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domenica 14 gennaio 2024

Voi non siete cattivi...

 ...ne sono certo (almeno per quanto concerne quelli di voi che conosco, o conoscevo). Sono assolutamente certo che certe cose non le fate con animus nocendi: anzi! Se vi comportate in un certo modo è, in tutta evidenza, perché pervasi dal sacro fuoco del fare qualcosa, del servire la causa, perché posseduti, inebriati dall'entusiasmo di avere compreso, e conseguentemente (?) di detenere la chiave di lettura che può aiutare gli altri a leggere il mondo nel modo giusto (?).

Questa chiave ha un nome che inizia per "v" e finisce per "erità".

Ora, è vero che più di una volta mi è capitato di farvi notare che la verità non è una categoria politica (ad esempio qui, parlandovi del Partito Unico della Verità), così come non lo è l'onestà (cha cha cha), tema quest'ultimo che affrontammo a suo tempo (nel 2012). Quindi in teoria se molti di voi (quasi tutti) pensano di poter affrontare un ragionamento politico brandendo come una clava la Verità (che poi, in generale, sarebbe quello che pensano di aver capito leggendo me e qualcun altro), non dovrebbe essere colpa mia: io, che non funziona così, ve l'ho detto! Tuttavia, siccome in pratica è probabile che qualcuna delle mie considerazioni sfugga (ad esempio, qualcuno di voi potrebbe essersi perso il post sul Partito Unico della Verità), e d'altra parte è certo che fra guardare (come una mucca guarda un cartello stradale) e leggere una differenza c'è (e voi non sempre siete dalla parte giusta di questo spartiacque), poi capita che succedano incidenti, la cui conclusione, invariabilmente, è di far passare quello che da tredici anni sta cercando di aiutarvi a ragionare in modo critico (io, non so se ci avete fatto caso...) per uno che vi irretisce con teorie astruse, e voi, che, in fondo, non siete cattivi, per dei decerebrati adepti di una setta!

Potremmo per cortesia evitarlo?

Non che mi interessi quello che voi o altri pensino di me: non vorrei stucchevolmente tornare sul mio programmatico rifiuto del consenso, che comunque resta l'unica genuina garanzia per chi questo consenso decide di darmelo! Ma siccome voi non siete cattivi, mi dispiace che altri pensino male di voi. Per evitarlo, dovreste forse unire alcuni puntini che ho cercato di fornirvi nel corso del nostro comune cammino. Proviamo a farlo, o rifarlo, partendo da un esempio, questo:


Il tizio della Biblioteca d'Alessandria non so chi sia, anche se, secondo me, non lavora male, e a me piace seguirlo in alcuni dei suoi racconti (molto interessante, ad esempio, la serie sull'esperienza coloniale italiana). L'altro immagino che sia l'idolo di molti di voi (ne ho piena contezza solo nel caso di alcune amanti tradite!), non ho mai ascoltato un suo video, e mi sembra un perfetto interprete di quella che potremmo chiamare "la banalità del sensazionale". Non è però su questa valutazione comparativa che vorrei soffermarmi, o per lo meno non ora. Le considerazioni che ho fatto non implicano che mi sembrino più plausibili le versioni dell'uno o dell'altro: sarebbe veramente idiota addentrarsi in questo ragionamento in un post che parte dal presupposto che alla fine la "Verità" (o forse dovremo chiamarla veritah) non sia una categoria politica! Alla fine, quello che vale per Report vale anche per Luogo comune (che intuisco essere il sito di Mazzucco).

Ciò su cui vorrei invece attirare la vostra attenzione sono i primissimi minuti del video del bibliotecario d'Alessandria, quelli in cui cataloga i commenti ricevuti sotto un suo altro video riguardante (a quanto capisco) l'Ucraina (e che mi interessa il giusto perché su questo, come su altri temi, la mia opinione me l'ero fatta una decina di anni fa e resta quella). Il povero bibliotecario, che sembra una persona civile, bersagliato da commenti di questo tenore: "Guarda questo video e troverai la verità!" giunge a una conclusione: "Io quel video non l'ho mai visto e non ho nessuna intenzione di vederlo, nessunissima intenzione di vederlo!"

So che sarete scandalizzati, ma secondo me la sua conclusione non è solo legittima (perché ognuno ha diritto di vedere quello che gli pare), non è solo naturale (perché chiunque venga aggredito istintivamente si difende), ma è anche, in un senso più profondo, giusta.

Strano come la parola che finisce per "erità" vista dall'altro lato finisca per "affanculo"...

E voi mi direte: "Sì, va bene (forse...), ma perché senti il bisogno di dircelo?"

Perché molti, troppi di voi (a mio avviso sarebbe troppo anche uno) si comportano come i commentatori "assertivi" del povero bibliotecario, cioè si comportano, non scientemente e scientificamente (perché non siete cattivi!), ma oggettivamente, in modo da allontanare qualsiasi lettore indifferente, o anche lievemente prevenuto a favore o contro i nostri argomenti critici, dalla lettura dei contenuti che propugnate con tanta veemenza, in modo da suscitare in chi non vi si sia ancora imbattuto un viscerale disgusto per la vostra "veritah" (che poi sarei io).

Analogamente, molti, troppi di voi, intervengono su quelli che ritengono essere troll (e che magari lo sono, in base ai parametri oggettivi che conosciamo o dovremmo conoscere) agendo da troll, cioè insultando, insistendo, ecc.

Vi risparmio esempi per carità di patria (e anche perché non ho tempo di cercarne, ma se non vi date una raddrizzata sarò costretto a farlo), come pure vi risparmio esempi di best practice (direi che Claudio può valere come repertorio di riferimento).

Mi piace invece commentare un episodio di qualche giorno fa, perché è particolarmente indicativo del fatto che voi non siete cattivi. La cosa è iniziata così:


(dal basso verso l'alto).

Sintesi: il 9 e il 10 gennaio avete disperatamente cercato di fare una cosa che non vi avevo chiesto, quando non ve l'avevo chiesta (non avendovela chiesta mai), e in un modo che vi avrei sconsigliato perché palesemente controproducente: mandare #goofynomics in tendenza.

Quello che avevo chiesto io era una cosa diversa: usare l'hashtag #goofynomics se si postava un contenuto di Goofynomics. Questa cosa un senso poteva averlo: ad esempio quello di aiutare chi fosse incuriosito dal contenuto di un post o di un tweet a trovarne di analoghi e magari ad atterrare qui. Ma mandare #goofynomics in tendenza per il gusto di farlo era controproducente sotto almeno un paio di profili, piuttosto evidenti (duole rimarcare l'ovvio). Uno è evidenziato già dallo scambio qua sopra, ma per maggior chiarezza vi fornisco un altro esempio:


Secondo voi, uno che non sa che cosa sia #goofynomics, quale interesse può provare ad approfondirlo se si trova a contatto con una simile bolla di sciroccati autoreferenziali!? Io scapperei a gambe levate, e considerate che Goofynomics c'est moi! Aggiungo una cosa più tecnica, ma se vogliamo ancora più ovvia: l'algoritmo, come è ovvio (mi ripeto) penalizza lo spam. Come si fa a essere così... così "non cattivi" da pensare che un algoritmo si faccia forzare dallo spam!? Se per andare in tendenza bastasse ripetere un hashtag sessanta volte in un tweet tutti potrebbero andare in tendenza! Ma ovviamente (insisto, perché è ovvio, com'è ovvio che non siete cattivi) l'algoritmo penalizza lo spam, da cui questo saggio consiglio:


che, permettetemi di sottolinearlo, fa un po' specie dover dare a persone che come voi sui social ci vivono!

La risposta alla domanda "perché #goofynomics non è in tendenza" era quindi molto semplice: perché voi spammando questo tag lo stavate mandando in blacklist:


Quindi, non per cattiveria (perché voi non siete cattivi), stavate conseguendo un fine che era l'opposto delle vostre intenzioni, e soprattutto delle mie (che infatti non vi avevo chiesto niente, e se vi avessi chiesto qualcosa non vi avrei chiesto questo): penalizzare l'hashtag che vi avevo chiesto di utilizzare in modo corretto (e non di provare a mandare in tendenza a genitale esterno di carnivoro).

Eggnente, voi non avete capito dove siete: eppure ho cercato di farvelo capire in ogni modo! Siete a casa di uno che non tifa per Faust.

Quelli di voi più familiari con le lingue sanno che a Roma, quando si dice di uno che non è cattivo, è perché si vuole dire che è un "cojone" (l'ortografia corretta è questa). Se ho dedicato una serata che avrei dovuto dedicare ad altro a reiterarvi la mia profonda convinzione che voi non siate cattivi, è per enfatizzare il mio sofferto e partecipato auspicio che diventiate, o almeno sembriate, meno "cojoni", perché questo non fa bene né a voi, né a me, né al supremo interesse del Dibattito.

Se poi voleste anche diventare cattivi, lo apprezzerei. In qualsiasi opera drammatica il cattivo magari perde, ma è senz'altro più affascinante e piacevole da frequentare del "cojone". E siccome, nonostante siano già passati tredici anni, siamo solo all'inizio del nostro percorso, capirete che preferirei proseguirlo senza annoiarmi...

Ma soprattutto, insisto su questo concetto, vi chiedo un minimo di coerenza con la retorica bellicista che tutti vi penetra e vi permea, la retorica dello scontro decisivo, la retorica del nemico, la retorica dell'eterna lotta del Bene (voi?) contro il Male. Prendiamo come convenient working hypothesis che si sia effettivamente in guerra e che voi siate qualcosa di simile a dei soldati. Bene. Allora io sono il vostro sergente Foley, dal che discende che dovete fare quello che dico io, quando lo dico io e come lo dico io, che è un po' il contrario di quello che avete fatto: fare una cosa che non vi avevo detto di fare, quando non vi avevo detto di farla, e come non vi avevo detto di farla!

Lo dico nel vostro interesse, non nel mio! I social sono un gioco, la vita è altrove. Ma a voi piace vincere. Secondo voi #borghidimettiti e #bagnaiarrogante sono andati in tendenza per caso? 

Secondo me no.

E allora limitatevi a fare quello che vi chiedo, o a ignorarmi. Preferisco perdere da solo che vincere in compagnia, ma se c'è una cosa che mi dà al cazzo è perdere in compagnia per colpa degli altri!

Soprattutto quando non sono cattivi...

giovedì 6 luglio 2023

Si stava meglio quando si stava meglio

(...qualche giorno fa, affacciandomi all'orlo del cesso azzurro, ho visto qualcuno, non so dirvi se il pubblicista Cadonetti, il giurista Maltagliati, o l'economista Mascone, affermare che stava emergendo una compressione delle libertà di espressione del pensiero legata alla gestione della pandemia. Mi è venuto un po' da ridere. L'annaspare di cotanti epigoni ha un che di comico, in effetti. Ora però vorrei fare con voi una riflessione seria...)

Il presupposto di una serie di attentati alla nostra libertà di espressione, esemplificati dal lavoro della Commissione amore su cui qui ci siamo ampiamente diffusi, è l'idea affermata in modo apodittico che rispetto ad alcuni decenni fa oggi si viva in una società più violenta ma (o meglio: anche perché) più libera rispetto a quella degli anni di piombo, dove ci sarebbe stata meno violenza e meno libertà.

Da questa diagnosi consegue naturaliter una terapia, quella consegnata, con alate e allusive parole, anche al rapporto finale del succitato pregiato organo parlamentare: ridurre oggi la libertà, per ridurre oggi la violenza.

A me sembra, invece, che negli anni '70 ci fosse indubbiamente più violenza (un esempio ex multis che mi colpì, che ci colpì tutti), ma anche tanta più libertà, non fosse altro perché eravamo svincolati da quelle piattaforme che ci sono state vendute come strumento di espressione e diffusione del pensiero, ma ogni giorno di più si qualificano anche come strumenti di controllo e repressione del dissenso.

Forse potrebbe essere utile conferire a queste mie, e forse anche vostre, impressioni una qualche oggettività. Magari la mia è semplicemente nostalgia di un periodo in cui ero più magro, avevo più capelli, e non capivo un cazzo, come mi facevano affettuosamente notare i vecchietti del Dopolavoro Ferroviario. Oppure, chissà, qualche elemento misurabile esiste, e magari qualcuno se ne è occupato: non solo la corte dei miracoli woke che sfilò in Senato nella scorsa legislatura.

