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domenica 7 dicembre 2025

Tre discorsi: "Cosa aspettarsi per il 2026?" (discorso numero tre)


Le previsioni sulla crescita nel 2026 sono già state discusse da chi mi ha preceduto: mi limiterò a un breve riassunto, e mi soffermerò poi su tre punti che dopo diciassette anni di stagnazione economica dovremmo ormai poter considerare acquisiti, e sulle cui implicazioni credo sia utile confrontarsi.

Tutte le previsioni emesse dalle principali organizzazioni sovranazionali alla fine del 2025 hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del nostro Paese per il 2026 emesse nel 2024:

con l'unica eccezione del Fmi, che fra autunno 2024 e autunno 2025 le ha invece riviste al rialzo. La media delle previsioni di crescita per il 2026 era all'1,1% nell'autunno del 2024 ed è scesa a 0,7% in questo autunno, comunque in crescita rispetto al risultato di quest'anno che è atteso attorno allo 0,5%, e resta tale anche dopo la rettifica al ribasso con cui l'OCSE ha allineato le sue previsioni alla crescita "acquisita" calcolata dall'ISTAT:


Siamo (e restiamo) purtroppo ancora sui decimali.

Vorrei partire da una prima riflessione, motivata da un recente comunicato dell'OCSE:


in cui si afferma che nel prossimo anno il nostro Paese farà meno deficit e più debito del previsto. Questa evenienza, qualora si materializzasse, sarebbe perfettamente in linea con quello che oggi sappiamo delle politiche cosiddette di "consolidamento fiscale" (ma visto che qui siamo fra esperti, possiamo risparmiarci gli eufemismi congegnati per impressionare il pubblico generalista, e chiamare queste politiche col loro nome: tagli). Il fatto che i tagli provochino più spesso il dissesto che il risanamento del bilancio pubblico è ormai acquisito: è dall'aprile del 2023 che il Fmi ha pubblicato i risultati di uno studio empirico e teorico che mette questo dato nero su bianco:


Nel grafico di sinistra si vede l'impatto sul debito pubblico di uno "shock da consolidamento", e questo impatto è positivo (le barre sono per lo più sopra lo zero, con l'eccezione di quelle riferite ai Paesi in via di sviluppo nei primi due anni dallo shock). La didascalia lo dice chiaramente: in media, i tagli non fanno diminuire il rapporto debito pubblico/Pil. In effetti, lo fanno aumentare, con un effetto statisticamente significativo al 90% di probabilità dal terzo anno in poi.

Questo risultato non ha nulla di misterioso. La nuvola di formule nel pannello di destra lo spiega chiaramente, e mi sono permesso di evidenziare il punto chiave: se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, come accade sempre più spesso nelle economie avanzate, i tagli hanno effetti perversi sul rapporto debito/Pil, facendolo crescere. Pensate alla frazione 3/2. Se sottraete uno al numeratore e al denominatore ottenete 2/1, che è maggiore di 3/2, nonostante che per ottenerlo abbiate sottratto qualcosa, invece di aggiungerlo! Ovviamente questo esempio presuppone un moltiplicatore fiscale pari esattamente a uno, ma la logica dell'esempio è chiara e non originale. Mi ero permesso, con un divertissement a fini divulgativi, di anticiparla di un po' più di un decennio nel mio blog:


Ora, questo è un punto di grande attualità e di grande polemica nel dibattito attuale, non solo perché le opposizioni, come è naturale che sia, chiedono al Governo di fare di più per la crescita (nonostante che siamo reduci da un decennio e passa di stagnazione in cui la loro performance non è stata stellare...), ma anche perché le stesse organizzazioni sovranazionali che sono consapevoli del fatto che i tagli, compromettendo la crescita, possono portarci al dissesto, ci chiedono però di farli, non consentendoci di venire incontro ai desideri delle opposizioni! Una situazione piuttosto ingarbugliata, nella quale finora il Governo è però riuscito a tenere una rotta compatibile con quanto ci dice la migliore macroeconomia. Lo si vede in questo grafico che confronta due stime della media di deficit e debito sul triennio 2023-2025: quella fatta dal Fmi nell'aprile del 2023 (cioè la prima elaborata dopo l'avvento del Governo Meloni) e l'ultima, quella fatta nell'ottobre 2025:


Nel 2023 il Fmi prevedeva, o prefigurava, per l'Italia un rientro piuttosto rapido dal deficit, che ci avrebbe portato nel triennio a valori attorno al 3%. In realtà nel 2025 constatiamo che il rientro dal deficit è stato più lento, perché il Governo ha opportunamente approfittato della sospensione delle regole di bilancio, disposta fino al 31/12/2023, per spingere il più possibile sulla crescita. Di conseguenza, mentre nel 2023 il Fmi prevedeva un debito che nella media del triennio superava il 139% del Pil, nel 2025 vediamo che il debito si è attestato un po' sotto il 136%. Naturalmente non è un dato rassicurante, ma è un dato che mostra come questo Governo non abbia commesso l'errore del Governo Monti, quello di anticipare oltremisura il rientro verso l'equilibrio di bilancio, come richiesto all'epoca dalla lettera di Draghi-Trichet dell'agosto 2011. I risultati di quella infausta manovra, denominata "Salva Italia", sono retrospettivamente ben visibili:


e credo che possiamo essere tutti grati a questo Governo di aver tratto insegnamenti da questa non distante e non fausta esperienza storica.

Una seconda riflessione riguarda la natura dell'instabilità finanziaria. Sappiamo ormai da dieci anni che la crisi cosiddetta "dei debiti sovrani" in realtà non era una crisi di finanza pubblica, ma di finanza privata, derivante dalle forti esposizioni debitorie degli Stati periferici dell'Unione verso le banche dei Paesi appartenenti al nucleo finanziario dell'Unione (Francia e Germania). Dal 2015 questa è la visione comunemente accettata anche dagli economisti ortodossi:


e il suo supporto era comunque ben visibile nei dati già dal 2011:


quando mi ero permesso di evidenziare nel mio blog un interessante fatto stilizzato: i Paesi che per primi si erano trovati in situazione di sofferenza avevano avuto nel decennio precedente debito pubblico in calo, o non in crescita (come la Grecia), ma tutti (inclusa l'Italia) avevano avuto un incremento sostanziale del debito estero, che, per inciso, non poteva che essere privato (visto che quello pubblico era diminuito). La vera minaccia per la stabilità finanziaria viene quindi dalle esposizioni debitorie private, come del resto appare evidente sulla base di una banale riflessione: negli ultimi vent'anni ha fatto default solo un Governo dell'Eurozona, quello greco, mentre sono fallite, andando incontro a risoluzione o simili procedure, circa una ventina di banche di un certo rilievo, oltre a svariate banche minori (come le quattro cosiddette "popolari" qui in Italia).

