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mercoledì 15 luglio 2026

Tre interviste

 Nel 2026 su Money.it:

Nel 2014 su Rai2:

Nel 2012 su byoblu:


Cose sbagliate non ne vedo, ma non vi potete aspettare che ne veda io, sono evidentemente di parte!

Non vedo nemmeno molte differenze (a parte l'età).

Voi ne vedete?

giovedì 28 maggio 2026

Draghi e Trump, i gemelli diversi

...mettendo in ordine le idee per una lezione che devo tenere domani a un master, riflettevo sul fatto che in fondo Draghi e Trump sono più simili di quanto non si pensi.

Draghi, infatti, vuole un'economia più competitiva, ma ignora che CAB = FAB, e quindi che se l'aumento di competitività farà crescere le esportazioni nette di merci dell'Eurozona, necessariamente dall'Eurozona il risparmio fluirà (o, come direbbe lui, fluisciuerà) verso il resto del mondo. Non si capisce del resto perché quello che era positivo per la Germania (prestare soldi ai Piigs) dovrebbe essere negativo per l'Eurozona, considerando soprattutto che in questo caso i prenditori hanno un merito di credito e delle prospettive di sopravvivenza più rosee dei Piigs (basta non essere Stati membri del Titanic Europa...).

Trump, invece, vuole preservare il privilegio esorbitante della "America's financial sector dominance" (qui a pag. 14 ), ma ignora che siccome FAB = CAB, chi emette attività finanziarie particolarmente appetite dal resto del mondo ed è quindi un importatore netto di capitali (tutti pazzi per Treasuries!) necessariamente è anche un importatore netto di merci. Non si capisce del resto perché preservare il privilegio esorbitante senza esercitarlo: e il privilegio è appunto quello di potersi indebitare a breve prestando a lungo (cioè di emettere pezzi di carta e comprare aziende: qui da noi gli esempi non mancano).

Insomma: sono due don Chisciotte in dissidio col mondo e con se stessi, e in battaglia contro il mulino a vento delle identità contabili, che li sfarinerà come sta sfarinando gli economisti terrapiattisti che spopolano sui social.

Non si riesce a credere, e del resto non saprei come acquisirne le prove, che appartengano alla stessa specie (razza non si può dire, e specie è comunque più appropriato) di Keynes...

domenica 10 maggio 2026

Il campo di concentrazione

In tanti anni che seguo (o meglio, precedo) il dibattito mi ero perso un dettaglio: uno spirito particolarmente irriguardoso potrebbe argomentare (e temo l'abbia fatto) che l'inconsulta gragnuola di giornate nazionali, europee, mondiali, galattiche, ci regala l'emozione di festeggiare nello stesso giorno la sconfitta e la vittoria del nazismo!

A scanso di equivoci, preciso che questo non è (ancora) il mio pensiero, per vari motivi. Intanto, perché è giusto lasciare alle buone intenzioni il loro spazio e il loro ruolo (che è quello di lastricare la via dell'inferno, di cui il nazismo è stata una buona approssimazione), riconoscendone la genuinità! L'UE non è certo il Quarto Reich (o non ancora), e Schuman non era certo un nazista, per quanto fosse sodale di quello che rivendicava esplicitamente la natura antidemocratica del progetto europeo come "somma delle risposte alle crisi" (e quindi come somma di soluzioni sottratte allo scrutinio democratico dalla logica dell'urgenza), o di quell'altro che serenamente ammetteva che il progetto europeo per consolidarsi avesse bisogno di un conflitto con l'allora Unione Sovietica (e quindi invocava nemmeno troppo implicitamente il riarmo del continente).

Probabilmente il fatto di averne viste di tremende li rendeva un po' di manica larga (anche se è in effetti controintuitivo che chi è scampato alla più terribile delle guerre ne proponga con nonchalance un'altra come soluzione di un problema politico che peraltro si poneva solo lui...), come è probabile che noi, che grazie ai nostri padri abbiamo vissuto una vita comoda e sicura, siamo diventati un po' troppo schizzinosi, un po' troppo sospettosi verso la logica della ragion di Stato. Certo è, però, che la letteratura scientifica da tempo evidenzia alcune assonanze fondamentali fra la logica di due regimi che ci vengono proposti come così distanti l'uno dell'altro: pensiamo ad esempio all'esteso ricorso alle privatizzazioni. D'altra parte, è pur vero che l'ordoliberismo (cioè l'idea che lo Stato debba intervenire per creare un level playing field su cui poi lasciar competere gli agenti economici secondo il libero gioco delle forze di mercato), che è il nucleo della costruzione concettuale europea, pare fosse avversato a suo tempo dal regime nazista (ma qui l'autorità indiscussa è Luciano e quindi non mi addentro).

Insomma: nonostante la retorica bellicista e la corsa al riarmo, nonostante le progressive intrusioni nelle libertà individuali più elementari come quella di riservatezza della corrispondenza, si potrebbe argomentare che sia troppo presto per dire se la storia si stia ripetendo, o stia almeno facendo rima con se stessa.

C'è però una cosa del progetto europeo attuale che sinceramente deve preoccuparci, ed è la sua ansia più o meno consapevole verso la concentrazione dei mercati, in particolare di quelli di approvvigionamento.

Come avrete visto, Putin ha suggerito Schröder come mediatore per la soluzione del conflitto in Ucraina, argomentando che di lui si fida. Ci mancherebbe altro! Le relazioni dell'ex-cancelliere con importanti imprese russe sono ben note: qui potremmo anche limitarci a considerarle fatti suoi, ma in realtà sono un po' anche fatti nostri, per il semplice fatto che, a un occhio malizioso, potrebbero configurarsi come una ricompensa per aver messo il continente (noi compresi) in mano a un unico fornitore (la Russia). Voglio subito chiarire un punto: certo che, visto che la Spagna il gas russo lo compra (e non è una novità), non si vede perché non dovremmo comprarlo noi, ma il punto non è questo, è un po' più grave di così. Non si tratta cioè di discutere se il gas russo sia a buon mercato, se la politica suicida di concentrarsi su un unico mercato di approvvigionamento sia frutto di corruzione o di miopia, ecc.

Per chiarire il mio pensiero, vi chiedo di analizzare quale soluzione l'UE ci stia proponendo per affrancarci dalla dipendenza dalla Russia: le fonti rinnovabili, cioè... la dipendenza dalla Cina!

Da una concentrazione del mercato di approvvigionamento all'altra, senza particolare soluzione di continuità, così come magari fra cinque anni vedremo senza particolare sorpresa Merz o la von der Leyen diventare consiglieri di amministrazione di Jinko Solar! Di incoraggiare la diversificazione degli approvvigionamenti non mi pare se ne parli, e nel caso delle rinnovabili, quand'anche se ne parlasse, sarebbe evidentemente troppo tardi: la filiera è per oltre il 70% in mano a chi si è mosso prima, per cui oggi dire "rinnovabili" significa dire "Cina".

Non c'è nemmeno bisogno di evidenziare la fragilità industriale e geopolitica di un approccio simile. Del resto, è parente stretta della fragilità che consiste nell'articolare il proprio modello di crescita sulla domanda estera, cioè sulle esportazioni: una politica che, come abbiamo sempre fatto notare e come ora è difficile ignorare, espone dal lato della vendita di prodotti a una criticità simile a quella che stiamo sperimentando dal lato dell'acquisto delle materia prime. Chi esporta beni importa problemi, diceva un saggio economista scolarizzato nel XX secolo: i problemi "domestici" (cioè interni, nazionali) dei Paesi di sbocco. Ed è per questo che un modello di sviluppo equilibrato dovrebbe comunque partire dal sostegno della domanda interna, come sta cercando di fare il Governo attuale da noi, affrontando vincoli di matrice europea che ben conoscete.