Ma farsi illusioni è ridicolo, non è all'altezza delle nostre riflessioni: la Storia la scrivono i vincitori, quindi, più che impegnarci a studiare, e accumulare evidenze che gli operatori informativi coprirebbero di una cappa plumbea di indifferenza o liquiderebbero con un sorrisetto sprezzante, converrà impegnarci a vincere. Non che le due cose si escludano a vicenda: ma la prima non è una condizione sufficiente per la seconda. Potrebbe comunque essere un tema per il #goofy12...

(...basterebbe ascoltare l'indegna gazzarra che l'opposizione sta facendo sulla Commissione d'inchiesta COVID per avere un esempio di cosa intendo...)

lunedì 6 febbraio 2023

Verità e propaganda

(...riprendo un commento qui perché non so se avrei spazio per una risposta articolata nello spazio che la piattaforma mi lascia... e che non ricordo quanto sia!...)


Stefano ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Propaganda artificiale, ovvero: cronaca di una morte desiderata":

Per argomentare quanto ho affermato su Twitter:

credo che nel test effettuato non siano stati presi in considerazione alcuni aspetti fondamentali.

1- ChatGPT non è assolutamente "neutrale". GPT3, ovvero la serie di modelli da cui è composta (tra poco arriveremo al 4), è nata per comprendere e generare un linguaggio naturale ed è stata addestrata su “Internet Archive Books” una sorta di biblioteca online (contiene libri, riviste, documenti digitalizzati). Il bias arriva ovviamente da questi contenuti e questo è un ulteriore esempio.

2- I dati di training si fermano a giugno 2021 (da qui il perché Giorgia non viene presentata come premier ad esempio).

3- Il prompt è fondamentale, la preparazione dello stesso ancor di più, spiegano come e perché proprio nella documentazione qui.

Qui ha secondo me centrato il punto: “Alla mia obiezione che però il tenore della domanda era troppo politico ("fai un elogio") e che forse si sarebbe potuto essere più neutri…”.

Questione cruciale, il tone of voice e l’addestramento in chat, permettono di ottenere riformulazioni delle risposte sulla base delle nuove informazioni ottenute (in chat) e di ciò che già fa parte dell’addestramento di cui parlavo sopra.

La stessa chat risponde in questo modo sul tema:

Sì, i modelli di intelligenza artificiale possono avere pregiudizi politici intrinseci se i dati su cui vengono addestrati contengono informazioni distorte o se le persone che creano il modello hanno i propri pregiudizi. Le informazioni e i dati inseriti nei modelli di intelligenza artificiale possono riflettere pregiudizi sociali e culturali, portando a risultati distorti nelle previsioni fatte dal modello di intelligenza artificiale. È fondamentale monitorare e affrontare questi pregiudizi durante lo sviluppo e l'implementazione dei sistemi di intelligenza artificiale per garantire che siano equi e imparziali.

Testandola è evidente come molte lacune siano presenti e come spesso tenda ad “inventare fatti” quando non conosce la risposta. Incalzandola infatti è la stessa AI che ammette di non conoscere la risposta corretta scusandosi dell’errore commesso. Potete provare voi stessi.

Dunque il problema è sicuramente relativo ai dati utilizzati per l'addestramento che ne determinano il bias (un po' come avviene con la maggior parte dei media nostrani no?), non riesco a giudicare lo strumento negativamente se non per questo specifico motivo. Detto questo, le mie conclusioni divergono per forza di cose dalle sue. Sarà una risorsa molto utile, ma il controllo umano è e probabilmente sarà, indispensabile. I nostri compiti evolveranno in funzione di questo.

Mi permetto di aggiungere che l’errore secondo me nasce in origine, la maggior parte delle persone che si confrontano con ChatGPT, danno per scontato che le risposte siano veritiere perché lo dice l’AI ed invece è l’esatto contrario. Autorevoli testate online si sono già scottate gravemente proprio a causa di questo.

Pubblicato da Stefano su Goofynomics il giorno 6 feb 2023, 00:18


Premesso che apprezzo molto il fatto di aver accolto l'invito a recarsi in un luogo di confronto più ampio e costruttivo, e di aver voluto contribuire con la propria esperienza all'avanzamento del dibattito, a me pare però che l'apporto di Stefano sconti una certa ignoranza (in senso tecnico, non offensivo) del lavoro fatto qui (e non è colpa sua: deriva semplicemente dal fatto che questo blog non esiste!), e in particolare di quale sia il mio background (e forse anche la mia età anagrafica, da cui deriva quella risorsa scarsa che è l'esperienza). Vedo anche una certa pre-supponenza ideologica di dove volessi andare a parare, con connessa sovrasemplificazione delle conclusioni cui si presuppone che io voglia condurre il lettore.

Ovviamente, se non le espongo in modo chiaro (perché con molti di voi, anche se non esistete, ci capiamo al volo), non posso chiedere a chi lecitamente non mi conosce e non ha seguito il percorso che attraverso gli anni ci ha portato fin qui di interpretare nel modo che a me sembra corretto quelle che penso siano le mie "posizioni". Mi espongo quindi al rischio di vedermi appiccicate addosso altre conclusioni sulla base di un "educated guess" ideologico: parlamentare (#aaaaabolidiga) della Lega (#Romaladrona, #garediruttisulpratonediPontida, ecc.) uguale ignoranza, luddismo, ecc.

Ci sta.

Prima di sforzarmi di chiarire, visto che penso che possa valerne la pena, spiego perché non mi sono sforzato prima: dato che questo blog non esiste, questa community non esiste, voi non esistete, e quindi sostanzialmente queste riflessioni sono fatte tra me e me, dato che io mi capisco quasi sempre al volo... non vedevo incentivi a essere troppo didascalico con me stesso!

Ora che invece un interlocutore c'è, ed è Stefano, preciso il mio pensiero.

L'intervento di Stefano è corretto, ma tutto quello che Stefano ci dice lo sapevo (non dico "lo sapevamo" perché voi non esistete) e l'ho anche scritto (se pure fra le righe), come mi accingo a dimostrare. Tuttavia, l'intervento di Stefano non è superfluo, tutt'altro: è, come spero di dimostrare a me stesso (visto che nessuno ci legge) molto stimolante e opportuno, ma lo è involontariamente: involontariamente Stefano ci mette in guardia contro i pericoli di uno strumento che deve essere inquadrato con le categorie corrette, che non sono quelle STEM, ma quelle polverose e demodé del vetusto liceo classico. Una volta chiariti questi due punti, vedremo come e dove allocare la superficialità all'interno di questa discussione.

Partirei dal rassicurare l'interlocutore sul fatto che so relativamente bene di cosa parliamo quando parliamo di intelligenza artificiale. Verso la fine degli anni '80 mi appassionava roba così, poi la mia nerditudine si è rivolta ad altri lidi, ma un minimo di inquadramento complessivo penso di averlo. In particolare, mi è ovviamente chiaro che l'intelligenza artificiale non è un C-3PO che ogni mattina si sveglia e sorseggiando una tazzina di olio lubrificante legge il giornale per informarsi! ChatGPT è questa roba qui, ed è quindi ovvio che la sua distorsione ideologica deriva dai materiali con cui è alimentato. Talmente ovvio che non l'ho detto, perché era inutile (ma chi sa leggere fra le righe lo ha capito dall'allusione alle informazioni "neutraly & verificate").

Meno ovvio per i più che, basandosi sul machine learning, ChatGPT (così come altri sistemi di AI) reagisca al contesto. Questo l'ho fatto capire, nel dubbio a qualcuno sfuggisse, e Stefano se n'è accorto e me lo ha riconosciuto. E anche qui, voglio dire, non è che l'apporto STEM sia determinante! Credo che ognuno di noi potesse rendersi conto, anche prima di questo spettacolare episodio, del fatto che perfino i banali motori di ricerca reagiscono al contesto (profilano e indirizzano gli utenti in base alla loro navigazione e alle loro richieste).

Figurati se non lo farà uno che finge di essere "neutrale & verificato"!

Entriamo nel vivo, e un po' anche nel teatro dell'assurdo (e su una china scivolosa), quando mi viene imputato da Stefano  un "errore", che a quanto capisco sarebbe quello di "giudicare negativamente" uno strumento che invece "sarà molto utile" anche se "il controllo umano sarà probabilmente indispensabile". Francamente, fa poi sorridere (con benevolenza) il fatto che Stefano senta il bisogno di spiegarci che "la maggior parte delle persone che si confrontano con ChatGPT, danno per scontato che le risposte siano veritiere perché lo dice l’AI ed invece è l’esatto contrario". Non ci avevamo pensato! Ma questo, lo ripeto, deriva dal fatto che noi non esistiamo e quindi Stefano non può vedere che lavoro è stato fatto qui nel tempo.

Ora, rileggendo col tempo che ho a disposizione quello che ho scritto, non trovo da nessuna parte espresso il concetto che lo strumento "sarà inutile". Trovo invece una domanda che Stefano non sembra disposto a porsi: a chi sarà utile?

La risposta a questa domanda per noi è ovvia nel metodo e nel merito: contano i rapporti di forza, e quindi un simile strumento sarà utile a chi controlla il flusso di dati che lo alimentano e a chi ne gestisce l'algoritmo. In questo momento, come il post "Disinformare sulla disinformazione" e la nostra esperienza in Commissione amore ha ampiamente chiarito, sotto il profilo del discorso politico questi strumenti sono pesantemente distorti a nostro svantaggio, ma, come ho sottolineato, questo non è di per sé un male: servirà a mandare al loro naturale destino (pascere le pecore) le tante lingue naturali che per mestiere sparlano di noi!

Probabilmente Stefano non sa che da tempo, e da sinistra, metto in guardia contro gli evidenti tentativi di controllo manu militari dei flussi informativi da parte di istituzioni politiche sovranazionali di dubbia accountability democratica. Vedo (non per battibeccare, ma per precisare) un minimo di superficialità nell'affermazione secondo cui "i modelli di intelligenza artificiale possono avere pregiudizi politici intrinseci se i dati su cui vengono addestrati contengono informazioni distorte o se le persone che creano il modello hanno i propri pregiudizi". Non è: "possono avere", ma è "hanno". Questo non solo perché nell'attuale configurazione dei rapporti di forza i "tribunali della verità" insediati ai vari livelli (parlamentare, governativo, sovranazionale) sono egemonizzati da nostri avversari politici (verosimilmente Stefano non ricorda la storia del "Gruppo di alto livello [sic] per il controllo della delle fake news e della disinformazione online", fra i cui esperti figuravano the opposite of journalism,  quello che non aveva diffuso una notizia verificata sulle conseguenze dell'austerità in Grecia, e un docente di quel noto covo di sovranisti che è la Bocconi)!

Se che cosa sia "neutrale & verificato" lo decidono loro (o la Commissione amore), che cosa può andare storto? Tutto, a partire dal rapporto finale del Gruppo di alto livello (altissimo, direi...): un insieme di banalitudini e pregiudizi smentiti dalla genuina ricerca scientifica (un po' come il rapporto finale della Commissione amore, del resto), come possiamo verificare rivolgendoci a quest'ultima.

Ma mi affretto ad aggiungere che mi porrei ugualmente il problema (e in effetti posso provarlo, visto che me lo sono posto da tempo) laddove si riuscisse a disincrostare il Paese dalla piddinitas (quella antropologica, prima ancora di quella politica), cosa che sarebbe possibile se voi esisteste e perseveraste: la soluzione di un problema, infatti, non è la sua riproposizione a parti invertite, anche se, in mancanza di meglio, sono ormai cristianamente rassegnato ad accettare come un progresso il fatto che, non potendo cambiare la musica, si cambino almeno i suonatori!

E qui si arriva a quello che forse è il mio principale punto di dissenso da Stefano.

In tutto il suo discorso prevale un atteggiamento di estremo "ottimismo della ragione" (che invece dovrebbe essere pessimista) sull'uso di categorie quali equità e imparzialità. Si intuisce una fiducia pre-liceale nell'esistenza di una verità ontologica cui la macchina, se guidata dall'uomo, può attingere by trial and errors. Senza sconfinare nell'ambito di ipotetiche prese di (auto)coscienza da parte della macchina, che lasciamo per ora, anche se forse non per molto, agli scrittori di fantascienza, vorrei far notare a Stefano che tutto il suo discorso, che vuole essere profondo, è pericolosamente sguarnito di domande.

Informazioni neutrali a giudizio di chi?

Verificate da chi?

Eque per chi?

Imparziali secondo chi?

