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lunedì 4 maggio 2026

La transizione verde e quella digitale sono incompatibili

(...sempre sul filone delle cose che non entrando in testa entreranno altrove...)


Qualcuno (credo fosse un alchimista, insomma, un ciarlatano, un cultore delle pseudoscienze) lo aveva detto tempo addietro. Gli OI 'ndernescional non pare se ne siano ancora accorti. Il loro problema infatti è: "Ma che ci facciamo con tutta questa potenza di calcolo?" Domanda pertinente, ma lievemente subordinata rispetto alla domanda fondamentale: "Dove troviamo l'energia necessaria per farla girare?"

Guardiamo il bicchiere mezzo pieno (o rotto, se volete): se anche "gli idioti di Düsseldorf" imboccano la strada dell'AI, questa è la smoking gun che si tratta in effetti di una bolla, vent'anni dopo quella dei subprime! Abbiamo trovato qualcuno cui lasciare il cerino in mano, e sarà, come al precedente giro di valzer, l'Eurozona (vedo sfide ma anche opportunità...).

Che di bolla si tratti, del resto, ce lo hanno detto in tutte le salse Daniela Tafani e Juan Carlos De Martin (potete trovarvi i loro interventi sul sito di asimmetrie.org), e, udite udite, se n'è accorto perfino Servaas Storm, che per quanto sia un negazionista dell'euro (e per questo molto simpatico a tutti quelli che vogliono salvare la sinistra dalla vergogna di aver sponsorizzato un progetto di deflazione salariale), non è certo un cretino, come questo suo divertente pezzo sulla teiera di Russell dimostra (per noi non è una novità: è come sempre la sinistra che arriva dove Goofynomics era un paio di anni fa...).

Come disse il merlo al tordo, quando salterà questo tappo (cioè quando l'esercito statunitense deciderà di non sovvenzionare più questa industria, se deciderà di farlo: ma a un certo punto si raggiungeranno i rendimenti decrescenti anche qui, no?) vedrai che l'ultima delle nostre priorità saranno le girandole o i pannelli cinesi...

sabato 22 novembre 2025

La decrescita infelice: previsioni e prefiche

Quelli della decrescita felice escono dalla loro crisalide (sono ortotteri) per accusare questo Governo di aver fatto austerità, e quindi decrescita, che quindi, par di capire, nel frattempo è diventata infelice.

Dopo il mantra del fiscal drag (di cui a un successivo post, perché mi sarei anche rotto i coglioni seccato di assorbire un tasso di stronzate lievi imprecisioni fuori scala), il nuovo mantra è questo: "nel 2026 cresceremo solo dello 0,8 perché il Governo ha fatto austeritah!"

Su cosa sia l'austerità ci siamo esercitati in un altro post, dove come chiave di lettura vi ho dato l'andamento degli investimenti pubblici netti, i quali indicano chiaramente chi, quando, dove e come ha fatto austerità:


Per inciso, vi suggerisco di scaricare questi dati dalla loro fonte originale (se incontrate difficoltà ditemelo e vi spiego come si fa), che è questa (la variabile è UING e la potete selezionare nel "sub chapter" 3.4 "Net fixed capital formation"), perché sono piuttosto convinto del fatto che da quando questo blog che non esiste l'ha portata nel Dibattito che non c'è qualcuno in Commissione stia passando un brutto momento, e sicuramente una accurata "revisione" dei dati potrebbe essere promossa per riscrivere la storia, un po' come accadde con le misure di flessibilità del mercato del lavoro dell'OCSE, che, come ricorderete, vennero "revisionate" quando qualcuno vi aveva fatto vedere che il nostro mercato del lavoro era già sufficientemente flessibile e quindi le "riforme" non servivano (questa storia la trovate qui e chi non la conosce trarrebbe beneficio dallo studiarla).

Oggi parliamo del nuovo mantra, quello della scarsa crescita nel 2026, partendo da un dato ovvio, cioè che per conoscere quale sarà la crescita nel 2026 bisognerà aspettare almeno il 2028: tanto occorre alle statistiche economiche per consolidarsi, dato che il Pil, come quelli di voi più anziani sanno, è una stima campionaria, soggetta a affinamenti progressivi. Non è una gran sorpresa! Basta andare ora sul sito dell'ISTAT per vedere che fra l'edizione del settembre 2024 e quella del settembre 2025 il tasso di crescita del Pil reale nel 2023 è aumentato da 0,7% a 1%!


(mi perdonate se vi lascio fare i calcoli per esercizio?)

Niente male, no?

Per inciso, nell'autunno del 2022 la Commissione Europea la metteva giù ancora più cupa, prevedendo che nel 2023 saremmo cresciuti appena dello 0.3% (lo trovate qui). Insomma: il dato definitivo ma non consolidato dell'ISTAT nel 2024 sottostimava la crescita di 0.3 punti, mentre la previsione della Commissione Europea a fine 2022 sottostimava la crescita nel 2023 di 0.7 punti.

Ribadito che a me di fare l'avvocato difensore del Governo di destra interessa fino a un certo punto (le conosco, sono brave persone, ma in questa sede ci occupiamo di altro), vorrei però dire che se le previsioni degli idioti di Bruxelles vanno prese per oro colato, allora innanzitutto non capisco perché stracciarsi le vesti a fronte di un dignitoso 0,8% ottenuto con Germania e Francia sull'orlo di una crisi non indifferente, e poi soprattutto non capisco perché nessuno abbia applaudito Giorgetti quando nel 2025 si è visto che nel 2023 aveva portato a casa 0.7 punti di crescita in più del previsto!

Non è mica poca cosa fare il triplo della crescita che ti hanno attribuito!

Il punto però, ovviamente, è un altro.

Gli esercizi di previsione di Bruxelles hanno mera rilevanza comunicativa e politica, di scientifico hanno ben poco (non sono replicabili, non viene fornito né il database di riferimento né il modello con cui sono effettuati), e soprattutto prendono delle toppe clamorose e soggette a un discreto bias ideologico, talché sarebbe d'uopo stamparli sulla stampante della Merkel e farne il conseguente uso, invece che usarli per sterili polemicucce da classe differenziale. Ma questa è l'opposizione che ci possiamo permettere col budget che abbiamo (la prossima volta che incontro Giancarlo gli chiederò di fare un po' di deficit per comprarci un'opposizione migliore!), e devo dire che vista da destra non è meno scema di quando la guardavo da sinistra...

Entriamo quindi nel merito e analizziamo il track record di questi esercizi previsionali negli ultimi anni. Per non tediarvi (cioè tediarmi) troppo mi sono limitato a esaminare quelli fatti da quando venne aperto il blog, cioè dall'autunno del 2011. Per chi si fosse dimenticato il calendario a casa, ora siamo nell'autunno del 2025 e le previsioni testé emesse, che trovate qui, si riferiscono al triennio 2025-2027. Il 2025 infatti non è ancora finito (it's not over until it's over) e quindi bisogna stimare anche lui: la Commissione ci stima a 0,4% come l'IMF, mentre l'OCSE ci stima a 0,6% e come sarà andata lo sapremo nel 2027 (a settembre, quando forse sarò tornato a fare una vita normale). Per valutare l'attendibilità complessiva di queste previsioni ho scaricato tutti i rapporti a partire da quello dell'autunno del 2011, che quindi prevedeva gli anni dal 2011 al 2013 (l'archivio lo trovate qui).

Ho calcolato le usuali statistiche descrittive di bontà della previsione (errore medio, errore assoluto medio, radice dell'errore quadratico medio) per due previsioni: quella cumulativa sul triennio, e quella fatta per l'anno immediatamente successivo all'anno in cui l'esercizio viene pubblicato (quindi le previsioni one-step-ahead: quella per il 2012 fatta nel 2011, quella per il 2013 fatta nel 2012, ecc.). Il triennio, naturalmente, l'ho considerato perché l'ho sentito evocare spesso dalle prefiche piddine ("cresceremo solo del 2% nel triennio..."). I dati sono rappresentati qui:


dove ogni set di previsioni è rappresentato da una spezzata tratteggiata rossa che unisce tre punti dati, e i dati consolidati invece sono invece rappresentati dalla spezzata nera.

Cominciamo intanto dalle previsioni "un passo avanti".

La situazione è questa:


Nei tredici anni considerati c'è stata una discreta prevalenza di sovrastime della crescita (errori di previsione negativi). L'errore medio è pari a -0.6, ma com'è noto questa statistica dice poco sull'accuratezza del modello, dato che nell'errore medio gli errori positivi e negativi si elidono a vicenda. Per questo è meglio utilizzare l'errore assoluto medio (dove gli errori vengono presi tutti in valore assoluto, cioè ignorando l'eventuale segno negativo) o l'errore quadratico medio (dato che elevando al quadrato l'errore si ottiene sempre un numero positivo), del quale si prende la radice quadrata perché sia di un ordine di grandezza comparabile a quello della variabile analizzata, o meglio ancora lo SMAPE, cioè l'errore assoluto medio percentuale simmetrico (lo spiegone è qui), che è l'indicatore utilizzato nelle famose M-Competitions (famose per quelli del mestiere, naturalmente: ma dite la verità, quante cose si imparano qui?...).

