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mercoledì 4 marzo 2026

Sbatti la crescita in prima pagina...

Sono capitato sulla home page dell'Istat, sulla cui evoluzione ci eravamo soffermati in un post precedente, e ho trovato questo grafico:


in cui ho notato immediatamente un dettaglio, questo:

cioè che ci sono voluti sedici anni, ovvero 64 trimestri, per superare (di poco) l'ultimo massimo storico del Pil trimestrale, pari a 483,3 miliardi di euro ai prezzi del 2020, conseguito nell'inverno del 2008. Questo è successo due inverni fa, nell'inverno del 2024, quando il Pil trimestrale ha raggiunto i 483,4 miliardi. Lo stesso risultato lo si ottiene considerando i dati annuali, ma in questo caso l'ultimo massimo era stato pari a 1913,6 miliardi nel 2007, superato nel 2007+16 = 2023 con un risultato pari a 1924,5. Il motivo per cui se si considerano i dati annuali il massimo si sposta al 2017 è che nel 2008, dopo il picco raggiunto in inverno, il Pil precipitò, tirando giù il risultato annuale. La colpa, com'è noto, fu della crisi Lehman che scoppio versò la fine dell'estate. I due massimi trimestrali riportati in tabella li vedete qui:


Questo grafico mi ha fatto venire un'altra curiosità, che compartisco seco voi. Come vedete, il grafico trimestrale evidenzia, dall'inizio del secolo, quattro episodi di crescita mediamente sostenuta, che vi evidenzio partendo dal minimo locale iniziale fino al massimo locale raggiunto: 2003-Q3 - 2006-Q4; 2009-Q2 - 2011-Q1; 2014-Q4 - 2019-Q2; e infine 2022-Q4 - 2025-Q4, episodi quindi rispettivamente di 14, 8, 19 e 13 trimestri (ovviamente escludo il rimbalzo post-COVID, che è di per sé un'anomalia, e escludo, come vi ho detto, gli episodi di crescita che iniziano prima del secolo).

Gli episodi sono evidenziati in questo grafico:


e si vede immediatamente come siano caratterizzati da tassi di crescita media alquanto differenziati:


con le cose che vanno decisamente peggio nell'ultimo periodo (che è, ahimè, il nostro!), in cui il tasso di crescita trimestrale medio è un po' meno della metà di quelli cui eravamo abituati prima dell'austerità, e circa due terzi di quelli della lenta ripresa post-Letta.

Mi è venuta quindi la curiosità di verificare se ci sia stato un cambiamento strutturale percepibile nel contributo alla crescita delle diverse componenti di domanda in questi quattro periodi:


e in effetti c'è. Non entro in tutta la ricchezza di informazioni di questo grafico e mi limito a osservare l'ultimo periodo. I numeri dicono che, nonostante che in questo periodo le esportazioni tirino molto, a causa della competitività che la macelleria sociale piddina ci ha fatto recuperare sulla vostra pelle, il contributo della domanda estera netta fra il 2022 e il 2025 è stato negativo per un importo inusitato (quasi lo 0,1% su base trimestrale), come lo è stato quello del ciclo delle scorte (per un importo analogo), per cui lo scarso 0,2% di crescita media trimestrale in realtà è determinato dalla somma algebrica di un +0,2% di consumi, un +0,2% di investimenti (in entrambi i casi i valori più alti del periodo considerato) cui vanno sottratti circa uno 0,1% di variazione delle scorte e uno 0,1% di domande estera netta (in entrambi i casi i valori più bassi del campione considerato).

