Oh! È sabato pomeriggio, mancano un paio d'ore alla cena, e pare che finalmente l'ISTAT, dopo
qualche vicenda burrascosa della quale ci ha riferito il Fatto Quotidiano, ci abbia fornito i dati definitivi della crescita 2015. Non entro nel merito del battibecco, i popcorn li ho avuti al cinema con Uga.
Piuttosto, procedo a inaugurare un mio souvenir della Cina:
e contestualmente commento con voi i dati, che trovate
qui.
Intanto, una prima constatazione: nel 2015 l'Italia (
rectius: il PIL italiano, ovvero la somma dei redditi percepiti da tutti gli operatori economici che hanno agito sul territorio del paese, ovvero la somma dei valori aggiunti dei diversi settori dell'economia italiana, ovvero la somma delle diverse voci di spesa di famiglie, imprese, settore pubblico e settore estero) è cresciuta dello 0.6%, anziché dello 0.8% come sembrava fosse appena qualche giorno fa.
In altre parole, è successo questo:
invece di questo:
No, non vi sto prendendo in giro! Non mi permetterei mai! Sapete bene che se lo faccio i bocconians accorrono a difendervi (come fece, dimostrando un senso dell'umorismo non esattamente all'altezza delle sue competenze settoriali, il caritatevole Panunzi col povero Previti, quando bloccai quest'ultimo...), quindi me ne ben guardo.
(...
in realtà sto aspettando che dalla valle dei castori qualcuno intervenga in soccorso del Giovine Baroni, ma non se lo caca nessuno nemmeno lì, e il progetto Giovinia langue per mancanza di leader carismatico...)
I due grafici in effetti non sono identici.
Lo si vede se si accostano le due serie, quella effettiva e quella auspicata dal nostro illuminato governo:
Le speranze del governo le ho messe in verde fava, colore appropriato a cotanto consesso, lasciando in verde Ulivo (concedo ai congeneri una grattatina) i dati effettivi, fulgida testimonianza di cosa produca un aggiustamento macroeconomico al tempo dell'euro (e anche qui la simbologia mi sembra evidente).
La differenza fra la realtà e gli auspici è impercettibile, ma non potrebbe essere altrimenti, atteso che essa è appunto lo 0.8%-0.6%=0.2% del PIL del 2014 (visto che dal 2014 siamo cresciuti dello 0.6% e non dello 0.8%), cioè all'incirca 2.4 miliardi di euro (su circa 1536 del PIL 2014). Insomma, nel 2015 abbiamo fatto 1546 anziché 1548 miliardi di euro. Questo è stato l'oggetto del contendere fra Daveri e l'ISTAT, e forse, a questo punto, sarebbe meglio che per carità di patria il post si chiudesse qui, perché il grafico fa ben capire che di questo passo ci vorranno anni anche solo per tornare ai valori del 2011 (e su quanto ci vorrebbe per tornare a una vita normale non vi intrattengo, avendolo fatto tanto tempo fa, e non volendo guastarvi la giornata...
anzi: ci ho ripensato: guastatevela!).
Una disputa su cifre che sono all'interno di un ragionevole margine di errore statistico non dovrebbe appassionarci. Il governo è riuscito, se ci è riuscito, ad arrestare una caduta libera che nel 2016 è probabile riprenda (chi è su Twitter ha già riso sui bins di Nannhchnh, gli altri, mi credano, non hanno perso nulla).
Quindi ci avevamo preso!
Permettetemi di smorzare gli entusiasmi del vostro seguacesimo. Sì, è vero:
in questo post avevamo parlato di crescita dello 0.6%. Ma, attenzione: quella non era la mia previsione, e ve lo avevo detto:
Quella era la previsione del modello, condizionata agli scenari IMF, che secondo me erano troppo rosei. Io ritenevo che saremmo stati di poco al disopra dello 0%, diciamo in un range fra 0% e 0.4%. Invece abbiamo sforato la soglia dello 0.5%, portandoci addirittura a 0.64% (che arrotondato dà 0.6%). Quindi il nostro modello è più bravo di me, e ovviamente ne sono contento per lui. La mia onestà mi impone però di moderare gli entusiasmi, per almeno un paio di motivi: intanto, perché io in effetti, a rigore, mi sono sbagliato (ero più pessimista del nostro modello), e poi perché la gazzarra intorno allo 0.2% in più o in meno mi riempie di tristezza (ma ve ne parlerò se avanza tempo).
Prima di ragionare sugli errori di previsione, ragioniamo un po' sul valore effettivo. Con i dati resi disponibili dall'ISTAT possiamo farlo in almeno due modi diversi: lato spesa (domanda), e lato produzione (offerta).
Lato spesa, constatiamo questo:
Come da copione (ce lo siamo detto tante volte, ad esempio
qui e
qui), una ripresa della crescita, in assenza di un riaggiustamento del cambio rispetto ai nostri partner dell'Eurozona, comporta un deterioramento dei conti con l'estero. Quest'anno il fenomeno è impercettibile: si passa da 46 a 41 miliardi di esportazioni nette. Ma è stata impercettibile anche la crescita. Non lo è stata la svalutazione dell'euro, pari a oltre il 30% dalla metà del 2014, e gli effetti sulle esportazioni si sono visti: +2.9% nel 2015 e +4.1% quest'anno. Ma le importazioni sono sempre cresciute di più. I keynesiani di buona volontà non lo ammetteranno mai (è roba sporca, roba da neoclassici...) ma i prezzi contano, come ogni casalinga non ideologizzata sa, me compreso.