Viene allora utile esaminare quale sia la situazione delle esposizioni finanziarie private, almeno a grandi linee, e in questo ci aiuta il rapporto OCSE sul debito globale:


Mettendo insieme gli emittenti pubblici e privati, lo scorso anno sono stati emessi 25 trilioni di dollari di obbligazioni (il triplo che nel 2007), il che ha portato l'ammontare di debito in circolazione a oltre 100 trilioni di dollari (il Pil mondiale, per memoria, sempre nel 2024 era di 111,3 trilioni, quindi lo stock di titoli di debito privati e pubblici a livello globale è pari al 90% del Pil), e infine circa il 40% dei titoli privati e pubblici (quindi 40.000 miliardi di dollari, circa 17 volte il Pil italiano) dovrà essere rimborsato entro il 2027. Una sfida per le finanza pubbliche, ma soprattutto per quelle private, perché:


è sempre l'OCSE a dirci che mentre dopo la crisi del 2008 l'indebitamento privato ha subito una forte espansione, altrettanto non può dirsi degli investimenti produttivi privati, che sono rimasti al disotto del loro trend di sviluppo storico. I debiti sono stati contratti quindi non per "creare" valore, ma per "distribuirlo" agli azionisti, sotto forma di guadagni in conto capitale derivanti da operazioni straordinarie, di acquisto di azioni proprie, ecc. Questo mette in dubbio la capacità del sistema privato nel suo complesso di ripagare i debiti che ha contratto, e ci lascia con le stesse considerazioni che si sarebbero potute fare nel 2010: la vera minaccia alla stabilità finanziaria resta la qualità del debito privato, più che la quantità di quello pubblico.

Concludo su una terza e ultima riflessione. Le politiche di taglio della spesa hanno impattato anche sulla demografia: questo ormai è evidente e contiene una lezione utile su cosa fare per invertire la tendenza:

La crisi demografica ha ormai portato a un'inversione strutturale della piramide, oggetto di studio e di attenzione per molti e in particolare per me nel mio ruolo di Presidente della Commissione di Controllo Enti Gestori. Il problema è tutt'altro che nuovo. Il tasso di fertilità in Italia è stato in caduta libera dal 1966 al 1995, senza che questo destasse una attenzione comparabile a quella che oggi finalmente il fenomeno merita, poi si è lievemente ripreso (lo si vede nel grafico) e ora sta nuovamente precipitando.

Due osservazioni.

La prima è che se dagli anni '90 fino a pochi anni o mesi or sono di demografia si è parlato troppo poco  credo sia anche perché attorno alla riforma Dini del 1995 è stata creata una narrazione volontariamente o involontariamente fuorviante: quella secondo cui col metodo di calcolo contributivo ogni lavoratore si sarebbe finanziato da sé la propria pensione accumulando un tesoretto di contributi versati di cui beneficiare in vecchiaia. Le cose non stanno proprio così, perché un conto è il metodo di calcolo della prestazione, un ben altro conto il sistema di finanziamento della prestazione. Quest'ultimo è e rimane a ripartizione, per tutti gli enti di primo pilastro, il che significa, in buona sostanza, che i contributi di ogni lavoratore vanno a pagare le pensioni dei pensionati attuali, non di quelli futuri (incluso il lavoratore che versa i contributi). Il passaggio al metodo di calcolo contributivo, in altre parole, non ha significato, e non è logicamente connesso in alcun modo, al passaggio a un sistema di finanziamento a capitalizzazione, dove ogni lavoratore ha il proprio "zainetto" o "tesoretto" di contributi investiti da qualche parte, e a fine corsa può decidere se riscuoterli come rendita o come capitale! D'altra parte, lo stesso contributo versato dal lavoratore o va a finanziare, per ripartizione, le pensioni dei pensionati attuali (nel qual caso non può entrare nello "zainetto a capitalizzazione" di chi versa), o viene accumulato nello "zainetto" o "tesoretto" contributivo di chi lo versa, nel qual caso fin dal 1995 i pensionati dell'epoca si sarebbero viste decurtate le pensioni e si sarebbero recati, muniti di forconi, a Palazzo Chigi. Il fatto che questo non sia successo è la migliore dimostrazione del fatto che il sistema è rimasto a ripartizione.

Ne consegue che la demografia continua a essere dannatamente importante anche in un metodo di calcolo integralmente contributivo (e, aggiungo io, lo sarebbe comunque, anche se il sistema di finanziamento fosse a capitalizzazione, perché per ottenere rendimenti sotto forma di interessi e dividendi occorre che qualcuno crei valore, e il valore non può essere né trasferito né creato da lavoratori che non ci sono).

La narrazione del "mi pago la mia pensione coi miei contributi" (affine a "io c'ho il diesel" del noto comico teatino Maccio Capatonda) temo abbia avuto come infausto effetto collaterale quello di distrarci dal fatto che dal 1976 il tasso di fecondità totale (fertility rate) delle donne italiane è sotto il valore di rimpiazzo di 2,1:


Il sistema contributivo, in definitiva, serviva solo ad arginare questa situazione abbassando il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra la prestazione pensionistica e l'ultima retribuzione percepita. Serviva, insomma, a tagliare le pensioni, come si evince del resto dalle preoccupazioni espresse dallo stesso Dini, che nella relazione introduttiva alla sua riforma si premurava di definire come "socialmente irrinunciabile" un tasso di sostituzione del 61,4% (sappiamo che invece in particolare nel primo pilastro privatizzato i tassi di sostituzione sono in alcuni casi inferiori, e da qui deriva il forte impegno a promuovere forme di previdenza complementare).

Tuttavia, e questo è il punto che voglio evidenziare, quando la piramide demografica è completamente rovesciata, la prospettiva di restituire sostenibilità al sistema pensionistico con tagli delle prestazioni potrebbe rilevarsi illusoria, così come quando il rapporto debito/Pil diventa una frazione impropria è illusorio pensare di ridurlo con tagli alla spesa pubblica. Il motivo è molto semplice: quando la piramide demografica si rovescia, per definizione l'incidenza dei redditi dei pensionati sul totale della domanda aggregata aumenta, e quindi un taglio delle pensioni comporta in re ipsa uno shock negativo su quella domanda interna su cui, secondo le più recenti analisi del Presidente Draghi, sarebbe invece opportuno incentrare, alimentandola, un modello di sviluppo equilibrato. Del resto, se le pensioni scendono al di sotto di un livello "socialmente sostenibile", la differenza si scarica comunque sul bilancio pubblico sotto forma di prestazioni assistenziali. Bisogna quindi riflettere serenamente sul fatto che quando una situazione si è spinta troppo oltre, nonostante che da un lato ciò aumenti l'urgenza di porvi mano, dall'altra può darsi che quella che in tempi ordinari sembrerebbe la soluzione più intuitiva (i tagli) si riveli alla prova dei fatti la meno opportuna. Anche in questo occorrerà esercitare la massima prudenza, e il Governo in carica possiamo dire che finora ha dato prova di averne.


(... questo discorso l'ho fatto in due occasioni, qui e qui, di fronte a platee tanto qualificate quanto ortodosse: asset manager di grandi fondi internazionali, presidenti di casse previdenziali e fondi pensione, e così via. Inutile dire che anche solo tre anni fa una slide come quella sui reali effetti del Governo Monti sarebbe stata accolta da un sordo brusio di riprovazione. Mi ha stupito però vederla accolta da un sollevato mormorio di consenso, che poi più di uno mi ha espresso anche di persona. Questo cambiamento nella communis opinio della gente che conta a cosa è dovuto? A due cose che in linea di principio non vi piacciono - almeno, questo traspare dalla cloaca social: alla nostra persistenza al potere, e al posizionamento del Governo. Non credo dipenda invece dal fatto che finalmente viene ora compreso quello che era tanto semplice, e sarebbe stato tanto opportuno, comprendere ex ante! Su questo, illusioni non me ne faccio: del resto, le stesse organizzazioni sovranazionali che esortano il Governo a fare di più per la crescita poi gli chiedono tagli, e in questa schizofrenia muoversi con accortezza diventa veramente complesso. Registro però il fatto che si comincia a poter dire la verità, anche appoggiandosi ai lavori di chi di questa verità è stato nemico: il Fmi, Uva, ecc. Quello che vi ho sempre detto: sfruttare la forza dell'avversario! Ora bisogna insistere, bisogna che il senso comune diventi quello espresso dalla genuina teoria macroeconomica, anziché dalle squinternate teorie degli sciamani che finora hanno avuto tirannico ed esclusivo diritto di tribuna. Per questo, come vedete, continuo ad accettare inviti in giro per il Paese. Ora è il momento di far riflettere sulle nostre ragioni, visto che per imporle possiamo contare non solo sulla nostra forza, ma, appunto, anche su quella dell'avversario. Questo, e un Signor Presidente della Repubblica non organico al PD, potranno fare molto quando il progetto andrà in decomposizione, come mi pare stia già largamente andando, ed esattamente per i motivi che avevamo prefigurato. Ma di questo parleremo in un altro post...)

