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domenica 1 dicembre 2024

Quota e aliquota

(...dedicato ai parico' dell'81° AUC...)

Consideriamo un sistema di pura flat tax: una singola aliquota al 23%. Questa proposta non è quella della Lega, ma questo qui non ci interessa particolarmente. Ci interessa solo fissare alcuni concetti teorici. In un sistema simile, chi guadagna 0 paga 0 (e fino a qui ci siamo), chi guadagna 1000 paga 230, cioè la sua imposta aumenta di 230 (cioè del 23% del suo aumento di reddito), chi guadagna 2000 paga 460, cioè la sua imposta aumenta da 230 a 460 (cioè di 230, cioè del 23% del suo aumento di reddito, pari a 1000, da 1000 a 2000), ecc.

Il rapporto fra imposta pagata e reddito (cioè l'aliquota effettiva media) è sempre del 23%, quello fra incremento dell'imposta pagata e incremento del reddito (cioè l'aliquota marginale effettiva) è sempre del 23%.

Se dovessimo mettere queste informazioni in una tabella le vedreste così:


(e giù così verso il reddito di Bill Gates e oltre) e se dovessimo rappresentarle graficamente, concentrandoci sulle aliquote effettive, ovviamente le vedreste così:


(ne vedete una sola perché le due coincidono).

Ovviamente questo sistema non funziona perché "non è progressivooooooh11!1!1!", e in effetti non lo è: è un'imposta proporzionale pura, come quelle che vigono sui redditi da capitale (12,5% sugli interessi dei titoli di Stato, 26% sulle plusvalenza da vendita di titoli o sull'incasso di dividendi azionari), sui redditi da impresa (24% sui redditi delle società), ecc. (solo per ricordare en passant che ai redditi dei ricchy la progressività non si applica comunque...). In quanto tale, si può argomentare che essa non sia conforme al dettato costituzionale.

Immaginiamo allora di adottare un sistema a due aliquote: il primo scaglione, cui si applica l'aliquota al 23%, arriva a 28.999,99, mentre allo scaglione da 29.000,00 in su applichiamo un'aliquota più elevata, del 38%. Qui c'è la prima cosa che il piddino non capisce: la progressività funziona per scaglioni. Quindi, non funziona che se sei "ricco" (inteso come uno che guadagna magari 29.001,00 euro) ti viene tolto il 38% del reddito! Fino a 28.999,99 ti viene sempre tolto il 23%. Questo significa, ovviamente, che qui, a partire da un certo punto, l'aliquota marginale e quella media divergono.

Lo si può vedere con una tabella:


ma probabilmente è più espressivo vederlo con un grafico:


(...per i più - giustamente - sofisticati: sto discretizzando a incrementi di 1000 euro la scala dei redditi, e questa è ovviamente una forzatura didattica che però non altera il senso del messaggio. La distribuzione dei redditi è comunque discreta, perché sotto al centesimo di euro non si può andare...)

Allora, dunque...

Sì, ora un po' di progressività c'è: i ricchy pagano progressivamente più imposta, ma la progressione è molto lenta. Il rapporto fra imposte e reddito infatti è dato dall'aliquota media, la linea arancione, non (come talora si crede) dalla linea azzurra, che descrive solo il rapporto fra gli incrementi di imposta e reddito. Quindi, insomma, i ricchy così piangono troppo poco, ovvero, in termini aulici: non c'è abbastanza progressività.

Bene!

Allora aumentiamo il numero delle aliquote!

Potremmo pensare a un sistema a tre scaglioni, dove da 56.000,00 euro in su si applica un'aliquota del 43%. "Oh!", pensa l'odiatore sociale, finalmente appagato, "Questo significa che il mio vicino, che ha una RAL di 56.001,00 euro, finalmente pagherà 24.080,43 euro di IRPEF!"

No, naturalmente non è così, perché il 43% lo pagherà solo sull'ultimo euro, ma questo al nostro amabile interlocutore ideale rinunciamo a farlo capire. Da qui in avanti abbandoniamo queste figure al loro destino (infelice, perché ci sarà sempre qualcuno che ha qualcosa più di te...) e proseguiamo con la solita tabella:


ma soprattutto, o forse soprattuttamente (dato il tema...) con il solito grafico:


...e insomma: sì, i ricchy piangono un po' di più, ma in fondo mica poi così tanto! Il sistema diventa progressivo solo da un certo punto in poi, a chi guadagna (poniamo) 1000 euro al mese (12000 l'anno) ne rimangono in tasca solo 770 (il 23% in meno), mentre l'odiato vicino che guadagna 56.000,00 euro paga "solo" 17.130 euro di imposta, cioè il 30.6%.

Presto!

Urge aumentare il numero delle aliquote!

