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lunedì 28 luglio 2025

Breve storia dei dazi e controdazi

Ieri avevo appena finito di rispiegare alcuni perché del "meno Europa", quando è arrivata la prova regina:


L'Europeona Unitona ha fatto peggio del povero San Marinuccio, che l'aveva chiusa bilateralmente al 10% tre mesi fa:


(come del resto aveva fatto il Regno Unito).

Che un negoziato bilaterale fosse possibile e potesse essere vantaggioso per il nostro Paese ce lo eravamo detti sei mesi fa, visto che l'Italia non era la principale fonte dello squilibrio causato dall'Eurozona:

D'altra parte, nonostante nessuno (tranne chi vi parla) lo mettesse in evidenza, la manovra statunitense era una contromisura allo squilibrio causato da quelli che abbiamo chiamato "i dazi di Draghi", cioè alla svalutazione competitiva dell'euro:


(svalutazione competitiva perché avveniva mentre il surplus europeo stava crescendo, diversa quindi dal fisiologico deprezzamento che subiscono le valute dei Paesi in deficit). Anche in questa svalutazione competitiva il nostro Paese aveva avuto un ruolo tutto sommato marginale, altrimenti la si sarebbe vista quando eravamo in crisi noi, intorno al 2011, mentre si è materializzata intorno al 2015, all'epoca del Dieselgate, cioè dell'inizio della fine tedesca. La contromisura, del resto, era largamente annunciata. Era il 2019 quando parlandovi di quelle che gli operatori informativi chiamano le tariffe vi facevo vedere che da quasi un decennio (allora) gli Stati Uniti manifestavano aperta insofferenza verso la manipolazione della valuta posta in essere dalla Germania. Tuttavia, nonostante le sparate iniziali (se ricordate, a febbraio si parlava di dazi al 25%):


ad aprile davo per molto probabile un punto di caduta vicino a quel 10% di cui Trump e i suoi esperti avevano parlato in campagna elettorale. In effetti, sia San Marinuccio che il Regnone Unitone (due realtà la cui distanza non devo evidenziarvi) l'hanno chiusa lì, come sapete. Ma noi ci siamo affidati alla sagace negoziatrice europea, in ossequio alla saggezza popolare secondo cui l'unione fa la forza. Il risultato è stato il profferire una serie di sconclusionate minacce:


Ben 95 miliardi di controcazzi, pardon: controdazi, senza mai e poi mai ammettere la natura del problema e dimostrare un minimo di resipiscenza e di volontà di raggiungere soluzioni cooperative. Insomma, una vera e propria Strafexpedition (che è la dimensione negoziale delle Sturmtruppen, come l'autogol è la dimensione dialettica del piddino) che non poteva portare che da una parte, qui:


Questa arroganza totale, questa incapacità ontologica di ammettere le proprie colpe, stupisce, perché poi si scopre che quando nelle vesti dell'importatore si trova l'UE, la signora von der Leyen ha ben chiaro che deve chiedere quello che da esportatrice non è disposta a concedere:


La malafede (e anche una certa ingenuità, se posso...) è quindi palese...

Inutile dire che alla minaccia di controdazi il Donaldo Trumpo ha reagito da par suo:


andando 5 punti percentuali oltre la sua pretesa iniziale del 25% (apro e chiudo una parentesi: le forme di parmigiano esposte sul Sole 24 Ore fanno capire come il giornale degli industriali italiani immagina sia composto il nostro export verso gli Usa), e trascinando così verso l'alto di 5 punti percentuali il punto di caduta, che quindi è stato il 15%, non il 10% che pensavo io (e pensava anche lui, come vi ho dimostrato per tabulas). D'altra parte, all'arroganza del botolo tedesco non si poteva rispondere in altro modo, ed è colpa nostra, non di Trump, se non ci è bastata la lezione del 1945.

I mercati, lungo tutto lo svolgersi di questa complessa vicenda, se ne sono battuti completamente il belino, tranne all'inizio, quando ci fu un tuffo verso il basso prontamente recuperato:


(questo è il FTSE MIB).

