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domenica 10 maggio 2026

Il campo di concentrazione

In tanti anni che seguo (o meglio, precedo) il dibattito mi ero perso un dettaglio: uno spirito particolarmente irriguardoso potrebbe argomentare (e temo l'abbia fatto) che l'inconsulta gragnuola di giornate nazionali, europee, mondiali, galattiche, ci regala l'emozione di festeggiare nello stesso giorno la sconfitta e la vittoria del nazismo!

A scanso di equivoci, preciso che questo non è (ancora) il mio pensiero, per vari motivi. Intanto, perché è giusto lasciare alle buone intenzioni il loro spazio e il loro ruolo (che è quello di lastricare la via dell'inferno, di cui il nazismo è stata una buona approssimazione), riconoscendone la genuinità! L'UE non è certo il Quarto Reich (o non ancora), e Schuman non era certo un nazista, per quanto fosse sodale di quello che rivendicava esplicitamente la natura antidemocratica del progetto europeo come "somma delle risposte alle crisi" (e quindi come somma di soluzioni sottratte allo scrutinio democratico dalla logica dell'urgenza), o di quell'altro che serenamente ammetteva che il progetto europeo per consolidarsi avesse bisogno di un conflitto con l'allora Unione Sovietica (e quindi invocava nemmeno troppo implicitamente il riarmo del continente).

Probabilmente il fatto di averne viste di tremende li rendeva un po' di manica larga (anche se è in effetti controintuitivo che chi è scampato alla più terribile delle guerre ne proponga con nonchalance un'altra come soluzione di un problema politico che peraltro si poneva solo lui...), come è probabile che noi, che grazie ai nostri padri abbiamo vissuto una vita comoda e sicura, siamo diventati un po' troppo schizzinosi, un po' troppo sospettosi verso la logica della ragion di Stato. Certo è, però, che la letteratura scientifica da tempo evidenzia alcune assonanze fondamentali fra la logica di due regimi che ci vengono proposti come così distanti l'uno dell'altro: pensiamo ad esempio all'esteso ricorso alle privatizzazioni. D'altra parte, è pur vero che l'ordoliberismo (cioè l'idea che lo Stato debba intervenire per creare un level playing field su cui poi lasciar competere gli agenti economici secondo il libero gioco delle forze di mercato), che è il nucleo della costruzione concettuale europea, pare fosse avversato a suo tempo dal regime nazista (ma qui l'autorità indiscussa è Luciano e quindi non mi addentro).

Insomma: nonostante la retorica bellicista e la corsa al riarmo, nonostante le progressive intrusioni nelle libertà individuali più elementari come quella di riservatezza della corrispondenza, si potrebbe argomentare che sia troppo presto per dire se la storia si stia ripetendo, o stia almeno facendo rima con se stessa.

C'è però una cosa del progetto europeo attuale che sinceramente deve preoccuparci, ed è la sua ansia più o meno consapevole verso la concentrazione dei mercati, in particolare di quelli di approvvigionamento.

Come avrete visto, Putin ha suggerito Schröder come mediatore per la soluzione del conflitto in Ucraina, argomentando che di lui si fida. Ci mancherebbe altro! Le relazioni dell'ex-cancelliere con importanti imprese russe sono ben note: qui potremmo anche limitarci a considerarle fatti suoi, ma in realtà sono un po' anche fatti nostri, per il semplice fatto che, a un occhio malizioso, potrebbero configurarsi come una ricompensa per aver messo il continente (noi compresi) in mano a un unico fornitore (la Russia). Voglio subito chiarire un punto: certo che, visto che la Spagna il gas russo lo compra (e non è una novità), non si vede perché non dovremmo comprarlo noi, ma il punto non è questo, è un po' più grave di così. Non si tratta cioè di discutere se il gas russo sia a buon mercato, se la politica suicida di concentrarsi su un unico mercato di approvvigionamento sia frutto di corruzione o di miopia, ecc.

Per chiarire il mio pensiero, vi chiedo di analizzare quale soluzione l'UE ci stia proponendo per affrancarci dalla dipendenza dalla Russia: le fonti rinnovabili, cioè... la dipendenza dalla Cina!

Da una concentrazione del mercato di approvvigionamento all'altra, senza particolare soluzione di continuità, così come magari fra cinque anni vedremo senza particolare sorpresa Merz o la von der Leyen diventare consiglieri di amministrazione di Jinko Solar! Di incoraggiare la diversificazione degli approvvigionamenti non mi pare se ne parli, e nel caso delle rinnovabili, quand'anche se ne parlasse, sarebbe evidentemente troppo tardi: la filiera è per oltre il 70% in mano a chi si è mosso prima, per cui oggi dire "rinnovabili" significa dire "Cina".

Non c'è nemmeno bisogno di evidenziare la fragilità industriale e geopolitica di un approccio simile. Del resto, è parente stretta della fragilità che consiste nell'articolare il proprio modello di crescita sulla domanda estera, cioè sulle esportazioni: una politica che, come abbiamo sempre fatto notare e come ora è difficile ignorare, espone dal lato della vendita di prodotti a una criticità simile a quella che stiamo sperimentando dal lato dell'acquisto delle materia prime. Chi esporta beni importa problemi, diceva un saggio economista scolarizzato nel XX secolo: i problemi "domestici" (cioè interni, nazionali) dei Paesi di sbocco. Ed è per questo che un modello di sviluppo equilibrato dovrebbe comunque partire dal sostegno della domanda interna, come sta cercando di fare il Governo attuale da noi, affrontando vincoli di matrice europea che ben conoscete.

Ma la domanda è: com'è possibile che si passi dal mettersi in mano a un fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Russia, con cui evidentemente eravamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni), al mettersi in mano a un altro fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Cina, con cui evidentemente siamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni)!?

Per ritagliare al merito un piccolo spazio, preciso che io non vorrei collidere con nessuno. Il problema gigantesco però, qui come altrove (e con tanta buona pace di chi non lo capisce, soprattutto se ha vinto un bel biglietto alla lotteria della vita!), è di metodo! Ma come!? L'Unione Europea non doveva nascere per "combattere efficacemente tutte le tendenze monopolistiche", e poi che fa? Ci mette in mano a un monopolista "scomodo" dietro l'altro, anziché incoraggiarci attivamente sull'unica strada che sarebbe razionale, non essendo esportatrice ma importatrice netta di energia: diversificare le fonti di approvvigionamento!

Considerando che il declino demografico non si applica, per le note ragioni, ai cretini, permettetemi di ripetere a prova di cretino lo stesso concetto: io non sto né dichiarando né auspicando che né Russia né Cina debbano essere per sempre nostre nemiche né nostre amiche. Sto solo facendo notare che quella stessa istituzione che ci ingiunge oggi di considerare nemica la Russia (e domani la Cina), prima ci ha messo in mano alla Russia, e ora ci sta mettendo in mano alla Cina.

Si capisce che c'è qualcosa che non va?

Degli aneddoti (#castacriccacoruzzione) si occuperanno storici, o magistrati (questi ultimi non credo avranno interesse a farlo). A me interessa la logica del sistema. Come è possibile che, quando da decenni sappiamo come il principale strumento di gestione del rischio economico sia la diversificazione, l'Europa si costituisca in campo di concentrazione ogni volta che le viene permesso di dare un indirizzo di politica industriale (implicitamente o esplicitamente)? Può forse dipendere dal fatto che avendo fatto del mercato il pilastro fondante del nostro patto sociale, ma non riuscendo a immaginare altra efficienza se non quella che scaturisce delle economie di scala (i "giganti europei"), le élite europee si condannino a ragionare comunque in termini monopolistici? Questo ovviamente non solo contraddice le nobili aspirazioni alla rottura dei monopoli espresse dai noti deportati, ma contraddice anche la logica della concorrenza in nome della quale, però, si sono perpetrati tanti abusi riconosciuti dalla stessa Unione Europea nei suoi tribunali.

Io ho veramente difficoltà a capire il perché di questo ennesimo suicidio annunciato. Una cosa però temo di saperla: nemmeno queste evidenti cantonate prese a danno nostro e di tutta la famiglia europea riusciranno a convincere gli eurolirici che nel progetto da loro con tanta passione vagheggiato c'è qualcosa che non torna. E finché questo riguarda gli eurolirici di sinistra, sarei anche rassegnato (lo sono, com'è noto, da oltre otto anni)! Ma quando vedo conservatori, persone educate all'idea che non ci sono pasti gratis, continuare a considerare un pasto gratis questo gigantesco cumulo di una cosa che non è, perché non può esserlo, cioccolata (altrimenti non sarebbe gratis), ecco, lì sinceramente mi cadono le braccia. C'è insomma un ghradhuidhamendhe "de destra", quello di chi considera l'euro e l'Europa comunque un free lunch, come c'è e c'è stato un ghradhuidhamendhe "de sinistra", che quelli "de destra" scorbacchiano, senza rendersi conto di commettere essi stessi il medesimo errore concettuale.