L'errore assoluto medio è di 1,7 e la radice dell'errore quadratico medio di 3,1. Considerando che nel periodo considerato la crescita media è stata di 0,5, diciamo che l'ordine di grandezza dell'errore di previsione è di oltre tre volte quello della variabile che intende prevedere. Naturalmente sono stati anni difficili, e quindi una precauzione va presa: nessuno poteva prevedere il tonfo causato dal COVID, per cui può essere utile ricalcolare queste statistiche eliminando il 2020 (non il 2021, perché a differenza del tonfo il rimbalzo era prevedibile!). Con questa accortezza l'errore medio si avvicina sostanzialmente a zero, l'errore assoluto medio scende a 1,1, e la radice dell'errore quadratico medio a 1.7. Sono sempre ordini di grandezza ragguardevoli rispetto alla media del fenomeno (che se escludiamo il tonfo del 2020 sale a 1,3, il che significa ad esempio che l'errore assoluto medio percentuale è dell'85%)! Anche utilizzando lo SMAPE, misura più appropriata in presenza di errori estremi, i risultati sono sostanzialmente simili: 85% o 75%, a seconda che si consideri o meno l'outlier del 2020.

Per darvi un'idea di che cosa questo implichi per l'accuratezza delle previsioni europee, questa:

è l'appendice B della terza M-Competition (The M3-Competition: results, conclusions and implications, pubblicata nel 2000), e come vedete l'ordine di grandezza dello SMAPE per le previsioni un passo avanti è fra l'8% e il 10%.cioè le previsioni europee sono dalle sette alle dieci volte meno accurate di previsioni fatte con metodi di analisi univariata.

Insomma, queste previsioni tecnicamente sono una chiavica, come tutto ciò che da lassù proviene.

Nel caso interessi, e visto che ve le avevo promesse, vi do anche le statistiche descrittive delle previsioni della crescita cumulata nel triennio:


e come si dice (ed è del resto prevedibile, considerando l'allungamento dell'orizzonte di previsione), mejo me sento! Lo SMAPE arriva gagliardo al 99%, le toppe clamorose non mancano e spesso sono ideologicamente connotate. Guardate ad esempio quale radioso futuro prevedeva per noi la Commissione ad autunno 2011: nel triennio 2011-2013 la crescita cumulata sarebbe stata di 1,3 (non mi ricordo che nessuno si stracciasse le vesti piagnucolando sull'austerità: io mi ricordo un grande elogio del loden, del rigore e della compostezza...). Fu invece di -4,2, con un errore di previsione di 5,5 (niente male, no?). Questo significa che il 2,0 previsto, oltre a non essere nemmeno sul podio delle peggiori previsioni di crescita triennale cumulata (le peggiori furono, nell'ordine: 0,1% nel 2013, 1,2% nel 2019 - vi ricordate critiche al Governo giallorosso? - e 1,3% ex aequo nel 2011 e 2014), potrebbe con uguale facilità essere uno 0% o un 4% per quanto ne sappiamo (io scommetto su qualcosa vicino al 3%, ma prendetene nota voi perché se ne dovrà riparlare nel 2028, al #goofy17).

Capite quante sfumature di non senso racchiude la nenia delle prefiche piddine sulla mancata crescita?

Bene.

Torno su un punto. Appurato che quando uno è imbecille, lo è indipendentemente dal punto di osservazione (e quindi tanto lo è da destra quanto da sinistra), mi preme evidenziare, miei diletti seguaci, nella mia qualità di vostro ecclesiarca e guru, che a me di difendere il governo "de destra" me ne fregherebbe anche poco, come esercizio intellettuale. Non sono l'ufficio stampa di Giorgia né lo spin doctor di chicchessia, e peraltro sanno benissimo difendersi da soli quando sono attaccati (almeno quanto sanno mettersi nei guai quando non lo sono)! Qui il problema è un altro: mi infastidiscono molto la disonestà intellettuale e soprattutto il dilettantismo. Questo sentir blaterare di previsioni come se fossero dati consolidati da parte di chi a malapena saprebbe definire le variabili di cui si tratta, da chi in vita sua non ha mai fatto una previsione né ha idea di quali siano i relativi metodi e strumenti, né tantomeno cognizione dell'amplissima letteratura scientifica sull'argomento, dopo un po' mi infastidisce. Vero è che a questo dovremmo essere abituati. Ma è esattamente a questo che non dovremmo abituarci, ed è invece esattamente il contrario quello che dovremmo pretendere, dato che in suo nome siamo stati vessati oltre umana immaginazione: che a pronunciarsi siano solo gli esperti.

Se valeva per gli opinion leader con 21.007 follower al tempo della pandemia, può valere per i docenti universitari della materia con 142.695 follower dopo la pandemia.

O no?

martedì 4 novembre 2025

Meno quattro: "noi credevamo..."


(...ieri a Pollutri, in un'atmosfera serena e costruttiva, con oltre un centinaio fra militanti Lega e operai del distretto Val di Sangro. Un'occasione per mettere i puntini sulle "i". Sempre grazie a durezza del vivere, che da otto anni a questa parte ci ha aperto gli occhi su tante cose. Lo vedremo, appunto, al #goofy14...)

(...P.s.: la slide su chi ha votato cosa ve la metto qui, perché secondo me è utile per farsi un'idea:


e il foglio Excel ve lo ingrandisco qui:


perché voglio bene ai vostri occhi, ricordando che il codice colore è quello dell'aula: verde favorevole, bianco astenuto, rosso contrario. I risultati sono cromaticamente controintuitivi, per chi crede ai giornali: la Lega è molto rossa e il PD molto verde! Seguitemi per altri trucchetti!...)



 

giovedì 25 settembre 2025

Europeismo ed ecologismo

Chiedo scusa per l’interruzione: io a queste parole di Antonio Gozzi, relatore al prossimo convegno annuale di a/simmetrie, non trovo nulla da obiettare. E voi?

Eventualmente avrei qualcosa da aggiungere: l’ideologia dell’ecologismo ha forti analogie con quella dell’europeismo, e non è quindi un caso che le due vadano a braccetto.

Il concetto di “transizione” ecologica indica un percorso che parte da un luogo noto, la tecnologia presente, per andare verso l’ignoto, verso un luogo che fisicamente non c’è e forse è impossibile (ripetiamolo: non esiste abbastanza rame per cablare un mondo completamente elettrificato…). Se ci fate caso, è esattamente come il percorso “verso l’Europa”, che parte da una cosa nota (gli Stati nazionali) per andare verso una “unione sempre più stretta” (art. 1 del Trattato sull’Unione Europea), senza che sia specificato quando questa unione sarà abbastanza stretta da poter considerare raggiunto l’obiettivo. La transumanza andava dall’Aquila a Foggia: l’Unione Europea, o la transizione ecologica, dove vanno? Non si sa, non si deve sapere, perché così la responsabilità di qualsiasi incidente evitabile o inevitabile lungo il percorso non possa essere attribuita a chi lo ha proposto, ma a voi, che siete e sarete per sempre colpevoli (nel prezzolato resoconto dei media) di non voler abbastanza di una cosa che non funziona!

Ma la stessa identica cosa vale anche per alcune scadenze temporali perentorie, come l’euro nel 1999 o l’auto elettrica nel 2035! Si propone un obiettivo tecnicamente sbagliato (ma si dice “sfidante”) sperando che il mondo si adatti (ma il mondo segue le sue logiche): lo scopo del gioco alla fine è lo stesso, lo svuotamento della classe media per rimpolpare il reddito degli oligarchi tecnocrati. E anche in questo sacrificio umano la responsabilità viene addossata alle vittime, che non hanno saputo raccogliere le sfide della modernità (cioè che hanno seguito l’ovvia razionalità economica anziché il delirio fascista di quattro idiots savants).