Altro dato che denota una certa fragilità strutturale è la dinamica degli investimenti. Dal 2012 sono diminuiti del 19% cumulato (contro circa un 5% cumulato di diminuzione del PIL). La loro quota sul PIL è scesa dal 19.5% nel 2011 al 16.7% nel 2014 e lì è rimasta. Potremo parlare di ripresa quando almeno per gli investimenti avremo crescite di un ordine superiore ai punti decimali.
Altro dettaglio, i consumi collettivi (G), cioè la spesa della pubblica amministrazione per stipendi e acquisti di beni. L'unica voce ancora in caduta libera nel 2015, a indicare che l'austerità prosegue (anche se tutti dicono che è sbagliata, ma nel dubbio...).
Se invece vogliamo dare un'occhiata lato produzione, le cose si presentano così, senza particolari sorprese:
Nel 2015 l'agricoltura ha fatto un bell'exploit, con un tasso di crescita quasi al 4%. Peccato che conti per il 2% del valore aggiunto totale, e quindi non abbia potuto contribuire un gran che alla ripresa (ma son contento per gli agricoltori). Contano di più le costruzioni, anche se il loro peso sul totale sta inesorabilmente slittando (dal 5.3% del 2011 al 4.6% del 2015), e questo perché il tasso di crescita del settore è costantemente negativo. Lo è anche quest'anno, per l'1% tondo. L'industria in senso stretto (totale meno costruzioni) quest'anno si riprende, dopo tre anni di tassi di crescita negativi. Prosegue la terziarizzazione dell'economia: il peso del servizi quest'anno resta stabile a 74.7% del totale, era 73.8% nel 2011.
Per capirci, dei 6.5 miliardi di valore aggiunto totale in più realizzati quest'anno, 4.1 vengono dai servizi, cui si sommano 2 che vengono dall'industria in senso stretto, e 1.1 che viene dall'agricoltura, e si sottraggono -0.7 dalle costruzioni.
Se volete il dettaglio dei servizi (visto che contano per tre quarti del totale, può valerne la pena, e del resto, se è così, significa che la maggior parte di voi lavora in quel settore), eccolo:
C'è un solo settore che sta meglio oggi di quanto non stesse nel 2011, ed è quello delle attività immobiliari. La bastonata più forte l'hanno avuta i servizi di informazione e comunicazione, e le attività professionali e di supporto. Temo che avrete diversi aneddoti da raccontarmi. Notate la dinamica delle attività finanziarie e assicurative, che nel 2012, in piena crisi finanziaria, erano le uniche a conoscere un tasso di crescita vicino al 2%. Controintuitivo, ma questo dicono i dati.
Ci sarebbe da discutere per ore, ma vorrei tornare un momento al famoso 0.2% di differenza. La semplice analisi che abbiamo fatto dovrebbe dirvi una cosa: che il PIL, da qualsiasi lato lo si consideri, è la somma di componenti che vengono esse stesse stimate, ognuna con un suo errore.
Capite quindi perché è poco appassionante, anche dal punto di vista tecnico, un dibattito sullo 0.2% in più o in meno nella somma? Chi sa quali e quanti errori compiuti nella stima delle parti si compensano in questo dato aggregato, errori fisiologici, non certo maliziosi, e che con il tempo vengono recuperati, modificando il dato definitivo, così come accade, del resto, per il continuo adeguamento dei criteri di misurazione delle quantità e dei prezzi.
Alla battaglia dello 0.2% perdono quindi tutti.
Perde chi è stato puntiglioso, perché alla fine se l'Italia non riparte è proprio perché il governo ha pedissequamente applicato quelle riforme dal lato dell'offerta che tanto piacciono al professor Daveri (il collega che ha sollevato il problema con l'ISTAT). Il professore, lo sappiamo e per quello gli vogliamo bene, è un offertista convinto, fino al punto, come ricorderete, di
trovare strano un dato che invece è del tutto fisiologico: il boom dell'import, che lui attribuisce a una carenza di offerta (e che noi avevamo ampiamente
discusso e previsto come conseguenza delle elasticità alla domanda e ai prezzi delle equazioni del commercio estero; notate che all'epoca dell'intervento del prof. Daveri tutti andavano in sollucchero per lo 0.9% annunciato, e noi pazienti aspettavamo il cadavere dello 0.6% sulla riva del fiume... consapevoli del fatto che purtroppo era il nostro!). Ma da quelle parti, si sa, vige la legge dell'offerta e dell'offerta, come l'ha battezzata Giuseppe Rubino (su Twitter).
Perde l'ISTAT che, forse per un problema di comunicazione, si aggiunge alla lista delle istituzioni che nell'ultimo semestre hanno perso credibilità (magari ingiustamente, chi può dirlo? Ma che un
vulnus ci sia è indubbio e non fa bene alla democrazia).
E perdiamo, naturalmente, noi, come ho appena ricordato, visto che per risolvere i nostri problemi ci vorrebbe almeno cinque volte tanto di crescita, e per almeno un decennio.
Ma questo, lo sapete, dentro l'euro è impossibile, e fuori difficile.
Si apra la discussione (se pensate che ne valga la pena).
(...se non discutete voi, magari più tardi discuto io guidandovi nell'analisi delle fonti di errore di previsione. Per esempio, potremmo andare a vedere se il modello ha detto la cosa giusta per il motivo sbagliato. C'è sempre da imparare. Certo, quando per ragionare su queste fonti occorre il microscopio, il tema, me ne rendo conto, resta puramente accademico. Ma siamo qui anche per passare il tempo, e quindi...)