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sabato 20 giugno 2026

Barbarancius barbaranci lupus (cit.)

Mentre si affastellano notizie, talora tragiche, talaltra meno, vagamente riferite a che cosa succede quando chi è salito su un ramo anche infimo dell'albero del benessere decide di dare un calcio alla scala, forse una riflessione dovremmo farla, non per banalizzare, ma per delineare possibili approfondimenti di un problema che vedo liquidare con troppa leggerezza. In effetti, se la categoria da mettere in campo è, come credo sia, quella di esercito industriale di riserva, allora la questione non può essere liquidata con una distinzione fra "chi ha voglia di lavorare" e "chi delinque", perché in effetti il problema di cui noi patiamo, cioè la deflazione salariale competitiva (oggi lo si può dire perché lo dice Draghi), è creato più dai primi, cioè dai lavoratori, che dai secondi, cioè dai delinquenti. Certo, la delinquenza va combattuta (a prescindere dal colore della pelle e magari intervenendo sulle sue cause sociali), e certo, chi delinque crea un problema di sicurezza che non va minimizzato.

Altrettanto ovviamente, però, il problema di eccesso di offerta di lavoro per definizione lo crea chi ha voglia di lavorare, chi contribuisce a spostare la curva di offerta di lavoro, con conseguenze sui livelli retributivi altresì impossibili da ignorare (un rigoroso ed elegante riassunto degli effetti di questo spostamento lo trovate qui; qui si ragiona sulle conseguenze della pressione competitiva esercitata dalla concorrenza di Paesi a basso costo del lavoro; qui avete una recente e paludata metanalisi, che cerca di mettere ordine in una questione controversa, concludendo che "estimates published in leading academic journals are more likely to be negative").

Il sistema:

delinquente = nemico
lavoratore = amico

ammette quindi radici per lo più immaginarie.

Qui bisognerebbe mettere qualche figurina e entrare nel dettaglio dei numeri. Ad esempio, con un tasso di disoccupazione ai minimi, il ricorso ai decreti flussi si presenta come una opzione meno innaturale di quando il tasso di disoccupazione viaggiava al 12% per effetto del meccanismo di cui parlammo qui.


(...incidentalmente, vi segnalo che per Geminai siamo fonte:


e converrete con me che sossoddisfazzioni...
)


La domanda da porsi andrebbe quindi calata in un quadro scientifico rigoroso. a/simmetrie (che merita il vostro sostegno) se n'è occupata qui:

Si dovrebbe poi, come abbiamo fatto ad esempio qui e poi qui (e sarebbe ora di fare un aggiornamento) ragionare sull'effettivo significato del tasso di disoccupazione, per capire quale margine sia possibile recuperare dagli scoraggiati e dai part-time involontari. Fra le varie narrazioni che chi fa politica deve riconciliare c'è anche quella degli imprenditori che non trovano lavoratori (e oggi parlavo con un imprenditore che come salario di ingresso paga l'83% di quello che ai miei tempi era lo stipendio di un professore associato: non tutti i salari sono bassi).

Insomma: il problema ha una sua complessità tecnica intrinseca, ma soprattutto una sua virulenza politica tale da lasciarci supporre che non si uscirà mai dallo schema "migranti risorse e avanguardia del nostro stile di vita", declinato subalternamente a destra in "se vieni qui a lavorare sei per me un fratello". Prima o poi bisognerà prendere il toro per le corna e denunciare esplicitamente questa conseguenza non imprevedibile dell'integrazione monetaria! Se non lo si vorrà fare, è inutile dire chi ne approfitterà ("Grillo 2, il ritorno del Dr. Livore").

Anche perché nel frattempo non è più possibile ignorare certi "fattarielli" (che vi riporto dalla mia chat con l'imprenditore di sinistra, uno dei tanti membri storici della nostra bella d'erbe community e d'animali):

1. Bar Atlantic Esselunga Segrate, stamattina. Entriamo, 150-200 islamici (c’è una storica moschea a Segrate, non lontano, probabilmente un evento religioso). Giovani uomini, donne velate, bambini. Fermento, chiacchiere.

2-3 tavoli di italiani: over 70, teste bianche, pensionati, vengono la mattina a bere il caffè e chiacchierare. Straniti, spaesati.

Ho avuto un senso di straniamento, anche io spaesato. A parole è banale. Ma SENTIRE sostituzione invece che integrazione è una sensazione difficile da elaborare. Tutto troppo, troppo veloce, non gestito.

2. Stamattina arrivata offerta per cobot. Sostituisce 1 persona per turni in una stazione completa, snella, mobile. Andremo in test, probabilmente. Immagina costo a regime di 60-70k a unità. Costo lavoro 1 operaio 30k. Se vai su 2 turni si paga in circa 1 anno, se no in 2. Lo sviluppatore mi dice che stanno entrando nelle PMI con trend veloce. Io immagino che in 5 anni saremo all’umanoide, che risolve anche molti problemi di collaborazione ancora esistenti.

Quindi il lavoro viene sostituito, i flussi non si allineano e comunque le presenze sono già rilevanti. Un puzzle interessante per la politica…

Ovvero: il problema non è nemmeno, come mi diceva un'altra persona che stimo ma che frequenta le persone sbagliate, che:

con l'IA il powerpointificio è destinato a soccombere. Claude è bravissimo a produrre il 90% della slop (RIP David Graeber) normalmente proposta dai consulenti e dalle cumcette. Quindi si estingueranno. Cosa faranno? Boh.

Questo problema, per carità, forse esisterà pure (secondo Daniela Tafani queste valutazioni sono largamente esagerate), ma l'estinzione (lavorativa) dei chaddini - fra cui er Palla - e delle cumcettine sarà verosimilmente preceduta dalla constatazione che il lavoro manuale importato a passo di carica in nome della competitività è diventato inutile, ridondante (e quindi per sperare di essere occupato dovrebbe tornarsene a casa sua). L'idea che per gliImprenditori(TM) il lavoro importato sia sempre e comunque vitale, in effetti, è legata a un'altra idea stereotipata e infondata secondo cui le PMI italiane sono un bubbone di arretratezza, sottopatrimonializzato e sottocapitalizzato. Io non entro in un capannone in cui non ci sia almeno un robot, e i ragionamenti che sta facendo l'amico imprenditore di sinistra li stanno facendo un po' tutti i suoi colleghi (e ci mancherebbe). Altro che PMI inadeguate e ad alta intensità di lavoro!

Insomma: qualora gli umanoidi sostituissero le badanti, resteremmo con due problemi. Il primo, quello di come ricaricare le batterie agli umanoidi. Il secondo, quello di chi dovrebbe pagare le pensioni alle badanti. Gli umanoidi?

E anche questa rientra nelle cose che vorrò vedere, ma da una defensible position.

venerdì 3 ottobre 2025

I migranti climatici

(...ma putemm vince la guerr nu?...)


Ulisse ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Esiste un diritto umano a immigrare?":


Caro Professore,

ho ascoltato in differita le dirette di ieri.

È sempre un privilegio ascoltarla e leggerla.

È riuscito anche a citare il Marco Papa di 300 e mezzo. Meravigliosa citazione in dialetto pescarese. Mi sono commosso.

Ciò detto.

Mio papà, che alla veneranda età di 86 anni va ancora in azienda la mattina alle 6 (lui si che si meriterebbe l'onorificienza di cavaliere del lavoro), mi raccontava, quando ero bambino, dei suoi 11 anni in Svizzera, a Berna. Avevano 3 mesi per cercare lavoro e se non lo trovavano li rimettevano sul treno senza troppe cerimonie. La manodopera italiana era ricercatissima e pagata dignitosamente (inoltre il cambio marco/lira permetteva di costruire in Italia, nel caso specifico in Abruzzo, le basi per una vita più che dignitosa. Il mio paese è stato costruito con le rimesse degli immigrati). Ma non esisteva che venisse commesso un reato da un immigrato o che qualcuno fosse privo di titolo di soggiorno.

Quei racconti mi danno la misura di quanto siano stupidi i paladini dell'accoglienza nostrani. Non sanno di cosa parlano quando parlano di immigrazione e di emigrazione.

Il nostro paese ha un apparato sanzionatorio che, nei fatti, è molto blando. Gli stranieri, soprattutto quelli che delinquono, lo sanno e ne approfittano. E il paese di ritrova in una situazione sempre peggiore. Dove regna il caos.

Diritto di immigrare? Gli stupidi paladini dell'accoglienza non capiscono il concetto di coesione culturale di un popolo e quindi non capiscono il concetto di invasione e disintegrazione socio-culturale. È questo ciò a cui stiamo andando incontro.

Ma soprattutto, quando affermano il diritto di immigrare, dicono implicitamente che gli stranieri, nei loro paesi, non possono avere una vita dignitosa. E non capiscono che questa è una forma di razzismo molto sottile.

Io, che gli stranieri me li faccio amici, posso assicurare che ce ne sono molti che sono tanto meritevoli. Ma quelli meritevoli, spesso, e quando non c'è guerra o dittatura nel loro paese (gli afghani di etnia azara si guardano bene dal tornare in Afghanistan) non vedono l'ora di tornare a casa loro. Come mio padre.

Possibile che non riusciamo a trovare il modo di selezionare gli immigrati meritevoli?