Non è chiaro perché mai gli operatori informativi e gli economisti da talk show, sempre così inclini a prosternarsi al verdetto dei mercati, in questo caso lo ignorino. Non è chiaro, cioè è chiarissimo: in questo caso il verdetto dei mercati non quadra con la loro narrazione terribilista "Trump pazzo cacca pupù disastro", e quindi lo ignorano. Mi è invece chiaro perché i mercati non si preoccupino: perché il 15% (cugino del 10%) è un margine che lungo catene distributive complesse si può assorbire, nel tempo, soprattutto considerando che a monte di questo aumento del 10% c'era stata una svalutazione del 25% che aveva consentito a molti di mettere, quatti quatti, tanto bel fieno in cascina. Ma non vi annoio con una lezioncina sul pricing delle aziende oligopolistiche che operano in mercati internazionali.

Non è nemmeno chiarissimo per quale motivo abbiamo evitato di percorrere la strada, assolutamente lecita, del negoziato bilaterale. Vero è che era stato Trump il primo a escluderla:


come era in sua piena potestà fare (mentre spero che abbiate capito, almeno voi, che la competenza esclusiva dell'UE è sui dazi che mette lei - perché anche lei ne mette! - non su quelli che mettono gli altri, nonostante questo concetto sia impervio a peraltro garbati colleghi con cui non voglio litigare: lascio che litighino loro col mio amico Aristotele...). Trump potrebbe averlo fatto per evitare di subire la solfa deamicisiana: "Trump, tu uccidi l'Europa!", ben consapevole che quest'ultima è di per sé un morto che cammina, e lo è tanto più quanto più si affanna a dare segni di vitalità. Lato nostro, credo che sia entrata in gioco una complessa valutazione di opportunità che tutto sommato condivido: se ci fate caso, mandare la von Sturmtruppen a schiantarsi contro il muro della propria connaturata arroganza di certo non la rafforza, ci ha evitato di passare per sabotatori del meraviglioso brogeddoeurobeo, con annesso costo politico di un nuovo otto settembre (di cui l'Italia è meglio che abbia fatto a meno), e alla fine ci è costato solo il 5% in più (15% invece di 10%). Un costo che molti imprenditori, inclusi quelli sollecitati dai media per alimentare la narrazione terribilista, trovano in fondo sostenibile (anche se è ovvio che chi ha beneficiato di una svalutazione del 25% preferisce poi non sostenere un dazio del 15%)!

Quindi, come dire: tutto è bene quel che finisce male!

Il nostro principale nemico ne esce indebolito anche di fronte ai più subalterni dei suoi vili lacchè (l'odierna rassegna stampa offre un florilegio inestimabile). Il nostro Paese non ne esce troppo danneggiato, posto che l'alleanza con il fiero alleato germanico ormai è lì, e sbarazzarsene non è semplice come ordinare una cedrata al bar (il che significa che l'ottica in cui dobbiamo porci è quella di riduzione del danno, e mi sembra che sia stata interpretata bene). Non ne esce troppo male nemmeno il blog, anche se avevamo fatto una previsione che era un bijoux, quel 10% che era nelle cose come tanti esempi dimostrano, e da cui ci siamo discostati, come il breve resoconto storico che vi ho fatto dimostra, solo per le goffe vociferazioni dell'odiosa megera.