Quando nell'autunno del 2021 mi sedetti al tavolo del MEF con i colleghi responsabili economia dei partiti (Misiani, Guerra, ecc.) per ragionare insieme con il ministro Franco su come ridurre da cinque a quattro le aliquote, la situazione era questa:


cioè quella descritta in questo utile articolo dell'IPSOA:

e, se ci fate caso, aumentando il numero delle aliquote, o innalzandole, la situazione non è che cambiasse poi in modo così drastico, soprattutto per i meno abbienti, che restavano comunque soggetti a un regime proporzionale almeno fino ai 15.000 euro.

Ma la situazione non era esattamente questa, e perché?

Perché, come vi ho sempre detto, e come cercavo di far capire ai miei gentili interlocutori televisivi, in Italia la progressività non è assicurata dal sistema delle aliquote, ma da quello delle detrazioni!

Che cosa significa? Significa che all'imposta che i "poveri" dovrebbero pagare in teoria, in pratica si sottrae un certo ammontare, e quindi solo i "ricchi" pagano l'imposta che deriverebbe dall'applicazione delle aliquote formali.

Esempio: decidiamo che a chi guadagna fino a 24.000,00 euro si detraggono dall'imposta 1.880 euro. Ovviamente, con questo sistema uno che guadagna 7.000,00 euro all'anno, e quindi paga 1.610,00 euro d'imposta perché soggiace all'aliquota del 23%, dovrebbe pagare un'imposta di 1.610,00-1.880,00 = -270.00 euro, cioè sarebbe soggetto a un'aliquota media negativa di -270/7000 = 3,86%. Però non funziona così: se guadagni "troppo poco", cioè se la tua imposta lorda è inferiore alla detrazione, lo Stato semplicemente ti esenta dall'imposta, così non paghi tu, ma non paga nemmeno lui! Ricordo che al tempo del reddito di cittadinanza si parlò di sistemi a imposta negativa: qui vedete come potrebbero venire fuori. Ma analizziamo con le solite tabelle e grafici questo sistema (detrazione di 1.880,00 euro dall'imposta per lo scaglione fino a 24.000,00 euro).

La tabella si presenta così (non ve la metto tutta per ovvi motivi di impaginazione):


e forse già vedete che c'è un problema e ne intuite il motivo, ma se vi metto le aliquote in forma grafica non potrete non vederlo:


OMG! 

Houston, abbiamo un serio problema con l'aliquota marginale! Siccome al raggiungimento dei 25.000,00 la detrazione cessa, nel passaggio fra i 24.000,00 e i 25.000,00 l'incremento dell'imposta effettivamente pagata (quella al netto della detrazione) è la somma dell'imposta che paghi in più perché hai guadagnato di più (270 euro, perché in quello scaglione l'aliquota è al 27%), più l'imposta che paghi in più perché non sei più soggetto a detrazione (cioè 1880 euro, ovvero l'importo della detrazione). Insomma: sui 1.000,00 euro in più che guadagni passando da 24.000,00 a 25.000,00 di reddito, paghi 1.880,00+270,00 = 2.150,00 euro di imposta in più: un'aliquota marginale del 215%.

Risultato: mentre il tuo reddito lordo aumenta da 24.000 a 25.000, il tuo reddito netto diminuisce da 20.000 a 18.850 (lavori di più per guadagnare di meno): un bel disincentivo, no?

Ma guardiamo anche il bicchiere mezzo pieno, che si vede di meno. Per vederlo bene, riportiamo al 50% il massimo della scala verticale del grafico: questo significa che non vedremo l'orrendo picco al 215% (resterà fuori dal grafico) ma potremo confrontare meglio quello che succede all'aliquota media rispetto a quanto accade nel sistema senza detrazioni:


Qualcosa di positivo in effetti c'è! Ora i povery non pagano per nulla imposta, poi c'è una progressività che, a dire il vero, è più accentuata nel segmento povery che nel segmento ricchy, ma è pur sempre meglio di nulla.

Siccome il blip nell'aliquota marginale dipende, come abbiamo visto, dal fatto che la detrazione termina in modo abrupto (lo so, non si può dire, ma a me piace così!), per salvare capra e cavoli potremmo pensare di farla sfumare, di applicare quello che viene definito un décalage. In effetti, la situazione che trovammo quando ci sedemmo al tavolo delle cinque aliquote era quella che vedete descritta qui:


(...apro e chiudo una parentesi per evidenziare come chi nel dibattito accusava il sistema di Armando Siri di essere troppo complesso forse non si era studiato come funzionava il sistema vigente...)

e prevedeva un décalage spalmato fino ai redditi da 55.000,00 euro, cioè una roba di questo tipo:


che forse è più comprensibile nella rappresentazione grafica, dalla quale salta fuori una impercettibile anomalia:


La vedete? Oltre i 55.000,00 l'aliquota marginale diminuisce. "Ma come diminuisce!? Ma se sono più ricchy!?" Sì, sono più ricchi, ma il problema è che oltre i 55.000 cessa l'effetto del décalage: negli scaglioni precedenti l'aliquota marginale è superiore perché a mano a mano che il reddito aumenta dall'imposta ti viene tolto un po' di meno, e quindi ha, spalmato su tutti i redditi dall'inizio a 55.000, quel picco abnorme che si vedeva nel grafico precedente. Se ci perdete un po' di tempo, lo capirete anche voi, come lo capii anch'io all'epoca.

