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venerdì 3 luglio 2026

Competitività?

Chiedo scusa: mi sono accorto di aver dato per scontato un fatto che in effetti dovrebbe essere tale per gli addetti ai lavori, ma non necessariamente può esserlo per tutti. Come sapete, nell'ultimo mezzo secolo l'Italia ha affrontato due crisi di bilancia dei pagamenti, una nel 1992, l'altra nel 2010:


Sapete anche (almeno spero) che queste due crisi sono state risolte con due metodi diversi: quella del 1992 con la svalutazione esterna (rivalutazione del marco tedesco), quella del 2010 con la svalutazione interna (abbattimento dei redditi italiani). L'aggiustamento, in termini reali, è avvenuto in tempi e entità molto simili, con un miglioramento del saldo commerciali in termini reali di circa 70 miliardi di euro nell'arco di circa 4 anni, ma si è distribuito in modo molto diverso fra aumento delle esportazioni e diminuzione delle importazioni:


Nel caso della svalutazione esterna sono decollate le esportazioni, nel caso della svalutazione interna sono precipitate le importazioni, in conseguenza dell'abbattimento del reddito che abbiamo visto più volte:


La domanda che uno si dovrebbe porre (uno se l'è posta: io!) è: ma se oggi il nostro Pil fosse dove dovrebbe essere, cioè a 2564 miliardi di euro ai prezzi del 2020, la nostra bilancia dei pagamenti sarebbe in surplus? Detto in altri termini: la nostra tanto sbandierata competitività dipende solo dal fatto che il nostro sistema imprenditoriale è sano (e secondo me lo è, altrimenti non avrei scritto L'Italia può faarcela), o dipende anche dal fatto che stiamo correndo col freno a mano tirato?

Una prima grossolana risposta può essere data ricordando quello che sappiamo dell'elasticità delle importazioni al Pil, che, come ricorderete, è approssimativamente uguale a 2. Per essere all'altezza del suo tendenziale, nel 2025 il nostro Pil dovrebbe crescere da 1962 a 2564 miliardi, cioè crescere del 30% (per l'esattezza, 30,68%). Siccome l'elasticità delle importazioni al Pil è pari a 2, in questo scenario le importazioni sarebbero superiori del 30% x 2 = 60%. Dato che la situazione di esportazioni e importazioni di beni e servizi è questa:


un simpatico aumento del 60% delle importazioni le porterebbe a 886 miliardi di euro, e quindi, ceteris paribus, il saldo commerciale passerebbe da 604-554 = 50 miliardi di euro ai prezzi del 2020 a un meno esaltante 604 - 886 = -282 miliardi di euro ai prezzi del 2020. Da un surplus a un deficit grande quasi sei volte tanto!

Ora: è chiaro che la clausola ceteris paribus è particolarmente eroica quando si considerino scostamenti di questa entità. Ad esempio, se l'Italia non avesse represso la domanda interna su richiesta di Draghi che ora dice che non dovevamo farlo, il processo inflattivo sarebbe stato più sostenuto, quindi, ad esempio, il cambio reale si sarebbe apprezzato e avremmo avuto anche minori esportazioni (per dirne una). Inoltre, la bilancia, cioè il saldo, dei pagamenti, va valutata in termini nominali, perché i pagamenti si fanno appunto a prezzi correnti, non ai prezzi di un ipotetico anno base, e questo naturalmente modificherebbe l'entità dello sbilancio. Va poi ricordato che nelle partite correnti della bilancia dei pagamenti non c'è solo il saldo merci ma anche quello redditi.

Ma, insomma, ci siamo capiti: per quanto sia vero che il nostro sistema imprenditoriale abbia manifestato una buona tenuta, direi che è ancor più vero che gli italiani hanno manifestato una grande pazienza! O forse di pazienza non possiamo parlare perché, come credo abbiate capito e come si vede dal grafico, le rane italiane sono semplicemente rimaste chete nel pentolone mentre la temperatura, cioè il divario fra il Pil potenziale e quello effettivo, cresceva lentamente ogni anno di più. Il grido d'allarme lanciato nel 2012 col Tramonto dell'euro non ha svegliato nessuno, e ora siamo qui. Non sono nemmeno sicuro che al Governo si vedano questi numeri e si ragioni secondo macroeconomia, ma alla fine questo mi sembra un problema minore. Il punto è un altro: a mano a mano che il divario fra i risultati e il potenziale della nostra economia si allarga, il sentiero a disposizione del decisore politico si restringe, per il semplice motivo che un conto è recuperare uno scostamento dal tendenziale del 5%, e un conto recuperarne uno del 30%! Se vi fate questi conti, vedrete che non a caso Monti distrusse il 5% del Pil: giocando con i dati vedrete che per ristabilire l'equilibrio dei conti esteri occorreva abbattere del 10% le importazioni, quindi il Pil doveva scendere del 5% perché 5% x 2 = 10%.

Insomma: va bene lodare la competitività delle nostre aziende, va bene rivendicare giustamente i risultati in termini di occupazione e di crescita contro il futile e infame disfattismo del PD, ma non bisogna dimenticare che se la competitività ci serve è perché Monti (cioè il PD) ha distrutto il nostro mercato interno, e simmetricamente se siamo competitivi è sì perché esportiamo di più, ma soprattutto perché importiamo di meno. Un po' come quando gli "emissioni" si rallegrano del fatto che in Europa cala la CO2, senza però considerare che questo dipende fondamentalmente dal fatto che l'UE ci sta deindustrializzando!

Del resto, "emissioni" e "accoglioni" alla stessa famiglia politica appartengono: quella delle Mari* Antoniett*...

So che lo sapevate, ma ora lo sapete meglio!

giovedì 21 maggio 2026

Il tre per cento

Col ravvivarsi dell’attenzione sulle incongruenze del Patto di stabilità si riaccende l’interesse per la logica dei parametri di bilancio. Ora, l’analisi di come si sia arrivati ai parametri non dico sia priva di interesse storico: distoglie tuttavia l’attenzione da qualcosa che ci riguarda molto di più, cioè sulle implicazioni di quei parametri, e in particolare della loro coerenza interna, per il nostro presente!

