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giovedì 4 gennaio 2024

Pei malati c'è la china, pe' mattoni non c'è medicina

 (...a orecchio mi pare che fosse così, forse potrei sbagliarmi, ma certamente di poco...)

(...non voglio farla troppo lunga, ma ci sono alcuni punti che secondo me vale la pena di approfondire. Ovviamente quelli che "senatore, ma perché perde tempo con questi personaggi?" sono già stati bloccati su Twitter e saranno sbloccati solo se si recheranno di persona al giubileo del 16 novembre...)

Riassunto delle puntate precedenti

Nel post su "Gli epigoni" vi avevo fatto vedere che un tale Matteo Brandi aveva ripreso, con una didascalia inadeguata, un grafico del nostro post di fine anno:


Il perché una simile didascalia sia inadeguata è ovvio: qualsiasi eurista di passaggio potrà facilmente obiettare che nel grafico lo scostamento del Pil dalla sua traiettoria tendenziale diventa apparente dal 2009, per cui non si capisce che diavolo c'entri l'euro. Per la sciura Maria l'euro è iniziato da quando se l'è trovato in tasca (nel primo gennaio 2002), per i midwit è iniziato nel 1999, e per gli esperti nel 1997 (per i motivi esposti ad esempio qui: il percorso verso l'euro prevedeva nei due anni precedenti la valuta nazionale mantenesse il proprio cambio con l'ECU/EUR entro una banda di oscillazione estremamente ristretta, sicché de facto nell'euro ci siamo dal 1997). Questa totale mancanza di correlazione conduce a un autogol facilmente evitabile (sotto ve ne darò una dimostrazione). Del resto, un disastro simile sarebbe tranquillamente potuto succedere anche ai tempi della lira, se si fosse deciso di tagliare del 33% gli investimenti pubblici. Il problema è far capire come mai in un regime di cambi fissi, e quindi, a fortiori, in una unione monetaria, l'aggiustamento degli squilibri esterni si scarichi sull'assorbimento, cioè sulla domanda interna. Ma questo con quel grafico non lo fai capire e quindi ti metti inutilmente in una posizione dialettica debole. La posizione dialettica forte la conquisti se intitoli il grafico "Il successo dell'austerità". Che l'austerità sia iniziata durante la Grande crisi finanziaria se lo ricordano un po' tutti, ma che danni abbia fatto non lo sa quasi nessuno.

Ricordate il concetto più volte espresso che se si è in condizioni di inferiorità numerica bisogna scegliere con attenzione il campo di battaglia? Ecco: il simpatico film maker vi forniva un esempio di come fare il contrario!

Per motivi imprecisati il dibattibecco su Twitter ha però preso un'altra strada, che a me interessava molto meno: quella sulla paternità del grafico. A me i dibattibecchi divertono quando so come vanno a finire, e questo è andato a finire come vi illustro rapidamente.

Brandi dice che la fonte non ero io ma un post di tal Trombetta del 13 luglio 2023, questo:

dove noterete il commento, che esemplifica la cosa che mi infastidiva (l'autogol).

Io facevo notare due cose:

  1. che il commento a questo grafico era molto dilettantesco (ci torno dopo);
  2. che comunque, visto che il tema della proprietà intellettuale appassionava, questo grafico era ripreso da un mio post del 22 maggio.
E fino a qui per la puntata precedente. Poi la cosa è andata avanti (si fa per dire) su due filoni: proprietà intellettuale e interpretazione del grafico. Che è come dire Dumb and Dumber.

Fermate l'inutile strage!

Ribadito (e dopo ve lo proverò) che la proprietà intellettuale non era il tema, dopo questa sportellata una persona normale si sarebbe fermata. Ma qui abbiamo a che fare con individui eccezionali! Il Trombetta a questo punto accusava me di aver plagiato un lavoro dell'amico Gennaro Zezza risalente al 2019 e che Trombetta aveva citato, riportandone la fonte, il 24 luglio di quell'anno:


A questo punto non potevo che rispondere così:


citando un mio antecedente post del 2018 che effettuava questa analisi "a futura memoria", e specificando che molto probabilmente Gennaro non mi aveva copiato! Purtroppo a questi qui mancano #lebbasi, e una delle basi è che NIHIL EST IN INTELLECTU QUOD PRIUS NON FUERIT IN GOOFYNOMICS.

A scanso di equivoci ricordavo anche che la prima analisi del genere di cui mi ricordassi l'avevo fatta per criticare il compianto Saccomanni nel 2013, e che quindi forse potevamo anche piantarla lì.

A questo punto il Trombetta poteva squillare solo fuori tema, e quindi la risposta diventava "gnegnegnè hai votato la fiducia a Draghi!":


(...e meno male, altrimenti oggi sarebbe Presidente della Repubblica!...).

Appurato il fatto che il Trombetta i grafici non li sa scrivere, restava da appurare l'altro punto, quello più rilevante, ovvero il fatto che non li sa leggere. Fatto gravissimo perché ha indotto all'errore il fratello Brandi!

Interludio "matematico"

Qui sotto vi metto due serie di dati: una che cresce linearmente, e l'altra che cresce a tasso di crescita costante del 5%. Vi ricordo che il tasso di crescita si calcola sempre nello stesso modo:

Date un po' un'occhiata:


e qui c'è il grafico:


Che cosa notate? Dovreste notare una cosa su cui ho sempre attirato la vostra attenzione: 1 è il 10% di 10, ma anche il 5% di 20, ma anche l'1% di 100. Cosa intendo dire? Intendo dire che se una serie cresce con incremento costante, cioè aumenta linearmente (nell'esempio, aumenta di 1 in ogni intervallo temporale, per cui passa da 20 a 21, da 21 a 22, ecc.), il suo tasso di crescita è decrescente perché la stessa grandezza costante x(t) - x(t-1), nell'esempio uguale a 1, viene divisa per un x(t-1) progressivamente crescente.