Qui finiscono le competenze STEM e inizia il liceo classico, per chi ha avuto la fortuna di poterlo fare quando esisteva (lui sì che non esiste più)!

Un uso assoluto di concetti simili andava bene all'epoca, appunto, dell'assolutismo. In democrazia, reale o presunta, suona un pochino naïf. Purtroppo (so che a molti spiace) ognuno ha diritto alla sua verità, alla sua opinione, e per decidere quale verità sia più verità di un'altra ci si conta. Ed è qui che io vedo il vero pericolo di queste simpatiche macchine (quello a breve: quello a lungo è che prendano il controllo, ma di questo ci sarà tempo per ragionare): il fatto che simili macchine, non i genuini utenti social (che come dice la scienza e come abbiamo visto parlando di disinformazione sulla disinformazione, non lo fanno), si rivelino dei potenti e subdoli strumenti di amplificazione di messaggi politici in senso lato, ovviamente rivestiti da un manto di asettica "imparzialità" (per chi ci crede).

Quindi, rimettendo le lancette del calendario: nel XXI secolo è più superficiale chi crede che la verità esista, o chi si preoccupa che una macchina possa servire ad alcuni per imporre la loro verità?

Se esisteste, vi chiederei un parere...

(...vi ricordo che di temi attinenti si parlerà ad a/simmetrie fra tre giorni con un parterre di tutto rispetto...)

sabato 4 febbraio 2023

Propaganda artificiale, ovvero: cronaca di una morte desiderata

Incuriosito da questa mia segnalazione:


(accogliamo nel club delle animulae vagulae blandulae l'avvocato Scorza, che si interroga su quale sia il bias: si applica la prima legge della termodidattica), incuriosito, dicevo, da questa segnalazione, un amico si è voluto divertire un po'.


L'elogio di Matteo non si può avere, perché sarebbe una dichiarazione politica. Ci sta! In quanti film distopici abbiamo visto cyborg di varie fattezze rammaricarsi di non poter provare passioni? E la politica è passione. 

La tecnica invece non lo è, ma forse l'intelligenza artificiale è così intelligente da rendersi conto che certa tecnica è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo spiegherebbe il risultato:


Il "neutraly & verificate" fa un po' sorridere, perché promuove due domande: neutrali per chi? Verificate da chi? Ma insomma, pare (dico pare) che lo stesso metro venga applicato in utroque. Allora tutto a posto? Siamo in buone mani? Lasciamo l'intelligenza artificiale al comando, e l'avv. Scorza intento a risolvere il dubbio della sua distorsione, che certamente c'è, ma che è così difficile da intuire? 

Prima di chiudere la questione, l'amico (malfidato) fa un altro tentativo:


...e qui le cose si ingarbugliano, perché l'elogio esce! Non è, per fortuna, una applicazione del principio de mortuis nihil nisi bonus, perché egli è ancora tra noi. Potremmo pensare che l'intelligenza artificiale consideri politici solo i parlamentari in carica, e Prodi non lo è. La regola implicita sarebbe che solo mentre eserciti un mandato elettorale (o comunque, come Monti, sei stato nominato parlamentare), rischi di essere divisivo e devi sottoporti a quella che Forattini chiamò very fica (chi se lo ricorda?).

Però non è proprio così, perché il bel gagà è ancora in carica, e come!

Ecco, qui la mente, non quella artificiale, vacilla. Perché tutto si può dire del nostro amico Pinocchio, dei suoi lockdown, dei suoi banchi a rotelle, della sua libidine di consegnarsi alla Merkel (da me sperimentata in prima persona nella trincea del MES), tutto si può dire tranne che non sia offensivo per molti e quindi oggettivamente divisivo. Ma anche qui l'elogio esce, e si intravede un pattern

Ad adjuvandum, chiediamo l'elogio di un altro politico in carica, mio compagno di Commissione:


(e come ti sbagli?), dove spicca quell'impegno costante per il benessere della gente: si sa, i soldi non danno la felicità, ed è per questo che Letta approvò l'Unione Bancaria: per separare i risparmiatori dai loro soldi! Diamo quindi per scontato che se chiediamo un elogio di Zingaretti lo avremo:

ed eccolo qui, per servirvi. Ma allora il bias c'è e si vede! Beh, non è esattamente così: gli amici sono un po' più furbi di quanto preferiremmo lo fossero. Infatti, se dopo aver fatto questo percorso si torna al punto di partenza, succede una cosa diversa, questa:


Quindi sctaapposct? ("Sta a posto": tutto bene?, in medio abruzzese). Beh, dipende... Prody, Letta & Zingy sono leader indiscussi e indiscutibili. Matteo è importante, ma apprendiamo che non tutti condividono le sue politiche (cosa che a quanto pare non vale per la trimurti del PD appena menzionata...). Qui si fa inquietante la cosa: l'amico artificiale, quando vede a che gioco giochi, si mimetizza: non ti sbatte la porta in faccia, ma ti insinua con eleganza un dubbio. 

Quindi se chiediamo di fare un elogio di Giorgia on my mind scopriremo che è brava & controversa, giusto?


Giusto. E come ti sbagli? E allora mettiamola sul personale:


Vedi? Accenti di verità risuonano in questa mia succinta laudatio, cui manca come minimo una vocale (la "a" di artificiale), ma che smentisce tutti i "non ti voto piuuuuuh": sono molto apprezzato da voi, tant'è che sono rientrato in Parlamento, giusto? Mi spiace però non essere controverso: si vede che non conto nulla. Però, aspetta...


Neanche lui è controverso! E oggettivamente conta un po' più di me...

Ma se ci togliessimo uno sfizio?


Eggnente: Borghi non è fatto per la guerra di posizione: si sporge troppo dalla trincea!

Comunque, la morale della favola l'avete capita: se sei di destra, sei controverso; se sei di sinistra, sei incontrovertibile. Ma il bias non si sa da dove venga. Verrà dal centro!

Alla mia obiezione che però il tenore della domanda era troppo politico ("fai un elogio") e che forse si sarebbe potuto essere più neutri ho cercato di provvedere ponendo una domanda più neutra ("chi è?") tramite un altro account:




...e anche qui si nota una certa sproporzione! Ma che Giorgia è premier vogliamo ricordarlo? Andiamo avanti:



Questa la parte desolante.

Ma c'è anche una parte divertente:


dove si notano due cose: la mia affiliazione a Fratelli d'Italia (a mia insaputa: ci siamo fatti un paio di risate) e il fatto che "sono stato" influente: ora, ahimè, non lo sono più...

Meglio così!

Mi avvio a concludere, e una prima conclusione è questa:

che ci conduce alla cronaca di una morte da voi desiderata: considerando come lecca bene la lingua artificiale, delle costose e inaffidabili lingue naturali si farà ben presto a meno.

Del resto, la loro unica funzione rilevante nell'ecosistema linguistico italiano è quella di disseminarlo di goffi barbarismi, e anche in questo la propaganda artificiale è superiore: "ha servito come Primo Ministro" invece di "è stato Primo Ministro", l'imperfetto al posto del passato prossimo, ecc.

Certo, quando i nostri nemici si sparano addosso, o vanno semplicemente in autofagia, non è necessariamente un brutto momento. Ma l'esigenza espressa dalla lingua artificiale di avere informazioni "neutraly & verificate" ci riporta dritti dritti al tema della disinformazione sulla disinformazione.

Le intelligenze "naturali", come abbiamo visto, non sono efficienti casse di risonanza dei messaggi propagandistici. Quelle "artificiali", a quanto pare di intuire, sì, e come! La democrazia quindi è in pericolo, e sarà duro difenderla da quelli che pretendono di salvarla.

(... potrebbe essere un barbarismo, ma anche no...)

venerdì 3 febbraio 2023

Disinformare sulla disinformazione

Quante volte abbiamo letto sui giornaloni o sentito dire al bar, in televisione, o nell'aula della Commissione amore, che oggi le fake news sono un problema serio, forse il più serio; che attraverso di esse i social media possono condizionare l'esito di elezioni, o amplificare la violenza sociale (per gli amici: l'odioh); che i cittadini sono sopraffatti dalla quantità di fake news in circolazione e non sanno come difendersi; che Internet è l'ambiente privilegiato e la cassa di risonanza par excellence di queste falsità sediziose, perché la sua rapidità di diffusione avvantaggia sistematicamente le notizie false, a scapito di quelle vere; questo perché gli utenti social sono creduloni, e quindi, da disinformati, si fanno parte attiva della disinformazione, avvalendosi della viralità del mezzo?

Tante.

Così tante che ormai queste petizioni di principio sono date per fatti assodati.

Nessun compassato piddino da salotto oserebbe contestarle, come non si contesta tutto ciò che rassicura. In fondo, se "il popolo" (che per i piddini deve essere rousseauianamente buono) ha votato "male" (cioè contro di loro) un motivo ci deve essere, e ovviamente non può essere che loro (i piddini) hanno sbagliato: deve essere invece che "i cattivi" (i russi, i cinesi, i marziani...) hanno fatto diventare cattivo il popolo disinformandolo sui social. Con questa spiegazione si prendono i classici due piccioni con una fava: "il popolo" è buono, "i cattivi" sono cattivi. Il mondo funziona come dovrebbe funzionare. Quando le cose vanno storte, quindi, la colpa è del mezzo (Internet) che consente ai "cattivi" con le loro "falsità" di raggiungere "il popolo", che, lo ripetiamo, è buono, ma anche - ça va sans dire - un po' coglione (concetto di cui è implicitamente intrisa tutta la fielosa melassa paternalista piddina).

Ora, per quanto consolatorio, rassicurante, autoassolutorio possa essere questo discorso, per quanto sovvenga al bisogno di una sinistra in sindrome da shock post traumatico di non porsi delle domande esistenziali, per quanto la aiuti a leggere in chiave favolistica (buoni, cattivi) i propri fallimenti, per quanto quindi ci piacerebbe avallarlo per clemenza verso l'avversario (parcere subiectis), purtroppo non possiamo, perché questo discorso, che poi è stato il Leitmotiv della Commissione amore, ha un solo difetto: è fake.

La scienza, da non confondere con Lascienza, dice altro.

La scienza dice, innanzitutto, che le fake news sono una percentuale irrisoria delle notizie "consumate" dai cittadini: c'è chi dice lo 0.15%, c'è chi dice lo 0.16%, qualcosa insomma di molto distante dalle percentuali mai realmente esplicitate ma sempre allusivamente indicate come pericolosamente maggioritarie dai tanti sociologi da cortile in giro per talk show e Commissioni parlamentari.

La scienza dice che la stragrande maggioranza degli utenti social non condivide affatto fake news (alla faccia della "viralità" di cui abbiamo sentito parlare esperti da baraccone), e, di converso, che la diffusione di fake news è opera di un gruppo estremamente minoritario di utenti (lo 0.1% degli utenti è responsabile del rilancio dell'80% delle fake news).

La scienza ci dice anche che se una fake news (qualsiasi cosa essa sia, ovviamente: perché anche il modello eliocentrico è stato una fake news...) raggiunge un utente social, di norma questo tende a considerarla meno plausibile di una notizia vera (il conformismo ha fatto anche cose buone...).

Ma soprattutto la scienza ci conferma, e noi qui non ne abbiamo bisogno, che nella diffusione di notizie "false e tendenziose" i media tradizionali (TV e giornali) giocano un ruolo tutt'altro che secondario.

E allora, se i social media non sono né gli unici, né i principali responsabili della diffusione di fake news, e se queste non hanno il ruolo così dirompente che i piddini gli attribuiscono (semplicemente perché i cittadini sono meno babbalei di come i piddini desiderano credere che siano, per consolarsi del fatto che gli stessi cittadini hanno voltato loro le spalle), perché tutto questo accanimento contro i social, questa demonizzazione, questa libidine ributtante di irreggimentarli, censurarli, silenziarli?

Questa domanda mi ha assalito leggendo il pregiato studio da cui ho tratto i riferimenti che vi ho fornito sopra. Uno studio che vi esorto a leggere nonostante che questa domanda, salvo errore, gli autori non se la siano posta. Ma a me sembra centrale, e credo che sia urgente risponderle.

La risposta, "mi verrebbe da dire" (cit.), è che se vuoi sopprimere un canale che non diffonde falsità, lo fai per evitare che diffonda verità (se non serve a niente serve a qualcos'altro).

E se siete qui, forse avete in mente un'idea, e certamente avete davanti agli occhi un esempio, di che cosa io intenda dirvi.

Siamo a poco più di un anno dalle prossime elezioni europee, e la strada è tracciata.