Non c'è molto di più di quello che vi ho detto in altre sedi, anche se è spiegato meglio: avere fatto più del 2% di crescita cumulata in un contesto locale recessivo (e quindi con un contributo della domanda estera netta negativo) è una performance non disprezzabile. Diciamo che se la Germania non fosse in recessione e la Francia non arrancasse dallo zero virgola potremmo sperare di raggiungere lo uno virgola. In ogni caso, questo argomento va preso per quello che vale: certo, siamo bravi a resistere alle condizioni avverse, ma non possiamo sperare che gli altri salvino noi salvando se stessi, perché dubito che siano in grado di salvare se stessi senza tirare giù noi (ad esempio, in un conflitto mondiale), e quindi dovremmo ragionare su come salvarci da soli.

Resta da interpretare il ciclo delle scorte, ma ne parliamo domani: ora devo dormire, che domani la giornata inizia presto.

mercoledì 17 maggio 2023

La Francia, i consumi, e micuggino...

(...pei malati c'è la china...)

(...aggiungiamo anche questi alla sterminata lista dei temi dove siete venuti qui a cascettare, salvo poi vederveli sbattuti in faccia dalla stampa autorevole - e dire: "avevi ragione tu!" mai, eh, non sia mai ne venisse leso l'onore di chi, da dilettante, si prende il rischio di confrontarsi con un professionista...)

Hocpoc ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Tirare la cinghia":

https://www.insee.fr/fr/statistiques/fichier/6795076/27_IR_Biens.xlsx

Credo che la fonte dei dati di quel grafico possa essere questa.

Pubblicato da Hocpoc su Goofynomics il giorno 10 mag 2023, 23:05

Confermo, è questa:

ma forse, visto che qui siamo dei professionisti, potremmo anche rappresentarla così:


Valerio Santoro ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Tirare la cinghia":

1. Secondo Numbeo, il salario medio netto mensile in Francia si avvicina ai 2.266€, le spese mensili per una persona sola arrivano 886,9*€ (3.151,8*€ per una famiglia di 4 persone). In Italia, il salario netto medio mensile tocca i 1.556€ , le spese mensili per una persona sola arrivano 803,8*€ (2.798,5*€ per una famiglia di 4 persone). Ora, le metodologia di Numbeo sono poco trasparenti e discutibili, ma fotografano una realtà dell'Italia come un paese in cui si spende 11% meno che in Francia ma dove si guadagna un salario del 43% più un basso. Possiamo discutere se l'11 sia davvero 11 oppure 10 o 12 e se il 43 sia davvero sopra o sotto 40, ma rimane l'ordine di grandezza, confermato a livelli ufficiali.

2. In Francia non protestano perché nongnafanno. Protestano contro un aumento dell'età pensionabile di un paio d'anni. Roba per cui, qui in Italia, non si sarebbe neanche bofonchiato. Dal 1980 sono passate 5 grandi riforme del sistema pensionistico italiano, che lo hanno profondamente modificato e ristrutturato. Rendendolo, tra parentesi, meno sostenibile, quando, a parole, l'intenzione era l'opposto. Le proteste francesi vedono i giovani in prima linea, mentre qui in Italia i giovani protestano contro le pensioni e - naturale evoluzione - contro qualsiasi forma di benessere diffuso.

3. Il governo ha dovuto evitare il passaggio in Assemblea Nazionale, perché i parlamentari avevano paura - e non dei mercati.

4. I sindacati francesi non sono meglio di quelli italiani. Ma in Francia le manifestazioni si fanno lo stesso. E la polizia non scherza.

Mia ipotesi: se sei più ricco hai più da perdere e quindi protesti di più (1) anche se l'ambiente non ti invoglia a farlo (4) ma c'è più consapevolezza diffusa (2). E se la controparte può subire un danno (3) ha più voglia di trattare.

*escluse spese per mutui o affitti

Pubblicato da Valerio Santoro su Goofynomics il giorno 15 mag 2023, 10:49


La colpa è mia.

