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lunedì 4 maggio 2026

La transizione verde e quella digitale sono incompatibili

(...sempre sul filone delle cose che non entrando in testa entreranno altrove...)


Qualcuno (credo fosse un alchimista, insomma, un ciarlatano, un cultore delle pseudoscienze) lo aveva detto tempo addietro. Gli OI 'ndernescional non pare se ne siano ancora accorti. Il loro problema infatti è: "Ma che ci facciamo con tutta questa potenza di calcolo?" Domanda pertinente, ma lievemente subordinata rispetto alla domanda fondamentale: "Dove troviamo l'energia necessaria per farla girare?"

Guardiamo il bicchiere mezzo pieno (o rotto, se volete): se anche "gli idioti di Düsseldorf" imboccano la strada dell'AI, questa è la smoking gun che si tratta in effetti di una bolla, vent'anni dopo quella dei subprime! Abbiamo trovato qualcuno cui lasciare il cerino in mano, e sarà, come al precedente giro di valzer, l'Eurozona (vedo sfide ma anche opportunità...).

Che di bolla si tratti, del resto, ce lo hanno detto in tutte le salse Daniela Tafani e Juan Carlos De Martin (potete trovarvi i loro interventi sul sito di asimmetrie.org), e, udite udite, se n'è accorto perfino Servaas Storm, che per quanto sia un negazionista dell'euro (e per questo molto simpatico a tutti quelli che vogliono salvare la sinistra dalla vergogna di aver sponsorizzato un progetto di deflazione salariale), non è certo un cretino, come questo suo divertente pezzo sulla teiera di Russell dimostra (per noi non è una novità: è come sempre la sinistra che arriva dove Goofynomics era un paio di anni fa...).

Come disse il merlo al tordo, quando salterà questo tappo (cioè quando l'esercito statunitense deciderà di non sovvenzionare più questa industria, se deciderà di farlo: ma a un certo punto si raggiungeranno i rendimenti decrescenti anche qui, no?) vedrai che l'ultima delle nostre priorità saranno le girandole o i pannelli cinesi...

sabato 1 giugno 2024

La fabbrica degli idioti

(...si gira per il mondo e si conosce la community di Goofynomics. Max Tuna mi è sembrato uno sufficientemente strutturato da comprendere che magari in campagna elettorale il suo commento avrebbe aspettato un po’. Quelli che “non mi pubblichiiiiii1!!1!1” finiscono inesorabilmente in spam, salvo essere talora recuperati in modalità vilipendio di cadavere quando i fatti validano la mia percezione istintiva dell’inopportunità di pubblicare - spesso a tutela del commentatore! Di queste cose - quelle di cui parla Max, non le mie prassi di gestione dei commenti - parleremo il 10 luglio a Roma…)


Max Tuna ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il capolavoro":


Alberto, ieri a Sassuolo hai detto che la Scuola è diventata, per interposta UE, preda delle lobby dell'informatica, che ingrassano sui soldi (tanti!) che vengono assegnati alle scuole, ma solo per fare cose sbagliate e dannose. Confermo, è così. Poiché l'argomento era collaterale rispetto alla pessima allocazione delle risorse finanziarie che stavi evidenziando, e anche più tardi, quando ci siamo stretti la mano a Formigine, stavi parlando di questioni economiche e sociali, lì per lì non ho aggiunto altro.

Quindi lo scrivo qui, perché rimanga a verbale, nel Dibattito. Il problema non è solo economico: il digitale a scuola fa proprio dei danni, e gravi. Chiunque insegni ha notato empiricamente che i ragazzi hanno sviluppato deficit cognitivi da abuso di tecnologia, smartphone e social network; deficit che con sommo sfregio vengono medicalizzati e attribuiti alle vittime stesse (con le inflazionate certificazioni sui Disturbi Specifici dell'Apprendimento), cristallizzando i problemi. C'è anche una letteratura scientifica, su questi temi: a parte il classico Demenza Digitale di Manfred Spitzer, segnalo anche il più recente The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness di Jonathan Haidt. Per chi vuol farsi rapidamente un'idea della gravità della situazione, con grafici esplicativi (coerenti con quelli presentati da Giorgio Matteucci in questo post), c'è anche, dello stesso autore, questo video: smartphones vs. smart kids. Tra le proposte: niente smartphone prima delle superiori; scuole libere da smartphone; niente social media prima dei 16 anni.