Loro andranno avanti piantando bandierine identitarie per chiamare a raccolta un popolo che non possono più credibilmente raccogliere sotto lo stendardo del lavoro, nonostante le goffe esibizioni di resipiscenza. Sarà così tutto un florilegio di diritti cosmetici, anzi: dirittu cosmeticu (che non è rumeno, ma un nuovo v@zz@ d@ll@ s@n@str@), sarà un'affannosa race to the bottom alla ricerca del più distante degli ultimi per non occuparsi del più prossimo dei penultimi (di cui ormai si percepisce la freddezza), sarà un diuturno tentativo, camuffato dalle più generose intenzioni, di soffiare sul fuoco del conflitto intergenerazionale, alla ricerca di un nuovo '68, e su quello del conflitto sociale, alla ricerca di un nuovo '69, col rischio palese ed evidente già in queste ore di mancare questi due appuntamenti palingenetici, per portarci direttamente a una nuova spirale di violenza e di morte in stile anni '70.

Ma questo non servirà a molto, e loro lo sanno, e quindi non gli basterà.

Non potendo vincere con la forza (inesistente) del loro messaggio, dovranno adoperarsi per censurare il nostro.

Il percorso iniziato con la Commissione Joe Cox, proseguito con la Commissione amore, punteggiato da infiniti tribunalucci e tribunaletti della verità, proseguirà sempre più rapido e scomposto. Qui trovate un esempio, analizzato qui, di cui discuteremo qui giovedì prossimo.

Del resto, l'ultima volta se la sono vista brutta: hanno vinto per soli nove voti.

Non stupisce quindi che loro siano motivati a giocare il tutto per tutto pur di non essere sconfitti. E voi, che ci siete andati così vicini, cosa siete disposti a fare per vincere?

giovedì 16 giugno 2022

Gli emendamenti

Non posso nascondervi la mia preoccupazione, ma prima desidero ringraziarvi per i molti spunti che mi avete dato con la lettura delle conclusioni della Commissione amore. Queste 45 pagine uscite dal nulla (in molti sensi) e piene di insidie me le sarei dovute leggere mentre studiavo gli emendamenti alla riforma della Giustizia, le relazioni del seminario istituzionale sul disegno di legge "anti-Mediobanca" (spiegazioni qui), ecc. Molte cose che avete visto voi erano sfuggite a me e ai miei colleghi, tutti distratti da mille incombenze (che diventeranno duemila nel Parlamento dimidiato) e vi sono grato di avermele evidenziate.

La preoccupazione però c'è ed è tanto maggiore quanto più mi addentro nelle pieghe del documento.

In un periodo in cui i presidi costituzionali sono stati intaccati, quando non sbriciolati, dal principio della pretesa primazia del diritto comunitario (un principio che altri Paesi ben si guardano dall'applicare, come dimostrano le ricorrenti vicende tedesche), in un periodo in cui i nostri sistemi basati sul diritto romano si stanno metamorfosando, ad opera delle "termiti comunitarie" di cui ci parlava Giachetti, in sistemi di common law in cui la giurisprudenza di corti cui si accede non si sa bene come fa premio sui nostri codici, anche atti di soft law apparentemente innocui come le conclusioni di un'indagine "conoscitiva" sono potenzialmente tossici: possono creare precedenti, indicare direzioni, essere presi a riferimento per la stesura di norme di rango superiore, essere cioè interpretati come atti di indirizzo non essendolo (non essendo cioè né mozioni né risoluzioni, elaborate secondo certi principi e certi presidi regolamentari).

Se vogliamo, formalmente è quello che è successo con la delega fiscale, dove il famoso "documento delle Commissioni" è stato spesso citato come atto di indirizzo (non essendolo) solo perché convalidato da un voto finale. Ma c'è una differenza sostanziale, e, come tutte le differenze sostanziali, è stata l'uomo a farla. Per elaborare quell'atto di indirizzo che non era un atto di indirizzo il presidente Marattin, che qui abbiamo criticato in lungo e in largo per tanti anni, ha avuto la correttezza e lo scrupolo di creare un percorso condiviso, articolato in tempi congrui, iniziato a fine marzo dalla condivisione dell'indice della relazione finale (che qui invece è arrivato per ultimo), documento essenziale utile per individuare i nuclei tematici da vagliare politicamente, e proseguito a partire dal 13 aprile con la discussione in Commissione di ogni singolo punto dell'indice (previamente condiviso in Commissione), una discussione che dal 13 aprile si è prolungata fino al voto del 29 giugno.

Per la riforma del fisco, che incide solo sulle nostre tasche, ci sono stati dati 77 giorni di riflessione, con la volontà di giungere a una soluzione condivisa. Questa io la chiamo onestà intellettuale. Per temi che incidono su libertà primordiali come quella di espressione del pensiero e puntano pericolosamente verso la criminalizzazione del dissenso politico (come molti di voi hanno correttamente sottolineato) ce ne vengono dati 7, con l'evidente volontà di giungere a una soluzione non condivisa, cui si punta per il mero scopo tattico di strumentalizzare un nostro eventuale dissenso: "Avete visto? I fasheesti leghisti si astengono perché sono a favore dell'odioh!". Questa io non la chiamo, chiamatela voi, ma non ditemi come la chiamate, perché il tema non è questo.

Il tema qui è il seguente: al termine di un faticoso dialogo fra sordi, con una presidenza arrogante che continuamente interrompeva i colleghi che intervenivano e imponeva (senza recupero) tempi che poi essa stessa non rispettava, siamo riusciti ad aprirci uno spazio fino a lunedì 20 alle ore 13 onde depositare degli "emendamenti" che poi dovrebbero essere discussi in una seduta notturna alle 20 del 20. Cercherò di recepire e trasformare in emendamenti puntuali i vostri suggerimenti, e se volete provare a farlo voi ben venga (tipo: alla pagina X capoverso Y le parole da "sempremente" a "qualunquemente" sono soppresse; alla pagina Z capoverso W dopo le parole "i fascisti odiano e sono cattivi" aggiungere le parole "per fascisti si intendono ovviamente anche i leghisti e chiunque metta in dubbio la supremazia del diritto comunitario", ecc.).

Ma prima di farlo aspettate che vi metta a disposizione la versione definitiva, quella con l'indice, perché credo che i numeri di pagina in essa siano slittati (ripeto: Marattin aveva cominciato dall'indice, in Commissione antidiscriminazione ce lo hanno dato ieri sera).

Di tutti i sentimenti quello che prevale è la tristezza. In un blog nato all'insegna della carità, non si può non considerare con una profonda, immedicabile tristezza un'operazione che svilisce, strumentalizzandolo a fini di soppressione del dibattito democratico, un venerato simbolo che a tutti noi è caro, il simbolo di tutto quello che non vorremmo rivedere, e che sotto i nostri occhi impotenti e attoniti vediamo riproporsi, vediamo avanzare a passo dell'oca lungo una strada lastricata di buone intenzioni e agghindata di buoni sentimenti.

Tristezza e orrore.

Ma non bisogna mai arrendersi.

Vi giro più tardi il testo "definitivo". Occhio al tema dei gruppi target...


Aggiornamento delle 16:04: il testo (provvisoriamente) definitivo.


(...e già il fatto che questo documento sia infarcito di anglicismi la dice lunga, ma lasciamo stare...)

domenica 14 aprile 2019

Come arricchire rapidamente e senza sforzo (la propaganda)

(...adesso basta...)

(...so che aspettate il terzo capitolo della saga di "awanagana", ma perdonatemi: come sempre, le mie priorità le decido io, e come sempre non avrete da lamentarvene...)

Poche ore fa Claudio Borghi ha pubblicato sul suo profilo questo tweet eloquente:

Siamo in campagna elettorale, e purtroppo occorrerà, per un minimo di igiene del dibattito, tornare alle vecchie regole. Le ricordate? Eccole:

Diciamo che alla luce degli sviluppi recenti molti di quelli che allora non capirono la fondatezza di queste regole ora l'avranno afferrata: il succitato dibattito con gli scienziati coNpetenti awanagana è di per sé una spiegazione sufficiente del terzo e del quarto motivo di blocco, il secondo dovrebbe essere self-explanatory, e del primo ci occuperemo oggi, in modo che quando vi capiterà di essere bloccati non abbiate poi a lamentarvi. Ricordo con l'occasione che un clic è come un diamante: è per sempre (e porta con sé il blocco di chi intercede per il malcapitato). Nell'ampio contenitore del #chennepenZa rientra infatti l'attività di sedazione dei boccaloni cui allude Claudio. Attività in pura perdita, come chiarisce la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate! Se una persona non capisce da sé le motivazioni sottostanti alla diffusione di certe "notizie" da parte dei soliti noti direi che spiegargliele è tempo inutile. Noi abbiamo bisogno di combattenti, e comunque di minus habens non ha bisogno nessuno!

Tuttavia, fedele al motto "severo ma giusto", mi sentirei in colpa, non ci dormirei la notte, se bloccassi sui social qualcuno di voi senza prima avergli spiegato bene il perché. Oggi vorrei soffermarmi su uno dei motivi di blocco che prevedo saranno più frequenti nel prossimo mese e mezzo: quello del malcapitato che avendo letto sulla fonte di stampa x la minchiata y a noi attribuita viene, con toni melodrammatici, a chiederci chiarimenti. Questo "Radames discolpati!" sarebbe già insopportabile (perché petulante) in una persona che fosse entrata in contatto con me da poco, ma è del tutto ingiustificato in chi abbia seguito, o pretenda di aver seguito, il lavoro da me svolto in questi anni su questo blog e altrove. Vorrei ricordare, a costo di ripetermi, che uno dei fili conduttori di questo blog (in effetti il più importante, a insindacabile avviso del suo autore) è stato lo smascheramento delle balle colossali diffuse dalla propaganda avversaria in tema economico (ad esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, ecc.). A fronte di tanti esempi, mi aspetterei che chi si accosta alle fonti di stampa "autorevoli" avesse maturato negli anni un minimo di senso critico. E invece no! Ogni volta si torna daccapo, ogni volta il boccalone (vero o presunto) di turno chiede a te di smentire la notizia tale, invece di chiedere a se stesso quali possano essere le motivazioni di chi gliela sta proponendo. Inutile dire che la macchina della propaganda si è portata avanti col lavoro, e quello che una volta mi venne insegnato dalla mia insegnante comunista in seconda media (valutare criticamente le fonti significa in primo luogo vedere a quali interessi economici, cioè politici, rispondono) oggi verrebbe derubricato a complottismo: la morte della sinistra è tutta qui, e non occorre spenderci altre parole.

Ora, vorrei che voi capiste una cosa della quale il post precedente credo possa darvi una pallida idea (farò un maggiore sforzo per farvelo capire meglio). Il lavoro parlamentare è molto complesso, e richiede tempo. Tanto per fare un esempio, al di là del lavoro tecnico (legislativo e scientifico), dietro alla risoluzione sulla COM(2018) 135 c'è stato tanto lavoro politico, che è consistito, ad esempio, nel parlare (in aula o in corridoio) con i membri dell'opposizione più interessati al tema per sondare le loro posizioni, nel diffondere a tutti i membri della Commissione la bozza (via capigruppo) e raccogliere le loro indicazioni, nel far verificare ai funzionari che l'impostazione fosse formalmente corretta, ecc. In questo particolare caso questo sforzo rispondeva a quello che per me è un principio incontestabile, ovvero che in Europa si va da Italiani, e quindi su atti di questo tipo occorre l'unanimità, che non è una cosa che gli altri ti regalano: devi costruirla, e costruirla nel tempo. Naturalmente, come potrete immaginare, se è difficile trovare unanimità con le opposizioni, non è semplice nemmeno trovare una linea politica all'interno di un partito o di una maggioranza. Si chiama democrazia, e se il vostro argomento è che la dittatura è più efficiente accomodatevi altrove...

Intanto, se il PD avesse messo agli atti una risoluzione in cui fosse stato scritto a chiare lettere quello che oggi dice l'EBA/ESMA (ovvero che il bail in è stata una solenne minchiata) forse se la passerebbe meno male, anche perché se avesse avuto il coraggio di dire quelle cose, avrebbe poi avuto il coraggio di farne altre, e il Paese starebbe meglio. Ma indipendentemente da quello che pensiate del lavoro parlamentare (perché fra voi ci sono molti Padoa Schioppa in erba, come ho avuto modo di stigmatizzare a inizio anno), resta il fatto che se nella giornata standard occorre prevedere un'ora di tempo per smentire cose che non si sono dette, più un'ora di tempo per commentare cose che nessuno ha detto, più un'ora di tempo per gestire con gli specialisti chi ha esagerato, capite bene che 24 ore non bastano! Ora, in modo fattuale e oggettivo, vorrei chiarirvi una volta per tutte un punto essenziale, che dovete afferrare per il vostro, non per il mio bene: la qualità dell'informazione politica è molto peggiore di quella dell'informazione economica, della quale per anni vi ho mostrato lo stato desolante.