Sotto ai miei post, come sotto alle pubblicità in cui certe automobili si esibiscono in performance spericolate, dovrei aver cura di scrivere: non provateci a casa! Sì, perché soprattutto dopo che ho avuto l'insigne onore di diventare vostro rappresentante (e quindi di entrare a far parte di quell'associazione a delinquere nota come #aaaaabolidiga), i sopravvenienti ignorano, e i preesistenti hanno dimenticato, che qui siete a casa di un professionista. Uno che ha il suo h-index, niente di stellare, ma superiore a quello di molti "egonomisti" che vi infliggono in TV, uno che, forse ve lo siete dimenticato, ha lavorato in Francia, quindi ha fatto la spesa nei loro supermercati, ha frequentato le loro case, in particolare le case di quelli di loro che stanno bene perché sono élite (universitaria).

Quindi non capisco tutta questa fregola di dimostrare a me, e per di più utilizzando una versione particolarmente squinternata di micuggino che è Numbeo, che "li francesi sò più ricchi de noi, guadambieno più dde noi", a me che i dati li conosco e li frequento per mestiere da quando voi vivevate sereni e spensierati, perché non avevate ancora capito che prima l'economia, e poi, molto dopo, la punturina, si sarebbero occupati di voi. Non la capisco, ma la colpa è mia: evidentemente come profeta dell'appostismo ho fallito: lo pratico, ma non riesco, col mio esempio, a indurre altri a farlo. Peggio per gli altri: io al posto mio ci sto tanto bene, gli altri verranno rimessi al posto loro dalla forza degli eventi, e intanto cerchiamo di capire che cosa sta succedendo e che cosa sto cercando di spiegarvi (chi l'ha capito può saltare la spiegazione).

Sto cercando di spiegarvi questo:


E non venite, cortesemente, a spiegare a me perché sono incazzati ora i francesi, ragionando sulla base dell'ultima prima pagina di Repubblica. I francesi si sono incazzati cinque anni fa per l'aumento delle imposte sul carburante e più in generale per protestare contro l'elevato costo della vita: un quadro molto più coerente con il rallentamento della curva dei consumi esattamente in quel periodo che con le farneticazioni di micuggino numbeo. Certo che ora non gli fa piacere che la loro età pensionabile cresca! Certo che i loro sindacati non sono gialli come i nostri! Ma questa è una goccia che cade in un vaso già traboccato, anche se apparentemente non ve ne siete accorti (ma anche qui la colpa è mia: ve lo avevo detto con sei anni di anticipo e ve ne siete dimenticati).

Le famiglie francesi consumano una percentuale del loro Pil inferiore e decrescente rispetto a quella degli italiani:


Se mi dite che il loro Pil è superiore al nostro e che questo divario è aumentato nel tempo:


con uno scarto che è passato dal 3,4% nel 2011 al 6,2% nel 2022 (niente di quanto dilettantescamente affermato dal buon Valerio e dal divertente Marco, peraltro), vi ringrazio (qui c'è stata l'austerità, lì no), anche perché rafforzate il mio punto: perché mai chi guadagna di più dovrebbe consumare di meno (i volumi li abbiamo visti in questo post: una percentuale minore di un volume maggiore può essere, ovviamente, un volume maggiore, ma come ricorderete il volume dei consumi francesi si sta avvicinando rapidamente a quello dei consumi italiani).

Si può discutere (cioè si potrebbe, se ci fosse qui un minimo di quella raffinatezza che per anni abbiamo profuso, raccogliendo in cambio numbeo) sul fatto che il Pil è una misura meno accurata della capacità di spesa delle famiglie del reddito disponibile. Eccovelo qui, a parità dei poteri d'acquisto:


L'austerità ha divaricato lo scarto, ma... non siamo il 43% sotto.

Dopo di che, siccome voi siete migliori economisti di me, non escludo che possiate raccontarmi che i francesi sono scesi in piazza nel 2018 perché le loro aspettative razionali gli indicavano che nel 2023 le loro pensioni sarebbero state riformate. Le mie me lo indicavano nel 2012, ma le loro, ve lo posso garantire, non glielo indicheranno nemmeno nel 2052!

