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lunedì 26 gennaio 2026

L’orazion picciola (Roccaraso & Rivisondoli)

(…l’impressione che da fuori si è avuta è stata questa: “Mi sono chiesto che tipo di pubblico componesse la platea. Amministratori della Lega o invitati di altre provenienze? Prevalentemente locali o di altre Regioni? Lo chiedo perché, dal video, non si percepiva quella tensione emotiva e partecipativa che solitamente si percepisce nel pubblico che ti ascolta.”…)


...e visto che non si vedevano bene vi metto qui le slides, così potrete seguire meglio:





(fonte)


(...ma caro conoscente! La risposta è nella domanda. Eppure, se ci fai caso, non è andata così male. Ci sono stati applausi e manifestazioni di consenso. La sala, per il resto, non era ovviamente quella di un #goofy. Il popolo che non esiste del blog che non esiste non ha alcun merito se non quello della sua inesistenza nell'esser silenzioso... anche quando è altrettanto e più numeroso! Ma sulla concentrazione e sulla tensione emotiva influiscono in modo determinante, com'è naturale, le motivazioni che spingono le persone a raccogliersi. Noi conosciamo le nostre. Quelle degli altri sono le più varie, e non mette nemmeno conto enumerarle. L'importante è che dopo questo intervento, che mi ha completamente spossato - non so perché! - molti si sono avvicinati per dirmi, e altri mi hanno mandato a dire, che avevo dato loro una visione nuova e illuminante di certe dinamiche. Uno alla volta, uno alla volta, come la goccia che scava la pietra...)

(...il giorno dopo il mio vicesegretario federale mi aveva detto: "Vince la squadra!" - frase che da quando sono in politica ho sentito dire tante volte, suppongo voglia dire che la squadra vince sul righello... - "Quindi niente protagonismi, diamo voce ai territori!" E io, diligentemente, mi sono messo a servizio. Quello che serviva non era un economista ma un musicista, uno che tenesse il tempo. E, modestamente, il tempo l'ho tenuto:il panel da 30 minuti ne è durati 25...)

(...comments welcome...)

(...fra le tante cose su cui la squadra - che non è il righello! - non riesce ad andare d'accordo c'è anche la sorte delle TV locali. Non è il mio dossier, e quindi mi rimetto ai superiori indirizzi che verranno espressi dai membri del righello, pardon!, della squadra cui incombe l'onere di determinarli, ma onestamente in una regione in cui il servizio pubico non mi fa apparire in video da sei mesi - e sì, nemmeno il #goofy, cui hanno presenziato/partecipato amministratori delegati di partecipate pubbliche non banali ha avuto gli onori del servizio pubico! - io vorrei capire perché non dovrei fare qualcosa per aiutare chi mi fa parlare come il servizio pubico dovrebbe far parlare un rappresentante del popolo...)

(...e se siete d'accordo anche voi che la televisione andrebbe fatta così, mettete un like al video, commentatelo, insomma, create engagement in quel canale YouTube: dobbiamo aiutare chi ci aiuta, il fatto di avere ragione non ci obbliga né a essere scortesi e irriconoscenti né a essere autoreferenziali...)

(...e a proposito del fatto che non bisogna essere irriconoscenti...)

Forse qualcuno ricorderà questo dibattito:

Non ho tempo di riascoltarlo, ma sono sicuro che sarebbe divertente e istruttivo. Bei tempi quelli in cui potevo "dibattere". Ora devo fare emendamenti, come questo:

(...premesso che non sarà facile che passi, la difficoltà maggiore non credo sarà ex ante con la Ragioneria, ma ex post con i tanti che "haidatoisoldiaicomunistiiii!111!1!". Voi mettetela come vi pare, ma io sinceramente con comunisti così:


vado molto più d'accordo che con certi ortaggi - e non mi riferisco tanto ar melanzana, soi-disant comunista pure lui, ma al porro...)

sabato 6 dicembre 2025

Tre discorsi: "La political economy della LSP" (discorso numero due)

 

La traduzione letterale di political economy è economia politica, ma questa traduzione è fuorviante. La traduzione in inglese di economia politica infatti è economics, mentre economic policy è la politica economica, quella che insegno io. E la political economy? Nell'ambito delle scienze economiche (la cui tassonomia è consultabile qui) si intende per political economy quella disciplina a cavallo fra economia politica e scienze politiche volta allo studio delle interazioni reciproche tra processi economici e istituzioni politiche, cioè ad analizzare come la politica influenzi gli esiti economici e come, a sua volta, le dinamiche economiche plasmino le istituzioni politiche. La differenza principale fra la political economy e l'economia politica (cioè l'economics) è proprio questa: in economia politica le istituzioni politiche vengono considerate esogene, sono un dato, e la loro struttura (se le si vuole far entrare in gioco) è sostanzialmente assimilata a quella di un qualsiasi altro agente economico ottimizzante; nella political economy le istituzioni politiche sono endogene, e l'oggetto dell'indagine consiste spesso nell'analizzare come e perché esse mutano adattandosi alle evoluzioni del contesto economico.

In questa assemblea in cui i giovani della Lega si interrogano sul loro radioso futuro credo sia utile innanzitutto riflettere sul percorso che la Lega Salvini Premier ha fatto fin qui.

Noi non siamo progressisti: essere progressisti, come ci ha insegnato Michéa, significa sostanzialmente negare il passato in nome del "mai più", consegnandosi alla cecità e quindi all'eterno ritorno proprio di quelle sciagure che si è cercato di rimuovere psicanaliticamente dalla coscienza collettiva (affidandone una memoria stilizzata ad alcune liturgiche e vuote celebrazioni identitarie del "mai più"). Questo è il principale limite antropologico del progressismo, e da questo limite noi vogliamo distanziarci. Per capire quali siano i valori del nostro partito, per valutare se realmente ci identifichiamo con essi e vogliamo propugnarli, per riflettere su quali messaggi hanno portato e potrebbero portare consenso, al di là delle banalità sull'elettorato "fluido" dispensate dai media, che cercano di offuscare e di distogliere l'attenzione da quello che gli elettori graniticamente desiderano, dobbiamo quindi in primo luogo conoscere e interpretare la storia del nostro movimento. La political economy ci aiuta a calare questa analisi in un contesto macroeconomico globale in rapido mutamento, essendo (spero) ovvio che, pur nel persistere di una base valoriale che per sua natura, per essere tale, deve essere stabile nel tempo, altro è essere all'opposizione durante una crisi e altro è essere al governo durante una ripresa. Posto che il porto cui si desidera giungere resta il medesimo, altro è avere il vento in poppa a altro averlo in prua.