Ma la domanda è: com'è possibile che si passi dal mettersi in mano a un fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Russia, con cui evidentemente eravamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni), al mettersi in mano a un altro fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Cina, con cui evidentemente siamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni)!?

Per ritagliare al merito un piccolo spazio, preciso che io non vorrei collidere con nessuno. Il problema gigantesco però, qui come altrove (e con tanta buona pace di chi non lo capisce, soprattutto se ha vinto un bel biglietto alla lotteria della vita!), è di metodo! Ma come!? L'Unione Europea non doveva nascere per "combattere efficacemente tutte le tendenze monopolistiche", e poi che fa? Ci mette in mano a un monopolista "scomodo" dietro l'altro, anziché incoraggiarci attivamente sull'unica strada che sarebbe razionale, non essendo esportatrice ma importatrice netta di energia: diversificare le fonti di approvvigionamento!

Considerando che il declino demografico non si applica, per le note ragioni, ai cretini, permettetemi di ripetere a prova di cretino lo stesso concetto: io non sto né dichiarando né auspicando che né Russia né Cina debbano essere per sempre nostre nemiche né nostre amiche. Sto solo facendo notare che quella stessa istituzione che ci ingiunge oggi di considerare nemica la Russia (e domani la Cina), prima ci ha messo in mano alla Russia, e ora ci sta mettendo in mano alla Cina.

Si capisce che c'è qualcosa che non va?

Degli aneddoti (#castacriccacoruzzione) si occuperanno storici, o magistrati (questi ultimi non credo avranno interesse a farlo). A me interessa la logica del sistema. Come è possibile che, quando da decenni sappiamo come il principale strumento di gestione del rischio economico sia la diversificazione, l'Europa si costituisca in campo di concentrazione ogni volta che le viene permesso di dare un indirizzo di politica industriale (implicitamente o esplicitamente)? Può forse dipendere dal fatto che avendo fatto del mercato il pilastro fondante del nostro patto sociale, ma non riuscendo a immaginare altra efficienza se non quella che scaturisce delle economie di scala (i "giganti europei"), le élite europee si condannino a ragionare comunque in termini monopolistici? Questo ovviamente non solo contraddice le nobili aspirazioni alla rottura dei monopoli espresse dai noti deportati, ma contraddice anche la logica della concorrenza in nome della quale, però, si sono perpetrati tanti abusi riconosciuti dalla stessa Unione Europea nei suoi tribunali.

Io ho veramente difficoltà a capire il perché di questo ennesimo suicidio annunciato. Una cosa però temo di saperla: nemmeno queste evidenti cantonate prese a danno nostro e di tutta la famiglia europea riusciranno a convincere gli eurolirici che nel progetto da loro con tanta passione vagheggiato c'è qualcosa che non torna. E finché questo riguarda gli eurolirici di sinistra, sarei anche rassegnato (lo sono, com'è noto, da oltre otto anni)! Ma quando vedo conservatori, persone educate all'idea che non ci sono pasti gratis, continuare a considerare un pasto gratis questo gigantesco cumulo di una cosa che non è, perché non può esserlo, cioccolata (altrimenti non sarebbe gratis), ecco, lì sinceramente mi cadono le braccia. C'è insomma un ghradhuidhamendhe "de destra", quello di chi considera l'euro e l'Europa comunque un free lunch, come c'è e c'è stato un ghradhuidhamendhe "de sinistra", che quelli "de destra" scorbacchiano, senza rendersi conto di commettere essi stessi il medesimo errore concettuale.

Non sarà un Blitzkrieg, ma questo so che lo avevate capito...

domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



venerdì 20 febbraio 2026

La sovranità appartiene ai bandi che la esercitano nel rispetto del vincolo di bilancio

(...chiedo scusa: vi ho trascurato per vari motivi, fra cui la necessità di intervenire in un dibattito molto locale, che però, come vedrete, ha anche qualcosa da insegnarci sui temi che qui ci convocano...)


Come credo di aver già raccontato a molti di voi, e oggi racconto a tutti gli altri, quando si decise, contro la mia volontà espressa in segreteria politica, di dare la fiducia al Migliore (LVI), io, lasciato passare il tumulto iniziale, e predispostomi con sana e leninista rassegnazione a mangiare il mio cucchiaino di cioccolata quotidiana (certo di non essere solo ma in ottima compagnia), un giorno (era il 2 febbraio del 2022) andai dal capo e gli dissi: "Scusa, ma visto che abbiamo deciso di buttare al cesso il voto di opinione, mi dai il permesso di andare nel collegio a recuperare un po' di voto di territorio?" Avevo infatti idea che i voti ci sarebbero serviti prima di quanto si potesse pensare, e la sensazione si dimostrò corretta. Risposta (accompagnata da un sorriso di ironica solidarietà): "Ma certo! Vai, e ricordati: quella è casa tua, non camminare sempre sulle uova!"

I tempi da cui venivamo non erano dei migliori: i vari confinamenti avevano limitato molto la mia possibilità di recarmi nel mio collegio, che all'epoca (ma di fatto ancor oggi) era l'intero Abruzzo, una Regione non grandissima (la tredicesima per superficie territoriale) ma impervia (terza per prevalenza delle aree montane) e quindi impegnativa da solcare in lungo e in largo. Erano i tempi in cui fummo costretti a limitare a 200 persone anche gli accessi al #goofy. Tra l'altro, l'infausta circostanza della limitazione degli incontri pubblici aveva determinato anche una perniciosa illusione ottica nei colleghi del Nord, i quali, abituati a fare politica sul territorio, cresciuti nel mito della militanza (intesa naturalmente come colla), attribuivano il calo di consensi cui andavamo incontro non alla sconsiderata scelta di sostenere un nemico della nostra Patria e delle nostre imprese, ma al fatto che la scellerata gestione Conte della pandemia ci aveva strappato dal contatto vivificante col terroir, un po' come Ercole callidamente aveva fatto col figlio di Gea, Anteo. Che ci crediate o no, quelli che avevano fortemente voluto suicidarsi sostenendo Draghi si raccontavano questa storia per razionalizzare le conseguenze e spogliarsi della responsabilità di un gesto che aveva sì una sua logica ed era servito senz'altro a evitare il peggio, ma naturalmente, come ogni cosa della vita, portava con sé un prezzo da pagare (e infatti alla fine non poterono non prendere atto del fatto che il problema era un altro: il tradimento delle attese di cambiamento di una vasta parte dell'elettorato, quella la cui coscienza di classe era stata destata principalmente da questo blog che non esiste...)!

Ma insomma, non è di questo che volevo parlarvi.