Viceversa, se una serie cresce a tasso di crescita costante, i suoi incrementi sono via via più grandi, perché il 5% di 20 è sempre 1, ma il 5% di 40 è 2, il 5% di 100 è 5, ecc. Ci arrivate, voi, vero? Perché siete persone normali, quindi capite che:

  1. una serie che segue una tendenza lineare avrà un tasso di crescita decrescente;
  2. una serie che ha un tasso di crescita costante segue una tendenza esponenziale.

Non è un'enorme novità. Qui, ad esempio, abbiamo notato spesso che il tasso di crescita di pressoché tutte le economie europee è stato decrescente, come conseguenza di un fisiologico processo di convergenza (catch up). Lo avevamo fatto notare ai cialtroni del declino, e la conseguenza di questo dato fisiologico è che il Pil reale delle economie europee segue una tendenza? Lineare! Bravi! (grazie).

E infatti, nel post sulla crescita negata abbiamo visto in particolare che una tendenza lineare offre un'approssimazione (descrittiva) sufficientemente accurata per il Pil di Francia, Germania e Italia, col solo problema che in Italia nel 2009 la tendenza si spezza e diventa piatta (e abbiamo visto che questo dipende sostanzialmente da un crollo degli investimenti pubblici). Ma finché le serie rimangono in tendenza lineare, questo non significa che il loro tasso di crescita sia costante: significa che è decrescente. Se invece il tasso di crescita restasse costante, necessariamente osserveremmo un esponenziale.

Jim Carey e Jeff Daniels

...e torniamo al dibattibecco di ieri.

Nel mio post avevo fatto notare che la descrizione che l'amico Trombetta (sed magis amica veritas) fornisce del "suo" grafico è profondamente ingannevole. Lui dice infatti testualmente:

Il tasso di crescita medio annuale del PIL reale dell'Italia è stato del 5,7% tra il 1946 e il 1991, dello 0,6% dall'ingresso nell'Unione Europea e dello 0,4% dall'adozione dell'euro. Se il tasso di crescita [da quando? Dall'ingresso nell'UE, sembra di capire...] fosse rimasto quello precedente all'ingresso nella UE e nell'Eurozona [cioè al 5.7%, sembra di capire], oggi il PIL dell'Italia sarebbe più grande di quasi 500 miliardi di euro.

(lo potete controllare sopra).

Questa, mi spiace farlo notare all'amico Trombetta, è una gigantesca sciocchezza! Se il tasso di crescita fosse stato costante dal 1992 al 5.7% avremmo infatti osservato l'andamento della spezzata arancione:


per gli ovvi motivi descritti sopra. Non si doveva quindi dire "Se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente", ma "se il Pil fosse rimasto sulla sua tendenza precedente" (e quindi avesse continuato a svilupparsi con tasso di crescita decrescente, non costante e uguale al valore precedente all'ingresso nell'UE).

Questo voi lo avete capito, perché sarete anche poco preparati, ma almeno non siete di sinistra! Siete quindi immuni dalla filosofia del piddino, il sapere di sapere, senza sapere una beneamata, quella filosofia che avevamo descritto qui, confrontandoci con un sesquipedale cretino secondo cui un aumento del 200% equivaleva a un raddoppio. Non so se ricordate:


Incredibile dictu, ieri sera, a margine di questo dibattibecco futile, ma non inutile (sono sicuro che qualcuno di voi ha capito un po' meglio la differenza fra lineare ed esponenziale), è arrivato uno quasi peggio!

Il fenomeno, questo qua, prima ha esordito burbanzoso con un tweet di questa fatta:


poi cancellato. Puzza un po' di ricottina del rigurgitino, di studentello di qualche tipo di fainans, non credo di grandi letture né di studi classici (che comunque non esistono più, quindi in questo è assente giustificato). Lo si capisce dal fatto che invece di tasso di crescita parla di "tasso di rendimento composto annuo" (il rendimento del Pil? Come parli, frate?), ma la domanda non c'entrava nulla, e la potenziale sinistrosità del tipo trapelava dal suo ritenersi portatore della verità, a fronte dell'oscurantismo rappresentato dal coglione fascio legaiolo (io):


Siccome non ho mai visto una persona non capire un cazzo con così tanta intensità, ho ritenuto che fosse interessante per voi vedere lo sviluppo (o meglio, l'inviluppo) del ragionamento di questa anima persa (non filato neanche dai suoi parenti più stretti, va detto):




Delirio purissimo, ma indicativo della temperie culturale "mattonista" e del livello di degrado del cesso nero! Anche da qui, però, un insegnante sa trarre insegnamenti utili. Premesso che a questo delirante saputello era stato chiarito più volte che doveva leggersi il blog e che così avrebbe capito che il profilo esponenziale era quello che scaturiva dal controfattuale dilettantesco del Trombetta (ricordate: "Se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente...):


mi sembra chiaro come qui manchino le basi di qualsiasi cosa: della matematica, della statistica, ma anche della capacità di lettura di un testo!