In questa ottica, è del tutto evidente che non possiamo riflettere sulla storia della LSP, come su quella di qualsiasi altro partito o istituzione politica italiana, prescindendo dal fatto stilizzato macroeconomico più rilevante dell'ultimo mezzo secolo (ma in realtà dell'intera storia unitaria), cioè questo:

che abbiamo ampiamente descritto in tante altre occasioni, ma sul quale bisogna sempre tornare, semplicemente perché la scarsa qualità dei ceti intellettuali italiani impedisce a questo fatto di diventare, come dovrebbe, l'elemento centrale del dibattito pubblico nel nostro Paese.

Ci siamo ampiamente diffusi in altra sede sulle cause di questo disastro, rinvenendo in particolare le cause prossime nel taglio degli investimenti pubblici con oltre un decennio di investimenti pubblici netti in territorio negativo:


(e qui in Abruzzo sappiamo meglio che in tante altre Regioni che cosa abbia significato questa distruzione di infrastrutture pubbliche). Sappiamo che le cause remote derivano dalla necessità di comprimere i salari reali, ma su questo tornerò dopo.

Oggi vorrei soffermarmi su alcune conseguenze di questo fatto macroeconomico.

Una ha a che fare con un problema cui ha accennato un relatore che mi ha preceduto: la crisi demografica. I dati sono piuttosto espliciti su questo punto:


L'austerità coincide con una flessione dei nati vivi che prima erano su un trend leggermente crescente. Dietro questi numeri c'è l'impossibilità di formare una famiglia in un contesto di carriere lavorative precarizzate in nome della flessibilità (al ribasso) dei salari.

Poi ci sono le conseguenze politiche, ed è soprattutto su di esse che vorrei soffermarmi con voi. Ve le riassumo in tre punti, uno rosso, uno verde, e uno blu:


Vediamo a che cosa corrispondono.

Il punto rosso individua il 2011:


cioè l'anno in cui, dopo aver denunciato il 22 agosto sulle colonne del manifesto il fatto che le asimmetrie dell'Eurozona ci avrebbero impedito di risalire la china e avrebbero portato all'avvento di un Governo tecnico che avrebbe fatto macelleria sociale spingendo a destra l'elettorato ("perché le politiche di destra, nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra"), il 16 novembre aprivo il mio blog per spiegare i motivi per cui i salvataggi di Monti non ci avrebbero salvato. Fu una chiamata cui, contro ogni mia aspettativa, risposero in decine di migliaia: attorno al blog si costituì quel consenso e quella community di cui in altre sedi abbiamo raccontato la storia, che ancora oggi porta a Montesilvano una volta l'anno centinaia di persone, e che diventò un fatto politico importante, forse il più importante di quel periodo. Il libro scritto per riassumere il primo anno di blog, Il tramonto dell'euro, vendette 25.000 copie contro il suo editore e contro tutto il complesso mediatico-giudiziario, che all'epoca era evidentemente più furbo di come si è poi dimostrato con Vannacci, scegliendo nel mio caso la strada dell'indifferenza e in quello di Roberto la strada della pubblicità negativa (più efficace della positiva).

Ma i social non erano abbastanza presidiati, e il messaggio si diffuse con rapidità.

E qui si arriva al punto verde:


Il 23 novembre 2013 Matteo Salvini mi invitò con Borghi e Rinaldi al "No euro day" presso l'Hotel dei Cavalieri di Milano. Prendo questa foto come simbolica di un punto di svolta, di cui io all'epoca non mi rendevo conto, ma alcuni dei presenti sì. Quello che poi sarebbe stato il mio capogruppo in Senato, Massimiliano Romeo, otto anni dopo mi disse: "Erano anni che non vedevamo così tanta gente in una stanza [NdCN: per me abituato ai goofy era un po' meno di business as usual...], capimmo che c'era qualcosa di grande che dovevamo intercettare!"

Che cosa era successo? Che ci faceva un intellettuale di sinistra che scriveva per il manifesto e sbilanciamoci a un raduno di leghisti (variamente dipinti dai media di regime come xenofobi, omofobi, razzisti, ecc.)?

Erano successe diverse cose.

La prima, che all'epoca ignorai (perché non seguivo la politica, ritenendo che il ceto politico italiano non avesse e non volesse avere gli strumenti per interpretare e evitare il disastro cui eravamo avviati) era che a novembre 2011 la Lega (che guardavo con la sufficienza con cui i progressisti guardano chi la pensa un modo diverso da loro) era stata l'unico partito a opporsi al Governo Monti, in nome di un ideale di democrazia l'aveva portata a rifiutare il golpe bianco previsto da me ad agosto e realizzato da Monti a dicembre. Ci ricorda quel momento il senatore Garavaglia in una ricostruzione storica che merita sempre di essere riascoltata:

Questa decisione coraggiosa aveva consegnato la Lega a una lunga traversata nel deserto, condita di scandali giudiziari più o meno fondati (ormai abbiamo tristemente appreso come funziona...), che l'aveva condotta al 4,08% delle politiche del 2013, la metà circa dell'8,3% delle precedenti politiche del 2008 (tutte cose che all'epoca ignoravo, non interessandomi di vita parlamentare, ma che sono facilmente riscontrabili).

La seconda, che nella primavera del 2013 Lorenzo Fontana, allora capodelegazione della Lega Nord al Parlamento Europeo nel gruppo EFD di cui era capogruppo Nigel Farage, aveva prestato al suo collega Matteo Salvini una copia del Tramonto dell'euro.

La terza, che a luglio 2013 Matteo aveva chiamato Claudio Borghi per farsi spiegare cosa fosse "questa storia dell'euro" (ricordo la telefonata entusiastica che poi mi fece Claudio: in effetti il punto di svolta fu quello lì, ed è raccontato a pag. 31 di Vent'anni di sovranismo).

Con intuito e, aggiungo, aderenza ai messaggi storici del movimento (lo chiarirò meglio più avanti), Salvini aveva capito che c'era una battaglia che più di altre valeva la pena di combattere, e lo espresse in occasione del No euro day con la delicatezza che gli è propria e che ce lo fa apprezzare (e naturalmente lo fa detestare ai nostri nemici):


La battaglia per l'indipendenza (sottinteso: della Padania, perché quello era allora il brand del partito), era certo più identitaria, ma era destinata a restare vuota se si fossero dimenticate le parole di Bossi:


a me all'epoca del tutto ignote. Uno Stato centrale sottoposto a un'autorità sovranazionale che per sua intrinseca natura non poteva essere politica non avrebbe avuto alcun potere da devolvere alle autonomie locali né alcuna risorsa da affidare loro, in un contesto in cui la "finanziaria" (oggi "legge di bilancio") sarebbe diventata (come è diventata) "un semplice fax inviato da Bruxelles" e in cui la perdita della sovranità monetaria avrebbe scaricato sulla pressione fiscale le necessità finanziarie degli Stati e delle Regioni. La contraddizione principale, per dirla come Mao, o, se vogliamo, il principale pericolo per le tasche della ipotetica constituency leghista (la partita Iva, il sciur Brambilla con la fabbrichètta...) non era quella fra Milano e Roma, ma quella fra Roma e Bruxelles, come poi avrei cercato di spiegare - scoprendo involontariamente l'acqua calda - in Milano ladrona, Berlino non perdona! Salvini quindi stava semplicemente tornando alle origini, era più bossiano del "leghista Nord mediano", anche se non vi so dire quanto ne fosse all'epoca consapevole, ma questo conta il giusto.