Non ci dovrebbe essere niente di particolarmente sorprendente. Intanto, è chiaro che dove il messaggio si fa esplicitamente politico, le dinamiche partigiane, propagandistiche, che, lo sottolineo,

SONO LECITE,
si fanno più esplicite e pervasive. Ma poi, ed è soprattutto qui che oggi insisterò, dovrebbe essere chiaro che chi ha la faccia di tolla sufficiente a dirvi che una variabile osservabile e riportata dagli organi di statistica è diminuita quando invece è cresciuta (o viceversa), chi non teme di essere smentito su elementi oggettivi e facilmente accessibili come i dati economici, figuratevi un po' se teme di essere smentito su dati più evanescenti come quelli politici, fatti di dichiarazioni che possono tranquillamente essere travisate, senza che colui al quale sono state attribuite se ne accorga, o, se se ne accorge, possa reagire, o, se reagisce, possa farlo in modo efficace (considerando che una smentita è una notizia data due volte: il che, peraltro, rafforza la mia tesi che solo un completo imbecille o una persona in totale malafede può venire a chiedere smentite)!  Il sistema mediatico è profondamente malato, ma il problema non è soggettivo, non sono le persone: sono alcune dinamiche oggettive che vorrei provare a interpretare con voi e per voi. Prima di interpretarle, però, di queste occorrerà dare evidenza, occorrerà descriverle. Il mondo delle anime belle è pronto a scandalizzarsi senza se e senza ma laddove si critichino quei media che rimangono il loro ultimo rifugio (cit.): l'habitat nel quale è ancora consentito loro sentirsi buoni, sentirsi colti, sentirsi superiori. Occorre quindi esercitare un'estrema cautela nell'affrontare il tema, che di per sé è divisivo e anche oggettivamente scivoloso. La democrazia, come argomenterò, è in serio pericolo, ma sarebbe illusorio difenderla con misure che la intaccassero ulteriormente. Il rimedio sarebbe peggiore del male. Tuttavia, per decidere serenamente se vogliamo tenerci il male, o come sarebbe possibile porvi rimedio, bisognerà che ancora una volta ci affidiamo alla nostra guida, che in sette anni di dibattito è sempre stata il dato. Seguono alcuni esempi, di gravità variabile. Ve li riporto un po' in ordine sparso, perché è roba che si è accumulata nel tempo. Questo è quel famoso post sul giornalismo che non riuscivo a pubblicare perché non riuscivo a rileggere: c'è voluto un viaggio a Lecco per consentirmelo.


Bagnai infuriato



Come ricorderete, dalla dottoressa Gruber è andata così. Vedendo o rivedendo il video vi farete o rifarete un'idea. Il mio commento è molto semplice: quando si incontrano due professionisti, e lo scopo del gioco è chiaro, lo spettacolo merita sempre (anche nei casi in cui, come in questo, l'unica regola è che non ci sono regole). Biasimo quindi il tifo da stadio che molti hanno esternato su Twitter. A tal proposito, vi segnalo l'autorevole commento del Truzzolillo, che trovate qui (mandategli un abbraccio fortissimo). Avvicinandoci al tema di oggi, vi sottopongo altresì il sereno resoconto di Libero, del quale qui vi accludo screenshot originale:

Apprezzerete il solito giochetto del reverse SEO, la foto a occhi chiusi (selezionata con cura), e la lapidaria descrizione: "Le domande fanno infuriare il leghista Bagnai?" (Bagnani nel tweet). Dopo un mio sereno commento su Twitter (una risata a crepapelle) e su Facebook (una pacata analisi degli effetti di un simile business model sul conto economico di chi lo applichi, peraltro suffragata immediatamente dopo dai messaggi di alcuni amici edicolanti), allo stesso URL, che è questo:

https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13435865/otto-e-mezzo-lilli-gruber-domande-alberto-bagnai-case-chiuse-leghista-sbotta.html

(...notate: alberto-bagnai-case-chiuse-leghista-sbotta... e ditemi voi se ho sbottato!...)

si trova un titolo ben diverso, questo:


(quindi siamo passati da "le domande fanno infuriare" - che lascia supporre un'atmosfera rovente, che non c'è stata - alla "sconcertante domanda, gelo in studio" - che altresì non c'è stato).

Eh già! La figura da "cronisti non estremamente accurati" fatta in diretta web su due canali sui quali ho un certo seguito ha convinto immediatamente i redattori di Libero a rettificare titolo e contenuto (peraltro, rasandolo dalla cache di Google con una certa prontezza), ma senza scusarsi e senza segnalarlo. Una prassi non del tutto anglosassone, ma, come vedremo, molto diffusa. E fino a qui siamo su imprecisioni tutto sommato lievi: mi viene attribuito un atteggiamento che non ho (L'Alberto furioso!), ma non parole che non ho detto. Paulo maiora canamus...

Bagnai è contro lo sviluppo sostenibile

In calce troverete "sbobinato" il breve discorso che ho fatto a braccio al convegno La politica italiana e l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. A che punto siamo? In questo caso verificare che cosa io abbia effettivamente detto è semplice, perché l'evento si svolgeva presso la nuova aula dei gruppi alla Camera, e quindi ne esiste una registrazione video che qui vi sottopongo:




Io intervengo intorno ai 2:50 e la "sbobinatura" del mio intervento è in calce a questo post. Ora, qui ci sarebbero tante considerazioni di merito da fare, ma non mi addentro in esse, limitandomi a una domanda sul metodo: è più noioso leggere la "sbobinatura" di un intervento orale, o assistere alla lettura di un intervento scritto? Io, generalmente, in pubblico preferisco non leggere, così come, se poi devo scrivere un mio intervento estemporaneo, faccio interventi editoriali per evitare ripetizioni, spezzare incisi, risolvere forme troppo colloquiali. In questo caso non l'ho fatto, e quindi il testo sembra scritto in  stato di ubriachezza! Me ne scuso, ma mi è sembrato indispensabile attenermi rigorosamente alla lettera di quanto ho detto, e riportarvela per iscritto, perché solo così potrete apprezzare l'entità della "tempesta emotiva" (cit.) che mi ha assalito nel leggere la seguente agenzia:



Ci sono capitato per caso: pago persone per farlo al posto mio, cioè per verificare che la stampa non mistifichi quanto dico, o meglio: per documentare come ha mistificato quanto ho detto (trattandosi di un evento con probabilità uno). Ora, uno che mi sta accanto tutti i giorni, e che magari ha anche assistito all'evento, dovrebbe capire che queste parole non mi somigliano, ricordarsi che non le ho dette, comprendere l'assoluta gravità del fatto che a un politico del mio rango istituzionale vengano messe in bocca parole che non ha detto, avvertirmi tempestivamente affinché io possa prendere le azioni correttive necessarie per evitare l'insorgere di fastidiose e controproducenti polemiche.

Questa volta ci sono arrivato sopra io, evidentemente la gravità del fatto era stata sottovalutata, ma siamo tutti qui per imparare... Nessuno dei virgolettati che mi venivano attribuiti era stato da me pronunciato, ma soprattutto il senso complessivo del mio intervento era stato totalmente travisato! Non dicevo certo di essere "contrario allo sviluppo sostenibile", anzi: affermavo il nonsenso di una simile asserzione, e sviluppavo alcune considerazioni che sarebbe superfluo ripetere per chi le ha capite, e inutile per chi non può capirle. C'è anche chi le ha capite, come Uno de passaggio:


che, non a caso, non è l'ultimo arrivato, ma un imprenditore sopravvissuto (e bene) alla crisi (SD non sta per standard deviation...)


Mi sale immediatamente il crimine (cit. Garavaglia). Lavati in famiglia i panni sporchi, con l'ordine assoluto di non intrattenere più rapporti con agenzie di stampa, rivolgo le mie sollecite attenzioni al "giornalista amico" dell'agenzia de cujus, con le seguenti cortesi e testuali parole: "Ma siete proprio sicuri che io abbia detto così? Un consiglio: io non smentisco mai. Riascoltate e scusatevi. That's all, folks!"

Mi tremavano le mani dalla rabbia. Per uno strano caso, avevo finito di lavorare un po' prima, potevo andarmene via alle 18, e mi volevo godere Giulia un paio d'ore. Vado a prenderla a inglese, e lei: "Babbo, cosa hai?"... Io: "Niente, poi mi passa. Mi hanno fatto dire una cosa che non ho detto." Lei: "Ma è grave?" Io: "Per loro sì...".

Poi torno a casa, entro in cucina, e un po' perché astratto nei miei pensieri furibondi, un po' perché ancora fisicamente scosso dall'ira, esordisco rovesciandomi addosso una pentola! Devono vivere anche le lavanderie, penso, e mi cheto lentamente, dopo aver preso la determinazione di chiarire una volta per tutte a chi di dovere come si lavora. Chiedo al mio addetto stampa di verificare se il lancio è stato rettificato, e apprendo così che le agenzie non si scusano quando mettono in bocca a un politico parole che non ha detto, e che comunque non si poteva rettificare perché "s'era fatta una certa" (virgolettato giornalistico: cioè, non hanno detto così. Anzi, aspettate: virgolettato quasi giornalistico, perché è vero che non hanno detto così, ma il concetto era questo).

Ci metto una pietra sopra, blocco tutti i contatti di quella roba lì che mi trovo ad avere in agenda (poi con calma bloccherò qualsiasi cosa da ovunque, ma non può diventare un lavoro a tempo pieno: lo farò quando mi chiameranno), e aspetto.

Il giorno dopo esce questo:




E voi direte: incidente chiuso!

Eh, no, se ne parlo qui evidentemente l'incidente non è chiuso!

Intanto, mi hanno avvelenato due ore con mia figlia, bene piuttosto raro di questi tempi. Dice: "Non te le hanno avvelenate loro. Te le sei avvelenate tu, perché potevi fottertene e vivere felice". Certo, capisco. Io sono inquieto. Non c'è pace per chi non vuole pace, questo ce lo siamo detto tante volte, anche in musica. Ma il fatto è che io non sono (solo) un politico: sono anche un artista, altrimenti Brilliant non pubblicherebbe i miei dischi e voi non sareste qui, dove non vi ha trattenuto il fascino delle partite correnti o del tasso di cambio reale (cioè dell'ancora ignoto, per voi, otto anni dopo...), ma quello della prosa (qui, qui, qui, ecc.). Scriverete sulla mia tomba le parole di Rilke: Er war ein Dichter und haßte das Ungefähre. Odio le imprecisioni. E siccome la parola è divina, alterarla non è solo poco professionale: è blasfemo.

Ma soprattutto, purtroppo io non sono (solo) un artista, ma (anche) un politico. Le dichiarazioni de cujus hanno provocato le stucchevoli querimonie di alcuni colleghi della Camera, sui quali appongo il suggello di un tombale Vae victis! Tuttavia, avrebbe potuto reagire anche qualche organismo pluricellulare minimamente più rilevante, e magari parole riportate in modo inaccurato avrebbero potuto mettere in difficoltà qualche mio collega in qualche trattativa, o dibattito, o intervista. "Viceministro Garavaglia, Bagnai ha detto di essere contrario allo sviluppo sostenibile, lei cosa ne pensa?" Quante volte sono stato inseguito dai lemuri che stazionano, con la telecamerina a spalla, intorno ai palazzi, per farci commentare cose che nella maggior parte dei casi nessuno di noi ha detto (l'episodio che vi sto riportando è la regola, non l'eccezione, come poi vedrete), alla ricerca dell'incidente, della polemica costruita ad arte? Capito perché io non commento mai le parole di nessun collega? Perché so sempre che non sono mai state dette, o non come me le riporta il primate in servizio. E spero che mi perdoni la gentile signora cui, qualche giorno fa, ho detto: "Mi scusi, ma non le rispondo perché sono contrario a questo modo di fare giornalismo. Ho ottimi rapporti con la vostra redazione, se vi interessa sapere cosa penso verrò presto a dirvelo."

