a casa", ho deciso comunque di affrontare il tema da una prospettiva progressista. Vi fornisco qui un breve estratto, che spero possa fornirvi materiale per le vostre tombole natalizie, esortandovi sempre a non entrare in polemica coi piddini. Limitatevi a dirgli, con il massimo di fermo disprezzo compatibile con la tenuta complessiva della serata, che quello che hanno da dire non vi interessa perché fra un anno, quando avranno perso il lavoro o il conto in banca, il loro discorso cambierà, e passate elegantemente ad altro. In altre parole: marcate in modo incisivo, ma non petulante, il vostro punto, in modo da evitare che gli imbecilli, dei quali il numero è infinito, vengano poi da voi a spiegarvi fra un anno cosa c'era che non andava, ma per nessun motivo rovinatevi la festa. La violenza fisica non rientra nello spettro delle scelte ammissibili: principio che qui condividiamo tutti anche perché chi non lo condivide viene subito accompagnato ai giardinetti.

E adesso, divertitevi...)





(...da Europe's paradoxes, la traduzione del paragrafo 2.3: Exchange rate flexibility and the stranding of the Left, a cura del vostro affezzzzionatissimo...)



La flessibilità del cambio e lo spiaggiamento della sinistra

Il successo del lavaggio del cervello neoliberista è incontestabile. Il suo maggior risultato è stato quello di instillare nella maggioranza degli intellettuali progressisti la “cultura della stabilità” monetaria in almeno due forme particolarmente insidiose. Innanzitutto, attraverso l’idea che i benefici delle “svalutazionicompetitive” siano illusori. Poi, attraverso l’idea che l’inflazione abbia conseguenze avverse sui redditi delle classi subalterne.
L’adesione incondizionata dei pensatori di sinistra alla Grundnorm della comunità finanziaria equivale in termini intellettuali allo spiaggiamento dei cetacei: un fenomeno tanto letale quanto difficile da comprendere. Lasciando da parte il fatto che l’infondatezza della “cultura della stabilità” è ormai posta in evidenza non solo dalla letteratura scientifica ma anche dall’esperienza concreta[1], un semplice ragionamento tattico mostra che nel mondo della “stabilità” non c’è alcuno spazio per una “sinistra” di qualunque tipo. In effetti, se la stabilità dei prezzi e del cambio sono la migliore difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, sindacati e partiti di sinistra diventano inutili: basterà una banca centrale “indipendente”!
Questo atteggiamento suicida è spiegato da diversi riflessi pavloviani: vale la pena di smontare i più frequenti.
In primo luogo, l’Economista Keynesiano Omodosso[2] (EKO) obietta che siccome la flessibilità dei prezzi è l’unico meccanismo di correzione degli squilibri nel modello di equilibrio generale neoclassico (e in effetti è così), allora se sei keynesiano devi negare che i prezzi possano svolgere un ruolo.[3] Mi è difficile scorgere un qualche merito nell’opporre a un pensiero unilaterale come quello neoclassico una risposta ugualmente unilaterale. Ammettere che i prezzi svolgano un ruolo nel determinare le scelte economiche non è soggiacere a una ingenua fiducia nell’onnipotenza della flessibilità dei prezzi. È possibile riconoscere che i mercati molto spesso falliscono, [4] pur ammettendo al contempo che mercati distorti (cioè mercati nei quali i prezzi sono sistematicamente distorti) falliscono ancor più. Ciò è particolarmente evidente nell’Eurozona, dove gli squilibri sono esplosi dopo l’adozione della moneta unica. L’euro non ha promosso il commercio (posto che ciò sia un obiettivo sensato per un pensatore progressista): ha semplicemente riorientato il commercio a favore dei paesi più forti (Berger e Nitsch, 2008), e questo decisamente non è un obiettivo sensato per un pensatore progressista, soprattutto quando si consideri che le classi subalterne dei paesi forti non hanno beneficiato di questo risultato; come prova, si consideri l’incremento della disuguaglianza in Germania (Kai e Stein, 2013).
In secondo luogo, l’EKO vi opporrà che Keynes era un sostenitore dei cambi fissi, come dimostra il ruolo da lui svolto alla conferenza di Bretton Woods, e quindi un keynesiano deve essere in favore dei cambi fissi. Ma questa è una grossolana falsificazione storica. Keynes non è stato il creatore del regime di Bretton Woods: al contrario, è stato lo sconfitto della conferenza di Bretton Woods. Keynes non aveva proposto un sistema di cambi fissi basato sul dollaro e privo di meccanismi correttivi. Aveva invece proposto un sistema basato su una valuta internazionale emessa da una banca mondiale, in cui sia i paesi in deficit che quelli in surplus avrebbero pagato interessi sulle proprie posizioni nette verso l’estero (Fantacci e Amato, 2012). Il motivo per costringere i creditori a pagare (anziché incassare) interessi sui propri crediti netti verso l’estero era l’idea che ciò avrebbe costretto i creditori a spendere la liquidità internazionale che avevano guadagnato, invece di accumularla, aiutando per questa strada i paesi in deficit a superare i loro problemi. L’EKO perde di vista che nel mondo di Keynes la Germania oggi pagherebbe diversi miliardi di euro a una ipotetica banca del mondo, come interessi sul suo gigantesco surplus esterno. Ma questo era il sogno di Keynes, un sogno destinato a non diventare realtà per il semplice motivo che sarebbe politicamente impossibile costringere un grande vincitore sui mercati globali a rispettare le regole di una simile banca del mondo.[5] Nella sua teoria (ad esempio, nel Tract on monetary reform; Keynes, 1923) e nel dibattito politico (ad esempio, in The economic consequences of Mr. Churchill; Keynes, 1925), Keynes è decisamente favorevole alla flessibilità del cambio. Quindi, se proprio dobbiamo considerare il keynesismo come una religione (cosa che personalmente sconsiglierei), l’EKO farebbe meglio a riconoscere che il suo profeta era contro un sistema di cambi fissi non regolato (cioè privo di meccanismi istituzionali di correzione degli squilibri diversi dal meccanismo di mercato consistente nella deflazione salariale, o svalutazione interna che dir si voglia).
In terzo luogo, la maggior parte degli EKO appone alla svalutazione lo stesso giudizio morale negativo che emetterebbe qualsiasi economista neoliberale. Entrambe queste categorie di economisti considerano la svalutazione come l’equivalente economico della masturbazione: qualcosa che fornisce un sollievo temporaneo senza risolvere il problema (sia esso la crescita economica o demografica), e quindi causa difficoltà strutturali (inflazione o cecità, a seconda dei casi). Così facendo, sia gli EKO che i neoliberisti fanno prova di una attitudine sospettamente unilaterale. Più precisamente, questa strana armata Brancaleone si rifiuta sistematicamente di riconoscere che la svalutazione di qualcuno è per definizione la rivalutazione di qualcun altro. Eppure, questo fatto suscita una serie di questioni particolarmente interessanti. Ad esempio, se la svalutazione è così vergognosa e ti rende povero, la rivalutazione dovrebbe essere gloriosa e renderti ricco. Ma allora, perché i paesi sono così riluttanti a rivalutare le proprie valute? Se i benefici della svalutazione sono transitori, perché la Germania ha desiderato così ardentemente di adottare una valuta così chiaramente sottovalutata rispetto al marco tedesco? Questa visione stereotipata, unilaterale, è confutata dal ragionamento economico, secondo il quale la flessibilità del cambio può avere effetti duraturi sulla crescita economica di lungo periodo. Sappiamo fin dai tempi di Adam Smith (1776) che la divisione del lavoro, e quindi la produttività, dipendono dalle dimensioni del mercato. Più tardi Verdoorn (1949) ci ha confermato che in un mondo