Insomma, il digitale a scuola è nocivo: lo sappiamo empiricamente e gli specialisti ci hanno anche spiegato il perché e come provare a rimediare. La solfa è sempre la stessa: "Il digitale a scuola non funziona, quindi ci vuole più digitale". Il fatto è che i ministri dell'Istruzione, l'attuale ma anche tutti i suoi predecessori, sembrano in balia del loro stesso ministero, che pare avere vita propria e, a prescindere dal colore dei governi, fa dai primi anni 2000 quello che vuole l'Associazione TREELLLE (con un leggerissimo problema di democrazia: perché anche la scuola dovrebbe essere "al riparo dal processo elettorale"?). Questo sottobosco ministeriale che pensa cose completamente sbagliate e agisce anche peggio, contro le evidenze scientifiche e sperimentali, andrebbe rimosso e sostituito piano piano con gente diversa e consapevole che la strada della digitalizzazione forsennata della scuola è una strada totalmente sbagliata. O vogliamo aspettare di vedere medici intontiti dall'abuso di ninnoli digitali, magari laureati con una tesi scritta dalle presunte Intelligenze Artificiali, per accorgerci del problema?

Non mi aspetto che salvare la Scuola dal suo triste declino (e a seguire l'Università) sia un compito facile o di breve periodo. Mi aspetto però che un governo come quello attuale inizi il processo di inversione di rotta, infiltrando il ministero di personale pensante, che -- sì -- valorizzi anche le bistrattate lingue classiche, per forgiare i ragazzi a quell'attenzione al dettaglio che si va perdendo. Ma non c'è molto tempo: quando andranno in pensione coloro che sono stati formati in una Scuola che tutto sommato funzionava, si perderà persino il ricordo di come si possano fare bene le cose.



(…una breve considerazione: potrete pensare, non senza un accettabile grado di plausibilità, che siccome io sono un martello ogni problema mi sembri un chiodo, eppure credo che non solo a me, ma anche a quelli di voi dall’occhietto un po’ più vispo, potrebbe essere apparsa con evidenza la radice del problema, anche perché è sempre quella: l’offertismo. Dietro questo nefasto e pericoloso delirio campeggia tetra l’idea di una scuola che deve inseguire “er monno der lavoro” perché la disoccupazione dipende dal fatto che l’offerta di lavoro - cioè chi un lavoro lo cerca - non “meccia” la domanda - cioè chi un lavoro lo offre. Insomma, se c’è disoccupazione la colpa è del disoccupato che non sarebbe occupabile in quanto non sufficientemente awanagana (digital, sustainable, ecc.). Ora, che le cose non stiano così oggi lo dice perfino Draghi: i problemi del mercato del lavoro sono dal lato della domanda, sbriciolata dalla deflazione competitiva. Duole che si approfitti di questa situazione per sdoganare l’idea che le soluzioni vadano cercate nella direzione sbagliata per i nostri figli, ma, ovviamente, giusta per i produttori di costosi gadget tecnologici. Non è sull’offerta di lavoro che dobbiamo agire, dementizzandola, ma sulla domanda, rianimandola, e questo tutto è tranne che “luddismo”: è solo l’ennesima cosa che scritta qui dodici anni prima verrà riscoperta altrove dodici anni dopo…)


domenica 31 marzo 2024

Unione o transizione? La radice del fallimento europeo.

Dieci anni fa tentammo per la prima volta l'esperimento del #midterm, e ci radunammo a Roma per parlare di Un'Europa senza euro. Dieci anni, e due elezioni europee, dopo, ci ritroveremo a Roma il 13 aprile prossimo per parlare di Un'Europa senza Euro 6.


I tempi cambiano, ma, come vedrete, non cambiano i temi. Semplicemente, la loro lista si allunga perché ad essa si aggiungono ulteriori declinazioni di un tema, quello della transizione, che è il tema fondante e cruciale del progetto europeo.

Su questo vorrei condividere qualche riflessione con voi, anche per raccogliere vostri stimoli e suggerimenti.

Giandomenico Maione, che abbiamo avuto ospite nove anni fa,  nel suo libro del 2014, Rethinking the Union of Europe post crisis, fa un'osservazione determinante, che deve essere compresa bene, nelle sue implicazioni, se si vuole capire in che razza di vicolo cieco ci siamo cacciati. Osserva Maione che la costruzione europea si caratterizza, più esattamente che i Trattati la caratterizzano, come un processo di transizione perenne verso una "unione sempre più stretta" (ever closer union, art. 1 secondo comma del Trattato sull'Unione Europea). Non è però chiaro quando questa unione potrà essere considerata abbastanza stretta da sancire il compimento di questo processo, di questa transizione, né, correlativamente, che forma dovrebbe prendere un’unione per essere considerata abbastanza stretta.