(...vabbè, io vado a cucinare: per uno strano allineamento degli astri, più difficile da ottenere dell'avere i partiti euroscettici al 30% nei principali Paesi dell'UE, questa sera siamo tutti a casa...)

martedì 17 giugno 2025

domenica 11 maggio 2025

Chiuso per disco

Ho in coda almeno tre post: la seconda parte del post sui salari (dove ci occupiamo dei deflatori), una simpatica rettifica al nostro troll liberista preferito, e una variazione sul tema dei "migranti" che ci pagano le pensioni.

Breve inciso su quest'ultimo punto: ho appena conosciuto un pizzoferratese che ha studiato a Villa Santa Maria, ha fatto lo chef in giro per il mondo, è tornato al paese con pensione americana e non sa che chi vi scrive ha fatto questo in legge di bilancio 2019:


perché glielo ha chiesto il suo capo:


Gli ho spiegato che secondo me paga troppe tasse, vediamo se il suo CAF sarà d'accordo. Comunque, questo è un buon esempio del punto che volevo sollevare: siccome l'uomo è uno, o fa le cose, o le racconta. Quasi sempre chi racconta non fa, e chi fa quasi mai ha tempo di raccontare. Trovare un equilibrio è difficile, ed è per questo che ci si deve costruire una squadra.

Oggi devo lavorare al disco, quindi non posso raccontarvi nulla. Giornata dedicata alla musica, quella mia, e quella della Polizia di Stato. I tre post resteranno in coda, e voi leggerete altro: vi auguro un bell'editoriale di Giavazzi sui danni che ci ha fatto l'euro (lui ce lo ha sempre detto, non ricordate)? A seguire confessione di Draghi...

A presto!

(...magari un giorno vi racconterò la storia della flat tax per pensionati esteri...)

Addendum delle 14:52

Fatto l'inventario:


accompagnato dal rumore della pioggia, che silenzia tutto il resto (non passa una macchina, non abbaia un cane, non nitrisce un cavallo...), allestito il mio studio mi metto in caccia delle magagne:


Non sono poi così tante: godicchio discretamente, nonostante questo riavvicinamento alla durezza del vivere da musicista... L'onoré riprende servizio alle 17:30 a Lama dei Peligni, fate i bravi e a presto!

venerdì 14 febbraio 2025

Il magazzino fiscale

Scusate, due parole di verità su un termine che probabilmente sentirete citare nei prossimi giorni in sede di discussione delle proposte di "pace fiscale": il "magazzino", oggetto dei sogni bagnati degli ortotteri.

Che cos'è il "magazzino"? 

Si indica con questo termine l'ammontare dei crediti che l'erario vanta verso i contribuenti, più specificamente di quelli iscritti a ruolo, cioè delle cartelle esattoriali emesse. L'idea semplicistica è più o meno questa: i bottegai (il barista che non fa lo scontrino, Idraulik che non fa la fattura, ecc.) sottraggono all'erario mille miliardi (rectius: mille mijardi, perché la pronuncia elettiva delle cazzate lievi imprecisioni resta per me il romanesco), quindi basterebbe andare a casa dei bottegai a prenderli e come per magia abbatteremmo il debito pubblico di oltre un terzo!

Basta poco, che cce vò?

La realtà, non ne sarete stupiti, è un pochino più nuancée. Vi fornisco qualche dato per orientarvi. I dati che userò non sono recentissimi (quelli recenti li ha il viceministro Leo, più tardi glieli chiedo) ma la situazione è caratterizzata da una certa inerzialità, quindi il quadro che vi fornirò può essere considerato veritiero. Li ho tratti da questa audizione del Direttore dell'Agenzia in Commissione Finanze, svoltasi nel luglio del 2023.

La sintesi all'epoca era questa:


I miliardi complessivi erano 1153, il fenomeno riguardava 22,8 milioni di contribuenti (persone fisiche e aziende). Poco fa l'ottimo Gusmeroli mi ha citato questa fonte:


da cui si desume che negli ultimi due anni siamo passati da 1153 a 1275 (un incremento di 122 miliardi, di cui 68 nel 2024), con un tasso di crescita di poco superiore al 5% l'anno.

Nell'attesa di avere il dettaglio 2024, vi faccio vedere il dettaglio 2022, così vi fate un'idea.


E qui già cominciate a capire che la favoletta dei "mille mijardi" non corrisponde esattamente alla realtà. Al netto dei soggetti falliti, dei soggetti deceduti, dei nullatenenti (anagrafe tributaria negativa) e dei contribuenti già soggetti ad azione cautelare o esecutiva (pignoramenti, ecc.), il magazzino residuo netto si riduce a 114 miliardi, di cui circa 79 di crediti verso l'erario, 24 di crediti verso gli enti previdenziali, e il resto di crediti verso altri enti (enti locali, consorzi di bonifica, ecc.).

Sempre tantissima roba, siamo d'accordo, ma dovremmo poi ragionare sul perché continuiamo a raccontarci che possiamo riscuotere somme che all'atto pratico si sono dimostrate inesigibili...

Un altro spaccato interessante riguarda quando sono sorti questi crediti:


Il 29% dei crediti è sorto nel decennio 2000-2010: diciamo, per avere un ordine di grandezza, che in quel decennio ogni anni ha contribuito al 3% dell'attuale magazzino (ragionamento grossolano, lo ammetto in partenza). Il 59% dei crediti è sorto nel decennio successivo, quello dell'austerità: diciamo che in quel decennio ogni anno ha contribuito al 6% dell'attuale magazzino, cioè a circa il doppio di quanto era accaduto prima. I benefici dell'austerità sono evidenti. Nel biennio 2021-2022 ogni anno ha contribuito a circa il 6% del magazzino (e qui si vedono pandemia, guerra, ecc.).

La tabella che mi affascina di più, però, è questa:


Il 47,6% dei contribuenti inseguiti dall'Agenzia (che fa bene ad inseguirli, sia chiaro!) hanno debiti fino a 1000 euro, cioè relativamente irrisori, che corrispondono allo 0,9% del totale del carico residuo (cioè del "magazzino"). Di converso, il 69,0% del carico residuo, cioè oltre due terzi del magazzino, è in capo ad un 1,3% di grandi debitori, circa 296000 contribuenti che hanno debiti superiori al mezzo milione di euro.