Quello che conta è quanto successe dopo:


Il 15 dicembre 2013 Matteo diventava segretario della Lega Nord, il 16 dicembre andava a Porta a Porta:


esibendo coram populo una copia del libro che secondo lui esponeva i problemi reali del Paese (Il tramonto dell'euro), come avrebbe poi fatto in altre situazioni, con grande intelligenza tattica (perché di fatto mi mise sopra il cappello leghista, impedendomi di portare avanti il mio discorso in modo trasversale, anche se, per dirla tutta, i tentativi fatti a sinistra si erano risolti in nulla, dato che la sinistra era popolata di zeri - con la minuscola!).

Iniziava così un lungo percorso che attraverso il 6,15% alle Europee del 2014, dove scoprimmo di non essere mijoni (perché non riuscimmo ad eleggere Claudio, che se fosse andato a Bruxelles ci avrebbe dato tante soddisfazioni!), ci ha portato all'8,97% delle ultime europee, con le vicissitudini che sapete, ma soprattutto nel 2022 ha consegnato l'Italia a una stabile maggioranza di centrodestra:


(e siamo così arrivati al punto blu).

Ora, qual è la prima riflessione da fare su questo percorso, di cui alcuni snodi probabilmente vi erano ignoti perché non seguite il mio blog o perché non erano mai stati dichiarati in pubblico, e del quale sarebbe interessante sapere quale fosse la vostra percezione prima di questo riassunto?

La prima riflessione è che, in termini di political economy, questi risultati sono assolutamente scontati, questo percorso era prevedibile, e infatti lo avevo previsto, pur non essendo un gran politologo, quando il 22 agosto del 2011 avevo chiarito che "le politiche di destra [cioè l'austerità], nel lungo periodo, avvantaggiano solo la destra".

Le elezioni del settembre 2022 sono quindi state un gigantesco QED (quod erat demonstrandum).

La cosa interessante è che quella che ancora otto anni fa era una riflessione isolata, che sviluppammo nel blog commentando i risultati delle elezioni politiche tedesche:


per far notare che il risultato di AfD non indicava un ritorno del nazismo, come paventavano ironicamente alcuni film "de sinistra" dell'epoca, ma esprimeva il semplice, limpido e prevedibile dato che di fronte a un'aggressione anche economica l'elettore si rivolge ai partiti di destra per soddisfare il proprio bisogno di sicurezza anche economica (noi lo avevamo appreso al convegno di Montesilvano), ecco, questa che in fondo era ed è una banalità, nel frattempo è diventata scienza, o, se volete, Lascienza, in purezza. Quelli bravi ci hanno messo un po', ma nel 2023, figuratevi voi, hanno organizzato un convegno niente meno che in Commissione Europea per discutere i costi politici dell'austerità:


e qui verrebbe da dire, parafrasando il claim del mio blog: strano come un costo visto da sinistra somigli a un'opportunità vista da destra! Perché nonostante gli sforzi profusi per spiegarci che l'austerità porta gli elettori a radicalizzarsi votando per posizioni estreme (?), lasciando sottintendere che essa alimenterebbe opposti estremismi:


la verità, come ci chiariscono i dati forniti dai piddinissimi autori del sito Authoritarian populism index, è che la stagione dell'integrazione monetaria e quindi dell'austerità ha recato consenso ai partiti di destra:


sgretolando il consenso per la sinistra a partire dall'inizio degli anni '80 per motivi che spero di aver chiarito e che possiamo riassumere così: è stata la sinistra a fare propria l'agenda cosmopolita della globalizzazione, con tutte le amenità e le disumanità arcobaleno che essa porta con sé, ed è quindi a destra che si sono rivolti i cittadini violentati nella loro più intima essenza dai sinistri sponsor di un progetto, quello globalista, che li ha messi in diretta concorrenza con una massa di poveracci in via di sviluppo, compromettendone il tenore di vita e degradandone l'antropologia.

Tutto molto ovvio, direi, come pure è ovvio che oltre all'impoverimento diretto, quello che suscita una reazione verso destra è l'impoverimento indiretto causato dai tagli allo stato sociale, come oggi scoprono brillanti ricercatori:


dando origine a una letteratura così fiorente che siamo ormai arrivati alle metanalisi:


cioè a studi che anziché studiare il fenomeno, studiano gli studi che studiano il fenomeno, per estrarne i messaggi principali (evitando così al ricercatore desideroso di raccapezzarsi la pena infinita di leggere le decine di articoli "copia e incolla" che normalmente caratterizzano la produzione scientifica nei campi di ricerca in rapida espansione).

In quest'ultimo abstract c'è una cosa che mi ha colpito perché mi ha rinviato a un ricordo molto nitido (uno dei pochi) di quel periodo turbolento. Nel giugno 2014 ero a Francavilla al mare con mia figlia, fra una sessione di esami e l'altra, piuttosto stanco dopo un anno impegnativo. Il tempo non era un gran che. Mi chiama Salvini per chiedermi di venire su a Milano per partecipare a una riunione strategica post-europee. Io all'epoca non avevo alcun ruolo politico, né volevo averne, non ero della Lega, ero di sinistra, ma tornai a Roma, presi il treno e andai. Notate bene: Matteo si affidava a un potenziale "nemico" per chiedere idee e valutazioni. Una cosa simile a sinistra ovviamente non esisterebbe

MAI.

(ed è questo che li rende così autoreferenziali e scollati dalla realtà). La riunione era ovviamente riservata, quindi non vi dico di che cosa si parlò (e peraltro quello che dissi io probabilmente non impressionò più di tanto i presenti perché mi lasciarono poi stare per un paio d'anni!), ma ricordo nitidamente che un sondaggista attribuiva i voti che la Lega aveva preso per due terzi al tema della sicurezza (in senso proprio) e per un terzo al neuro. Appresi quindi allora che non eravamo mijoni (cosa che sui social qualcuno non imparerà mai). Va anche detto che dal 4% al 17% ci corrono tredici punti e essere un terzo di tredici, cioè una cosa intorno al 4%, qualche soddisfazione la dà. Ma questo è un altro discorso.

Ora: se è ovvio ex post per quelli bravi ed ex ante per noi che l'austerità fa perdere consenso, perché mai la sinistra l'ha implementata? (che non significa "incrementata", come credono tutti i coatti, ma realizzata, cioè, in coattese, "messa a terra"). Come forse ricorderete (ma perché mai un giovane della Lega dovrebbe seguire i parlamentari della Lega?) questa domanda l'ho posta al Migliore:


ovviamente senza averne risposta, e questa domanda credo che dovreste provare a porvela anche voi, perché la risposta non è scontata e serve a delineare il nostro spazio di manovra! Se chiudere gli ospedali fa incazzare la gente, perché il PD ha chiuso gli ospedali? Voleva suicidarsi? E noi con gli ospedali che cosa dobbiamo fare? Aprirli o chiuderli?