Ma... attenzione! La storia mica finisce qui!

Perché, come sapete, le detrazioni erano due: c'era anche il bonus Renzi. Ora, questo bonus è stato camaleontico almeno quanto il suo escogitatore, ma all'epoca la forma che prendeva era quella di una detrazione che da un massimo teorico di 100 euro al mese (1200 all'anno) scendeva con un décalage piuttosto rapido, arrestandosi dopo i 39.000,00 euro:


Se avete seguito fin qui, avrete capito che (non) è strano come una rapida diminuzione di una detrazione all'aumentare del reddito somigli a un consistente aumento dell'aliquota marginale! E infatti con il bonus Renzi l'aliquota marginale mostrava una discreta gobba:


che, per avviarmi a concludere, si potrebbe sintetizzare così: a noi ci stanno mettendo in croce perché gli ha detto micuggino che sta al quinto piano di San Macuto (l'UPB) che noi abbiamo portato l'aliquota marginale al 50%, ma loro l'avevano portata oltre il 60%! E non è tutto: forse ve lo siete dimenticato, forse non lo avete mai saputo, ma se questa era la situazione che avevo trovato io nel 2021, la situazione determinata dal bonus nella versione originaria era ben peggiore, determinando un'aliquota marginale che raggiungeva l'80% (a causa di un décalage ancora più repentino del bonus).

Chiaro il concetto?

Spero di sì: io più chiaro di così non so essere.

Oggi, all'inaugurazione della piscina di Castel di Sangro, ho incontrato il segretario regionale del PD e je so ditte: "Scusa: ma noi facciamo talmente tante scemenze, che chi ve lo fa fare di attaccarci proprio su quella che avete fatto peggio di noi? Guarda che l'UPB, dando un quadro parziale della faccenda, vi manda in giro a dire una storia, quella dell'aliquota marginale al 50%, che da domani non attaccherà più, perché spiegherò ai miei che voi avete fatto peggio!"

Ecco: ogni promessa è debito (dopo di che, soprattutto sul territorio, siamo tutti amici, soprattutto fra avversari, quindi nelle mie parole non c'era alcuna acredine ma solo una genuina sollecitudine).

E con questo abbiamo esaurito l'argomento aliquote: spero che abbiate fissato in mente i seguenti punti:

1) la progressività di un sistema fiscale dipende molto più dalle detrazioni che dalle aliquote;

2) le imposte che si pagano sono misurate dall'aliquota media;

3) una aliquota marginale alta ha un effetto disincentivante, ma solo nel caso in cui superi il 100% determina un calo di reddito netto.

Aggiungo che questo discorso è puramente ipotetico, perché ci sono decinaia e decinaia di situazioni: le spese mediche, le spese per le ristrutturazioni edilizio, i figli a carico (un tempo), che determinano una pletora di ulteriori detrazioni, per cui sapere quale sia effettivamente la propria aliquota marginale non è (solo) impossibile: alla fine diventa anche inutile, perché quante imposte pagherai dipende da eventi che spesso sono fuori dal tuo controllo (come tipicamente lo sono le spese mediche, quelle spese che tutti preferiremmo non fare)...

Ma insomma, così si allargherebbe il discorso.

Mi basta però avervi fatto capire quanto sia disonesta la semplificazione da talk show, quella secondo cui il problema dell'ingiustizia sociale si risolverebbe esclusivamente agendo sulle aliquote degli scaglioni più alti. Gli esempio che avete visto qui mostrano che a meno di misure esteticamente improponibili (aliquote al 110% oltre certi redditi, per capirci...) l'effetto sull'aliquota media non è poi così determinante, e per quanto riguarda il gettito complessivo torno a ricordarvi che i miliardari non pagano l'IRPEF, e non perché la evadano (hanno sufficienti soldi per pagarla senza accorgersene) ma perché i loro redditi veri sono soggetti a forme sostitutive flat (che si tratti di interessi, di dividendi o di capital gain).

E buona notte!

(...si, vabbè, aliquota abbiamo capito perché. Ma perché quota? Perché ieri, come vi avevo detto, dopo Sky TG, sono corso su, perché sapevo che oggi sarebbe stato così:


e me ne sono andato un po' in giro, prima di fare i miei tre incontri, a pestare la neve prima degli altri, ma non di tutti gli altri:


Mi avevano detto che era in giro da quelle parti, e in effetti qualcosa si vedeva, ma era già stata quasi riempita dalla neve. Non ci andrei di notte, e non senza il mio amico, che questa volta si era svegliato tardi...
)

(...correzione di bozze a vostro carico, domani voglio camminare ed è già fin troppo tardi...)