Anche sull'idea che #aaaaabolidiga si spaventi de "er popolo" avrei molto da dire, ma credo di averlo già detto (anche questo).

Qui il punto è uno, e uno solo: quando giochiamo ad armi pari, cioè senza "le regole", facciamo meglio degli altri, e agli altri per sclerare basta molto meno che a noi, perché non è vero che stiano sideralmente meglio di noi.

Basterebbe saperlo.

Ma è chiaro che dei rappresentanti di un popolo che non vuole capire le proprie potenzialità, se vogliono essere veramente rappresentativi, devono essi stessi per primi ignorare queste potenzialità.

E siccome siamo in democrazia, mi arrendo!

(...buona notte!...)

mercoledì 10 maggio 2023

Tirare la cinghia

Nei commenti a un post precedente Marco, il nostro amico paradigma dell'idiot savant (non è un insulto: è un neologismo), personaggio che in questo blog regolarmente si ripresenta sotto le spoglie dell'ingengngniere piddino che pensa di argomentare in ambito economico facendo un magro e scombiccherato cherry picking su Wikipedia di teorie che a lui sembrano assistite dal principio di autorità, ci raccontava, in buona sostanza, che i francesi stanno meglio di noi (nota bene: nessuno aveva detto il contrario! Il commento dell'idiot savant si inseriva a seguito di una subordinata concessiva di idivev: "La Francia sarà pur sempre ecc.", cioè: ammesso e non concesso che la Francia sia... Ma gli idiots savants, come vedremo meglio nel caso climatico, sono a disagio con la grammatica elementare...). Comunque: Marco ci raccontava che i francesi stanno meglio di noi perché "lo stipendio netto medio a Parigi rimane un 30% maggiore che a Milano" (rigorosamente senza fonte, senza considerare che la Francia non è Parigi e l'Italia è ancor meno Milano, ecc. Ma la caratteristica dell'idiot savant è appunto che lui sa: bastandogli le sue certezze, non ritiene opportuno suffragare con la citazione delle fonti le verità che magnanimamente dispensa).

Vabbè, questa era una delle due premesse del discorso che volevo farvi oggi. Veniamo all'altra.

Poco fa il presidente di a/simmetrie, Benedetto Ponti, ha rilanciato su Twitter un grafico di Nicolas Goetzmann (che non so chi sia), a sua volta rilanciato da Philipp Heimberger, che invece sappiamo chi sia: è stato relatore a un nostro evento sulle regole europee):


Il messaggio è che i consumi alimentari dei francesi (dati mensili in milioni di euro a prezzi costanti) sono tornati al livello del 2007. Visto che a Parigi gli stipendi sono del 30% più alti perché ce l'ha detto sucuggino (cioè il cuggino di Marco), non ci resta che una linea interpretativa di questo dato: evidentemente i francesi sono molto preoccupati dalla prova costume, e quindi, pur navigando nell'oro, preferiscono accumularlo per farci il bagno come Paperon de Paperoni, anziché spenderlo in Bourgogne e Camembert (che rovinano la linea e tra l'altro dovrebbero avere il Nutriscore rosso, o almeno spero...).

Anche qui, come nel caso degli idiots savants, manca la fonte, e mi sono dannato l'anima per reperirla (con l'occasione, vi ricordo, se credete, di sostenere col vostro 5x1000 a/simmetrie, un think tank che le fonti le cita). Verosimilmente saranno fonti nazionali, perché né su Eurostat né su OCSE ho trovato una ripartizione delle spese per consumi delle famiglie a questo grado di granularità: su Eurostat e OCSE, ad esempio, ci sono le spese per consumi alimentari, ma annuali, mentre quelle trimestrali sono distinte solo fra beni non durevoli, semidurevoli e durevoli (e quelle mensili non ci sono).