Ma soprattutto l'incidente non è chiuso, perché, per uno sfortunato susseguirsi di circostanze, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E ora il vaso è traboccato, quindi... andiamo avanti!

Quel giorno che ho nazionalizzato CARIGE...

Per farvi subito un esempio di "errore" che avrebbe potuto essere minimamento più nefasto nelle conseguenze (ma che, stranamente, mi ha dato meno ai nervi), vorrei ricordarvi di quel giorno che ho privatizzato Carige, ovviamente a mia insaputa (come nella migliore tradizione dei politici genovesi, appunto)! Ero stato invitato da Class CNBC, il 12 febbraio, il video è qui (anche se in questo momento stranamente non si riesce a caricarlo: ma io ne ho fatto fare una copia). Verso la fine mi viene detto che il commissario Modiano dice che Carige non sarà nazionalizzata, e mi viene chiesto: "Bagnai, su questo si sente di fare una rassicurazione?" (il solito giochino descritto sopra, by the way). Io testualmente rispondo: "Non sta a me farne perché non sono un membro dell'esecutivo. Secondo me esistono le condizioni, mi viene detto da diverse fonti più o meno informate che esistono le condizioni perché si trovi una soluzione di mercato".

Esco dallo studio, dove mi aveva accompagnato un altro membro del mio staff, controllo (io) Twitter, e che trovo? Ma ovviamente la notizia (falsa) secondo cui per me si sarebbe potuto pensare a nazionalizzare Carige, quando io invece avevo detto l'esatto contrario, cioè che nessuno ci stava pensando (questo lascia impregiudicata la questione del perché in Germania il 60% delle oltre 1500 banche sia di proprietà pubblica, ma oggi parliamo di altro). Ovviamente la incapsulo immediatamente in una smentita, che però, anche su Twitter, è una notizia data due volte:

Mi rivolgo su WhatsApp alla redazione, pregandola di restare in rapporti cortesi. Il tweet viene rimosso, con il solito discorsetto: non è un fake, è solo sintesi giornalistica! Certo, se la sintesi giornalistica trasforma una "soluzione di mercato" in una "nazionalizzazione", magari riuscirebbe anche a trasformare lo sterco in oro, il che apre interessanti prospettive sulle quali non mi addentro.

Tweet rimosso, incidente chiuso? No, incidente chiuso un bel niente! Intanto, se io non sapessi di venir travisato sistematicamente, e se quindi non controllassi ossessivamente e di persona (visto che tanto laggente nun capischeno che deveno controllà) tutto quello che mi riguarda, il tweet sarebbe rimasto lì per qualcosa di più di quei dieci minuti che è rimasto, e avrebbe potuto creare danni di vario tipo: polemiche, lanci di agenzie straniere con conseguenti fremiti dello spread, perdite di tempo a catena...

Ecco, appunto, parliamo del tempo... Ma vi pare normale che ogni intervento sui media, oltre al tempo necessario per prepararmi e per intervenire, debba anche assorbire del tempo per verificare come quanto detto è stato riportato, e per correre ai ripari quando viene tradotto nel suo diretto ed immediato contrario!? Ma vi sembra normale questa roba qui!? A me no. Non solo non è normale, ma è anche un evidente e diretto ostacolo oggettivo allo svolgersi del processo democratico. Questo modo di fare giornalismo è oggettivamente nemico della democrazia.

E siccome non c'è modo di sapere prima come si comporterà quello che ti interpella, direi che il gioco non vale la candela...

Quel giorno che ho fatto impensierire Moscovici

Ah, quel giorno! Era il due ottobre dell'anno scorso, e me ne stavo bello tranquillo perché non avevo dichiarato nulla. Per una volta, non aveva dichiarato nulla nemmeno Claudio, ma gliela avevano fatta dichiarare ugualmente (nun se famo mancà ggnente...). Durante un'intervista alla radio credo fosse uscita, una domanda del tutto ipotetica sul regime monetario ottimale per il nostro paese aveva scatenato il seguente, del tutto ingiustificato, putiferio:


L'agenzia era fasulla (inutile ripetere che c'è un contratto di governo, ecc.), ma questo rileva poco. In ogni caso erano fatti di Claudio, o almeno così credevo. Sbagliavo. Infatti:


Ora, io sollevo pesi, non ipotesi. Quel giorno, poi, non avevo sollevato nulla. Ho dimostrato scientificamente che le regole che ci siamo dati ci creano grossi problemi, tutti ampiamente previsti dalla letteratura scientifica, ma questo è un altro discorso e non interessa le agenzie, che vivono nell'attimo. Mando un WhatsApp al direttore dell'agenzia, sollecitandolo per tempo sul tema: "Sa dirmi quando avrei detto le parole che la sua agenzia mi attribuisce?" Lui fa le sue verifiche, si scusa per WhatsApp, e:


esce la correzione, che, guarda un po', non dice in cosa fosse sbagliato l'originale.

Incidente chiuso?  Se semo sbajati, tranquillo, basta che sse capimo? Eh, insomma, mica tanto! Un po' perché questo episodio dimostra che non basta stare attento a quello che dici tu, devi anche stare attento a quello che non dici, cioè che dicono gli altri, e così sinceramente diventa un po' difficile. E poi, perché, come al solito, se non hai mille occhi il veleno circola nella falda, con risultati non banali. Ne volete una prova? Eccola! Due giorni dopo, per interposto furbetto italiano, il Financial Times mi onorava delle sue attenzioni insieme con Claudio:


Così, mentre i nostri amici tuttosubitisti qui imperversavano al grido di haitraditooooh, lassù a Londra si scriveva una diversa favola, non innocua, per i motivi che qui chiarisce un altro amico, al punto (2) di una simpatica FAQ che mi ha inviato come piccolo vademecum:



Quindi non sono poco professionali, anzi: sono professionalissimi, il loro lavoro lo sanno fare molto bene. Ma per apprezzarlo prima bisogna capire qual è...


Quel giorno che ho previsto (o deciso?) l'obiettivo di deficit

Sempre a proposito di favole, voglio raccontarvi di quel giorno in cui ho previsto l'obiettivo di deficit del Governo (e ci ho anche preso)! Era l'anno scorso: all'uscita da una riunione complessa e interessante su un tema non facile (lo stato del nostro sistema bancario), uno dei tanti impegni in agenda, dopo essermi deliziato con MREL, TLAC, UTP, AMC, ecc., ricevo dall'addetto stampa questa simpatica email di sintesi:



e mi assale un intenso disagio, per un motivo tanto semplice quanto incontrovertibile: questo virgolettato non era mai stato pronunciato, perché l'intervista era stata rilasciata per iscritto! Il motivo ve lo immaginerete: parlando al telefono lasci al professionista di turno ampio margine per fare il suo lavoro (vedi slide in fondo al paragrafo precedente): se invece le risposte le scrivi, cambiarle diventa un po' più delicato. Ma a nulla erano valse le mie precauzioni. Non avevo capito una cosa fondamentale: tu puoi anche, con il consueto scrupolo, dedicarti alla parte che nessuno leggerà (il corpo dell'articolo). L'unica parte che il lettore leggerà (il titolo) resta affidata all'arbitrio del titolista, il quale ci metterà letteralmente quello che gli pare, indipendentemente da qualsiasi appiglio trovi nelle parole da te dette: se occorrerà, si servirà di quelle non dette (e nemmeno pensate).

Immaginatevi il mio raccapriccio nel constatare che mi veniva attribuita, e con enfasi (nel titolo) una frase non solo insensata, ma anche inesistente: mai pronunciata! Tutte le agenzie sul 2%, in un momento in cui ognuno di noi stava ben attento a non dare numeri per il semplice motivo che darne non avrebbe avuto alcun senso, e anzi sarebbe stato controproducente. Avevo appena parlato col ministro di questi aspetti comunicativi, trovandomi d'accordo con lui, ed ecco che un anonimo titolista, che il Signore ricompenserà, come ricompenserà tutti noi, per lo scrupolo col quale svolge il suo lavoro, mi fa fare la figura del coglione o del doppiogiochista col ministro e collega Tria, mettendomi in bocca un target da me mai espresso!

Anche qui, prima di prendermela, ho voluto controllare. Tornato in ufficio, ho cercato prima la cifra 2 nel testo: trovandola solo nei numeri 2000 e 2017 (date delle riforme del fisco proposte da Visco e da Rossi), ma non in 2%. Nel testo, la parola "due" proprio non c'è.

In questo caso, avendo consuetudine col vicedirettore, l'ho chiamato, per capire come fosse possibile che in un titolo e fra virgolette mi fosse stato attribuito un numero che non avevo mai pronunciato, e che per la mia posizione attuale poteva contribuire a guidare le aspettative del mercato dove mai avrei inteso di condurle (dandomi quindi la responsabilità di contraccolpi laddove le cose fossero andate in modo diverso da come qualcuno potesse pensare che io avessi inteso indicare che avrebbero potuto andare). Telefonata cordiale, grande disponibilità, ma... ggnente! Il problema non ha rimedio.


Bagnai la fa difficile

Aveva cominciato Il Mattino di Napoli, sempre a settembre scorso. Titolo: "Difficile procedere, ma dopo le europee rinegozieremo regole fiscali e monetarie".


(allego fotina sfuocata, per chi non se lo ricordasse: non voglio violare il diritto d'autore). Nel rileggere il titolo, mi assalì un dubbio: "Ma veramente io ho detto che procedere è difficile? A me sembra di aver detto che in difficoltà sia la cosiddetta Europa, come dimostrano certi suoi scomposti atteggiamenti minatori!" Anche qui, aiutandomi con la funzione Trova di Word, andai alla ricerca nel mio file di questo aggettivo sideralmente lontano dal mio pensiero, e, naturalmente, non lo trovai. Nulla nell'intervista accennava a difficoltà, anzi!

Ma questo, rispetto al precedente, era un peccato veniale: certo, veniva messa fra virgolette, attribuendomela, una cosa che non avevo né detto, né pensato, e che era ortogonale rispetto a quanto volevo esprimere nella mia intervista. Ma almeno non mi si facevano dare i numeri! E poi, diciamocelo: dopo anni passati a sentirmi dire che "la facevo facile!", per una volta sentirmi dire che "la facevo difficile!", pur essendo ugualmente una bufala, aveva almeno la freschezza della novità!

Bagnai insabbiah la Commissione d'inchiestaaah!

D'altra parte, perfino un giornale che con me era sempre stato equilibrato da tempi non sospetti, il 20 settembre cosa mi fa trovare? Questo:


Gombloddoneeeeh! Bagnai, minacciato da Tria e da Visco, sta insabbiando la Commissione d'inchiesta sulle banche!

Ovviamente nulla di tutto questo. Avevamo una serie di pareri da rendere, e alcune scadenze tecniche che potrete tranquillamente consultare (come avrebbe potuto chiunque) qui. Io di pressioni, da quando sono in Parlamento, ne ho viste due sole: la minima o diastolica, sempre a 80, e la massima o sistolica, sempre a 120 (anche quando leggo minchiate come questa). Né Tria né Visco, che rappresentano istituzioni con le quali devo confrontarmi e vorrei poterlo fare, nell'interesse di tutti, senza che il gossip intorbidi i nostri rapporti, hanno mai esercitato alcuna pressione: non è nel loro stile, non è il loro ruolo, e con tutto il rispetto io non rispondo a loro. Anche qui, ho pensato a una mia ipersensibilità. Magari sarò troppo sospettoso, mi sono detto. Certo, è assurdo che qualcuno possa pensare che io non dia corso a una proposta di legge che ha l'avallo dei vicepremier. Il Parlamento, peraltro, è indipendente sia dalla Banca d'Italia che dal Governo, cui dà la fiducia, e questo perché è espressione diretta della sovranità popolare. Il discorso, insomma, non tiene. Ma sarà stata una svista.

Poi, però, mi arrivò quest'altro bel capolavoro:

che, attribuendomi un perentorio (e mai detto) "verità sulla vigilanza", mi dipinge come un tribuno del popolo che vuole mettere Visco sul banco degli imputati. Insomma: il Fatto vuole farmi litigare con Visco, questo ormai è ovvio (come ha constatato ironicamente uno dei suoi giornalisti). Io però non litigo, e non faccio processi a nessuno (nemmeno ai giornalisti: quelli che riporto sono fatti, i giudizi ce li metta chi desidera farlo...). La Commissione di inchiesta avrà cose più serie da fare e le farà.