Pubblicato da Ulisse su Goofynomics il giorno 30 set 2025, 23:22


(...dopo essere sceso infinite volte di corsa dai miei monti - Porrara, Secine, Pizzalto, ecc. - dopo essere sopravvissuto perfino alla Rava del Ferro - dove però ho corso poco! - martedì scorso, poco prima di questa diretta, ho fatto un inglorioso tonfo correndo a Villa Glori. Attila Gualtieri, aka l'incompetente, che sta buttando giù alberi peggio dell'uragano Vaia (anche a Villa Glori), ha lasciato lungo il vialetto della villa una insidiosa radice su cui il mio lubrico piè si è impuntato, condannandomi a una caduta rovinosa. Ho smorzato l'impatto abbozzando una capriola, ma nel girarmi di fianco per distribuire il peso mi devo essere contuso il torace. Lì per lì non ho sentito nulla, mi sono rialzato con una certa elasticità, ho proseguito la corsa, poi ho condiviso con voi qualche considerazione, ma dopo, arrivato in ditta, ho cominciato a sentire un certo dolore al costato. Dopo una notte difficile, mercoledì mi sono fatto vedere: nonostante le malelingue, sono bello dentro! Le costole ci sono tutte, candide e intatte, ma la contusione mi fa un male cane e quindi oggi, invece di assistere a due convegni cui ero particolarmente contento di prendere parte, per poi salire a pestare la prima neve sulla Majella - ma è meteo, amici, non clima! - me ne sto a letto a risolvere nell'immobilità e con l'immobilità una serie di arretrati. Immaginerete quanto mordo il freno, ipercinetico come sono. Ho deciso di sfogare la frustrazione per questa mia forzata inerzia togliendomi alcune benne di sassolini dalle scarpe, e cominciamo da una delle più colossali stronzate lievi imprecisioni che ci vengono propinate da iBuoni(TM): quella dei migranti "climatici"...)


Trovo l'osservazione di Ulisse particolarmente corretta e pregnante: uno dei due argomenti utilizzati per presentare l'immigrazione come un dato di natura, come un fenomeno ineluttabile e prepolitico, a una più attenta considerazione si rivela essere una sottile manifestazione di razzismo e una inconsapevole ammissione della propria incapacità di comprendere, o scarsa volontà di risolvere, il problema. Perché mai infatti gli abitanti di una delle parti più ricche di risorse del globo sarebbero in qualche modo costretti ad abbandonarla per incapacità di trarne sostentamento, tanto più ora che le nostre dissennate politiche, quelle che ci condannano a morire di fame oggi per non morire di caldo domani, hanno fatto lievitare oltre ogni più sfrenata immaginazione il prezzo di materie prime la cui strategicità un tempo sarebbe stato difficile prevedere?


(...il prezzo del petrolio è il Crude Oil (petroleum), simple average of three spot prices; Dated Brent, West Texas Intermediate, and the Dubai Fateh, US$ per barrel, quello del rame è il Copper, grade A cathode, LME spot price, CIF European ports, US$ per metric tonne, entrambi espressi come indici a base 100 nel 1980, provenienti dal solito database. La Repubblica Democratica del Congo - non a caso un posto tranquillo! - è il secondo produttore mondiale di rame...)

Presumere che in mezzo a tanta bonanza gli autoctoni siano incapaci di provvedere al proprio dignitoso sostentamento significa affermarne implicitamente un qualche deficit intellettuale o culturale. Ma siamo sicuri che questa sia una linea di argomentazione fondata e accettabile?

Una volta la sinistra non dico che si proponesse di risolvere, ma almeno "metteva a tema il" (come dicono loro), cioè parlava del (come dicono le persone normali) problema del colonialismo, dello sfruttamento dei popoli africani, del loro diritto all'autodeterminazione, e di cosa fare per accompagnarli lungo un percorso virtuoso. Oggi il massimo di elaborazione che ci perviene da cotanti intellettuali è una sorta di riedizione for dummies del principio dei vasi comunicanti, quella secondo cui è ovvio che loro debbano venire qui, perché lì sono tanti e qui siamo pochi.

Ma perché la sinistra italiana è regredita verso argomentazioni così infantili e controvertibili?

(...a mero titolo di esempio: è certamente vero che in Africa sono tanti, ma hanno molto più spazio a disposizione di noi, tant'è che la densità della loro popolazione per km quadrato è la metà della nostra...)

Per chi segue il lavoro che stiamo facendo qui da anni la risposta è chiara: la sinistra italiana ha smesso di riflettere sull'autodeterminazione dei popoli africani quando ha deciso di rimuovere psicanaliticamente quella dei popoli europei, cioè quando si è venduta al progetto europeo, a quella mascheratura di una politica di deflazione e di recessione antioperaia, onde ottenere dalla sponda de leSocialdemocrazieeuropee(TM) un sostegno per governare in casa propria contro il volere dell'elettorato (ultimo episodio eloquente: i sorrisetti di Sarkozy; letteratura rilevante: i lavori di Kevin Featherstone). Qualcuno, negli anni '10 di questo secolo, si sarebbe potuto chiedere perché mai impietosirsi per il destino dei bantù e non per quello dei greci, e quindi, per non far venire strane idee all'elettorato piddino, si è preferito dimenticare i bantù! Si è insomma lasciato cadere con eleganza il tema nodale, che è quello di cosa si possa fare per accelerare il cammino dei popoli verso una effettiva indipendenza, per evitare che quel discorso potesse applicarsi anche al popolo che la sinistra italiana in cuor suo più disprezza: quello italiano.

Il fatto è che in Africa questa indipendenza passerebbe, ovviamente, da una cosa che nessuno vuole, e in cuor loro men che meno gli ideologi climatisti e a scendere tutti i volenterosi carnefici della filiera climatista: il riappropriarsi delle risorse africane da parte dei popoli africani. Perché sul climatismo c'è chi mangia a quattro palmenti, e una condizione necessaria, ma non sufficiente, per continuare a farlo è proseguire sulla strada dello sfruttamento coloniale dell'Africa, che oggi vede come protagonista indiscussa la Cina (ma con molto maggiore intelligenza di quella dimostrata dagli europei nel XIX secolo). Il piano Mattei, che colpevolmente non ho mai studiato e di cui non saprei effettivamente argomentarvi i contenuti (ma se interessa posso studiare), ha se non altro il pregio di comunicare qualcosa che una volta era una cosa di sinistra: aiutiamo i popoli africani a progredire a casa loro!

Perché, vedete, qui si intersecano vari livelli di sinistre contraddizioni, che vale la pena di enumerare.

1) Risorse o minus habens?

Una è quella evidenziata da Ulisse: dare per scontato che una popolazione che vive in un territorio così ricco sia ineluttabilmente condannata ad abbandonarlo, consegnando ad altri tanta ricchezza, significa presumere che questa popolazione sia fatta di minus habens: è quindi oggettivamente una forma di razzismo, nemmeno tanto implicito. Ma se l'incapacità dei popoli africani di vivere dignitosamente a casa loro fosse veramente dovuta a una qualche forma di deficit intellettuale o culturale (come affermano quelli secondo cui l'immigrazione è un ineluttabile dato prepolitico), allora crollerebbe la retorica de imigrantichecipaganolepensioni, atteso che difficilmente coi contributi di lavoratori a basse competenze, basso valore aggiunto e conseguentemente bassa remunerazione si potrebbe pensare di sostenere l'onere pensionistico di una popolazione relativamente più evoluta. O no? In altri termini, se non riescono ad essere "risorse" a casa loro, perché mai dovrebbero esserlo a casa nostra, dove qualcuno ce li indica come la panacea di tutti i nostri mali (trascurando come sempre l'aritmetica)? Ma anche, di converso: ammesso che possano essere risorse a casa nostra, perché non dovrebbero esserlo anche a casa loro, dove fino a prova contraria c'è più bisogno? Di questo vogliamo parlare? Su questo qualcuno ci informa?

2) Ogni immigrazione a casa nostra è un'emigrazione a casa altrui

Aggiungo che è ovviamente contraddittorio stracciarsi le vesti per la nostra pretesa incapacità o contrarietà ad assicurare un ipotetico diritto all'immigrazione altrui, e al contempo stracciarsi le sottovesti per l'effettivo problema causato dell'emigrazione dei nostri giovani. Quello che per noi è un problema, cioè la nostra esportazione di capitale umano, il fatto di investire somme ingenti nella formazione di giovani cui non diamo opportunità di lavoro (e quindi possibilità di contribuire alla prosperità collettiva) in patria, evidentemente lo sarà anche, e in misura tanto maggiore quanto più essi sono arretrati, per i Paesi africani, o no? Quelli che imigrantichecipaganolepensioni non se lo pongono il problema di chi pagherà le pensioni agli africani? E allora vogliamo porre la questione nei termini corretti, che non sono quelli di assicurare il diritto all'immigrazione, ma di assicurare il diritto di restare a casa propria, come solo Benedetto XVI ha fatto nel dibattito pubblico occidentale (a meno che io non mi sia perso qualche cosa)? Va da sé che in determinate circostanze, riconducibili alla protezione umanitaria, l'accoglienza resterà un dato non negoziabile (e chi lo nega?). Al contempo, l'accoglienza non può essere vista o addirittura imposta come unica valvola di sfogo di evidenti squilibri strutturali cui dobbiamo porre rimedio innanzitutto a casa nostra, per il duplice ottimo motivo che a casa nostra abbiamo maggiori possibilità di incidere che a casa altrui, e che se non risolviamo i nostri problemi, condannandoci a un lento declino, non potremo assicurare nemmeno la protezione umanitaria (che costa).