Si, capisco: la storia di Guglielmo Ape (Guy Abeille) che avrebbe proposto il 3% per la sua efficacia comunicativa (o per riferimenti teologici?) ha un suo crunch (come direbbe un foodblogger), se non fosse che l’abbiamo sentita mille volte, e che è sostanzialmente irrilevante rispetto al nocciolo del problema. Anche questo, qui, lo abbiamo affrontato mille volte, ma possiamo fare mille e uno, mentre solchiamo gli altipiani d’Abruzzo in compagnia di membri di Governo trafitti da mille telefonate, a mo’ di San Sebastiano.

Ricordo (a me stesso, ça va sans dire) tre cose:

  1. Che la governance europea prevede che il rapporto debito/Pil non superi il 60%;
  2. Che il tasso di crescita di un rapporto dipende di tassi di crescita di numeratore e denominatore;
  3. Che il deficit definisce la crescita del debito, cioè  del numeratore del rapporto debito/Pil.

Breve intermezzo per parlarvi di un altro rapporto: la velocità, che, come credo sappiate, si misura in km/h (i fisici usano il m/s, ma sempre un rapporto è…). Ora, il fatto è che se partite alle ore 10 dallo svincolo di Settebagni e viaggiate verso nord alla velocità di 100 km all’ora, quando arriverete al casello di Orvieto, il vostro orologio non potrà indicare le nove del mattino, perché ci sarebbe quella storia del fatto che il tempo indietro non torna (ma non vi annoio con la termodinamica), così come non potrà indicare le 10:15, o le 17, o qualsiasi altro orario diverso dalle 11, per il semplice motivo che fra lo svincolo di Settebagni e quello di Orvieto ci sono 100 km, per cui, se viaggi a 100 km all’ora, quando, partendo da Settebagni, arrivi a Orvieto, necessariamente è passata un’ora.

Forse questo lo avete capito (ma non poniamo limiti alla divina provvidenza). Ma già se dicessi che quando fissi il valore di un rapporto e quello del suo numeratore, necessariamente hai fissato anche quello del denominatore, perderei per strada i tre che sono rimasti (e questo mi farebbe riflettere su quanto orribili siano le altre forme di governo, visto che la democrazia secondo Churchill è meno peggiore di loro). Eppure, dire che se fissi la velocità e lo spazio percorso hai automaticamente fissato anche il tempo in cui lo hai percorso è esattamente la stessa cosa!

Ora, il problema vero delle regole di Maastricht è esattamente questo: che fissano il valore del rapporto (60%) e il tasso di crescita del numeratore (3%), senza specificare qual è il tasso di crescita del denominatore (cioè del Pil nominale) che necessariamente ne consegue. Come abbiamo visto a tempo debito, questo tasso di crescita è approssimativamente del 5% annuo (l’aritmetica che conduce a questo risultato è leggermente macchinosa ma alla portata di chi sa le quattro operazioni). E qui comincia a incespicare l’asino europeo, perché siccome nella sua insondabile autonomia e indipendenza la Banca centrale ha deciso che l’inflazione in Europa deve essere dove lei non riesce a tenerla, cioè al 2%, questo 5% di crescita nominale si può ottenere solo con un 3% di crescita reale (perché siccome la crescita nominale è pari alla somma di inflazione e crescita reale, la differenza fra crescita nominale e inflazione è la crescita reale).

Credo comprendiate l’assurdità!

Stiamo avendo minacce (così le chiamano) di inflazione superiore al 2% con un tasso di crescita del Pil inferiore all’1%, figuratevi a quanto potrebbe salire l’inflazione se la domanda aggregata, cioè il Pil, crescesse in termini reali al triplo della velocità! Bisogna essere veramente molto imbecilli o completamente digiuni di economia per poter immaginare un sistema economico attuale in cui nel lungo periodo una crescita reale così sostenuta sia associata ad una inflazione così contenuta. Una roba simile non si è osservata mai, e se questo è successo possiamo immaginare che ciò dipenda dal fatto che ci sono caratteristiche strutturali delle moderne economie occidentali che impediscono anche una crescita simile avvenga con una dinamica di prezzi così contenuta.

Questo per ragionare in termini astratti sulla coerenza del modello sottostante alle regole (perché i parametri possono anche essere dati a caso, ma la legge che governa la crescita di un rapporto è sempre quella, indipendentemente da quanto estemporanei siano gli ingredienti che ci metti dentro).

Se invece vogliamo ragionare in termini concreti sull’esperienza attuale, e vedere in che modo ottenere terne coerenti di rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil, e crescita nominale, allora dobbiamo scegliere quale parametro considerare costante. La crescita nominale dell'Italia dall'entrata nell'euro a oggi è stata pari al 2,6%, quindi, se volessimo tenere buono il parametro del debito, per ottenere un rapporto debito/Pil al 60% con una crescita del denominatore così bassa, pari a circa la metà di quella implicita nei parametri di Maastricht, il rapporto deficit/Pil non dovrebbe essere al 3%, ma più basso, pari a circa la metà del parametro del deficit, cioè all'1,56%. Purtroppissimo invece è stato più alto, pari a circa il 3,7%. Se invece volessimo tenere fermo il parametro del deficit al 3%, allora, con una crescita così bassa del denominatore, il rapporto in equilibrio dovrebbe essere più alto, pari al 115% (anche qui, quasi il doppio del parametro di Maastricht). Ancora una volta, capita che questo rapporto dal 1999 a oggi sia stato mediamente più alto, pari a circa il 124% (un po' più del doppio del parametro di Maastricht).

Che cosa avremmo dovuto fare, allora?

Per gli economisti da bar la risposta è semplice: più che dimezzare il deficit storico, portandolo dal 3,7% all'1,56%. Insomma: se i tagli non funzionano, ci vogliono più tagli! Peccato però che con tagli simili difficilmente il tasso di crescita sarebbe potuto restare vicino al 2,6%: verosimilmente sarebbe stato inferiore!

Un'alternativa sarebbe quella (praticata nei primi dieci anni di vita dell'euro) di non prendere sul serio il parametro del 60%, e in effetti finché non l'abbiamo preso sul serio, questo rapporto, non abbiamo imposto politiche eccessivamente restrittive nel vano tentativo di raggiungerlo, e così il rapporto debito/Pil è calato (dal 113% nel 1999 al 103% nel 2007). I problemi sono iniziati quando per abbattere il rapporto debito/Pil abbiamo tagliato il deficit e quindi la crescita, che sarebbe un po' come se per andare meno veloci ci proponessimo di percorrere la metà dello spazio, ma in un quarto del tempo! Non credo che funzionerebbe, non trovate?