Questi dati in linea di principio suggerirebbero che c'è un problema di grandi "evasori" (metto le virgolette perché l'esistenza di una cartella non presuppone che ci sia stata la volontà di evadere, ma solo l'impossibilità di pagare) da cui non si riesce a riscuotere, perché nel frattempo occorre gestire amministrativamente il restante 98,7% di piccoli e medi debitori. Va però capito che queste tabelle andrebbero lette in modo organico, cioè incrociate fra loro, e questo grado di dettaglio io non ce l'ho e quindi non posso darvelo. Ad esempio: se i soggetti deceduti o falliti si concentrassero tutti, per qualche cinico scherzo del destino, in quell'1,3% di grandi "evasori", è chiaro che i 796 miliardi circa da loro dovuti ce li saremmo fumati tutti. Di converso, partendo invece dalla Tabella 3, non è chiaro quanto dei 114,18 miliardi potenzialmente esigibili siano costituiti da crediti minimi, medi, o massimi. Non mi ricordo se questi dati ci siano mai stati forniti, me ne accerterò.

Infine, un minimo di dettaglio sui precedenti tentativi di "pace fiscale":


(sotto i governi Renzi, Gentiloni e Conte I). Io in particolare gestii in Commissione Finanze del Senato il DL 119/2018 (con l'ottimo Massimo Bitonci), quello cui, come vedete, aderirono un milione e 450.000 contribuenti, cui si poteva aderire entro il 30 aprile 2019 e da cui ci si aspettava di riscuotere 26,3 miliardi (che sarebbero stati circa un quarto dei crediti effettivamente esigibili) secondo questo meccanismo:


due maxirate iniziali pari al 10% del dovuto, e il resto in sedici rate tutte uguali a partire dal 28 febbraio 2020. Giusto per farvi capire che molti contribuenti sono entrati nel lockdown che ha azzerato i loro fatturati dopo essere stati adeguatamente munti della loro liquidità (poi ci saranno stati i furbi, eccetera: anche su questo sarebbe utile avere un maggiore dettaglio). Se si tiene conto di questo dato, e del fatto che la pandemia ha determinato una complicatissima vicenda di sospensioni della riscossione, riammissione in termini di alcuni soggetti decaduti, ecc., il fatto che a fine 2022 questo provvedimento fra riscosso e quota abbonabile (sanzioni e interessi) abbia ridotto il magazzino effettivamente esigibile di 10 miliardi (meno della metà del totale previsto) non può essere considerato un pessimo risultato. Diciamo che la ter non è andata peggio delle due edizioni precedenti, pur essendo entrata a regime nel periodo più disastroso della storia italiana, in particolare per le partite IVA.

Tanto vi dovevo.

Molti di voi queste cose le avranno sapute, altri no, saperle è utile.

Dichiaro aperta la discussione generale (e ci vediamo dopo a L'Aria che tira...).

martedì 24 ottobre 2023

Bruxelles

Quanti ricordi!

E quanto tempo che non ci venivo!

Dopo un viaggio funestato da compagnie maleodoranti e sgomitanti (e io che pensavo di recuperare sonno in aereo: invece, appena in fase di atterraggio ero riuscito a appisolarmi, le compagnie sono diventate anche scatarranti: perché si sa, il parlamentare deve viaggiare in carro bestiame, altrimenti #aaaaacoruzzione lo contaminerebbe...), dopo un arrivo intristito da una pioggia piuttosto insistente, ma assolutamente connaturata al luogo, ho rivisto la luce pastello e i lunghi orizzonti della pianura:


le guglie e le garguglie del Sablon:


la chiesa dove i belgi celebravano un'immagine miracolosa, giunta con un barchino:


ma venerata come Santa Maria della Vittoria (di Lepanto): niente a che vedere col twist immigrazionista dell'attuale "Europa"!

E tutto questo, questa bellezza, questa memoria, questo sfarzo:


questo bagno salutare e purificatore in una pioggia di luce:


tutto questo a un costo tutto sommato contenuto: ascoltare un seminario piuttosto accablant sulla tassazione indiretta a livello internazionale (insomma: su come tassare Amazon), dove, come notavano alcuni studenti italiani di passaggio, non si era detto niente (per il semplice motivo che, come condividevo col nostro ufficiale di collegamento, l'Europa su quel tema non può fare niente: tutt'al più può intervenire l'OCSE, per il semplice motivo che ha dentro gli Stati Uniti...), e poi ascoltare un seminario di un'altra oretta, un po’ più frizzantino, dove i soliti noti (in questo caso Zucman) ci facevano sapere che bisogna mettere una tassa sulla ricchezza perché i ricchi pagano poche tasse, senza tener conto del fatto che se i ricchi le tasse non le pagano, non pagheranno neanche quelle sulla ricchezza. Quindi forse la storia è un po' più complicata di così, e l'afflato à la Robin Hood così innaturalmente condiviso da certi figuri apparentemente tanto disparati ha, come abbiamo più volte argomentato e dimostrato qui, un obiettivo comune.

I vostri risparmi.

Ma questo lo sapete e spero che ve ne ricordiate l'anno prossimo.

(...e ora vado a cena con gli amici...)

sabato 29 aprile 2023

Pagateci i danni!

 (...oggi vado all'Aquila, c'è il giuramento del corso di allievi sottufficiali della Finanza, io sono uomo del XX secolo, ho fatto il militare, e rispetto le istituzioni, quindi, quando posso, assicuro la mia presenza. Cerco di assicurarla anche qui. Mi sto sforzando di dare continuità al nostro discorso: il nemico è sempre lo stesso - quello che ci aggredisce, perché noi i nemici non ce li costruiamo: sono loro che cercano noi! - ma dobbiamo avere tutti l'intelligenza di capire che la trincea non può essere la stessa: quella precedente è stata piallata da un bombardamento senza precedenti e soprattutto da una cosa che qui è sempre stata evidente, ma che, per qualche strano motivo, un terzo degli italiani non ha capito, perché non era interessato a capirlo: il tradimento degli ortotteri. Ce ne dobbiamo fare una ragione e dobbiamo praticare quello che abbiamo sempre predicato: estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae. Gli squilli di Trombetta - per parlare di un amico, assiduo frequentatore dei nostri convegni dove veniva ad acquistare idee - o le convulsioni di guittology, non vanno esattamente in quella direzione. Il vantaggio, per noi, è che a differenza del progetto ortottero, la cui potenza di fuoco mediatica si appoggiava su aziende private di cui non ho mai capito fino in fondo la genesi e il business model, né so se esistano ancora, il "progetto" zerovirgolista si basa solo sul ripetere fuori tempo e con voce chioccia le stesse identiche cose che qui sono state dette a tempo e con la voce tonante dei dati - quella voce che un ottoncino padroneggia con meno agilità di un economista. Non vale quindi la pena di mettere in guardia gli uomini di buona volontà dalla minaccia dei #semomijoni, non solo perché non è comunque servito a niente metterli in guardia dal pericolo - reale - costituito dagli ortotteri, ma anche perché questa minaccia non è tale: erode, forse, impercettibilmente, la base elettorale, consegnando qualche babbeo alla palude dell'astensione, ma, come i fatti hanno dimostrato  - e anche questo vi era stato detto! - non supera la soglia di sbarramento, non è in grado di esprimere, sullo scacchiere della politica, non dico un alfiere, ma nemmeno un pedone del "sacro ideale puro e incorrotto" che tutto vincerebbe e tutti convincerebbe - nella narrazione farlocca dei #semomijoni. Narrazione farlocca perché - ahimè! - per quanto anche noi possiamo essere convinti delle nostre ragioni, la maggioranza degli italiani ha la testa altrove, ed è per il fatto che questo non ci è entrato in testa che - purtroppo - ci è entrato da un'altra parte. Dobbiamo ammetterlo: per essere maggioranza occorrono le televisioni, e per avere le televisioni, o almeno provare ad averle, occorre essere maggioranza, ed esserlo a lungo. Non entro poi nel merito di altre ovvie considerazioni: l'idea che "cominciamo da un parlamentare, poi cresceremo perché lui dirà laveritah e tutti ci seguiranno fino a conseguimento della maggioranza del 51%!" credo che chi è qui possa apprezzarla nei suoi ovvi limiti, visto il lavoro che facciamo per tenervi aggiornati sulla concretezza delle dinamiche parlamentari. Qui, ormai, dovreste aver capito che solo un partito con almeno il 10% può avere sufficiente tempo di parola e sufficiente personale per presidiare tutti i tavoli critici, opporsi alle principali porcate, e denunciarle in aula! Dice: ma voi avete l'8%! No, cari: noi abbiamo il 66/400 = 16,5% - cioè 17% se arrotondato all'intero più vicino - in Parlamento. E anche questo dovrebbe far capire come stanno le cose a chi disperde onanisticamente il seme del suo voto in mille rivoletti: questo esercizio è sterile, può partorire al massimo un personaggetto più o meno folcloristico che dovrebbe da solo reggere tutte le Commissioni non riuscendo a presidiarne neanche una, invece di andare a integrarsi in una struttura che grazie ai suoi tecnici riesce ad amplificare in tale misura sui seggi parlamentari il consenso ottenuto nelle urne. Detto in altre parole: Calderoli può piacere o non piacere - il blog che non esiste non è un organo di partito e parla a una community che non c'è, quindi può essere equanime! - ma il mio punto è che se gli zerovirgolisti ne avessero uno, di Calderoli - e non possono averlo! - al massimo riuscirebbero a portare da uno a due la loro presenza in Parlamento. Potere di controllo zero, potere di interdizione zero, tempo di parola tre minuti in dichiarazione di voto. Volete questo? Chiaro il concetto? Quindi, venendo al punto e concludendo questa premessa: se non contano una mazza, perché parlarne? Certamente non perché gli spruzzettini di fango con cui cercano puerilmente di offuscare la nostra immagine sperando di trarne indiretto beneficio possano attingerci: non capisco, a questo proposito, le reazioni indignate di molti di voi alle esternazioni diffamatorie delle bollicine di metano nella palude di Twitter! Certamente non perché si possa cercare insieme la chiave per recuperare un consenso che non c'è: di zerovirgola ne occorrerebbero mijoni (veri) per arrivare a costruire un punto percentuale vero, qualcosa di percettibile, non credo che uno sforzo in tal senso valga la pena di farlo partendo da basi inesistenti! Il senso è un altro: vedere come ragionano i falliti può aiutarci a evitare un altro fallimento. Scambiare i like su Twitter per voti, ripetere a pappagallo parole altrui, restringere, anziché allargare, i destinatari del proprio messaggio: questi tre pilastri del pensiero zerovirgolista ce li dobbiamo e ce li possiamo evitare. Quindi andiamo avanti e... scaviamo!...)