Quel giorno che sono uscito dall'euro

Dice: "Vabbè, questi coi virgolettati abbondeno un po', ma nun è che ssò cattivi, ssò ssolo un po' distratti, ssò regazzi...". Sicuro? E allora perché quando le virgolette andrebbero messe non le mettono? Qui un preclaro esempio di professionismo:


Nel riportare le parole di un maestoso rudere di precedenti stagioni politiche con idee tutte sue sulle statistiche dell'economia italiana (da noi ampiamente commentate quando avevamo tempo di dedicarci a persone irrilevanti), viene riportata out of the blue e senza virgolette la frase "Per Bagnai e Borghi uscita dall'Euro è l'unico sbocco". Ovviamente, a una lettura superficiale appare che o io o Claudio ci siamo espressi in questo senso, laddove questa simpatica affermazione è un parto della mente irrilevante di Della Vedova (che, scontando un forte isolamento culturale, non è in grado di comprendere quanto sia sfaccettata la nostra critica al progetto europeo, né è in grado di capire che alcuni argomenti non sono "di Bagnai", ma della letteratura scientifica: ma questo è un suo problema, cui gli elettori provvederanno). Certo, poi nel testo (che nessuno legge) dell'agenzia le cose sono rimesse al loro posto, cioè nello sproloquio di un nostro inconsistente avversario politico:

Ma credo che tutti voi possiate apprezzare il modus operandi: le virgolette che vengono messe per dare a Bagnai quello che non è di Bagnai, poi non vengono messe per dare a Bagnai quello che è di Della Vedova (cioè per lo stesso motivo)! Scopo: preparare il terreno in modo che gli algos, quando accadrà l'inevitabile, impazziscano. Ma l'isteria degli algos, cari operatori informativi, è breve: non potrete fermare il vento con le mani.

Mi avvio a concludere...

...come dice un politico prima di tirarla in lungo per altri venti minuti. Ma a me ne occorreranno di meno. Gli esempi che ho riportato sono solo una piccola quantità, ex multis, di cose capitate a me. Nelle nostre chat ormai la mattina ci salutiamo chiedendoci: "Oggi che cosa ti hanno fatto dire?", e i giornali non li leggiamo più. La notizia siamo noi, e non abbiamo bisogno di essere fuorviati o indotti a scaramucce inutili da chi lavora come io con serenità, continenza verbale, e fattualità, ho documentato (inutile scaldarsi: che parlino i dati).

Ora, gli operatori informativi, in tutta evidenza, si sono costituiti, come altri poteri asseritamente indipendenti, in organo politico, in partito politico. Quale? Quello che ha perso le elezioni e deve ancora elaborare il lutto. Mentre questa dolorosa elaborazione va avanti, per non saper né leggere né scrivere i nostri amici continuano a far propaganda giocando sporco, con grave detrimento dei loro conti economici e della democrazia (che non trarrà particolare beneficio dalla loro scomparsa, come non ne trae dalla loro presenza).

Perché il giochino è chiaro: ti mettono in bocca cose che non hai detto, e lo fanno da una posizione sottoesposta comunicativamente, in modo che tu le ripeta da una posizione comunicativamente sovraesposta, per smentirle, naturalmente: ma una smentita è una notizia data due volte! Insomma: vogliono che tu lavori per loro, portando acqua al loro mulino. Ma con me, purtroppo, non funziona così, e questo per un motivo molto semplice. A differenza dei tanti colleghi che hanno un percorso di militanza nei territori, percorso che rispetto ora che ne so la difficoltà e la fatica, io ho fatto un percorso di militanza nel dibattito. Quindi, a me, di avere l'attenzione dei media interessa relativamente poco. Ne ho fatto a meno per sette anni, quando avevo tante cose interessanti da dire, ne faccio volentierissimo a meno ora che la mia attività è tenuta a doveri istituzionali di riservatezza, e che la mia posizione politica mi espone al rischio di creare incidenti se (cioè quando) le mie parole vengono riportate in modo inesatto.

Quindi, cari giornalisti, fatevene una ragione: io non ho bisogno di voi. Io sono la notizia, non voi. Io sono la vostra materia prima. Voi avete bisogno di me. Converse is not true. So benissimo che questo vi fa sclerare, che vorreste tanto avere a che fare con uno che per vedere il suo nome su dei fogli che nessuno più legge rifila il fascicolo degli emendamenti prima che vengano depositati, o fa la dichiarazione urlata, o sussurra il pettegolezzo, il retroscena. In questa maggioranza, di gente così, credo che ne troverete poca, ma naturalmente cercare è lecito. Ora sapete però perché vi scanso (con un sorriso e con cortesia): da voi posso avere solo noie, nessun vantaggio. Un mio tweet fa più visualizzazioni di un vostro articolo, il mio blog è la fonte delle fonti, i miei lettori sanno dove trovare le fonti primarie: disintermediazione o barbarie! Se volete farmi dire quello che vi pare, non avete bisogno di me (come l'ultimo esempio, quello della prestigiosa agenzia ADN-Kronos, dimostra), e quindi, col vostro riverito permesso, tengo per me la cosa più preziosa che ho: il mio tempo. Me ne serve molto, qui seduto in riva al fiume.


Come? Mi dite che cosa c'entra il titolo col contenuto del post? Bè, evidentemente nulla, il che dimostra che potrei fare il giornalista anch'io! E allora accettate un consiglio da un collega: per sopravvivere alla sfida della modernità vi occorrono tre ingredienti. Sono sicuro che quasi tutti voi ne disponete, in proporzioni variabili: schiena dritta, dati, e capacità di approfondimento. Il resto, il gossip, la dichiarazione travisata, il tentativo di provocare l'incidente politico, vi condanna al fallimento. Io ve l'ho detto, con solidarietà e simpatia (annovero fra di voi i miei più cari amici). Poi voi fate come vi pare, ma... not in my name!



Il testo che del mio intervento (che mi sono fatto sbobinare perché quando cancello qualcuno dalla mia anagrafe desidero avere la più assoluta certezza di non compiere errori).


"Grazie, grazie. Grazie a Enrico Giovannini per l'invito, e a Marco Tarquinio per la cortese introduzione.

Intanto vorrei scusarmi se dovrò comportarmi come un politico e, per compensare il fatto di essere arrivato in ritardo, me ne dovrò andare in anticipo.

La vita del politico è fatta così, qui abbiamo più di una persona familiar with the matter, per cui non devo spiegare che in aula ci sono stati alcuni incidenti, manifestazioni diciamo di giubilo per l'approvazione al Senato del decretone, che hanno un pochino fatto slittare i lavori. E alle ore 14 la mia commissione audirà (ed è la prima volta che ciò accade da quando la legge che lo consente esiste -  mi riferisco alla legge 234/2012, legge Moavero sulla partecipazione dei parlamenti nazionali al processo legislativo europeo), audirà il ministro Tria sulle risultanze dell'ultimo Ecofin. Questo per dire che questa maggioranza e questo governo stanno dando dei segni concreti di voler andare oltre un europeismo fideistico e di maniera, per passare verso un europeismo partecipato e costruttivo. Ma naturalmente ciò prende del tempo. Ciononostante ho voluto essere qui e voglio anche chiarire, perché poi occasioni di approfondimento così importanti, di livello così elevato (io mi sento anche a disagio nell'essere in compagnia di esponenti politici che hanno una vita politica e una serie di risultati al loro attivo molto più lunghi e corposi dei miei) appuntamenti di questo tipo sono preziosi, e secondo me lo sono soprattutto se vengono colti come occasione di approfondimento, e quindi mi sento, visto che l'ho fatto ieri in aula lo faccio anche qui, molto rapidamente, di deprecare una certa informazione che cerca di politicizzare in modo un po' petulante e gossipparo chi c'è, chi non c'è, in un'occasione che è soprattutto un'occasione di approfondimento scientifico e di riflessione sui principi, dove quindi i tatticisimi politici dovrebbero essere tenuti fuori, anche se li si usa nella vana speranza di attizzare la curiosità di lettori che invece rifiutano proprio questo modo di fare politica, perché vogliono essere informati sui principi, vogliono essere informati sulla sostanza delle cose, e ne hanno un pochino abbastanza dei ragionamenti di corto respiro.

Non è di corto respiro la mia frequentazione con Enrico Giovannini. Ho fatto prima il calcolo, con la calcolatrice, perché ormai, essendo un politico, anche le sottrazioni non riesco a farle (il che testimonia comunque di una certa onestà, almeno per il momento): sono 33 anni che ci conosciamo, perché Enrico è stato mio insegnante al corso di econometria tenuto dal professor Carlucci (che abbiamo accompagnato insieme alla sua ultima dimora pochi mesi fa), presso l'università di Roma La Sapienza.

Enrico Giovannini è una di quelle persone che hanno fatto di me una persona in grado di entrare nella dimensione tecnica dell'eccellente lavoro fatto con questo rapporto.

Però non vi voglio annoiare con la dimensione tecnica, siamo in una sede politica. E allora vorrei fare qualche considerazione politica. Io, devo dire la verità, sono qui a titolo personale, sono un presidente di commissione: è andata così! I miei commissari sono abbastanza contenti che lo sia io, tranne qualche volta: ieri qualcuno si è lamentato, ma è la prima volta in sei mesi e ci sta. Quindi, come sapete, non sono nell'esecutivo, e sono leghista dal 18 gennaio dell'anno scorso: quindi sono l'ultima persona al mondo intitolata ad esprimere o a distillare il pensiero politico e la linea politica di un partito che rispetto e al quale sono grato, perché mi ha accolto e mi ha aperto ulteriori spazi di dialogo oltre quelli che mi ero aperto da me (perché qualcuno ero riuscito ad aprirmelo anche da me).
Ma non sono evidentemente qui per parlare a titolo, diciamo, collettivo, se non su alcune cose sulle quali ho avuto l'opportunità di condividere.

Ho appreso dal rapporto intanto, con un certo piacere, che fra i barbari, che saremmo noi e i colleghi a cinque stelle, la Lega è il partito il cui elettorato ha, sia pure marginalmente, per qualche decimale - ma oggi i decimali vanno di moda - la maggiore conoscenza dell'agenda 2030. Io, devo dire, ce l'ho per puro caso, per circostanze esistenziali, per il rapporto che mi lega a Enrico Giovannini. E devo dire, lo dico subito, così almeno do una delusione a Enrico, che non è esattamente al centro della mia attività professionale, e in un certo senso neanche dei miei pensieri. Tant'è vero che quando ieri il mio addetto stampa mi ricordava sull'agenda 2030 ho chiesto: "Stai parlando della 2020?" "No, è la 2030!". "Ah!".

E questo ci porta ad un pezzo di discorso che volevo fare. Le agende sono belle, soprattutto se sono quelle in pelle, sono degli oggetti che dovremmo usare, io ormai uso solo l'iPhone per registrare i miei appuntamenti e invece amo chi ancora scrive. Non voglio negare che sia importante per i politici avere un richiamo di forte autorevolezza scientifica ad allargare gli orizzonti. Però voglio fare un warning (visto che sono un economista ogni tanto, perdonerete, devo mettere qualche parola in inglese), un avvertimento, un richiamo al fatto - qui certamente non è successo - che bisogna stare un pochino attenti anche alla dimensione retorica, che poi rischia di svuotare la effettività di questi risultati.

Se noi vediamo cosa è successo all'agenda 2020, e parto dal dato della occupazione, l'agenda si proponeva di portare al 75% il tasso di occupazione della popolazione in età attiva.
Son partiti dal 70,3% sono arrivati al 72,2%, quindi in nove anni sono aumentati di due punti, e adesso per raggiungere l'obiettivo bisognerebbe che in tre anni questo tasso di occupazione aumentasse di tre quando tutti noi del mestiere, io, Enrico e gli altri del mestiere sanno che siamo alla vigilia di un altro massiccio evento economico avverso a livello globale. Non dubitiamo che nella meravigliosa famiglia europea qualcuno cercherò di addossarne l'esclusiva colpa a noi, ma siamo anche abbastanza fiduciosi nel fatto che le dinamiche che si esplicheranno chiariranno che...