 

sabato 6 agosto 2022

Grillo e i suoi derivati

Per capire quanto siano stati avvelenati i pozzi vi propongo questo breve scambio tratto dal social azzurro cesso:


L’intento dell’Ambruosi è chiaro: accreditare l’idea demagogica del parlamentare che “non lavora”. Peccato che con me gli sia andata male:


Eh già! Perché quella riforma è anche opera mia, cosa che l’Ambruosi ignorava. Indegnamente, mi pregio di aver portato a quel tavolo, ottenendoli con pazienza e un minimo di capacità politica, l’abolizione dell’IRAP per i contribuenti persone fisiche e una estensione della no tax area anche per gli autonomi (a sinistra volevano intervenire solo sulle detrazioni dei loro presunti elettori: dipendenti e pensionati). Inutile, anzi: utilissimo, ribadire che a quel tavolo non avrei ottenuto niente se non avessi avuto dietro di me la formidabile squadra dell’unità fisco: Bitonci, Cavandoli, Gusmeroli e tutti gli altri. Superfluo, anzi necessario, far notare che a quel tavolo in cui si trattava la materia per cui i Parlamenti sono nati (il fisco: i Parlements nella Francia del Re Sole erano gli equivalenti delle nostre Commissioni tributarie regionali) il mio partito aveva mandato me, il parlamentare che secondo certi gegni del social azzurro cesso non conta nulla nel suo partito…

E qui vi faccio notare rapidamente due cose.

Primo: perché blaterare di Commissioni se la politica non la si segue o non la si capisce? Semplice: perché non tutti hanno avuto la fortuna di passare da qui, di capire come funziona (gli accordi vengono presi ai tavoli politici, il lavoro parlamentare avviene comunque a valle, non è tanto importante chi schiaccia il tasto quanto chi lavora su quale tasto schiacciare, ecc.). Voi questa fortuna l’avete avuta e so che l’apprezzate, perché vi permetterà di fare una scelta elettorale consapevole dei limiti e delle opportunità che l’attuale meccanismo di rappresentanza democratica offre.

Secondo: le querimonie del collega Marattin, che ci accusa di avere infranto un sogno (il suo: quello di passare alla posterità come il Vanoni o il Visentini del XXI secolo) sabotando (?) la delega fiscale sono totalmente infondate. Lo dimostra il fatto che la delega avevamo già cominciato a realizzarla, a piccoli ma significativi passi, da prima che fosse approvata! Questo non significa che se e quando la delega fosse approvata non si potrebbe procedere più speditamente. Significa però che se se la vuole prendere con qualcuno per non aver messo la sua firma sotto qualcosa, sarebbe più giusto che se la prendesse col passato Governo, che in un non inconsueto gesto di arroganza ha inserito nella legge delega una cosa che quasi nessuno voleva (la riforma del catasto) e ha tolto dalla stessa legge una cosa che volevamo noi, l’estensione della flat tax già approvata in legge di bilancio 2019 e poi abrogata dal PD e dai suoi useful idiots! Ricordo che i nostri ministri reagirono a questa provocazione uscendo dal Consiglio, e che lì inizio la lotta eroica dei colleghi della finanze Camera (Gusmeroli, Centemero, Cavandoli, Ribolla, ecc.) per raddrizzare questa stortura.

Le leggi di iniziativa governativa non decadono con la legislatura. Ora pareggiamo i conti con gli arroganti, poi passaggio in Senato, lettura definitiva alla Camera, e la delega ci sarà. Con la flat tax, che forse andrebbe conosciuta, prima di nominarla a razzo.

Ma di questo parleremo con più calma…









mercoledì 27 luglio 2022

Maestra! Ho risposto prima io... (breve storia dell'abbattimento dell'IVA)

(...solo per farvi notare che l'egotismo non caratterizza solo questa community, ma anche chi la odia, meritatamente ricambiato...)

La situazione è quella descritta da questo meme:


Poi ci sono momenti di ilarità come questo:


che fanno tenerezza sotto almeno due profili: il numero di persone cui ci si rivolge (625), e il modo in cui ci si rivolge loro ("Maestraaaaa! Sono arrivato prima ioooooo!").

Perché le cose stanno in modo ben diverso, quello descritto con ben altro stile da mai best fren Ablerto:


A ben altro stile corrispondono ben altri risultati:


Può capitare cioè che sui social la moneta buona scacci la cattiva. Il disegno di legge sull'abbattimento dell'IVA per i beni di prima necessità è da due anni in Senato a prima firma di uno di passaggio, depositato in un periodo in cui la principale preoccupazione del ministro Brunetta era quella di vendicarsi dell'offesa patita quando la Camera aveva stroncato una sua mozione di sperticato elogio del MES.

Quanto ci era rimasto male! Spiace...

Tuttavia, la cosa non è così semplice: noi abbiamo dalla nostra il tempo e la verità fattuale (il 2020 viene prima del 2022, salvo errore), ma loro sono amici dei migliori amici dell'uomo che si vuole informare, i cosiddetti media. Quindi il coltello della parte del manico ce l'hanno loro, soprattutto se voi non tenete botta.