Ci vediamo al #goofy14!

martedì 15 luglio 2025

La caccia alle streghe

Forse lo avrete capito: da sempre mi affascina la spudorata presunzione dell’uomo contemporaneo di essere superiore cognitivamente, moralmente, ontologicamente, a chi lo ha preceduto. So di essere in buona compagnia in questo mio sentimento: in compagnia, per esempio di Giacomo Leopardi, ma anche di autori meno noti (o suppostamente noti) al grande pubblico, come Michéa. La mia (non ardisco dire: la nostra) maledizione è quella di ritenere che l’essere umano debba concentrarsi più sul metodo che sul merito. Il merito, l’oggetto del ragionamento, è alla portata di qualsiasi bestia. Non c’è animale che non sappia distinguere fra ciò che è commestibile e ciò che non lo è. Questo è il merito delle questioni. L’intelligenza comincia dove finisce il merito e comincia il metodo. Devo allora confessarvi una mia profonda inquietudine. È dal momento in cui, nella stanza dell’allora presidente Marattin, un collega di sinistra alla mia affermazione: “io vorrei meno tasse!“, rispose: “e io voglio meno CO2!“, che ho capito che qualcosa non stava andando per il verso giusto, e che le cose, che fino allora non erano andate proprio bene, anzi, erano andate decisamente male, erano destinate ad andare peggio. Detta stretta, in sintesi, perché domattina dovrò parlare di dazi in non so più quante trasmissioni fra radiofoniche e televisive, vi dico che quando cerco di pormi nell’ottica in cui si porrà un uomo del XXV secolo, e guardo retrospettivamente ai nostri tempi confusi e martoriati, ho la netta sensazione che i nostri posteri ci guarderanno come noi oggi guardiamo Jonathan Corwin o Samuel Sewall. So che dovrete “googlarli”, e non vi metto neanche il link (tanto i link non li seguite) ma vi rassicuro: forse fino a stasera avrei dovuto googlarli anch’io, e certamente nel XXV secolo i nostri posteri dovranno googlare Greta Thunberg. Di tanta irrazionalità, di tanta ferocia, in sintesi, di tanto Male, la storia non lascerà traccia. Sì, mi sto dicendo che nel merito non so chi abbia ragione: può darsi che se sulla Maiella la neve è un evento eccezionale questo dipenda dall’odiata molecola, ma d’altra parte chi è in grado di garantirmi che le convulsioni della povera Abigail Williams non dipendessero dagli incantesimi dell’odiosa Sarah Good? Il problema è il metodo, e il metodo, a ben vedere, è oggi lo stesso di cinque secoli fa, e sarà inesorabilmente lo stesso fra cinque secoli, perché dieci secoli non sono abbastanza per cambiare l’uomo (e quindi non lo sono neanche cinque, che è la metà di dieci). Come ho cercato di spiegarvi a Venezia (chi lo desidera può trovarsi il video) la scienza non si nutre di dubbio, ma di certezze. Fatto sta che i detentori pro tempore delle certezze tendono a rivelarsi nemici dell’umanità. Non c’è alcuna catastrofe, non c’è alcuna efferatezza, che possa essere da monito per chi fissa imperturbato il sole dell’avvenire, per chi non si distoglie dalla rettilinea traiettoria del progresso. La vita è fatta di cicli: quello del carbonio, quello dell’azoto, quello di Krebs… La morte è rettilinea, è l’estremo (destro) di un segmento sull’asse dei tempi, e mortifero è chi ragiona in termini rettilinei, chi non ha il coraggio di volgersi indietro, chi distoglie lo sguardo dall’orrore nell’illusione che tanto basti per non essere chiamato a ripeterlo.

Se queste parole arriveranno al XXV secolo, qualcuno saprà che qualcun altro si era posto il problema, esattamente come oggi noi sappiamo che Samuel Sewall se l’era a posto. Sappiamo anche, però, che questo non era servito a nulla, e quindi scusatemi se vi ho disturbato

Buonanotte!


sabato 7 giugno 2025

Rapallo (sul green e l’Europa)

Qui c’è il motivo per cui non sono riuscito a rispondervi (e ora sto per imbarcarmi):


Dovevo preparare questo intervento. Sono sempre le stesse cose, ma non negli stessi tempi e non alle stesse persone. Il risultato si è visto, il messaggio è passato (ascoltate i commenti degli altri, nei loro interventi tutti molto interessanti), stiamo portando la nostra voce in altri ambienti e piano piano ci costruiamo spazi di ascolto e di reputazione che ci saranno utili.

Ci vediamo più tardi per i commenti a questo e agli ultimi post, ma intanto volevo condividere un’osservazione che mi è venuta in mente lavorando a questo intervento: è strano come quelli secondo cui lo Stato è come una famiglia (una tribù variopinta che a quanto abbiamo visto annovera anche miliardari “visionari”) chiedano allo Stato di non comportarsi come si comporta una famiglia quando deve acquistare un bene capitale (un’automobile, una casa)! Le famiglie (o le aziende) per acquistare macchinari o edifici si indebitano. Secondi i gianninizzeri, lo Stato, invece, non dovrebbe indebitarsi mai, nonostante che sia ormai chiaro come chi sta alimentando una pericolosa catena di Sant’Antonio sia il settore privato: è quest’ultimo a indebitarsi per pagare dividendi, non il settore pubblico, e lo dice l’OCSE!

Questa è la consistenza dei nostri interlocutori social. Sono decisamente migliori e fortunatamente più rilevanti quelli in carne ed ossa. Spiaze per Serendippo! 😢

domenica 18 febbraio 2024

Il reddito di Giavazzanza e la scoperta della partita doppia

(...il titolo è parzialmente da attribuire a uno dei più simpatici di voi...)

"La posizione del mainstream è in rapida evoluzione", è scritto nel nostro Dizionario.

Non è del tutto corretto.

Nonostante quanto si dice sull'accelerazione dei processi storici, la nostra personale Guerra dei trent'anni sta durando i canonici trent'anni: la posizione del mainstream evolve, ma in modo talmente lento che si rischia di essere vittime di change blindness, il fenomeno neuropsichiatrico che un nostro amico ci descrisse in un post di nove anni fa che vale la pena di rileggere, individuandolo come fondamento neurologico del metodo Juncker (descritto qui).

La change blindness, così, ci affligge due volte: quando ci nasconde le avanzate del nemico, e quando ci nasconde le sue ritirate. Nel secondo caso è forse anche più insidiosa, perché ci impedisce di occupare, rivendicandolo, il terreno abbandonato dal nemico. Succede ogni volta che loro dicono, come fosse chissà quale scoperta, chissà quale parto della loro fertile mente (senz'altro ben concimata), cose che dicevamo da sempre, semplicemente per averle lette nei libri su cui tutti abbiamo studiato. Ma appunto, se da un lato la lentezza del cambiamento ci impedisce di percepirlo, dall'altro questo non significa che esso non sia in corso. Sottolinearlo, prenderne atto, esserne coscienti, ci aiuta a dare un senso e una direzione alla nostra lotta. Aiuta anche a sfuggire alla trappola di portare avanti un discorso meramente notarile (la registrazione degli interminabili QED), che rischia di essere stucchevolmente autocelebrativo e mortalmente noioso (per chi scrive prima che per chi legge), e quindi, in definitiva, escludente, più che esclusivo (si può essere includenti ed esclusivi, ed è molto meglio che essere escludenti ed inclusivi...).

Vi ho ricordato più volte, e vi sarà anche venuto a noia, l'8 settembre di Giavazzi, che poi fu un 7 settembre, quello del 2015:


quello in cui il Prof. Ing. Giavazzi venne a dirci una cosa che qui sapevamo fin dall'inizio e avevamo messo nero su bianco cinque anni prima nel famoso articolo rifiutato dal blog della Bocconi:

cioè che la crisi in cui eravamo impantanati non dipendeva dal debito pubblico, ma dal debito privato contratto con creditori esteri, cioè da squilibri di bilancia dei pagamenti.

Mi sono andato a rileggere i post di settembre 2015: aprii quel mese in uno stato di prostrazione, che curai andando a trovare per la prima volta Scarpetta di Venere, mi ricreai andando alla scoperta di Libberopoly, cercai di spiegare, inascoltato, perché le donne non fanno più figli, mi rallegrai con voi per la nostra vittoria ai Macchia Nera Awards, assegnammo il Big Beaver Award, feci un bel concerto, e chiusi il mese con la soddisfazione di veder citato il mio lavoro da un nostro recente amico, ma non mi sembra che dedicai, né che dedicassimo, sufficiente attenzione a questo significativo arretramento del Prof. Ing., a parte per un po' di cagnara su Twitter:


(un po' effimera, se non condotta con il dovuto piglio), e per una impercettibile allusione nel post del 7 settembre:


Forse non occorreva dire molto di più, o forse sì, forse un minimo di approfondimento andava fatto, perché quando i Bocconi boys, sommi sacerdoti del controintuitivo, accondiscendono a registrare l'ovvio, dietro un motivo c'è, e non è detto che sia un motivo banale!

Oggi ci risiamo.

Non su VoxEU, dove un minimo standard di decenza devono mantenerlo, perché è letto anche da colleghi meno conformisti e subalterni di quelli nostrani, ma sul Corriere della Sera (che è un diverso genere letterario, come qui ben sappiamo), l'ineffabile ingegnere ci delizia con la profondità delle sue analisi, aggrovigliandosi in un coacervo di contraddizioni tenute insieme dal tenace mastice di un radicale disprezzo per la democrazia, che è poi disprezzo per il demos, cioè per voi. Accecato dall'odio verso gli sdentati, verso i redneck, verso i fascioleghisti, verso chi non la pensa come lui, cioè verso gli italiani (in Italia), il nostro migliore alleato, in questa battaglia in cui, essendo in inferiorità numerica, dobbiamo contare sulle forze dell'avversario, commette un errore clamoroso, questo:


Senza farsi né in qua, né in là, il nostro ineffabile ci dice quello che qui tutti abbiamo sempre detto e saputo, cioè che la retorica del debito pubblico "onere sulle generazioni future" non tiene. Il debito oggi può rendere migliore la vita dei cittadini di domani, semplicemente perché a fronte di questo debito, di queste passività, c'è necessariamente un credito, ci sono delle attività tangibili o intangibili di cui le generazioni future beneficiano (migliori infrastrutture, una migliore istruzione, ecc.). A differenza della volta precedente, però, in cui il generale Giavazzi si era semplicemente arreso all'evidenza, ammettendo che la crisi non poteva essere stata causata da un debito, quello pubblico, che era stabile o in diminuzione pressoché ovunque, questa volta le sue esternazioni necessitano di una lettura attenta. Motivazioni e intenzioni del cambio di orientamento non sono difficili da leggere e ci porteranno, come vedrete, a scenari che da tempo qui ci aspettiamo di dover affrontare.