Confortato dalle parole del capo, mi predisposi immediatamente ad attuarle di buona lena a metà, perché certo andai, ma naturalmente continuai a camminare sulle uova. Il motivo è semplice: da scolarizzato nel XX secolo, conosco fin troppo bene la vera carta politica dell'Abruzzo, che da 3000 anni è questa e questa sarà per altri 3000 anni (a meno di conflitto nucleare importante):


All'epoca non ero ancora, come poi diventai a causa di un colpo di fulmine il 6 settembre del 2022, un Carecino, stanziato leggermente a Sud-Ovest di Iuvanum. La mia identità era più plurale: un po' Safino (collocato nella porzione a Nord-Ovest dell'areale dei Pentri, attorno ad Aufidena), un po' Pretuzio, a Nord di Interamnia, e soprattutto Vestino, in riva al mare, avendo per lo più frequentato la Budapest dell'Adriatico (scegliete voi se considerare Castellammare Adriatico come Buda o come Pest). Molti di questi confini, di cui è stupefacente la persistenza antropologica attraverso i millenni, non riuscivo a percepirli, ma di una cosa ero certo: la complessità cui mi accostavo per dovere di rappresentanza era significativa e a me largamente ignota, stavo entrando con una torcia accesa in una polveriera, ed era essenziale per la mia incolumità non inciampare. Eh, sì, perché, come potete immaginare (a meno che non siate proprio dei tontoloni), in questo mio percorso di avvicinamento al territorio dovevo fronteggiare un nemico formidabile: ovviamente, la Lega locale! Nulla di sconcertante, di imprevisto, o di patologico. La politica funziona così: è inevitabile che, per quanto possano volerti bene (poco) e riconoscere il contributo che dai al partito (non molto), in un contesto di recessione del consenso saranno per primi i tuoi amici a vederti necessariamente come un soffocante coperchio sulle loro lecite ambizioni. Menschliches, Allzumenschliches. Io in realtà andavo, o mi lusingavo di andare, per allargare il consenso nei modi che le circostanze mi concedevano, e quindi non innalzando il fiammeggiante vessillo dell'ideologia, smerdato dal sostegno tattico dato al nostro peggior nemico, ma è chiaro che soprattutto chi non sapeva come quel consenso si era formato (cioè chi non era mai stato a un #goofy, quindi praticamente tutto l'Abruzzo) non poteva vederla così. La mia presenza, che lo volessi o meno, veniva comunque vissuta come un'illecita intrusione finalizzata a dare consapevoli o peggio ancora inconsapevoli segnali politici di consenso all'una o all'altra delle tante tribù, e quindi, simmetricamente, a erodere il consenso dell'altra o dell'una, suscitando lecite perplessità o preoccupazioni di cui dovevo tenere conto per disinnescarle. Cosa andavo girando io nella regione dove lavoravo da vent'anni? La cosa appariva sospetta!

Ribadisco: nulla di strano, di anormale, di sbagliato in questo. Dinamiche umane, e la politica si fa con gli uomini, cioè con superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia (io quindi partivo svantaggiato, perché di tutte queste virtù tre me ne mancano di sicuro: vediamo chi indovina?). Il mio rispetto per l'umanità tutta (compresa quella che mi aveva eletto), e il discorsetto che ci aveva fatto Calderoli il 9 marzo 2018 al Palazzo delle Stelline (in sintesi: "voi eletti siete al servizio del territorio, non siete i padroni del territorio, le strategie sul territorio le gestisce la struttura territoriale del partito, cioè i segretari regionali e provinciali, non mettetevi a fare inutile casino..."), si era forse spinto un po' troppo oltre, nel senso che, per dirne una, quattro anni fa non avevo chiara in mente nemmeno la geografia antropica del mio partito, cioè non sapevo nemmeno a quale responsabile provinciale e cittadino chiedere il visto per accedere al suo territorio! Era un rispetto estremo per dinamiche di supremazia locale che mai avevo preteso di influenzare, un rispetto che però forse travalicava lo spassionato disinteresse per sconfinare in una colpevole indifferenza o in una trasandata inconsapevolezza: un conto è non voler influenzare, un conto è ignorare, ma certo che da presidente di Commissione permanente le cose da sapere, all'epoca dello spread, della banking union, della riforma del MES, del "non ti vaccini, ti ammali, muori", e via dicendo, erano un po' troppe perché potessi aggiungerci un crash course in antropologia politica delle nobili stirpi italiche...

Ricordo ancora di quando il 16 ottobre del 2022 l'allora segretario regionale mi chiamò in urgenza per dirmi che la mia decisione di recarmi alla giornata FAI di Monteodorisio (luogo dantesco, come forse non sapete, perché Carlo d'Angiò, quello che nel 1273 aveva disegnato i confini amministrativi del mio collegio elettorale, lo aveva dato in feudo a quel tale che non diceva alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando, a guisa di leon quando si posa: mai avreste immaginato che l'anima lombarda avesse finito i suoi giorni nel mio feudo, che all'epoca era suo, vero? Visto quante cose si imparano su Goofynomics?...), dicevo, la mia decisione di assistere alla giornata FAI aveva scatenato un importante terremoto politico con tanto di minaccia di dimissioni, perché il nostro rappresentante locale si era giustamente risentito di non essere stato preavvisato della mia presenza. Inutile dire che i vetri del Palazzo di Vetro non tremarono, ma sarebbe sciocco liquidare così, con supponenza, la questione, perché in effetti... aveva ragione il nostro esponente locale (e non lo dico perché nel frattempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso): in fondo, io ero il suo parlamentare, e lui aveva ben il diritto di accogliermi e di starmi vicino (ed era anche mio interesse per motivi di immagine e di sostanza essere accolto e accompagnato), quand'anche la segnalazione dell'evento e il relativo invito lo avessi avuto dal sindaco (e non da lui, come forse sarebbe stato auspicabile)! La verità è che anche con l'esperienza parlamentare, come in altre circostanze della mia vita, la mia appercezione in nulla era stata modificata dall'assunzione di un nuovo ruolo. Insomma, io sono stato sottotenente, professore associato, senatore, deputato, e varie altre cose, continuando a sentirmi Alberto (come sono e fui), e senza rendermi conto, ad esempio, che per quanto io possa voler obbedire alla mia albertità (e quindi fuggire gli uomini, inseguire il silenzio, intrattenermi con voi, ecc.), in Abruzzo sono l'onoré, e da onoré devo comportarmi, proprio per essere compliant con la mia albertità, che è anche e soprattutto un anelito inesauribile verso la perfezione (del resto, anche questo fa parte del genius loci). Sono ancora grato a chi (come nell'episodio che vi ho riferito) mi ha messo in guardia contro certe dinamiche, e mi ha aiutato a gestirle: ogni giorno si impara qualcosa.

Diverso è l'atteggiamento di quelli che sanno tutto, quelli che "siccero io eravamio esciti dall'euro ieri!". Da una parte ci sono loro, e dall'altra ci sono i voti, al termine di un percorso la cui complessità è inimmaginabile per chi non abbia deciso di intraprenderlo sforzandosi di lasciare qualche guscio d'uovo intatto! Non vi annoio oltre con questo discours de la méthode: molto avrei da dire su quanto l'esperienza del territorio mi abbia arricchito in termini di comprensione dei rapporti politici (cioè umani), ad esempio aiutandomi a capire quanto certe dinamiche fossero appunto politiche e non personali, e quindi a non prenderle sul personale ma a gestirle politicamente; in termini di conoscenza di un territorio affascinante, la cui ricchezza misconosciuta continua a stupirmi ogni giorno di più; ma anche, e di questo volevo parlarvi, in termini di accresciuta comprensione di quanto siano perverse le dinamiche in cui la sovrastruttura europea ci avviluppa, dinamiche che possono essere comprese a fondo solo quando cominci a porti delle domande concrete, quali: i soldi per riparare questa strada (o questa scuola, o questo acquedotto) da dove arrivano? Perché qui stiamo facendo una pista ciclabile invece di una strada decente? Perché ho i soldi per un asilo nido se mi serve una casa di riposo?