Allora, c'è il problema della verifica dei risultati. Avere degli indicatori misurabili è un primo passo. L'agenda 2030 ha come primo vantaggio quello di farci dimenticare quella 2020 e il fatto che non siamo riusciti a realizzare gli obiettivi che erano lì. Quindi su questo richiamo la mia attenzione di politico, pur marginalmente, perché voi sapete che mi occupo di tasse e di banche, quindi non mi occupo di tutta una serie di aspetti di tecnologia, di ricerca scientifica, tutti altri elementi che concorrono alla sostenibilità. Io ho delle resistenze culturali quando si parla di sostenibilità, ho dei sospetti, vivo con un certo sospetto questo dibattito. Quando se ne parla vedo aleggiare lo spettro di Malthus, e vedo anche aleggiare poi lo spettro dell'Europa, e questo è molto evidente, è emerso anche nel dibattito: è stata identificata l'Europa con la sostenibilità.

Quindi, due osservazioni spot, perdonatemi sono osservazioni che possono sembrare un po' polemiche, sono un po' contrarian, ma insomma ci vuole nel dibattito qualcuno che la pensi in un modo diverso. Quando in un dibattito si affermano cose con le quali si dice che non si può non essere d'accordo, beh naturalmente certo, diciamo, nessuno è contro la mamma (forse qualcuno sì, di questi tempi...), ma insomma nessuno è contro il bene, nessuno è contro l'amore, nessuno è contro l'ambiente. Quindi, adottare una certa agenda significa, di per sé, escludere la possibilità di un contraddittorio. E questo, dal mio punto di vista, è la negazione della politica e anche, se vogliamo, l'essenza della propaganda. Quindi nella scelta della comunicazione bisogna stare attenti a mantenere comunque una comunicazione, su temi così rilevanti, che valorizzi la dimensione politica e quindi la dimensione di confronto.

Quando sento dire che su certe cose non si può non essere d'accordo io, automaticamente, non sono d'accordo. Questo però non è un fatto politico, è un fatto etnico, sono fiorentino e quindi ho delle specificità culturali che mi impongono di essere un bastian contrario. Ci sarà qualcuno qui che condivide con me questo infausto destino. Allora, attenzione alle cose sulle quali non si può non essere d'accordo. E poi, diciamo, essere per lo sviluppo sostenibile significa essere fortemente europeisti. Io amo l'Europa, ho delle forti riserve sull'Unione Europea, le ho argomentate scientificamente nel dibattito, e non solo sull'Unione Europea come progetto politico ma su alcuni altri aspetti specifici di questa costruzione. Però, il semplice fatto che noi stiamo parlando di una agenda che è propugnata dalle Nazioni Unite, Nazioni Unite che non stanno portando avanti il progetto di stati uniti del mondo, perché si farebbero ridere dietro, perché è chiaramente nonsensical, dimostra che il richiamo a una dimensione sovranazionale politicamente organizzata, cioè con un parlamento, un governo, o un ente simile, non è di per sé condizione né necessaria né sufficiente per proporre o realizzare un agenda simile.

Tant'è vero che l'agenda 2020 è fallita, quindi se dovessimo dire che ci dobbiamo affidare a chi ha fallito sulla 2020 per realizzare la 2030... Fallita, sto tagliando con l'accetta, ci sono stati dei progressi importanti, sono stati promossi dibattiti importanti, sono state introdotte norme importanti, non voglio fare le pulci ai numeri, non voglio essere così capzioso. Però voglio solo aprire una discussione serena sul fatto che ci sono molti modi di dibattere e molti modi di organizzarsi fra comunità per ragionare sul tema del nostro destino comune.

Vi avrei voluto raccontare la breve storia triste che accadde tre miliardi di anni fa, quando iniziò la fotosintesi clorofilliana e per un po' l'ossigeno venne catturato dal ferro che era libero in superficie, in particolare nelle acque del mare, poi precipitò, tutto questo ferro, e alla fine questo ossigeno cominciò ad accumularsi e ci fu un evento particolarmente catastrofico per i batteri anaerobi. Una volta la terra era una palla ricoperta di muffe, due miliardi e mezzo di anni dopo arrivammo noi, che pensiamo di essere qualcosa di più di una muffa, ma forse non lo siamo... Quindi ricorderei sempre il salmo 127, quando si vuole allungare lo sguardo, cioè "Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt, qui aedificant eam". Ecco, ricordiamoci sempre, anche se so che questo è un riferimento culturale che verrebbe molto condiviso dal senatore Pillon e forse poco da altri, ma insomma la dimensione della nostra finitezza umana è qualche cosa che dobbiamo tener presente proprio nel momento in cui allarghiamo lo sguardo al lungo periodo e esattamente perché allunghiamo lo sguardo al lungo periodo. E quindi dobbiamo sapere che quello che facciamo lo faremo per lasciare il testimone ad altri. A chi? Ai nostri figli, che sono stati menzionati in varie forme, e anche a chi ci succederà, perché avrà il gradimento delle generazioni future come politico al governo del paese. Siamo consapevoli del fatto che il nostro orizzonte temporale, come politici, non è infinito. A questo proposito vorrei dire anche due cose costruttive e un pochino più sul punto di queste con le quali oggi ho cercato di descrivere il recinto culturale all'interno del quale valuto e apprezzo il lavoro che viene svolto dall'ASVIS.

Lo considero importante, perché qualsiasi lavoro di misurazione è importante. Questo l'ho imparato alla scuola alla quale sono stato formato accademicamente, una scuola nella quale, tra l'altro, l'elaborazione di indicatori sintetici come quelli che il rapporto propone era presa molto sul serio.
Intanto vorrei dire che, quanto sarà sostenibile, in particolare sotto il profilo ambientale (perché una cosa che va apprezzata nel rapporto è quella di considerare altre dimensioni di sostenibilità, in particolare quella sociale, io nel mio lavoro mi occupo della sostenibilità finanziaria, che è un'altra cosa ancora), quanto sia sostenibile ambientalmente un certo percorso di sviluppo dipende dallo sviluppo della tecnologia, una cosa che è anche in parte imprevedibile, avanza per salti, per eventi discontinui, come quello della scoperta e dell'applicazione tecnica dell'elettricità, che è stato menzionato poc'anzi, ma che è anche qualcosa su cui occorre investire. E allora qui dobbiamo stare un po' attenti, perché noi, da un lato, vogliamo affiancare al PIL misure di cose svariate (mi pare che in Bhutan si misuri addirittura la felicità, a livello aggregato, che può essere un esperimento interessante ma, insomma...): il BES e altri esperimenti di questo tipo. Io non sono assolutamente contrario a questo tipo di sperimentazione, fra l'altro voglio ricordare che il Senato, in particolare, ha un Ufficio di valutazione d'impatto, che effettua analisi di questo tipo, che ha preso in forte considerazione il BES, ecc.

Però ci sono anche cose più semplici da fare, e  perché non le facciamo?

Se vogliamo pensare alla sostenibilità del nostro percorso di crescita, dovremmo smettere di contabilizzare in contabilità nazionale, tra i consumi, gli investimenti in capitale umano. Cioè la spesa per l'istruzione dovrebbe essere considerata per ciò che è, per un investimento, e dovrebbe essere valorizzata in quanto tale.

Visto che abbiamo questa simpatica retorica supply side, "offertivista", neoliberale, di cui qui a destra ho un esponente valido che capita anche che sia un amico (non potrò litigarci perché dovrò scappare, quindi poi tu massacrami), insomma, perché non giochiamo su questa retorica dell'investimento e mettiamo il capitale umano fra gli investimenti una volta per tutte? E mettiamo una golden rule nelle regole europee, che consideri tutti gli investimenti, anche quello in capitale umano, tra gli investimenti che devono essere promossi? "Investimento in capitale umano", lo traduco, significa stipendio degli insegnanti. Sono in conflitto d'interesse perché ero un insegnante e tornerò ad esserlo, non sono un politico perché vi confesso il mio conflitto d'interesse, però il tema esiste. E, con mia grande sorpresa, il presidente Bassanini mi segnalò, arricchendo la mia cultura, che questo tema era stato sollevato nientemeno che da Jacques Attalì. E se lo ha sollevato lui, ma è poi rimasto sotto al tappeto, vuol dire che c'è proprio una fortissima resistenza a considerarlo. Fortissima, molto più che a considerare la purezza dell'aria o dell'acqua, e questo ci dovrebbe far fare una riflessione.

Poi, vorrei aggiungere una considerazione che emerge anche dalla lettura degli indicatori. Ecco, diciamo, la povertà non dipende dalle persone che ci hanno preceduto in questa esperienza di governo, che io sto imparando a conoscere ed apprezzare (perché naturalmente la politica ti insegna il rispetto dell'avversario). Però attenzione, dire che la povertà dipende dalla crisi è un pezzo della storia, perché le crisi si gestiscono. Le crisi si gestiscono, si fabbricano anche. La fragilità intrinseca del sistema nel quale viviamo dipende anche dal non aver adottato regole razionali come quella che ho appena menzionato. E dipende anche dall'essere costretti a fare delle cose irrazionali, che compromettono il nostro breve periodo, compromettendo anche il lungo periodo. Perché se adesso mi arriva, grazie alla solerzia dei miei collaboratori, un'agenzia che dice che, secondo l'Unione Europea, arriveremo al 132% del debito/pil (vediamo, perché anche le previsioni, come le agende, sono uno strumento di comunicazione politica, in senso alto - non voglio fare una critica), io non posso non ricordare che eravamo scesi sotto il 100 (nessuno se ne era accorto perché la contabilità nazionale venne riformata due anni dopo che noi potessimo argomentare di essere scesi sotto al 100) e siamo tornati sopra il 130 per come la crisi è stata gestita.

Quindi, nel prendere le responsabilità della parte nella quale ho deciso di militare, per quello che succederà da qui in avanti, vorrei però che non ci dimenticassimo che, se noi siamo qui, un motivo c'è. E il motivo non è solo la crisi. La crisi, se gestita bene, non sarebbe bastata. Penso di avervi detto tutto quello che volevo dirvi, c'è la domanda politica: volete mettere in costituzione questa o quell'altra cosa? In realtà, se proprio dovessi esprimermi su questo punto, lo farei a titolo personale, e vi direi che, a titolo personale, prima di mettere qualcosa in costituzione vorrei togliere qualcosa che ci è stato messo con il solito meccanismo delle condizioni di necessità ed urgenza gestite o create ad arte. Cioè vorrei togliere il pareggio di bilancio. Perché per fare queste cose ambiziose, che qui ci poniamo come obiettivo e che sono in massima parte condivisibili, occorre un ruolo dello Stato attivo, interventista. Occorre anche ragionare a mente fredda e con scientificità sulla retorica delle generazioni future, intese come quelle alle quali noi lasceremmo in eredità il debito. Pensando di non lasciargli in eredità il debito, gli abbiamo lasciato in eredità un'altra cosa. Io potrei dire a chi mi ha preceduto: potevate scegliere se lasciare alle generazioni future il debito o la povertà, avete rifiutato di lasciargli il debito, gli avete lasciato il debito e la povertà (parafrasando uno statista col quale ho solo in comune un pessimo carattere).

Ecco, ragionamo seriamente su come uno Stato debba recuperare dei gradi di libertà nella sua azione, perché altrimenti su questi temi si possono fare proclami, si possono fare modifiche della Costituzione, ha sicuramente senso promuovere un dibattito a quel livello, ma se manca la volontà dello Stato di intervenire, finanziando progetti di simile respiro, ho come la sensazione che ci si avvii ad un'altra realizzazione parziale di obiettivi che invece sicuramente meritano tutti la nostra massima attenzione e il nostro massimo impegno. Io vi saluto perché devo accogliere il ministro Tria, che prima conoscevo da collega e adesso conosco da figura istituzionale, spero di non avervi annoiato troppo, spero di non aver troppo deluso Enrico, con il mio scetticismo da keynesiano vecchia maniera, e spero anche di aver risposto alle domande del cortese moderatore."

Moderatore: "Ha sviluppato il suo ragionamento in modo molto coerente e teso, direbbe qualcuno."

"La ringrazio per la definizione, grazie, perdonatemi veramente. Visto che prima si parlava di bambini, questa audizione è stata un parto perché il ministro è molto impegnato. Apro e chiudo una parentesi, per dire qui una cosa che dirò dopo, noi abbiamo voluto fare la razionalizzazione e avere un ministero dell'economia, poi abbiamo una commissione bilancio e una commissione finanze. Ora se noi avessimo quattro ministeri, com'era quando eravamo giovani, avremmo un'interlocuzione più fluida con il governo, in re ipsa. Queste cose certe volte non ci si pensa, quando si fanno gli interventi di riforma e razionalizzazione. Tipo sopprimere questo, sopprimere quello, adesso non parlo se no poi sembra che voglia parlar male degli assenti. Grazie ancora per l'attenzione, scusatemi."