Non sarà un Blitzkrieg, ma questo so che lo avevate capito...

domenica 16 novembre 2025

La storia siamo noi

Murmur ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il goofy migliore è sempre l’ultimo":

Come verrà raccontato questo periodo tra 100 anni, quando nessuno di noi ci sarà più? Quando gli storici probabilmente dovranno anche fare uso di Intelligenze Artificiali molto più avanzate per scandagliare e analizzare l'infinita mole di documenti prodotti dall'umanità (inclusi i contenuti del Goofy che magari, per sopravvenuta obsolescenza tecnologica, non si troveranno più su Youtube ma archiviati in qualche altra forma)?

Il periodo del COVID verrà raccontato riducendo il tutto a scontro tra Lascienza e complottismi, come si fa oggi per vicende di 100 o 200 anni fa? O verrà messo in relazione alla più generale crisi della rappresentanza democratica e della distribuzione del potere che ha prodotto Brexit, Trump, Euroscetticismo? E la parentesi Eurozona/Unione Europea, come verrà giudicata dagli storici e dagli economisti del futuro?

Pubblicato da Murmur su Goofynomics il giorno 15 nov 2025, 16:17


Nel chiudere il #goofy14 mi sono posto una domanda analoga, ma forse più fruttuosa (o più assurda, giudicherete voi): ora che vediamo l'Europa andare rapidamente a destra

noi, che sappiamo perché ci sta andando, dato che lo avevamo previsto il 22 agosto del 2011 ("le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra"), non dovremmo forse rileggere con occhi diversi la storia dell'ultima drammatica svolta a destra del continente, quella iniziata circa un secolo fa?

Sono pressoché certo, caro Murmur, che uno storico comme il faut considererebbe con sussiegoso disdegno la mia e la tua applicazione alla storia di un metodo che probabilmente non le appartiene, quello analogico. Diciamo che su questo c'è un dibattito, e che probabilmente l'anelito verso un ragionamento rigoroso vale anche come scusante per la conclamata incapacità di imparare dagli errori del passato, visto che, in effetti, quanto il passato abbia da insegnarci dipende da quanto fondate siano le analogie che vediamo fra esso e il presente, e che un livello elevato di sofisticazione consentirà sempre di trovare distinguo in numero sufficiente da convincerci che "questa volta è diverso".

Tuttavia, nel modo asimmetrico con cui ci poniamo il problema (tu che ti chiedi come vedrà il presente uno storico del futuro, io che mi chiedo che cosa il presente dica del passato a noi che questo presente abbiamo dimostrato di comprenderlo meglio di altri perché ne abbiamo previsto un tratto molto significativo in un momento in cui il mondo sembrava stesse andando da un'altra parte - cioè a sinistra con la deposizione di Berlusconi qui, l'avvento di Hollande in Francia, ecc.), in questa asimmetria vedo un dato percettivo molto interessante. Mi sembra (ma può darsi che questa sia una mia impressione) che la maggior parte di voi non rifletta sul fatto che anche il presente è storia, e che, di converso, la storia è stata il presente di altri essere umani, né tanto migliori né tanto peggiori di noi. Questa dicotomia fra attualità e storia è largamente falsa, ancorché, me ne rendo conto, si basi su uno dei problemi più formidabili che la filosofia abbia mai dovuto gestire (non credo lo abbia risolto), quello del divenire, che da Parmenide in qua ha occupato menti più attrezzate della mia. Ma è questa dicotomia che ci consente di "chiamarci fuori" quando ragioniamo sui fatti storici, trincerandoci dietro la certezza che essi riguardino non solo (com'è ovvio) altre persone, ma persone e circostanze radicalmente diverse, realtà non confrontabili.

Credo che sarebbe invece un esercizio proficuo, e qui qualcuno lo ha fatto:


riflettere sul fatto che la storia siamo noi, che noi siamo nella storia, nella nostra storia, naturalmente, ma che questa storia, la nostra storia di esseri viventi che zampettano su due gambe da poco meno di quattro milioni di anni e che ha ancora più o meno lo stesso pancreas di 12.000 anni fa, quando ha posto le basi per soffrire di diabete, non può essere così radicalmente diversa da quella dei nostri simili che vivevano in un sistema economico capitalistico un centinaio di anni fa. Insomma, è sempre il solito discorso: chi ci propone "i totalitarismi" (e in particolare "le destre") del XX secolo come una imprevedibile irruzione nel divenire storico di un Male assoluto e radicale, inemendabile e incomprensibile, forse agirà in buona fede, ma sicuramente ci impedisce una lettura di quegli eventi in base alle dinamiche di classe che qui abbiamo individuato e applicato con successo, quando abbiamo preconizzato che l'austerità avrebbe fatto svoltare a destra la politica europea (QED) proprio mentre la politica europea pareva andasse a sinistra. E, in effetti, anche negli anni '30 del XX secolo era stata l'austerità a far svoltare a destra la politica europea, almeno in Germania, come ormai tutti sanno e ammettono. Solo qualche remoto sprovveduto crede più alla storiella dell'inflazzzzione di Weimar come causa del nazismo, la letteratura scientifica ha archiviato questo mito (basta leggersi Austerity and the rise of Nazi party, uno dei tanti paper che qui abbiamo scritto prima di leggerlo...). Non saprei citarvi ricerche analoghe a proposito del fascismo, ma sul nazismo c'è ormai un corpo di ricerca consolidata e autorevole secondo cui non è andata che i tedeschi siano tutti impazziti andando dietro a un folle omicida sessualmente disturbato, ma:


semplicemente che hanno cercato di reagire a governi che li avevano impoveriti praticando le politiche che qui in Italia sono state praticate dal PD, come Keynes aveva detto a suo tempo prima del nazismo, e noi qui avevamo detto prima di Monti.

Quindi, forse, l'esercizio più proficuo non è chiedersi come ci vedranno fra cento anni gli storici, perché fra cento anni noi non ci saremo, e questo quindi non ci riguarda. L'esercizio più proficuo è rendersi conto che siamo immersi in un flusso che spinge in una direzione per motivi che qui abbiamo dimostrato di conoscere meglio di altri, e che in passato ha condotto a vele spiegate verso la catastrofe. Il vero negazionismo è quello del PD, che disconosce la paternità di politiche à la Brüning, e il loro nesso causale con la solidità del consenso che sorregge la destra.

Questo, ormai, devo considerarlo il bicchiere mezzo pieno. In fondo, averlo capito, e essermi regolato di conseguenza, è quello che fa di me oggi un uomo politico relativamente visibile, e comunque abbastanza visibile da attirare la grottesca invidia dei tanti wannabe piddini à la Gerbaudo (un nuovo amico incontrato nella cloaca, ne parleremo in altra occasione...).

Ma non dobbiamo dimenticarci che siccome la storia siamo noi, e noi non siamo in una posizione di radicale alterità e terzietà rispetto a dinamiche già sperimentate e analizzate da ricercatori di varia estrazione, il bicchiere potrebbe anche rompersi...

sabato 31 maggio 2025

Il Portogallo e le materie prime

Oggi nella prima parte dell’allenamento (quest’anno vorrei andare sul Gran Sasso e ho bisogno di alleggerirmi un po’) ho ascoltato questo:


e mi piacerebbe che lo ascoltaste anche voi.

Riflessioni?

lunedì 5 maggio 2025

QED 109: disse il grillo al tordo (sinistra e democrazia)

Questa notte era così su Europe Elects:


Questa mattina ricevo dal prof. Santarelli (che è esperto di cose rumene per motivi che alcuni di voi hanno constatato) un messaggio dal tenore esplicito "disse il grillo al tordo, sentirai il botto se non sei sordo".

Intuendone il significato, vado a verificare sul sito ufficiale:


e in effetti è un bel botto! Quasi il doppio di quanto il precedente candidato di AUR aveva ottenuto alle precedenti elezioni del 2024, quelle annullate (da circa due a quasi quattro milioni di voti). Questo, peraltro, significa che le piazze rumene piene di gente che compostamente manifestava la propria indignazione non erano un fake, come qualcuno cercava di sostenere, invitando a verificare le fonti:


(la rete nasconde ma non ruba).

Due giorni fa scrivevamo:


e effettivamente la risposta degli elettori rumeni va naturaliter nella direzione indicata, come l'acqua segue il declivio di un monte: quella di far crescere il consenso del partito osteggiato dal sistema.

Bene, ma non benissimo, intanto perché il 41% non è il 67% (ma sappiamo accontentarci!).

Poi perché immagino che la risposta repressiva sia già partita: si parlerà (ovviamente) di hacker russi, di manipolazioni social, di propaganda, ecc., dimenticando che la democrazia è propaganda, e che nel momento in cui precludi la libertà di fare propaganda, precludi la democrazia.