di rendimenti crescenti la produttività è influenzata positivamente dalla domanda. In effetti, a che ti serve essere più produttivo, se ti aspetti che i beni da te prodotti non verranno acquistati? Dixon e Thirlwall (1975), basandosi sulla legge di Verdoorn (1949) e sul concetto di causazione circolare e cumulativa di Gunnar Myrdal (1957), hanno proposto un modello nel quale gli shock di domanda hanno effetti duraturi sulla produttività e quindi sulla crescita di lungo periodo di un paese. Per i profani: una svalutazione, dato che aumenta le dimensioni del mercato (perché promuove le esportazioni e scoraggia l’acquisto di beni esteri, cioè le importazioni), può avere effetti permanenti sulla produttività di un paese, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività – quindi maggior accesso ai mercati esteri, quindi maggiore produttività. Questo modello ha avuto un riscontro empirico schiacciante negli ultimi quattro decenni (Thirlwall, 2011). Naturalmente, questo circolo può essere percorso anche nella direzione opposta, quella “viziosa”: una rivalutazione, comprimendo le esportazioni di un paese, può avere effetti avversi duraturi sulla sua produttività e competitività. In Bagnai (2015) mostro che l’euro ha posto l’Italia in un circolo vizioso di questo tipo. Insisto sul fatto che questo ragionamento appartiene alla più schietta tradizione keynesiana (Myrdal e Thirlwall sono fra gli economisti keynesiani di maggior spicco nel dopoguerra).
In quarto luogo, c’è stato un tempo in cui gli economisti keynesiani erano capaci di andare oltre l’interpretazione unilaterale degli aggiustamenti di cambio come svalutazioni “competitive”, ovvero come pratiche scorrette intese ad attaccare i concorrenti. In effetti, i riallineamenti del cambio possono avere un valore difensivo, in quanto risposta fisiologica alle aggressioni perpetrate da partner commerciali scorretti tramite politiche non cooperative, come il dumping sociale (politiche dei redditi restrittive praticate per comprimere il costo del lavoro). James Meade (1957), premesso che “il pieno impiego è più importante per l’Europa della liberalizzazione del commercio”, aveva ammonito molto tempo fa che
Se i governi nazionali europei useranno la politica monetaria e di bilancio per obiettivi di stabilizzazione interna – se, ad esempio, nonostante la loro attuale situazione di surplus della bilancia dei pagamenti le autorità tedesche vorranno continuare a usare la loro politica monetaria per prevenire l’inflazione – […] bisognerà far più ampio ricorso all’arma della variazione del tasso di cambio.
L’esempio scelto da Meade è piuttosto eloquente. In un mondo di tassi di cambio aggiustabili le politiche dei redditi aggressive praticate dalla Germania tramite le riforme Hartz (ILO, 2012) sarebbero state controproducenti perché avrebbero determinato un apprezzamento della valuta tedesca in risposta all’enorme surplus determinato dalla compressione dei costi di lavoro in Germania. Viceversa, la risposta a questo squilibrio è arrivata attraverso la disoccupazione competitiva, in una Unione Europea nella quale un commercio libero, ma unidirezionale, è più importante del pieno impiego.
In quinto luogo, la strategia dialettica abituale dell’EKO consiste nell’invocare prospettive più ampie, mettendo in evidenza, ad esempio, che ci sono casi di governi “neoliberali” i quali praticano politiche di austerità pur in presenza di cambi flessibili. Ma nel loro caso l’austerità è una esplicita scelta politica. Viceversa, con cambi fissi, o in una unione monetaria, l’austerità diventa una necessità logica, perché nel breve termine l’unico meccanismo di aggiustamento a disposizione dei paesi deboli (nel senso di essere sia tecnicamente fattibile che politicamente proponibile) è la svalutazione interna. Il messaggio di Meade è sempre attuale. Un sistema economico ha bisogno di un certo grado di flessibilità che lo isoli in qualche misura dagli shock esterni. La flessibilità del cambio isola i mercati del lavoro interni dalle politiche dei redditi dei paesi esteri (fra l’altro). Di conseguenza, non ha senso biasimare l’austerità mentre si loda la moneta unica. Come scrive Keynes (1925), condannando il feticismo di Churchill per il gold standard, “chi vuole il fine vuole i mezzi”: se il tuo fine è mantenere la moneta unica (l’equivalente moderno del fissare il cambio aureo a una parità sopravvalutata), il mezzo sarà la svalutazione interna, con taglio dei salari. Se non sei disposto a considerare la svalutazione della moneta, sarai costretto a svalutare il lavoro, cioè la vita umana. Questo è quanto sta accadendo oggi in Europa in termini raramente sperimentati nell’epoca contemporanea.
In sesto luogo, l’EKO vi dirà che i cambi fissi sono benefici in quanto evitano guerre valutarie. Ma anche questo argomento è insensato per diverse ragioni. Intanto, le tensioni economiche devono trovare uno sfogo, e la storia ci insegna che se questo non accade con le forze dell’economia, accadrà con le forze armate. Nel bel tempo andato del gold standard, all’apogeo del principio della “stabilità monetaria”, la politica commerciale veniva fatta con le cannoniere. Non vi è alcun motivo per presumere che un regime di cambio che favorisce l’accumulazione di squilibri possa condurre a un mondo più pacifico. Al contrario: i riallineamenti difensivi del cambio sono un’arma efficace contro politiche aggressive, o almeno non coordinate, e in quanto tali hanno un potere deterrente che favorisce un atteggiamento cooperativo fra paesi. Sarebbe difficile contestare che l’Europa fosse più cooperativa prima dell’adozione dell’euro. Inoltre, ciò che definisce una guerra valutaria è la svalutazione da parte di un paese che si trova già in surplus (e quindi che opera con lo scopo, o quanto meno con le conseguenze, di espandere questo squilibrio).[6] Ma questo è esattamente quanto sta accadendo oggi nell’Eurozona per colpa dell’euro! Lo scopo del rapido indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è esattamente quello di dare un po’ di respiro ai paesi dell’Europa del Sud, schiacciati dalla necessità di deflazionare i propri salari rispetto a paesi del Nord dell’Eurozona. In effetti, portando l’euro verso la parità col dollaro, in una situazione nella quale l’Eurozona presenta il surplus estero più grande al mondo, l’Europa sta muovendo una guerra valutaria agli Stati Uniti. In altri termini, assistiamo a un altro paradosso rivelatore: stiamo combattendo una guerra valutaria per salvare l’euro che avrebbe dovuto preservarci dalle guerre valutarie.
Questa lista parziale di falsi storici, contraddizioni logiche, e ragionamenti economici superficiali, dovrebbe dare al lettore un’idea di quanto sia stata vittoriosa l’ideologia neoliberista nel condurre la sinistra europea in un vicolo cieco. La mia sintesi non è che il cambio flessibile sia una panacea. Quello che a me preme sottolineare è che la distribuzione del reddito, sia fra le nazioni che all’interno di esse, è sempre il risultato del conflitto fra le forze sociali di produzione, e che non esiste alcuna evidenza che in un mondo dominato da regole economiche fisse (siano esse monetarie, fiscali, o di qualsiasi altra natura) questo conflitto sarà più equilibrato – soprattutto perché le regole sono per definizione stabilite dalla classe sociale dominante. Come prova indiretta, ma a mio parere decisiva, di questo fatto, vi esorto a constatare che le regole fisse di politica economica sono state il mantra della rivoluzione neoliberale negli Stati Uniti, prima di diventare, in modo più o meno consapevole, il mantra di una componente significativa della sinistra europea.[7] Da “Ventotene boys” a “Chicago boys”: sic transit gloria mundi.