Chiara la rilevanza della domanda?

Bene.

La risposta che normalmente si dà è che queste politiche impopolari erano però necessarie per risanare il Paese. Peccato che i dati raccontino che esattamente queste stesse politiche il Paese lo hanno rovinato:

portando a meno crescita, più disoccupazione, più povertà e soprattutto più debito pubblico e sei downgrade! Il Governo attuale, per inciso, sta andando in tutti questi ambiti nella direzione opposta. Tuttavia, se chiedete all'average Joe piddino che cosa ha fatto Monti, lui vi dirà che ha salvato il Paese mettendo sotto controllo il debito pubblico, anche se i dati (che lui non conosce perché non ha fatto una scuola di formazione politica né ha mai letto questo blog) dicono questo:

E allora? Dobbiamo pensare che sia stata solo follia?

No, le cose non stanno così. Monti ha portato a termine la sua missione, che era quella di risanare il debito che realmente preoccupava i mercati, e quindi non quello pubblico, fatto per finanziare infrastrutture, ma quello privato, spesso destinato a impieghi meno produttivi e contratto, appunto, coi "mercati", cioè con le banche e i fondi esteri. Quello che secondo me dovrebbe dare una marcia in più al militante della Lega dovrebbe essere appunto la sua capacità di leggere la dinamica economica alla luce di una percezione non distorta di quale sia il vero problema, la vera fonte di instabilità finanziaria, e quindi la vera motivazione delle politiche di austerità:

Noi qui lo abbiamo detto fin dall'inizio, osservando, con molta semplicità, che i Paesi che erano andati in difficoltà nel 2010-2011 avevano debito pubblico in diminuzione o in ridotto aumento (con l'eccezione del Portogallo), ma avevano tutti uno stock di debito estero in aumento. Il problema era il debito estero, e l'austerità, cioè i tagli di reddito, non serviva a contenere il debito pubblico riducendo la spesa pubblica, ma a contenere le importazioni (distruggendo potere d'acquisto) al fine di riportare in surplus la bilancia dei pagamenti con l'estero e di ripagare quindi il debito estero.

Il meccanismo all'opera cioè era questo:


e il motivo per cui fra il deficit e il surplus ci deve essere necessariamente un abbattimento dei salari è, come credo sappiate, che in una unione monetaria non esiste più un tasso di cambio che possa muoversi per aggiustare i saldi esteri senza macelleria sociale nel Paese debitore. Vista in quest'ottica, l'esperienza Monti è stata un successo:


La deflazione salariale relativa all'altra grande potenza manifatturiera europea (la spezzata arancione che scende) ha risanato la posizione finanziaria netta sull'estero, che da debitoria è tornata creditoria, ed è oggi a un massimo storico.

Questo spiega perché il PD ha dovuto intraprendere politiche che hanno minato il suo consenso. Sostanzialmente perché queste politiche andavano a beneficio del blocco sociale di riferimento delle élite del PD, cioè della grande finanza internazionale, che quindi ha dato e continua a dare copertura politica o di altra natura agli artefici di questo rude ma efficace aggiustamento macroeconomico: cattedre prestigiose, cicli di conferenze profumatamente remunerati, consulenze milionarie, posti di spicco nelle istituzioni nazionali o sovranazionali (o estere), ecc.

E per gli elettori?

Per gli elettori, ovviamente, nozze gay coi fichi secchi. Finché si accontenteranno, pensando che l'alternativa sia il fasheesmo, avremo di fronte uno zoccolo di nostalgici che garantiranno al PD la doppia cifra (che tutte le sue articolazioni europee hanno perso, peraltro).

Questi però sono sostanzialmente fatti loro. Noi dobbiamo invece capire chi siamo e che cosa vogliamo, perché è solo uscendo dalla retorica della militanza che potremo entrare nella realtà della militanza.

Cos'è la retorica della militanza? Ve lo dico: ne ho i coglioni pieni di sentirmi ripetere l'epos convenzionale di quando venti o trent'anni fa Tizio o Caio andavano nelle nebbie della Padania o di altri circondari ad attaccare i manifesti con la colla. Questa cosa della colla ha sinceramente rotto i coglioni, anche se, per motivi per me incomprensibili, ogni volta che sul territorio si cerca di ragionare sui valori della Lega inevitabilmente si finisce a parlare di colla!

Ma la colla non è un valore della Lega!

Ne volete una prova?

Eccola:


Questo signore dallo sguardo profondo è tutto intento a spalmare colla, ma milita per il partito sorosiano e globalista per eccellenza! Ne volete un'altra prova? Questa:


Anche questa gentil donzella spalma colla, ma appartiene al partito del reddito di divananza, a quella che nel 2016 avevo previsto sarebbe diventata la stampella del PD (e nessuno mi credeva)!

Siete ancora convinti che i valori della Lega siano la colla?


Tutti attaccano manifesti, anche noi, naturalmente, ma forse, oltre a creare un racconto epico su chi i manifesti li attacca, bisognerebbe dire qualche parola su chi i manifesti li scrive: il successo del partito è dovuto a entrambi, ma la mia sensazione è che in questa epoca che vuole vedersi come "post-ideologica" l'importanza di quello che prima si pensa, poi si dice, poi si scrive, e poi si attacca al muro passi un po' in secondo piano, magari rispetto alle metriche social, o a una strana rivendicazione di anzianità. Perché mai dovrei considerare più militante uno che trent'anni fa attaccava manifesti del FUAN rispetto a uno che oggi legge e capisce Vent'anni di sovranismo?

E allora forse dovremmo, abbandonando per un attimo la retorica un po' autoreferenziale della militanza a base di colla, cercare una base valoriale e identitaria, da condividere, da mettere in discussione, da elaborare, nelle parole degli ideologi del partito, di quelli che gli hanno dato una fisionomia e lo hanno ingaggiato in battaglie condivise da un ampio elettorato. Un buon punto di partenza, ad esempio, è questo:

dove se non c'è tutto, sicuramente c'è molto. Militanza è ideologia, è capacità di leggere la realtà alla luce di un sistema di valori che consente di dedurre per ogni singolo problema che ci si trovi ad affrontare quale sia l'angolo di attacco da preferire, la decisione da prendere, la comunicazione da adottare, e di proiettare all'esterno, verso gli avversari ma soprattutto verso gli indecisi, un'immagine coerente, non schizofrenica.