Questa (tratta da questo sito) cos'era?


Non mi sembra la si possa definire una razionale, asettica e politicamente corretta esposizione di posizioni politiche, giusto? Forse sarebbe più corretto definirla come la ricerca di una irrazionale risposta emotiva, o sbaglio?

Quindi la propaganda c'è sempre stata, condotta con maggiore o minore raffinatezza (preferibilmente con minore, dato che il suo obiettivo è appunto catturare il consenso emotivo della maggioranza), e nessuno se ne è adontato fino al punto di negarne la legittimità: semplicemente, ognuno ha fatto la propria! Che è poi quello che, a reti (e schermi cinematografici, e prodotti editoriali) unificate stanno facendo gli altri, da sempre, saturando qualsiasi spazio e non fosse che per questo negandoci la possibilità di contrapporre i nostri argomenti.

Il disprezzo della sinistra per la democrazia è radicale e inguaribile perché è in primis et ante omnia disprezzo per il demos. Ora, per carità, non è che io sia un esempio di empatia e immedesimazione nelle vicende e nelle passioni dei ceti popolari: non ho mai visto un festival di Sanremo né una partita di calcio (tranne quelle della nazionale, subite da bambino)! Il punto però è un altro: per quanto io possa essere programmaticamente aristocratico, non mi verrebbe mai in mente di pretendere l'esame di lettura della partitura (o di "antifascismo") da chi si accosta alle urne, né di dire apertis verbis all'elettore che è un deficiente perché si lascia influenzare dagli shorts di TokTok, e questo perché non credo che il setticlavio sia un presupposto necessario per la lettura della realtà, né che gli elettori siano dei bambinoni (nonostante che debbano subire la puerile narrazione eticizzante dei raffinati tecnici che parlano di debito buono e cattivo, e baggianate simili, che infatti rifiutano).

Negare legittimazione alla propaganda (a quella altrui, beninteso, che alla propria nessuno rinuncia!) significa dare all'elettore del cretino, aspettandosi che non se ne accorga e pretendendo, in caso contrario, che sia grato per le attenzioni di chi lo vuole salvare da se stesso!

Come siamo arrivati a un simile salto di qualità, quello per cui in nome della democrazia si nega la sostanza della democrazia (oggi la propaganda elettorale, domani il libero voto - preferibilmente cartaceo - alle urne)? Credo che la risposta sia semplice: perché il livello dello scontro si è innalzato. Ormai il problema non è più individuato nel fatto che l'elettore scelga male (a seconda dei punti di vista: scelga i cosacchi, o scelga Truman!). Oggi il problema è visto nel fatto che l'elettore scelga!

Non dovrebbe essere difficile capire perché, considerando un dato non solo simbolico: il lungo percorso di delegittimazione della politica con quello che viene ormai apertamente riconosciuto dai suoi autori come un colpo di stato:


qui da noi si avvia in sincrono con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, che sancisce il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia e il definitivo abbandono dell'Europa alle logiche della terza globalizzazione, a un assetto istituzionale in cui titolare dell'indirizzo politico è il Mercato. Nel mondo in cui governa il Mercato, perché i governi si sono privati di uno strumento essenziale di politica economica, hanno ceduto quello che era stato, nei lunghi millenni della storia, uno dei due fattori costitutivi della sovranità, cioè il potere di battere moneta, è chiaro che i percorsi devono essere definiti in altre sedi rispetto a quelle politiche e sono funzionali ad altre logiche: logiche globali, cioè sovranazionali, rispetto alle quali la semplice idea che un popolo possa autodeterminarsi è oggettivamente eversiva, per quanto possa essere proclamata in modo più o meno solenne dalle varie Grundnorm nazionali. Sappiamo che cos'è, sappiamo in che conflitto siamo invischiati: in una guerra coloniale, combattuta, come pressoché tutte le guerre coloniali, per appropriarsi di materie prime. La materia prima in questo caso è il risparmio, che si vuole sottrarre, in nome dell'efficienza, all'intermediazione pubblica, gestita dai governi, indirizzata dagli elettori, e svolta attraverso il sistema pensionistico, sanitario, educativo, ecc., per consegnarlo in modo totalitario all'intermediazione privata (nonostante che questo processo, ampliando la disuguaglianza, porti inevitabilmente a crisi di domanda, o di sovrapproduzione che dir si voglia, secondo meccanismi descritti ad esempio qui).

Ora, capisco che questo spostamento di fronte possa frastornare qualcuno, aprendo la petulante solfa secondo cui oggi "destra e sinistra non esistono più", e via luogocomunisteggiando.

Faccio un'osservazione: le strategie da regime totalitario con cui viene concretamente attuato il tentativo di salvarci da un ipotetico regime totalitario sono ormai visibili, vengono applicate in modo sfacciato, plateale. I freni inibitori sono caduti, non ci si cura di salvare le apparenza, e questo non può non turbare la coscienza dei progressisti, il cui primo imperativo morale è, da sempre, la difesa usque ad effusionem sanguinis del bon ton (da Rosa Luxemburg a Lina Sotis è stato un attimo...) Per sedarne un improbabile, ma non impossibile, moto di indignazione, li si rassicura dicendo che il male viene fatto (come di consueto) a fin di bene, viene perpetrato per salvarci dal fasheesmo. Lo scopo di questo bombardamento continuo, di queste caricaturali e petulanti richieste di abiura, di questo insistito richiamo all'esperienza dei totalitarismi storici, di cui viene infallantemente data una rappresentazione eticizzante e favolistica (la lotta del Bene contro il Male, l'imbianchino austriaco che era cattivo perché la mamma non gli dava il bacio della buona notte - senza considerare che per medicare simili traumi un'alternativa allo sterminio di interi popoli c'è, ed è scrivere un romanzo di successo), o di cui, peggio ancora, si raccontano in modo falso i presupposti oggettivi (la solita balla secondo cui il nazismo sarebbe stato causato dall'inflazione di Weimar, quando tutti ormai sanno che fu determinato dall'austerità di Brüning, al punto che perfino quel clero vile e conformista che è la professione accademica non può nasconderlo:


mentre nei nostri parterre televisivi ancora sfrecciano le carriole di Weimar...), insomma: lo scopo per cui questo apparato propagandistico schiacciante, ramificato, subdolo, onnipresente si attiva per suscitare allarme è duplice. Da un lato, come dicevamo, questa propaganda serve a rafforzare i progressisti nella convinzione di essere i buoni, di essere dalla parte del giusto, e quindi, in quanto tali, di potersi permettere esattamente le stesse pratiche che storicamente deprecavano nei cattivi, pratiche che i cattivi non si potevano permettere perché erano dalla parte del torto, mentre i buoni naturalmente possono attuare, essendo dalla parte della ragione. Un ragionamento un po' ingenuo, alla portata di quelle menti la cui semplicità si spinge fino al punto di ritenersi raffinate. Dall'altro, lo spettro dei totalitarismi storici viene agitato per scongiurare che una serie di benpensanti più o meno progressisteggianti possano porsi una domanda: "Ma è giusto che a un popolo sia precluso il decidere per se stesso?" e darsi la risposta giusta: "No!". Quello che si vuole stabilire, insomma, è il principio che se ritieni che un popolo abbia il diritto di autodeterminarsi, allora vuoi la Shoah, sei un mostro, non ha dignità di interlocutore, sei il Male, sei nazista.

Non vi sfuggirà il duplice paradosso. Primo: questo trattamento degradante viene inflitto agli elettori proprio da chi ha messo in opera politiche affini a quelle che hanno condotto al nazismo storico, cioè politiche di austerità (vedi l'estratto qua sopra, e se interessa anche la letteratura riportata dall'articolo citato). Secondo: la colpevolizzazione del patriottismo viene portata avanti come strumento di lotta politica proprio da quella parte politica (i progressisti) che del patriottismo ritengono di avere l'appalto unico, ma solo un giorno all'anno, il 25 aprile, quello in cui si gloriano di aver fatto uscire dalla porta quel nazismo che poi, come sappiamo, hanno fatto rientrare dalla finestra.

Ora, il fatto che le percentuali di chi decide di schierarsi dalla parte del Male, pagando un costo reputazionale di fronte alla propria coscienza e alle proprie conoscenza, siano in crescita dimostra che questo giochino non attacca, che a ognuno puzza questo barbaro dominio. Insomma, è il discorso, per certi versi fondato, che faceva ieri elu ei:

e che da anni fa un nostro altro amico che non nomino quando dice che: "Una volta che hai deciso che sei di destra, la strada è tutta in discesa!", alludendo al fatto che, finalmente, a destra puoi dire che il cielo è celeste e il prato verde, senza dover sguainare spade e senza patire, come anche qui abbiamo patito, la censura di chi in teoria la pensa come te. Quel moto liberatorio che ha sancito il successo di Vannacci, per capirci.