Inutile dire che l'opportunità offerta dai dazi, quella di riflettere, come oggi chiede perfino Draghi, sul nonsenso di un modello di crescita sbilanciato sull'inseguimento dei mercati esteri, è finora andata perduta. Un modo per coglierla potrebbe essere, come sta facendo Claudio, usare la sponda della narrazione terribilista per chiedere un provvedimento che, come vi dicevo, è comunque nelle cose (l'allentamento delle regole di bilancio), o un provvedimento che non verrà mai accordato (la sospensione delle regole di bilancio). Tatticamente sarebbe una mossa interessante, ma vanno viste anche le sue implicazioni strategiche. Un'Europa che non strangoli se stessa con il Patto di stabilità rischia di innescare una nuova dinamica centro-periferia, un nuovo ciclo di Frenkel? Non è da escludersi, anche se in questo caso il motore degli squilibri, la Germania, più che sul dumping salariale e quindi sull'espansione delle esportazioni (con conseguenti squilibri debitori della periferia) sembra puntare su una sorta di dumping di bilancio e quindi sull'espansione degli investimenti bellici (con una spinta espansiva da cui in realtà la periferia potrebbe trarre beneficio, naturalmente fino al momento di rinnovare il magazzino). La fragilità causata dall'assenza di quel fisiologico meccanismo di riequilibrio che è il cambio nominale potrebbe tardare a palesarsi, ma sarebbe necessariamente parte degli sviluppi di un'Unione Europea che in un modo o in un altro cessasse di crescere sotto potenziale.

Intanto, il dollaro sta cedendo, cioè l'euro si sta rivalutando:


e chi ci dice (ora) che l'euro forte danneggia le imprese sta dicendo, senza rendersene conto, che una lira correttamente prezzata non le danneggiava.

Un passo alla volta...

lunedì 14 luglio 2025

Sono vivo! Su Trump, Draghi, i dazi, le unioni doganali...

Ieri volevo andare in alto ma il tempo si preannunciava instabile. Per fortuna ero solo (in montagna non si va da soli, ma la solitudine nel weekend è molto relativa: diciamo che decidevo da solo, ma sarei certamente stato in compagnia...) e così mi sono preso il rischio (calcolato da me, quindi accettabile) di partire ugualmente, mitigando con una oculata gestione del fattore tempo la probabilità di eventi avversi (incenerimento da parte di una folgore). Sveglia alle 5: mentre faccio rapidamente colazione la prima notizia su cui mi cade l'occhio è questa, giro la chiavetta nel quadro e l'autoradio mi parte su questa... Imperturbato mi avvio, e tutto va come deve andare. Sulla vetta relativamente laterale che mi interessava ho trovato ben quattro persone (due mentre salivo, una mentre scendevo, e una che mi ha fatto compagnia in vetta per qualche minuto, senza dire una parola, nemmeno buongiorno, cosa questa relativamente rara)! Sulla dorsale principale del gruppo, poi, ne avrò incontrate una cinquantina, di tutte le condizioni: dal matto che mi ha superato di corsa mentre andavo e si è fatto (correndo) il tour Pomilio-Monte Amaro-Monte Pescofalcone-Pomilio (via Tre portoni, ovviamente), superandomi di corsa anche al ritorno (non so se farei una cosa simile nemmeno con trenta anni di meno addosso), a gente che scendeva dalla notturna dopo aver visto l'alba dalla vetta più alta (altra cosa che non so se farei, ma capisco chi la fa), famiglie con bambini, bambini con famiglie, persone di ogni stazza, di ogni forma, di ogni età (semicit.).

Quando vado in compagnia di ggiovani (ma anche di ex ggiovani) non riesco mai a stare in vetta quanto voglio, perché toccata la croce si riscende nell'ansia di fare "il tempone". Da solo posso restare quanto voglio, e l'ho fatto anche questa volta, bighellonando per un'oretta sul "desolato pianoro sommitale", sempre monitorando i parametri del clima, cioè, scusate, del meteo. La mia ansia tassonomica trovava sfogo nel battezzare dall'alto tutte le cime note (ultimi arrivati dalla penultima escursione: il Bolza e il Cappucciata), e interrogandomi su quelle ignote. I corridori, gli agonisti, si perdono occasioni rare come questa:


una gioia per gli occhi e per il cuore!

Poi sono sceso, facendo altri incontri che trovate nei miei altri canali social (in particolare su questo), e prendendomi nelle quattro ore del ritorno un'ora buona di acqua, per la quale ero attrezzato e che mi ha fatto più che altro piacere, visto che sui 2000 di quota comunque il rischio di schiantare di caldo c'era, e che non si trattava di un temporale (solo un tuono in lontananza, nessuna folgore).