Il presupposto è che oggi come ieri Giavazzi è saldamente dalla parte di politiche redistributive a favore del capitale, dalla parte dell'abbattimento dei salari reali a favore di profitti e rendite. Per un po' lo strumento di questo obiettivo è stato l'euro, con la deflazione salariale cui esso necessariamente conduceva. Ora che l'euro ha esaurito il suo potenziale distruttivo, perché la deflazione salariale ci ha riportato in equilibrio con l'estero, per proseguire sulla strada delle politiche Hood Robin occorre altro, e questo altro, come ci siamo detti, è il green, il proseguimento della lotta di classe al contrario realizzato sussidiando le imprese per gonfiarne i profitti, e abbattendo i salari reali tramite un innalzamento dei prezzi dei prodotti.

Politiche simili generalmente conducono a una crisi di domanda, ma di questo Giavazzi, che è offertista, non si cruccia, verosimilmente perché nemmeno se ne rende conto. La preoccupazione di Giavazzi è un'altra: che gli elettori europei votino contro politiche che li impoveriscono. L'indignazione di Draghi, pardon: di Giavazzi, di fronte a una simile mancanza di riguardo è palpabile, ma siccome entrambi desiderano (per il momento) mantenere un'apparenza di democrazia, un rimedio occorre trovarlo. La risposta è semplice: ai sussidi alle imprese vanno aggiunti sussidi ai lavoratori, un reddito di Giavazzanza finanziato con debito (rigorosamente europeo) che tenga tranquilli i lavoratori vicino al livello di sussistenza, e che "le generazioni future" ripagheranno perché in cambio avranno avuto un mondo più pulito.

Per bocca del suo pupazzo il ventriloquo Draghi ci fa finalmente sapere quale sia il debito buono: quello contratto per erogare sussidi, e per finanziare il riarmo! La logica sottostante è piuttosto chiara, e poco importa che i sussidi non siano di per sé un paradigma di spesa produttiva, e gli armamenti siano invece per definizione spesa distruttiva. Siamo ormai arruolati: un esito che non dovrebbe stupire chi mi segue da un po', perché non ho fatto molto per nasconderlo:


C'è ovviamente da preoccuparsi, per tanti motivi. L'assurdità dell'esercito unico europeo in un contesto in cui non si riescono a gestire con sufficiente tempestività e con obiettivi condivisi neanche quel minimo di strumenti economici che si sono messi in comune dovrebbe balzare agli occhi di tutti, e comunque l'abbiamo ampiamente sviscerata in altre sedi, analizzando la Security and Defense Union. Una declinazione del "più Europa" particolarmente inquietante. Dobbiamo però restare freddi e infilarci in questa crepa dialettica del mainstream, allargandola a nostro vantaggio. Del ragionamento tendenzioso e grossolano di Giavazzi dobbiamo tenere solo un pezzo: fare debito pubblico non necessariamente danneggia chi viene dopo. E a questa verità lapalissiana dobbiamo aggiungere un risoluto: anzi!

Anzi!

Non è danneggiando i genitori, abbassando il loro livello di reddito, di istruzione, di salute, che potrai salvare i figli! Non è abbattendo gli investimenti che si incrementa la produttività, e noi, come ricordai in aula al ventriloquo di cotanto pensatore, siamo stati l'unico fra i grandi Paesi europei ad avere investimento netto negativo, cioè distruzione di capitale fisico:


ovviamente in coincidenza con il massiccio taglio di investimenti pubblici di cui nessuno si ricorda:

Non è corretto dire che il debito pubblico "non è necessariamente" un "onere scaricato sui giovani di domani" che "dovranno ripagare il debito che oggi si emette". Non è vero perché i giovani domani non dovranno ripagare nessun debito: sarà il mercato a rinnovarlo, se domani ci sarà sufficiente crescita, e quindi sufficiente gettito fiscale, per pagare gli interessi, ma la crescita ci sarà se ci saranno sufficienti lavoratori e sufficiente capitale fisico. Ne consegue che le politiche di austerità non aprono, ma chiudono spazi fiscali nella misura in cui distruggendo capitale umano e fisico prendono il Paese meno produttivo, intaccano la sua capacità di creare valore, e nella misura in cui distruggendo reddito fanno crescere, anziché calare, il rapporto debito/Pil.

Lo abbiamo preannunziato, è successo, ora tutti possono vederlo coi loro occhi.

E quindi il debito non va contratto per tenere buone, sussidiandole, le vittime di politiche regressive, le vittime dell'austerità: va contratto per fare politiche progressive, di investimento e non di sussidio.

A loro fa paura che voi lo capiate e vi regoliate di conseguenza a giugno. Ve lo dicono pure! Più di questo che cosa volete?

Restiamo saldi e non cediamo alle provocazioni.

Buona serata e buona settimana!

lunedì 5 febbraio 2024

Il "green" e la lotta di classe

Non vi intratterrò a lungo e preferirei non intrattenervi per nulla. Purtroppo però da un lato non posso dare per scontato che l'ovvio sia tale per tutti, e dall'altro mi infastidisco quando qualche tardivo enunciatore dell'ovvio viene portato sugli scudi come un novello Keynes (o Marx, o Smith). Mi corre quindi l'obbligo questa sera di repertarvi succintamente l'ovvio.

Una proposta di policy che preveda da un lato massicci sussidi pubblici alle imprese per sostenerne i profitti, e dall'altro un'erosione del salario reale, realizzata inducendo coattivamente i lavoratori ad acquistare beni più costosi, determina in re ipsa una redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, ed è quindi la cara vecchia lotta di classe al contrario che avevamo imparato a riconoscere, in diverso contesto, nel post genetico di questo blog.

Il green è questo: sussidiare, nel nome di un fine superiore, aziende che non hanno mercato, e comprimere, nel nome di un fine superiore, i salari reali dei lavoratori dirottandone la spesa su prodotti più cari (vuoi a causa delle innovazioni tecnologiche - fuori mercato - che incorporano, vuoi a causa della tensione inflattiva che l'eccesso di domanda di alcune materie prime necessariamente determina e determinerà).

Si può argomentare che ciò conduca a un mondo migliore, in particolare che nel lungo periodo, quando sarete tutti morti, questo condurrà a un mondo di energia facile e a buon mercato, al Paradiso Terrestre. Qualcuno potrebbe essere interessato ad argomentarlo ma a me qui e ora non interessa discuterlo. A me qui interessa solo evidenziare il fatto che la proposta green come oggi è articolata si traduce in una politica redistributiva fortemente regressiva, che danneggia i ceti deboli e avvantaggia il grande capitale. Questo è il motivo per cui piace tanto al WEF, non certo la devozione al Grande Capro o altre baggianate da bollicina di metano social.

Per chi sta qui queste dovrebbero essere #lebbasi, i ferri del mestiere!

Nel diciannovesimo post di questo blog avevamo messo bene in evidenza il legame fra ecologismo e austerità, e quello che scrivemmo in quel post che all'epoca fece molto discutere resta tutto valido. Tout se tient: i gatekeeper salvatori di Ursula erano anche quelli della decrescita e della biowashball. L'invito a comprimere i consumi nel nome di un fine superiore era strettamente connesso alla necessità di rendere socialmente accettabili (in nome di un fine superiore) politiche di compressione dei consumi, cioè, appunto, l'austerità, la distruzione di domanda interna necessaria a riequilibrare la nostra posizione netta (meno reddito, meno consumi, meno importazioni, meno deficit estero).

Il green è solo una versione esasperata e per certi versi caricaturale (dall'austerità dei Savonarola decrescisti alle treccine della bimba climatista) della stessa storia.

Con questo non si vuole negare alcunché. Semplicemente, si vuole far notare che, come già fu con l'euro, i saccenti coglioni soloni "progressisti" sono gli utili idioti di un progetto regressivo che colpisce per prime le classi sociali che la "sinistra" nasceva in qualche modo per proteggere, un progetto che presenta rilevanti margini di irrazionalità all'interno della propria stessa metrica (se il problema è la CO2, allora facciamo i conti su quanta ne produce un'auto elettrica nel suo ciclo di vita), un progetto che avrebbe alternative che nessuno vuole considerare, e che poi sono quelle di cui vi parlavo nel Tramonto dell'euro:


Il secondo punto di questa lista è quello che oggi si chiama "mitigazione", una strada che nessuno vuole intraprendere perché è fatta di investimenti pubblici diffusi sul territorio e che generano occupazione: ma alle grandi imprese i sussidi (che hanno una ricaduta concentrata e diretta nei loro profitti) fanno molto più comodo degli investimenti (che hanno una ricaduta diffusa sul territorio), e quindi il discorso prevalente è orientato nel modo che sappiamo: quello di una nuova economia di comando green e ESG il cui scopo è riproporre, in altre e più nobili vesti verdi, quello che detto da Warren Buffet agli utili idioti verdi sembrerebbe inaccettabile (ma sono loro i primi a contribuire alla sua concreta realizzazione)! Una volta che il discorso è orientato così, la politica ha difficoltà a imprimere un corso diverso, quand'anche lo volesse, e comunque non può agevolmente farlo, non in una colonia governata a botte di direttive e regolamenti decisi altrove (un altrove dove i cittadini si sono ampiamente rotti i coglioni e lo stanno dimostrando, peraltro...).