Ma appunto qui vedo due motivi di preoccupazione, che vi consegno chiudendo questa omelia.

Il primo è che in discesa si prenda troppo abbrivio, che la rottura dei freni inibitori da parte degli utili idioti del cosmopolitismo borghese ne promuova una simmetrica da parte dei patrioti. Insomma, che insensibilmente si passi dal provocatorio e liberatorio "E basta con 'sto fascismo!" dell'amico Daniele a qualcosa di più, alla nostalgia, in nome dell'invocazione di un male ormai ignoto come liberazione da un male noto, o addirittura al revisionismo, sulla base del principio non privo di plausibilità secondo cui se ci raccontano tante balle sull'oggi, durante un conflitto che non vede ancora dei vincitori (vedi il tweet citato sopra), chissà quante potrebbero raccontarcene su un conflitto ormai remoto e che ha visto degli sconfitti. Questo va evitato. Dobbiamo ricordarci che noi siamo contro la sinistra perché la sinistra è l'austerità, cioè il nazismo, perché la sinistra è la negazione della libertà di espressione, cioè il nazismo, perché la sinistra è il disprezzo della sovranità dei popoli, cioè il nazismo. Dobbiamo ricordarci di non immedesimarci, neanche per un secondo, neanche in un comprensibile momento di disperazione, in ciò che intendiamo combattere, non tanto perché questo darebbe agio al nostro nemico di demonizzare il nostro impegno (quello già lo sta facendo), quanto perché dobbiamo avere chiara la direzione in cui vogliamo andare.

Il secondo motivo di preoccupazione è più immediato e concreto. Oggi sono inchiodato a letto da un colpo della strega (devo ricordarmi che gli anni non sono quelli che sento, ma quelli del calendario...) e quindi volevo scrivere questo post dal telefonino. Non è stato possibile. Nel momento in cui volevo inserire nell'interfaccia mobile di blogger il primo screenshot di questo post, ho ricevuto questa simpatica risposta:


e non c'è stato verso. A un secondo tentativo, l'inerfaccia di blogger non mi mostrava nemmeno le immagini che pure erano nella libreria delle foto. Le ho allora salvate come preferite, "cuorandole". In questo modo riuscivo a reperire (nella cartella preferiti) le immagini che non mi venivano mostrate nella libreria, e quindi a chiedere a blogger mobile di caricarle, ma la risposta era la quella che vedete qua sopra. A questo punto, fra dolori atroci e altrettanto atroci litanie, mi sono procurato il pc, l'ho aperto, e ho provato e incollare da icloud gli screenshot, ma (sorpresa?) gli screenshot che citano il voto rumeno su icloud non ci sono arrivati (due ore dopo!):


e quindi me li sono andati a prendere su Twitter usando l'interfaccia desktop (dove pare che tutto stia funzionando).

Morale: stampate i post che vi interessano, perché prima o poi, Ciamp o non Ciamp, ci tireranno giù. Molto dipenderà da cosa vorranno fare gli Stati Uniti da grandi, argomento su cui ci siamo lungamente intrattenuti, ma se tanto mi dà tanto anche gli appassionati appelli in difesa del free speech potrebbero essere meramente tattici, potrebbero riflettere, più che una intima convinzione da parte di chi, essendo padrone delle piattaforme è padrone del discorso, una mossa per mettere in difficoltà chi si è sbilanciato in modo così visibile da essere controproducente, appunto, per il controllo del discorso. Che si possa negare formalmente il ricorso alle urne è un'eventualità che ormai dobbiamo considerare plausibile, ma che resta remota. Che si spenga come una lampadina un blog che ha contribuito a mutare il quadro politico del Paese temo sia molto più probabile. Quando succederà troveremo altri modi per restare in contatto, ma intanto ricordate: la carta resiste ai blackout!

Intanto, vediamo come andrà a finire in Romania: per fortuna, in questo momento i nostri nemici sono distratti da altro, ma l'intelligenza artificiale è viva e lotta per loro...

sabato 22 febbraio 2025

Allacciate il cinto erniario…

La risposta alla domanda: “Ma quelli che da quattordici anni ci attaccano per le nostre idee sono prezzolati?” è: “Sì!”:


Mi raccomando il cinto erniario: lo sforzo di stupirvi potrebbe causarvi un trauma…

Chi fosse interessato a questo testo al tempo stesso utile e superfluo lo trova qui.

mercoledì 10 agosto 2022

Meno uno…

 


Stefano Longagnani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Humanitas":

Scusa alessandro (sic), ma il senatore ha ragione: «le cose diciamole, perché anche dirle è rispetto, ma una volta sola, e poi passiamo avanti.» Quindi non insistere. Se Alberto nella risposta si pregia di ignorare bellamente le tue puntuali critiche politiche che fai? Insisti?! È evidentemente tempo sprecato. Questo blog era un progetto culturale dove l'onestà intellettuale veniva usata come un'arma. Ora non è più così. Pensi che Alberto non lo sappia? Pensi che sia facile per lui ingoiare i rospi che sta ingoiando? Quindi alessandro davvero, non insistere, ma guarda e passa.

Pubblicato da Stefano Longagnani su Goofynomicsil giorno 9 ago 2022, 02:15 giorno 9 ago 2022, 02:15


Un altro doloroso caso di coloncardia, che mi mette una profonda tristezza. Stefano ha fatto un pezzo di strada con noi. Ha arricchito questo blog con osservazioni non particolarmente originali, ma sensate. Poi, come tanti altri, si è disvelato, costringendomi a bloccarlo su Twitter, e come tutti quelli sputati dalla bocca di Goofynomics ha cominciato ad avvinghiarsi nelle spire di un futile e sterile rancore, che fa (o farebbe) torto alla sua intelligenza!

La faccio semplice. Non è vero in generale che uno vale uno, e quindi non è vero nemmeno qui. Qui vi dividete in due: chi è arrivato prima (del 2018) e chi è arrivato dopo. Chi è arrivato prima, a sua volta, si divide in due. Chi ha capito queste parole quando le ha lette:

e chi non le ha capite.

I “pandemici” rientrano in quest’ultima categoria.

Aiutati dal 27 che correva, finché la durezza del vivere colpiva gli altri si limitavano a un moto di compiaciuta indignazione “digestiva”, dello stesso tipo di quella che assale il piddino alla visione di una puntata di Report: la colecisti si attiva allo spettacolo romanzato dell’ennesimo misfatto dei cattivi, la bile si smuove, emulsionando nel duodeno i grassi di una cena fatta perché ce la si è potuta permettere, e poi ci si addormenta sereni, pensando che alle ingiustizie domani qualcuno ci penserà, e che tanto a noi nessuno ci verrà a cercare…

Errore!

“Non ci sono limiti” (cit.) vuol dire che la durezza del vivere verrà a cercare tutti! E allora, quando bussa alla porta, la reazione razionale, o comunque umana, mi sembrerebbe essere se non la gratitudine verso chi ha provato ad avvertire, almeno il non intralciarlo. Se ho capito prima di voi che non era un gioco non è colpa mia, come forse non è colpa vostra se lo avete capito dopo di me. Quello che era vero ieri è tanto più vero oggi, ma da chi ieri non ha capito benissimo chi fosse il nemico non accetto oggi suggerimenti su come combatterlo, né tantomeno lezzioncine di onestà intellettuale da perdente, che sono solo il definitivo suggello sul proprio non aver capito nulla di come si combatte una battaglia politica.

Siamo sempre lì, è sempre lo stesso circo con le stesse bestie nella stessa gabbia. Sta a voi decidere se guardarlo da dentro o da fuori. Come bussola suggerisco il senso del ridicolo. Chiamare “puntuali critiche politiche” un raglio simile:


di un poverino che visibilmente non sa né dove si trova né quello che dice né come dovrebbe scriverlo sinceramente muove a un compassionevole sorriso, venato di tristezza al pensiero di quella credevo fosse, sbagliando, l’intelligenza dell’amico Stefano.

Dov’è la politica in queste parole? Aspettiamo il 26 settembre, visto che alcuni di voi ne hanno bisogno (essendo diversamente perspicaci), e chi già a suo tempo non seppe valutare prima le strategie dei grillini per ciò che erano (solo qui lo facemmo e avevamo ragione) sarà costretto a capire dopo, dai risultati, il valore e gli obiettivi delle strategie dei nuovi grillini, i pandemici, quelli che hanno sostituito all’onestah la veritah.

Ma una differenza c’è: i grillini giocavano all’attacco, i pandemici in difesa. I primi potevano contare su una discreta macchina da guerra, e su un leader carismatico, i secondi solo sulla sponda che gli viene offerta in ottica strumentale dai media piddini.