Tutto questo solo per dirvi che sono vivo (qualcosa può sempre andare storto, ma questa volta non lo ha fatto) e che se ultimamente vi ho un po' trascurato non è perché non avessi nulla da dire, ma perché ho avuto (e anche oggi ho) molto da fare. Un esempio, fra quanto è condivisibile (perché non tutto può essere detto, con buona pace dei fatequalcosisti), del mio da fare è questo:


(magari a qualcuno interessa) ma poi c'è anche molto altro, di cui passo ad occuparmi, non prima di un commento sui fatti del giorno.

Devo ancora rispondere ad alcuni commenti del post precedente (e sbloccare quello di Marco Pezzini che ha un suo interesse e merita di essere valorizzato), ma intanto riapro qui una nuova coda perché, come ricorderete, al verificarsi di una certa condizione - che, se pure in ritardo, pare si sia materializzata - vi avevo autorizzato a darmi del coglione (qui), e non sono certo io il tipo che si sottrae alle critiche! In effetti, la congettura aveva retto per il periodo su cui era stata definita:


ma indubbiamente qualche ulteriore considerazione va fatta (anche a prescindere dal fatto che il negoziato - per favore, non "la negoziazione" - non è finito!).

Mi limito per il momento a osservare una cosa che ci siamo detti mille volte e che abbiamo anche scritto qualche volta, parlando dell'Europa secondo i tedeschi, ed è quindi un QED:


Le sagge considerazioni di Claudio secondo cui non si dovrebbe negoziare insieme con la Germania sono in realtà un ovvio "di cui", uno dei tanti "di cui", di un dato fondamentale, di una inequivocabile lezione della SStoria che qui ci è sempre stata ben chiara: non ci si dovrebbe mai alleare con la Germania.

La lezione dei classici in questo era stata esplicita e direi anche più radicale:


In Germania non ci si dovrebbe proprio andare!

Ma i classici chi li studia più, ormai?

A che cosa porti un'alleanza con la Germania tutti credono di ricordarlo ma pochi se lo rammentano e nessuno credo ne abbia analizzato le ragioni con la nostra stessa accuratezza e, per certi versi, lungimiranza. Guardate ad esempio questo vecchio dibattito con Andrea Mazzalai:


C'era già tutto, otto anni fa. Il cambio decisamente non è andato a 1. Resta da vedere se il Paese esploderà. La domanda di fondo quindi è sempre la solita, e a quella, come sapete, purtroppo non so dare risposta: che cosa si aspettano gli Stati Uniti dall'UE e dall'euro? Declinata nell'attualità, la domanda è: il rilancio da parte di Trump sui dazi oltre il target che si era dato è una mossa tattica negoziale, è un momento di irrazionalità (ma decide veramente da solo? Si è totalmente sbarazzato del deep State?), o è un deliberato tentativo di forzare gli Stati membri dell'Unione a un "tana liberi tutti", cioè un gesto deliberatamente aggressivo verso l'UE? Vi confesso la mia incapacità di rispondere a questa domanda, che è senz'altro conseguenza di un mio limite, ma anche di un dato oggettivo: difficile intuire che cosa voglia fare una cosa che in fondo non conosciamo (gli Stati Uniti) di una cosa che in fondo non esiste (l'Unione Europea)! Valgono sempre le note parole di Kissinger. 

Due considerazioni finali.

La prima l'ho espressa nella cloaca e ve la ripropongo qui:


Il trade-off di cui parlava Alesina nel 1997 commentando quella che Obstfeld chiamava "la scommessa europea":


quello fra la relativa facilità nel raggiungere un indirizzo politico unitario quando si è piccoli, e la capacità di resistere a shock esterni quando si è grandi, semplicemente non esiste: l'Unione Europea si è dimostrata in almeno due circostanza (la crisi debitoria del 2011 e la crisi dei dazi in corso) un amplificatore, anziché un ammortizzatore, di shock, e il motivo risiede essenzialmente in un dato che Alesina non poteva prevedere perché non era parte del progetto originario. Questo progetto, come ricorderete, prevedeva che:


i bilanci nazionali mantenessero la loro capacità di rispondere a shock (avversi) nazionali o "regionali" (cioè a livello di Eurozona) tramite gli stabilizzatori automatici (la sicurezza sociale, cioè indennità di disoccupazione, ecc.) e altre politiche discrezionali.