Bibliografia
Bagnai, A. (2011) “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, Costituzionalismo.it, Fascicolo 3.
Bagnai, A. (2015) “Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis”, International Review of Applied Economics, DOI: 10.1080/02692171.2015.1065226
Berger, H. and Nitsch, V. (2008) Zooming out: The trade effect of the euro in historical perspective,” Journal of International Money and Finance, 27(8), 1244-1260, disponibile come CesiIFO Working Paper.
Dixon, R., and A. P. Thirlwall (1975) “A Model of Regional Growth-Rate Differences on Kaldorian Lines.” Oxford Economic Papers, 27(2), 201-214.
Draghi, M. (2015) “Structural reforms, inflation and monetary policy”, introductory speech by Mario Draghi, President of the ECB, at the ECB Forum on Central Banking, Sintra, 22 May 2015.
Fantacci, L., and Amato, G. (2012), Come salvare il mercato dal capitalismo, Roma: Donzelli.
Friedman, M. (1960) A program for monetary stability, New York: Fordham University Press.
ILO (2012) Global Employment Trends 2012 – Preventing a deeper job crisis, Ginevra: Organizzazione Internazionale del Lavoro (Nazioni Unite).
Kai, D. S. and Stein, U. (2013 “Explaining Rising Income Inequality in Germany, 1991-2010,” IMK Studies 32-2013, IMK at the Hans Boeckler Foundation, Macroeconomic Policy Institute.
Keynes, J.M. (1923) A tract on monetary reform, London: MacMillan.
Keynes, J.M. (1925) Essays in Persuasion, London: MacMillan.
McLeay, M., Radia, A., Thomas, R. (2014) “Money creation in the modern economy”, Bank of England Quarterly Bulletin, 1, 14-27.
Meade, J.E. (1957) “The balance-of-payments problems of a European free-trade area”, The Economic Journal, 67, 379-396.
Myrdal, G. (1957) Economic Theory and Underdeveloped Regions, London: University Paperbacks, Methuen.
Smith, A. (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, modern edition 1904, London: Methuen & Co.
Thirlwall, A.P. (2011) “Balance of payments constrained growth models: history and overview”, PSL Quarterly Review, 64(259), 307-351.
Verdoorn, P.J. (1949) “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro.” L’Industria, 1, translated in Pasinetti, L. (ed.) Italian Economic Papers, vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993.
Werner, R.A. (2014) “Can banks individually create money out of nothing? The theories and the empirical evidence”, International Review of Financial Analysis, 36, 1-19.