Basta un collier o occorre proprio una garrota?

Questo essere un processo di eterno avvicinamento asintotico ad un asintoto che non c’è, o non si vede, è un elemento particolarmente tossico per la conduzione di un ordinato dibattito democratico sulla costruzione europea. L'inesistenza di un chiaro obiettivo, che, se ci fosse, andrebbe iscritto nella Costituzione che non c'è (quella europea), genera vari livelli di problemi di delega e in particolare di moral hazard, quella forma di comportamento opportunistico del delegato (il politico) che sorge, appunto, quando il delegante (l'elettore) è nell'impossibilità di accertare la negligenza, o addirittura il dolo, del delegato nel definire il suo compito. Se questo compito è indefinito, è definito come una transizione, non come un obiettivo, accertare l'impegno di chi dovrebbe realizzarlo, accertare se e quanto si sia avvicinato al risultato, diventa intrinsecamente impossibile.

Il problema è duplice. Da un lato, evidentemente, il non sapere verso dove, verso cosa, si stia andando, rende impossibile giudicare se ci si stia andando. Di conseguenza, la concettualizzazione del progetto come eterna transizione rende logicamente impossibile valutare la qualità della leadership europea, e quindi la deresponsabilizza. Qualsiasi cosa essa faccia è sottratta alla critica, pour la simple et bonne raison che se si ignora l'obiettivo se ne ignorano distanza e direzione, e quindi resta impossibile valutare se chi è in quel momento al governo abbia compiuto passi nella direzione di guida e con la giusta velocità. Si aggiunga che questa radicale indeterminatezza apre alla possibilità  che la definizione dell’obiettivo finale sia dettata da umori estemporanei, come quelli determinati dallo stato di eccezione implicitamente causato da eventi eccezionali (non a caso, secondo Jean Monnet, l'Unione Europea sarebbe stata "la somma delle soluzioni trovate alle crisi": perché queste soluzioni, dettate dalla violenza dei fatti, avrebbero imposto la concretezza di un obiettivo definito: risolvere, appunto, la crisi. Inutile dire, e lo si sta vedendo ora col PNRR, che una panoplia di strumenti creati in condizioni di emergenza non necessariamente costituisce l'ossatura di una Costituzione in grado di assicurare i necessari pesi e contrappesi in condizioni di normalità). L'obiettivo volta a volta perseguito, o presentato come perseguendo, poi, è anche alla mercé di rapporti di forze altrettanto estemporanei e transitori fra i singoli Stati membri, rapporti soggetti all'alea dei singoli processi politici nazionali.

Si trova forse scritto da qualche parte che l’obiettivo sia l’elezione diretta del Presidente degli Stati Uniti d’Europa? No. Però se ne sente parlare come di un obiettivo legittimo, lo si dà per assodato e pacifico, ignorando che un simile obiettivo non è stato né sottoposto a un vaglio democratico né, quindi, tantomeno iscritto in un Grundgesetz condiviso.

D’altra parte, il fatto che non si sappia e non si voglia, in fondo, sapere, che cosa l'Unione Europea debba essere, il fatto che non si sappia a che cosa debba condurre questa transizione, rende non solo impossibile valutare se ci si stia avvicinando all’obiettivo finale (e su questo ci siamo intrattenuti fin qui), ma anche se questo obiettivo sia sensato. Se non sai dove stai andando, ovviamente non puoi sapere se ci vuoi andare. Nel dibattito hanno corso solo le valutazioni implicite e scombiccherate di natura comparativa, riferite a esperienze federali sul cui successo ci si potrebbe interrogare da diversi punti di vista (come più volte ricordato, nella creazione degli Stati Uniti d'Europa a noi sarebbe riservata la sorte non brillante dei nativi) e il cui percorso storico è comunque stato totalmente diverso dal nostro, procedendo, per lo più, da una operazione di tabula rasa delle popolazioni o comunque delle culture autoctone che qui in Europa non c'è stata, nemmeno con tutto il male che ci siamo inflitti, e difficilmente ci potrebbe essere. Questa indeterminatezza del punto di arrivo apre allo sgradevole fenomeno per cui, nel momento in cui i cittadini si accorgono che le cose non stanno funzionando come promesso, che la transizione verso una Unione sempre più stretta non sta "deliverando", come dicono quelli bravi, basta dirgli che se il processo non funziona è solo perché non è ancora compiuto, cioè che ci vuole più Europa. Naturalmente ciò che rende possibile argomentare impunemente il progetto non sia ancora compiuto è il semplice motivo che nessuno sa quale dovrebbe esserne il compimento! In altre parole, la natura di eterna transizione verso l’ignoto del progetto europeo è esattamente ciò che fornisce un fondamento logico all’argomento che altrimenti apparirebbe fallace, ma che tante volte sentiamo ripetere con apoditticamente: quello che attribuisce i fallimenti dell’Europa al fatto che ce ne vorrebbe di più!