Resta sullo sfondo la stucchevole retorica colpevolizzante, elemento costitutivo di ogni pensiero magico, sciamanico, o religioso: dobbiamo accoglierli perché è colpa nostra se stanno male (ma non dobbiamo riflettere su come farli stare meglio)! Non stanno male per colpa mia, né credo per colpa di nessuno di voi, e non è abolendo una vera riflessione, razionale, non deamicisian-sentimentale, sui problemi di questi popoli che potremo tacitare le nostre coscienza. Oddio, il piddino a dire il vero è di facile contentatura: gli basta di potersi sentire buono, e per lui il problema è risolto. Per sentirsi buono, poi, gli basta chiedere agli altri di accogliere indiscriminatamente chiunque nei loro quartieri, come sappiamo. Ma proprio chi, a meri fini di autoflagellazione, riconosce l'eredità storica del colonialismo, dovrebbe esercitare maggiore solerzia nell'individuare le forme che lo sfruttamento prende nella contemporaneità (e l'ecologismo è una di queste), e nel proporre strade alternativa.

Invece l'unica riflessione e l'unica proposta è quella thatcheriana: there is no alternative, l'immigrazione non è oggetto di valutazione politica né può essere oggetto di gestione politica, se non "a valle", perché è un indiscutibile dato di natura.

Che cosa può andare storto di fronte a cotanta profondità di ragionamento e di proposta?

Gli argomenti di natura economico-demografica utilizzati per argomentare l'ineluttabilità dei flussi in entrata da noi sono quindi tutti riconducibili a una matrice razzista, perché non saprei come definire altrimenti (ha ragione Ulisse) una simile radicale sfiducia nella possibilità dei popoli africani di ridiventare padroni del proprio destino. Ma credo sfugga, o almeno non ho sentito mai nessuno rilevarlo, che anche gli argomenti di natura ambientale sono ugualmente razzisti.

Mi spiego: avrete sentito parlare pure voi di migranti climatici, no? L'argomento è una diversa declinazione del TINA (there is no alternative) immigrazionista: sopra ci siamo occupati del "devono venire qui perché sono più di noi", ora vorrei spendere due parole sul "devono venire qui perché da loro fa più caldo che da noi". Insomma: l'idea che l'alluvione umana, come quella idrica, dipenda dal clima, e quindi non possa essere gestita se non con la "transizione", cioè con lo sfruttamento coloniale delle risorse africane (che invece, come sto cercando di far capire, è più un pezzo del problema che della soluzione...).

Bene.

Questa dell'immigrazionismo "climatico" è una gigantesca puttanata, una cretinata che può essere affermata solo da persone totalmente digiune di geografia, tanto ignoranti quanto razziste. La premessa (duole doverla fare) è che il clima equatoriale è caratterizzato dall'assenza di stagioni e da temperature stabili su una fascia fra i 25 e i 30 gradi centigradi, quindi, certo, relativamente calde rispetto alle nostre temperature non estive. Ad esempio, in questo momento a Kinshasa ci sono 32 gradi, con un'umidità del 51%, quindi non particolarmente elevata (non tale da qualificare questa come una giornata umida), mentre a Roma abbiamo una giornata decisamente più fresca e secca, con 19 gradi e umidità al 34%. Noterete che siccome qui fa fresco, oggi nessuno ci sta dicendo che "devono immigrare da noi perché da loro fa caldo". Dato che il piddino è in grado di immedesimarsi coi problemi dell'altro solo quando questi sono i suoi problemi, nei Paesi a clima temperato questo tipo di analisi ha una sua stagionalità: si presenta di solito in estate! Fatto sta che è proprio in quelle circostanze che l'immigrazionismo climatico dimostra tutta la sua fallacia. In un'estate calda, infatti, la situazione a metà giornata di solito si configura così:


(ho preso a caso uno dei miei tanti screenshot: questo è del 19 luglio 2023). Non so se notate l'elegante paradosso: quando il piddino, flagellato dal solleone nostrano, viene a dirci che "dobbiamo accoglierli perché cercano rifugio dalla crisi (?) climaticaaah!11!", a Kinshasa fa più fresco che alla Valle del Sole di Pizzoferrato! Questa cosa non succede per caso (e infatti di screenshot simili rigurgita il mio telefonino), ma per due ben precisi elementi che solo chi è ignorante come una zappa può, appunto, ignorare (come li ignorerebbe una zappa)!

Il primo è che il continente africano è sì più esposto al Sole (avendo un'ampia fascia tropicale), ma capita che nostro Signore, nella sua imperscrutabile sapienza, lo abbia innalzato più dell'Europa rispetto al livello delle acque. Il secondo è che gli africani non sono scemi, e ovviamente potendo scegliere vanno a insediarsi in altura, dove fa più fresco. Se prendiamo le prime dieci capitali europee e le prime dieci capitali africane la situazione è questa (vi metto i conti che ho fatto sulla carta del prosciutto, così potete verificarli):


L'elevazione media dei principali insediamenti in Africa è dieci volte quella dei corrispondenti insediamenti europei (Pretoria è più alta di Gamberale, Addis Abeba è all'altezza della Forchetta di Maiella...), e siccome il gradiente termico verticale è di 0,65 gradi centigradi ogni cento metri, vedi bene che qui ci scappano 6,5 gradi centigradi di differenza a vantaggio proprio di quei Paesi da cui, nell'epos piddino, si scapperebbe "a causa del caldo".

Va da sé che a questa statistica non attribuisco un particolare valore dirimente, ma rimango estasiato dall'ignoranza di quelli che mentre amano atteggiarsi a profondi intellettuali, da un lato ignorano i lineamenti più elementari di quella scienza tanto bistrattata che è la geografia (dovrebbe essere noto che l'Africa subsahariana è un gigantesco altopiano, con quel che ne consegue) e dall'altro - in qualche modo prevedibilmente! - vedono nell'africano un "buon selvaggio" incapace di scegliere in modo razionale il luogo in cui insediarsi. Eppure, se il Sahara è un deserto, questo significa, per definizione, che non c'è nessuno! E ci sarà pure un cazzo di motivo se in un continente di oltre un miliardo e mezzo di persone il luogo più caldo è deserto, no? Sarà perché gli africani, non essendo scemi, nella misura del possibile preferiscono insediarsi altrove, giusto? Quindi l'idea che "poverini, dobbiamo accoglierli perché a casa loro fanno 50 gradi" (massima estiva nel deserto del Sahara) andrebbe un po' rivista, magari dando ogni tanto un'occhiata all'app del meteo sul cellulare (che essendo fatto anche di coltan dovrebbe ricordare alle anime belle l'esistenza dell'Africa equatoriale).

Ecco, scusatemi, questa cosa era un po' che volevo dirvela, e non so perché mi è venuto di farlo oggi. Aspetto le vostre valutazioni.

martedì 30 settembre 2025

giovedì 7 agosto 2025

Meno tre al #goofy: appunti per Marcinelle

Nel liber scriptus in quo totum continetur ne abbiamo già parlato, come qualcuno ricorderà. Parlato di cosa? Ma di Marcinelle, appunto. Domani parteciperò a una commemorazione di quell'evento, uno dei tanti fatti tragici dell'Abruzzo di cui una certa parte politica si è appropriata a dispetto dell'evidenza storica. Lo stesso racconto del Protocollo italo-belga che viene fatto dal più subdolo organo di piddopropaganda non riesce a dar conto in modo completamente coerente delle motivazioni sottostanti al disastro. Se era vero che gli italiani venivano chiamati per fare "i lavori che i belgi non volevano più fare", come mai su 262 vittime il 36% era belga? La verità è che gli italiani venivano chiamati per fare i lavori che i belgi non potevano più fare perché già occupati altrove. L'accordo "minatori-carbone" era un accordo fra un Paese con disoccupazione all'8,8% (l'Italia) e un Paese con disoccupazione all'1,2% (il Belgio). Esattamente come in Italia non c'era lavoro per le persone che emigravano, e non c'era lavoro perché mancavano i capitali (quei capitali che poi sarebbero stati ricostituiti in parte anche con le rimesse degli emigrati), in Belgio non c'erano persone per sostenere lo sforzo produttivo che il Paese stava affrontando.

Nella direzione di questi flussi c'era quindi una logica economica e geopolitica: il lavoro andava dove occorreva, e ci andava per rinsaldare rapporti che il conflitto aveva compromesso, e per contribuire con risorse finanziarie e materie prime alla ripresa del nostro Paese.

Non credo che oggi si possa dire la stessa cosa dei flussi che riguardano il nostro Paese, ma di questo abbiamo già parlato in tante occasioni. Intanto, vi segnalo che fra tre giorni partiranno le prenotazioni per il #goofy: si torna all'antico, alla notte di San Lorenzo. Anche quest'anno impareremo e ci divertiremo. Anticipazioni non ne do: sono pur sempre il deputato del collegio dove riposa quello che si sentì dire:

QVIA VIDISTI ME THOMA CREDIDISTI BEATI QVI NON VIDERVNT ET CREDIDERVNT!