Eppure, c'è gente che la pensa così...

E la morale della favola qual è? Che il problema del 3% non è quello che ci dice, ma quello che non ci dice, e non è come è stato escogitato, ma che conseguenze ha sulla crescita di equilibrio, e che se proprio volessimo continuare a basarci su questa idea molto anni '80 della governance basata su regole, forse dovremmo rivedere radicalmente i parametri. Si accettano proposte...

venerdì 15 maggio 2026

#midterm

Diciamo che dopo l'esperienza di un paio di anni fa ho deciso di non farlo più, ritenendo che se ne aveste avvertito l'esigenza ci sareste venuti, e se non ci eravate venuti era perché non ne avevate avvertito l'esigenza, che quindi potevamo archiviare.

D'altra parte, se #aaaaabolidiga non viene al #goofy (perché non ce la invitiamo più e perché onestamente non le si può chiedere un simile sacrificio), resta comunque utile che il #goofy vada alla politica, e così abbiamo messo su all'aula dei gruppi e col "cappello" del Dipartimento Economia Lega qualcosa di simile il più possibile ai nostri incontri, con tre relatori di a/simmetrie e altri relatori che potrebbero (e forse dovrebbero) interessarvi. L'evento è concepito a beneficio (potenziale) di chi una certa visione del mondo non l'ha mai incontrata, ma certamente se vi trovate a passare faranno entrare anche voi, purché vi registriate come specificato nella locandina avvertendo la mia segreteria (perché la sala è piccola: normalmente non ne servono di più grandi...):

So che molti lo hanno già fatto sulla fiducia dopo avermi sentito annunciare questo convegno in diretta Facebook. A loro, e a chi non ne sapeva niente, fornisco la locandina qui, dove tutto è nato...


(...obbligo di giacca per i signori...)

giovedì 30 aprile 2026

Per maggior chiarezza: crisi e scostamento

Questo è quello che ho detto oggi in aula:


(...poveri operatori informativi, come ci sono rimasti male! Ma di loro su questo blog abbiamo parlato fin troppo. Oggi si sono esibiti in tutto il loro repertorio: inventando balle, storpiando nomi, inseguendomi coi loro microfonini... Eh, porelli! Gli era proprio piaciuta la bozza che avevano in qualche modo estorto agli uffici! Ma il mondo è di chi si sveglia presto, e di chi ha il dono del kairòs. Loro, pore stelle, non hanno né l'uno né l'altro, e così il risultato finale gli è spiaciuto, perché è un risultato che riflette l'interesse del Paese, di quel Paese che loro odiano, perché loro vi odiano, e mica si nascondono dietro un dito! A proposito, se vi pungesse vaghezza di ringraziarli per tutto il bene che ci hanno fatto in questi anni, qui avete un'opportunità da cogliere, non fosse che come valore segnaletico: Basta soldi ai giornali! Si tratta dell'ennesima opportunità che vi viene offerta per fare un gesto significativo contro nemici del Paese e della vostra prosperità, ma sarà anche l'ennesima opportunità che vi lascerete sfuggire, naturalmente... dando la colpa a #aaaaabolidiga! Che ci volete fare? Io ormai vi conosco. Se mi guardo indietro, se penso a quando ho aperto questo blog, come grido di disperazione, mai e poi mai avrei pensato di esercitare un giorno la mia concinnitas in simili aule. Invece è successo. Succedono, in effetti, anche cose inattese. Basta lasciar lavorare la vita, e la morte...)

martedì 28 aprile 2026

Il patto di stabilità ha funzionato?

Dal dibattito sul Patto di stabilità e crescita è assente una domanda fondamentale: il Patto ha funzionato?

Perché prima di chiedersi se e quanto difenderlo perinde ac cadaver, o se e quanto sospenderlo (e per fare cosa), magari sarebbe utile sapere se e quanto esso ci abbia garantito crescita e sostenibilità. A questa domanda si può rispondere solo con una analisi di medio-lungo periodo. La risposta voi la sapete, ma ve la rimetto qui, visto che il tema è diventato di attualità.


La figura rappresenta la produttività oraria nella zona Euro e negli Stati Uniti. La spezzata tratteggiata marca la data dell'adozione delle regole pro-cicliche note come "Patto di stabilità". Prima dell'adozione di queste regole i Paesi europei stavano recuperando il loro gap tecnologico rispetto agli Stati Uniti: era cioè in atto un processo di catch-up che aveva portato i livelli di produttività a coincidere. Dopo l'adozione di queste regole l'Eurozona ha cominciato a falling behind, a perdere terreno rispetto agli Stati Uniti. I numeri sono abbastanza eloquenti:


Il tasso medio di crescita della produttività nell'Eurozona è passato dall'essere il doppio all'essere meno della metà di quello degli Stati Uniti. L'impossibilità per i bilanci nazionali di svolgere una funzione di stabilizzazione anticiclica, e la compressione degli investimenti pubblici netti:


(di cui abbiamo parlato qui), conseguenza del non aver mai voluto escludere le spese produttive dal computo dei parametri di bilancio (cioè dell'aver sempre rifiutato la golden rule), spiegano questi risultati deludenti, che non sono conseguenza del destino cinico e baro, ma di precise scelte di politica economica incorporate nel quadro istituzionale europeo.

Vale la pena di difendere queste regole?

Per quanto queste parole possano sembrare forti, l'alternativa non è fra derogare al Patto o applicarlo rigorosamente. L'alternativa è fra derogare al Patto (e possibilmente abrogarlo) o scomparire.

Ricordo infatti che il Patto viola una delle caratteristiche fondamentali del progetto di moneta unica così come era stato a suo tempo concepito e proposto in One market, one money: la capacità dei bilanci nazionali di rispondere a shock nazionali e regionali (cioè che colpissero l'intera zona) attraverso i meccanismi dello stato sociale e altre politiche:

Privando i bilanci nazionali di questa flessibilità, il Patto di stabilità è stato un tradimento fondamentale del progetto di moneta unica. Quali siano i motivi che hanno portato a proporre e accettare un simile tradimento ora poco importa: a distanza di trent'anni dobbiamo guardare avanti e riportare le cose in un alveo di razionalità, ponendo fine al lento suicidio europeo.

Tutto qua.

venerdì 13 marzo 2026

L'esempio sbagliato

C'è un passaggio del discorso del premier che ho trovato particolarmente consonante col lavoro che qui abbiamo fatto perfino quando eravamo di sinistra, ed è questo:

"ancora meno condivido l'idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio".