Lo dimostra il fatto che il porello cerca di interpolare il Pil con un'esponenziale (femminile: funzione esponenziale) dal 1950, il che presupporrebbe che il tasso di crescita del Pil fosse stato costante dal 1950 a oggi (per gli ovvi motivi esposti sopra). E a chi glielo faceva notare, il povero bimbo rispondeva così:


Una cosa però è certa: se lui è intelligente io sono un coglione. Però furbo, perché senza esperienza di studi di funzione sono riuscito a farmi abilitare da ordinario. Non so se il degrado dell'università italiana sia dimostrato meglio dalla mia impreparazione o dalla preparazione di Federico: lascio decidere a voi!

La morale della favola

In trenta minuti scarsi (devo uscire con mia moglie).

Intanto: questi sono irrecuperabili. Hanno però il pregio di essere pochi.

Poi: è sempre la stessa storia. La gente parla ma non ascolta. A me che dicevo chiaramente che non mi importava che si usasse materiale mio purché lo si usasse bene, il film maker rispondeva:


Ora: non lo faccio notare a lui (perché non potrebbe capirlo), ma a voi sì: ovviamente come si fa a rendere un grafico riconoscibile lo so, e per un po' di tempo l'ho anche fatto. Guardatevi ad esempio questo, tratto da qui:


(...per inciso: post applauditissimo all'epoca, ma testimonianza di un analfabetismo politico a livello quasi mattonista: solo che io avevo speranza di crescere...).

Secondo voi, se usavo i watermark e ho smesso di farlo, mi interessa rivendicare la mia proprietà intellettuale o no? Direi di no, giusto?

E secondo voi, perché ho smesso di farlo?

Qui si entra in un discorso politico che poi è anche un déjà-vu. Molto, molto tempo fa litigai con un amico. Ve ne ho parlato qui. Alla base di quel litigio c'era la sua idea, maturata verso dicembre 2012, di convertire il lavoro del mio blog in un volantino snello, di pochi punti (il puntinismo, malattia infantile della divulgazione), magari con qualche grafico di quelli espressivi (non mi ricordo quale dei grafici del blog lui considerasse espressivi), che poi si sarebbe dovuto diffondere con una specie di operazione di guerrilla marketing per attirare consenso su non so quale partituncolo in vista delle elezioni politiche del 2013.

Quindi: col mio lavoro divulgativo (e col nucleo di lettori del blog) si sarebbe dovuto fare un lavoro politico dai contorni non ben specificati, a beneficio non si sa bene di chi.

La mia posizione all'epoca era molto semplice: siccome il blog era, all'epoca, una fonte terza e quindi in qualche modo relativamente credibile, e siccome, non se ne dolgano gli ottoni e le spade, all'epoca certe cose solo io ero in grado di farle capire in modo convincente (lo dimostrava il consenso del blog, che era poi il branco di pesci attorno cui ruotavano tanti pescicani più cani che pesci), secondo me se c'era da diffondere del materiale, quel materiale andava reso riconoscibile come proveniente da Goofynomics, per portare più gente possibile al Dibattito, e non anonimizzato come se originasse da una galassia di improbabili sfigati (mi ricordo che li chiamavo "i marxiani scalzi della Valnerina", per una serie di motivi che vi risparmio e che chi c'era ricorda...). Non mi sembrava il caso di associare al  mio lavoro scientifico e divulgativo il discredito di una affiliazione politica folcloristica ed improbabile!

Ovviamente su questo non eravamo d'accordo: da una parte c'ero io, che sono quello che vedete e che dovreste conoscere, dopo tredici anni di colloquio assiduo in cui mi sono aperto a voi, e dall'altra parte c'era la solita storia: l'ambizioncella politica, la fretta, l'urgenza, l'incapacità di elaborazione propria, ecc. Tutte cose che avrebbero comunque condotto al disastro, da cui il mio motto preferito in quel periodo: divisi si vince.

E diviso ho vinto, almeno se valutiamo il mio percorso con la metrica di quelli che avrebbero desiderato farlo loro!

Ora, in effetti, il problema non si pone più, per un motivo molto semplice. Per chi non mi conosce, io sono "er senatore da 'a Lega", quindi sono una fonte a priori inaffidabile perché di parte. Se rendessi i "miei" contenuti identificabili come tali, li renderei ipso facto inutilizzabili, perché la persona cui vorreste sottoporli si chiuderebbe a riccio in una corazza di pregiudizi antileghisti. Questo è il motivo razionale per cui non uso più da tempo i watermark (ho smesso in realtà da molto prima di entrare in politica, perché già da quando era un personaggio pubblico visibile ovviamente qualsiasi coglione riteneva di potermi giudicare sulla base delle mie pretese appartenenze ideali).

Ma questo non significa che i materiali, i punti di vista, le elaborazioni di dati che vi metto a disposizione debbano essere usati in modo dilettantesco! Chi lo fa danneggia non solo se stesso, cioè il nulla: danneggia tutti noi, insinuando il discredito verso chi difende certe posizioni. E noi questo non possiamo permettercelo.

Come diceva qualche giorno fa Giulia, e come del resto avevamo previsto, di tutti i "mijoni" autoproclamatisi tali in pandemia è rimasta solo un po' di morchia antipolitica, i temi veri (la distribuzione del reddito, quindi l'euro, la compatibilità dell'UE con il nostro ordinamento democratico, ecc.) si stanno riaffacciando con prepotenza, e ovviamente i tanti orfani del virus, che non sono solo Burioni e Bassetti, ma anche gli antiBurioni e gli antiBassetti, si riposizioneranno su questi temi facendo un sacco di danni! L'adrenalina dei 100 like sotto al tweet è irrinunciabile: ci si posiziona sui temi che tirano... a rischio di tirarli a fondo!