Non sarò certo io a frustrare la vostra aspirazione alla beatitudine!

Ci vediamo domani...

sabato 17 maggio 2025

Immigrazione e sostenibilità del primo pilastro pensionistico

 (...la diretta streaming no - nemo propheta in patria - ma almeno il video in differita sui nostri canali sì! Le slides le avete viste qui, e ora potrete esercitarvi a vedere quanto fedele sia la mia memoria...)


(...dichiaro aperta la discussione generale. Va anche detto che per apprezzare l'intervento si dovrebbe prima sentire quello di Sua Eccellenza Reverendissima l'arcivescovo Bruno Forte, ma ci sarà tempo e modo di farlo...)

 

mercoledì 14 maggio 2025

I migranti ci pagano le pensioni

(...in questo momento sui canali social del mio ateneo potete assistere alla diretta Facebook di questo evento che coinvolge un amico mio e di a/simmetrie, ai cui eventi ha partecipato, il senatore Castelli. Non si rinviene traccia del convegno cui ho partecipato io, per cui vi metto qui al volo le slides dell'intervento, che è stato molto apprezzato, insieme con le parole che mi ricordo di aver detto...)


Ringrazio per l'invito il Prof. Veraldi, che mi fornisce questa opportunità di potermi esprimere nel mio ateneo, occasione piuttosto rara. Agli studenti dell'IPSAR De Cecco, per presentarmi, dirò che io sono uno di quei personaggi nullafacenti, incompetenti e potenzialmente corrotti che vanno sotto il nome di politici: così vi vengono presentati dai media, se li consultate. Saluto il comandante della Legione Abruzzo e Molise, come questa mattina, a Pennapiedimonte, ho salutato i suoi uomini impiegati nelle indagini sul tragico fatto che ha colpito la nostra comunità il 30 aprile scorso. Sottolineo che essendo nato a Raiano, cioè in provincia dell'Aquila, il comandante qui è in qualche modo un migrante, cioè un immigrato, che ha dovuto attraversare ben due frontiere per raggiungerci: quella con la provincia di Pescara e quella con la provincia di Chieti. Chi conosce (e subisce) la forza delle identità locali abruzzesi non può che apprezzarne il coraggio! Nonostante la conquista romana, nonostante il successivo il passaggio di diversi fronti, da quello fra longobardi e bizantini a quello fra canadesi e tedeschi, e l'apporto di diverse comunità, jugoslave (Schiavi d'Abruzzo), greche (pensiamo a San Nicola Greco), l'impronta dei nove popoli abruzzesi (Osci, Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Pentri,  Frentani, Carricini, Sanniti) è ancora molto forte.

Qualcuno ha ricordato che oggi è la giornata dell'Europa. Voglio ricordare che oggi è anche la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, perché 47 anni fa venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, una delle vittime più note di quella tragica stagione. Non è un ricordo estemporaneo: più tardi parleremo di storia italiana, e ha un senso menzionare quel periodo così violento e tragico.

Ringrazio infine Sua Eccellenza per il suo intervento come sempre ricco di stimoli. Abbiamo sentito uomini di scienza esporre giudizi di valore. Sua Eccellenza ha fatto un'operazione di grande rilievo scientifico: ha dichiarato di voler fare un intervento schierato (schierato, aggiungo io, dalla parte di chi per la propria fragilità merita appunto di essere difeso), ha cioè dichiarato le sue premesse di valore. Questa è un'operazione che ogni scienziato dovrebbe fare, perché le parole della scienza, come ci ha insegnato un grande premio Nobel, Gunnar Myrdal, sono portatrici, spesso involontarie, di giudizi di valore, di valutazioni etiche (buono/cattivo), insidiose perché si presentano sotto le mentite spoglie di una falsa oggettività e con l'autorevolezza, che diventa auctoritas, del ruolo scientifico di chi le propone. Trovo illuminante il fatto che per mettere in guardia da questo pericolo Myrdal faccia l'esempio del termine "integrazione economica". La disintegrazione porta con sé una serie di connotazioni aggressive, negative: non per questo però l'integrazione è sempre cosa buona. Ma la scelta dei termini conta.

Il mio ruolo istituzionale è quello di presidente della Commissione di controllo sugli enti pensionistici. Abbiamo appena terminato un'indagine sugli investimenti finanziari delle casse previdenziali, ne stiamo avviando una sulla sostenibilità del sistema, e in quel contesto troverà naturale collocazione una valutazione del contributo che gli immigrati danno al sistema pensionistico. Insisto sul termine immigrati perché migrano anche gli emigrati, che al sistema pensionistico, per ovvi motivi, non danno un contributo (anche se, come ricorderemo più avanti, possono darlo al Paese nel suo complesso). I flussi di uomini, come quelli di capitali, hanno una direzione, e questa direzione è elemento determinante per la valutazione dei loro effetti. L'indagine non è ancora stata svolta e quindi non posso riferirvene i risultati, ma vi fornirò qualche elemento di riflessione per inquadrare l'argomento, e parto ancora una volta da due spunti forniti dall'intervento di Sua Eccellenza.

Nel suo discorso Sua Eccellenza ha ricondotto la motivazione profonda dei flussi migratori all'aspirazione individuale, naturale e insopprimibile, alla felicità. Un'aspirazione così connaturata all'essere umano che alcune costituzioni, in particolare una che potremmo scherzosamente definire più costituzione delle altre, nella fattoria delle costituzioni, pongono esplicitamente la ricerca della felicità fra i diritti inalienabili dell'essere umano. Ora, nessuno di noi è animato da una irrazionale pulsione repressiva verso questo inalienabile diritto. Ci riconosciamo anzi nelle parole dello zio Tobias: "—go, poor devil, get thee gone, why should I hurt thee ?—This world surely is wide enough to hold both thee and me." [NdCN: la citazione di Sterne è solo per voi, ovviamente...].

Si pone però un problema. Non credo lo sappiate, ma da quattordici anni tengo un blog, un blog di cui questo ateneo dovrebbe essere fiero, visto che la terza missione riceve sempre più attenzione, poiché non è cosa usuale che il blog di un economista batta per due anni di file il Sole 24 Ore alla Festa della Rete! L'articolo più letto del mio blog però non parla di economia: riferisce il dialogo che ho avuto con un africano che mi chiedeva l'elemosina. La cosa più evidente era che a questa persona era stata data un'idea assolutamente fuorviante del nostro Paese, gli era stato dipinto come un Eden, e non gli era stato fornito un dato fondamentale: che da noi il tasso di disoccupazione era (all'epoca) il doppio di quanto non fosse a casa sua, per cui molto difficilmente avrebbe potuto trovare un lavoro compatibile con la sua formazione (era un parrucchiere, a suo dire). Ecco: la ricerca della felicità non andrebbe costruita sulla prima manifestazione del Maligno, la menzogna! Eppure, è un dato di fatto che chi lucra su certi fenomeni diffonde menzogne sulle condizioni del nostro Paese, descrivendolo come un Eden, per renderlo più attrattivo. Credo sia invece importante che tutti, a partire da noi, abbiamo del nostro Paese un'immagine oggettiva, basata sui dati, e lo scopo del mio intervento è esattamente quello di fornirvela.

Infine, ho particolarmente apprezzato il richiamo di Sua Eccellenza alle parole di Benedetto XVI sul diritto a non emigrare, a non essere costretti ad avventurarsi in terre lontane e potenzialmente inospitali in cerca della propria felicità. Qualsiasi forma di costrizione, implicita o esplicita, è comunque incompatibile con una piena realizzazione dell'essere umano, e va evitato che la mobilità del lavoro diventi, nelle parole del Pontefice scomparso, un calvario per la sopravvivenza. Queste parole acquistano una grande pregnanza in Abruzzo, che che conta una comunità estera di numerosità quasi pari a quella della popolazione residente. Qui in Abruzzo, e in particolare qui, nella nostra provincia di Chieti, è vivo l'allarme per la diminuzione della popolazione, in gran parte dovuta al fatto che i nostri giovani, i giovani formati nelle nostre eccellenti università, sono costretti a cercare miglior fortuna altrove, come prima di loro i loro padri e i loro nonni. Intendiamoci: fare un'esperienza all'estero, laddove sia una scelta, è un fatto positivo, entusiasmante, che arricchisce innanzitutto umanamente e culturalmente. Sono tanti gli abruzzesi che hanno illustrato nel resto del mondo il nome della nostra Regione, grazie al loro ingegno, alla loro creatività, alla loro tenacia, alla loro capacità inesauribile di impegnarsi per raggiungere obiettivi. Ce ne sono, in particolare, nella professione che alcuni di voi intendono intraprendere. Tuttavia, in quanto vi mostrerò oggi oggi troverete anche le spiegazioni del perché, pur non volendolo, potreste essere costretti ad andarvene altrove.


In questo grafico sono rappresentati gli ultimi 76 anni di Pil italiano. Ricordo brevemente ai non specialisti che in una economia di mercato si produce per vendere e si vende per guadagnare. Questo significa che il Pil non è solo il valore di tutti i beni prodotti e i servizi erogati in una certa unità di tempo (in questo caso un anno), ma è anche la somma delle remunerazioni corrisposte Al lavoro e al capitale impiegati per produrli, ed è anche la somma delle varie voci di spesa effettuata per acquistare questi beni e servizi.