Un po’ pochino, temo…

Ma questo mi interessa poco. Guardo con divertita condiscendenza quelli che preconizzano una Lega al 3% non avendola loro mai votata!

Ma qui non si parla di questo.

Qui si parla di un uomo, Stefano, che è perfettamente consapevole del fatto che, come per anni qui ho sudato sangue condividendo la vostra angoscia, così ora per il ruolo che ho deciso di rivestire ogni tanto devo ingoiare dei bei rospi. E nella piena consapevolezza di questo, quest’uomo invece di prestarmi solidarietà, decide di attaccarmi e di infangarmi, dando così sostegno a chi, nel mio partito, sostiene legittimamente visioni diverse dalle mie e da quelle di tanti altri.

Se questo è un uomo.

Sicuramente non è più un membro di questa community e non per le sue posizioni politiche, ma per il suo spessore umano. Si capisce perché certa gente parli di onestà intellettuale e di tradimento quando se ne conosce il percorso. Se ingoio rospi, in silenzio, li ingoio per voi. Quando li ingoiano gli altri, non sono comunque contento e non me ne glorio: non è un gioco!

Ma è appunto questo che gli amici come Stefano, nonostante la loro “indinniazione”, non hanno capito e verosimilmente non capiranno mai…






lunedì 10 gennaio 2022

È così che succede...

Non amo le ricorrenze, le "giornate mondiali", o quelle di, del, dello o della. Non riesco a sottrarmi alla sgradevole impressione che il sapore stantio di certe liturgie nasconda la pervicace volontà di utilizzare i restanti 364 (o 365) giorni dell'anno per occuparsi d'altro.

Questo vale in particolare per la memoria, che in tanto è, in quanto è perenne.

Il rischio che la si celebri in un giorno per trascurarla nei restanti temo esista, e di questo vorrei parlarvi. Prima però vi ricordo che in questo blog abbiamo dedicato tanto spazio agli orrori della Seconda guerra mondiale, se non altro perché, sulla base di un'analisi delle dinamiche oggettive in atto, vedevamo in simili abomini un asintoto al quale il nostro sistema rischiava, e a mio avviso tuttora rischia, di tendere.  "Mai più!" non è una categoria politica, non è una categoria storica, non è una categoria utile, e quindi rischia di essere una categoria dannosa...

Ci è capitato solo nel 2012 di onorare questa memoria esattamente nel giorno in cui lo fanno gli altri, ma ci è anche capitato di farlo in sedi più prestigiose e col coinvolgimento di illustri personaggi:

Quest'anno nel giorno deputato cadrà molto verosimilmente il quarto scrutinio dell'elezione del Presidente della Repubblica, ed è quindi probabile che non abbia modo di intrattenermi con voi o che abbia altro di cui parlarvi. Mi porto quindi avanti col lavoro segnalandovi un esercizio di memoria che secondo me merita tutta la vostra attenzione e che vi ho già segnalato sui miei altri canali social (Telegram, Twitter): l'articolo di Ziona Greenwald (di cui so solo quello che vedo nel web: una giovane con un bel sorriso e un'ottima penna, chi ne sa di più ce lo faccia sapere...) pubblicato da The Times of Israel, dal titolo: This is how it happens, è così che succede.

L'articolo è importante perché a mio avviso pone il quadro concettuale e comunicativo corretto per fare quello che qui in Italia non si vuole fare, o almeno non si vuole fare nelle sedi istituzionali deputate, come la cosiddetta Commissione Antidiscriminazioni: riflettere approfonditamente sulla violenza discriminatoria insita nel recente quadro normativo per il contenimento della pandemia, un quadro che viola palesemente, senza che nessun giudice a Berlino intervenga, le precise indicazioni del Regolamento UE 2021/953 del Parlamento Europeo e del Consiglio, laddove parla appunto ripetutamente di non discriminazione e proporzionalità. Ma abbiamo capito che per il PD i Regolamenti europei sono soggetti a una sorta di "clausola della nazione più sfavorita": in tanto si applicano in quanto possano opprimere o danneggiare i cittadini italiani. Ove mai, per caso o per distrazione, accadesse il contrario, si disapplicano (mentre in questo caso una magistratura attenta dovrebbe disapplicare la norma italiana: ma non è del tutto un male che si crei un precedente in cui, involontariamente e per mero caso, la giurisprudenza ristabilisce una corretta gerarchia fra le fonti del diritto).

L'inerzia delle sedi istituzionali è aggravata dall'attivismo sguaiato e scomposto di tanti cittadini che sui social fanno una cosa che, come sottolinea in principio dell'articolo la Greenwald, non si può fare: stabilire sic et simpliciter un parallelo fra politiche COVID anche estreme, come la violazione del diritto al lavoro, e la destinazione di un intero popolo alle camere a gas.

"There is no equation, period".

Sono totalmente d'accordo, e inquadro questa osservazione nel principio qui più volte esposto del non lasciar scegliere il campo all'avversario: mettersi dalla parte del torto con affermazioni inaccettabili non serve a noi, ma ai nostri avversari, e siccome io non conosco certi personaggi in cerca d'editore che si abbandonano a simili comportamenti, non ne so valutare maggiore o minore buona fede, e soprattutto non mi interessa valutarla, li considero senz'altro dei nemici, come dobbiamo considerare oggettivamente chiunque ci danneggi, chiunque danneggi la battaglia di libertà che portiamo avanti, indipendentemente da quali possano essere le sue motivazioni (semplifico: indipendentemente dal fatto che siano poco intelligenti o siano agenti provocatori).

Qui termina quello che si può dire anche in Italia, e inizia quello che, a quanto posso capire, si può dire solo in uno Stato come Israele, la cui raffinata civiltà è stata temprata da tante drammatiche vicissitudini storiche. Perché la Greenwald, fatta la premessa condivisibile che vi ho esposto, afferma senza fronzoli e con risolutezza due altri principi che condivido e che però qui da noi non vedo esprimere se non da personaggi inutilmente (quindi dannosamente) folcloristici:

  1. "what began as a war on a virus... quickly turned into a war on human rights and freedom": quella che è cominciata come guerra a un virus si è trasformata rapidamente in una guerra ai diritti umani e alla libertà;
  2. la tragedia dell'Olocausto fu preceduta da una serie di segni premonitori ("those unfathomable horrors did not arise in a vacuum", quell'abisso insondabile di orrore non si manifestò dal nulla), e quindi "Those who pledge their commitment to “Never Again” but forget the graduated steps that led to that greatest human atrocity are liable to enable, and perhaps even commit, grave moral wrongs" (quelli che promettono il loro impegno al "Mai più!" ma dimenticano i passi graduali che condussero alla più grande atrocità umana sono sono suscettibili di permettere, e forse anche di commettere, gravi torti".

Mi è capitato, come sarà capitato anche a voi, di parlare con testimoni diretti di quegli orrori. Molti ricordano la gradualità con cui essi si presentarono: si cominciò con caricature come questa:


magari anche spiritose o divertenti (per alcuni, vittime incluse) e però tutte tendenti alla disumanizzazione di un gruppo, e poi, di passo in passo, in ossequio al noto principio: motus in fine velocior. Il punto quindi non è, né può essere, quello di un paragone statico fra due realtà inconfrontabili, ma di un paragone dinamico fra due traiettorie che potrebbero rivelarsi confrontabili, atteso che il loro inizio è marcato da epifenomeni sostanzialmente equivalenti, e quella attuale "could lead to even darker places if it is not called out".

Insomma, questa volta sarà sicuramente diverso, ma siamo sicuri che abbassare la guardia sia una buona idea? E perché proprio chi l'ha abbassata una prima volta, torna oggi ad abbassarla (fra le eccezioni visibili, quella della coraggiosa Ziona, cui speriamo non capiti quello che è capitato ad altre coraggiose intellettuali).

Credo dipenda da una cosa su cui ci siamo intrattenuti pochi articoli fa, parlando della carità, che abbiamo definito come "accorgersi delle cose prima che capitino a te", e del perché questa virtù sia così rara. Lo si potrebbe dire così: "mai più!" è una negazione, e da negazione a rimozione il passo è breve. Breve, ma scivolosissimo: l'abisso è al nostro fianco. Mi è capitato di sollecitare l'attenzione di intellettuali che in linea di principio avevano più di un motivo per voler conservare la memoria, producendogli evidenza di certe derive attuali. Mi aspettavo se non solidarietà, almeno interesse. Mi ha sempre sorpreso il loro atteggiamento de minimis, che lasciava dentro di me un irrisolto, un non detto, sciolto finalmente dal titolo della Greenwald: "è così che succede"!

Ora lo so.

Qualcuno ha detto che ci sono due modi di non essere caritatevoli, cioè, come direbbe la Greenwald, di "perdere la propria bussola morale": pensare che non ti toccherà mai, e pensare solo a quello che è toccato a te.