Non escludo che cercando meglio si trovi qualcosa (magari voi ci riuscirete), ma a me interessava fare un confronto internazionale rapido, e l'ho fatto con quello che ho trovato, cioè questo:


Ora, a beneficio degli idiots savants, segnalo che quello riportato qua sopra è un indice, che quindi ci informa sulla dinamica, non sul livello del fenomeno: ma, se interessa, c'è anche il dato in volume (milioni di euro a prezzi costanti:

sul quale, se qui ci appassionasse il tema sollevato dal "cuggino de sucuggino" (cioè da Marco), ovvero "sono più ricchi i francesi o gli italiani?", andrebbero fatti almeno due aggiustamenti: la conversione in termini pro capite, e la correzione per la parità dei poteri d'acquisto (perché credo sia arduo ipotizzare che al Giambellino la vita costi quanto al faubourg Saint Honoré). Un vero economista, però, tenderà a essere più appassionato dalla dinamica che dalla statica. Del resto, anche per un politico, le tendenze in atto sono molto più rilevanti dei punti di partenza, per il semplice motivo che quale che sia il punto di partenza, il mandato che il politico riceve è quello di migliorarlo, per cui la domanda più rilevante diventa: stiamo migliorando o peggiorando, e di quanto? Una domanda dinamica, non statica: dove stiamo andando?, non: dove siamo?

Comunque: per quanto riguarda la dinamica, i due grafici dicono sostanzialmente la stessa cosa.

In particolare, partendo dalla fine: è confermato che la spesa per consumi non durevoli (che includono quindi anche il tabacco, il vestiario, ecc.) delle famiglie francesi è fortemente arretrata, coerentemente con l'andamento del suo sottoinsieme (le spese alimentari, quelle mostrate nel grafico dell'amico dell'amico dell'amico). L'ultimo dato trimestrale del 2022 è 83 miliardi, cugino degli 83,1 del terzo trimestre 2001 (un bel balzo indietro).

Interessa l'Italia?

Con la stessa logica, l'ultimo dato trimestrale del 2022 è 78,9 miliardi, cugino del 78,4 del primo trimestre 2015. Quindi si può raccontare, senza dire il falso, che per noi il balzo indietro indotto dalla crisi energetica, con annesso scenario inflattivo, è di soli sette anni, mentre per i francesi di oltre 20. In virtù di questa dinamica, a oggi, se misuriamo il benessere in termini di capacità di spesa per consumi non durevoli (escluse automobili, elettrodomestici, ecc., che comunque un po' di benessere contribuiscono a procurarlo), parametrando i volumi di spesa alla popolazione abbiamo che in Francia la spesa pro capite è 83 miliardi diviso 67,8 milioni, cioè 1225,5 euro al trimestre, mentre in Italia è 78,9 miliardi diviso ahimè solo 59,1 milioni, cioè 1334,9 euro al trimestre. Il cuggino di Marco non avrebbe difficoltà a dimostrarci con un modello peer reviewed che, anche se non sembra, la spesa pro capite francese è superiore del 30% a quella italiana (perché a Parigi ecc.). Viceversa i dati (ma i dati, si sa, non servono a chi detiene la Verità) stabiliscono che la spesa pro capite delle famiglie francesi in consumi non durevoli è dell'8,1% inferiore a quella delle famiglie italiane. Se vi rivolgete ai dati, anziché agli idioti revisionati da idioti (cioè dai loro peer), capite perché la gente va per strada in Francia e non qui (e torno a dire che a me dispiace che la gente debba andare per strada e non sono contento che questo succeda in un Paese che amo: sono però contento quando certi fenomeni possono essere ricondotti nell'alveo di una razionalità economica: mi aiuta a pensare che non ho sprecato il mio primo mezzo secolo).

Dopo di che, forse bisognerebbe allargare lo zoom, e possiamo farlo in due modi: con gli indici o con i valori assoluti. Conviene farlo in entrambi i modi anche per aiutarvi a capire una cosa che agli idiots savants (sì, lo avete capito: è il termine colto per indicare i piddini antropologici) normalmente sfugge: quali informazioni forniscano gli indici.