In realtà non è andata così, per il combinato disposto dell'adozione del Patto di stabilità e di crescita e dell'aver fatto entrare nell'Unione economica e monetaria Paesi che, come il nostro, ai sensi del Patto non avevano "spazio fiscale" per intervenire (tralascio la follia ideologica del non comprendere che la spesa pubblica, soprattutto in investimenti, apra più spazio fiscale di quanto non ne tolgano i tagli). Le conseguenze erano evitabili, ma non le abbiamo evitate, e ora tutti lo ammettono, tranne qualche scemo nella cloaca, Qui avete la versione profetico-assertiva:

e qui la versione imbarazzata e balbuziente:


ma sempre la stessa cosa è. La distruzione dello Stato sociale, della domanda interna, attraverso politiche di compressione dei salari priva il mercato unico della sua fondamentale funzione assicurativa contro gli shock esterni, e al contempo alimenta gli squilibri esterni, come ho altresì rimarcato a uso dei ratti della cloaca:


Quindi il progetto unionale ha fallito, e ha fallito per un motivo che a qualcuno sembrerà paradossale, ma che in realtà è piuttosto ovvio: se i Paesi che compongono un mercato unico non sono un'area valutaria ottimale, l'adozione di una moneta unica comprometterà il funzionamento del mercato unico perché obbligherà a politiche di distruzione della domanda (cioè del potere d'acquisto) i Paesi in temporaneo deficit.

Contro questo c'è poco da fare.

Le richieste, pur apprezzabili, di sospendere le regole del Patto di stabilità, nella sua nuova versione, hanno ovviamente un senso, ma rientrano nella categoria dell'appellismo, qui sviscerata a suo tempo, perché finché sarà a trazione tedesca, cioè finché esisterà, l'Unione Europea non sarà mai disposta ad articolare il proprio modello di crescita sulla domanda interna, cioè non sarà mai disposta a scommettere su quello che vanta come suo risultato più significativo, ma che nei fatti ha smantellato deliberatamente con l'austerità: il mercato unico.

La seconda considerazione è anch'essa piuttosto ovvia e la fa oggi Liturri su La Verità. Voi sapete che cosa sono le regole di origine? Non credo lo sappiate in molti, perché sono un tema per addetti ai lavori, per chi ha insegnato e studiato economia internazionale. La richiesta di negoziati bilaterali da parte di membri di una unione economica, che quindi è anche una FTA e una custom union, si scontra contro un dato: il problema non è da quale frontiera esce il bene che la controparte vuole assoggettare a dazio, ma in quale Stato membro è stato prodotto. Quindi forse il negoziato più che sui Paesi dovrebbe essere sulle classi di prodotti, ma all'atto pratico questo approccio costringerebbe a coinvolgere gli altri partner dell'unione (economica, commerciale, doganale), con un accresciuto rischio, peraltro, di vederne esplodere le tensioni interne. La questione prima facie sembra facilmente risolvibile: dato che il problema sono sostanzialmente le automobili tedesche, possiamo serenamente dirci che una BMW, anche se parte da Lisbona, è chiaramente riconoscibile come bene di origine tedesca. Ma il mondo purtroppo è un po' più complicato di così. La sintesi di questa considerazione è semplice ma mi prendo la responsabilità di esplicitarla: l'unico Stato che può condurre negoziati semplicemente e genuinamente bilaterali in una unione (doganale, commerciale, economica) è quello che è uscito dall'unione, e abbiamo nelle vicende del Regno Unito un chiaro esempio di questa asserzione.

Che poi è come dire che da un legno così storto come quello di cui è fatta l'Unione, non si può costruire nulla di perfettamente dritto.

E anche questo, lo avrete riconosciuto, è un "di cui", che ci viene dritto dritto dalla patria del problema: "Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden".

Dichiaro aperta (e chiusa da Kant) la discussione generale...