Vedrete che quanto vi prefiguro qui succederà. Dovremo essere molto bravi a tenere la barra e a ricordare che dietro le nostre conclusioni c'è letteratura e rigore scientifico. Di converso, dalle cialtronate che faranno gli altri potremo retrospettivamente intuire quanto accurato fosse il loro modo di informarci su altri temi.

Il tempo è sempre un utile setaccio, anche se non sempre arreca le trasformazioni che auspicheremmo portasse.

Bisogna sapersi accontentare!

mercoledì 3 gennaio 2024

Gli epigoni

Il mondo dei nani e delle ballerine giganti del pensiero "antisistema" è in subbuglio!

Pare che abbiano trovato il grafico definitivo, quello che inchioda l'euro alle sue responsabilità. Una smoking gun che non ammette repliche. Meno male! Era ora! Tutti noi che intuivamo confusamente come ci fosse qualcosa che non andava, siamo grati ai pensatori indipendenti che con le loro elaborazioni originali hanno raggiunto questo importante risultato. Finalmente abbiamo uno strumento che ci consentirà di prevalere in ogni dibattito e di corroborare con una robusta evidenza la nostra intuizione che l'euro ci abbia messo in seria difficoltà, o meglio, per i pipperiani popperiani, di falsificare l'ipotesi tuttora molto accreditata che l'euro sia stata l'ancora di salvezza al collo della nostra economia.

Non possiamo che essere grati a chi ci ha procurato un simile strumento.

Quale?

Questo!


E chi ha addotto cotali elementi probanti?

L'epigono dell'Istituto Luce (epigono riuscitissimo, a mio avviso):


Vi potrebbe sembrare di averli già visti da un'altra parte?

Avreste ragione, ma nella sua cristallina e indefettibile onestà intellettuale il filmografo lo ammette e cita la fonte:

A produrre cotanta compelling evidence sarebbe stato er sor Trombetta, un altro nostro vecchio amico e frequentatore dei #goofy (dove probabilmente, impressionato dal concorso di popolo, maturò l'insano progetto di fare una "operazione politica", che nelle sue idee doveva essere una sottrazione del nostro consenso, ma che nei fatti è stata una divisione del suo).

Una minima ricerca conferma che in effetti le cose stanno così.

La scoperta è risalente:


L'eureka anti-euro risalirebbe niente meno che a luglio di quest'anno!

E qui, oltre che la cristallina e indefettibile onestà intellettuale, si apprezza anche la magnanima e lungimirante nobiltà d'animo con cui questi giganti del pensiero lasciano correre su un episodio sinceramente spiacevole: un vile tentativo di appropriarsi della loro proprietà intellettuale compiuto da un tizio che dice di essere un docente di ruolo di economia (in aspettativa per motivi imprecisati). Questo personaggio squallido avrebbe utilizzato i risultati altrui per dare risalto a un suo progetto didattico tanto irrilevante quanto dilettantesco, che per questo motivo gli ha meritatamente rovinato la carriera universitaria facendolo diventare presidente di una Commissione bicamerale! Questo tentativo, tanto più meschino in quanto il vero autore di una simile ponderosa ricerca aveva firmato il risultato del suo lavoro, è stato perpetrato col favore delle tenebre nella notte di San Silvestro.

Il Bagnai ha cercato di farsi bello con le penne del Trombetta, ma il Brandi, brandendo l'originale sicut "spada de foco" (cit.), ha fatto giustizia di questo sleale tentativo di clickbait, ricacciando nelle tenebre del polveroso palazzo San Macuto (un palazzo dove questi fulgidi araldi dell'ideale antieuropeo, queste avanguardie della revolución, mai entreranno perché mai vorrebbero entrare, se non muniti di apriscatole, loro, che disdegnano i "lauti stipendi" e le "poltrone"), ricacciando nell'ombra, dicevamo, il dilettante che ha insozzato il loro lavoro associandolo a un progetto marginale e ininfluente come Goofynomics!

Poi dicono che non esiste giustizia al mondo!

Non è così. I cazzari e i fregnacciari alla fine vengono ripagati con la loro stessa moneta: Bagnai, avvilito e oppresso dalla vergogna per essere stato sbugiardato in pubblico, in questo momento starà distruggendo i suoi post. Ma non servirà a nulla: abbiamo gli screenshot che lo inchiodano, e l'associazione a/simmetrie ha anche un filmato che documenta un suo precedente tentativo, compiuto a fine novembre, di farsi bello con le penne del pollo, come Apelle figlio di Apollo.

Vergogna!

Al dolo del plagio si aggiunge l'aggravante della sua reiterazione!

In che mondo siamo, signora mia...

Un mondo in cui chi incontra il genio, invece di riconoscerlo e di prosternarsi non tanto alle sue ragioni, quanto proprio alla sua persona, si diverte a fare obiezioni capziose di questo tipo:


Vergogna!

Non si interrompe così, con il banale richiamo a un dato fattuale, un'emozione! Non si getta una secchiata di acqua gelida sulla fervida passione civile del coraggioso e originale Trombetta!

Anche se...

In effetti...

Il tracciato del Pil si appiattisce nel 2008, e l'euro entra in vigore nel 1999...

Questo fastidioso dettaglio, purtroppo, è ineludibile...

Ma approfondiamo bene l'argomento del Maestro Trombetta. Musica, Maestro!


Ehm...