[1] La “cultura della stabilità” si appoggia su due proposizioni teoriche: (1) la moneta è esogena (cioè perfettamente controllabile dalle autorità monetarie), e (2) la moneta causa l’inflazione (ricordate la precedente discussione sul ruolo della curva di Phillips). Entrambe le proposizioni sono confutate dalla ricerca e dall’evidenza empirica recenti. La visione prevalente oggi è che la moneta sia creata dal sistema bancario ogniqualvolta viene accordato un credito ad un agente economico. Di conseguenza, la sua quantità dipende da un gran numero di fattori endogeni e non è perfettamente controllabile dalla banca centrale. Tanto le banche centrali (McLeay et al. 2014) quanto gli accademici (Werner, 2014) concordano su questo punto. Come evidenza indiretta, andrebbe notato che la BCE non è mai stata capace di mantenere la creazione di moneta vicino al tasso di crescita stabilito del 4% l’anno. Quanto alla relazione fra creazione di moneta e inflazione, basterà considerare che i 1000 miliardi di LTRO deliberati dalla BCE nel 2011 hanno avuto come risultato una evidente deflazione. Dopo un simile fallimento, perfino Mario Draghi (2015) ha ammesso che le banche centrali non possono controllare l’inflazione senza l’aiuto dei governi (cioè delle politiche di bilancio).
[2] Con il termine “omodosso” ho qualificato in Bagnai (2011) chi aderisce al pensiero unico neoliberista. Molti keynesiani, per quanto, come vedremo, a loro insaputa, ricadono purtroppo in questa categoria. In questa sezione faccio riferimento esplicito agli economisti keynesiani (sia neo- che post-keynesiani), ma i riflessi pavloviani che analizzo descrivono accuratamente l’atteggiamento di una gamma piuttosto ampia di economisti pseudoprogressisti, che comprende anche alcuni economisti marxisti o neoricardiani. Molti lettori riconosceranno i loro argomenti, perché sono ampiamente adottati nel dibattito pubblico, ma va detto che gli stessi economisti che li adottano in pubblico sono piuttosto cauti nell’adottarli nei loro lavori scientifici (sostanzialmente perché questi argomenti non sono basati su solide fondamenta scientifiche, e quindi ricorrere ad essi li squalificherebbe). Ne consegue che, per quanto familiari questi argomenti possano sembrare al lettore, è praticamente impossibile trovare per essi dei riferimenti adeguati nella letteratura scientifica. Duole constatare che intellettuali si presentino nel dibattito con chiacchiere da bar, ma questi sono i nostri tempi.
[3] Ricordate che il tasso di cambio è un prezzo: il prezzo di una valuta in termini di un’altra.
[4] Per inciso, nella parte precedente del lavoro ho cercato di spiegare come la crisi dell’Eurozona dipenda da un colossale fallimento del mercato, e non dalla prodigalità dei governi, e vi ho ricordato che anche la BCE è dalla mia parte.
[5] Prova: gli Stati Uniti, che dopo la Seconda Guerra mondiale si aspettavano di essere il più grande paese esportatore, perché la capacità produttiva del resto del mondo era stata sgretolata dalla Guerra, rifiutarono la proposta di Keynes. QED.
[6] Può essere utile ricordare che a ogni squilibrio positivo della bilancia dei pagamenti deve corrispondere uno squilibrio negativo altrove (se c’è un esportatore netto, ci deve essere almeno un importatore netto). Di conseguenza, un paese che scatena una guerra valutaria sta, per definizione, costringendo almeno un altro paese a indebitarsi con l’estero.
[7] Tanto per fare un esempio semplice ma estremamente eloquente, l’obiettivo fisso di crescita al 4% di M3 adottato dalla BCE è un’applicazione della regola del k% di Milton Friedman (1960). Anche astraendo dal fatto che questa regola è basata sulla teoria oggi screditata della moneta esogena, c’è da chiedersi come economisti progressisti possano sentirsi a proprio agio in un mondo così profondamente strutturato secondo l’ideologia dei Chicago boys, il cui contributo più famoso alla politica economica è stato il progetto delle riforme economiche nel Cile di Pinochet.









mercoledì 2 dicembre 2015

Bagnai leghistaaaaa! (sul conflitto di interessi degli economisti, l'unione bancaria, ecc.)

Qui.

Come vedete, in questa trasmissione posso argomentare, e forse sono ascoltato. Dovrei non andarci, perché altrimenti Marta Fana si adonta? La logica degli sbilifestini è la stessa dei "bocconiani": "Non conta cosa dici, ma dove lo dici, e qualsiasi cosa tu dica è giusta solo se la dici da noi!" In uno snodo storico nel quale è essenziale una rivoluzione culturale, un cambio di paradigma, chi usa la stessa logica sta dalla stessa parte. E infatti: uniti e compatti nel biasimo dell'austerità (dal 7 settembre) e nella difesa dell'euro (da sempre).

Quando la storia avrà tirato la sua linea, vedremo chi sarà sommerso e chi salvato. Io avrò parlato a tutti (vedi post precedente) e quindi non avrò niente da rimproverarmi. Quello che fa Marco Pinti a Radio Padania potrebbero, e secondo me, dovrebbero farlo gli utili perbenisti di Radio Popolare, così squallidi nel loro "politicamente corretto". Ma loro preferiscono dar voce ai sicofanti del grande capitale internazionale. La mia pazienza ha un limite, e questo limite è stato raggiunto e superato. Questa gente ormai mi fa ribrezzo, e vi confesso che quando mi chiameranno (e saranno costretti a farlo), parlerò anche con loro (perché parlo con tutti), ma avrò difficoltà a nascondere lo schifo che mi fa chi ha assistito con empatia nulla a tante tragedie, trincerandosi dietro la patetica certezza della propria assolutamente inesistente superiorità intellettuale ed etica.

L'inerzia della "sinistra" ormai grida vendetta al cielo.

E il cielo non è sordo.