Tanto vi dovevo per oggi.

P.s.: Magari ci direttizziamo più tardi (la diretta di ieri è anche qui):


(...meditate, gente, meditate...)

lunedì 22 novembre 2021

Il tavolo delle tasse

 (...agevolo un contributo dalla regia:


e mi accingo a darvi qualche spunto tecnico su uno dei temi del giorno, il famoso "tavolo delle tasse", sul quale i media stanno razzolando col consueto garbo, come cinghiali in un roseto, dicendo cose più o meno fondate. Qui partiremo dai dati, come abbiamo sempre fatto, visto che a quanto pare vi piace, o siete così cortesi da fare finta che vi piaccia...
)

Sono un uomo fortunato. La maledizione della partita IVA non mi ha colpito, sono sempre stato un lavoratore dipendente, fino a quando sono diventato un vostro rappresentante (che non significa un vostro dipendente, come una certa fatua retorica antiparlamentare vorrebbe suggerirvi). Fatto sta che le "tasse" (che sarebbero le imposte, ma vi risparmio questo dettaglio: chi non sa la differenza può chiederla) non le ho praticamente mai pagate semplicemente perché mi è sempre stato corrisposto il reddito netto. Non è precisissimamente così perché molto spesso mi è capitato di avere, oltre al reddito da lavoro dipendente, dei redditi da lavoro autonomo derivanti da una ridotta attività di consulenza (sempre autorizzata dal dipartimento ecc. ecc.); inoltre, come tutti gli italiani, ho una proprietà immobiliare (un terzo di una casa in comproprietà coi fratelli: a grillini e altri voyeur suggerisco di consultare qui i moduli che altri colleghi hanno compilato in modo un po' troppo distratto); fatto sta che pur con una vita così semplice, e con uno Stato che amorevolmente si prendeva cura di me, ed evitava di indurmi in tentazione corrispondendomi il reddito netto, comunque un paio di F24 all'anno mi è sempre toccato farli e la relativa dichiarazione l'ho sempre fatta fare a un esperto, perché qui da noi è complicata anche la dichiarazione di una persona (fiscalmente) semplice.

Poi, naturalmente, siccome esiste il karma, dopo aver per 56 anni evitato di occuparmi delle mie tasse sono finito in Commissione Finanze a occuparmi di quelle di tutti gli altri, voi compresi, e se non avessi avuto dei colleghi solidi come Bitonci, Garavaglia, Gusmeroli, Siri, ecc., mi sarebbe senz'altro capitato di fare danni. Viceversa, con loro abbiamo fatto la rottamazione ter, il saldo e stralcio, la "mini flat tax" (mi scuso per il linguaggio giornalistico). Non tutti, naturalmente, sono d'accordo sul successo e sull'opportunità di queste misure. Può darsi che qualcuno le consideri dannose. Posso solo dire che da lavoratore dipendente non ho mai considerato l'autonomo un nemico di classe, per il semplice motivo che (come questo blog dimostra) non mi sono mai accontentato della nota narrazione semplicistica dei problemi del Paese, la narrazione da talk show (ricordate Idraulik?).

In ogni caso, l'amico karma mi ha condotto venerdì scorso e mi ricondurrà almeno un paio di volte al tavolo del MEF, nell'anticamera del ministro Franco, per parlare di temi fiscali. Vorrei allora rapidamente fornirvi qualche elemento tecnico per inquadrare il dibattito in corso.

Intanto, il "tavolo delle tasse" nasce perché l'art. 2 della legge di bilancio 2022 (AS 2448) stabilisce che:


Il Governo ha stanziato in legge di bilancio un fondo da 8 miliardi destinato alla riduzione della pressione fiscale, con lo scopo di "ridurre la pressione fiscale sui fattori produttivi" (frase ereditata, come sapete, dalla retorica con cui Bruxelles vuole convincerci ad accettare un inasprimento della pressione fiscale sulle "cose": beni di consumo - IVA - e abitazioni - IMU). Le lettere 1 e 2 del comma 1 indicano le imposte su cui intervenire: IRPEF e IRAP. I margini dell'intervento da fare sono ulteriormente circoscritti. Per l'IRPEF, l'obiettivo specifico è quello di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro  e le aliquote marginali effettive, e i possibili strumenti sono tre: la riduzione di una o più aliquote, la revisione del sistema delle detrazioni, la revisione del trattamento integrativo.

Per l'IRAP la cosa è più semplice: si parla semplicemente di ridurne l'aliquota.

Tuttavia il Governo non ha avuto il tempo di definire gli interventi nella legge di bilancio, stabilendo con questo articolo 2 una specie di criterio di delega a se stesso, e i partiti sono convocati a trovare una soluzione condivisa per realizzare questa delega (spendere questi otto miliardi per ridurre la pressione fiscale).