Noi che abbiamo fatto dell'autorazzismo un idolo polemico:


aspettavamo da tempo, e con ansia, un Presidente del Consiglio che avesse il coraggio di dire simili parole, parole che, per motivi che tutt'ora mi sfuggono, in Italia sono tanto coraggiose quanto impopolari.

Era ora!

C'è però un "ma", che non ho fatto in tempo a esplicitare in aula, e che riservo ai lettori del blog che non esiste.

Da qualche tempo, negli interna corporis parlamentari (ad esempio, nelle bozze di risoluzione che si elaborano prima del consigli europei), affiora con inquietante frequenza il tema della difesa (o della promozione) delle "imprese esportatrici". Me lo ha fatto notare Claudio, che ha la pazienza eroica di leggersi tutte le puttanate che arrivano da gliUffici. Ora, noi sappiamo (ce lo ha spiegato Carlo M. Cipolla) che l'Italia deve essere un Paese strutturalmente esportatore, per il semplice motivo che non ha materie prime (tranne il marmo, dice lui), e che quindi deve trasformare ed esportare per provvedersi dei fondi con cui importare le materie prime stesse (sul fatto che l'Italia non abbia materie prime tranne il marmo avrei qualche chiosa da fare, visto ad esempio che qui dove vi scrivo sono steso su una gigantesca bolla di gas, accanto a una montagna le cui viscere trasudano di bitume, ma trovo comunque corretto il senso complessivo del ragionamento). Ora, quindi, nessuno vuole negare  né tanto meno conculcare l'importanza e l'eccellenza delle imprese esportatrici italiane. Tuttavia, è evidente che esse devono alle (o meglio: ad alcune) imprese importatrici la possibilità di operare, per cui ragionare in termini di figli esportatori e figliastri importatori non è solo esteticamente brutto, ma anche fattualmente sbagliato. E poi, visto che noi esportatori lo siamo perché strutturalmente dobbiamo esserlo, questa insistenza sul doverlo essere di più fa sorgere il sospetto che mentre il premier ci esorta a non seguire modelli altrui, qualcuno di meno brillante da qualche parte, in qualche ufficio di qualche ministero, abbia in mente che sarebbe una gran bella cosa seguire il più fallimentare dei modelli altrui: quello tedesco.

Da qualche giorno, fra un incontro per le provinciali e un incontro per il referendum, mi sto lambiccando il cervello per trovare un modo di rappresentare in modo sintetico il modello tedesco e le sue inevitabili conseguenze. Diciamo che questo modello è basato sulla compressione della domanda interna per favorire quella estera (comprimo i salari per esportare di più) e l'errore di questo modello è che se applicato in un'area economica integrata obbliga gli altri a seguire la stessa strada, di fatto prosciugando i mercati di sbocco e condannandosi alla recessione.

Forse un modo sintetico di vederlo è questo: un grafico in cui il tasso di crescita medio di un determinato periodo è esplicitamente ricavato come somma algebrica della componente interna (consumi e investimenti) e di quella estera (esportazioni nette):


dove i periodi sono quello pre-changeover (fino al 2001), quello pre-austerità (fino al 2011), quello pre-Covid (fino al 2019), e infine quello in corso. Per capire meglio in che cosa il modello tedesco differisca ad esempio da quello italiano vi propongo di leggere questo grafico in parallelo con quest'altro:


Le differenze sono tante, ve ne evidenzio alcune (che poi non sono altro che un modo diverso di rappresentare cose che, se esisteste, sapreste benissimo).

Fra 2002 e 2011 la Germania frena bruscamente sul lato della domanda interna, sostituendola con domanda estera: sono le riforme Hartz, e la conseguente flessione del 6% del potere d'acquisto dei salari. In quello stesso periodo, l'Italia entra nel mondo dello zero virgola (data la frenata della "locomotiva" tedesca!). Nel periodo successivo (2012-2019), è l'Italia a reprimere la domanda interna promuovendo quella estera, con un risultato netto praticamente nullo, mentre in Germania il contributo della domanda estera sparisce (essendo stato devastato il mercato unico europeo dalle politiche di deflazione competitiva). Si arriva così all'oggi (2020-2025). L'Italia può spingere (e lo sta facendo) sulla domanda interna, sacrificando la domanda estera, il cui contributo netto è negativo (possiamo immaginare che siano le importazioni a tenerci giù), ma la Germania ha totalmente perso mercati di sbocco, fra quelli che ha distrutto (quello europeo) e quelli cui ha pestato i piedi (quello statunitense). La sua situazione è quindi uguale e contraria a quella dell'Italia nel periodo precedente: in Germania i tentativi di spingere sulla domanda interna oggi sono frustrati da un peso uguale e contrario della domanda estera netta. Ma, come avrete capito e come ci siamo più volte detti, la zavorra che il settore estero esercita sulla crescita tedesca oggi è la conseguenze logica della spinta che ha dato nel 2002-2011, per la semplice ragione che questa pressione competitiva si è scaricata in modo aggressivo sui Paesi viciniori e poi, ad austerità perpetrata, ha tirato giù chi per primo era entrato nel percorso suicida della repressione della domanda interna.

Ma questo, gli uffici, lo capiranno?