(...ah, naturalmente le cose che ho detto sono di destra, perché le ho dette a Radio Padania. Mi raccomando, non perdete di vista i valori veri...)

giovedì 26 novembre 2015

Demain la sortie de l’Euro

(…voici l'article qui m'a lancé dans le débat italien il y a quatre ans. Il n'a pas perdu d'actualité, comme vous verrez. Mes remerciements à Paul Friedrich pour sa traduction du texte de l’article. J’ai pensé bon retenir quelque faute dont je déclare ma responsabilité…)


Il y a un an (en juillet 2010, note du traducteur), je débattais avec Aristide et lui demandais comment était-il possible que la gauche italienne ait revendiqué avec tant de fierté la paternité de l’Euro : ne voyait-il pas à quel point c’était contraire aux intérêts de son électorat ? Une demande similaire à celle de Rossanda. Aristide, économiste de gauche, me répondit “Cher Alberto, les coûts de l’Euro, comme tu dis, sont connus, tous les manuels les expliquent. Nos hommes politiques les voient aussi, mais ils ne peuvent pas les expliquer à leurs électeurs : si ces derniers avaient pu comparer les coûts et les bénéfices, ils n’auraient jamais accepté l’Euro. En maintenant les électeurs dans l’ignorance, nous avons pu agir, les mettant dans une impasse dont ils ne peuvent sortir qu’en décidant de faire la chose juste, c’est-à-dire d’avancer vers l’union totale, fiscale et politique, de l’Europe.” En résumé : “le peuple ne sait pas quel est son intérêt : heureusement à gauche nous le savons et nous le ferons contre sa volonté”. Ou encore : “je sais que tu ne sais pas nager et que si je te mets dans la piscine tu vas te noyer.... à moins que tu ne “décides librement” de faire la chose juste : apprendre à nager”. Une sage décision que tu prendras après un débat loyal, fondé sur le fait que je te fonce dessus à pleine vitesse et que je te jette à l’eau. Belle conception de la démocratie pour un intellectuel de gauche ! Ce paternalisme terrifiant peut sembler plus physiologique chez un démocrate-chrétien, mais ça ne devrait pas l’être. “Il est toujours beau de régner, n’importe comme on y parvienne” dit Charlemagne dans l’Adelchi de Manzoni. Le catholique Prodi n’a pas lu la suite. S’il avait continué, il aurait vu que pour le catholique Manzoni la Realpolitik finit en tragédie : la fin ne justifie pas les moyens. Il est tragique de croire que “Plus d’Europe” puisse résoudre les problèmes : c’est un argument dont la futilité ne peut s’apprécier que si on analyse d’abord la véritable cause des tensions actuelles.

La dette publique n’y est pour rien
L’unanimité avec laquelle la gauche et la droite continuent de se concentrer sur la dette publique est consternante. Que la droite le fasse n’est pas anormal : la contre-attaque idéologique dirigée contre l’intervention de l’Etat dans l’économie est au cœur de la contre-réforme qui a suivi l’effondrement du mur de Berlin. Ceci est clair pour Rossanda. Je rappelle qu’aucun économiste n’a jamais affirmé, avant le traité de Maastricht, que la viabilité d’une union monétaire exige le respect de seuils sur la dette publique (les 60% dont Rossanda parle). Le débat sur la “convergence fiscale” est né après Maastricht. Rappelons-nous au passage que ces seuils sont insensés. Maastricht est un manifeste idéologique : moins d’Etat (donc plus de marché). Mais pourquoi donc ici (à gauche) personne n’ose ouvrir le débat sur Maastricht ? Cela, Rossanda ne l’a pas vu et ne se l’est pas demandé. Si le problème était la dette publique, en 2008 la crise aurait touché d’abord la Grèce (avec une dette publique à 110% du PIB) puis l’Italie (106%), la Belgique (89%), la France (67%) et l’Allemagne (66%). Les autres pays de l’Eurozone avaient des dettes publiques inférieures. Mais la crise a explosé d’abord en Irlande (avec une dette publique de seulement 44% du PIB), en Espagne (40%), au Portugal (65%) et seulement après en Grèce et en Italie. Qu’ont en commun ces pays ? Pas la dette publique (très faibles pour les premiers pays touchés, très élevées pour les derniers) mais l’inflation. Déjà en 2006 la BCE indiquait qu’au Portugal, en Irlande, en Grèce et en Espagne l’inflation ne convergeait pas vers celle des pays “vertueux”. Les PIGS étaient un club à part, distinct du club du mark (Allemagne, France, Belgique...) et c’est cela le vrai problème : les économistes savent depuis longtemps que des taux d’inflation différents dans une union monétaire conduisent à une crise de la dette extérieure (qui est essentiellement privée).

Inflation et dette extérieure
Si dans un pays X les prix augmentent plus vite que ceux de ses partenaires, X exporte toujours moins et importe toujours plus (car les produits de X deviennent plus chers que ceux de ses partenaires), mettant en déficit la balance des paiements. La monnaie de X, nécessaire pour acheter ses produits, est moins demandée et son prix diminue. En fait, X dévalue : dans ce cas, ces produits deviennent moins chers à l’export et son déséquilibre commercial diminue. Les mêmes effets se produisent de façon inversée dans le pays en excédent commercial : sa monnaie devient plus recherchée et elle s’apprécie. Mais si X est lié à ses partenaires dans une union monétaire, le prix de sa monnaie ne permet plus de rétablir l’équilibre de son commerce extérieur, et donc il n’y a que deux solutions : ou X se met en déflation, ou ses partenaires excédentaires augmentent l’inflation. Dans la vision keynésienne, les deux mécanismes sont complémentaires, les partenaires doivent trouver un compromis parce que l’excédent des uns et le déficit des autres sont les deux faces d’une même médaille (on ne peut pas être excédentaire si personne n’est en déficit). Aux coupes dans le pays déficitaire doit s’accompagner une expansion de la demande dans les pays en excédent. Mais la vision qui prédomine aujourd’hui est asymétrique : la seule bonne inflation est une inflation morte, c’est-à-dire à zéro, les pays en excédent sont des “bons élèves” et ce sont les “méchants” en déficit qui doivent se mettre en déflation, pour converger vers les gentils. Et que se passe-t-il si des pays, comme les PIGS, n’y arrivent pas ? Les recettes d’exportations diminuent et ils doivent s’endetter auprès de l’extérieur pour financer leurs importations. Les pays à plus forte inflation sont aussi ceux qui ont accumulé le plus de dette extérieure de 1999 à 2007 : la Grèce (+78% de points de PIB), le Portugal (+67%), l’Irlande (+65%) et l’Espagne (+62%). Avec la hausse de la dette les intérêts augmentent et on entre dans la spirale infernale : on s’endette auprès de l’extérieur pour payer les intérêts vers l’extérieur, le spread augmente et la crise se déclenche.