Partirei dall'IRAP, la cosa più semplice, perché, come vedremo, già questa è abbastanza complicata.

Per farvi apprezzare le sfumature, vi ricordo intanto che nelle sedute del 30 giugno 2021 le due Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno votato separatamente un documento elaborato congiuntamente, il Documento conclusivo approvato dalla Commissione sull'indagine conoscitiva sulla riforma dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario (Doc. XVII, 3). Il testo del documento, insieme alle dichiarazioni di voto, lo trovate qui. Si tratta del documento che, nelle intenzioni di alcuni parlamentari, disegnerebbe la riforma del sistema fiscale italiano. Uso il condizionale perché nonostante la buona volontà con cui i parlamentari si sono confrontati per elaborare posizioni comuni (alla fine solo Leu si è astenuta), resta il fatto che questo documento non è un atto di indirizzo e quindi il Governo non è in alcun modo vincolato a tenerne conto. La cosiddetta "riforma del fisco votata in Parlamento" va valutata quindi alla luce di questo mero dato di fatto.

Tuttavia, aderendo alla communis opinio secondo cui il documento avrebbe tracciato linee cui la legge delega e altri atti emanati dal Governo (inclusa la legge di bilancio) avrebbero dovuto attenersi, incontriamo subito un paio di difficoltà.

La prima è che l'art. 2, comma 1, numero 2 della legge di bilancio parla di aliquota IRAP, ma l'IRAP non ha una sola aliquota: come sapete (se non lo sapete, è spiegato bene qui) ne ha almeno cinque a seconda dei soggetti passivi (cioè di chi paga: imprese ordinarie, concessionarie, banche, assicurazioni, amministrazioni pubbliche...), ma in realtà molte di più, considerando che le aliquote possono essere modulate per regione (come è spiegato qui). Quindi, ci sarebbe da capire su quale aliquota occorrerebbe eventualmente intervenire.

La seconda difficoltà è che il documento delle Commissioni non parla di ridurre le aliquote IRAP a carico della fiscalità generale. Nel documento "la Commissione raccomanda un riassorbimento del gettito Irap nei tributi attualmente esistenti, preservando la manovrabilità da parte degli enti territoriali e il livello di finanziamento del servizio sanitario nazionale, senza caricare di ulteriori oneri i redditi da lavoro dipendente e assimilati." L'idea in sostanza è quella espressa in audizione dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili varie volte (una volta c'ero anch'io, era il 13 settembre 2018), ovvero riassorbire il gettito IRAP in addizionali IRES (l'IRES è questa cosa qui: un'imposta flat - cioè proporzionale - al 24% sui redditi delle società). Un aspetto problematico (a tutti noto) di questo approccio è che non tutti i soggetti passivi IRAP sono anche soggetti passivi IRES: alcuni pagano l'IRPEF. In particolare, la pagano i soggetti IRAP che sono persone fisiche (non è una sorpresa). Per chiarezza (spero) vi riporto l'art. 3 del "decreto IRAP", il decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446

Art. 3. 

Soggetti passivi 

1. Soggetti passivi dell'imposta coloro che esercitano una  o  piu' delle  attivita'  di  cui  all'articolo  2.  Pertanto  sono  soggetti all'imposta sono: 

a) le societa' e gli enti di cui all'articolo 87, comma 1, lettere a) e b), del testo unico delle imposte sui  redditi,  approvato  con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917; 

b) le societa' in nome collettivo e in accomandita semplice e quelle ad esse equiparate a  norma  dell'articolo  5,  comma  3,  del predetto testo unico, nonche' le persone fisiche esercenti  attivita' commerciali di cui all'articolo 51 del medesimo testo unico; 

c) le persone fisiche, le societa'  semplici  e  quelle  ad  esse equiparate a norma dell'articolo 5, comma 3, del predetto testo unico esercenti arti e professioni di cui all'articolo  49,  comma  1,  del medesimo testo unico; 

d) ((LETTERA ABROGATA DALLA L. 28 DICEMBRE 2015, N. 208)); ((52)) 

e) gli enti privati di cui all'articolo 87, comma 1, lettera  c), del citato testo unico n. 917 del 1986, nonche'  le  societa'  e  gli enti di cui alla lettera d) dello stesso comma; 

e-bis) le Amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1,  comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio del 1993,  n.  29,  nonche'  le amministrazioni della Camera dei Deputati, del  Senato,  della  Corte costituzionale,  della  Presidenza  della  Repubblica  e  gli  organi legislativi delle regioni a statuto speciale;

Per capire che intervento sarebbe possibile fare bisogna entrare un momento in quanto rende all'erario l'IRAP, anche per smontare certe gentili interlocutrici da talk show che "costa 25 miliardi non ci sono le risorseeeeeh!!1!". I dati di gettito si trovano qui e chiariscono che:

1) i contribuenti persone fisiche e società di persone nel 2018 erano rispettivamente 1.639.354 e 719.457:


2) il gettito complessivamente ascrivibile a queste due categorie di contribuenti era intorno ai 2,6 miliardi di euro (dati pre-crisi).