Ad esempio, un pezzo di questa ideologia (il rifiuto del globalismo) si traduce nel noto aforisma:

UE = PD = cose che non si nominano a tavola

che ho formulato appunto parlando di ideologia a Beinasco:

Ecco: un militante questo non dovrebbe dimenticarlo mai, e dovrebbe sempre ricordarsi di declinare questo principio in ogni singola articolazione della sua vita personale, politica, amministrativa. Ad esempio, io sostengo che avremo fatto una vera rivoluzione culturale quando i nostri amministratori, i SOM che operano nelle varie amministrazioni, invece di dire "abbiamo preso i fondi europei" diranno "ci siamo ripresi i soldi delle vostre tasse", perché questa è la realtà e questo è quello che dice non Bagnai, ma la Corte dei Conti:


e questa verità andrebbe ricordata sempre, per ricordare sempre a noi stessi e a chi ci ascolta quali sono i danni del centralismo e dell'aver compresso i processi politici nazionali e locali, quelli vicini ai cittadini, a favore di processi distanti e condizionati dalle grandi lobby.

Questo è solo un esempio, se ne potrebbero fare altri, ma devo concludere.

La political economy più dotta e recente ci dice quello che sapevamo da noi, cioè che la gente ci ha votato perché ci opponessimo ai Governi tecnici a al PD. Qualora questo non fosse stato sufficientemente chiaro, l'esperienza del Governo Draghi, un male necessario, ha fornito ampia controprova, determinando un crollo verticale di consenso.

Ne derivano diverse conseguenze e considerazioni che vi affido per una riflessione e come stimolo per ulteriori incontri. Intanto, è assolutamente evidente che quando un partito offre un messaggio rivoluzionario, di cambiamento, il suo consenso cresce proporzionalmente al disagio della popolazione. Quando poi va al Governo, mi sembra piuttosto chiaro che non è facendo star male la popolazione che aumenterà il proprio consenso! D'altra parte, chiedo: secondo voi ora avere lo spread a 500 farebbe stare meglio o peggio i cittadini italiani?

Potrei chiederlo in un altro modo: secondo voi chi ha vilmente assassinato il Paese nel 2012 e fino al 2018, quanto ha a cuore la prosperità dei suoi abitanti? Zero! Quindi le richieste dell'opposizione a "fare di più" in un sistema da loro voluto dove chi fa di più viene punito dai mercati hanno un evidente scopo tattico: quello di mettere questo Governo in difficoltà non con i propri elettori (perché difficoltà simili non si intravedono all'orizzonte, per i motivi che ci siamo detti), ma con i mercati! Non vedrebbero l'ora di far fare a Meloni la fine che fecero fare a Berlusconi, ma trascurano il fatto che noi, non essendo progressisti, la storia la osserviamo e ne traiamo lezioni.

Naturalmente il crinale sul quale ci si deve muovere è stretto e richiede accortezze di comunicazione: la prima cosa da fare, perciò, è studiare per smontare da subito e in ogni sede le tante bufale che vengono messe in giro (a partire dall'aumento di un euro delle pensioni o dell'insufficienza della spesa sanitaria, per dire). Per chi non se ne fosse accorto, i partiti sono stati demonizzati e definanziati, quindi dimenticatevi di poter fare un'operazione simile frequentando la sezione per leggere il giornale del partito! Questa roba non esiste più. Ma la Lega, a differenza di altri partiti, ha due parlamentari che più degli altri ogni giorno si confrontano sui social (mondo da cui provengono) per diffondere i messaggi giusti e confutare quelli sbagliati. Quindi, se è vero che vi piace la politica, se è vero che volete militare nella Lega, se vi interessa impegnarvi nel dibattito, seguite Borghi e Bagnai per altri trucchetti!


(...ho dovuto fare questo discorso a una velocità spropositata e a una platea che avrebbe avuto bisogno di molti più passaggi, quelli che qui ho inserito come collegamenti ipertestuali. Se non siamo mijoni un motivo c'è, e il motivo principale è che certi argomenti che a voi sembrano semplici - anche se poi non li sapete gestire! - tanto semplici non sono... A me poi sembra che ormai si sia persa la nozione di quale sia lo scopo del gioco, che le passioni siano altrove. Questo è uno degli ultimi luoghi dove la passione politica si manifesta e si esercita, ma pur essendo il luogo di uno che ora fa l'uomo di partito, non è mai stato né mai sarà un luogo di partito: è un luogo aperto, cui accede chi desidera - e ogni tanto si vede! La strada per ricostruire una dignità alla passione civile in questo Paese è ancora molto lunga, e se mai arriveremo in fondo ricordiamoci di chi è stato il vero nemico della democrazia...)

lunedì 28 luglio 2025

martedì 15 aprile 2025

Reperti

L’algoritmo me lo propone, e immediatamente ve lo rilancio:


Chi c’era?

Fa abbastanza impressione vedere quante cose sono cambiate in dieci anni. Credo di aver imparato qualcosa, io.

E voi?


mercoledì 2 aprile 2025

Autonomia, federalismo e sovranità popolare

 (...di seguito il testo della mozione Molinari-Bagnai, poi qualche breve considerazione...)

Premesso che 

grazie alla guida del Segretario Matteo Salvini e al lavoro del Ministro Roberto Calderoli, dopo 23 anni dall’entrata in vigore della riforma del Titolo V della Costituzione e dopo 7 anni dai referendum indetti dalle Regioni Lombardia e Veneto, il Parlamento ha approvato la legge sull’autonomia differenziata, battaglia storica della Lega. 

La Lega ha sempre denunciato apertamente fin dalle sue origini, ma ancora di più sotto la guida di Matteo Salvini, i malfunzionamenti della costruzione UE, che dall’ambizione di essere una organizzazione sovrastatale finalizzata alla pace e prosperità, si è trasformata nei fatti in strumento di cristallizzazione dei rapporti di forza e prevaricazione di alcune economie su altre, ma soprattutto in esecutrice di politiche finalizzate a far prevalere interessi economici di poche élite a danno dei Popoli europei, privati dalle attuali regole dei trattati di un vero potere di controllo e decisione su scelte che impattano pesantemente sulla loro vita quotidiana.  

Considerato che  

il percorso dell’autonomia differenziata, come ampiamente prevedibile, sta incontrando la resistenza delle burocrazie statali ministeriali e ha subito anche un ridimensionamento con la pronuncia della Corte Costituzionale, in particolare per quanto riguarda la non esclusività delle competenze legislative devolvibili alle regioni e il sistema di finanziamento mediante compartecipazione al gettito statale per le regioni; 

l’Unione Europea invece di avviare una seria riflessione sui suoi malfunzionamenti, sembra intenzionata con la Commissione von der Leyen ad allargare ulteriormente le competenze in campi come quello della difesa, abbandonandosi a una deriva bellicista che scaricando i costi del riarmo sui bilanci nazionali bloccherebbe la spesa sociale del nostro Paese, inibisce il contrasto alla deindustrializzazione, che è invece stata accelerata dall’adesione acritica all’agenda ecologista, ma soprattutto non pare intenzionata ad affrontare in modo strutturale il tema delle diseguaglianze sociali, conseguenza necessaria di quelle politiche di repressione salariale reciproca fra Stati membri di cui Mario Draghi ha citato l’impatto nefasto sul nostro stato sociale, attribuendole all’adozione di politiche fiscali procicliche determinata dalle regole fiscali dell’eurozona. A fronte di questo la Commissione von der Leyen mantiene un atteggiamento ambiguo, che da una parte  sembra voler proseguire sulla linea del rigorismo finanziario, ma dall’altra consente a Paesi come la Germania e la Francia di violare patentemente le regole, ampliando le asimmetrie che minano la stabilità del progetto europeo.  