Le spectre de 1992
Et l’Italie ? Rossanda dit “Notre endettement est surtout interne”. Cela n’est plus vrai. Pensez-vous vraiment que les marchés s’intéressent à qui passe les nuits avec Berlusconi ? Vous pensez qu’ils s’inquiètent parce que la dette publique est “élevée” ? Mais cela fait 20 ans que notre dette publique dépasse les 100% du PIB et nos gouvernements passés, quoique moins folkloriques, ont été souvent plus instables. Ce n’est pas cela qui préoccupe les marchés : ce qui les préoccupe est qu’aujourd’hui, comme en 1992, notre endettement auprès de l’extérieur est en train d’augmenter, et que cette augmentation, comme en 1992, provient de la hausse des remboursements d’intérêts sur la dette extérieure, qui est pour l’essentiel une dette privée, contractée par les ménages et les entreprises (65% du passif extérieur de l’Italie est d’origine privée).

A qui profite le crime ?
Fondé sur l’asymétrie idéologique mercantiliste (les “bons élèves” ne doivent pas coopérer) et monétariste (inflation zéro) le choix politique de se priver de l’instrument du taux de change devient un instrument de lutte de classes. Si le taux de change est fixe, le poids de l’ajustement se transfère sur les prix des biens, qui peuvent diminuer soit en réduisant les coûts (ceux du travail puisque celui des matières premières ne dépend pas de nous) soit en augmentant la productivité. La précarité et la réduction des salaires sont au coin de la rue. La gauche qui veut l’Euro mais ne veut pas de Marchionne me fait un peu peine (note du traducteur : Sergio Marchionne, PDG de FIAT, très critiqué à l’époque par la gauche comme exemple de capitaliste prédateur). Celui qui n’entre pas en déflation accumule lde a dette extérieure, jusqu’à la crise, à la suite de laquelle, l’Etat, pour éviter l’effondrement des banques, reprend les dettes causées par les déséquilibres extérieurs et les transforment ainsi en dette publique. A la privatisation des profits suit la socialisation des pertes, avec l’avantage de pouvoir blâmer a posteriori les comptes publics. Le choix n’est donc pas d’entrer ou pas en déflation, mais plutôt d’entrer en déflation tout de suite ou plus tard. Un choix restreint, mais uniquement parce que la stupidité idéologique impose de se concentrer sur le symptôme (le déficit public, qui ne peut être corrigé qu’en taillant dans les dépenses), plutôt que sur la cause (le déséquilibre extérieur, qui pourrait être corrigé en coopérant). La réponse correcte à la demande de Rossanda “ n’y aurait-il pas eu une erreur quelque part ?” est donc celle donnée par elle-même. Non, il n’y a eu aucune erreur. Le but qu’on voulait atteindre, à savoir la “discipline” des travailleurs, a été atteint. Il ne sera pas “de gauche”, mais si vous voulez continuer à appeler “ gauche” des gouvernements “techniques” d’orientation démocrate-chrétienne, grand bien vous fasse ! Le manuel d’Acocella le dit clairement : le “taux de change fort” sert à discipliner les syndicats.

Plus d’Europe ?
Selon la théorie économique, une union monétaire peut tenir sans tension sur le chômage si les pays sont fiscalement intégrés, parce que cela facilite les transferts de ressources des pays en expansion vers ceux en récession. Une “solution” qui intervient en aval, c’est à dire qui atténue le symptôme, sans guérir la cause (les déséquilibres extérieurs). C’est le fameux “Plus d’Europe”. Un exemple : nous fêtons cette année le 150ème anniversaire de l’heureuse union monétaire, fiscale et politique de notre pays (qui a compté ses morts, comme toute union). “Plus d’Italie” nous l’avons eu, n’est-ce pas ? Mais 150 ans après, la convergence des prix entre les différentes régions n’est pas achevée et le Sud a un rapport entre endettement extérieur et PIB supérieur à 15%, c’est à dire que l’Italie du Sud survit en important des capitaux du reste du monde (en fait, surtout du reste de l’Italie). Après cinquante ans d’intégration fiscale dans l’Italie (monétairement et politiquement) unifiée, nous avons eu les chemises vertes en Italie du Nord : il suffirait de dix ans d’intégration fiscale dans la zone Euro, peut-être à coup d’Eurobonds pour avoir de nouveau les chemises brunes en Allemagne (note du traducteur : les chemises vertes sont l’uniforme des militants de la Ligue du Nord, le parti qui revendique la sécession du Nord de l’Italie). L’intégration fiscale n’est pas politiquement soutenable parce que personne ne veut payer pour les autres, surtout quand les médias, esclaves de l’asymétrie idéologique, bombardent le message que les autres sont des fainéants, peu productifs, et que c’est “de leur faute”. Qu’ils soient Grecs, Turcs, ou Juifs, nous savons comment cela va finir quand on nous dit que la faute est aux autres.

Deutschland über alles
Les solutions “en aval” des déséquilibres extérieurs sont politiquement insoutenables, mais les solutions “en amont” le sont aussi. Continuer avec l’Euro exigerait de sortir de l’asymétrie idéologique mercantiliste. Il faudrait prévoir des incitations symétriques pour revenir à la norme pour les pays qui ont dépassé par le haut ou par le bas un objectif d’inflation. La coordination dont parle Rossanda devrait être construite autour de cet objectif. Mais le poids des pays “vertueux” l’empêcherait. En effet, l’Euro est le succès de deux processus historiques. Rossanda voit le premier (la contre-attaque du capital pour récupérer le terrain perdu depuis les Trente glorieuses) mais pas le second : la lutte séculaire de l’Allemagne pour se doter d’un pré carré commercial. On s’extasie (à gauche et à droite) devant le succès de l’Allemagne, la “locomotive” de l’Europe, qui croît en captant la demande des pays émergents. Mais que disent les chiffres ? De 1999 à 2007, l’excédent commercial allemand a augmenté de 239 milliards de dollars, dont 156 réalisés en Europe, alors que le solde commercial avec la Chine s’est dégradé de 20 milliards (d’un déficit de -4 à un de -24). Les journalistes disent que l’Allemagne exporte en Orient et que c’est ainsi qu’elle soutient sa croissance. Les chiffres disent le contraire. C’est la demande des pays européens, drogués au taux de change fixe, qui soutient la croissance allemande. Et l’Allemagne ne renoncera pas à une asymétrie sur laquelle elle s’engraisse. Mais pourquoi les gouvernements “périphériques” se sont-ils fait embobiner par l’Allemagne ? Le manuel de Gandolfo le dit : la monnaie unique favorise une “illusion de politique économique” qui permet aux gouvernements de poursuivre des objectifs politiquement inacceptables, et de s’en sortir en prétendant qu’ils sont imposés par des instances supérieures (combien de fois avons-nous entendu “l’Europe nous demande de”... ?). La fin (de la lutte des classes inversée) justifie les moyens (l’ancrage à l’Allemagne).