Nelle stime attuali del Dipartimento delle finanze abolire l'IRAP per queste categorie di contribuenti costerebbe meno di due miliardi (considerando anche che la crisi ha steso oltre 350.000 lavoratori autonomi). Il grosso dell'IRAP è comunque pagato dalle società di capitali e dalla pubblica amministrazione (queste due categorie contribuiscono entrambe per circa 10 miliardi l'una, mal contati), e per queste si potrebbe pensare in un caso al riassorbimento nell'IRES e nell'altro a eliminare la partita di giro con cui le amministrazioni pubbliche pagano un'imposta a se stesse.

La nostra proposta quindi è di eliminare le lettere (b) e (c) dall'articolo 3, comma 1 del decreto IRAP, come primo passo verso il definitivo smantellamento dell'IRAP nei modi ricordati qui sopra, per ridurre non solo e non tanto il carico fiscale, quanto quello burocratico su professionisti e autonomi.

E fino a qui era il pezzo semplice del discorso, semplice anche perché l'IRAP, nonostante abbia diverse aliquote, è una delle tante imposte proporzionali, cioè flat, che compongono il nostro sistema tributario (motivo per cui proprio non si capisce lo scandalo di fronte alla proposta di flat tax fatta dalla Lega: se ogni singola impresa dovesse essere progressiva, sarebbero incostituzionali IVA, IRES, IRAP, ecc.)...

Molto più complesso è capire che cosa si potrebbe fare sull'IRPEF con 8 miliardi (o con i 6 che restano dopo aver fatto un intervento semplice ma risolutivo sull'IRAP).

La posizione del Governo sull'IRPEF è quella espressa in audizione dal Dipartimento delle finanze, nel documento che trovate qui. La figura 7 a pag. 24 della memoria depositata in Commissioni congiunte, che vi riporto qui per comodità:



è spesso al centro del dibattito specialistico (e mai al centro di quello televisivo). Rappresenta l'aliquota media effettiva (il rapporto fra imposta versata e reddito complessivo) e l'aliquota marginale effettiva (rapporto fra incremento di imposta e incremento di reddito) per varie classi di reddito, da 0 a 90.000 euro.

Il problema, evidenziato dalle microsimulazioni del modello TAXBEN-DF del Dipartimento delle finanze (ma come vedrete basta un semplice foglio Excel) è che alcuni contribuenti, non i più ricchi, si trovano nella spiacevole situazione di dover corrispondere all'erario 60 euro ogni 100 euro di reddito addizionale in più. Succede in corrispondenza della "gobba" dell'aliquota marginale effettiva, indicativamente per le classi di reddito fra 35.000 e 40.000 euro.

Ora: visto che, come potreste sapere (e se non lo sapete, lo trovate scritto qui) l'aliquota IRPEF massima è al 43%, come può succedere che qualcuno si veda togliere il 60% se osa guadagnare di più? Questa è esattamente una delle cose che non si possono spiegare negli studi televisivi, popolati da gentili interlocutrici pronte a intenerirsi per la sorte dei meno abbienti (che, come sapete, sta a cuore anche a noi), ma meno disposte a entrare in un ragionamento.

Intanto, andrebbe sempre ricordato che l'IRPEF deve la sua progressività non tanto al sistema delle aliquote, quanto a quello delle detrazioni (ed è questo il motivo per cui certi stracciamenti di vesti quando si nomina la flat tax sono del tutto fuori luogo se non si riflette sulle detrazioni previste), e che l'imposta funziona a scaglioni, il che, in buona sostanza, significa che le aliquote per i redditi "bassi" si applicano (pro-quota) anche a chi ha un reddito "alto".


Tanto per capirci, con due esempi: un contribuente che guadagna 8.000 euro l'anno non paga il 23% di 8000 euro (ovvero 1.840 euro), ma sostanzialmente zero (per un motivo che vi spiego subito), mentre un contribuente che guadagna 20.000 euro non paga il 27% di 20.000 euro (ovvero 5.400 euro), ma dovrebbe pagarne 4.800 per un motivo che vi spiego dopo e che è chiarito da questa tabella, e arriva a pagarne 2.261 per un altro motivo.