domenica 8 marzo 2026

La variazione delle scorte

(...scrivo dal mio buen retiro. Mi è bastato salire sopra i mille metri per riprendere un minimo di vigore. Oggi pioveva, ma va bene così: l'importante è che non saetti, e fulmini non ce n'erano. Quattro ore di escursione mi hanno rimesso al mondo. Tutti si preoccupano perché vado da solo, ma nessuno sa dirmi quando lu lope abbia aggredito qualcuno: anzi, tutti mi dicono che nei rari casi in cui lo hanno visto, ha fatto come con me, se n'è andato. Purché non vada dove ho paura del vuoto, non riesco ad avere paura della solitudine, anche perché non sono tanto solo quanto vorrei: i miasmi della cloaca arrivano fin qui. In fondo, c'è continuità. Ricordo quando, da sinistra, mi infervoravo contro gli intellettuali "de sinistra" per i quali le scopate di Berlusconi erano un problema macroeconomico. Non molto è cambiato, se non in peggio. I feed degli intellettuali di sinistra sembrano oggi le chat delle mammette delle medie: tutte Zadanah e bambeenee! Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di insegnarvi a unire i bambeenee come qualcun altro vi ha insegnato a unire i puntini - anche perché il risultato sarebbe largamente il medesimo - ma chi si azzarda? Ricordate che cosa diceva Flaiano? "Chi per la Matria muor vissuto è assai". E l'interesse nazionale di una Matria ovviamente si declina nel sacro nome dei bambeenee - e quindi nel sacro orrore di Zadanah - lasciando da parte quisquilie come il conflitto distributivo e pinzillacchere come l'organizzazione dei rapporti sociali di produzione o del circuito del risparmio, rilevanti invece per una Patria, che forse, sostengono le malelingue - e Flaiano era fra esse - gli italiani non hanno mai voluto avere. Poi uno si chiede come siamo entrati nell'euro, come ci siamo inflitti il bail-in, e come stiamo per infliggerci l'unione dei nostri risparmi con i loro  - cioè dei crucchi - investimenti! Mica vorrai preoccuparti di questo quando la politica sta vivendo una crisi spirituale, per colpa di Zadanah, e quando i bambeenee, o meglio un loro sottoinsieme - perché naturalmente, nel meraviglioso mondo della sinistra, ogni figurante si dedica alla psicostasia, essendo ormai la psicoanalisi deprecata da Lascienza - sono in pericolo: se c'è di mezzo Zadanah, Freud deve decisamente cedere il passo agli arcangeli e alle loro stadere. Che volete che vi dica? Quanto degrado e quanto pattume! Per chi, come me, conosce le sordide vicende umane di alcuni di questi secredenti intellettuali, o almeno ricorda il loro percorso che in selezionati casi tutti avreste l'opportunità di ricordare - immondezza grillina - questo non è altro che una triste conferma. Qui, con serenità, continuiamo il nostro umile lavoro di cronisti e analisti. Passerà anche questa nottata...)

Riprendo un grafico dal post precedente:


per porre una domanda pertinente: come mai in questa fase (quella dell'avvento del fasheesmo, cioè del Governo Meloni), la variazione delle scorte ha giocato un ruolo così pesantemente negativo, in dissonanza con gli altri quattro episodi di ripresa sperimentati dall'inizio del secolo (e ovviamente fatta astrazione del rimbalzo post-COVID)?

Provo ad abbozzare una risposta partendo dal dato contabile, che vale la pena di riassumere, anche perché la casistica è piuttosto articolata. Per non perdersi, bisogna ricordare che la contabilità nazionale registra la variazione delle scorte, e che il contributo alla crescita (cioè alla variazione del Pil) deriva quindi dalla variazione di una variazione. Il contributo della variazione delle scorte sarà quindi:

  1. positivo:
    1. quando aumenta la variazione positiva delle scorte, cioè quando le scorte si accumulano a un ritmo più rapido che nel periodo precedente, cioè quando aumenta lo scarto fra produzione e vendite finali, il che può indicare:
      1. aspettative di domanda positive (accumulo di scorte volontario);
      2. debolezza della domanda corrente (accumulo di scorte involontario).
    2. quando diminuisce in valore assoluto la variazione negativa delle scorte, cioè quando le scorte si smaltiscono a un ritmo meno rapido che nel periodo precedente.
  2. negativo:
    1. quando diminuisce la variazione positiva delle scorte, cioè quando le scorte si accumulano a un ritmo meno rapido che nel periodo precedente, cioè quando diminuisce lo scarto fra produzione e vendite finali, il che può indicare:
      1. aspettative di domanda negative (diminuzione delle scorte volontaria);
      2. domanda corrente forte (diminuzione delle scorte involontaria)
    2. quando aumenta in valore assoluto la variazione negativa delle scorte, cioè quando le scorte si smaltiscono a un ritmo più rapido che nel periodo precedente.

Compilato questo succinto breviario (se vi gira la testa è normale), vediamo i numeri:


Per motivi di salute non posso tirare notte (non saprei dirvi perché, ma ho bisogno di dormire come i bambeenee...). Mi limito a osservare un paio di casi, il primo e l'ultimo.

Il primo trimestre del 2023, cioè quello tutto a sinistra del grafico, sembrerebbe ricadere nel caso 2.1.2: diminuzione delle scorte involontaria dovuta a un forte "tiro" della domanda interna (in questo caso, della componente investimenti). L'ultimo trimestre del 2025, cioè quello tutto a destra nel grafico, sembrerebbe invece ricadere nel caso 1.1.2: aumento delle scorte involontario a causa di un crollo delle domanda (in questo caso, quella estera). In realtà, per discriminare fra queste fattispecie bisognerebbe andarsi a vedere i dati di base (e magari faremo anche questo), ma intanto una prima conclusione possiamo trarla: il motivo per cui nel post precedente risulta un contributo negativo piuttosto rilevante della componente "variazione delle scorte" nel periodo 2023-Q1 - 2025-Q4 è perché in sei dei dodici  trimestri di questo periodo questa componente è negativa, e in almeno due nettamente superiore (in valore assoluto) all'1%, dato decisamente rilevante considerando che si riferisce ai flussi trimestrali.

E così abbiamo imparato che oltre al vincolo esterno c'è un altro vincolo che incide sulla crescita, ed è quello del magazzino (via l'effetto 2.1.2): in effetti, i due episodi di contributo negativo delle scorte più rilevanti corrispondono a contributi positivi fuori scala rispettivamente degli investimenti (2023-Q1) e della domanda estera netta (2023-Q3).

Io ci dormo sopra, e vi suggerisco di fare altrettanto.

mercoledì 4 marzo 2026

Sbatti la crescita in prima pagina...