Ecco: di questo volevo parlarvi.

Volevo cioè condividere con voi una riflessione che stavo svolgendo a margine del convegno sulla montagna organizzato a Gamberale:

un convegno che ha avuto molto successo, che è stato visto come un'opera di buona volontà politica, e che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di organizzare se il 2 febbraio del 2022 non si fosse svolto quel breve dialogo di cui vi ho riferito, semplicemente perché mai e poi mai avrei saputo chi invitarci!

Ora, giusto perché sappiate: il tema della legge sulla montagna ha sollevato infinite polemiche a livello locale, tutte accomunate dal fatto che siccome la legge è stata voluta da Calderoli, chi si sentiva "de sinistra" si è anche sentito in dovere di darle contro aprioristicamente, senza nemmeno leggerla (cosa facilmente dimostrabile e dimostrato nelle sedi opportune, inclusa la stampa locale). Una delle tante accuse mosse è che i comuni "declassati" da montani a non montani si sarebbero viste precluse alcune linee di finanziamento regionali, ovviamente articolate su fondi europei. Le cose in realtà stanno così:

e quindi, in estrema sintesi, i Comuni si stavano lamentando del fatto che non avrebbero più avuto dei soldi che non avevano mai chiesto. Ho però evitato di sbattere in faccia agli interlocutori questi numeri, perché secondo me il problema è più ampio. Quante volte, girando per il mio collegio, mi sento dire: "avrei questo progetto [o questo problema, o questa esigenza]: onoré, mica sai se c'è un bando?", e quante telefonate ricevo, ora che mi sono acquistato con la presenza (e camminando sulle uova) la fiducia degli amministratori locali, per richieste di assistenza tecnica sui bandi, sulle loro rendicontazioni, sulle piattaforme informatiche che li gestiscono e che non parlano le une con le altre, e via dicendo?

Ma è sempre stato così?

No, questa è una delle tante cose (la prossima sarà l'euro digitale, nonostante i miei tentativi da voi disertati di attirare l'attenzione su questa materia troppo arida) che sono successe inavvertitamente, col consueto meccanismo dello slittamento inesorabile e silenzioso lungo un piano inclinato. Non ricordo se questo libro:


che abbiamo tenuto colpevolmente in secondo piano rispetto agli altri su cui abbiamo formato la nostra coscienza politica, da Titanic Europa, a Il tramonto dell'euro (che tornerà ad ottobre), a Anschluss, a L'Italia può farcela, a Euro e (o?) democrazia costituzionale, a La fabbrica del falso, a Io sono il potere, a Vent'anni di sovranismo, analizzasse storicamente i meccanismi di attribuzione dei fondi europei. Fatto sta che col procedere degli anni, questi fondi, che inizialmente venivano intermediati da amministrazioni centrali e regionali, e quindi venivano convogliati alle amministrazioni locali tramite trasferimenti, sono sempre più stati attribuiti con un meccanismo di bandi "competitivi". Questo ha generato negli amministratori locali un'illusione ottica simile a quella cui soggiacciono i miei colleghi accademici: l'illusione che quella che loro chiamano "Europa" sia generosa e li finanzi perché loro sono bravi! Ora, le cose non stanno così ad almeno due livelli: il primo, che ormai avete assimilato, è che i soldi che per i superficiali vengono dalla cosiddetta "Europa" in realtà in Europa sono arrivati dalle nostre tasche (e quindi di generosità non si può parlare); il secondo, che la "competitività" introdotta dal meccanismo dei bandi non presuppone nei vincitori una particolare "bravura" scientifica o amministrativa. La compilazione del bando è ormai diventata una scienza a sé, che alimenta un'economia parassitaria della consulenza, e che scardina profondamente il senso e la logica di una sana scienza dell'amministrazione. Col meccanismo dei bandi, infatti, non sono le risorse a mettersi al servizio di una programmazione razionale, ma è la programmazione a mettersi di volta in volta a disposizione delle risorse astrattamente disponibili. Sei in un comune montano di ultrasettantenni non servito da quelle deprecabili infrastrutture non green che sono le strade provinciali? Quindi forse avresti bisogno di una strada o di un ospizio: ma se il bando è per gli asili nido, il "bravo" amministratore farà domanda (magari ritoccando un po' le statistiche demografiche) e se avrà fortuna (o un bravo consulente, lautamente remunerato) dovrà poi costruire a tamburo battente un bell'asilo nido nel deserto demografico, salvo scoprire poi (o sapere fin dall'inizio) di non avere i fondi per manutenerlo.

Notate l'ironia: i fondi che seguono questa trafila sono principalmente quelli che vengono definiti "fondi di coesione", eppure non c'è niente di più disgregante di questo meccanismo, per il semplice ed evidente motivo che solo comuni di grandi dimensioni possono partecipare con un minimo di speranza alla lotteria dei bandi, al "Giochi senza frontiere" dei fondi di coesione. I comuni piccoli, infatti, semplicemente non hanno le risorse umane per compilare i bandi e rendicontare nelle cervellotiche piattaforme informatiche di impostazione "europea", e quindi o si affidano all'economia parassitaria della consulenza (una delle tante economie parassitarie che la cosiddetta "Europa" alimenta nel suo anelito di travestire da "mercato" quello che in molti casi sarebbe naturaliter "Stato", cioè decisione politica...), o soccombono, vedendosi sfuggire i fantomatici fondi europei a beneficio di realtà più "attrattive" semplicemente perché più grandi. La famosa "Europa" che secondo lo stupefacente Spinelli doveva efficacemente combattere le "tendenze monopolistiche" è diventata in realtà uno strumento pervasivo di concentrazione del potere, anche attraverso le logiche perverse delle sue politiche "di coesione".

Quando è successa questa cosa?

Stabilire un punto preciso è difficile. La logica europea è quella del sorite: quand'è che l'ultima assurdità introdotta trasforma l'ordinamento in un mucchio di assurdità ingestibili? A quanto ho potuto ricostruire, l'introduzione del "bando" (cui partecipano i singoli beneficiari) anziché del trasferimento (intermediato dalle autorità centrali) come meccanismo di attribuzione dei fondi dovrebbe risalire addirittura alla programmazione 1994-1999, ma la sua prevalenza si sarebbe affermata a partire dalla programmazione 2000-2006: è da quel momento che le Regioni sarebbero diventate enti di gestione dei bandi, cui partecipano Comuni, Unioni di comuni, Province, ecc. Dal punto di vista legislativo, questo sarebbe accaduto con il Regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio del 21 giugno 1999 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, e con i successivi Regolamenti che assistono i Quadri finanziari pluriennali. Ma devo confessarvi di non aver fatto un'analisi sufficientemente approfondita, né di aver trovato testi che descrivano questa evoluzione: il tempo per studiare manca, ormai mi resta solo quello per constatare.

Mi terrei quindi a un livello più generale di analisi, per evidenziarvi due elementi.