Preso atto che 

si rende necessario proseguire sul percorso tracciato dell’autonomia, dell’attuazione del federalismo fiscale, ma al contempo porsi nuovi obiettivi e strategie per avvicinare sempre di più i livelli decisionali ai territori, nel rispetto di identità, ambizioni e vocazione di ogni singola area del Paese, contrastando l’evidente deriva centralista di Bruxelles, che sta progressivamente ampliando lo spazio di intervento pubblico sotto il diretto controllo della Commissione, a detrimento dei margini di autonomia lasciati alle istanze nazionali e territoriali. 

Il fallimento della globalizzazione e delle istituzioni che la governano, evidenziato nell’Unione Europea dalla grave sofferenza sociale, congiunta a un’esplosione del debito pubblico, causate dall’intervento della cosiddetta “troika” (espressione usata per definire il concerto istituzionale fra Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea), suggeriscono l’opportunità di una gestione bilaterale e su base funzionale dei rapporti internazionali, che veda nell’atlantismo un riferimento imprescindibile e scongiuri lo sterile antagonismo con gli storici alleati statunitensi che permea la retorica europeista. 

Negli ultimi 20 anni la forbice fra la ricchezza dell’1% della popolazione più ricca e il 90% della popolazione più povera nel nostro Paese si è allargata più che mai: l’1% più ricco è passato dal detenere il 17% al 21% del totale della ricchezza, mentre il 90% più povero è passato dal 55% al 44%. Il reddito di diplomati e laureati oggi è inferiore a quello di fine anni ‘80, così come quello degli operai. La forbice fra il reddito del 10% dei lavoratori più ricchi e il lavoratore mediano è cresciuta in media di quasi 10 punti percentuali. Dal 2013 al 2023 più di 300 mila cittadini italiani con un titolo universitario hanno lasciato il Paese per trasferirsi all’estero, i giovani emigrati sono stati 377 mila. 

Considerato altresì che 

La prospettiva di Stati Uniti d’Europa è superata nei fatti dal crescente ricorso all’approccio intergovernativo. Questo non è un male, considerando che nel lessico europeo si intende per “federalismo” un maggiore accentramento delle risorse e della loro gestione, tramite un bilancio unico europeo finanziato da debito comune europeo, cioè un centralismo in contrasto con la storica battaglia della Lega per l’autonomia. 

Peraltro, la tensione centralista dei movimenti europeisti sarà sempre frustrata dal rifiuto francese di una politica di difesa comune, dal rifiuto tedesco di strumenti di debito comune, dall’assenza di una costituzione che offra tutte le tutele democratiche, a partire da una efficace rappresentanza dei territori. Di conseguenza, sta emergendo nel dibattito l’opportunità di adottare un percorso alternativo di integrazione europea, basato sul modello della “coalizione dei volenterosi“,  cioè su un insieme di trattati intergovernativi a geografia variabile, distinti su base funzionale, che consentano agli Stati membri di unirsi, al limite coinvolgendo anche Stati non membri, su temi specifici sui quali la cooperazione offra un mutuo vantaggio. Questa idea ha una lunga tradizione (il processo di integrazione europea nasce da accordi su materie prime ed energia come la CECA e l’Euratom) ed è tutt’ora attuale (si pensi agli accordi stretti dalla Germania con la Russia, Paese non membro, in ambito energetico, o agli accordi in corso col Regno Unito sul tema della difesa comune europea). Un simile modello si tradurrebbe nella sostituzione della costosa burocrazia di Bruxelles, resa ipertrofica dal suo desiderio di imitare un ipotetico Stato nazionale, con agenzie più snelle e più focalizzate sui singoli aspetti funzionali da gestire con trattati specifici. Si supererebbe così l’approccio totalizzante basato sull’integrale accettazione dell’“acquis communautaire” da parte di ogni potenziale Stato membro, approccio alla base dell’asfissiante iper-regolamentazione europea. 

Il Congresso della Lega Salvini Premier impegna il Segretario e il Movimento  

  • A promuovere, nelle materie di competenza legislativa e amministrativa regionale, forme sempre più strette di collaborazione e allineamento normativo per aree macroregionali, in modo da poter dare risposte migliori e più organiche alle esigenze dei territori su temi come ad esempio il TPL, l’ambiente, la sanità, la ricerca o le politiche industriali, valutando anche percorsi istituzionali per la creazione di macroregioni. 
  • A porsi come priorità dell’azione politica nel Governo la piena attuazione dell’autonomia differenziata e del federalismo fiscale. Inoltre, ottenuta l’autonomia, a portare avanti una riforma costituzionale che trasformi l’Italia in uno Stato Federale, prevedendo per le Regioni una maggiore devoluzione di competenze legislative e autonomia fiscale, e superando il bicameralismo paritario, che risulta già ampiamente superato dalla prassi legislativa vigente, attribuendo alla Camera competenza esclusiva sulle questioni di interesse nazionale, mentre un Senato delle regioni dovrebbe occuparsi delle materie concorrenti fra Stato e Regioni ed avere voce sulle riforme costituzionali e sui trattati internazionali.  
  • Ad opporsi a qualunque nuovo allargamento delle attuali competenze dell’UE, avendo avuto svariate prove che l’attuale struttura non garantisce la democraticità delle decisioni, e a proporre un modello di governance basato su una pluralità di nuovi trattati concepiti su base funzionale e a geografia variabile, cui aderiscano inizialmente i principali paesi per PIL e Popolazione. Questa nuova architettura di Trattati dovrebbe porsi il fine di costruire democraticamente un mercato comune in cui il potere d’acquisto interno, la lotta alle diseguaglianze partendo da una tassazione unica nell’area euro per le multinazionali, la difesa della produzione interna e gli investimenti in istruzione e politiche sociali siano la priorità, mettendo da parte il liberismo economico e il rigorismo di bilancio a favore del benessere dei cittadini europei. 
  • Inoltre, al fine di evitare che gli squilibri causati dalla moneta unica compromettano l’armonico sviluppo degli Stati membri, a favorire la revisione delle attuali regole di bilancio per consentire ai bilanci nazionali di svolgere una funzione di riequilibrio degli sbilanci interni all’Unione, misurando la capacità fiscale degli Stati non sull’entità del loro debito pubblico, ma su quella del loro surplus estero, e prevedendo penalizzazioni per gli Stati che non promuovono gli investimenti pubblici allo scopo di mantenere una posizione di surplus strutturale, sulla base delle regole già previste dalla procedura sugli squilibri macroeconomici (MIP). 