Non trovate anche voi che qui ci sia più di una stecca? Eh, ma voi non avete studiato musica! Vi faccio un breve elenco:

  1. sì, fra il 1946 e il 1991 il tasso di crescita è stato circa del 5.7% l'anno (in realtà, secondo Banca d'Italia, del 5.5%), ma questa media così elevata risente del rimbalzo post bellico. Nel 1946 il tasso di crescita fu del 30% e nel 1947 del 18%. Già eliminando questi due anni, come sarebbe corretto fare (altrimenti ragioniamo come Conte, che dopo aver chiuso arbitrariamente mezzo Paese si imputa come successo un tasso di crescita strabiliante, dovuto semplicemente al fatto che il Paese era stato riaperto!), la media scenderebbe al 4.6%;
  2. sì, è vero, dall'ingresso nell'Unione Europea (1992) al 2022 (alla fine del grafico) il tasso di crescita dell'Italia è stato dello 0.6%, così come dall'adozione dell'euro nel 1999 al 2022 è stato dello 0.4%, ma allora perché, con un salto di cinque punti verso il basso della crescita, nel 1992 o nel 1999 non si nota alcun cambiamento di struttura? La crescita, in quelle date, procede sulla tendenza lineare (di cui non si dice con che dati è calcolata: quelli fino al 1992? Quelli fino al 1999?);
  3. ma soprattutto, se il tasso di crescita, immagino dopo l'entrata nell'UE, fosse stato quello medio precedente all'entrata, le cose non sarebbero andate come è indicato nel grafico. Con un tasso di crescita del 5.7% dal 1992 le cose sarebbero andate così:


Non ci credete? E allora fate il conto voi, ricordando che tasso di crescita del 5.7% significa che ogni anno il Pil è uguale a quello dell'anno precedente moltiplicato per 1.057:


Per un'altra razza di cretini, quelli che non sanno distinguere fra dati reali e nominali e non leggono i post, quindi non capiscono che in questa tabella i dati sono espressi in milioni di euro a prezzi 2010 perché così vengono forniti dalla Banca d'Italia nella sua ricostruzione storica, e quindi ragliano su Twitter "i dati non sono quelli giustih-oh, ih-oh!", agevolo anche la simulazione partendo dai dati WEO:



Ovviamente non cambia nulla! Il profilo della serie nell'ipotesi del sor Trombetta (tasso di crescita ai valori precedenti all'entrata nell'Unione Europea) è ugualmente assurdo, c'è solo un minimo slittamento della serie dovuto alla diversa base dei prezzi (2015 invece di 2010).

Ora...

Io voglio bene a tutti, anche a chi non sa di cosa stia parlando. Che il sor Trombetta non lo sappia è evidente! Sapendolo, avrebbe detto la cosa corretta: non che "se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente all'ingresso nella UE" oggi il Pil sarebbe di circa 500 miliardi più alto (perché se lo avesse fatto sarebbe di circa 5800 miliardi più alto), ma che "se il Pil fosse rimasto sul suo tendenziale dal 1950 al 2007" oggi ecc. E fra le due cose, come vi ho fatto vedere, c'è una bella differenza!

Bene.

Forse cominciate a intravvedere dov'è il problema.

Solo una persona totalmente digiuna non dico di economia, ma di buon senso, potrebbe aspettarsi che un'economia avanzata come quella italiana potesse tenere negli anni '90, o peggio ancora dagli anni '90, tassi di crescita da economia emergente! In effetti di Paesi cresciuti al 5.7% di media il 1992 e il 2022 ce ne sono due:


(i conti, se volete, potete rifarli partendo da qui). Insomma, er sor Trombetta pensa di fare un accorato elogio del modello di sviluppo dell'Italia "sovrana" (qualsiasi cosa ciò voglia dire), e invece sta facendo l'elogio di un modello di sviluppo basato sull'esportazione di risorse naturali o sullo sfruttamento della manodopera a basso costo!

Cose che capitano quando non si è del mestiere...

Ma...

Ma visto che quella cifra di 500 miliardi in più rispetto al valore storico non è coerente con il discorso del sor Trombetta, qualcuno di malizioso potrebbe pensare che l'abbia tratta da un'altra fonte, e potrebbe googlare 500 miliardi, e magari potrebbe arrivare qui:


Ops...

E qui finisce l'ironia (forse), e cominciamo a parlare chiaro, partendo da una premessa, la solita: dovrebbe essere chiaro fin dal tredicesimo post di questo blog che a me di intestarmi idee mie o altrui non me ne frega assolutamente niente e conseguentemente che l'oggetto del mio sfottò non è minimamente il fatto che i sullodati giganti del pensiero non abbiano citato la fonte delle loro elaborazioni. Ho sempre insistito sulla assoluta non originalità dei contenuti della mia divulgazione, che sono assolutamente banali e devono la loro apparente originalità solo al fatto di essere diffusi in un contesto politico-istituzionale che, lui sì, è piuttosto, come dire, originale! La mia ricerca originale c'è ma è pubblicata in riviste scientifiche che sono legittimamente fuori portata per molti di voi e comunque verte su aspetti di nicchia, dato che sui temi di fondi dell'unione monetaria, come sa chi studia, aveva già detto tutto (inascoltato) James Meade nel 1957! Io vi ho dimostrato che della proprietà intellettuale delle mie idee non me ne fotte niente, quindi il problema non è quello, e vi ho altresì dimostrato che di essere stato il primo a intervenire in un dibattito che in realtà si era chiuso cinque anni prima che io nascessi altresì non me ne fotte niente (altrimenti, banalmente, non vi avrei insegnato quello che non avreste mai avuto modo di sapere se non ve lo avessi insegnato io, cioè, appunto, che il dibattito si era chiuso cinque anni prima che io potessi intervenirci)!