Preghiamo di non cadere in nessuno di questi due orrori.

(...e ora torno al day by day, che oggi prevede...)

(...-14...)

sabato 10 luglio 2021

La psicologia dei buoni

Nonostante iBuoni™ siano spesso (e tendano a considerarsi sempre) intelligenti, c'è una cosa che è particolarmente difficile da fargli comprendere, per quanto sia attestata dalle fonti e sia in fondo facile da intuire: anche i nazisti credevano di essere dalla parte del giusto. Si può anzi supporre che essi lo credessero in modo particolarmente intenso, inattingibile da qualsiasi residuo di dubbio, perché in fondo nessun essere umano potrebbe giustificare ai propri occhi l'efferata intensità di certe atrocità commesse (una coscienza ce l'abbiamo tutti, credo...), se non, appunto, con un'altrettanto intensa, granitica, inscalfibile certezza di averle commesse essendo dalla parte del giusto.

Ne consegue (ma a questo punto iBuoni™ ce li siamo già persi per strada, e quindi continuiamo da soli) che qualsiasi etica fondata sul fragile pilastro del considerare se stessi nel giusto (e quindi "gli altri" dalla parte del torto) è destinata a franare miseramente sotto le proprie contraddizioni, di cui vi fornisco qui una breve antologia, prima di tornare sull'argomento con la maggiore attenzione che esso, indubbiamente, merita:





(...si potrebbe quasi dire, per tagliarla corta, che sentirsi fortemente ed esclusivamente dalla parte del giusto è, se non proprio la definizione di nazismo - rectius: di totalitarismo - quanto meno un presupposto, ovvero un ingrediente necessario di esso. Quindi, per quanto questo possa sembrare paradossale ai meno avvezzi a frequentare i libri senza figure, è ragionevole congetturare che la bontà de iBuoni™ sia sempre stata, e sempre sarà, la radice del male. Ma anche questa non è assolutamente una scoperta: se iBuoni™  capissero le canzoni che ascoltano, potrebbe bastare De Andrè a illuminarli. Invece, come sempre, questo compito pedagogico sarà riservato - altro paradosso - a quella maestra che, notoriamente, non ha allievi: la SStoria. Ma di questo, qui, abbiamo parlato tante volte mentre vedevamo arrivare quello che inevitabilmente è poi arrivato...)

martedì 18 febbraio 2020

C'è tanto bisogno...

(...vi scrivo da un hotel qualsiasi di "Brassels". Ho evitato il distopico Radisson Red, ma anche, a scanso di polemiche, il lussuoso Sofitel - quello della Merkel, che comunque erano tutti pieni per il felice allineamento astrale di Consiglio dell'Unione Europea, Collegio dei Commissari e Settimana parlamentare europea, e sono da qualche parte fra Ixelles e Marolles, già a letto a un'ora in cui secondo i piani sarei dovuto atterrare. Ma il bello di avere a che fare con una maggioranza inconcludente è che ogni tanto ti si liberano degli spazi, e così son potuto partire prima, e arrivare prima. Se vogliamo, è anche il bello di essere gentile: un bel sorriso risolve tanti problemi, anche quello di dover seccare l'ufficio viaggi con una richiesta last minute. Ho già fatto qualche incontro, e ho imparato, come ogni volta, qualcosa di più. Ma ha senso condividerla con voi, che tanto non la capireste, a rischio di far capire quello che ho capito a chi non deve capire che l'ho capito? Direi di no, anche se... vedi alla voce "non lo capireste" - detto con affetto, ovviamente: ma dopo due settimane di #hadettoGioggettih che cosa volete che vi dica, se non, come sempre, quello che penso?

Poco male: qualcosa da dirvi, che credo possiate capire, ce l'ho, e ve lo dico. Non vi piacerà. Ma, del resto, non vi sarebbe piaciuto nemmeno quello che non avreste potuto capire. Perché fra me e voi, nonostante l'affetto che ci lega, sopra esemplificato da un qui bene amat bene castigat, c'è una differenza profonda e temo insanabile: a voi piace vincere, e a me combattere. Quindi io tendenzialmente vinco. Quanto vorrei potervi insegnare questo! Ma se non vi ho insegnato la tenacia in quasi dieci anni, temo di dovermi per una volta arrendere: sono un insegnante peggiore di quello che mi illudevo di essere...)


Mi manda un WhatsApp @_polemicamente (si chiamava così, una volta, prima di chiudere l'account), la regazzetta che mi fece notare con quanta freschezza il Governo olandese ammette, sul suo sito ufficiale, che stare nell'euro all'Olanda conviene perché altrimenti, dato il surplus commerciale del paese, il fiorino si apprezzerebbe, mettendo le esportazioni in difficoltà. Quando non saremo più una colonia sul sito del MEF ci sarà una serena constatazione uguale e contraria: ormai se ne sono accorti anche quelli intelligggenti (poverini: non sanno che fanno ridere i polli con queste verità postume che nei paesi civili sono tranquillamente affermate dagli uffici governativi, senza tanto latinorum economichese), e quindi fra un po' lo si potrà dire, ma non entro adesso in questo discorso. All'amica avevo chiesto di informarmi in merito alla ratifica del CETA che si sarebbe tenuta al Parlamento olandese, dove il premier Rutte ha una maggioranza risicata. La stampa anglosassòne palpitava temendo un esito infausto (per i suoi azionisti), ma poi l'amore (per il libero scambio) ha trionfato e il CETA è stato ratificato: 72 favorevoli contro 69 contrari alla Camera. Al Senato non andrà in modo molto diverso. Come spiegavo ieri a "Parole guerriere", non ratificare un trattato concluso da un Governo equivale a sfiduciarlo, e evidentemente la colla per poltrone non si vende solo in Italia.

A seguito di questa notizia ovvia, l'amica aggiunge un messaggio meno ovvio:


Altro argomento da non perdere di vista: sull'Algemeen Dagblad si scrive che l'Expertisecentrum Euthanasie dell'Aja ha ricevuto 3.122 richieste di eutanasia nel 2019: + 22% rispetto al 2018. Fanno 13 persone al giorno. L'aumento viene attribuito anche alla risonanza mediatica ottenuta dal caso della paziente affetta da demenza di cui ti scrissi mesi fa, caso sul quale la corte suprema deve ancora pronunciarsi (il medico in questione è stato accusato di omicidio, ma non ha subito conseguenza penali: nel 2012, stando all'articolo, la donna aveva firmato un documento dove dichiarava di voler morire nel caso fosse stata ricoverata perché demente. Tuttavia, quattro anni dopo, aveva detto al medico di non voler ancora morire; ma non è stata ritenuta in grado di esprimersi razionalmente al riguardo, dunque di decidere di e per se stessa, ed è stata fatta fuori). Sta di fatto che il numero di richieste accolte dalla clinica aventi come motivazione la demenza è passato da 70 (2018) a 96 (2019). La clinica lamenta carenze di personale medico e amministrativo, psichiatri innanzitutto: "De nood ist groot", cioè, in inglese: "We are in great need", ovvero: "C'è tanto bisogno". Dall'inferno è tutto, linea allo studio.



(...e ora, confortato da questi begli squarci premonitori sul nostro futuro europeo, ma anche americano - gira questa roba qui, che spero proprio non sia vera ma purtroppo è verosimile! - quel futuro in cui vi abbatteranno con un colpo alla nuca quando non sarete più produttivi - e vi useranno come fonte di proteine, perché tanto lì arriveremo, passando per le locuste! - mi godo il sonno del giusto, in attesa di una giornata di incontri piuttosto intensi. Vi lascio alle vostre divertenti elucubrazioni a base di "Tizio ha detto, Caio non ha fatto...". Non c'è nulla che possa stupirmi, soprattutto non in peggio, di quanto sto vedendo in questi giorni. L'umanità o la si ama o non la si ama: motivi per farlo, oggettivamente, non ce ne sono poi molti. Ma qui è andata così, e continua ad andare com'è sempre andata...)

domenica 31 dicembre 2017

L'Europa secondo i tedeschi

(...chiudiamo l'anno con questo contributo di un nostro nuovo amico...)