Il grafico riporta in blu i valori storici, mentre in arancione la retta che interpola i dati dal 1950 al 2007, e poi, in tratteggio, la sua estrapolazione dal 2008 al 2025. Naturalmente questa semplice estrapolazione statistica non ha alcun particolare valore scientifico. Non vi annoio con la teoria dei processi stocastici, ma rivendico la validità di questo strumento come ausilio per una analisi descrittiva dei dati. Prima abbiamo parlato del tragico sequestro Moro, di quegli anni di fortissima conflittualità sociale,ma avrei potuto parlare delle guerre che in questo periodo hanno sconvolto il mondo, a partire da quella del Vietnam, avrei potuto parlare delle crisi energetiche degli anni 70, quando il prezzo del petrolio decuplicò, avrei potuto parlare delle grandi crisi finanziarie, la crisi asiatica, ad esempio. Ecco, attraverso questo periodo scosso da turbamenti politici ed economici di scala tutto sommato non inferiore a quelli attuali il valore della nostra produzione, la somma delle nostre remunerazioni, è andata crescendo in modo più o meno costante. Dal 2007 in poi invece questa crescita si è arrestata. C’è stata sì una grande crisi finanziaria, quella del 2008, come ce ne erano state altre. Quella che è mancata però è stata la ripresa. Solo nel 2024 siamo tornati a un volume di reddito analogo a quello del 2007. Il paese ha perso 17 anni di crescita. Si tratta di un evento epocale, nel senso etimologico del termine: un evento che marca un’epoca. Noi non ne siamo consapevoli, ma fra due o tre secoli, e poi nei lunghi secoli a venire, gli storici si interrogheranno su che cosa è successo al nostro paese in questi 17 anni. La risposta non è difficile, e dipende da una scelta (sbagliata) di politica economica:


Questo grafico mostra l’andamento tendenziale e effettivo degli investimenti pubblici. Ricordo ai non esperti che in macroeconomia per investimento si intende l’acquisto di beni capitali, di macchinari, di attrezzature, di mezzi di trasporto industriali, insomma, di manufatti che servono a produrre altri beni, o di infrastrutture, come le strade, i ponti, eccetera. Non si intende per investimento quello finanziario, cioè l'acquisto di un prodotto finanziario (titolo pubblico, azione, quota di fondo comune, polizza assicurativa, ecc.) coi propri risparmi. Il taglio degli investimenti pubblici, cioè delle infrastrutture, delle scuole, dei ponti, degli ospedali, delle strade, in una fase in cui l’economia non stava andando bene dopo la crisi finanziaria scoppiata nel settembre 2008, ha ampliato e reso persistenti gli effetti di quella crisi. Si diceva che questo era necessario per ridurre la spesa pubblica, e si sosteneva che la spesa pubblica spiazza quella privata. L’argomento è che quando fa ricorso ai mercati, indebitandosi, per finanziare i propri investimenti, lo Stato fa alzare il tasso di interesse, e in questo modo scoraggia gli investimenti privati. Ci dovremmo quindi aspettare che a fronte di questo calo drastico degli investimenti pubblici ci sia stato un aumento degli investimenti privati che abbia tenuto il totale degli investimenti più o meno in linea. Invece è andata così:


Stranamente, per chi crede all’economia terrapiattista insegnata in certe università, il più protratto calo del Pil nell’intera storia dell’Italia unita è andato insieme al più protratto calo degli investimenti fissi lordi nella storia dell’Italia unita!

Ora, in effetti non è assolutamente strano che sia così, se ci pensate bene, perché le scelte di investimento Dei privati, cioè la scelta se ampliare o meno uno stabilimento, la scelta se localizzarlo in una o in un’altra provincia, la scelta di acquistare un macchinario capace di produrre un maggior numero di prodotti nell’unità di tempo, dipendono anche dal tasso di interesse, non esclusivamente dal tasso di interesse (come nel modello terrapiattista). Sono molto importanti, nelle scelte degli imprenditori veri (non di quelli raccontati dalle televisioni o dalle associazioni di categoria) anche altri fattori. Vi faccio un esempio utilizzando un bene che probabilmente tutti avrete visto una volta in vita vostra, la bottiglia da 33 cl di una nota marca di birra italiana. Forse non lo sapete ma se non tutte, quasi tutte queste bottiglie vengono prodotte da una azienda abruzzese. Visitando quella azienda ci è stato detto che non riuscivano ad aumentare il volume della produzione, cosa che avrebbero potuto e voluto fare, semplicemente perché non veniva fatta una bretella che avrebbe collegato il loro stabilimento al casello autostradale senza passare per un paese vicino, il cui traffico era già sufficientemente congestionato. Era il numero di camion che potevano entrare o uscire dall’azienda a limitarne il potenziale produttivo, e questo numero di camion dipendeva non dal tasso di interesse, ma dal fatto che si facesse o meno un investimento pubblico: una corta bretella autostradale.

L’investimento pubblico quindi non sempre spiazza: in molti casi incentiva l’investimento privato. D’altra parte, pensateci: si producono beni per venderli, ma se non si riesce a portarli al mercato, che li si produce a fare? E la prima delle infrastrutture che uno Stato assicura è appunto quella di trasporto. Capito perché tagliando gli investimenti pubblici si sono tagliati gli investimenti privati e quindi si è abbattuta la capacità produttiva, la produttività del paese? Ma la storia naturalmente non finisce qui, visto che, come ci siamo detti, il Pil non è solo il valore della produzione, ma anche il valore delle remunerazioni corrisposte a chi l’ha posta in essere, e in particolare ai lavoratori. Che cosa è successo a queste remunerazioni? È successo questo:


Dato che il Pil è il valore della produzione ed è anche il totale delle remunerazioni dei fattori produttivi, fra cui le retribuzioni dei lavoratori , esattamente come il valore della produzione si è scostato verso il basso dal suo tendenziale, anche il valore delle retribuzioni dei lavoratori si è scostato verso il basso dal suo tendenziale. Sono praticamente la stessa cosa, si sono comportati nello stesso modo. E qui ci avviciniamo al discorso pensioni, naturalmente, perché visto che i contributi sociali, cioè la quota di retribuzione che viene trattenuta per corrispondere le pensioni, sono proporzionali alle retribuzioni, anche il gettito contributivo si è scostato verso il basso dal tendenziale. Sì, avete capito bene: esattamente quelle politiche di austerità fatte per salvare le generazioni future, fatte per alleviare il peso del debito e delle pensioni sulle vostre spalle, hanno reso più oneroso, più difficile da soddisfare, questo impegno, perché hanno prosciugato la fonte del suo finanziamento. Chi vi ha raccontato che stava facendo qualcosa per voi, in realtà stava lavorando contro di voi. E a proposito di generazioni future, c’è anche un altro dettaglio che andrebbe messo in evidenza. Retribuzioni basse, precarietà economica, impediscono di mettere su famiglia. Il risultato è questo qui:

Per 15 anni, dal 1995 al 2010, il numero di nati vivi in Italia era andato crescendo, seppure lievemente, in Italia. Dall’inizio della stagione dell’austerità si evidenzia un cambiamento strutturale molto appariscente, con un brusco calo dei nati vivi e un crollo della fertilità al valore attuale di 1,2 bambini per donna, assolutamente insufficiente, come è ovvio, ad assicurare il mantenimento della popolazione a un livello costante (per ottenere questo risultato il tasso di fertilità deve essere pari a 2,1). E infatti, la popolazione italiana è in drastico calo dalla stagione dell’austerità in qua.

Correlazione non vuol dire causazione, va da sé. Però questo:

cioè, il fatto che il brusco calo dei nati vivi sia contemporaneo al brusco scostamento del Pil dal suo tendenziale, è un fenomeno che va spiegato. Non vogliamo imporre l’idea che sia il calo del Pil ad aver determinato il calo delle nascite, ma se non è stato questo, che cosa è stato? Se non è stata la difficoltà di trovare lavoro e metter su famiglia a compromettere la demografia del nostro paese, che cosa può averla compromessa? Si accettano spiegazioni, di qualsiasi tipo, purché compatibili con l’andamento dei dati. Non credo che se ne troveranno di più convincenti di questa però.