Quindi il problema non è "non hai citato la fonteeeeh!", o "l'ho detto prima i-oh!", come alcuni volenterosi, ma un po' sciroccati membri di questa community (eggnente!) hanno rimproverato ai  summenzionati giganti del pensiero. Il problema, insomma, non è che non avete portato traffico su Goofynomics (mi sembra sufficientemente ovvio che io ho meno bisogno di voi di quanto voi abbiate bisogno di me!), anzi, se mai è il contrario: il problema è che citando cose a organo genitale esterno di carnivoro caniforme rischiate di attirare sul nostro lavoro un'attenzione sbagliata! Insomma: io non vorrei mai che qualcuno credesse che le scemenze sopra evidenziate le abbia dette io, perché io ho detto cose totalmente diverse e non ho nessuna intenzione di farmi screditare da chi, parassitando un lavoro in cerca di clickbait, ne fornisce un'immagine distorta e caricaturale.

E già capisco l'obiezione: "Vabbè, me sò sbajato, ma tanto basta che sse capimo...". No, caro Trombetta, te lo dico come puoi capirlo tu, scusandomi con gli altri: basta che sse capimo un cazzo! La battaglia ideale che qui stiamo combattendo, e che tu dici di combattere, non è un gioco da dilettanti, non tollera cialtronate, semplicemente perché non ha alcun senso screditarsi con analisi così farlocche e controvertibili. I midwit di osservanza bocconiana, i seguaci del laureato, non vedono l'ora che qualcuno dica delle sesquipedali cretinate per massacrarlo e per attirare su tutto il movimento euroscettico il discredito che un certo modo di argomentare onestamente merita: ma lo merita chi lo mette in pratica perché parla di cose di cui non capisce nulla, non chi invece si adopera per divulgare nel più scrupoloso rigore metodologico, fottendosene del consenso.

Cioè io.

Insisto su un punto: sono anni che tirate avanti coi contenuti di Goofynomics, e a me questo fa solo piacere. Intanto, non essendo voi economisti, non avendo cioè i presupposti professionali, culturali, intellettuali per proporre dati e analisi economiche, è chiaro che volendo impicciarvi di economia da qualcuno dovrete pur fornirvi, e sinceramente non vedo nulla di male nel fatto che abbiate scelto un buon fornitore! Meglio rifornirsi qui che dal laureato, per dire. Ma il punto è un altro: non mandate in giro roba che non avete capito, altrimenti gettate il discredito della vostra scusabile ignoranza sul lavoro che qui stiamo facendo con serietà e competenza. Ripeto: la vostra ignoranza è scusabile, non è colpa né merito vostro se non siete economisti. Aggiungo: la vostra buona volontà è commendevole, e lo sarebbe anche di più se la aveste usata per aiutare anziché per danneggiare (non riuscendo a fare né l'una né l'altra cosa).

Io ve lo dico con  affetto. Quando Goofynomics è partito portavate ancora i calzoncini corti, vi ricordo ai nostri convegni, con la vostra freschezza e il vostro entusiasmo. Non siete cattive persone, e se voleste aiutare, senza smanie, con perseveranza, potreste essere senz'altro utili. Questa è l'ultima chiamata. Deponete la porca tigna del vostro narcisismo sterile e autodistruttivo, provate a immedesimarvi un minimo in quello spirito di servizio, servizio al Paese, ai nostri concittadini, alla verità del dato, alla serietà delle analisi, all'ambito delle proprie competenze, che qui abbiamo sempre osservato ed esemplificato, e provate a lavorare per il progetto, non contro il progetto.

Voi, con Paragone, avete in comune solo una cosa: il fatto che lo spazio politico del "vostro" dissenso si sta prosciugando, e non solo perché la Lega è stata coerente sul MES, ma anche perché l'altra vostra grande battaglia identitaria, quella sulla punturina, si sta svuotando di significato come chi sa analizzare la realtà aveva previsto:


(e anche lì, la partenza della Commissione d'inchiesta renderà istantaneamente poco interessanti tutti quelli che ringhieranno da fuori, senza poter vedere le carte, senza poter interrogare i protagonisti di quella vicenda).

Ma fra voi e Paragone c'è una grossa differenza: Gian è bravo, e tornando a fare l'autore guadagnerà un multiplo sostanzioso di quanto guadagnava in Parlamento (non è nemmeno da escludere che dietro le sue ultime decisioni ci sia anche la razionale e condivisibile scelta di smettere di rovinarsi la vita con beneficio scarso o nullo). Voi, pur avendo senz'altro talento e intelligenza, non avete le stesse possibilità di trovarvi un altro stagno in cui sguazzare, quando quello del vostro attuale consenso "di nicchia" sarà riassorbito dalla Lega. Qui non parla il politico: i vostri numeri già non sono interessanti per un politico. Qui parla quello che ha messo su questa community dove siete stati accolti e di cui avete fatto parte. Per quanto piccolo, quello che state perpetrando col vostro atteggiamento è uno spreco. Non solo: è un film già visto! Me li ricordo solo io quelli che pensavano di avere un consigliere comunale a Pescara e che da lì avrebbero cambiato er monno? Me lo ricordo solo io quello che a La Spezia ha preso sette voti? Non potete non fare la stessa fine, se aveste avuto modo di crescere sareste cresciuti, ma purtroppo non avete modo di crescere e questo post alla fine spiega bene perché.