Intanto, vi spiego perché un dipendente fino a 8.000 euro non paga IRPEF: perché l'art. 13 del TUIR dice che:


ovvero che chi percepisce redditi da lavoro dipendente ha diritto a una detrazione dall'imposta che "sfuma" progressivamente, per annullarsi a 55.000 euro. Per redditi fino a 8.000 euro questa detrazione può arrivare a 1.880 euro e quindi eccede l'imposta che si dovrebbe teoricamente versare (vi ricordo che le detrazioni sono somme che si tolgono dall'imposta, le deduzioni somme che si tolgono dall'imponibile su cui si calcola l'imposta). Dico "può arrivare" perché l'importo della detrazione va commisurato ai giorni lavorati, quindi potrebbe essere inferiore a 1.880, ma non sotto i minimi indicati dall'art. 13 comma 1 lettera (a) del Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (per gli amici, TUIR: Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

E così avete visto anche un pezzo del "sistema delle detrazioni da lavoro dipendente" di cui parla l'art. 2 comma 1 numero 1 della legge di bilancio attualmente in discussione. Applicando le formulette descritte nell'articolo 13, per le detrazioni si ottiene questa curva:


che comincia a scendere in modo pressoché rettilineo dopo gli 8000 euro di reddito e azzera a 55.000 (c'è un punto angoloso a 28.000, dove il criterio di calcolo cambia, ma è appena percettibile).

Poi c'è l'altro aspetto, quello del funzionamento a scaglioni. Significa che il sistema delle aliquote:


si applica (come chiarisce la tabella sopra) moltiplicando ogni aliquota per il reddito percepito nello scaglione corrispondente. Quindi, ad esempio, se il tuo reddito è 20.000 la tua imposta non è:

20.000 x 0.27 = 5.400

ma

15.000 x 0.23 + 5.000 x 0.27 = 4.800

Ne consegue che non esistono le aliquote "dei poveri". Semplicemente, se in questo esempio si abbassasse di tre punti l'aliquota più bassa, portandola dal 23% al 20%, ovviamente ne beneficerebbe anche chi, come il nostro amico dell'esempio precedente, fosse sottoposto all'aliquota marginale teorica del 27%, che pagherebbe:

15.000 x 0.20 + 5.000 x 0.27 = 4.350 < 4.800

Comunque, col sistema a scaglioni l'imposta prima della detrazione per redditi da lavoro dipendente funziona così:


Sottraendo a questa imposta le detrazioni si ottiene l'imposta netta:


Cioè: sottraendo all'arancione il giallo si ottiene il verde, l'imposta netta, che è più progressiva (cresce più rapidamente) per via del décalage progressivo delle detrazioni (la linea gialla).

Ora, normalmente quando sei soggetto a un'aliquota (poniamo, il 23%), questo significa che di 100 euro guadagnati in più 23 vanno allo Stato. Il sistema delle detrazioni aggiunge una complicazione, perché in un certo intervallo di reddito all'aumentare del reddito del reddito diminuiscono le detrazioni. Ne consegue che nel calcolo di quanto va allo Stato quando guadagni di più devi considerare non solo la maggiore imposta, ma anche la minore detrazione. Le aliquote marginali effettive, quelle che tengono conto di questo aspetto, si presentano quindi così:


e sono, ovviamente, superiori a quelle teoriche a partire da dove inizia il décalage delle detrazioni (cioè oltre gli 8.000 euro), per poi ricongiungersi a quelle teoriche dove le detrazioni si azzerano (oltre i 55.000 euro, dove entra l'aliquota al 41%).

Siccome non era abbastanza complicato così, alle detrazioni da lavoro dipendente si aggiunge il bonus Renzi e successive modificazioni, spiegate da questa circolare dell'Agenzia dell'Entrate (per chi ama i dettagli), o in questo articolo divulgativo da cui traiamo questa utile tabella: 


Quindi alle detrazioni "standard" da lavoro dipendente se ne aggiunge un'altra:


che siccome parte dopo e finisce prima, un po' prima della metà dello scaglione 28.001-55.000, complica il profilo dell'imposta netta, che diventa:


Da qui non si capisce molto, ma siccome il décalage del bonus "Renzi" è particolarmente rapido, ci sarà naturalmente una fascia di redditi in cui le aliquote effettive (che considerano non solo la maggiore imposta ma anche le minori detrazioni) saranno particolarmente alte. Lo si vede qui:


cioè nella versione "fatta in casa" del grafico che vi ho mostrato sopra. La fascia in cui ogni 100 euro guadagnati in più il contribuente ne perde 60 (fra maggiore imposta e minori detrazioni) è ovviamente quella in cui il bonus Renzi va a picco, cioè quella fra i 35.001 e i 40.000 euro di reddito (lo si vede dalla tabella e dalla figura riportate sopra).

Bene.

Qui mi fermo, perché è passata la mezzanotte e non vorrei sognarmi questa roba. Penso che chi non le sapeva abbia capito un po' di cose: ad esempio, che la progressività dell'imposta non dipende solo dall'aumento delle aliquote ma anche dalla diminuzione delle detrazioni, e che alcune operazioni fatte nel recente passato sono causa di una serie di distorsioni evidenti. Su come rimuoverle ci sono tante teorie. In pratica, credo che sia difficile riuscirci con un emendamento a una manovra di bilancio arrivata purtroppo con un mese di ritardo. Penso quindi che dovremo darci obiettivi meno ambiziosi, ma più visibili.

Io un'idea ce l'avrei, ma ho promesso che non l'avrei detta a nessuno, e quindi... vi lascio nel dubbio!