Michael Schotensack ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'intervista": 

Gentile professore, qualche giorno fa ho inviato un commento non pubblicato. Non so se perché era critico o perché x mancanza di know-how è partito anonimo o si è perso da qualche parte nell'etere. Ci riprovo:
Sono grato e ammirato per il lavoro che sta facendo per stimolare una riflessione che vada oltre Striscia la Notizia o il pensiero unico. 
Essendo tedesco capirà forse che trovo difficile da digerire e incompatibile con il livello della discussione i repentini attacchi di razzismo ai quali è soggetto (cyclon b e simili). Inoltre il mio livello di expertise in economia è dilettantistico, si tratta quindi del punto di vista di un "uomo della strada". 
In sintesi trovo indegno di un grande paese come l'Italia continuare a puntare il dito contro la Germania come causa di tutti i propri guai. 
Non è, direi, colpa della Germania se i trattati europei, pur essendo in contrasto con la Costituzione di questo paese, siano stati firmati, accettati all'unanimità dal parlamento, senza, mi pare, contestazioni da parte di chi è deputato a vigilare il rispetto della Costituzione.
Non è colpa della Germania se nell'81 i "grandi statisti" Andreatta e Ciampi hanno perpetrato un colpo di stato senza incontrare alcun'opposizione, soprattutto a sinistra. Non è colpa della Germania se in Italia si utilizza soltanto una minima fetta dei fondi europei, e quella per di più male (per non parlare delle solite cose di mafia, sprechi, corruzione e un livello alto di disonestà - vedi ultimamente le casette per i terremotati). 
Ha del patetico lamentarsi che la Germania esporti troppo quando il ministro del lavoro (sì, del LAVORO!)si fa scarrozzare in BMW, Berlusconi gira in Audi, Visco in Mercedes, la polizia italiana più che altro in Skoda e BMW, ecc,ecc. Anche la Deutsche Bank mi pare abbia una serie di sportelli che funzionano in questo paese. Non è colpa della Germania se l'Italia esprime una classe politica inetta e senza fierezza, non è colpa della Germania se nessun partito politico al governo ha le palle per stampare biglietti di stato per la ricostruzione post catastrofe o semplicemente per rilanciare l'economia domestica (cosa secondo Galloni e Contini assolutamente compatibile con i trattati senza bisogno di uscire dall'€), invece di piangere per la rubata sovranità monetaria (per non parlare delle possibilità date in questo senso dal lancio di una cryptovaluta, se si superano i problemi energetici). Infine non capisco dove sta scritto che gli italiani debbano fare o subire tutto ciò che viene in mente ai tedeschi! È o non è un paese sovrano?
Con tutto ciò ovviamente non voglio dire con la solita arroganza tedesca che da noi tutto vada bene, che abbiamo il monopolio della verità (anche se spesso siamo convinti del contrario), sono anche consapevole dei vari scandali Siemens, Volkswagen ecc. 
Mi sembra semplicemente un enorme peccato che l'eventuale arroganza tedesca non incontri nessuna resistenza seria. Anche questo vuol dire colludere con un europa deludente, anche questo vuol dire non dare il proprio contributo, morale soprattutto. 

Postato da Michael Schotensack in Goofynomics alle 27 dicembre 2017 20:17


Caro Michael,

passato l'iniziale urto di nervi per il tuo piagnisteo sul non esser stato pubblicato (non ci sono più i tedeschi di una volta!), ecco che finalmente posso dedicare un po' di tempo alla tua lettera, della quale ti sono grato perché mi permette di chiarire la mia posizione (che è quella di molti altri lettori del blog), e anche di legare in un ragionamento coerente una serie di contributi sparsi nel flusso di questo blog, operazione particolarmente salutare a fine anno.

Comincio col rassicurarti: il tuo primo commento, qui, non è mai arrivato. Temo che tu abbia fatto qualche errore nell'inviarlo, una eventualità che tu stesso con molta onestà consideri e che un italiano "medio" (o mediocre, come un qualsiasi giornalista) escluderebbe a priori. "Come!" (direbbe il mediocre: ce ne sono ovunque, anche qui, come tu ci ricordi con solidarietà) "Un tedesco, un figlio di quel popolo che ha fatto della precisione (ma gli orologi sono svizzeri, Ndr) e della tecnologia (ma la VolksWagen è tedesca, come tu stesso ammetti) un vanto, avrebbe commesso un errore nell'effettuare un compito tanto banale quanto inviare un commento a un blog! Questo non è possibile! In Germania i treni arrivano in orario (ma gli aeroporti no, Ndr), quindi se il commento non è stato pubblicato, vuol dire solo che Bagnai censura perché ha paura del confronto!"

(...nota che ti ho messo un link in tedesco perché io, che sono ingenuo, do per scontato che tu sia quello che dici, cioè tedesco, nel qual caso sei molto colto perché la tua lettera è scritta molto bene, e anche anziano, perché nella tua lettera c'è memoria, e una certa saggezza - ovviamente, pro domo tua, il che non è un male, anzi...)

Noi, qui, abbiamo fatto opera di verità, e siamo quindi stati i primi a dire due cose che oggi tutti ammettono (almeno nella letteratura scientifica, e sui giornali tedeschi: quelli italiani no per i motivi che anche tu stigmatizzi): ovvero che il relativo successo tedesco non era dovuto a una strategia di politica industriale basata su importanti investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo (qui è un esempio di dove lo dicevo io, qui un esempio di dove lo dite voi, e qui un esempio di dove lo dicono i nostri padroni: nostri: miei e tuoi... Per inciso: il problema era chiaro a voi prima che a tutti gli altri, come le date dei link dimostrano), ma piuttosto a una suicida politica di "moderazione" salariale (ne parlo più avanti).

Anche tu (lo dico con simpatia), in coerenza con la non-politica industriale del tuo paese hai inviato il tuo primo commento prima di investire in conoscenza: e così è andato perso. Poi, però, in coerenza con una qualità del tuo popolo, alla quale cerco di ispirarmi, la tenacia, hai insistito: ed eccoti qui, in prima pagina!

Ho poco tempo: mi attende una serata piddina (forse non sai di cosa si tratti, i miei lettori lo sanno e mi piangono), e quindi non potrò dar corso a tutti gli stimoli che la tua lettera propone (ma se vorrai ci sarà un seguito). Parto da due presupposti metodologici: uno riguarda la Germania, e uno riguarda l'Europa.

Mi rendo conto che il mio modo un po' brusco di ricordare un certo passato possa essere urticante per un tedesco e mi dispiace. D'altra parte, credo che l'alternativa, cioè dimenticarselo, non sia molto valida. In questo momento abbiamo molto bisogno di memoria: una pessima memoria è meglio di nessuna memoria, proprio perché il potere insiste nel cercare di convincerci che "questa volta è diverso". La Bayer, nella sua lunga storia, non ha prodotto solo insetticidi, o, per meglio dire: i suoi prodotti non sempre sono stati destinati all'uso per il quale erano stati concepiti. Ricordarlo può essere inopportuno, ma non è razzismo. Peraltro, la storia italiana non è molto più gloriosa. Ma l'esercizio della conta dei morti a me non interessa, lo trovo squallidamente disumano. Il punto è che dobbiamo convivere, io e te, col fatto che né la nostra, né la vostra storia è stata scritta da noi, per il semplice fatto che i nostri paesi hanno perso una guerra, per essere subito dopo coinvolti in un'altra, "vinta" nel 1989. Quello che però vorrei ti fosse chiaro è che io non sono animato da un pregiudizio antitedesco. Tutt'altro! Leggi, leggi questa pagina, dove presentavo ai miei lettori (che sono un po' ruspanti, ma brave persone, in fondo), una grande pagina della nostra (mia e tua, dal 2013 anche loro) letteratura, una pagina mirabile sulla libertà di Dio, una pagina che utilizzo ogni giorno della mia vita, e nel farlo dicevo come sarebbe andata a finire (e in questi giorni abbiamo visto quanto avessi ahimè ragione). Quella pagina io l'ho scritta quattro anni fa: sono quattro anni, quattro fottuti anni, capisci, che sto dicendo che gli "europeisti" italiani, quelli che, come tu giustamente appunti, ci hanno condotto in Europa senza leggere (o facendo finta di non saper leggere) i Trattati, avrebbero rinnegato le loro responsabilità nella catastrofe che hanno concorso a preparare accusando voi, i tedeschi, di aver "tradito" un'idea tanto bella, che era bella perché, guarda un po', l'avevano avuta loro (i padri nobili italiani).

Io sono l'unico italiano ad aver chiarito ai suoi concittadini che la via di fuga degli "europeisti" sarebbe stato il fomentare un pericoloso sentimento antigermanico, e qui, su questo blog, che tu lo sappia (o lo capisca) o meno, ho cercato di fare una difficile, ma in alcuni casi proficua, opera di mediazione culturale per convincere i miei lettori, e gli italiani tutti, di quanto sbagliata fosse questa operazione.