C’è poi un altro aspetto. La sostenibilità del debito e del sistema pensionistico si misura ovviamente in rapporto al Pil. Perché? Perché il Pil è la somma dei redditi.in un paese dove si guadagna bene, si raccolgono molti contributi, e si possono pagare delle pensioni decenti. Se invece nel paese si comincia a guadagnare male, il peso delle pensioni sul Pil aumenta rendendo più difficile mantenere il patto di solidarietà intergenerazionale. Ora, il drastico calo del tasso di crescita del Pil dovuto alle politiche di austerità ha determinato una impennata del rapporto al Pil della spesa pensionistica. Lo vedete in questo grafico dove in blu è rappresentato l’andamento storico del rapporto spesa pensionistica/Pil e in arancione l’andamento che si sarebbe manifestato se il tasso di crescita del Pil fosse rimasto quello precedente alla stagione dell’austerità:

Insomma, tirando le fila del discorso, la sintesi di quanto ci siamo detti finora è questa:

E anche qui, sì, avete capito benissimo! Sono state esattamente le politiche messe in opera per farlo diminuire, cioè le politiche di austerità ad aver invece fatto aumentare il rapporto fra spesa pensionistica e Pil. Non è un risultato paradossale. In un rapporto il calo del denominatore Determina una esplosione che in circostanze piuttosto comuni può sovrastare quella di un pari ricavo del numeratore. Quindi, le politiche di austerità, cioè politiche che tagliano gli investimenti pubblici quando l’economia va male, cioè le politiche che assecondano la fase negativa del ciclo economico, che la accentuano, cioè le politiche, come dicono gli economisti,  procicliche, sono la causa della compromissione del sistema pensionistico, e quindi della compromissione del vostro futuro. E questo non ve lo dice un docente di questa università. Questo ve lo dice niente meno che il presidente Draghi, anche nessun giornale ha mai attirato la vostra attenzione sul significato delle sue parole:


Non ve le tradurrò, per il semplice motivo che, come avrete capito, il risultato delle politiche fatte per “salvarvi“ dai vostri genitori cattivi e che voi ve ne dovrete andare in giro per il mondo, quindi l’inglese è meglio che lo impariate subito, se già non lo sapete, e questo può essere un testo interessante sul quale esercitarsi, anche perché vi riguarda direttamente.

Quindi, voi ve ne andrete, e al vostro posto probabilmente verrà qualcun altro. La domanda che ci poniamo un po’ tutti è: ma chi verrà al posto vostro, darà un contributo al sistema sufficiente per renderlo sostenibile?

Vi fornisco qualche elemento di riflessione, visto che, come ho detto in premessa, conclusioni precise non ne ho, dal momento che l’indagine su questo aspetto ancora non l’ho effettuata. Intanto, una prima domanda che ci potremmo porre è se l’arrivo di persone appartenenti a popolazioni diverse dalla nostra possa dare un contributo significativo al tasso di fertilità nel nostro paese. La risposta è no, per un motivo molto semplice, che vedete in questo grafico:

In questo grafico vedete rappresentato il tasso di fertilità di alcuni paesi. La linea rossa tratteggiata è posta a 2,1 figli per donna, il tasso di fertilità che, come vi dicevo, consente di mantenere la popolazione costante, tenuto conto della mortalità infantile. Il tasso di fertilità dell’Italia è la barra in rosso ed è 1,2, sotto il livello di rimpiazzo.

Ora, naturalmente, sappiamo che avere un tasso di fertilità così basso crea dei problemi, ma non è detto che avere un tasso di fertilità molto alto sia necessariamente una soluzione. Ad esempio, il paese con il tasso di fertilità più alto al mondo è la Somalia, un paese in cui, se lo conoscete, difficilmente potreste aver voglia di trasferirvi: povertà, conflitti etnici, un quadro disastroso sotto il profilo economico ed umanitario. D’altra parte, il paese con il tasso di fertilità più basso è Macao, una ex colonia portoghese in Cina, un paese relativamente tranquillo, in crescita, forse non in testa ai vostri desideri, ma sicuramente un posto dal quale, se ci andaste, torneresti indietro vivi. La Cina ha un noto problema di fertilità, a causa della “politica del figlio unico“. Le autorità cinesi infatti per lungo tempo hanno proibito alle coppie di avere più di un figlio, perché temevano di non riuscire a sostenere la crescita esponenziale della popolazione, temevano che non ci fossero sufficienti risorse per sfamarla, e nel sistema di economia collettivista dell’epoca forse questo timore era fondato. Fatto sta che aver impedito alle donne di fare più di un figlio ha causato, da qualche anno a questa parte, un brusco calo della popolazione cinese che infatti è stata recentemente superata da quella indiana, e ora la Cina ha il problema opposto a quello che pensava di avere e cui ha ovviato in modo troppo drastico.

Questa cosa ci riguarda? Un po’ sì, perché una delle comunità più presenti in Italia è quella cinese, cioè una comunità che ha un tasso di fertilità più basso di quello delle donne italiane. Lo stesso vale per la comunità più presente in Italia, quella rumena, e anche per altre comunità straniere presenti in Italia. Di fatto solo la comunità pakistana ha un tasso di fertilità significativamente superiore al tasso di rimpiazzo (3,5). La maggior parte delle altre etnie presenti condividono con gli autoctoni il fatto di avere un tasso di fertilità inferiore a 2,1, e quindi la fertilità delle donne straniere in Italia è di 1,9, cioè non raggiunge il livello di rimpiazzo. Con l’occasione vi faccio notare che in media mondiale, il tasso di fertilità è 2,2, il che significa che la popolazione mondiale sta ancora crescendo, ma che è abbastanza vicina a stabilizzarsi, contro le previsioni catastrofiste dei maltusiani.

Posto che la capacità delle donne immigrate di alimentare la popolazione residente non è poi così determinante, veniamo a un altro aspetto: quanto contribuiscono gli immigrati al mercato del lavoro? Qui vedete qualche dato:

La maggior parte dei permessi di soggiorno non viene rilasciata per motivi di lavoro, ma per ricongiungimenti familiari o per protezione umanitaria. Questo significa che chi viene in questo paese necessita in larga parte di usufruire del nostro sistema educativo, sanitario, ma non necessariamente contribuisce a sostenerlo (su questo vi darò qualche dato più sotto). Il tasso di disoccupazione dei lavoratori stranieri è quasi il doppio di quello degli italiani, mentre le loro retribuzioni in media  sono quasi la metà di quelle degli italiani. In effetti, nonostante i lavoratori stranieri siano il 10% degli occupati, l'INPS certifica che essi contribuiscono solo per il 6% al totale del monte contributivo. Si tratta di un contributo importante, ed è meglio averlo che non averlo, naturalmente, ma è evidente che affermazioni semplicistiche come “i migranti ci pagano le pensioni“ sono fattualmente infondate. Non lo fanno perché non possono farlo, e anzi, purtroppo, verosimilmente non riescono neanche a pagare le loro, e comunque, se e quando le riceveranno, non è detto che poi le spenderanno nel nostro paese (ma anche di questo vi dirò meglio dopo).

Non mancano studi dettagliati che cercano di dimostrare come l’apporto degli immigrati regolari al bilancio pubblico sia positivo. Inutile dire che questo nulla toglie al danno che gli immigrati clandestini viceversa apportano, non fosse che per l’esigenza di mantenere una struttura piuttosto costosa per garantire la sicurezza loro e della popolazione residente. Qui vi faccio vedere le conclusioni cui giungono sul blog della Bocconi alcuni economisti:


La sintesi è che gli immigrati regolari contribuirebbero al bilancio pubblico con 4 miliardi, che è una cifra ragguardevole (ci si potrebbe tranquillamente finanziare la rottamazione quinquies e un ulteriore taglio delle aliquote IRPEF, per dire). Notate però che per arrivare a questo risultato gli autori fanno una serie di ipotesi. Sarebbe interessante verificare la robustezza di questo risultato rispetto a piccoli scostamenti aleatori delle singole voci dalla loro valutazione puntuale fornita nella tabella. Potrebbe essere un esercizio divertente, ma me lo sono risparmiato perché il punto su quale vorrei attirare la vostra attenzione è un altro: per quanto si possa argomentare che il contributo del lavoratori immigrati al bilancio dello Stato sia positivo, fatto sta che il contributo dei lavoratori immigrati alla bilancia dei pagamenti è senz’altro negativo. La Banca d’Italia ci dice che le rimesse degli immigrati, cioè i soldi che i lavoratori stranieri presenti nel nostro paese inviano ai loro paesi di origine, si situano intorno ai 9 miliardi, appesantendo i conti con l’estero. Nel grafico qua sotto il fenomeno è registrato dalle barre gialle, che infatti sono in territorio negativo, e che rappresentano il saldo dei cosiddetti redditi secondari della bilancia di pagamenti, cioè dei redditi derivanti da operazioni di redistribuzione (e mandare una parte del proprio stipendio alla propria famiglia nel paese di origine è una operazione di redistribuzione): 


Noi dovremmo essere ben consapevoli di questo fenomeno, atteso che la prima industrializzazione dell’Italia, quella dell’inizio del secolo scorso, è stata finanziata largamente con le rimesse dei nostri emigrati, che erano gli immigrati nelle Americhe (non solo Stati Uniti, anche Argentina, Brasile, eccetera). Quindi, dall’esportazione di lavoratori si può trarre un reddito (le rimesse degli emigrati), esattamente come dall’importazione di lavoratori bisogna essere consapevoli che si sosterrà un costo come sistema paese (le rimesse degli immigrati), un costo che si riflette sulla bilancia dei pagamenti.

La situazione italiana non è fuori controllo sotto questo profilo. Va molto peggio in altri paesi come la Francia, che essendo ex potenze coloniali hanno un flusso di redditi secondari in uscita molto più cospicuo, come potete vedere da questo grafico.



Resta il punto che vale per il lavoro quello che vale per l'altro fattore di produzione: il capitale. Esportarlo contribuisce positivamente alla bilancia dei pagamenti (dai capitali esportati si percepiscono interessi e dividendi, dai lavoratori esportati si percepiscono rimesse), importarlo contribuisce negativamente (vale il ragionamento uguale e contrario).