Incidentalmente, questo schema logico, lo schema del "ci vuole più", nato e messo in campo nel dibattito sull’Unione europea, è poi stato applicato anche ad altre situazioni di transizione verso l’ignoto. Pensate ad esempio alla gestione della pandemia! Quando era assolutamente acclarato che un certo approccio terapeutico non aveva le proprietà che gli erano state date attribuite, cioè quelle di immunizzare e sterilizzare i pazienti (nel senso di: renderli incapaci di contagio), la risposta, come ricorderete, è stata che ce ne voleva di più ("ci vogliono più dosi" era la declinazione sanitaria del "ci vuole più Europa").

Essendo l’Unione Europea ontologicamente una transizione, non stupisce che la transizione sia la cifra della sua azione politica. Nei fatti, quello che l’Europa ci propone oggi è un florilegio di transizioni: la transizione ecologica (o ambientale, o energetica, che si voglia); la transizione digitale; il sostegno a una serie di altre transizioni di cui l’Unione si fa paladina, nella dimensione che ha assunto di stato etico, e che riguardano la sfera più intima di ogni singolo individuo. L’importante è il processo, la fluidità, e non il punto di arrivo, l'identità. Questo, se ci pensate, è il motivo per cui identità e democrazia sono logicamente connesse. Naturalmente un pezzo di questa storia è che è il processo, e non il punto di arrivo, a giustificare l’esistenza di un clero sterminato e opaco di burocrati, il cui compito è appunto quello di farci transitare, di farci transumare. Sono loro i Pastori di questa eterna e indefinita transumanza, e come tutti i Pastori essi rivendicano un ruolo di guida e pretendono un rispetto sacrale.

Restano da mettere a fuoco alcune visibili asimmetrie, o incoerenze che dir si voglia.

Ad esempio, perché per ogni singola transizione al dettaglio (ecologica, ambientale...) la governance europea ci propone obiettivi quantitativi e tempi specifici, veri e propri benchmark in base ai quali si riserva il diritto di dichiarare il successo o l’insuccesso dei suoi singoli Stati, mentre per la sua propria transizione, quella verso unione sempre più stretta, l’Unione Europea non si propone né un obiettivo definito né dei tempi precisi, sottraendosi quindi alla possibilità di vaglio democratico degli elettori? I politici, e i burocrati, europei non possono sbagliare, non sono accountable, non tanto perché sono loro a fissare a se stessi l'asticella, quanto perché questa asticella è evanescente, non c'è! Sì, certo, Ursula, che sia stata o meno corrotta dai cinesi, con il "grande balzo green" ci ha mandato a sbattere, esattamente come 65 anni fa il compagno Mao mandò a sbattere la Cina, e questo lo pagherà, gli elettori avranno voce in capitolo. Un errore simile, però, alla fine è meno disastroso del non sapere dove si stia andando e in quanto ci si debba arrivare. Alla fine, aldilà di tutti i fronzoli e gli accidenti o incidenti di percorso (come quelli che hanno colto impreparati i poveri punturini, ma non che, come noi, li aveva visti arrivare), al di là quindi di epifenomeni come la censura, il controllo manu militari dei social, lo sforzo profuso per condizionare l'opinione pubblica, ecc., più di tutto questo (che è comunque "tanta roba"), la natura antidemocratica, anzi direi ademocratica del progetto europeo risiede in questo: nel suo essere un processo ontologicamente refrattario alla valutazione da parte di un qualsiasi circuito democratico per il semplice fatto di essere un processo verso l’ignoto, verso un obiettivo non specificato se non come work perennemente in progress.