C'è un grafico presentato al #midtermgoofy che vale la pena di riproporre e illustrare qui: questo


La spezzata blu descrive l'andamento storico del rapporto debito/Pil, compresa l'ultima impennata durante la pandemia, col rapido rimbalzo verso il basso. Le spezzate arancione e grigia descrivono due controfattuali: cosa sarebbe successo se?

Cominciamo dalla spezzata arancione. Il controfattuale descritto è la traiettoria che il rapporto debito/Pil avrebbe seguito dal 2009 a oggi se il tasso di crescita del Pil nominale (cioè a prezzi correnti, comprensivo dell'effetto dell'inflazione) si fosse attestato sulla media 1999-2008, pari al 3,7%:


Un tasso di crescita non stellare, inferiore a quello del 5% implicito nei parametri di Maastricht (la spiegazione tecnica è qui), ma comunque superiore di tre punti a quello che abbiamo avuto dal 2009 in poi a causa delle politiche di austerità:


Quindi, partendo dai 1637 miliardi del 2008, se avesse mantenuto un tasso di crescita del 3,7% il Pil nominale oggi sarebbe a 2628, invece di 1775, miliardi di euro.

Di conseguenza, immaginando la stessa traiettoria del debito, il rapporto di quest'ultimo al Pil oggi sarebbe molto, molto più basso:


La colonna "rapporto storico" (sottinteso: debito/Pil) corrisponde alla spezzata blu del grafico, la colonna "rapporto controfattuale" a quella arancione, e la sintesi è che praticamente tutto l'incremento del rapporto debito/Pil dal 2009 a oggi è dovuto a un effetto di denominatore (la distruzione del Pil a causa dell'austerità).

Sono molto grato in anticipo a chi verrà a spiegare all'autore di questo, questo o questo i limiti metodologici di una simulazione di questo tipo, che peraltro non è farina del mio sacco, ma è stata presentata da un funzionario di Banca d'Italia a un seminario a porte chiuse. Mi è sufficientemente chiaro (e probabilmente lo era anche al funzionario di Banca d'Italia) che alterare il sentiero di crescita del Pil considerando esogeno quello del debito è un esercizio contabile, più che economico. Ma intanto ci aiuta a ragionare sugli ordini di grandezza, e poi ha una sua plausibilità, tratta dal fatto che il sentiero controfattuale 2009-2021 in fondo è cugino del sentiero storico 1995-2008: anche dal 1995 al 2008 il rapporto debito/Pil era andato diminuendo al ritmo di circa un punto percentuale all'anno (dal 119% al 106%), così come nel controfattuale 2009-2021 diminuisce dal 106% al 101%.

Cosa hanno in comune questi due scenari (lo storico 1995-2008 e il controfattuale 2009-2021)?

Semplice: l'assenza di politiche di austerità.

Non è impossibile argomentare in modo più raffinato, se lo si desidera, che è stata l'austerità, cioè l'adesione pedissequa alle "regole" europee, ad averci danneggiato portando a livelli preoccupanti il nostro rapporto debito/Pil. A fronte di questo, ora che tutti riconoscono che le regole sono sbagliate (e quindi implicitamente ammettono che hanno danneggiato qualcuno: noi), non vedo perché non chiedere che di questo si tenga conto.

Ne parlavo con un collega parlamentare francese, che mi diceva: "Ma allora vorreste chiedere i danni?". E la mia risposta è stata molto semplice: "Pretendere i danni di guerra dalla Germania non ha mai portato fortuna. Tuttavia, visto che le nuove regole prevedono un trattamento di sfavore per chi ha un rapporto debito/Pil elevato, visto che noi un rapporto debito/Pil elevato lo abbiamo per colpa delle vecchie regole, visto che i dati storici dimostrano che se lasciati in pace riusciamo a mettere il rapporto debito/Pil su una traiettoria di rientro, forse non sarebbe assurdo chiedere che nel primo ciclo settennale di applicazione delle regole il nostro Paese non venisse considerato fra quelli ad alto rischio di sostenibilità e gli si consentisse un rientro più morbido".

Non vi stupirà sapere che il collega francese è rimasto positivamente interessato, perché questo gli veniva detto in un francese passabile, ma soprattutto, ovviamente, perché, come sapete, questo problema riguarda anche e soprattutto loro...