Ecco, il mio scopo era solo fornirvi qualche dato e qualche elemento di riflessione. Non c'è nulla di intrinsecamente vantaggioso o svantaggioso in economia, e non c'è nulla di gratuito. Come tante altre cose, anche i flussi di lavoratori in entrata (o in uscita) non sono un pasto gratis: suggerirlo è diseducativo e politicamente inopportuno.

Spero che questi elementi di riflessione possano aiutarvi, e vi auguro per il vostro futuro in questo o in altri Paesi tutto il bene possibile.

domenica 9 marzo 2025

I parrocchetti

Cammino per una Roma domenicale mattutina e deserta, anche per recuperare rispetto a una giornata relativamente sedentaria (cinque gazebo: Sulmona, Ortona, Francavilla, Pescara, Avezzano, fra i quali mi sono dovuto necessariamente muovere in macchina). Nel silenzio tombale mi disturba un grido sgraziato. Alzo gli occhi al cielo, sapendo già quello che vedrò: il volo maldestro di un parrocchetto, non so se monaco o dal collare, perché da lontano non riesco a vedergli il becco.

Una volta il risveglio a Roma era un’esperienza diversa.

Iniziava ante lucem il codirosso, si aggiungeva flautato il merlo, interveniva stridulo lo scricciolo, col rinforzo del pettirosso, e poi il fringuello. Subentrava in crescendo il rumore di fondo della città, il traffico della tangenziale, il clacson dei genitori imbottigliati di fronte all’ingresso della scuola, che impediva di apprezzare l’inesauribile capacità mimetica dello storno (genio incompreso e misconosciuto). Si chiama, anzi si chiamava, biodiversità, quella cosa che alla sinistra tanto piace quando riguarda gli animali, con particolare attenzione a quelli che rompono i coglioni (caso di specie: gli astuti cervi, uno dei quali non più tardi di un paio di settimane fa voleva sedersi in macchina al posto di Scarpetta di Venere, entrando però dal parabrezza, atteso che la sua natura di ungulato artiodattilo gli precludeva una efficiente gestione della maniglia della portiera: sarebbe un problema anche per il suo distante cugino delfino, che però, stranamente, non rompe i coglioni); sì, la stessa biodiversità che però la medesima sinistra schifa e ha contribuito a distruggere in infiniti altri campi, dalle banche, al commercio, alla cultura, insomma: all’umanità (la nostra).

Non è chiaro da dove siano arrivati questi illegal aliens, o meglio: non è chiaro come siano arrivati, perché da dove lo si sa, si sa dove sono specie autoctona, e un’unica certezza è possibile nutrire: che con le loro forze qui, da soli, non sarebbero mai riusciti ad arrivare, nonostante in astratto avessero buoni motivi per provarci, perché il fatto stesso che qui siano diventati specie egemone dimostra che qui, a differenza che a casa loro, non hanno antagonisti naturali, e anzi sfruttano le nicchie ecologiche dei nostri autoctoni (ad esempio, del picchio rosso). Insomma: anche i parrocchetti fuggono dalla guerra (coi serpenti arboricoli), poverini! Fuggono anche dalla dittatura, quella dell’essere umano, che, inspiegabilmente insofferente di veder distrutti i propri raccolti, in palese violazione della “Convenzione di Civitaluparella sui diritti degli uccelli che rompono i coglioni” (una fondamentale fonte del diritto sovranazionale, sottoscritta il settordici ottembre duemilacredici dagli alti rappresentanti degli Stati membri dell’Organizzazione non utile), quando può (cioè più o meno ovunque, dati gli standard di quelle regioni) gli spara addosso.

E quindi che fai, non li accogli, poverini!? Non gli lasci radere al suolo qualsiasi forma di vita NSGC (ma sì, dai: abbandoniamoci anche noi al delirio europeo degli acronimi), aka ΙΧΘΥΣ, per gli amici “er Pesce”, ci abbia donato per allietare le nostre giornate!? Distruggere le altre specie di uccelli è un loro diritto, in quanto specie di uccelli, no!? È diritto di Loretta la parrocchetta identificarsi in un falco pellegrino: è un suo diritto in quanto psittacide!

È la globalizzazione, bellezza! Carta vince, carta perde. Anzi, parrocchetto vince, merlo perde. Con quale guadagno per l’ambiente circostante lo saprà apprezzare chi è dotato di orecchie, esattamente come chi è dotato di narici può apprezzare quale sia stato il guadagno di sostituire la fragranza dei forni, delle pasticcerie e delle rosticcerie, del loro pane, dei loro dolci, dei loro spiedi, col tanfo internazionalmente omogeneo del simpatico kebab.

(…auguri, Matteo!…)

domenica 2 febbraio 2025

La sinistra e le conseguenze (im)prevedibili dell'integrazione monetaria

La singolare parabola che ha portato la sinistra dal propugnare il contrasto all'emigrazione regolare (sì, avete letto bene: regolare) all'esaltare ebefrenicamente il "migrante" come "avanguardia del nostro stile di vita" può sembrare analoga alla parabola che ha portato la medesima sinistra da una posizione di scetticismo nei riguardi dell'integrazione monetaria, vista come progetto di "deflazione antioperaia", alla totale e incondizionata adesione alla moneta unica (momento più alto e irreversibile dell'integrazione monetaria), presentata come "pilastro più forte e innovativo dell'Europa".

Può sembrare analoga, ma non lo è.

Non è (semplicemente) analoga, perché è la stessa identica traiettoria, vista da due angolazioni diverse, ma guidata dalla stessa forza incomprimibile: l'istinto di conservazione, l'ansia di sopravvivere al crollo del proprio blocco geopolitico di riferimento al costo, che nei fatti si è dimostrato sostenibile (they live), del tradimento del proprio blocco elettorale di riferimento: voi.

Ma partiamo dal principio.

La sinistra non immigrazionista

Sì, c'è stata una sinistra contraria all'immigrazione regolare. Sono note, e ve le proposi qui, le parole di Marchais, che vale comunque la pena di riascoltare insieme:


"Il faut stopper l'immigration officielle et clandestine. Il est inadmissible de laisser entrer des nouveaux travailleurs immigrés en France, alors que notre Pays compte près de deux millions de chômeurs français et immigrés" (applausi).

Qui siamo europei, non europeisti, quindi non abbiamo bisogno di traduzione, vero?

Sono pressoché certo che, nonostante il tentativo di occultarle e negazionarle, esistano esternazioni simili anche di esponenti del PCI, in aggiunta a quelle del più illustre esponente del PCF, anche perché il concetto espresso è piuttosto ovvio, e a sinistra, specificamente nella sinistra comunista, aveva una lunga storia (biglietto omaggio per il #goofy14 a chi me le rintraccia). Del resto, perché pensate che fosse stata creata la Prima internazionale? Se lo chiedete a Wikimm... non avrete la risposta, ma basta andare un po' in giro (e noi, che siamo europei, non europeisti, possiamo farlo) per trovarla:


Eh già!

La Prima internazionale si era posto il problema del coordinamento internazionale dei sindacati, che in re ipsa prevedeva lo scoraggiamento dell'importazione di crumiri da altri Paesi. L'immigrazione di lavoratori esteri veniva cioè correttamente inquadrata e gestita per quello che era ed è: un modo per indebolire i proletari nella loro lotta contro la borghesia, una lotta che, come aveva detto Carletto, "è in un primo tempo lotta nazionale" (forse vi ricorderete di quando lo spiegai ai comunisti di Zombia). Se quando un proletariato nazionale indice uno sciopero il padrone si rivolge ai lavoratori di un altro Paese, lo sciopero risulta meno efficace, direi. Il motivo per cui i proletari di tutto il mondo dovevano unirsi, come aveva detto er sor Carletto nel 1848, non era quello di organizzare congiuntamente l'accoglienza a barconi di ultimi, ma quello di evitare che i penultimi si beccassero fra loro come i polli di Renzo (se pure attraverso i confini nazionali).

Incidentalmente, ogni volta che un sepolcro imbiancato, o un ignorante, tenta un azzardato paragone fra i morti di Marcinelle e quelli delle troppe tragedie marittime dei giorni nostri, bisognerebbe opporgli il dato oggettivo:

Nel 1954 il tasso di disoccupazione in Belgio era all'1.2%, e quindi il lavoro c'era. Quando la gentile collega passata alla storia per la particolare torsione data al termine "risorse" (stra)parlava di avanguardie del nostro futuro stile di vita:


il tasso di disoccupazione, da noi, era al 13.7%.

Si capisce la differenza fra andare a lavorare dove il lavoro c'è e andare a lavorare dove il lavoro non c'è?  Che senso aveva fare l'elogio della globalizzazione se questa, in tutta evidenza, conduceva i fattori produttivi dove non potevano essere impiegati? Un senso naturalmente c'era...

La sinistra non deflazionista

Sì, c'è stata una sinistra contraria all'integrazione monetaria. Sono note, e ve le proposi ne Il tramonto dell'euro, le parole di Napolitano in dichiarazione di voto contraria a quella larva di euro che fu lo SME, il Sistema Monetario Europeo, un sistema di cambi fissi ma aggiustabili di cui tante volte abbiamo parlato:


L'asimmetria del sistema era chiara e nitida, i pericoli per l'Italia erano ben delineati, e tutto era stato messo a verbale qui. Del resto, se Napolitano non sapeva l'economia, Spaventa la sapeva bene, e Barca (quello vero) ne sapeva abbastanza da intuire le conseguenze della moneta "forte": deflazione e recessione antioperaia! Preoccupazioni fondate nella teoria economica, e tralasciate quando i fatti le hanno confermate.