Come Carlo Cipolla ci ha spiegato, si può essere stupidi in una infinità di modi, e quindi, come dire: accomodatevi, l'ospitalità è sacra! Vi esorto però a evitare un particolare modo di essere stupidi: venirmi a dire che sono un negazionista. Io qui non sto parlando del problema, ma delle soluzioni, anzi, dell'unica soluzione che viene proposta, e vi sto dicendo che questa proposta redistribuisce soldi dalle vostre tasche a quelle di chi le ha già piene (e vi sto anche dicendo che non sarebbe l'unica proposta, e che ce ne sarebbero di meno regressive in termini di distribuzione del reddito).

Chi nega questo semplice dato economico non è un negazionista: è un coglione. E come diceva la mia nonna, pe' malati c'è la china, pe' verdi non c'è medicina!

E ora dite la vostra, che io la mia l'ho messa a verbale.


P.s. del giorno dopo: sto mandando in spam tutti i commenti che mi suggeriscono l'imperdibile video del prof. Shapiro della Chattanooga University il quale dimostrerebbe che ecc. (fregnaccia naturalistica a piacere). Qui il tema è un altro e sono grato a chi si atterrà ad esso.

sabato 26 agosto 2023

I Golgota


(...sentivo gli oboi da caccia...)














(...ieri era giorno di "riposo" - in senso atletico - e l'ho dedicato a una cosa che desideravo fare da tempo: visitare le estreme propaggini meridionali del mio collegio. Il comune più a Sud, come certamente saprete, è Schiavi di Abruzzo:


e per me che quando insegnavo ho risieduto nel comune più a Nord:


e da quando "sono in politica" ho la mia base nel secondo comune più a Nord:

anche se ora vi sto scrivendo da un comune del Sud:


(vediamo chi li indovina) rendere visita all'estremo opposto del collegio mi sembrava un atto doveroso ed era da tempo desiderato.


Lo vedete qui, in fondo, al centro dell'immagine, su uno sperone a 1127 metri sul livello del mare, vertiginosamente a picco sulla confluenza del Sente nel Trigno, in posizione dominante, con una prominenza di quasi mille metri, rispetto alla valle attraversata da questo viadotto, che non a caso è il ponte stradale più alto d'Italia, e per il quale stiamo cercando di #farequalcosa. Volevo anche dare un'occhiata a questo ponte, per rendermi conto della sua effettiva utilità, e direi che un'idea me la sono fatta: per girargli intorno devi fare chilometri e chilometri di provinciali non esattamente in ottime condizioni, per motivi oggettivi: la cosiddetta abolizione delle province, chiesta come sapete dalla cosiddetta Europa, e prima ancora la geologia, che non è una scienza esatta, nel senso in cui la intenderebbero i lattonzoli pieiccdì, ma come tutte le scienze non esatte regna sulle umane cose: dalla Maiella in giù è una specie di millefoglie di strati di calcare con interposti strati argillosi, che nel contrasto fra placca euroasiatica e placca africana si sono inclinati, qualche volta arrivando a emergere in verticale dal terreno circostante (sono le morge, come questa). Se l'argilla fra due strati di calcare in qualche modo si infiltra di acqua, se c'è pendenza, se c'è erosione, parte la frana, e si va giù.

Non mi è venuto mai così spontaneo rispettare i limiti di velocità!...

Come avrete intuito dall'ultima cartina, per arrivare giù al Sud ho dovuto attraversare un pezzo di Molise, di cui non sto ora a dirvi le bellezze (cercatevi ad esempio Pescopennataro), per poi rientrare in Abruzzo nel comune di Castiglione Messer Marino, in corrispondenza appunto delle sorgenti del Sente. Il paesaggio ovunque dominato dalle pale eoliche, su tutte le creste, quasi come nel subappennino dauno. Salito in cima a Castiglione Messer Marino, dove il castellone, che una volta forse c'era, magari al tempo del ducato di Benevento, oggi non c'è più, ho fatto lo scatto che vedete sopra, colpito dalla presenza di un Calvario fra tante cime calve e brulle. Solo dopo ho visto che nella foto si fronteggiavano due atti di fede: a sinistra, in primo piano, quella in Dio, oggi un po' démodé; a destra, sullo sfondo, quella nel "green", oggi in gran voga, che si traduce in un calvario per il paesaggio, con ritorni ridicoli per il territorio. Da questo stupro i sindaci non traggono nemmeno le risorse necessarie per tenere in ordine le strade comunali (ci sono anche quelle, e sono soggette alla stessa geologia), tanto più che le royalties devono essere reinvestite in transizione. Ecologica, ça va sans dire, anche se per questo territorio la transizione geologica, i cui tempi non sono stabiliti dalle reghiulescion di qualche Eichmann europeo, è la vera emergenza. Sempre, non solo quando qualche episodio acuto, come questo o questo, riportano la nostra attenzione su quanto non sappiamo e non riusciamo a prevedere della nostra Terra.

Lezione che sfugge a chi oggi pensa di sapere tutto.

Io, invece, tante cose non le so.

Ad esempio: mentre per crocifiggere Nostro Signore bastarono, così recita la tradizione, due pezzi di "sequestratori di carbonio" (fu quindi a modo suo una fine "sostenibile", per usare il gergo attuale), per tirar su il Golgota moderno, le orripilanti pale, per crocifiggere il paesaggio, quante materie prime occorrono? Quanta energia si assorbe per metter su un patibolo del genere? Quanta CO2 si emette? Tutti ci raccontano quante energia produce una pala, nessuno ci racconta con quanta energia si costruisce una pala. Eppure sarà misurabile! Sono sicuro che il bilancio sia largamente positivo, ma averne esatta contezza rassicurerebbe. Un po' come le auto elettriche: certo, non sono maleodoranti mentre le usi, non "emettono". Ma l'elettricità da dove arriva? Da Castiglione Messer Marino? E il litio, da dove arriva, e dove va?

Si potrebbe anche parlare degli aspetti economici: dei canoni per l'uso del suolo comunale, delle royalties e dei loro vincoli, ma la sintesi è quella che vi ho detto sopra.

Emergono su tutto due dati: la capacità indiscutibile degli altri di appropriarsi di una dimensione simbolica, archetipica, e di converso il rischio che le loro narrazioni fasulle ci spingano a gettare il bambino con l'acqua sporca, in un contesto in cui io però, sinceramente, vedo solo acqua inquinata dalla propaganda e da svariati livelli di opacità.

Qualcuno mi aiuta a vedere il bambino?

Io vedo solo la croce: Paesi dotati di vento e privi di paesaggio impongono a Paesi privi di vento e dotati di paesaggio di deturpare se stessi, non sia mai qualcuno capisse che la prima delle strategie di mitigazione è venire a vivere nelle terre alte. Ma io sono una brutta persona: aiutatemi voi a migliorare...)

mercoledì 26 luglio 2023

Le narrazioni catastrofistiche e i loro limiti

Mi sembra del tutto evidente che dietro la strategia comunicativa gretina ci sia un pensiero: la volontà di invocare uno stato d'eccezione perenne, ma soprattutto l'intenzione di arroccarsi su un registro emozionale, tale da non ammettere repliche. "Ma come, non vedi? La foresta brucia! La vecchietta muore! La collina frana! Il fiume è secco! Il fiume straripa!"

Una vera alluvione di punti esclamativi, e per chi non se ne lasci travolgere c'è l'arma fine di mondo: la reductio ad Hitlerum.

Pare sia roba codificata nei libri de gliScienziati (ad esempio qui, ma quando questo blog funzionava la bibliografia la scrivevate voi!). I danni che una simile comunicazione può fare sulle menti più fragili e su quelle in formazione sono oggetto di specifiche indagini, su cui non ci soffermeremo (a meno che non lo desideriate: ma allora dovreste contribuire voi, non è quello il mio campo di indagine). Fatto si è che la comunicazione catastrofistica, soprattutto quando a farla sono degli sfigati, è a forte rischio di backfire:


(qui).

Intanto, se per attirare l'attenzione su un fenomeno di lungo periodo si enfatizzano episodi transitori, come in questo caso, è facile prevedere che poi le previsioni degli sfigati non si avvereranno, e si regredirà verso qualcosa che forse non è, ma comunque sembra la normalità:


come notavo oggi: abbiamo di fronte a noi i dieci giorni più normali degli ultimi credicimila anni


Il picco a 48 gradi (o anche a 43 a Roma) semplicemente non si è visto, come mi era stato abbastanza facile prevedere: i giornali non hanno perso credibilità, perché non l'avevano; la feccia gretina nemmeno, per lo stesso motivo; alcune eventuali analisi serie, ove ci fossero, e certamente ve ne saranno, anche fra le non censurate dal mainstream, l'avrebbero però persa e questo per colpa di chi? Per colpa di quattro scemi che continuano a gridare "al lupo! al lupo!" per biechi motivi di bottega politica!