Il primo, è la doppia disintermediazione della politica nazionale che si realizza con questo meccanismo: una disintermediazione degli obiettivi, che sono quelli definiti altrove (la "concorrenza", il "green", ecc.), e una disintermediazione della gestione. Il rappresentante del territorio, in questo simpatico gioco, non è più in grado di far valere, nel bene e nel male, la sua conoscenza dei problemi, né di affermare, in qualsiasi sede, una propria valutazione di priorità, in virtù del mandato che gli elettori gli hanno conferito. Ripeto: se "il bando", questa nuova entità metafisica che esercita la sua sovranità sui nostri amministratori, impone piste ciclabili, saranno piste ciclabili, e non strade provinciali, e l'eletto locale, quale che sia il suo livello, non può far altro che assecondare, se vuole apparire rilevante. Ora, questo meccanismo, naturalmente, poteva essere visto con favore in un'ottica antipolitica, quella che vedeva nell'intervento pubblico sempre e solo una fabbrica di consenso clientelare, che in quanto tale andava sottratto nella misura del possibile all'ambito di azione della classe politica locale, che lo avrebbe usato solo per perpetuare se stessa, e affidato a istanze altre, sovraordinate non solo in senso amministrativo, ma anche e soprattutto in senso morale (come le vicende della Commissione Santer, o il Qatargate, per fare due esempi, non dimostrano)! Purtroppo, anche l'accettazione di un meccanismo così assurdo e farraginoso è un frutto perverso della grillanza...

Il secondo è che siamo sempre al "pappagallo europeo". Mentre Samuelson (ma forse era Fisher) ci ricordavano che per fare un buon economista basta prendere un pappagallo e insegnargli a ripetere "domanda e offerta", voi ormai avrete capito che per fare un buon europeista basta molto meno: per l'europeista la domanda non esiste, esiste solo l'offerta, e, coerentemente, la spesa corrente non ha alcun valore, solo la spesa per investimenti fissi lordi va promossa in quanto accresce la capacità produttiva (salvo tagliarla selvaggiamente in modo prociclico, ma questo è un altro discorso). Ora, se ci fate caso, tutta la retorica della coesione, ma anche delle ripresa e resilienza, è basata sull'offertismo, un offertismo che spesso assume caratteristiche assurde, paradossali. L'esempio degli asili nido è sufficientemente eloquente. Per quanto sia plausibile che in molte realtà ce ne possa essere bisogno, resta il fatto che non è l'offerta di asili nido a far aumentare la domanda di figli (che se proprio vogliamo ricondurla a logiche economiche, magari dipende molto di più dalla stabilità delle prospettive di occupazione). Più in generale, la formazione di capitale fisico, se fosse depurata dalle scorie tossiche dell'ideologia green, avrebbe senz'altro un impatto sulla produttività in un Paese come il nostro, selvaggiamente devastato da un decennio di distruzione di capitale pubblico. Ma quello che manca sempre, in questa retorica dell'offerta, è il riconoscimento del ruolo della spesa corrente per la manutenzione e per l'esercizio del capitale fisico. Siamo sempre alla stessa storia: non è mettendo dieci trattori su un campo che lo rendi produttivo. Servono anche i contadini, e quelli sono spesa corrente. Ma dalla retorica della "spesa corrente improduttiva" nessuno sembra disposto a uscire.

Qual è la sintesi di questo lungo discorso che mette insieme cose che sapevate, e cose che forse vi e ci erano sfuggite? La sintetizzerei così: siamo in una fase in cui paradossalmente possiamo permetterci l'euro, ma non l'Unione Europea. Il primo, dopo la svalutazione interna portata avanti dal PD, in tutta evidenza non è un ostacolo alla nostra competitività, anche se ovviamente resta un freno alla nostra crescita (in quanto vincolo esterno). La seconda, però, continua a determinare distorsioni allocative e a imporre indirizzi politici fallimentari (limitandosi al campo dell'economia). Restituire al popolo la sua sovranità significa anche e soprattutto sottrarla ai bandi. Ma se mi giro intorno, sono veramente pochi, pochissimi, quelli che come me considerano assurdo questo meccanismo per cui i nostri soldi ci vengono restituiti solo se decidiamo di farci quello che altri decidono per noi. A fronte di un'assurdità simile il problema di quali sia l'unità di conto passa in secondo piano. Riprendere in mano il nostro destino è un compito più complesso di come vi viene presentato da intellettuali inesperti ed avventizi, e in questo l'esperienza del "territorio", nel bene e nel male, è una scuola imprescindibile. 


(...io ho una memoria pessima, ma annoto tutto. Non vedo l'ora di pubblicare il mio diario. Ma intanto ristampiamo Il tramonto dell'euro, e rileggiamo Finanziamenti comunitari...)

(...la libertà di scrivere su un blog che nessuno legge non ha prezzo: ma anche qui proprio tutto non è il caso di scriverlo!...)

mercoledì 11 febbraio 2026

Quando una donna dice "Nein!", è "Nein!"


 (...giusto per ribadire che il problema non sono i sovranisti cattivi, ma i piddini che insistono a violentare la Germania chiedendole una cosa che lei non vuole dare: il debito comune. Il meraviglioso Fogno dell'Europa federale urta contro questo ostacolo che può essere superato solo con uno stupro o una guerra. Ma non ditelo ai piddini...)


giovedì 22 gennaio 2026

Trumponomics

Qui:


ma per diversamente europei, europeisti, e in generale per tutte le altre forme di disagio culturale e/o psichiatrico, qui:

con due commenti.

Il primo è di un nostro amico:


e il secondo è di un mio conoscente:

Oggi tutti parlano del discorso di Trump riferendosi a quanto ha detto a proposito di Groenlandia o di Macron, ma a me pare che la cosa più significativa sia stata questo passaggio:

"But I remember not long ago, 20, 25 years ago, when good news came out about, let's say, the United States: "The United States had a great quarter, the United States had a great month!" all the stocks went up, and that's the way it's supposed to be. Now, when they say the United States had a record quarter, it's unbelievable how well it's doing. All the stocks crash because they say, "Oh no, inflation. Inflation. They're going to raise interest rates." And they do. These some of these stupid people like Powell, they raise interest rates. And what they do is they stop you from being successful. It used to be when we had a great quarter, a great month, great earnings, great anything, any good news, the stock market went up. That's the way it's going to be. We got to do that again because that's the way it should be. Now when we have a great month, they want to kill it. Like we did over 5%, where people were surprised. We should do 20%, we could do 25%.

When we announce good numbers, and the reason is they're so petrified of inflation. And growth doesn't mean inflation. We've had tremendous growth with very low inflation. In fact, growth can fight inflation, proper growth. So, we want to get back to the days when we announce great numbers because we're going to be announcing phenomenal..."

Io credo che possiate cominciare a rendervi conto di quale privilegio sia stato per voi poter accedere a una visione dei fatti economici equilibrata perché fondata sulla migliore dottrina, anziché sugli editoriali di risulta propinatici dai nostri operatori informativi. Immaginate lo shock culturale dei tanti imbecilli che per anni il complesso mediatico-giudiziario ci ha propinato come "economisti", e di quelli che gli sono andati appresso! Sta arrivando, in questi giorni, la risposta ad alcune delle domande che ci siamo posti lungo gli anni, ad esempio qui (quale strada si sceglierà per rientrare da un ammontare di debito fuori scala?) e qui con versione per svantaggiati qui (che cosa sceglieranno gli Usa fra Europa e Unione Europea?).