Perché?

Per sopravvivere.

Per non restare schiacciati sotto le macerie del muro per antonomasia, quello di Berlino.

Per costruirsi una nuova sponda esterna al Paese su cui far leva per governare “al riparo del processo elettorale”.

Per ottenere tutto questo bisognava piegare il capo all’euro, bisognava reinventarsi la lotta di classe, cioè la difesa del salario reale, non come difesa del salario nominale, ma in termini di difesa dall’inflazione: i rentiers ringraziavano (e tolleravano, anzi: blandivano e sostenevano una sinistra simile!), ma naturalmente, come dice John Maynard, chi vuole il fine (la deflazione) vuole, nel senso che non può non volere, i mezzi per realizzarlo (e il relativo costo politico).

E con quali mezzi si realizza la deflazione?

Essenzialmente tre:

1) tagli agli investimenti pubblici,

2) tagli allo stato sociale,

3) creazione di un vasto esercito industriale di riserva (aka: disoccupati).

È quest’ultimo a essere in diretta connessione logica con il livello dei prezzi, via “curva di Phillips”, ma i primi due (i tagli) servono indirettamente a crearlo, l’esercito di disoccupati, e a renderlo vulnerabile.

Quando poi questo meccanismo non agisce abbastanza in fretta, i disoccupati basta importarli. E anche in questo la sinistra si è data il suo bel da fare: l’immigrazionismo è la faccia umanitaria dell’arcigno austerismo. Sono due modi per ottenere la stessa cosa: una pressione al ribasso sulla remunerazione dei salariati. Va da sé che per definizione entrambi hanno conseguenze negative sui salariati (per forza: servono a ridurre il loro tenore di vita per metterli in concorrenza diretta con “lu cinese”!), ma l’immigrazionismo ha in più una conseguenza negativa diretta e immediata sulla vita dei ceti che la sinistra tradizionalmente si era proposta di tutelare. Eh già! Perché l’immigrazionismo, il fetish degli ultimi in danno dei penultimi, che, come ricorderete, fu il motore primo della mia scelta conservatrice, pone una minaccia esistenziale diretta sulla vita biologica dei penultimi e soprattutto delle penultime (le statistiche parlano chiaro). Stupisce anche come i piddini non si rendano conto che i loro tentativi di edulcorare la pillola negando la realtà (in ossequio alla famosa Carta igienica di Roma) siano controproducenti, siano il vero motore della repulsione prima e dell’odio poi, perché la gente non ne può più di sentir parlare di Uomolandia e del Coetanistan. Quando diventa evidente che ti si vuole raccontare una cosa per un’altra, ci sta che tu diventi sospettoso e suscettibile.

Accettare una drastica riduzione dei propri diritti sociali, magari in cambio di una spruzzatina di diritti cosmetici (i c.d. diritti “civili”, che per la sinistra sono iDiritti™️ per antonomasia), è un esercizio impegnativo ma non impossibile. Accettare una violenza fisica diretta, magari di natura sessuale, magari su un tuo parente stretto, è un ben diverso cimento, ed è a questa prova che la sinistra sta chiamando i suoi elettori, e purtroppo anche noi (che non ce la meriteremmo).

Quali siano le divisioni (in senso militare) della sinistra è sufficientemente chiaro. La sinistra ha con sé l’Armata Non Moderabile (risparmiamoci qui le sciocchezze sulle maggioranze silenziose), che però un errore l’ha fatto: è uscita allo scoperto… E quando le istituzioni cui noi affidiamo la nostra sicurezza si schierano in modo così palese contro di essa, la rottura del patto sociale è dichiarata, nel male e nel bene, il bene essendo (forse) lo stimolo alla ricerca di un nuovo equilibrio. E sì, per smontare questo bel castello di menzogne e privilegi dovete partire da un’operazione concettualmente semplice e intuitiva, che non a caso tanto hanno fatto per rendervi odiosa: rafforzare i vostri rappresentanti, cioè contare di più. Chi vi ha dato come obiettivo virtuoso il contare di meno voleva solo fottervi, voleva solo sopravvivere a una condanna inequivocabile della storia, e non c’era sacrificio vostro che non fosse disposto a sopportare per farlo, incluso quello della vita vostra o dei vostri cari!

Ma ora le carte sono sul tavolo, e tutti potete leggerle. E quindi fate (voi) una cosa di sinistra: pretendete sicurezza per il vostro lavoro e per i vostri cari, restituendo a voi stessi una rappresentanza efficace e non ricattabile da chi, dall’alto dei propri privilegi, può abbandonarsi al vagheggiamento estetico di ultimi sempre più ultimi (da Uomolandia al Coetanistan…). Chissà se così lo capiranno, lo capirete? Era veramente necessario arrivare a tanto? Avrei sperato di no, ma mi sbagliavo. Le due cifre del PD restano una intollerabile e incomprensibile anomalia nel quadro europeo, soprattutto alla luce della consapevolezza storica che qui abbiamo dell’entità del tradimento perpetrato.

Forse quello spiacevole effetto collaterale della deflazione consistente nel non poter più girare serenamente per strada indurrà alla riflessione qualche piddino. Nella peggiore delle ipotesi, possiamo pensare che ce lo tolga di torno. Perché non può toccare sempre a noi: non è statisticamente possibile e, soprattutto, non ce lo meritiamo!

lunedì 6 gennaio 2025

Things are moving...

Attenzione!

Sotto l'albero di Natale abbiamo trovato laPatrimoniale™️ per lAmbiente™️:


(cortese pensiero del Santa Klaus arancione), ma nella calza della Befana abbiamo trovato, in rapida successione, lo schianto del "cordone sanitario" austriaco, che non ha retto alla pressione del voto popolare:


e soprattutto le dimissioni del nostro Cicciobello preferito, Cicciobello globalista:


quello che bloccò i conti correnti dei camionisti per farli desistere dallo sciopero contro l'obbligo vaccinale.

Quindi, come vedete, insistere serve. Ho sempre diffidato dei geni che invocano l'astensione, considerandoli utili idioti del regime, e i fatti dimostrano che questa diffidenza è fondata: votando in modo diverso si può fare la differenza.

Aggiungo un dettaglio: non votando, si possono rendere determinanti minoranze organizzate, e in un mondo basato sulla deflazione salariale, cioè sull'immigrazionismo, bisogna stare molto attenti ad attribuire a simili minoranze un tale potere. Ascoltatevi questa intervista, ad esempio. Non la prenderei per oro colato, come del resto nulla, tranne ciò di cui si ha esperienza diretta, va preso per oro colato, ma l'idea che i laburisti abbiano prosperato sul disinteresse della classe media bianca per corteggiare i pacchetti di voti di minoranze colorate dedite a hobby più o meno condivisibili un senso ce l'ha. E attenzione: sarà anche vero che gli immigrati regolari sono più indispettiti degli autoctoni dai flussi di immigrazione irregolare, perché detestano che venga regalato ad altri quello che loro si sono guadagnato con fatica. Ma questo è un discorso diverso. Ascoltatela bene, l'intervista: le ex potenze coloniali sono più avanti di noi su una strada pericolosa, sulla quale, va riconosciuto, anche noi ci siamo avviati.

Ci vuole meno libera circolazione di qualsiasi fattore di produzione, e alla fine si andrà a parare lì (lo stesso reshoring in fondo è un pezzo di questa storia). Nel frattempo, insistete, e diffidate molto da chi vi dice di non insistere: forse lui non ha hobby discutibili, ma certamente non vi aiuta a difendere voi e la vostra famiglia da chi li ha.

(...ciao, Cicciobello globalista! Ci mancherai tanto...)


venerdì 20 dicembre 2024

Perché il fatto non sussiste

…spiace per chi ci sperava, e fa invece piacere poter confermare la fiducia nelle istituzioni, o almeno (per evitare la reificazione!) nel senso dell’opportunità di chi le popola.


(…mentre vi scrivo, aspettando di esprimere il voto finale sulla “manovra”, i fatti di Magdeburgo sono ancora riportati dalla stampa con la formula “un uomo”. Vedrete che sarà l’ennesima conferma che il capo forse non ha sempre ragione, ma non ha quasi mai torto…)

giovedì 21 novembre 2024

Un giorno ci pagheranno le pensioni...

...ma intanto frenano produttività e salari, anche perché si prestano a eludere le norme a difesa dei diritti dei lavoratori, se pure, facendosi carico dei lavori più rischiosi, riducono l'incidentalità dei residenti (ma  purtroppo non la propria).

Ah, non succede solo da noi?

Strano!

Ma non fatevi sentire: una volta dirlo sarebbe stato di sinistra:


Oggi è da fascisti, e credo che a voi dispiacerebbe passare per brutte persone, no? Che cosa volete che sia rinunciare a un po' di diritti, a un po' di salario, e a un po' di sicurezza, per difendere il supremo valore del bon ton?

Fate i bravi e ci vediamo domani in TV.

(...3, 2, 1: "hai fatto cherry pickiiiiiing!11!!!"...)