In effetti, se osserviamo il primo grafico, notiamo che fatto 100 il 2005, nell'ultimo trimestre del 2022 i consumi non durevoli delle famiglie italiane sono a 85 e quelli delle famiglie francesi a 98 (quindi quelli italiani sono diminuiti del 15% e quelli delle famiglie francesi del 2%). Sorge quindi spontanea la domanda: ma se la diminuzione dei nostri consumi è sette volte quella dei consumi francesi, come mai non siamo andati in piazza noi?

Non è così strano, o, per l'esattezza: non è strano che non stiamo andando in piazza adesso (visto che, come già detto, in termini assoluti stiamo meglio noi dei francesi, dopo il loro ultimo tonfo).

Il punto è che, come potete vedere dal secondo grafico, nel 2005 (in effetti, dal 2000 al 2009) i consumi in beni non durevoli delle nostre famiglie erano superiori, e non di poco, a quelli delle famiglie francesi. Insomma: conducevamo una vita più agiata, come qualcuno ricorderà (certo non gli "scienziati" awanagana che vengono a scassarmi gli zenzeri su Twitter col mento ancora imbrattato dalla ricottina del rigurgitino, povere stelline...). In numeri, considerando i valori della popolazione al primo gennaio 2005, nel primo trimestre del 2005 in Francia la spesa pro capite delle famiglie in consumi non durevoli era di 84,7 miliardi diviso 62,7 milioni, cioè 1350,7 euro a trimestre (più o meno dove siamo noi ora), mentre in Italia era di 92,8 miliardi diviso 57,8 milioni, cioè 1605,6 euro a trimestre. Insomma: nel primo trimestre del 2005 (anno che scelgo solo perché è il riferimento degli indici Eurostat) gli italiani spendevano (pro capite) il 18,9% in più dei francesi in consumi durevoli, ma soprattutto spendevano il 20,2% in più di quanto gli stessi italiani spendono oggi.

Insomma: è vero che abbiamo fatto un bel tonfo da prima della crisi globale, ma è anche vero che stavamo molto meglio dei francesi, per cui oggi continuiamo a stare un po' meglio di loro, e in termini dinamici oggi l'impoverimento causato dall'ultima crisi è molto meno drammatico di quello che stanno sperimentando, purtroppo, le famiglie francesi.

Non è quindi strano che adesso in piazza ci vadano loro, come dicevo.

Quello che è strano è che mentre venivamo macellati dall'austerità (e non ditemi che non si vede quando è successo) in piazza non ci siamo scesi noi. Ma anche questo tanto strano non è: il macellaretto dell'epoca ci ha spiegato bene com'è andata, e il clima di quel periodo è riassunto da questa immagine diventata a giusto titolo iconica:


Non c'è nulla di male nel mantenere rapporti distesi con gli avversari: l'ho fatto anch'io con la Camusso quando l'ho incontrata (forse anche perché ero distratto da altro). Nel non combatterli, e nelle motivazioni per cui non li si è combattuti, però, qualcosa di male gli elettori potrebbero vederlo, e lo hanno visto.

Ora, come allora, io sono all'opposizione di questa roba qui, ora come allora dandovi i numeri e le ragioni della mia opposizione, ma ora, a differenza di allora, con qualche minimo margine di manovra in più per eradicare la malapianta che ci ha infestato, compromettendo in modo difficilmente rimarginabile il nostro benessere. Ci si sta lavorando, ma intanto, lo ribadisco: l'irrazionalità, dopo aver danneggiato chi l'ha subita, si sta rivoltando contro chi l'ha voluta. Non è Schadenfreude. Lo definirei piuttosto usare la forza dell'avversario: l'unica risorsa di chi ingaggia un combattimento in condizioni di inferiorità.

Tanto vi dovevo (o meglio, tanto dovevo al cuggino di Marco, che ora tornerà petulantemente alla riscossa...).