Poi c'è un altro dato: le balle, quando sono così platealmente tali (per il modo emozionale con cui vengono diffuse) spingono a porsi delle domande. La prima domanda che mi sono posto, da essere umano che pensa agli altri esseri umani, è: ma se qui fanno 48 gradi, in Africa quanti ne faranno? Sessanta? Così, da qualche mese tengo monitorate le temperature delle principali capitali subsahariane. Fatelo anche voi, è molto istruttivo! Considererete come merita l'idea della "migrazione climatica" messa in giro da quattro cialtroni poco a loro agio con la geografia. Per inciso (cioè per la feccia gretina) non sto ovviamente dicendo che il Sahara sia un giardino di delizie. Sto dicendo che nei centri urbani in cui tende ad addensarsi la maggior parte della popolazione che poi arriva qui (cioè quella abbastanza ricca da poter violare le norme sull'immigrazione ricorrendo ai costosi servigi dei mercanti di carne umana) le temperature oggettivamente non sono il principale push factor. Ad Abuja, capitale della Nigeria, per dire, ora fanno 24 gradi esattamente come qui, e la massima annuale è intorno a 37 (come capita di avere a Roma). Quindi se vengono qui i motivi (leciti o illeciti, rispettabili o sordidi, giustificabili o ingiustificabili) sono altri, sono di natura sociale e politica, e il tentativo di ricondurli a cause "oggettive", fisiche, o meglio geofisiche, sfruttando l'ignoranza delle persone, non è esattamente indice di limpidezza di intenzioni, cari burattini dei cinesi!

D'altra parte, se si astrae dalla frenesia con cui le tante adolescenze irrisolte che infestano i social corrono ad appropriarsi della propria veritah da difendere usque ad effusionem sanguinis, e ci si pone dal lato del decisore politico, cioè di una persona che invece di cercare la propria felicità nella contemplazione narcisistica della veritah che porta in tasca deve cercare la felicità altrui facendo scelte corrette, non c'è modo di uscire dal trilemma di Borghi, secondo cui ciò cui assistiamo:

  1. o è normale, e quindi non richiede particolari interventi eccezionali;
  2. o è eccezionale ma riconducibile a cause non antropiche (geologiche, astronomiche, ecc.), e quindi non c'è modo di contrastarli;
  3. o è eccezionale e riconducibile a cause antropiche, ma allora la strategia consistente nel rivolgersi a beni prodotti in Paesi molto meno attenti di noi all'ambiente (come la Cina, che fa rima con feccia gretina) sarà controproducente: produrremo più CO2 di quanta supponiamo di eliminarne.

E quindi?

E quindi il problema non si risolve con l'isteria della feccia gretina, con la distruzione del nostro tessuto industriale che inciderebbe per meno dell'1% sul totale mondiale di emissioni, ma con strategie di mitigazione (gestione del territorio, riforestazione, invasi, ecc.) che sarebbero comunque opportune e che sono state peraltro interrotte dall'austerità, cioè dall'altro grande driver di deflazione e di distribuzione regressiva del reddito prima del green (fenomeno dal quale qui, come al solito, vi avevamo messo in guardia con larghissimissimo anticipo, inutilmente...). Dietro a questa roba, inutile ricordarlo, ci sono sempre i soliti noti: l'asinistra e gli ortotteri. Ma questo sarete anche stanchi di sentirvelo dire: è forse l'unica cosa che sono riuscito a farvi capire, probabilmente perché la sapevate già.

Buona notte!

mercoledì 28 giugno 2023

Parametri (ancora sul CRMA)

Se sei un martello, ogni problema è un chiodo. Se sei l'UE, ogni soluzione è un parametro (possibilmente veicolato da una elegante infografica):



Con questi parametri il CRMA vuole risolvere il nostro problema delle materie prime (più esattamente, quello dell'industria tedesca). Se Maastricht vi è sembrata un insuccesso, state tranquilli: il CRMA ve la farà rimpiangere, nonostante il coro giulivo degli “steicholderz”, per lo più eredi e interpreti della stagione del Migliore!

Eppure, basterebbe un minimo di equilibrio mentale, intellettuale, emotivo, per capire che se nei guai ci ha messo la globalizzazione e il suo mercatismo (con l’idea che “Basta poco, che cce vò? Se non trovi uno spazzolino da denti dal farmacista puoi comprarlo online in Jacuzia, e se non trovi il gas in Russia…”), dai guai non ci tirerà fuori l’economia di piano “tutta target e distintivo” e il suo cinismo sinistro (consistente nel ridurre le emissioni nascondendo la polvere dell’inquinamento sotto il tappeto dei Paesi socioeconomicamente svantaggiati: “noi in ZTL vogliamo respirare, e i diversamente bianchi, quando non interpretano Giulietta e Romeo in una fiction inclusiva, si fottano”).

Ma questo so che lo intuite…


lunedì 29 maggio 2023

Risorse finite?

(...soffro molto di non poter mantenere un rapporto più assiduo con voi, ma gli impegni si accumulano a tanti livelli. Questo blog è un esperimento unico: lo era già quando, da docente di economia, avevo deciso di investire così tanto tempo in un'attività - la divulgazione scientifica - dal ritorno nullo o negativo in termini di carriera. Diventa una sfida alle leggi della fisica ora che il tempo che continuo a investirci semplicemente non ce l'ho. Mi prendo un'ora - quella che ho prima di recarmi alla presentazione di un impianto di Amazon al confine settentrionale della mia marca - per ragionare su un commento interessante fatto da uno di voi. Il commento è di qualche tempo fa. Purtroppo la spazzatura dei vari Marco - con la maiuscola, lo spam del caro amico Erik - Pombeni, Dossetti, Burgio, Smith, ecc. - le provocazioni idiote dell'amico Pietrino Yanez, lasciano spesso indietro quella merce oramai rara che sono le intelligenti voci di dissenso. In materia economica, in effetti, ci siamo detti quasi tutto, da aggiungere c'è poco, la corazzata dell'austerità comunemente intesa si è sgretolata logicamente, se pure non del tutto politicamente, ogni tanto incontriamo qualche suo relitto, ma non mette nemmeno conto scostarlo: ci si può tranquillamente passare sopra. Resta però sempre, insidiosa, l'austerità camuffata da anelito verso un mondo più pulito, l'austerità decrescista-ecologista. Credo di essere stato il primo a mettere in evidenza qui il legame a dire il vero piuttosto evidente tra "ecologismo" e politiche di austerità. Lo vediamo nell'idea che i poveri debbano smettere di consumare perché consumare inkuina, un'idea ovviamente funzionale a una redistribuzione del reddito a favore del capitale finanziario, che infatti - ci riportano le cronache - disinteressatamente finanzia gli ecoscemi in giro per il mondo. Secondo voi lo fa per lavarsi la coscienza, o per migliorare il proprio conto economico? Ne parliamo da molto, ma molto molto prima, che tanti svalvolati su Twitter imparassero a biascicare "malthusiano" a torto e a traverso, pensando di essere fichissimi, come il povero Pippo della canzoncina (inutile dire che questi epigoni svalvolati sono magna pars di quelli che ci siamo persi per strada, senza molto rimpianto)...

Non è un caso che da quando l'austerità "alla Marco" - per capirci: il buon padre di famiglia, le generazioni future, le piccole imprese inefficienti, ecc. - è scomparsa dal radar, perché perfino ai servi incaricati della trista bisogna veniva da ridere a leggerne le veline, sia ripartito in grande spolvero il circo di quelli che vogliono salvare il pianeta distruggendone - se non fisicamente, economicamente - la maggioranza degli abitanti. Questa linea di attacco ai vostri portafogli e, in definitiva, alla nostra democrazia, è particolarmente insidiosa perché sfrutta le due leve che abbiamo visto, in tanti anni di Dibattito, essere le più potenti: la minaccia esistenziale diretta, e l'ignoranza.