(...buona domenica! Io la passerò su Sky con la compagna Camusso...)

sabato 6 agosto 2022

Grillo e i suoi derivati

Per capire quanto siano stati avvelenati i pozzi vi propongo questo breve scambio tratto dal social azzurro cesso:


L’intento dell’Ambruosi è chiaro: accreditare l’idea demagogica del parlamentare che “non lavora”. Peccato che con me gli sia andata male:


Eh già! Perché quella riforma è anche opera mia, cosa che l’Ambruosi ignorava. Indegnamente, mi pregio di aver portato a quel tavolo, ottenendoli con pazienza e un minimo di capacità politica, l’abolizione dell’IRAP per i contribuenti persone fisiche e una estensione della no tax area anche per gli autonomi (a sinistra volevano intervenire solo sulle detrazioni dei loro presunti elettori: dipendenti e pensionati). Inutile, anzi: utilissimo, ribadire che a quel tavolo non avrei ottenuto niente se non avessi avuto dietro di me la formidabile squadra dell’unità fisco: Bitonci, Cavandoli, Gusmeroli e tutti gli altri. Superfluo, anzi necessario, far notare che a quel tavolo in cui si trattava la materia per cui i Parlamenti sono nati (il fisco: i Parlements nella Francia del Re Sole erano gli equivalenti delle nostre Commissioni tributarie regionali) il mio partito aveva mandato me, il parlamentare che secondo certi gegni del social azzurro cesso non conta nulla nel suo partito…

E qui vi faccio notare rapidamente due cose.

Primo: perché blaterare di Commissioni se la politica non la si segue o non la si capisce? Semplice: perché non tutti hanno avuto la fortuna di passare da qui, di capire come funziona (gli accordi vengono presi ai tavoli politici, il lavoro parlamentare avviene comunque a valle, non è tanto importante chi schiaccia il tasto quanto chi lavora su quale tasto schiacciare, ecc.). Voi questa fortuna l’avete avuta e so che l’apprezzate, perché vi permetterà di fare una scelta elettorale consapevole dei limiti e delle opportunità che l’attuale meccanismo di rappresentanza democratica offre.

Secondo: le querimonie del collega Marattin, che ci accusa di avere infranto un sogno (il suo: quello di passare alla posterità come il Vanoni o il Visentini del XXI secolo) sabotando (?) la delega fiscale sono totalmente infondate. Lo dimostra il fatto che la delega avevamo già cominciato a realizzarla, a piccoli ma significativi passi, da prima che fosse approvata! Questo non significa che se e quando la delega fosse approvata non si potrebbe procedere più speditamente. Significa però che se se la vuole prendere con qualcuno per non aver messo la sua firma sotto qualcosa, sarebbe più giusto che se la prendesse col passato Governo, che in un non inconsueto gesto di arroganza ha inserito nella legge delega una cosa che quasi nessuno voleva (la riforma del catasto) e ha tolto dalla stessa legge una cosa che volevamo noi, l’estensione della flat tax già approvata in legge di bilancio 2019 e poi abrogata dal PD e dai suoi useful idiots! Ricordo che i nostri ministri reagirono a questa provocazione uscendo dal Consiglio, e che lì inizio la lotta eroica dei colleghi della finanze Camera (Gusmeroli, Centemero, Cavandoli, Ribolla, ecc.) per raddrizzare questa stortura.

Le leggi di iniziativa governativa non decadono con la legislatura. Ora pareggiamo i conti con gli arroganti, poi passaggio in Senato, lettura definitiva alla Camera, e la delega ci sarà. Con la flat tax, che forse andrebbe conosciuta, prima di nominarla a razzo.

Ma di questo parleremo con più calma…









venerdì 3 dicembre 2021

Le notizie del giorno

 




(...dichiaro aperta la discussione. Ora ho qualche riunione. Ovviamente trattandosi di fonti di stampa qualche lieve imprecisione c'è, ma il succo della questione è quello che vedete...)

lunedì 22 novembre 2021

Il tavolo delle tasse

 (...agevolo un contributo dalla regia:


e mi accingo a darvi qualche spunto tecnico su uno dei temi del giorno, il famoso "tavolo delle tasse", sul quale i media stanno razzolando col consueto garbo, come cinghiali in un roseto, dicendo cose più o meno fondate. Qui partiremo dai dati, come abbiamo sempre fatto, visto che a quanto pare vi piace, o siete così cortesi da fare finta che vi piaccia...
)

Sono un uomo fortunato. La maledizione della partita IVA non mi ha colpito, sono sempre stato un lavoratore dipendente, fino a quando sono diventato un vostro rappresentante (che non significa un vostro dipendente, come una certa fatua retorica antiparlamentare vorrebbe suggerirvi). Fatto sta che le "tasse" (che sarebbero le imposte, ma vi risparmio questo dettaglio: chi non sa la differenza può chiederla) non le ho praticamente mai pagate semplicemente perché mi è sempre stato corrisposto il reddito netto. Non è precisissimamente così perché molto spesso mi è capitato di avere, oltre al reddito da lavoro dipendente, dei redditi da lavoro autonomo derivanti da una ridotta attività di consulenza (sempre autorizzata dal dipartimento ecc. ecc.); inoltre, come tutti gli italiani, ho una proprietà immobiliare (un terzo di una casa in comproprietà coi fratelli: a grillini e altri voyeur suggerisco di consultare qui i moduli che altri colleghi hanno compilato in modo un po' troppo distratto); fatto sta che pur con una vita così semplice, e con uno Stato che amorevolmente si prendeva cura di me, ed evitava di indurmi in tentazione corrispondendomi il reddito netto, comunque un paio di F24 all'anno mi è sempre toccato farli e la relativa dichiarazione l'ho sempre fatta fare a un esperto, perché qui da noi è complicata anche la dichiarazione di una persona (fiscalmente) semplice.

Poi, naturalmente, siccome esiste il karma, dopo aver per 56 anni evitato di occuparmi delle mie tasse sono finito in Commissione Finanze a occuparmi di quelle di tutti gli altri, voi compresi, e se non avessi avuto dei colleghi solidi come Bitonci, Garavaglia, Gusmeroli, Siri, ecc., mi sarebbe senz'altro capitato di fare danni. Viceversa, con loro abbiamo fatto la rottamazione ter, il saldo e stralcio, la "mini flat tax" (mi scuso per il linguaggio giornalistico). Non tutti, naturalmente, sono d'accordo sul successo e sull'opportunità di queste misure. Può darsi che qualcuno le consideri dannose. Posso solo dire che da lavoratore dipendente non ho mai considerato l'autonomo un nemico di classe, per il semplice motivo che (come questo blog dimostra) non mi sono mai accontentato della nota narrazione semplicistica dei problemi del Paese, la narrazione da talk show (ricordate Idraulik?).

In ogni caso, l'amico karma mi ha condotto venerdì scorso e mi ricondurrà almeno un paio di volte al tavolo del MEF, nell'anticamera del ministro Franco, per parlare di temi fiscali. Vorrei allora rapidamente fornirvi qualche elemento tecnico per inquadrare il dibattito in corso.

Intanto, il "tavolo delle tasse" nasce perché l'art. 2 della legge di bilancio 2022 (AS 2448) stabilisce che:


Il Governo ha stanziato in legge di bilancio un fondo da 8 miliardi destinato alla riduzione della pressione fiscale, con lo scopo di "ridurre la pressione fiscale sui fattori produttivi" (frase ereditata, come sapete, dalla retorica con cui Bruxelles vuole convincerci ad accettare un inasprimento della pressione fiscale sulle "cose": beni di consumo - IVA - e abitazioni - IMU). Le lettere 1 e 2 del comma 1 indicano le imposte su cui intervenire: IRPEF e IRAP. I margini dell'intervento da fare sono ulteriormente circoscritti. Per l'IRPEF, l'obiettivo specifico è quello di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro  e le aliquote marginali effettive, e i possibili strumenti sono tre: la riduzione di una o più aliquote, la revisione del sistema delle detrazioni, la revisione del trattamento integrativo.