Compatite i poveri mentecatti che, non avendo il minimo lume di scienza economica, devono rifugiarsi  a tentoni nella narrazione consolatoria di un Trump matto, solo perché non si compiegherebbe all'insigne sapienza di un Oscar Giannino o di un Massimo Giannini (entrambi ferratissimi in economia). Gli "ino", gli "ini", gli "in" sono smarriti, disperati, perché intuiscono che il loro tempo, il tempo dell'eticizzazione favolistica, il tempo dell'economia spiegata ai (e dai) bambini, è terminato.

Il discorso è diventato adulto, fatto di domande chiare e di risposte chiare.

Quale strada si sceglierà per gestire il debito? La crescita, quindi la repressione finanziaria (exit "indipendenza delle banche centrali", sipario). Vedi i commenti di amico e conoscente.

Che cosa sceglieranno gli Stati Uniti fra Europa e Unione Europea? L'Europa (exit "Unione Europea", sipario). Vedi le linee strategiche pubblicate a dicembre (su cui andrà fatto un approfondimento: non sentitevi trascurati ma è periodo piuttosto intenso).

Le cose vanno quindi nella direzione che da tempo qui vi è stata indicata e voi non sarete sorpresi. Proprio per questo bisognerà ricordare alcuni dati di fatto, che sommessamente elencherò affinché moderiate i nostri entusiasmi.

Primo, una risposta può essere chiara senza per questo essere meno ipocrita. Nelle linee strategiche si parla di Stati nazionali e di superamento della globalizzazione, ma... sulla libertà dei movimenti dei suoi capitali ovviamente Trump è molto conservativo! Mi pregio di ribadire qui una cosa che ho detto inascoltato tempo fa: Ciamp non necessariamente è uno di noi! Non basta dire il fatto suo a una politica di provincia come la Kallas per indicare una volontà concreta e determinata di porre termine alla spirale depressionaria e debitogena della terza globalizzazione!

Secondo, Trump non è per sempre (purtroppo), e Roma non fu né fatta, né disfatta in un giorno. Se anche il percorso intrapreso fosse quello giusto, la possibilità di intravvedere dei cambiamenti è strettamente connessa alla capacità di Trump di crearsi una successione credibile che sappia tenere la barra. Storicamente, i leader che ci sono riusciti sono pochi, e se usciamo dal periodo storico in cui questo compito era confidato alla lotteria della genetica (la monarchia funzionava così...), forse nessuno. Speriamo bene!

Terzo, Trump non è gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non sono Trump (altrimenti nella sua seconda campagna presidenziale non avrebbe subito almeno due attentati). Quindi bisogna fare attenzione, essendo un vaso di coccio, a sbilanciarsi verso chi maneggia in questo momento il vaso di acciaio.

Sono cose ovvie per voi più che per me, me ne rendo conto. Molto meno ovvio, e di questo dobbiamo effettivamente rallegrarci, che in un contesto come quello di Davos arrivino, in modo assolutamente indipendente, le stesse idee che abbiamo tante volte discusso qui. I tempi maturano, che lo si voglia o no. Chi ha avuto saldezza d'animo e di mente si toglierà tante soddisfazioni.

Per tutti gli altri, c'è Mark O'Ryzzo...

domenica 11 gennaio 2026

Il pangolino nello spritz: Mercosur e CETA

Il dibattito in merito al Mercosur sta attirando una notevole attenzione. Nelle due fabbriche del disagio ho dichiarato un aspetto che più degli altri suscita la mia perplessità (qui e qui): l'idea che "siccome Trump è tanto cattivo signora mia!" e quindi destabilizza il quadro geopolitico precludendoci (?) l'accesso al mercato Usa, noi si debba andare in giro per il mondo mendicando mercati frusto a frusto, quando al mercato che più ci dovrebbe interessare, quello interno al nostro Paese, abbiamo fatto questo:


come ci siamo detti tre anni or sono (e ricordo che fra i punti C e D ballano 531 miliardi di euro ai prezzi del 2010: hai voglia a vendere Maserati ai narcos!). Intendiamoci bene: credo di essere stato uno dei pochi ad aver detto da subito chiaro e tondo, per smorzare facili entusiasmi (è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo e di solito lo lasciano fare a me) che né Ciamp né Elonio sono "uuuuuuuuuuuuuuuuuno di nooooooooooooooooi!" (ad esempio qui, dove citavo un mio articolo del 2017 che dovremo rispolverare per commentare le "nuove" linee strategiche statunitensi). D'altra parte, pareva che dovesse cadere il mondo per via dei dazzzi, ma la situazione al momento attuale è questa:


Il saldo merci, dopo lo "spike" del primo trimestre determinato dal desiderio degli operatori statunitensi di anticipare le spese nell'attesa di dazi la cui entità veniva magnificata oltre il limite del verosimile dai solerti operatori informativi, è tornato esattamente sulla sua linea di tendenza di lungo periodo (e il saldo servizi prosegue sulla sua tendenza decrescente iniziata nel 2019). Tutta questa urgenza di andare in giro a cercare clienti perché "gli Usa non ci sono più" nei dati non si vede, perché la domanda netta degli Usa c'è ancora. Poi magari sarò superficiale io, ma ripeto: nei dati questa roba non c'è, mentre la distruzione del nostro mercato c'è e come!

Questa banale osservazione ha due risvolti.

Il primo, rovesciando l'argomento, è che a rigor di logica, soprattutto in un periodo di instabilità geopolitica, andare in cerca di mercati di sbocco esteri avrebbe un senso per chi avesse deciso di deprimere ulteriormente il proprio mercato, avesse cioè deciso di andare avanti sulla strada della deflazione salariale come unico strumento per recuperare competitività (tralasciando così la strada più incerta nei tempi ma più solida nei risultati degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali).

A livello europeo, imboccare questa strada equivale a una duplice confessione:

1) la confessione di voler perseguire, o comunque (e peggio ancora!) di non riuscire a immaginare, un modello di sviluppo diverso da quello impostato sulla deflazione competitiva, assiduamente perseguito e poi imposto ai partner dalla Germania nel secondo dopoguerra, nonostante che questo modello di sviluppo oggi sia deprecato, come sapete, perfino da Draghi.

2) la confessione tanto plateale quanto involontaria del fallimento del progetto europeo, perché nel momento in cui vai in cerca di mercati fuori dall'Unione ammetti che "il più grande successo" (?) del progetto di integrazione europea, il mercato unico, non serve a un accidenti di niente, e questo perché la scommessa europea, come la chiamava Obstfeld, è stata persa: l'aggiunta di una moneta unica a un mercato unico depotenzia quest'ultimo perché obbliga a tagli reciproci di potere d'acquisto fra Stati membri in caso di shock esterno, che quindi non viene assorbito ma amplificato. Questo costo non era poi così chiaro ai "grandi" economisti degli anni '90:

(qui Alesina nella discussion del paper di Obstfeld citato), e di fatto rappresenta uno dei pochi contributi originali che penso di aver dato al dibattito. Era però chiaro a tutti che i benefici erano molto limitati. Sarebbe quindi bastato (e basterebbe) applicare la saggezza popolare: dove non c'è guadagno la remissione è certa!

Il secondo risvolto della mia banale osservazione secondo cui forse dovremmo preoccuparci più del mercato interno (italiano e europeo) che dei mercati altrui è che alla fine, nonostante susciti forti passioni, la preoccupazione per il Mercosur dovrebbe essere relativamente ancillare.