La dévaluation rend aveugle
C’est un film déjà vu. Vous vous souvenez du SME “crédible” ? De 1987 à 1991 les taux de change des pays d’Europe sont restés fixes. En Italie l’inflation est montée de 4,7% à 6,2%, avec un prix du pétrole en chute (mais les taux de change fixes n’étaient donc pas censés dompter l’inflation ?). L’Allemagne voyageait sur une moyenne de 2%. La compétitivité italienne donc diminuait, l’endettement extérieur augmentait et après la récession américaine de 1991, l’Italie dut dévaluer. Dévaluation ! Essayez de dire ce mot à un intellectuel de gauche. Il rougira de toute sa pudeur virginale. Ce n’est pas sa faute. Pendant des décennies, on l’a bombardé avec le message que la dévaluation est comme la masturbation : une « sale chose », qui provoque un soulagement temporaire et stérile, et des dommages terribles à long terme. Il n’est pas anormal que dans un système avec un guide allemand le principe de Goebbels soit appliqué : il suffit de répéter assez un mensonge pour qu’il devienne une vérité. Mais que s’est-il passé après 1992 ? L’inflation a baissé d’un demi-point en 1993 et encore un demi-point en 1994. Le rapport dette extérieure/PIB a été divisé par deux en cinq ans (de -12 à -6 points de PIB). La facture énergétique s’est améliorée (de -1,1 à -1,0 point). Après le choc initial, l’Italie a cru à une moyenne de 2% de 1994 à 1997. La leçon sur les dommages de la dévaluation (cela génère de l’inflation, procure un soulagement seulement temporaire, on ne peut pas se le permettre quand on importe du pétrole) est fausse.

Irréversible ?
On dit que la dévaluation ne serait pas une solution et que les procédures de sortie ne sont pas prévues, donc... Donc quoi ? Qui est à ce point naïf pour ne pas voir que l’absence de procédure de sortie n’est qu’un expédient rhétorique, dont l’objectif est d’imprimer dans l’opinion publique l’idée d’une irréversibilité “naturelle” ou “technique” de ce qui est en fait choix humain et politique (et en tant que tel réversible). Bien sûr, la dévaluation rendrait plus coûteuse la dette définie en monnaie étrangère. Mais elle ferait passer d’une situation d’endettement extérieur à une situation de désendettement extérieur, offrant les ressources suffisantes pour payer les dettes, comme en 1992. Si cela ne suffisait pas, il resterait la possibilité du défaut. Prodi veut faire payer une partie de l’addition aux “grands investisseurs institutionnels” ? Bien : la façon la plus directe de le faire n’est pas d’émettre des Eurobonds qui “socialisent” les pertes au dépens de l’Allemagne (avec un risque réel de retour des chemises brunes) mais de déclarer, si c’est nécessaire, le défaut, comme l’ont déjà fait des pays qui n’ont pas été effacés de la géographie économique pour autant. C’est déjà arrivé et cela arrivera de nouveau. “Les marchés nous puniront, nous finirons écrasés !”. En voilà encore une idiotie. Pendant des décennies l’Italie a connu la croissance sans recourir au financement extérieur. C’est l’Euro qui, en écrasant les revenus et donc l’épargne des ménages, a conduit le pays à s’endetter auprès de l’étranger. L’épargne nationale brute, stable autour de 21% de 1980 à 1999, a diminué constamment depuis lors jusqu’à atteindre 16% de la richesse nationale. Dans la même période, les passifs financiers des ménages ont doublé de 40% à 80%. Remplaçons l’Euro et l’Italie aura moins besoin des marchés financiers alors que les marchés continueront à avoir besoin des 60 millions de consommateurs italiens.

Que la gauche ne fasse pas ce que fait la droite
De l’Euro nous sortirons, parce qu’à la fin l’Allemagne coupera la branche sur laquelle elle est assise. C’est à la gauche de se rendre compte de ce processus ou alors elle finira en déroute. Je ne parle pas des prochaines élections. Berlusconi s’en ira : 10 ans d’Euro ont créé des tensions telles que la boucherie sociale doit tourner à plein régime. Et les éclaboussures de sang se voient moins sur un tablier rouge. Il sera encore une fois concédé à la gauche de la Realpolitik de gérer la situation, parce qu’il existe une autre illusion de la politique économique, celle qui rend plus acceptable les politiques de droite si on les met en œuvre en disant être de gauche. Mais les électeurs commencent à deviner qu’on peut arrêter la boucherie sociale en sortant de l’Euro. Chère Rossanda, les ouvriers ne sont pas “égarés” comme tu le dis : ils sont seulement en train de comprendre. “Le péché et la honte ne restent pas cachés” dit l’esprit malin à Gretchen. Ainsi, après 20 ans de Realpolitik passés à tâtonner, les hommes politiques de gauche se retrouvent coincés entre la nécessité de dérouler le tapis rouge à la finance, et celle de justifier à leur électorat un choix fasciste, non pas tant pour ses conséquences de classe, mais pour le paternalisme avec lequel il est imposé. Ils s’exposent ainsi aux incursions des nombreuses Marine Le Pen qui font leur apparition dans les démocraties les plus accomplies, et ce sera aussi bientôt le cas chez nous. Parce que les politiques de droite, sur la longue période, avantagent seulement la droite. Mais je me rends compte que dans un pays dans lequel une législature suffit pour se faire une retraite dorée, la longue période peut ne pas être un problème pour les politiques, de droite et de gauche. Cela explique une telle unanimité de vues.