Questo in qualche modo è anche l’aspetto più nuovo e più inquietante. La censura è sempre esistita, il potere ha sempre ristretto con violenza più o meno esplicita il diritto di critica (e qui ne sappiamo qualcosa: ricordate quando ci negavano le aule a Tor Vergata, per dirne una (l'incontro annunciato qui non si è svolto, e non perché io avessi judo)? Ricordate come è nato questo blog?). Il controllo sociale è sempre esistito anche quando non veniva esercitato in forma digitale: può piacere o dispiacere come considerazione, ma si può ragionevolmente argomentare che alcuni aspetti del fenomeno religioso siano stati agiti con funzioni di controllo sociale, un controllo forse più pregnante di quello esercitato dall’Unione europea ma, attenzione, basato sostanzialmente sugli stessi meccanismi simbolici e archetipici. Vogliamo parlare, ad esempio, del tema della colpa, agilmente sostituito da quello del debito pubblico, o della redenzione, che nella religione europea conserva la "r", quella di "riforme"? La mistica dell'espiazione, della purificazione, del percorso verso la redenzione, insomma: di quella transitio Crucis che sono "le riforme" (altro concetto indefinito, peraltro...), permea tutto il discorso politico europeo, per il semplice motivo che chi lo gestisce ha avuto la scaltrezza di fare proprio un armamentario archetipico che in tutti noi, atei compresi, tocca corde profonde. Censura, controllo sociale, compressione del dibattito, linguaggio sacrale, però sono sempre esistiti: fanno un po' tenerezza i punturini che se ne accorgono oggi, e che forse, per accorgersene prima, invece di leggere per finta Orwell, avrebbero dovuto leggere sul serio Balzac. Il dato radicalmente nuovo, e quindi difficilmente gestibile, del momento storico in cui viviamo è che oggi essi vengono esercitati in nome di un’autorità che non si sa cosa sia, e quindi che cosa possa garantire in cambio (a parte il ciarpame propagandistico sui decenni di pace e di prosperità). Chi ci restringe non è "lo imperatore", non è un monarca vestfaliano, non è una Repubblica liberale borghese: è un po’ di tutte queste cose, senza essere in realtà nessuna di esse.

Ed è appunto questo l’elemento che dovrebbe allarmarci.

Oggi le miserevoli vicende della rivoluzione "green" lo hanno fatto capire ad una certa fascia di pubblico, quello particolarmente attaccato al proprio autoveicolo: a Bruxelles ti dicono di andare da una parte prima di aver capito, e senza avere la volontà di capire, da che parte ti stanno dicendo di andare.  Al #midterm ne parleremo con Riccardo Ruggeri, un altro amico che ci ha accompagnato nel nostro percorso (lo ricorderete al #goofy9 parlarci di CEO capitalism). Purtroppo, se l’automobile è un concetto concreto, tangibile, esattamente come lo era il dischetto di metallo chiamato euro, la libertà, la democrazia, l’ordinamento giuridico, la legge fondante di uno Stato o di una comunità, peggio ancora la necessità che una comunità si aggreghi attorno a una norma fondante, sono concetti molto più impalpabili ed evanescenti, appartengono a quella categoria di concetti che nella mente del grande pubblico possono essere definiti solo per negazione. Ci sono infatti cose che, per qualche strano meccanismo di psicologia delle masse (materia a me totalmente ignota), i popoli tendono a rimpiangere quando li hanno persi, molto più che a difenderli quando li hanno ancora. Questo significa che la battaglia che qui da tempo stiamo compiendo per destare a razionalità il maggior numero di interlocutori possibili è oggettivamente una battaglia ardua.

Alle difficoltà appena enunciate se ne aggiunge una fondamentale, di metodo, consistente nel fatto che dobbiamo tutti chiederci quanto il fare il bene degli altri contro la volontà degli altri non coincida poi esattamente col ributtante paternalismo dei Padoa Schioppa, dei Ciampi, e via discendendo.

Bisognerebbe insomma chiedersi che senso abbia lottare per la libertà e l'autodeterminazione di persone che forse preferirebbero restare schiave! Non è un tema secondario, tutt’altro. Il fatto che in Italia esista ancora uno zoccolo duro, apparentemente inscalfibile, di persone che si riferiscono al partito che ha fatto un investimento politico massiccio su questo progetto di "depowerment" e di "unaccountability", cioè il PD, ci deve incutere non solo e non tanto scoraggiamento, quanto rispetto. Non è escluso, e comunque non va escluso, che siamo noi dalla parte del torto e che invece le magnifiche sorti e progressive di questo processo storico rettilineo verso lo stringersi sempre di più intorno a una cosa che non si sa cosa sia, possa essere effettivamente l’uovo di Colombo, quello che ci mancava e ci manca per ottenere pace e prosperità (e quindi che ce ne voglia "di più"). Certo, la posta in gioco è elevatissima, e quindi ognuno di noi ha il diritto di portare avanti una visione alternativa rispetto a quello che scarnificato dai cascami di una propaganda lezza e putrida ci appare come un’ossatura logicamente incoerente. In questa, come in tante altre cose, si potrebbe argomentare che la gravità delle conseguenze sia tale da determinare una sorta di stato di eccezione, ma qui si entra in una circolarità che è etica prima ancora di essere logica: non possiamo combattere quelli che legittimano se stessi affermando di essere migliori di noi, affermando a nostra volta di essere migliori di loro. Questo modo di fare si attaglia a un un asilo infantile, ma se applicato al mondo degli adulti è, come infiniti esempi anche recenti dimostrano, il germe di sanguinosi e sterili conflitti.