Per chiarirlo, parto dal pangolino nello spritz (la mia personale versione della mucca nel corridoio), cioè da una cosa che tutti dovrebbero notare, ma non mi pare che alcuno stia notando: abbiamo un illustre precedente, che tanto ci ha occupato anche su questo blog (qui trovate i post che lo analizzavano), per il quale sono state investite ingenti risorse in stracciavestismo e in entusiasmo, e che zitto zitto è andato avanti per la sua strada: il CETA.

Possibile che un precedente che tanto ci ha appassionato non abbia nulla da insegnarci?

Se vogliamo imparare qualcosa da questo pangolino, dobbiamo però rapidamente ripassare #lebbasi, che si riassumono così, per punti:

1) le politiche commerciali sono competenza esclusiva dell'Unione ai sensi dell'art. 3 TFUE:

Articolo 3

1. L'Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori:

a) unione doganale;

b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno;

c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro;

d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca;

e) politica commerciale comune.

2. L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell'Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

2) in quanto tali sono soggette alla procedura di approvazione dettata dall'art. 218 TFUE (invocato dal terzo comma dell'art. 207 TFUE):

Articolo 218

(ex articolo 300 del TCE)

1. Fatte salve le disposizioni particolari dell'articolo 207, gli accordi tra l'Unione e i paesi terzi o le organizzazioni internazionali sono negoziati e conclusi secondo la procedura seguente.

2. Il Consiglio autorizza l'avvio dei negoziati, definisce le direttive di negoziato, autorizza la firma e conclude gli accordi.

3. La Commissione, o l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza quando l'accordo previsto riguarda esclusivamente o principalmente la politica estera e di sicurezza comune, presenta raccomandazioni al Consiglio, il quale adotta una decisione che autorizza l'avvio dei negoziati e designa, in funzione della materia dell'accordo previsto, il negoziatore o il capo della squadra di negoziato dell'Unione.

4. Il Consiglio può impartire direttive al negoziatore e designare un comitato speciale che deve essere consultato nella conduzione dei negoziati.

5. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione che autorizza la firma dell'accordo e, se del caso, la sua applicazione provvisoria prima dell'entrata in vigore.

6. Il Consiglio, su proposta del negoziatore, adotta una decisione relativa alla conclusione dell'accordo.

Tranne quando l'accordo riguarda esclusivamente la politica estera e di sicurezza comune, il Consiglio adotta la decisione di conclusione dell'accordo:

a) previa approvazione del Parlamento europeo nei casi seguenti:

i) accordi di associazione;

ii) accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

iii) accordi che creano un quadro istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione;

iv) accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli per l'Unione;

v) accordi che riguardano settori ai quali si applica la procedura legislativa ordinaria oppure la procedura legislativa speciale qualora sia necessaria l'approvazione del Parlamento europeo.

In caso d'urgenza, il Parlamento europeo e il Consiglio possono concordare un termine per l'approvazione;

b) previa consultazione del Parlamento europeo, negli altri casi. Il Parlamento europeo formula il parere nel termine che il Consiglio può fissare in funzione dell'urgenza. In mancanza di parere entro detto termine, il Consiglio può deliberare.

7. All'atto della conclusione di un accordo, il Consiglio, in deroga ai paragrafi 5, 6 e 9, può abilitare il negoziatore ad approvare a nome dell'Unione le modifiche dell'accordo se quest'ultimo ne prevede l'adozione con una procedura semplificata o da parte di un organo istituito dall'accordo stesso. Il Consiglio correda eventualmente questa abilitazione di condizioni specifiche.

8. Nel corso dell'intera procedura, il Consiglio delibera a maggioranza qualificata.

Tuttavia esso delibera all'unanimità quando l'accordo riguarda un settore per il quale è richiesta l'unanimità per l'adozione di un atto dell'Unione e per gli accordi di associazione e gli accordi di cui all'articolo 212 con gli Stati candidati all'adesione. Il Consiglio delibera all'unanimità anche per l'accordo sull'adesione dell'Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali; la decisione sulla conclusione di tale accordo entra in vigore previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali.

9. Il Consiglio, su proposta della Commissione o dell'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, adotta una decisione sulla sospensione dell'applicazione di un accordo e che stabilisce le posizioni da adottare a nome dell'Unione in un organo istituito da un accordo, se tale organo deve adottare atti che hanno effetti giuridici, fatta eccezione per gli atti che integrano o modificano il quadro istituzionale dell'accordo.

10. Il Parlamento europeo è immediatamente e pienamente informato in tutte le fasi della procedura.

11. Uno Stato membro, il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione possono domandare il parere della Corte di giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con i trattati. In caso di parere negativo della Corte, l'accordo previsto non può entrare in vigore, salvo modifiche dello stesso o revisione dei trattati.

in cui vi segnalo i commi 2 (l'accordo è concluso dal Consiglio), 8 (che decide a maggioranza qualificata), e 6 (senza ratifica parlamentare nel caso di accordi commerciali).

3) se un accordo internazionale disciplina anche competenze concorrenti ai sensi dell'art. 4 TFUE (è quindi un accordo cosiddetto "misto") per la sua approvazione è necessaria anche la ratifica dei Parlamenti nazionali.

4) il CETA era un accordo misto, come sancito da questo parere della Corte di giustizia dell'UE, che in particolare definiva questa attribuzione di competenze:

5) un accordo misto può essere applicato in via provvisoria, ovvero per tutte le parti che riguardano le competenze esclusive dell'UE, fino alla ratifica da parte di tutti gli Stati membri. 

In particolare, il CETA (pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'UE il 14 gennaio 2017) è stato approvato (e infatti risulta "in force"):


ma è applicato in via provvisoria ai sensi del comma 3 dell'articolo 30.7 dello stesso Trattato:


a far data dal 21 settembre 2017 e con le esclusioni previste in questa comunicazione (che riguardano appunto gli art. 8 e 13 su regolamento delle controversie e investimenti finanziari: quindi tutta la parte glifosatoooh, polli lavati con la varecchinaaaah ecc. è in vigore, just so you know...).


Ci siamo fino a qui? Siete a vostro agio con #lebbasi?


Procedo.


Il CETA finora è stato ratificato da 17 Stati membri, come potrete controllare qui, fra cui non c'è l'Italia (ma questo non ci salverebbe, ove fosse necessario, dal glifosato). Quindi, per tutta la parte che attiene alla liberalizzazione degli scambi, all'abbattimento delle tariffe doganali, ad altri aspetti regolatori, il CETA è vivo e lotta contro di noi da 9 anni. E qui arrivo al dunque: in questi nove anni, se avesse determinato un radicale reindirizzamento dei nostri flussi commerciali a nostro vantaggio o a nostro danno probabilmente lo si vedrebbe.

E infatti se prendiamo il grafico del saldo merci e servizi della bilancia dei pagamenti del nostro Paese nei riguardi del Canada balza immediatamente all'occhio quello che in analisi delle serie storiche si definisce con linguaggio tecnico:


un bel cazzo di niente! Il saldo era in espansione nei nove anni dal 2008 al 2017, e resta in espansione nei sette anni successivi fino al 2024, senza allontanarsi dalla sua tendenza, a parte per un visibile scostamento verso il basso durante il COVID, dovuto a un crollo del saldo servizi:

a sua volta riconducibile all'azzeramento (con successivo rimbalzo) delle nostre esportazioni di servizi verso il Canada:


(meno turisti a causa del lockdown, mi viene da pensare), e fine lì.