Sono capitato sulla home page dell'Istat, sulla cui evoluzione ci eravamo soffermati in un post precedente, e ho trovato questo grafico:


in cui ho notato immediatamente un dettaglio, questo:

cioè che ci sono voluti sedici anni, ovvero 64 trimestri, per superare (di poco) l'ultimo massimo storico del Pil trimestrale, pari a 483,3 miliardi di euro ai prezzi del 2020, conseguito nell'inverno del 2008. Questo è successo due inverni fa, nell'inverno del 2024, quando il Pil trimestrale ha raggiunto i 483,4 miliardi. Lo stesso risultato lo si ottiene considerando i dati annuali, ma in questo caso l'ultimo massimo era stato pari a 1913,6 miliardi nel 2007, superato nel 2007+16 = 2023 con un risultato pari a 1924,5. Il motivo per cui se si considerano i dati annuali il massimo si sposta al 2017 è che nel 2008, dopo il picco raggiunto in inverno, il Pil precipitò, tirando giù il risultato annuale. La colpa, com'è noto, fu della crisi Lehman che scoppio versò la fine dell'estate. I due massimi trimestrali riportati in tabella li vedete qui:


Questo grafico mi ha fatto venire un'altra curiosità, che compartisco seco voi. Come vedete, il grafico trimestrale evidenzia, dall'inizio del secolo, quattro episodi di crescita mediamente sostenuta, che vi evidenzio partendo dal minimo locale iniziale fino al massimo locale raggiunto: 2003-Q3 - 2006-Q4; 2009-Q2 - 2011-Q1; 2014-Q4 - 2019-Q2; e infine 2022-Q4 - 2025-Q4, episodi quindi rispettivamente di 14, 8, 19 e 13 trimestri (ovviamente escludo il rimbalzo post-COVID, che è di per sé un'anomalia, e escludo, come vi ho detto, gli episodi di crescita che iniziano prima del secolo).

Gli episodi sono evidenziati in questo grafico:


e si vede immediatamente come siano caratterizzati da tassi di crescita media alquanto differenziati:


con le cose che vanno decisamente peggio nell'ultimo periodo (che è, ahimè, il nostro!), in cui il tasso di crescita trimestrale medio è un po' meno della metà di quelli cui eravamo abituati prima dell'austerità, e circa due terzi di quelli della lenta ripresa post-Letta.

Mi è venuta quindi la curiosità di verificare se ci sia stato un cambiamento strutturale percepibile nel contributo alla crescita delle diverse componenti di domanda in questi quattro periodi:


e in effetti c'è. Non entro in tutta la ricchezza di informazioni di questo grafico e mi limito a osservare l'ultimo periodo. I numeri dicono che, nonostante che in questo periodo le esportazioni tirino molto, a causa della competitività che la macelleria sociale piddina ci ha fatto recuperare sulla vostra pelle, il contributo della domanda estera netta fra il 2022 e il 2025 è stato negativo per un importo inusitato (quasi lo 0,1% su base trimestrale), come lo è stato quello del ciclo delle scorte (per un importo analogo), per cui lo scarso 0,2% di crescita media trimestrale in realtà è determinato dalla somma algebrica di un +0,2% di consumi, un +0,2% di investimenti (in entrambi i casi i valori più alti del periodo considerato) cui vanno sottratti circa uno 0,1% di variazione delle scorte e uno 0,1% di domande estera netta (in entrambi i casi i valori più bassi del campione considerato).

Non c'è molto di più di quello che vi ho detto in altre sedi, anche se è spiegato meglio: avere fatto più del 2% di crescita cumulata in un contesto locale recessivo (e quindi con un contributo della domanda estera netta negativo) è una performance non disprezzabile. Diciamo che se la Germania non fosse in recessione e la Francia non arrancasse dallo zero virgola potremmo sperare di raggiungere lo uno virgola. In ogni caso, questo argomento va preso per quello che vale: certo, siamo bravi a resistere alle condizioni avverse, ma non possiamo sperare che gli altri salvino noi salvando se stessi, perché dubito che siano in grado di salvare se stessi senza tirare giù noi (ad esempio, in un conflitto mondiale), e quindi dovremmo ragionare su come salvarci da soli.

Resta da interpretare il ciclo delle scorte, ma ne parliamo domani: ora devo dormire, che domani la giornata inizia presto.

domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



lunedì 26 gennaio 2026

Il mio primo secolo

(...qualche giorno fa il duro mestiere di ecclesiarca mi ha condotto in un paese dell'entroterra, dove ho reso l'ultimo saluto al padre ultracentenario di una di voi. Qui abbiamo sempre condiviso tutto, anche i momenti più dolorosi. Il fatto di non esistere conferisce a questo blog una riservatezza che oblitera in radice qualsiasi sospetto di sconveniente ostentazione - quella tipica dei "coccodrilli" giornalistici che tanto infastidiscono il nostro Daniele! Quando a spegnersi è una vita così lunga, da un lato ci si consola pensando che, in fondo, quella che termina è stata una vita pienamente vissuta, ma dall'altro ci si sbigottisce pensando che, per lo stesso motivo, la memoria che si disperde è tanto più profonda e preziosa. Comunque, fedeli al manifesto della Goofynomics, vediamo il bicchiere mezzo pieno: l'Abruzzo è discretamente pieno di centenari, anche se non ha il primato dell'incidenza sul totale della popolazione:

e questo, quando hai 63 anni, ti dà una netta indicazione. Sono rimasto sorpreso, peraltro, di vedere al quinto posto la Toscana - anche se la mia bisnonna morì a 99 anni. Forse trapiantando l'erba cattiva della Toscana in una terreno buono come quello dell'Abruzzo si può pensare di battere il primato del Molise, perché io come andrà a finire questa storia voglio vederlo... ed era proprio di questo che desideravo parlarvi!...)

A Roccaraso ho esposto i dati che qui conoscete da tempo, quelli che al #goofy12 avevano impressionato alcuni manager, motivandomi a scrivere questo post. Come vi ho detto nel post precedente, non solo voi, non solo i manager pubblici, ma anche qualche amministratore della Lega ha capito la gravità della situazione. Perché il fatto è che quando diciamo che "nel 2023 il Pil italiano è tornato ai livelli del 2007" non stiamo dicendo che siamo usciti dalla depressione! Stiamo dicendo che abbiamo perso sedici anni di crescita, e quindi che saremo usciti dalla depressione quando avremo recuperato la posizione che avremmo avuto se non avessimo perso sedici anni di crescita!

Certo, quale sia questa posizione nessuno lo sa con esattezza: si tratta per definizione di un controfattuale che può essere stimato in vari modi, ed è soggetto a incertezza. A mero titolo di divertissement possiamo usare come modello per la stima di questo controfattuale la tendenza deterministica, cioè, per capirci, la linea retta che meglio approssima i dati nel periodo antecedente alla crisi (cioè nel periodo 1950-2007), e poi estenderla nel futuro relativo (dal 2007 in poi), come vi ho fatto vedere plurime volte:


Faccio qui due o tre rapide considerazioni (su cui lavorerò con calma, e che potete naturalmente saltare).