Povertà non è vergogna, ma perseverare è diabolico, e soprattutto ridicolo.

Questo ramoscello di ulivo si autodistruggerà in tre, due, uno...

lunedì 25 dicembre 2023

Crescita: un confronto fra Germania e Italia

(...direi che del MES e dei ppdm ne abbiamo parlato fin troppo. Visto che quello che ci ha permesso di tirar giù la (H)MES Valiant è stato uno sforzo didattico, in vista del prossimo obiettivo torniamo alle origini dando uno sguardo originale, di lungo periodo, e fondato sui dati, a fenomeni che ci toccano da vicino, come la crescita economica...)

Ho avuto la curiosità di andare a vedere i tassi di crescita di lungo periodo di Germania e Italia. Per "lungo periodo" qui intendo il secondo dopoguerra: un periodo segnato da tanti cambiamenti, ma relativamente più omogeneo, per dire, dell'ultimo secolo, se non fosse che per il fatto che quest'ultimo è stato appunto segnato da un conflitto importante. C'è poi il fatto pratico che per la Germania ho trovato dati solo dal 1950. Abbiamo quindi una serie storica di 73 osservazioni (i tassi di crescita dal 1951 al 2023), di cui almeno le ultime due, quelle riferite al 2022 e al 2023, non sono ancora definitivamente consolidate (ma possiamo presumere che siano stimate con relativa precisione). Le serie "lunghe" per la Germania sono sul sito Destatis, quelle per l'Italia le trovate sul sito Bankitalia. Per scrupolo sono andato a verificare che questi dati coincidano con quelli del World Economic Outlook del Fmi e dal 1980 in poi (cioè dalla data a partire dalla quale il Fmi rende disponibili i dati) è così. San Tommaso s'a mort (nel Tamil Nadu, ed è sepolto a Ortona), ma chi volesse seguirne le tracce e non sapesse usare Google trova qui i dati del Fmi.

Abbiamo già affrontato diverse volte il tema della crescita economica in chiave comparativa di lungo periodo. Non è un tema banale e anche i professionisti, o secredenti tali, spesso incorrono in scivoloni. I non professionisti ancora di più, se pensate che la maggior parte di loro proprio non ha idea di che cosa sia il Pil.

Ne volete un esempio fresco, quasi di giornata?

Guardate ad esempio che cosa trovo nei commenti del blog:

Gigi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Spingitori di austerità: M.Buti, su Rieducational channel":

Si può fare austerità anche riducendo la spesa, non bisogna per forza aumentare le tasse. Un po' di spesa penso che si potrebbe tagliare senza impatti negativi sul PIL.

Pubblicato da Gigi su Goofynomics il giorno 16 dic 2023, 00:34

Comprendo il vostro sconcerto.

Anni passati a spiegarvi che cosa fosse il Pil (qui una spiegazione sempre utile di dieci anni fa), insistendo in particolare sull'identità reddito-spesa:

Y = C + G + I + X - M

quella che afferma che il totale dei redditi percepiti (cioè, appunto, il Pil) può essere scomposto nella somma della spesa in consumi privati (C), consumi collettivi (G), investimenti fissi lordi (I), esportazioni (X), da cui sottraiamo le importazioni perché sono reddito speso per l'acquisto di beni esteri, vi avranno reso evidente che se si tagliano i consumi collettivi o la parte di investimenti pubblici che confluisce in I (negli investimenti fissi lordi), insomma, se si taglia la spesa pubblica, si taglia ipso facto il Pil. Un banale fatto di definizioni, che però, come vedete, ai più continua a sfuggire.

Che poi possa esistere lo spreco, e soprattutto la castacriccacoruzzzione, e chi lo mette in dubbio!? Se lo dicono i giornali (gli stessi che ci raccontano del Bagnai di Schroedinger, quello che al tempo stesso non conta un cazzo ma influenza le decisioni della maggioranza!) sarà senz'altro così, no? Adoriamo la vena letteraria dei migliori amici dell'uomo che si vuole informare! Purtroppo però esiste anche la noiosa contabilità, e questa ci dice che se dall'identità del Pil sottrai qualcosa a destra lo stai sottraendo anche a sinistra: non dico che sia un'operazione da non fare mai, dico che va sempre fatta con molta cautela!

Ecco: questa è una delle difficoltà che si incontrano nel parlare della crescita del PIL: il fatto che la gente non sa che cosa sia il Pil (e a parte Goofynomics nessuno la aiuta a capirlo).

Poi ce n'è un'altra, di livello, se vogliamo, superiore: il fatto che la gente (inclusi i miei ex colleghi economisti) non sappia che cos'è la crescita, non solo e non tanto in termini banalmente definitori (sì, è  o dovrebbe essere chiaro: una cosa cresce se ce n'è più di prima: vale per l'impasto del pane e vale per il Pil), quanto in termini scientifici, cioè quanto alla natura e alle cause del fenomeno crescita.