Nel nostro appuntamento di metà anno ci occuperemo quindi non tanto della transizione dell'Unione, del suo punto di arrivo (Stati Uniti d'Europa? Confederazione?... per citare due degli slogan che in modo ricorrente vengono riproposti a vanvera nel dibattito), quanto delle transizioni che l'Unione ci propone, e in particolari di due di esse: quella digitale, di cui la transizione monetaria è un sottoprodotto, e quella ecologica. Due transizioni, si badi bene, che oltre ad avere delle rilevanti contraddizioni interne, tant’è che la transizione ecologica si sta già accartocciando su se stessa, sono anche contraddizione reciproca. La transizione digitale infatti, come del resto la stessa transizione ecologica, richiede una enorme quantità di energia e di materie prime, che non possono essere estratte dalle viscere della terra senza causare un impatto ambientale. Esiste quindi un trade off piuttosto evidente fra digitale e green, e la narrazione che dice di voler portare avanti in parallelo queste due rivoluzioni è un’altra narrazione intrinsecamente truffaldina. Oggi, per fare un esempio, il Bitcoin è uno stato grande quanto la Malesia, e una singola transazione in Bitcoin impiega tanta acqua da riempire una piscina da giardino. L’energia necessaria per alimentare la tecnologia a registri distribuiti sottostante al Bitcoin assorbe una quantità di energia stimata attorno ai 159 TWh (a mezza strada fra i consumi elettrici dell'Egitto e della Malesia: l'Italia è a circa 296 TWh). Non tutte le tecnologie digitali sono così impattanti, naturalmente. Ma l’idea che il "digital" sia amico dell’ambiente perché sostituirebbe la carta che è cattiva perché uccide i nostri amici alberi è totalmente infondata e caricaturale! Non è certo per merito del "diggital" che la superficie dei boschi italiani è in aumento. Un’idea che appartiene appunto a quell’argomentario demagogico, emotivo, basato su sollecitazioni archetipiche, cui ricorre sapientemente il clero europeo per giustificare le proprie decisioni, concepite astrattamente nelle stanze di Bruxelles, tanto impermeabili alla democrazia quanto permeabili dalle lobby. Questo è tanto più vero in un paese in cui, come ben sa chiunque faccia qualcosa, qualsiasi cosa, e da questa eletta schiera tiriamo ovviamente fuori i commentatori televisivi e i giornaloni, in un paese in cui ogni processo amministrativo digitale deve essere replicato in cartaceo perché tale è la volontà della pubblica amministrazione.

Del fondamento, della natura, e delle contraddizioni di queste rivoluzioni parleremo con due esperti che avete conosciuto all'ultimo goofy, dove hanno avuto uno spazio troppo ristretto: Gianluca Alimonti e Michele Governatori. A commentare il loro confronto, e questa è una novità metodologica che sottopongo alla vostra sagace attenzione, avremo un panel di amministratori di società del settore, cioè di uomini pratici, quelli di cui Keynes un po' diffidava, ma senza i quali, vi garantisco, non sarebbe possibile mandare avanti la baracca. Sarà utile per voi capire se e quanta consapevolezza dei limiti di certe retoriche esista nelle classe dirigente, come sarà utile per la classe dirigente capire quanto interesse esiste per certi temi, e quanta attenzione le ordinary uninstructed persons pongono al loro lavoro.

E questi sono solo alcuni dei temi che tratteremo. Per gli altri (euro incluso), ci leggiamo domani (cioè oggi), o forse dopodomani, cioè a Pasquetta. Il link per la registrazione è qui.

sabato 13 agosto 2022

Identità digitale: l'ultimo rifugio delle canaglie

A quanto pare, dopo l'uscita del nostro programma, che ha smontato le tante bufale diffuse in rete principalmente dai nostri ex amici, l'ultimo rifugio di cotali canaglie (perché di questo si tratta: di sozze, spregevoli, ma per fortuna irrilevanti canaglie) è diventato il tema dell'identità digitale.