Nel confutare il decrescismo - o l'ecologismo, che poi è la stessa cosa - ero partito dall'esplicitare il tipo di ignoranza che lo sottendeva. Ci vuole molta ignoranza della più elementare grammatica dell'economia per associare alla decrescita economica un mondo più sostenibile, più pulito, e ci vuole anche una singolare volontà di ignorare il dato di realtà. Basterebbe poco per rendersi conto del fatto che gli Stati "meno cresciuti", e quindi più poveri, sporcano di più per il semplice fatto che non possono permettersi tecnologie più pulite. Ma poi le vicende di quel "minibot fatto male" (Claudio Borghi dixit) che è stato il 110% hanno messo in evidenza nel 2022 quello che vi avevo detto nel 2011: "è grazie al progresso tecnologico che le nostre tecnologie possono diventare meno inquinanti (vedi le case teutoniche), e che i nostri consumi si riallocano da beni materiali a beni immateriali. La crescita del Pil non è più fatta solo di altoforni e centrali a carbone. È fatta anche di sviluppo software, agricoltura biologica certificata (e quindi servizi di certificazione), istruzione terziaria, energie rinnovabili, ecc. Tutti consumi ad alto valore aggiunto, che si associano a crescita del Pil". Nessuno ha notato - ma il compito di questo blog è far notare quello che nessuno nota - che il 110% sta ai grillini come il "debito buono" sta a Draghi: in termini dialettici è stata la sconfitta - meno evidente ma più cocente - dell'altra faccia dell'austerità: la decrescita. Per chi ricorda che cosa fossero gli ortotteri una decina di anni fa il loro attuale anelito verso la crescita dovrebbe in effetti suonare molto strano. Ma come!? Non erano loro i paladini della decrescita perché la crescita inkuina? Me lo ricordo solo io questo? Me le ricordo solo io le interviste ai familiari dell'ortotterone capo che si sdilinquivano nel riportare come egli non ammettesse alcun detergente più energico dell'acqua di fonte (pensa che sollazzo stargli accanto in periodo di localuomming...)? Il 110% ha costretto gli ortotteri a smentire la propria retorica decrescista riconoscendo che per ottenere un mondo più "sostenibile" occorre investire, occorre cioè aggiungere, non sottrarre, al Pil. Proprio quello che qui facevamo umilmente notare nel 2011 - ovviamente sommersi dal solito coro di pernacchie dei decerebrati!

Venuta meno la retorica dell'"investire inkuina", cioè la leva dell'ignoranza, per portare avanti l'agenda regressiva (in termini distributivi) dell'austerità resta solo la leva della minaccia esistenziale diretta. Dobbiamo essere austeri - cioè, in termini economici, consumare di meno, e in termini colloquiali spendere di meno - perché altrimenti distruggeremo la madre Terra. Dobbiamo vivere male per non morire peggio, perché la fine del mondo è vicina, e quindi, ça va sans dire, dobbiamo FARE PRESTO! Questo senso di urgenza indotta non è una assoluta novità, giusto? Tutti ricordiamo l'infame titolo con cui il giornale del professionista che amava le bistecche propagandò le politiche che hanno distrutto il Paese nel modo che abbiamo più volte documentato. Ma è ancor meno una assoluta novità il millenarismo, la predicazione di una fine del mondo imminente, che deve indurci a purgarci dei nostri peccati, a modificare i nostri comportamenti, a rigenerarci interiormente, e naturalmente a piegare la testa al feudatario. La dimensione di instrumentum regni della religione emerge in tutto il suo splendore nel nuovo millenarismo...)

(...ma ora devo lasciarvi: un'ora è passata, ci rivediamo appena possibile...)

(...riprendiamo il discorso...)

(...un millenarismo che chi ha una certa età - diciamo, almeno la mia - ha visto costruire nel tempo, meticolosamente, diuturnamente. Ma prima di entrare nel vivo, lasciamo esprimere il nostro nuovo amico...)


Marco G ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Segare il ramo, banchieri filantropi, e altre storie":

I post sull'economia sono sempre molto piacevoli da leggere, però c'è una cosa che non ho mai capito quando si parla di economia e negli ultimi tempi la capisco ancora di meno. Per spiegarmi parto dalla frase "Paesi privi di materie prime sono costretti a esportare prodotti finiti per procurarsi le risorse finanziarie con cui importare le materie prime: ci avevate mai pensato?"

Ecco, io quello che non ho mai capito è come la teoria economica tenga in conto il fatto che le materie prime non sono inesauribili e che prima o poi termineranno. Cioè se prima o poi il petrolio terminerà, mi pare che piaccia o non piacca, la recessione probabilmente arriverà e probabilmente ciò accadrà sia che siamo dentro o fuori dall'euro o dentro o fuori dall'UE. Idem per il gas, ma anche per altre materie prime (tipo il rame). Non so come verranno alimentate tutte le macchine che oggi sono alimentate a petrolio, quando questo sarà terminato o comunque quando ce ne sarà di meno a disposizione (vedo difficile installare reattori nucleari su automobili, camion e aerei. E probabilmente anche sulle navi). Se poi termina anche il gas, difficilmente si avrà elettricità disponibile come quella che c'è oggi (le rinnovabili, nucleare compreso, sicuramente non potranno sostiture gas e petrolio in tutti gli utilizzi attuali). Se poi terminano anche altre risorse, tipo il rame, sarà difficile avere ancora dei computer (e ad esempio tutto il sistema bancario che immagino si basi molto su operazioni online semplicemente probabilmente non potrà più esistere). Per quanto ne so io, l'esaurimento totale delle risorse naturali forse è lontano, ma il raggiungimento dei picchi moldiali di estrazione è vicino, se non già superato. Il picco di estrazione del petrolio convenzionale è già stato superato nel 2007 o 2008, anche se la produzione totale di petrolio è aumentata da allora (ma questo è stato possibile aggiungendo al petrolio convenzionale il cosiddetto "petrolio di scisto" estratto soprattutto negli Stati Uniti). E comunque pare che il picco di estrazione totale di tutto il petrolio, cosiderando anche il petrolio di scisto sia stato tra il 2018 e il 2019, anche se per confermare questo dato credo che servirà ancora del tempo (anche per capire se la diminuzione dell'estrazione è stata dovuta effettivamente all'esaurimento della risorsa o se la riduzione è stata indotta dalla pandemia). Anche il gas non è certo inesauribile e le azioni di Putin mi sembrano semplicemente un acceleratore di quello che sarebbe accaduto comunque, per quanto riguarda il gas, anche se magari sarebbe accaduto un po' più avanti nel tempo. E anche per il rame è previsto un picco nell'estrazione prima del 2030.

Per il rame tra l'altro la situazione è anche peggiore che per petrolio e gas, visto che le sorgenti fossili di energia potrebbero riformarsi (ma si dovrebbe avere a disposizione da qualche decina a qualche centinaio di milioni di anni perché si riformino i giacimenti); per il rame non c'è alcun tipo di fenomeno che gli permetta di riformarsi, nemmeno in miliardi di anni, quindi quando sarà esaurito sarà esaurito per l'eternità.

Non riesco a capire come questa riduzione delle risorse naturali venga tenuta in considerazione dai modelli economici, perché a me sempbrerebbe logico che una riduzione della disponibilità di queste risorse dovrebbe dar luogo ad un fenomeno di inflazione più o meno sempre crescente (se di queste risorse ce ne sono sempre di meno, dovrebbero costare sempre di più). Inoltre senza risorse o comunque in presenza di riduzione di queste risorse la produttività del lavoro mi sembra che dovrebbe abbassarsi in qualsiasi caso, sia dentro che fuori dall'euro sia con salari minimi alti che bassi, ecc. E il PIL conseguentemente dovrebbe calare in ogni caso. Però sembra che nei modelli economici queste cose non vengano tenute minimamente in considerazione, ma forse non è così e vengono tenute in considerazione in qualche modo, solo che io che sono ignorante in economia non me ne accorgo.

Pubblicato da Marco G su Goofynomics il giorno 9 gen 2023, 02:21

(...riportato col consueto rispetto della diversità, in particolare di quella ortografica - ma anche quella di opinioni!...)


Vorrei partire da un disegnino, questo:


tratto da qui e segnalato da uno degli account Twitter più interessanti (per me), questo:

Penso di fare una cosa utile a Marco, che secondo me di nucleosintesi stellare, e in particolare di nucleosintesi dei nuclei pesanti, verosimilmente sa poco o ha dimenticato molto, altrimenti non recriminerebbe per la scarsità di un elemento come il rame, la cui nucleosintesi avviene per cattura neutronica, processo che porta con sé qualche increscioso effetto collaterale.

Meglio accontentarsi di quello che si ha.

E Marco dirà: "Appunto! Ma io sto dicendo proprio che non dobbiamo esaurirlo, perché poi sarà esaurito per l'eternità!"

E qui però dobbiamo intenderci, magari precisando un po' i termini. Quando le miniere dalle quali ai prezzi correnti è economicamente conveniente estrarre rame (più esattamente, calcopirite) saranno esaurite (a spanne direi fra due secoli e mezzo, ovviamente in base al ritmo di consumo attuale), questo non vorrà però dire che il rame "sarà esaurito per l'eternità". Il rame di cui il caso ha dotato il nostro sorprendente, fragile pianeta, e che se non sbaglio i conti rientra con tanti altri elementi nell'1,2% dei 5.970 miliardi di miliardi di tonnellate della sua massa (che è comunque tanta roba), ci sarà sempre: magari non combinato con ferro e zolfo come all'inizio del suo percorso, molto probabilmente ossidato, magari in discarica, magari legato ad altri metalli, ecc.

Ma ci sarà.

Questo è quello che dice la fisica.