Il CETA? Tamquam non esset.

Insomma, ve lo ridico meglio: il CETA che tanto ci preoccupava è sostanzialmente entrato in vigore nove anni fa, all'epoca nemmeno ce ne accorgemmo, e nove anni dopo... non se ne sono accorti neanche i dati! I benefici in termini di iniezione di domanda per la nostra economia sono impercettibili nei dati, e questa non è una gran sorpresa, perché è quello che si aspettava lo studio di impatto condotto all'epoca (lo trovate qui):

un pari aumento delle esportazioni dell'UE verso il Canada e del Canada verso l'UE, con un aumento del commercio bilaterale lordo (cioè della somma dei flussi), ma un saldo (differenza fra i flussi) sostanzialmente invariato, e quindi nessun apporto di domanda estera netta per noi. In altre parole: lo studio prevedeva che il nostro mercato di sbocco crescesse dell'8% e che noi però acquistassimo l'8% in più dai canadesi (saldo zero), e i grafici ex post ci raccontano che è andata più o meno così.

Capito perché l'argomento "ci servono mercati di sboccoooh!" non mi convince in casi come questo? Perché certo, ogni area deve far contenti i propri imprenditori, ogni imprenditore è contento se gli si apre un mercato, ogni imprenditore percepisce solo il proprio mercato, ma la crescita non è guidata dalle percezioni e dalla legittima soddisfazione dei singoli imprenditori, delle singole Confquesto o Assoquellaltro, bensì, banalmente, dall'aumento della domanda aggregata, di cui la domanda estera netta è una componente determinante (o per lo meno quella che ci si illude di stimolare concludendo accordi commerciali). Se per tanto prosciutto di Parma che vendiamo compriamo tanto sciroppo d'acero, l'effetto sul saldo è nullo e morta lì.

Voglio essere assolutamente scrupoloso e chiarire un punto: è ovvio che questa analisi messa così è semplicistica e che studiosi raffinati come l'amico Salvatici ci potranno dire mirabilia degli effetti granulari sui singoli comparti industriali (e noi annuiremo compunti). Il mio argomentare è (relativamente rozzo) intanto perché devo farmi capire da voi (vi voglio bene!), e poi perché risponde a un argomento a sua volta rozzo, con in più il pregio di essere infondato: quello secondo cui concludere Trattati in giro per il mondo ci serve a trovare sbocchi (che non sono tali dal momento in cui anche noi diventiamo uno sbocco per loro, rivolgendo al di fuori del Paese la nostra spesa, come previsto ex ante e verificato ex post nel caso del CETA)!


Ci siamo anche fino a qui?


Bene, allora, ora che abbiamo visto il pangolino, possiamo toglierlo dallo spritz, aggiungendo un dettaglio.


Anche il Mercosur è un trattato misto, e quindi anche per il Mercosur, in linea di principio, sarebbe prevista una ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Non solo! Anche per il Mercosur gli studi di impatto, che trovate qui, prevedono una roba di questo tipo:

cioè un aumento del Pil dell'Unione dello 0,1% nel lungo periodo (moriremo aspettando il nulla) e, peraltro, un aumento delle nostre importazioni superiore a quello delle nostre esportazioni (quindi già sappiamo di partire battuti).

Nulla di strano, no?

L'attrazione fatale che la signora (diciamo così) Merkel provava per la Cina e per gli accordi di libero scambio muove da un'identica matrice: il desiderio di approvvigionarsi di beni di sussistenza a basso costo presso popolazioni a torto ritenute inferiori e quindi turlupinabili allo scopo di assicurare la sopravvivenza di lavoratori pagati sempre peggio (e salvo poi risvegliarsi turlupinati come è andata con le auto elettriche cinesi). Quindi è chiaro che lo scopo del gioco non è esportare ad alto prezzo, ma importare a vil prezzo, e gli studi di impatto dicono già che sarà così.

Ma allora perché queste cose le dico a voi qui, in questo blog che non esiste e che nessunomila persone leggono ogni giorno?

Perché non potrò dirle mai in aula. E perché so che non potrò dirle mai in aula? Forse perché anche per il Mercosur si pensa di procedere con una applicazione provvisoria limitata alla parte riguardante le competenze esclusive (che poi è la ciccia), rinviando sine die (da pronunciare, ovviamente, sain dai) la ratifica? No, questa volta è diverso: perché il Mercosur è stato diviso in due pilastri, quello commerciale, che passerà senza coinvolgimento parlamentare, e quello "investimenti", dove saremo coinvolti. E che cosa cambia rispetto al procedimento seguito con il CETA? Beh, qualcosa cambia e lo spiega appunto Luca Salvatici nel suo paper. L'applicazione provvisoria infatti in linea di principio può tranquillamente estendersi all'infinito, come sta succedendo in molti casi:


tuttavia in un contesto simile i singoli Stati membri conservano, in linea di principio, un potere di ricatto, teorico e controverso, ma lo conservano:


Lo spacchettamento del Mercosur, avvenuto anch'esso senza che ce ne accorgessimo (non possiamo essere dappertutto, soprattutto se il nostro tempo è assorbito dalla appassionante gestione degli haitraditisti...), serve appunto a evitare questa "potenziale vulnerabilità" degli accordi misti. La si evita dividendoli in due accordi "puri": uno sulle competenze esclusive, e uno sulle concorrenti. Simple comme bonjour, e con questo bel risultato si priva il Parlamento anche del proprio sacrosanto diritto di mugugno (quello su cui voi vi esercitate con estenuante voluttà). In effetti, nel comunicato stampa di dicembre 2024 si parlava già di un accordo articolato su due pilastri, e quello avrebbe dovuto far suonare un campanello d'allarme.

In ogni caso, diffidare sempre del clickbait. Questo indignato "m'ha detto mi cuggino che la Germaggna ha abolito la clausola" non mi pare fondatissimo alla luce di quanto vi ho documentato, proprio perché dopo lo spacchettamento la procedura non prevede più una ratifica parlamentare (che quindi non può essere stata esclusa perché non era prevista). Ma insomma, la materia è sufficientemente complessa e ci può stare che ci si perda (magari mi sono perso io): caso mai, fa ridere che a indinnniarsi sui social per la mancanza di un dibattito parlamentare siano per lo più gli eredi (o i reduci) di quelli della scatoletta di tonno! Non è questo il mondo che volevano, quello in cui i Parlamenti non contano nulla?

Termino con una provocazione: ma siamo proprio sicuri che accordi che fanno così poco bene possano fare così tanto male? Nel caso del CETA, ad esempio, avete evidenze di danni subiti da qualcosa o da qualcuno (oltre all'evidenza dell'irrilevanza macroeconomica e del tempo buttato al cesso preoccupandosi)? Io sinceramente no. Quello però che non sopporto è la filosofia sottostante a questi indirizzi politici, e il fatto che mi venga precluso di discuterla in Parlamento. Ma quest'ultima cosa a voi non credo dia fastidio, un po' perché non esistete, e un po' perché, se esisteste, vi fareste bastare la discussione ampia e documentata che abbiamo potuto fare qui, e che non potremmo fare in nessuna aula di nessun parlamento.