Di che si tratta?

Ve lo racconto in breve.

I miei colleghi vengono variamente accusati, in un delirio etilico-complottistico, di essere compartecipi della famosa "agenda" (il patto per controllare le nostre vite scritto col sangue di una vergine su una pergamena di capro nero e suggellato alla presenza di Satana dai cinque vertici del pentacolo demoplutomassonico), perché, avallando il famigerato sistema di crediti sociali alla cinese, propugneremmo l'adozione indiscriminata di strumenti di controllo pervasivo e repressivo sull'esistenza di ogni e ciascuno di voi. Ora, io mi ricordavo che gli amici dei cinesi fossero altri, e mi ricordavo anche che ci eravamo presi delle belle palate di sterco in faccia dai media per esserci opposti al green pass, ma le sozze e spregevoli canaglie sono fuuuuuuuuuuuuuuuurbe, la sanno luuuuuuuuuuuuuuunga, e hanno trovato una prova, una prova schiacciante, che ci inchioda alle nostre esecrande responsabilità: il fatto che noi vorremmo "mettere l'identità digitale in Costituzione".

Ora: ci vuole poco a dimostrare che qui qualcuno è scemo: o noi, o le canaglie.

Mi sembra del tutto evidente, e lo testimonia la benevola attenzione che i media liberi e la magistratura indipendente ci prestano, che al Potere come lo immaginano loro (ma anche al Potere come esso effettivamente si manifesta e come vi ho suggerito di studiarlo) noi non siamo esattamente graditi, o sbaglio?

#hastatoSalvini (come prima #hastatoBorghi: io sono un pochino meno Henry de Cusances e un po' più Võ Nguyên Giáp, o almeno a questo modello vorrei ispirarmi, e poi ho un ottimo avvocato, e in generale non minaccio: querelo, e forse per questo gli #hastatoBagnai sono molto meno frequenti...), #hastatoSalvini, dicevo, è l'alfa e l'omega del loro racconto dei fatti: piove? Ha stato Salvini. Arriva la siccità? Ha stato Salvini. Le città non sono sicure? Ha stato Salvini. L'inflazione aggredisce i salari? Ha stato Salvini.

Ma ve ne siete accorti o no, che il bersaglio del Potere Degenerato (PD) siamo noi?

Perché se non ve ne foste accorti, sareste, come dire, distratti.

Se invece ve ne siete accorti, di questa campagna diffamatoria e discriminatoria che il PD e le sue ubique propaggini disperatamente conducono verso di noi, ma nonostante questo pensate che in un contesto simile, avendo contro tutti i media e tutte le stanze del potere, noi propugneremmo l'adozione di strumenti di controllo digitale della società e quindi del dissenso politico, ecco: se le cose stessero così, ci troveremmo di fronte a un interessante dilemma:

  • o saremmo scemi noi a mettere in mano al nostro nemico una simile arma fine di mondo, che immediatamente ci verrebbe ritorta contro,
  • o sarebbe scemo chi dà retta alle sozze e spregevoli canaglie, perché magari le cose stanno in modo diverso, e forse addirittura opposto, a come le sozze e spregevoli canaglie le raccontano.

Ora, siccome stiamo parlando di legislazione, cioè di carte che cantano, risolvere questo dilemma non è poi così difficile.

E si torna sempre al solito punto: mentre i pandemici punturini si sono svegliati solo nel 2021 (perché per la maggior parte di loro prima della pandemia le cose non andavano troppo male, e il 2020 è stato addirittura un sugo di pesce: a casa con lo stipendio pagato, what else?), magari noi a certe criticità che la "rivoluzzione diggitale" presentava ci stavamo pensando da prima, e stavamo cercando di affrontarle non con lo scolapasta (o il cappello di stagnola) in testa, ma con strumenti legislativi.