Primo, so bene che la tendenza deterministica, per quanto interpoli bene i dati, in linea di principio non è il modello di serie storica più appropriato per rappresentare il Pil reale. Lo sappiamo almeno dal 1982, cioè dal two Charlies paper (9049 citazioni su Scholar, a mia scienza il paper di economia più citato del dopoguerra). Quale fosse il modello più appropriato ho cominciato a spiegarvelo qui, ma non è questo il momento di riaddentrarci in quei dettagli.

Secondo, anche se la tendenza deterministica non è un modello adeguato, sarebbe comunque buona norma nell'estrapolarla calcolarne la variabilità statistica. Potremmo scoprire, magari, che la forchetta di possibili valori del Pil previsti per il 2026 con le informazioni disponibili fino al 2007 è così ampia da contenere anche il valore cui siamo effettivamente giunti. 

Prometto che mi riapproprierò della mia licenza EViews per farvi vedere anche qualche stima fatta col modello giusto, e in ogni caso con gli appropriati indicatori di dispersione (intervalli di confidenza della proiezione), ma per ora tralascerei queste (opportune) raffinatezze, limitandomi a osservare che fino a qui quello che sappiamo è che con 603 miliardi potremmo riagganciarci al treno della crescita da cui ci siamo sganciati con lo shock del 2008. Va da sé che questa è un'ipotesi impossibile (soprattutto con un ministro austeritario come Giorgiettiiiihh!11!1!), quindi possiamo mettere la cosa in un altro modo: quale dovrebbe essere il tasso di crescita dell'economia da qui in avanti perché io possa festeggiare (a Pizzoferrato) il giorno del mio centesimo compleanno, nel vicino 2062, vedendo il Pil riagganciare il treno della sua crescita tendenziale storica?

La risposta è in questo grafico:

ed è...

























(...al primo che indovina facciamo uno sconto del 50% al prossimo #goofy, dove sarà presente uno che se ne intende...)

venerdì 19 dicembre 2025

Il ritorno del terzo Reichlin

 


Ieri “La voce del Colle” accordava inusitato risalto a un articolo relativamente tecnico di un collega relativamente scialbo:


la cui produzione è dwarfed da quella della più prolifica sorella

con cui però condivide, nonostante la discreta divaricazione degli indicatori bibliometrici, un tratto distintivo (che, come poi argomenterò, non credo gli discenda per linea paterna): quello di parlare di Germania senza capirne un accidenti.

L’idea lanciata attorno al 2012 dall’affascinante (non solo bibliometricamente) Lucrezia, secondo cui la Germania sarebbe stata in surplus con la Cina, l’avevamo commentata illo tempore qui, e nonostante nel frattempo fosse diventata uno dei tanti mantra degli espertoni, il tempo, sì come far suole, ci ha dato ragione sbriciolandola, tant’è che due giorni dopo la pubblicazione di questo nostro post perfino il Wall Street Journal ha preso atto:

e, come recita il brocardo, “Wall Street locuta, causa finita”. Il crollo verticale delle esportazioni lorde tedesche negli ultimi anni non implica in alcun modo che le importazioni nette siano mai state positive, perché sono sempre state negative, come vi avevo prefigurato nel 2012 (“Si intende di Cina, Mr. Bagnai?” “No, mi intendo un po’ di donne…” - semicit.).

Il fratello minore (soprattutto scientificamente) non è che se la cavi molto meglio! Guardate un po’ come esordisce:

Non c’è male, eh!? Qui mancano proprio le basi, non solo della geografia (l’Europa non è un continente), ma anche della statistica economica. Scusate, vi chiedo di dispensarmi, in nome della schiettezza e della franchezza che deve contraddistinguere un genuino e proficuo scambio di idee, dall’obbligo di avvalermi del dizionario da me scritto in tempi migliori, e di pormi con semplicità una domanda: ma ancora con questa stronzata della Germania locomotiva? Ma te li vuoi guardare i cazzo di dati, gentile collega?

Ora, la cosa più sconcertante nella simpatica coppia di cheerleader del Reich(lin) millenario non è il rifiuto del dato di realtà! Evidentemente non occorre che il Reich ti scorra nel sangue: basta che ti scorra nel cognome perché tu sia pervaso da quel fremito idealistico che è a un niente dalla Verleugnung, anticamera della Selbstvernichtung.

Ma il problema non è questo, così deliziosamente freudiano.

Il problema di questi esperti, cui i nostri nemici di classe accordano un incomprensibile diritto di tribuna, non è che siano allucinati (senza bisogno di Pervitin): è che sono scarsi!

Ne volete una prova?

À vous:

Vi rendete conto? Ma come si fa a definire “buoni” i frutti delle riforme Hartz, cioè dell’aggressiva politica di deflazione salariale beggar-thy-neighbour con cui la Germania ha tagliato il ramo su cui era seduta, cioè i redditi, e quindi il potere d’acquisto, del mercato unico europeo (date le inevitabili mosse conseguenti degli altri partecipanti, di cui parlammo nel 2011, e per ultimo qui)?

Buoni per chi? Per noi è sufficientemente ovvio che non lo siano mai stati, questi frutti, ma anche ritenerli buoni per la Germania era da sprovveduti, come i fatti hanno dimostrato, e se è concesso a tutti di essere scarsi ex ante, è più difficile concedere a qualcuno di essere negazionista ex post, soprattutto dopo che 🍇 ha spiegato come funziona! Quella del taglio reciproco dei salari è stata (ed è) una strategia suicida, come è oggi scientificamente suicida negazionare che lo sia stata!

Quando sostituiremo il qualunquismo grillino sulla qualità della nostra classe politica con un ragionamento serio sulla qualità delle nostre élite? Al #goofy14 abbiamo visto che hanno ottimi e abbondanti motivi per essere così scarse o distratte.

Il problema è lì, e la soluzione…

venerdì 28 novembre 2025

Monti ha salvato il Paese!

Questo a voi è noto, almeno spero, come è noto che solo un negazionista quale Dragoni può tentare di controbattere un simile dato di fatto. Lo ho ripetuto al #goofy14, come qualcuno di voi avrà visto:

e lo ribadirò oggi alle 18 nella sala consiliare della Provincia di Chieti, confrontando il successo di Monti fra 2011 e 2013 con il disastro fatto dai fasheesti fra 2022 e 2024:


perché il problema, oggi come ieri, è il fasheesmo, e la violenza fatta alla donna dall'uomo bianco patriarcale.