In principio era il Verbo e l'H (idrogeno). Il resto si è generato nel polemos: supernove, collisioni fra stelle di neutroni, eventi di violenza inimmaginabile per le nostre deboli menti umane, gli unici in grado di liberare l'energia necessaria per aggregare nuclei, per produrre gli elementi pesanti. Ma questi, una volta prodotti, poi restano lì: solo oltre un certo peso atomico gli elementi si degradano. L'uranio a tendere diventa piombo, percorrendo una lunga catena di decadimento, ma il rame a tendere resta rame. Una volta che sai che la massa può convertirsi in energia, ti riconcili anche con la legge di Lavoisier.

Quindi: tranquillo, Marco G: ricambio il tono patronizing con cui definisci "piacevoli da leggere" i post sull'economia dandoti da leggere qualcosa che economia non è, che forse altrettanto piacevole non è, che forse credevi o sapevi di sapere, ma non sapevi: il rame è qui per restare (il che non significa né che ce ne sia abbastanza, né che sarà disponibile in forme immediatamente utilizzabili, ecc.: ma ci sarà). L'idea che il rame si esaurisca "per l'eternità" è un pochino troppo ingenua per come siamo abituati a ragionare qui.

Ma l'economia che cosa dice?

È proprio vero che gli economisti sono dei bambacioni incapaci di rendersi conto del fatto che il "sistema Terra" (a differenza del mitologematico "sistema Paese") è isolato nello spazio profondo, e quindi che le risorse in esso contenute sono circoscritte? È proprio vero che l'economia non tiene conto del fatto che "le materie prime non sono inesauribili"?

No, ovviamente non è così, come, del resto, non è vero che la soluzione alla "esauribilità" delle materie prime sia decrescere per utilizzarne di meno! Su questo, come vi dicevo, ci siamo già soffermati tempo addietro, e oggi la transizione ecologica conferma e avvalora la nostra tesi secondo cui per ottenere un mondo "più pulito" in effetti ci vuole più, non meno Pil: occorrono, in particolare, tanti investimenti (che sono la "I" di questa formula che nessuno capisce: Y = C+G+I+X-M).

Se dodici anni fa quanto dicevo poteva non essere capito, dopo il 110% e la transizione ecologica direi che gli assenti sono tutti ingiustificati! Te lo dicono loro, i decrescisti, che per avere un mondo ecologico devi crescere di più, devi fare investimenti, e ti dicono perfino che se non fai questi investimenti crescerai di meno (valorizzando la crescita come positiva: quella stessa crescita che una volta era il baubau, l'uomo nero del politico "green").

Quindi su questo terreno ora non c'è più dibattito: c'è solo il Dibattito (che è, in buona sostanza, quello che avevamo scritto qui).

Resta il tema dell'esauribilità. Gli economisti se ne occupano da un bel pezzo (direi da sempre) e il lavoro più significativo è quello di Hotelling che risale a 92 anni fa. Sono lavori molto tecnici e non credo valga più di tanto la pena di entrare nei loro dettagli. Può invece valere la pena di guardarsi intorno, e magari anche di guardare indietro.

Ecco: guardiamoci indietro.

Quelli che hanno almeno l'età mia si ricorderanno benissimo di come il tema ecologista-decrescista veniva posto anni addietro: prima che partisse il cinema della CO2, l'argomentone era: il petrolio finirà, non possiamo continuare a contare su una risorsa di cui non abbiamo disponibilità infinite! Il senso di urgenza veniva indotto dalla pretesa esistenza di un vincolo fisico: esistenza plausibile, probabile, ma ripetutamente smentita dai dati per il semplice motivo che gliScienziati che lo propugnavano, questo vincolo fisico, e che certamente si sentivano molto intelligenti, e forse erano anche un po' intelligenti, ragionavano in termini statici (cosa che un economista avveduto non farebbe mai), ignorando due dati: il progresso tecnologico, e il ruolo del prezzo come strumento allocativo. Così, il petrolio che nel 1956 sarebbe dovuto finire nel 1970, nel 2021 pare che debba finire nel 2040 (e saremo lì per verificare se sarà vero o no).

Frustrati nel loro tentativo di creare un senso di urgenza sulla base di una scarsità che le leggi dell'economia continuamente rinviavano, gliScienziati creano oggi una diversa urgenza, quella millenaristico-climatica. Il tema dell'esauribilità delle risorse quindi passa in secondo piano: il problema non è più che il petrolio (il fossile in generale) finirà. Visto che non finisce, chi vuole creare lo stato d'eccezione argomenta che se continuiamo a usarlo finirà la stessa Terra, spazzata via dal Diluvio universale (che, se ci fate caso, è anch'esso un grande classico...), e naturalmente noi con lei. La minaccia esistenziale diretta, quella di cui abbiamo visto l'efficacia all'epoca della punturina, diventa lo strumento di persuasione: a quale scopo non è sempre chiarissimo, anche se qui un'idea ce la siamo fatta analizzando l'evoluzione dei rapporti fra capitalismi del Nord Europa e degli Stati Uniti (che sono comunque un pezzo del problema, perché alla fine di questo discorso ci sono indirizzi di politica industriale da dare o da subire).

Ma forse non è corretto dire che il tema dell'esauribilità diventi secondario: a una esauribilità farlocca, visibile perché brandita come arma di persuasione (l'esauribilità del fossile) se ne sostituisce un'altra, su cui nessuno vuole riflettere, per motivi uguali e contrari (cioè perché farlo smonterebbe la narrazione dominante): l'esauribilità dei metalli, o meglio, prima ancora, come abbiamo detto qui, la loro disponibilità.

Anche qui gli ultimi mesi ci offrono una lezione piuttosto eloquente.

Quale?

Semplice: i prezzi esistono e guidano le scelte.

La scarsità (relativa) di gas indotta prima dalla ripresa su larga scala dell'attività economica mondiale e dopo (molto dopo) dal conflitto ha portato a un incremento sensibile del prezzo:

(fonte), prezzo che prima, cioè non dopo, ma prima, del conflitto era più che quadruplicato rispetto alla sua media storica. A questo incremento dei prezzi si è risposto come normalmente si fa: consumando di meno e passando ad altro.

E siamo ancora qui.

Se facciamo per un momento astrazione dal tema "emissioni" (di cui non mi interessa contestare la fondatezza come non mi interessa contestare quella della Santissima Trinità: ho rispetto per tutte le religioni), questa storia che cosa ci dovrebbe raccontare? Che se usciamo dalla dimensione solo apparentemente oggettiva della disponibilità fisica di una risorsa, ed entriamo nella dimensione concretamente rilevante, quella della sua disponibilità economica (cioè ai dati prezzi di mercato e con le date tecnologie), lo spauracchio della fine del petrolio avrebbe dovuto palesarsi fin dall'inizio come futile: col progressivo esaurirsi della risorsa si sarebbe dovuto innalzare il prezzo, determinando un effetto di sostituzione, cioè una vera transizione, verso altre fonti di energia, che a tendere non avrebbero potuto che ricondursi direttamente alla gigantesca centrale a fusione che abbiamo a portata di unità astronomica. Processo graduale, guidato dai prezzi e dall'evoluzione tecnologica, astenersi FATE PRESTO!, astenersi decrescisti, astenersi ecoscemi.

"Mi avvio a concludere" (cit.), quindi, esprimendovi la mia preoccupazione, che non è solo mia (la condivido con pochissimi altri): indipendentemente dai torti e dalle ragioni, l'attuale gestione della "transizione" ecologica, imponendo nei fatti una "cesura" ecologica, genera una scarsità indotta di risorse che pure sarebbero abbondanti in natura, ma che diventano scarse e costose a causa dei tempi di una pianificazione assolutamente ideologica e priva di aderenza alla realtà. Invece di farci guidare dal segnale di prezzo, lo distorciamo: qualcuno saprà perché, immagino! Indipendentemente dagli scopi reali o presunti, esistenti o inesistenti, coscienti o inconsapevoli, il dato è che questo modus operandi ci consegna a un mondo di tensioni inflazionistiche persistenti e di redistribuzione del reddito in chiave regressiva.

Questo dato ci riconcilia con un apparante paradosso, quello che dovrebbe far sentire a tutti una nota stonata: il fatto che questa gigantesca manipolazione del mercato (delle materie prime) definita "transizione ecologica" viene perpetrata da chi a chiacchiere dice di volersi affidare al mercato, da chi da anni teorizza la supremazia del mercato sulla sfera politica. Insomma: quelli che per hanno hanno teorizzato il laissez faire, ora vogliono che facciamo come dicono loro. E questo, se da un lato è un elemento di contraddizione (solo apparente), dall'altro è un elemento di chiarezza e di igiene del dibattito, perché ci legittima a voler invece fare come crediamo noi!

La domanda quindi diventa: siamo tutti d'accordo con l'agenda green della nostra amata UE? Siamo sicuri che rinunciare al motore endotermico entro il 2035 sia una buona idea (tralasciando il fatto che verosimilmente sarà infattibile)? Siamo sicuri di doverci preoccupare dell'efficienza energetica delle nostre abitazioni anziché di quella antisismica? Io no, e non sono il solo: perfino l'eterno secondo se n'è accorto, quindi, come dire: chi è stanco di perdere ha a disposizione una battaglia praticamente già vinta: quella per essere lasciati in pace!

Ripartiamo da qui.