 

Riccardo Molinari 

Alberto Bagnai 

  

Alcune brevi considerazioni, partendo da quello che qui sappiamo e ci unisce, ma soprattutto dal contesto complessivo in cui ci troviamo, quello della deglobalizzazione. Il fallimento delle istituzioni multilaterali, che hanno lasciato macerie un po' ovunque in giro per il mondo, anche qui da noi, come la tardiva resipiscenza di Draghi certifica, mette un partito come la Lega di fronte a un interessante trade-off. Il passaggio a un modello bilaterale o comunque intergovernativo, anziché sovranazionale o federale, di gestione delle relazioni internazionali (relazioni che esistono da quando esiste la storia e che mai sono state gestite come pretendiamo di gestirle qui, peraltro), richiede un Governo nazionale forte e autorevole, uno Stato centrale incisivo e rappresentativo, che sia un interlocutore rispettato sui vari tavoli intergovernativi o bilaterali, lasciando dietro di sé l'illusione che ha caratterizzato la gestione PD del Paese, quella che le istituzioni europee fossero concepite nel nostro interesse, e quindi che bastasse affidarsi ad esse, accompagnarle, per trarre dalla propria subalternità la garanzia di avere un posto a tavola nei consessi internazionali:


(Luigi si sbagliava, il tweet è ancora qui).

Questo può sembrare in contrasto con la storica battaglia leghista per l'autonomia, una battaglia che nel tempo ha avuto sporadicamente episodi o toni anche acuti, potenzialmente eversivi, ma che, va sempre ricordato, è iscritta saldamente nei principi fondamentali della Carta costituzionale:

Come conciliare l'esigenza di uno Stato nazionale forte e autorevole verso l'esterno, con il rispetto delle autonomie? La mozione segue due percorsi: considerare l'alternativa, e prendere sul serio l'autonomia.

Partirei dal primo, che a noi è più familiare. L'alternativa a una emancipazione dello Stato nazionale qui da noi è la prospettiva "federalista" europea, che, vorrei ricordarlo, di "federalista" come comunemente si intende nel dibattito nazionale non ha nulla, perché il sogno dei federalisti europei è l'accentramento del maggior numero di funzioni in un governone sovranazionalone, dotato di bilancione comune e di debitone comune europeo. L'incubo di un pensiero genuinamente autonomista e federalista: un accentramento livellatore della diversità e della ricchezza dei singoli territori!  L'inesorabile svolgersi dei fatti ha fatto giustizia anche di un'altra illusione: quella che fosse desiderabile l'integrazione di alcune Regioni, le più progredite del Paese, con la cosiddetta "locomotiva" tedesca, in spregio al fatto che quella "locomotiva", come notava Napolitano nel 1978, come i dati ci indicano, in realtà era un vagone che cresceva sistematicamente e intenzionalmente sotto la media europea, e alla ragionevole presunzione che lo scorpione tedesco avrebbe inevitabilmente punto la rana europea al primo torrente in crisi che si fossero trovati ad attraversare. Qui noi lo abbiamo fatto sempre notare, anche quando eravamo di sinistra: Milano ladrona, Berlino non perdona! Lo abbiamo poi ribadito anche da poco, esaminando i dati a livello di dettaglio regionale:


Non solo l'integrazione monetaria non ha significativamente accelerato quella commerciale, reale, limitandosi a squilibrare nel senso del deficit le relazioni fra le regioni produttive e la potenza manifatturiera tedesca:


ma oggi si pone addirittura il tema strategico di un decoupling da quella che alcuni continuano a chiamare locomotiva (la Germania(, ma che è a tutti gli effetti la zavorra del sistema economico europeo, data la sua connaturata riluttanza a spingere sull'acceleratore della domanda interna (che la porta ad andare a fondo quando distrugge o si preclude mercati di sbocco), cioè un tema di diversificazione (da parte di chi ancora non l'abbia fatto) del "rischio Germania"!

Quello che sfugge a chi nel partito è sospettoso rispetto alle prospettive di recupero della sovranità popolare è che l'alternativa difficilmente può essere quella di una mitologica "Europa delle regioni" o degli improbabili "Stati Uniti d'Europa", e in particolare che questi ultimi, quand'anche fossero possibili (ma non lo sono, per vari motivi di cui alcuni vantano un antichissimo lignaggio), condurrebbero all'esatto contrario di quello che riteniamo sia giusto.

Si pone quindi fortemente il tema di una riorganizzazione delle relazioni in ambito europeo, volta da un lato a formalizzare e disciplinare quella dimensione intergovernativa che regola de facto le relazioni fra Paesi, e dall'altro a armonizzare sulla base di principi economici sensati le politiche macroeconomiche degli Stati nazionali. Insomma: un po' come qui da noi, anche in Europa si pone un problema di allineamento della costituzione formale a quella materiale, reso più complesso, naturalmente, dal fatto che una costituzione formale in Europa non c'è perché non può esserci (verum factum convertuntur).

Qui, però, abbiamo ben chiari quali potrebbero essere due modelli da seguire. Nelle relazioni fra Stati, ci ha sempre convinto l'approccio delle giurisdizioni funzionali sovrapposte, che qui descrivemmo tredici anni or sono (il testo originale è qui). Si tratterebbe di tornare alle origini, quando, come è ben noto, le buone relazioni fra i duellanti (Francia e Germania) vennero stabilite sulla base di accordi funzionali (sulle materie prime, sull'energia, poi sul commercio).

Nell'armonizzazione delle politiche macroeconomiche, dopo che perfino Giavazzi ha dovuto ammettere che il problema dell'Unione erano gli squilibri fra Paesi, gli squilibri di bilancia dei pagamenti:


è assolutamente ovvio che l'impianto delle regole di bilancio andrebbe completamente sovvertito secondo la nostra vecchia proposta di "external compact":


La proposta è articolata e va dettagliata: magari lo facciamo nei commenti, ma il senso complessivo è che converrebbe fare in tempi normali e in termini espansivi quello che oggi siamo costretti a fare in tempi di crisi e quindi necessariamente in termini espansivi, cioè assegnare lo strumento delle politiche di bilancio all'obiettivo dell'equilibrio degli scambi intra-zona. Bisognerebbe insomma che prima delle crisi chi ha una bilancia dei pagamenti in surplus investisse, invece di aspettare la crisi per chiedere a chi ha la bilancia del pagamenti in deficit di tagliare gli investimenti. In questo caso we have tools (cit.): i criteri da applicare già esistono, sono quelli della Macroeconomic Imbalances Procedure, e basterebbe prenderli sul serio, assistendoli con meccanismi di incentivo (preferibili alle sanzioni, che all'atto pratico non hanno avuto grande successo).