Tuttavia, caro Michael, anche dando per scontato che tu, razionalmente, capisca e condivida questo mio sforzo nello smascherare le distruttive strategie delle nostre élite, devo dirti, con molto rispetto, che almeno sotto un profilo non sei molto migliore di loro. Perché, vedi, in fondo il tuo approccio è speculare e antisimmetrico al loro: anche tu sostieni che gli italiani dovrebbero opporsi all'arroganza tedesca, e questo, se non capisco male, per rendere l'Europa (che tu scrivi con la minuscola: ipercorrettivismo, o lapsus? Ma Freud era austriaco...) meno "deludente". Insomma: anche per te l'"Europa", cioè l'Unione Europea (che non è l'Europa: l'Europa siamo io e te, e poche altre persone), sarebbe un progetto valido, che però è reso deludente non (solo) perché i tedeschi sono arroganti, ma soprattutto perché gli italiani non si oppongono.

Ora, tu dai prova di un certo senno e di una certa sensibilità. Non ti viene quindi da ridere, rileggendo la tua lettera, che comincia accusandomi di razzismo (e quindi di fomentare con argomenti particolarmente inappropriati un conflitto fra le nostre culture), e termina sostenendo che la colpa è nostra perché... non vi combattiamo abbastanza!? Cosa può andare storto in un progetto comune che va male non perché i suoi partecipanti non cooperano abbastanza, ma perché non ci combattono abbastanza?

Vedi, tu naturalmente metti le mani avanti, dici, con umiltà (o con modestia, che non sono la stessa cosa), di non intendertene di economia, ecc. I soliti disclaimer che (perdonami) ho ascoltato mille volte, e sempre in contesti che mi hanno fatto dubitare della loro sincerità (ma tu sarai senz'altro sincero, ce lo dirà il seguito del dialogo, se ci sarà). Io però ti ho appena fatto capire quello che tu stesso ci hai detto, forse senza una completa Bewusstsein: non c'è alcun bisogno di accedere alla tecnica economica per capire che questo progetto non funziona e non può funzionare. La sua irrazionalità, quella di essere un progetto che per funzionare deve fomentare il conflitto, non dipende, in prima istanza, dall'arroganza tedesca, o dalla vigliaccheria italiana: non sono le qualità morali dei nostri popoli, che fra l'altro differiscono meno di quanto si creda (il che mi permette di essere sufficientemente a mio agio in Germania) a costituire il problema. Il problema è altrove: nelle intenzioni politiche, che sono state, come i miei lettori sanno, in primo luogo intenzioni classiste. L'euro è un episodio particolarmente acuto di lotta di classe, una cosa scoperta, pensa un po', da un tedesco (anche lui ebreo, guarda tu...). La sua natura è quella di imporre come unica valvola di aggiustamento macroeconomico il taglio dei salari (questo gli economisti lo sapevano e fin dall'inizio feci vedere che ne erano perfettamente coscienti), creando, fra l'altro, le condizioni politiche perché questa scelta politica si presenti come ineluttabile, come dato di natura (e di questo ho parlato tante volte, ma più organicamente qui).

Ora, tu ci racconti una Germania arrogante perché vincitrice e vincitrice perché arrogante.

Ma se tu fossi un vincitore, non perderesti tempo con me. La verità è che la Germania non esiste, come non esiste l'Europa. O, per meglio dire: non esistono la Germania e l'Europa della quale tu parli nella tua lettera. L'Europa esiste, ed è ormai confinata in questo blog e in poche altre sacche di resistenza: è memoria e esercizio del nostro patrimonio culturale, della nostra identità condivisa, della nostra feconda diversità. Insomma, è una cosa così (dove, per inciso, mi occupavo di uno che come te, e per i tuoi stessi motivi, mi aveva dato del razzista: perché non lo ero abbastanza col mio popolo). Non è l'Unione Europea, progetto fallimentare e nazista condannato dagli uomini e dalla storia. La Germania, qui, abbiamo imparato che non esiste. Non c'è una signora bionda, con l'elmo, che mangia crauti, produce macchine, e pensa solo a fottere il vicino. Ci sono tanti attori sociali, tanti interessi, tante aspirazioni, e tante classi sociali, che cercano, faticosamente, un equilibrio, una convivenza, in un processo faticoso, che i vostri governanti, tanto quanto i nostri, spesso ostacolano più che favorire (guarda ad esempio questo bel risultato!).

Ma il segreto dell'Unione Europea, il più accuratamente nascosto da quelle autentiche merde (perdona la caduta di stile, tu che sei così sensibile: è un giudizio statistico, ammette un 5% di eccezioni) che sono i nostri giornalisti (ma anche i vostri non scherzano: magari un giorno ci faremo spiegare da voi come risolvere il problema), il segreto più tremendo dell'Unione, perché se rivelato sarebbe più distruttivo, è che il paese vincitore, lungi dall'essere un monolite, è profondamente lacerato e pieno di perdenti, e lo è per il semplice motivo che in assenza di investimenti (vedi sopra), la superiorità competitiva è stata raggiunta distruggendo diritti e salari dei lavoratori. Io, questo, lo dico nel mio blog da tanti, tanti anni (ad esempio qui), e ne parlavo, con accenti di sincera solidarietà per i lavoratori tedeschi, nel mio primo bestseller (sai, il vantaggio di vivere in un paese di ignoranti è che ci vuole poco a scrivere un bestseller...). Non sai quanti insulti mi sono preso (senza querelare, perché allora non querelavo) da centinaia di persone: tutti italiani! Eppure, oggi quello che dicevo io lo dice, farisaicamente e in ritardo, un tedesco non da poco (per gli addetti ai lavori).

Capisci quindi qual è il problema? Se i nostri governanti hanno firmato i Trattati, un motivo c'è, e ce lo ha spiegato tanto bene Kevin Featherstone (ne parlo nel mio secondo bestseller, se vuoi te lo mando): il loro problema (delle élite italiane, quelle che oggi "i tedeschi sò tanti cattivi, signora mia!") era vincere la lotta di classe in casa loro, creando un sistema che schiacciasse i salari dei loro lavoratori (degli italiani). Non hanno capito una cosa molto semplice: che i lavoratori tedeschi stavano (meritatamente) meglio in termini relativi, e che quindi mettendosi sulla strada della compressione dei salari e della domanda le élite periferiche giocavano a un gioco al quale il paese avrebbe perso: perché un conto è tagliare del 10% un salario tedesco, e un altro conto tagliare della stessa percentuale un salario italiano. A simple as that: come vedi, non c'entra nulla il carattere, la morale, il moralismo: c'entra il perseguire i propri interessi in modo miope, che, se vuoi, è la definizione stessa di politica, in Italia come in Germania (tant'è che ogni tanto il resto del mondo si coalizza contro di voi e vi pialla, cosa della quale non sono particolarmente contento, e che temo presto succederà di nuovo). Naturalmente, il gioco al ribasso è per sua natura un gioco al quale tutti perdono: Armut, Ungleicheit, e fatalmente, se le cose stanno così, e ovvio che si cerchi un'Alternative.

Ai poveri voglio bene, per carità... ma i tedeschi poveri sono più pericolosi di quelli ricchi!

Pensa che di questa semplice verità (impoverire i tedeschi non è una buona idea), che io affermavo anni or sono, perché è banale (tutti gli storici sanno com'è andata), ora i Bocconi boys vengono a parlarci come fosse un parto delle loro geniali menti (ovviamente, mentre i loro sodali negano la correlazione fra voto per AfD e povertà in Germania: vedi a cosa serve la memoria, e quanto ce n'è bisogno?).

Tutto il resto sono dettagli. Certo che alla fine, prima o dopo l'esplosione inevitabile di questo sistema irrazionale, dovremo anche disobbedire alle norme dei Trattati. Tutte le opzioni che ci proponi per "opporci" sono in effetti violazioni dei Trattati: lo è stampare la propria moneta, lo è non indire un bando europeo per una fornitura pubblica, ecc. Non lo sapevi? Ma il vero problema è: possiamo continuare a vivere in un sistema nel quale il nostro unico orizzonte politico è lottare con i nostri alleati più ferocemente che con i nostri pretesi nemici (la Cina, la Russia, ecc.)?

E la risposta è ovvia, ed è: nein.

Ecco: questo è il primo cortese ma fermo nein che un tedesco sente da un italiano in tanti anni. Se capiterà, se la mia vita me ne darà l'opportunità, ne andrò a dire qualcun altro a qualche tedesco più importante di te e di me. Ma non lo dirò per "salvare" un progetto "deludente". Lo dirò per terminare un accordo irrazionale. Sono due cose diverse, e spero che questa breve chiacchierata ti abbia dato qualche elemento per valutare apprezzare la differenza.

E ora, buon anno, e buona fortuna. Io abito Roma, e a Roma è andata meglio che a Dresda. So che sono inopportuno a ricordarlo, ma alla fine il problema resta sempre quello: per un italiano allearsi con un tedesco significa essere costretti a fare la guerra agli americani (se ne parlava poco fa). Anche questo non è molto razionale: il minimo che si possa dire è che non ha funzionato. Spero che questa volta non si arrivi a tanto, e, ne sono sicuro, tu lo speri più di me.