Per l'IRAP la cosa è più semplice: si parla semplicemente di ridurne l'aliquota.

Tuttavia il Governo non ha avuto il tempo di definire gli interventi nella legge di bilancio, stabilendo con questo articolo 2 una specie di criterio di delega a se stesso, e i partiti sono convocati a trovare una soluzione condivisa per realizzare questa delega (spendere questi otto miliardi per ridurre la pressione fiscale).

Partirei dall'IRAP, la cosa più semplice, perché, come vedremo, già questa è abbastanza complicata.

Per farvi apprezzare le sfumature, vi ricordo intanto che nelle sedute del 30 giugno 2021 le due Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno votato separatamente un documento elaborato congiuntamente, il Documento conclusivo approvato dalla Commissione sull'indagine conoscitiva sulla riforma dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario (Doc. XVII, 3). Il testo del documento, insieme alle dichiarazioni di voto, lo trovate qui. Si tratta del documento che, nelle intenzioni di alcuni parlamentari, disegnerebbe la riforma del sistema fiscale italiano. Uso il condizionale perché nonostante la buona volontà con cui i parlamentari si sono confrontati per elaborare posizioni comuni (alla fine solo Leu si è astenuta), resta il fatto che questo documento non è un atto di indirizzo e quindi il Governo non è in alcun modo vincolato a tenerne conto. La cosiddetta "riforma del fisco votata in Parlamento" va valutata quindi alla luce di questo mero dato di fatto.

Tuttavia, aderendo alla communis opinio secondo cui il documento avrebbe tracciato linee cui la legge delega e altri atti emanati dal Governo (inclusa la legge di bilancio) avrebbero dovuto attenersi, incontriamo subito un paio di difficoltà.

La prima è che l'art. 2, comma 1, numero 2 della legge di bilancio parla di aliquota IRAP, ma l'IRAP non ha una sola aliquota: come sapete (se non lo sapete, è spiegato bene qui) ne ha almeno cinque a seconda dei soggetti passivi (cioè di chi paga: imprese ordinarie, concessionarie, banche, assicurazioni, amministrazioni pubbliche...), ma in realtà molte di più, considerando che le aliquote possono essere modulate per regione (come è spiegato qui). Quindi, ci sarebbe da capire su quale aliquota occorrerebbe eventualmente intervenire.

La seconda difficoltà è che il documento delle Commissioni non parla di ridurre le aliquote IRAP a carico della fiscalità generale. Nel documento "la Commissione raccomanda un riassorbimento del gettito Irap nei tributi attualmente esistenti, preservando la manovrabilità da parte degli enti territoriali e il livello di finanziamento del servizio sanitario nazionale, senza caricare di ulteriori oneri i redditi da lavoro dipendente e assimilati." L'idea in sostanza è quella espressa in audizione dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili varie volte (una volta c'ero anch'io, era il 13 settembre 2018), ovvero riassorbire il gettito IRAP in addizionali IRES (l'IRES è questa cosa qui: un'imposta flat - cioè proporzionale - al 24% sui redditi delle società). Un aspetto problematico (a tutti noto) di questo approccio è che non tutti i soggetti passivi IRAP sono anche soggetti passivi IRES: alcuni pagano l'IRPEF. In particolare, la pagano i soggetti IRAP che sono persone fisiche (non è una sorpresa). Per chiarezza (spero) vi riporto l'art. 3 del "decreto IRAP", il decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446

Art. 3. 

Soggetti passivi 

1. Soggetti passivi dell'imposta coloro che esercitano una  o  piu' delle  attivita'  di  cui  all'articolo  2.  Pertanto  sono  soggetti all'imposta sono: 

a) le societa' e gli enti di cui all'articolo 87, comma 1, lettere a) e b), del testo unico delle imposte sui  redditi,  approvato  con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917; 

b) le societa' in nome collettivo e in accomandita semplice e quelle ad esse equiparate a  norma  dell'articolo  5,  comma  3,  del predetto testo unico, nonche' le persone fisiche esercenti  attivita' commerciali di cui all'articolo 51 del medesimo testo unico; 

c) le persone fisiche, le societa'  semplici  e  quelle  ad  esse equiparate a norma dell'articolo 5, comma 3, del predetto testo unico esercenti arti e professioni di cui all'articolo  49,  comma  1,  del medesimo testo unico; 

d) ((LETTERA ABROGATA DALLA L. 28 DICEMBRE 2015, N. 208)); ((52)) 

e) gli enti privati di cui all'articolo 87, comma 1, lettera  c), del citato testo unico n. 917 del 1986, nonche'  le  societa'  e  gli enti di cui alla lettera d) dello stesso comma; 

e-bis) le Amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1,  comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio del 1993,  n.  29,  nonche'  le amministrazioni della Camera dei Deputati, del  Senato,  della  Corte costituzionale,  della  Presidenza  della  Repubblica  e  gli  organi legislativi delle regioni a statuto speciale;

Per capire che intervento sarebbe possibile fare bisogna entrare un momento in quanto rende all'erario l'IRAP, anche per smontare certe gentili interlocutrici da talk show che "costa 25 miliardi non ci sono le risorseeeeeh!!1!". I dati di gettito si trovano qui e chiariscono che:

1) i contribuenti persone fisiche e società di persone nel 2018 erano rispettivamente 1.639.354 e 719.457:


2) il gettito complessivamente ascrivibile a queste due categorie di contribuenti era intorno ai 2,6 miliardi di euro (dati pre-crisi).

Nelle stime attuali del Dipartimento delle finanze abolire l'IRAP per queste categorie di contribuenti costerebbe meno di due miliardi (considerando anche che la crisi ha steso oltre 350.000 lavoratori autonomi). Il grosso dell'IRAP è comunque pagato dalle società di capitali e dalla pubblica amministrazione (queste due categorie contribuiscono entrambe per circa 10 miliardi l'una, mal contati), e per queste si potrebbe pensare in un caso al riassorbimento nell'IRES e nell'altro a eliminare la partita di giro con cui le amministrazioni pubbliche pagano un'imposta a se stesse.

La nostra proposta quindi è di eliminare le lettere (b) e (c) dall'articolo 3, comma 1 del decreto IRAP, come primo passo verso il definitivo smantellamento dell'IRAP nei modi ricordati qui sopra, per ridurre non solo e non tanto il carico fiscale, quanto quello burocratico su professionisti e autonomi.

E fino a qui era il pezzo semplice del discorso, semplice anche perché l'IRAP, nonostante abbia diverse aliquote, è una delle tante imposte proporzionali, cioè flat, che compongono il nostro sistema tributario (motivo per cui proprio non si capisce lo scandalo di fronte alla proposta di flat tax fatta dalla Lega: se ogni singola impresa dovesse essere progressiva, sarebbero incostituzionali IVA, IRES, IRAP, ecc.)...

Molto più complesso è capire che cosa si potrebbe fare sull'IRPEF con 8 miliardi (o con i 6 che restano dopo aver fatto un intervento semplice ma risolutivo sull'IRAP).

La posizione del Governo sull'IRPEF è quella espressa in audizione dal Dipartimento delle finanze, nel documento che trovate qui. La figura 7 a pag. 24 della memoria depositata in Commissioni congiunte, che vi riporto qui per comodità:



è spesso al centro del dibattito specialistico (e mai al centro di quello televisivo). Rappresenta l'aliquota media effettiva (il rapporto fra imposta versata e reddito complessivo) e l'aliquota marginale effettiva (rapporto fra incremento di imposta e incremento di reddito) per varie classi di reddito, da 0 a 90.000 euro.