Poi c'è la parte "prendere sul serio l'autonomia", cioè di come assicurare che le aspirazioni dei territori siano rispettate, le loro potenzialità pienamente espresse, e la loro voce trovi spazio nelle sedi da cui può avere proiezione internazionale, che poi sono quelle del Governo centrale. La proposta qui è quella di riflettere su un ordinamento di tipo federale, analogo per certi versi a quello adottato da un altro Paese di recente unificazione (la Germania), con due revisioni istituzionali di rilievo, oltre a prevedere l'attribuzione al livello regionale di competenze più penetranti: il superamento del bicameralismo paritario e il ridisegno su base funzionale del ritaglio amministrativo, con l'idea, se non di creare macroregioni, che potrebbe essere un obiettivo, almeno di immaginare forme di collaborazione e allineamento amministrativo su scala macroregionale nelle materie che tipicamente incombono attualmente sulle Regioni (sanità, trasporti, ambiente, ecc.).

Su almeno una di queste cose, il superamento del bicameralismo paritario, credo sappiate come la penso. Quando si trattò di votare sulla Riforma Renzi-Boschi io fui fieramente avverso, non solo per ragioni politiche, ma anche perché i motivi addotti a supporto erano piuttosto fragili, e non avendo lavorato all'interno di una istituzione parlamentare non potevo individuare i punti di debolezza del modello paritario. La nostra proposta è diversa da quella di Renzi e Boschi, e parte da un lato dall'esigenza di avere una connessione fra Parlamento e territorio che non sia affidata alla buona volontà del singolo parlamentare ma abbia una dimensione istituzionale più rilevante e incisiva, e dall'altro dal riconoscimento che il modello paritario nel contesto di una legislazione essenzialmente di iniziativa governativa contribuisce a inibire più che rafforzare il controllo parlamentare. In un Paese più piccolo e meno sfaccettato del nostro forse riterrei preferibile il modello finlandese (Parlamento monocamerale con Commissioni "forti"), ma nel nostro una articolazione un po' più aderente alla lettera della Costituzione:


un Bundesrat, mi sembra molto difendibile. Sono allergico ai #facciamocome tanto quanto ai #fatepresto, ma sono anche abbastanza insofferente verso le cose che non funzionano, e non posso raccontarmi che le cose come sono adesso funzionino, perché non è vero (e il problema non è "la navetta", come si diceva all'epoca della Renzi-Boschi...).

Sul tema delle "macroregioni" ci sarebbe un discorso ampio da fare e non sono sicuro di essere preparatissimo per farlo. Certo è che, anche qui, pur non essendo un fanatico delle economie di scala, devo riconoscere che nella fornitura dei servizi affidati alle Regioni spesso dei problemi di scala si pongono, e sarebbe stupido disconoscerli. Del resto, non a caso una provincia limitrofa sta valutando, fra innumerevoli difficoltà, di ricongiungersi al mio amato feudo dell'Abruzzo Citra. Ci sarebbe poi da riflettere se l'organo su cui puntare per gestire il territorio sia la Regione o la Provincia, quale Regione, quale Provincia. Certo è che la riforma Delrio, chiesta da Draghi:


di macerie ne ha lasciate, e il problema di come ricostruire non possiamo non porcelo.

Bene, tanto vi dovevo. Mi sono iscritto a parlare per illustrare la mozione, non so se lo farò così, sicuramente mi aiuteranno i vostri commenti. Quando il blog iniziò, e quando (pochi mesi o anni dopo) elaborammo o esponemmo le varie proposte di cui vi ho parlato e che oggi sono in una mozione congressuale, mai avrei pensato di essere chiamato a intervenire a un congresso di partito, né che quella chiamata alle armi che da voi mi proveniva, quella richiesta pressante di tradurre in proposte politiche concrete le analisi di questo blog, avrebbe potuto avere una realizzazione così compiuta in termini simbolici e sostanziali.

Ogni tanto succede anche qualcosa che non mi aspetto, devo riconoscerlo, e devo anche esservi riconoscenti perché se è potuto succedere, questo, indubbiamente, è anche grazie a voi.

Dichiaro aperta la discussione generale.

venerdì 14 marzo 2025

Due slides…

… dalla presentazione di domani, dove mi dicono che nell’aria si avvertirà la metaforica fragranza del prosecco tiepido e del lompo rancido (e io naturalmente porterò, a nome vostro, una parola di moderazione, di quella moderazione che, come è noto, ci fa tanto crescere nel consenso).

Una è questa:


Niente di particolarmente originale, ma qualcosa che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini ignora, il che non le preclude il diritto all’elettorato passivo e soprattutto a quello attivo.

Un’altra è questa:


E questa probabilmente è un po’ più criptica. Fatto sta che la produzione industriale della Germania sembra muoversi insieme alla domanda di prodotti tedeschi da parte dei mercati del sud dell’Eurozona. Potremmo chiamarla la slide del ramo segato. Poi, con un minimo sforzo di immaginazione, facendo appello a un minimo di capacità di astrazione, potremmo immaginare di chiamare Germania il mitologico Nord dei ceti produttivi (aka prosecco tiepido), e il resto lo lascio immaginare a voi.

Il succo del discorso è che proprio perché vediamo quanto sia stato grande l’errore commesso dalla Germania nel distruggere il suo mercato di sbocco naturale, cioè il mercato unico, cioè il mercato interno dell’eurozona, dovremmo stare molto attenti a non commettere qui in Italia lo stesso errore, distruggendo il mercato interno italiano. Non dovremmo, o meglio non avremmo dovuto, trovarci di fronte al crollo di un importante mercato estero, quello tedesco, così come la Germania si è trovata ad affrontare la chiusura dei suoi mercati di sbocco esteri (Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina) dopo aver bucato il salvagente del mercato interno (quello unico).

Tutto qua.

Con tutto il rispetto e tutta l’umiltà possibile: secondo voi, in una sala di 300 persone, da quanti riuscirò a farmi capire? Ma soprattutto: quanto è importante riuscire a farsi capire? Perché in fondo noi una cosa dovremmo averla capita, almeno una: la nostra libertà dipende molto meno dalla nostra capacità di far capire le nostre ragioni che dall’incapacità degli altri di comprenderle. Le illusioni illuministiche le abbiamo deposte, contiamo sulla capacità della storia di fare il lavoro sporco e faticoso al posto nostro, utilizzando la sua capacità persuasiva, quella che ci ha regalato i trent’anni gloriosi, e anche i settant’anni di pace. Poi, naturalmente, siccome siamo tutti animati da spirito agonistico, continueremo ad impegnarci pensando di essere migliori dei tanti che ci hanno preceduto, e che non sono riusciti, come non riusciremo noi, a evitare che le cose vadano come devono andare.

Good night and good luck!