Il controllo digitale sulle nostre vite esiste, ed è esercitato in forme talmente diffusive e subdole che praticamente tutti voi, prima del greenpass, ci convivevate serenamente, tant'è vero che prendevate molto sottogamba i miei reiterati appelli ad evitare almeno le forme più ingenue di autoviolazione della vostra privacy, quelle che praticavate concionando sui social. Perché ci siamo rassegnati a questo? Semplice: perché l'oggettiva comodità offerta dai tanti servizi digitali (dal Bancomat in giù) oltrepassa la scomodità soggettiva di studiare per capire come evitare che le nostre vite siano tracciate e dai nostri dati si estragga valore, e li si usi per condizionare le nostre scelte, a nostra insaputa. Quindi tutti voi, tutti noi, che non ci prendiamo nemmeno il tempo di rifiutare i cookies sui siti dove navighiamo, o di cancellarli dalla cache del nostro PC, o più banalmente di cambiare regolarmente le nostre password, abbiamo accettato per facta concludentia di essere esposti a continue violazioni della nostra identità, della nostra persona, che oggi è anche e soprattutto una persona digitale, un nodo di relazioni (commerciali, affettive, professionali) intermediate dalla rete.

Il luddismo non è un'alternativa.

Certo, può essere igienico passare un weekend sconnessi dalla rete, soprattutto per chi, non contando una fava, può permetterselo (per chi, come me, rientrando troverebbe centinaia di messaggi da gestire lo è un po' meno). Chi può esser lieto sia, ma il fatto è che questo è il nostro mondo. Vero è che rifiutare il mondo è un tema nobile e ricorrente nella nostra cultura. Fra qualche giorno mi recherò proprio dove riposa uno dei più famosi esponenti di questa tendenza culturale (e anche uno dei più insigni simboli del suo fallimento, perché tu puoi rifiutare il mondo quanto vuoi, ma quando una crisi di Governo dura due anni, magari il mondo del tuo rifiuto se ne frega e ti viene a cercare). In tempi più recenti, si parva licet, gli hippie andavano in India: era il loro modo di rifiutare il loro mondo (che, pensandoci bene, alla fine faceva molto meno schifo del nostro, no?). Quindi: viva il contemptus mundi, che, come il suo opposto dialetticamente coincidente, cioè il cosmopolitismo, è un'ottima cosa per chi se la può permettere.

Ma non tutti possono: e qui finite voi, e cominciamo noi.

La proposta di legge costituzionale AC 2016 dell'on. Morelli e altri rubricata "Modifica all'articolo 22 della Costituzione, in materia di tutela del diritto all'identità, anche digitale, della persona" e presentata alla Camera il 24 luglio 2019 (quindi prima della crisi del governo giallo-verde) consta di un unico articolo:

Ricordo che l'art. 22 dice che: "Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome." Mi sembra sufficientemente chiaro che cosa intendessero perseguire i colleghi Camera (Morelli, Molinari, ecc.) con questa aggiunta: esattamente evitare che l'identità digitale di una persona potesse essere violata per motivi politici. Cioè, in buona sostanza, l'esatto contrario di quello che ci attribuiscono le sozze e spregevoli canaglie. Basta leggersi la relazione introduttiva (la trovate nel pdf):


A me le sozze e pregevoli canaglie sembrano veramente sceme: accecate dal sangue che gli inietta gli occhi, non capiscono che la nostra proposta intende mettere sotto la più alta tutela prevista dal nostro ordinamento la "persona" digitale, intende dare rilievo costituzionale a fattispecie quali il furto di identità digitale, ma anche l'esclusione digitale (cioè l'impossibilità per alcune fasce di popolazione di accedere a certe infrastrutture socialmente utili), un dato affrontato per altri versi dalla proposta di legge Siri sul rapporto di conto corrente. Tra l'altro, tutte queste proposte sono da due anni in bella vista sul sito della Lega (ce le ho fatte mettere io), e sono depositate in Parlamento. Perché svegliarsi ora? E perché, se il Grande fratello viene percepito come un problema, non fare prima una battaglia culturale per accrescere la consapevolezza dei cittadini, come sta facendo ad esempio a/simmetrie:


in non affollatissima compagnia?

Le sozze e spregevoli canaglie, insomma, non capiscono, o forse non vogliono capire. Per me poco conta: io non faccio processi alle intenzioni e vi ho spiegato molto bene perché, fin dal tempo dell'insistita e petulante domanda "Ma Prodi era in buona fede?"

Alle sozze e spregevoli canaglie, ai puri e duri di comprendonio, ai nuovi catari asserragliati nella loro Béziers virtuale, dedico affettuosamente le parole del buon Arnaldo. A fare il lavoro sporco ci penseranno gli elettori, che vi macelleranno per il semplice fatto che non sanno chi siate, dato che loro hanno una vita vera e dei problemi veri.

Un caro saluto.