(…cet article parut le 23 aout 2011 sur « Il Manifesto », un journal de pseudo-gauche plus ou moins équivalent à Libération en France. A l’époque, la position de la soi-disante gauche italienne était formelle : on était dans une crise de dette publique due à la corruption de Berlusconi. L’euro, pour la gauche, n’y entrait pour rien : il ne pouvait être, lui, l’euro, qu’une bonne chose, car c’était la gauche qui l’avait proposé : les pères de l’Europe, les Altiero Spinelli, les Prodi, étaient de gauche, donc bons, parce que la gauche est bonne – quoi qu’elle fasse – et la droite mauvaise. Un message simple et efficace, qui n’avait qu’un défaut : il était faux, car l’euro, et la finance privée, favorisée par l’intégration financière sans contrôles, jouaient dans la crise un rôle majeur. En tant qu’intellectuel progressiste, c’est-à-dire, à ce que je croyais à l’époque, de gauche, je crus mon devoir intervenir dans le débat, en répondant à un article abominablement hypocrite que Rossana Rossanda, une icône de la gauche « de gauche », avait publié sur le Manifesto, pour souligner certains côtés du problème qui lui échappaient (à elle, comme à toute la gauche italienne) : bref, le fait que l’euro, dans sa qualité de projet de déflation des salaires, ne pouvait pas être considéré comme un régime économique « de gauche ». Une simple vérité qui était bien connue par les communistes italiens dans les années 1970 – comme je l’ai montré dans mon premier livre sur le déclin de l’euro – mais que leurs héritiers paraissaient avoir oublié.

En lisant mon article il faut se souvenir qu’à sa date (aout 2011) le gouvernement Monti était loin de paraitre (Monti aurait été fait sénateur à vie, et tout de suite après premier ministre, en novembre), Berlusconi paraissait inébranlable, l’Allemagne semblait un parangon de vertu et de santé économique, et personne ne nommait la dette privée comme source de la crise. C’est seulement en gardant cela à l’esprit que vous réussirez à comprendre pourquoi beaucoup de mes lecteurs prirent mes mots comme une gifle en pleine figure, qui les réveillait du sommeil dans lesquels la propagande les avait endormis, pour qu’ils rêvent le « rêve européen ». Les racontars de la propagande étaient rassurants : on donnait au peuple de la gauche un méchant (Berlusconi), qui avait le physique du rôle, et en plus il était du bon côté (c’est-à-dire, à droite !). Mais quelque chose clochait. Si la droite et sa corruption, sous forme de dette publique, étaient le mal, pourquoi l’Espagne ou l’Irlande se trouvaient en crise ? Mon article, comme vous l’aurez constaté, donnait une explication plus cohérente, qui n’avait qu’un défaut : obligeait ceux qui avaient aveuglement cru à l’euro à se prendre pour des idiots, et à revoir complétement leur attitude.

Ceux qui ont accepté ce défi m’ont après suivi sur ce blog, qui est devenu le premier blog d’économie en Italie, ce qui a contribué au succès de mes deux livres sur la crise, qui se sont vendu par dizaine des milliers. Ce succès est dû au simple, mais incontournable, fait que les prévisions de cet article se sont réalisées : Berlusconi a été remplacé par une suite de gouvernements techniques (les « bouchers au tablier rouge », comme je les appelais à l’époque), ces gouvernements ont failli car ils abordaient le problème du faux côté (comme je l’expliquais avant que cela ne se produise), le modèle allemand montre aujourd’hui tous ses limites (l’Allemagne a en effet presque entièrement scié la branche où elle est perché), les partis de droite ont profité des tensions sociales causées par l’euro (car, comme je le disais il y a quatre ans, l’euro est de droite, à savoir : il est contraire aux intérêt du travail, et les politiques de droite ne profitent qu’à la droite), etc.

Mon approche, tout en n'étant pas original (comme j’avais toute de suite expliqué à mes lecteurs), à l’époque paraissait hérétique, ce qui me valut maintes attaques personnelles, à la limite de la diffamation (et parfois au-delà de cette limite, ce dont les tribunaux italiens sont en train de s’occuper), avant de devenir, en mai 2013 la position officielle de la Bce (grâce à un papier de Vitor Constancio).

Il m’est pénible de remarquer, avec beaucoup d’amertume, que cette position, qui avait toujours été celle de la meilleure doctrine économique, est devenue, en septembre 2015, avec un retard qui serait ridicule s’il n’était pas tragique, et dont je me suis bien moqué sur le Fatto Quotidiano, la soi-disante « consensus view » d’un manipule d’opportunistes, qui se sont tus pendant des années, et qui maintenant commencent à émettre des petits brins de vérité, dans un essai désespéré, et voué à une faillite certaine, de sauver la mamelle à laquelle ils tètent : les institutions européennes, les mêmes qui financent leurs « think tanks ». 

Si, au lieux de m’attaquer, ces collègues avaient décidé de dénoncer tout de suite les véritables raisons de la crise, et l’absurdité des politiques d’austérité, on aurait peut-être épargné tant des souffrances et tant d’horreur à nos frères européens. C’est pour les éviter que je me suis exposé il y a quatre ans dans le débat avec cet article. Il a fallu du courage pour l’écrire, mais il ne faut pas le surévaluer : ce n’était que le courage du désespoir. Je croyais, à l’époque, que personne n’aurait écouté mon cri de douleur. Par contre, beaucoup m’ont écouté, mais pas assez pour faire basculer les équilibres politiques dans la direction du bon sens. La propagande de Bruxelles empêche une issue rationnelle de la crise, car cette issue passe par une redéfinition radicale du rôle des institutions européennes actuelles. Et alors, qu’un sang impur abreuve nos sillons ! A cela aura mené cette « Europe » qui « nous donne la paix » ...)