Il problema, evidenziato dalle microsimulazioni del modello TAXBEN-DF del Dipartimento delle finanze (ma come vedrete basta un semplice foglio Excel) è che alcuni contribuenti, non i più ricchi, si trovano nella spiacevole situazione di dover corrispondere all'erario 60 euro ogni 100 euro di reddito addizionale in più. Succede in corrispondenza della "gobba" dell'aliquota marginale effettiva, indicativamente per le classi di reddito fra 35.000 e 40.000 euro.

Ora: visto che, come potreste sapere (e se non lo sapete, lo trovate scritto qui) l'aliquota IRPEF massima è al 43%, come può succedere che qualcuno si veda togliere il 60% se osa guadagnare di più? Questa è esattamente una delle cose che non si possono spiegare negli studi televisivi, popolati da gentili interlocutrici pronte a intenerirsi per la sorte dei meno abbienti (che, come sapete, sta a cuore anche a noi), ma meno disposte a entrare in un ragionamento.

Intanto, andrebbe sempre ricordato che l'IRPEF deve la sua progressività non tanto al sistema delle aliquote, quanto a quello delle detrazioni (ed è questo il motivo per cui certi stracciamenti di vesti quando si nomina la flat tax sono del tutto fuori luogo se non si riflette sulle detrazioni previste), e che l'imposta funziona a scaglioni, il che, in buona sostanza, significa che le aliquote per i redditi "bassi" si applicano (pro-quota) anche a chi ha un reddito "alto".


Tanto per capirci, con due esempi: un contribuente che guadagna 8.000 euro l'anno non paga il 23% di 8000 euro (ovvero 1.840 euro), ma sostanzialmente zero (per un motivo che vi spiego subito), mentre un contribuente che guadagna 20.000 euro non paga il 27% di 20.000 euro (ovvero 5.400 euro), ma dovrebbe pagarne 4.800 per un motivo che vi spiego dopo e che è chiarito da questa tabella, e arriva a pagarne 2.261 per un altro motivo.

Intanto, vi spiego perché un dipendente fino a 8.000 euro non paga IRPEF: perché l'art. 13 del TUIR dice che:


ovvero che chi percepisce redditi da lavoro dipendente ha diritto a una detrazione dall'imposta che "sfuma" progressivamente, per annullarsi a 55.000 euro. Per redditi fino a 8.000 euro questa detrazione può arrivare a 1.880 euro e quindi eccede l'imposta che si dovrebbe teoricamente versare (vi ricordo che le detrazioni sono somme che si tolgono dall'imposta, le deduzioni somme che si tolgono dall'imponibile su cui si calcola l'imposta). Dico "può arrivare" perché l'importo della detrazione va commisurato ai giorni lavorati, quindi potrebbe essere inferiore a 1.880, ma non sotto i minimi indicati dall'art. 13 comma 1 lettera (a) del Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (per gli amici, TUIR: Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

E così avete visto anche un pezzo del "sistema delle detrazioni da lavoro dipendente" di cui parla l'art. 2 comma 1 numero 1 della legge di bilancio attualmente in discussione. Applicando le formulette descritte nell'articolo 13, per le detrazioni si ottiene questa curva:


che comincia a scendere in modo pressoché rettilineo dopo gli 8000 euro di reddito e azzera a 55.000 (c'è un punto angoloso a 28.000, dove il criterio di calcolo cambia, ma è appena percettibile).

Poi c'è l'altro aspetto, quello del funzionamento a scaglioni. Significa che il sistema delle aliquote:


si applica (come chiarisce la tabella sopra) moltiplicando ogni aliquota per il reddito percepito nello scaglione corrispondente. Quindi, ad esempio, se il tuo reddito è 20.000 la tua imposta non è:

20.000 x 0.27 = 5.400

ma

15.000 x 0.23 + 5.000 x 0.27 = 4.800

Ne consegue che non esistono le aliquote "dei poveri". Semplicemente, se in questo esempio si abbassasse di tre punti l'aliquota più bassa, portandola dal 23% al 20%, ovviamente ne beneficerebbe anche chi, come il nostro amico dell'esempio precedente, fosse sottoposto all'aliquota marginale teorica del 27%, che pagherebbe:

15.000 x 0.20 + 5.000 x 0.27 = 4.350 < 4.800

Comunque, col sistema a scaglioni l'imposta prima della detrazione per redditi da lavoro dipendente funziona così:


Sottraendo a questa imposta le detrazioni si ottiene l'imposta netta:


Cioè: sottraendo all'arancione il giallo si ottiene il verde, l'imposta netta, che è più progressiva (cresce più rapidamente) per via del décalage progressivo delle detrazioni (la linea gialla).

Ora, normalmente quando sei soggetto a un'aliquota (poniamo, il 23%), questo significa che di 100 euro guadagnati in più 23 vanno allo Stato. Il sistema delle detrazioni aggiunge una complicazione, perché in un certo intervallo di reddito all'aumentare del reddito del reddito diminuiscono le detrazioni. Ne consegue che nel calcolo di quanto va allo Stato quando guadagni di più devi considerare non solo la maggiore imposta, ma anche la minore detrazione. Le aliquote marginali effettive, quelle che tengono conto di questo aspetto, si presentano quindi così:


e sono, ovviamente, superiori a quelle teoriche a partire da dove inizia il décalage delle detrazioni (cioè oltre gli 8.000 euro), per poi ricongiungersi a quelle teoriche dove le detrazioni si azzerano (oltre i 55.000 euro, dove entra l'aliquota al 41%).

Siccome non era abbastanza complicato così, alle detrazioni da lavoro dipendente si aggiunge il bonus Renzi e successive modificazioni, spiegate da questa circolare dell'Agenzia dell'Entrate (per chi ama i dettagli), o in questo articolo divulgativo da cui traiamo questa utile tabella: 


Quindi alle detrazioni "standard" da lavoro dipendente se ne aggiunge un'altra:


che siccome parte dopo e finisce prima, un po' prima della metà dello scaglione 28.001-55.000, complica il profilo dell'imposta netta, che diventa:


Da qui non si capisce molto, ma siccome il décalage del bonus "Renzi" è particolarmente rapido, ci sarà naturalmente una fascia di redditi in cui le aliquote effettive (che considerano non solo la maggiore imposta ma anche le minori detrazioni) saranno particolarmente alte. Lo si vede qui:


cioè nella versione "fatta in casa" del grafico che vi ho mostrato sopra. La fascia in cui ogni 100 euro guadagnati in più il contribuente ne perde 60 (fra maggiore imposta e minori detrazioni) è ovviamente quella in cui il bonus Renzi va a picco, cioè quella fra i 35.001 e i 40.000 euro di reddito (lo si vede dalla tabella e dalla figura riportate sopra).

Bene.

Qui mi fermo, perché è passata la mezzanotte e non vorrei sognarmi questa roba. Penso che chi non le sapeva abbia capito un po' di cose: ad esempio, che la progressività dell'imposta non dipende solo dall'aumento delle aliquote ma anche dalla diminuzione delle detrazioni, e che alcune operazioni fatte nel recente passato sono causa di una serie di distorsioni evidenti. Su come rimuoverle ci sono tante teorie. In pratica, credo che sia difficile riuscirci con un emendamento a una manovra di bilancio arrivata purtroppo con un mese di ritardo. Penso quindi che dovremo darci obiettivi meno ambiziosi, ma più visibili.

Io un'idea ce l'avrei, ma ho promesso che non l'avrei detta a nessuno, e quindi... vi lascio nel dubbio!