Poi ci sono i dati, che in economia, come in tanti altri campi (direi tutti) raccontano una storia diversa, indicano altre criticità e altre priorità, e soprattutto che hanno, i nostri amici dati, la testa dura, come diceva il camerata Lenin.

Se passerete, ci divertiremo...

giovedì 27 novembre 2025

Qualche appunto sulla crescita

Domani escono i dati del Pil nel terzo trimestre (per ora abbiamo solo il provvisorio) e capiremo un po' meglio che aria tira. Intanto, vi fornisco qualche dato utile per inquadrare la situazione. Il Pil trimestrale nelle tre principali economie europee, fatto 100 l'ultimo trimestre del 2022 (quello in cui è arrivato il fasheesmo, per capirci) finora si è mosso così:


dove l'ultimo dato italiano è provvisorio (domani avremo il definitivo; la fonte di questi dati è Eurostat).

Diciamo bene ma non benissimo, nel senso che ovviamente sarebbe stato meglio crescere quanto la Francia.

Su cosa sostenga la crescita della Francia penso di poter fare un paio di educated guess. Senz'altro gioca un ruolo la spesa pubblica corrente, ma anche questo dato di fatto:


Il minor aumento del Pil in Italia è indubbiamente legato alla maggiore esposizione del nostro Paese verso la Germania, con un rapporto fra interscambio commerciale e Pil inferiore di oltre un punto.

Quindi il Pil tedesco è diminuito, mentre quello italiano è aumentato. Macabro dettaglio, i consumi delle famiglie sono però aumentati ovunque, anche in Germania dove i redditi diminuivano:


il che, così, a lume di naso, mi farebbe pensare che in Germania sia aumentato il debito delle famiglie (ma bisognerebbe approfondire l'analisi, ad esempio considerando il reddito disponibile delle famiglie ecc.).

Ci stiamo deindustrializzando?

Questo è l'indice della produzione industriale nel settore manifatturiero, base 2020 = 100, per Italia e Germania:

e non è difficilissimo vedere che in Germania la produzione è tendenzialmente cresciuta nell'ultimo trentennio, mentre in Italia scesa (il fatto che gli indici verso la fine coincidano ovviamente non significa nulla se non che la base degli indici è convenzionalmente posta al 2020: quello che va guardato di un indice è la dinamica.

Si vede anche abbastanza bene quand'è che le cose cominciano ad andare storte, e in effetti anche in questo caso il fasheesmo c'entra poco. Se ci soffermiamo sul periodo dal 2017 a oggi le cose vanno così:


e si vede bene dov'è il problema: dopo lo shock del COVID l'Italia è rimbalzata, la Germania no. Se restringiamo lo zoom vediamo una roba simile:


La discesa dell'indice della produzione industriale italiana comincia al tempo di LVI e tutto sommato il fasheesmo (insomma: noi) riesce a frenarla più che ad accelerarla.

Vero è che in Italia il peso del manifatturiero sul valore aggiunto totale si è andato riducendo a partire dagli anni '90:

A metà anni '90 il manifatturiero pesava per il 20% dell'economia sia in Germania che in Italia, ora pesa ancora per il 20% in Germania e in Italia per il 16%, un calo di quattro punti. Al #goofy12 l'amico Münchau ci ha insegnato a leggere questo dato non solo, o non necessariamente, come una funesta deindustrializzazione dell'Italia, ma forse come una altrettanto funesta strozzatura dell'offerta di servizi all'economia tedesca: non sarebbe cioè tanto il nostro manifatturiero a essere sottodimensionato, quanto il loro settore dei servizi ad esserlo (ricorderete l'aneddoto del figlio che chiede al padre: "Babbo, perché il telefonino non funziona?"):

Inutile dire che, come sempre, la verità è probabile che sia nel mezzo, ma sicuramente, qualsiasi cosa sia, non è difficile vedere quando è successa, e anche qui il fasheesmo c'entra poco (come c'entra poco con la crisi dei salari, come c'entra poco col fiscal drag, insomma: come c'entra poco con tutto, o come non c'entravano niente con la crisi da debito estero del 2011 le abitudini sessuali di Berlusconi - cosa che vi dicevo da sinistra e vi ripeto senza problemi da destra!). Basta vedere come si muove lo scarto fra le quote del manifatturiero in Italia e Germania:


Questo scarto si divarica in modo pressoché lineare fra il 1996 e il 2011, poi si ferma lì (e eventualmente dal 2022 a oggi si sta lievemente richiudendo, ma è presto per dire se si tratta di un cambiamento strutturale).

Voi direte: ma come fa il Pil italiano a crescere se la produzione industriale diminuisce? Perché nel Pil ci sono anche agricoltura e servizi, e poi perché l'indice della produzione industriale è un indicatore congiunturale basato sulla quantità fisica di prodotto, che è un concetto di misurazione relativamente facile a intervalli mensili, ma non è economicamente raffinato come il valore aggiunto, che misura il prodotto netto sottraendo al volume della produzione quello degli input intermedi (e quindi risente di elementi quali la struttura del processo produttivo e i costi degli input produttivi). Ovviamente nel lungo periodo le due misure sono correlate, e infatti se prendete le serie del valore aggiunto nel manifatturieri espresso come indice ritrovate un profilo simile a quello dell'indice della produzione industriale:


Simile, ma non identico, come si vede confrontando le due serie separatamente nei due Paesi, cioè in Italia:

e in Germania:


da cui vedete un paio di cose: che lo scollamento fra le due serie è maggiore in Germania che in Italia, e che a fine corsa, cioè con l'avvento del fasheesmo, la serie del valore aggiunto penalizza più la Germania che l'Italia. I motivi tecnici di queste differenze, se interessano, li trovate qui.

La sintesi estrema è che, pur non essendoci un gran che da stare allegri con l'andamento del nostro indice della produzione industriale, se invece di questo indice congiunturale guardiamo un indice più strutturale come il valore aggiunto la situazione è leggermente migliore da noi (per il semplice fatto che è leggermente peggiore in Germania ora che non può più fare dumping energetico col gas russo), e comunque rispetto a quanto accade in Germania, che, come sapete, non è la locomotiva ma la zavorra dell'Eurozona, quello che accade qui non dico che ci debba far stare tranquilli, ma sicuramente non giustifica gli alti lai disfattisti del PD, perché se non stiamo facendo molto meglio (e dentro un'unione monetaria è concettualmente difficile riuscirci), non stiamo nemmeno facendo peggio.