Ci siamo imbattuti in questa spiacevolissima verità diverse volte, ma in particolare parlando dei cialtroni del declino, quelli che, nel loro negazionismo degli effetti collaterali causati dall'unione monetaria, pontificavano vaniloquenti di un declino che sarebbe iniziato già negli anni '80, o '70, o addirittura '60, argomentando, come ricorderete, che siccome già negli anni '70, per dire, il tasso di crescita medio dell'economia italiana era inferiore a quello degli anni '60, che era a sua volta inferiore agli anni '50, quando l'euro non c'era, allora l'Unione monetaria non c'entrava nulla. Negazionismo a parte (gli ex colleghi, poverini, tengono famiglia...), questo modo di ragionare è incredibilmente dilettantesco, perché, come abbiamo spiegato diffusamente, non tiene conto del noto fenomeno della convergenza (catch-up) verso lo stato stazionario: un Paese relativamente arretrato crescerà ceteris paribus più di un Paese relativamente avanzato semplicemente perché nel primo esistono opportunità di impiego del capitale più fruttuose che nel secondo, dato che esso si trova ancora nella parte della curva di produzione in cui i rendimenti sono fortemente crescenti (l'idea insomma è sempre quella che i fattori di produzione siano più produttivi laddove sono più scarsi).

Ne consegue che in effetti in tutti i Paesi europei, usciti per lo più frantumati dalla Seconda guerra mondiale, con un deficit infrastrutturale enorme da colmare, i tassi di crescita sono partiti molto alti negli anni '50 e sono poi andati convergendo verso valori più bassi. Ma questo i cialtroni del declino non lo sapevano: glielo facemmo vedere noi utilizzando i dati a partire dagli anni '60.

Questa analisi aveva due conseguenze: la prima è che l'autorazzismo idiota di quelli che volevano raccontarci un'Italia marcia già al tempo del boom economico era leggermente fuori fuoco. In altre parole: i pirla del castacriccacoruzzione o del familismo amorale:


erano grossolanamente fuori strada. Non che nei loro argomenti non potesse esserci un qualche elemento di verità. Oggi si parla tanto di ciclo del carbonio, ma anche il ciclo dell'azoto ha un'importante lezione da offrirci: dal letame si dica che possano nascere fiori e sicuramente nascono funghi, quindi prima di scartare l'altrui letame bisogna purtroppo dargli un'occhiata, perché ci si potrebbe pur sempre trovare qualcosa di utile. Era però del tutto idiota sostenere la tesi di una presunta inferiorità ontologica italiana utilizzando una simile linea argomentativa, basandosi cioè sul pattern decrescente del tasso di crescita del nostro Paese, perché questo era perfettamente coerente col modello di crescita standard e quindi si ripresentava in tutti i Paesi europei (lo vedremo anche qui sotto)!

Insomma: l'eccezionalità (negativa) italiana non poteva essere individuata in una cosa che non era né eccezionale (perché prevista dal modello standard) né italiana (perché riscontrata in tutti dicasi tutti i Paesi europei).

La conseguenza in termini metodologici era piuttosto ovvia: qualsiasi ragionamento sulla performance dell'economia italiana (o di qualsiasi altro Paese), per avere un minimo di consistenza scientifica e di utilità pratica, va condotto in termini comparatistici e relativi, non in termini assoluti, e preferibilmente scegliendo termini di paragone che abbiano un senso!

Noi qui lo facemmo rapportando la crescita del reddito pro capite italiano a quello medio degli altri Paesi dell'Eurozona. Qualcuno se lo ricorderà: credo che fummo noi i primi a costruire, otto anni fa, quello dopo avremmo chiamato il "grafico della vergogna", e che vi illustrai nella mia prolusione al #goofy4:


(se non avete tempo da perdere, ne parlo dal minuto 24:40; per inciso, apprezzerete come già nel 2015 ci fosse chiaro quello che nel 2023 è impossibile ignorare, ovvero il fatto che fossimo e siamo nella crisi più grave della nostra storia).

Il grafico che vedete qui, a 24:46:


faccio prima a ricostruirvelo che a ritrovarlo nel bordello del mio Pc. All'epoca avevo utilizzato i dati AMECO, che però arrivano fino al 1960. Per partire dal 1950 si possono usare i dati del Maddison Project, che trovate qui, ma il quadro è sostanzialmente identico:


Con qualche oscillazione il rapporto fra reddito pro capite italiano e reddito pro capite del resto dell'Eurozona cresce dall'87% del 1950 al 106% del 1995, poi dal 1997 inizia un ripido, inesorabile declino che lo riporta all'85% nel 2018. Ovviamente, come ben sapete, non c'è nessuna correlazione (come oggi si suol dire) con questo evento (non fatemi fare brutta figura, mi raccomando: sappiate comportarvi bene in società!).

(...nota tecnica: per costruire il grafico ho ricostruito il Pil pro capite dell'Eurozona esclusa l'Italia sommando i Pil e le popolazioni degli altri 10 Paesi dell'Eurozona iniziale, e poi facendo il rapporto di queste somme, cioè del Pil totale e della popolazione totale dei 10, che equivale alla media ponderata dei Pil pro capite dei rispettivi Paesi...)

Ecco: questo grafico qualcosa da pensare ce l'ha data e continua a darcela.

Oggi, come vi dicevo, volevo soffermarmi sul rapporto fra Germania e Italia, le due potenze manifatturiere dell'Eurozona. I rispettivi tassi di crescita dal 1951 a oggi li vedete qui:


e come vedete, e come vi avevo spiegato ne "I cialtroni del declino", hanno un andamento prima facie abbastanza simile: alti negli anni '50, poi via via più bassi. Non che non ci siano scostamenti: ci sono, e come. Ma in media il rallentamento della crescita ha avuto intensità assolutamente analoga. Una semplice interpolazione lineare (che utilizzo, avverto i puristi, esclusivamente come statistica descrittiva) ci mostra che in Germania è andata così:


e in Italia così:


quindi mentre l'Italia in media ha perso, arrotondando, 0.11 punti percentuali di crescita l'anno (che si 53 anni fanno 5.83 punti di crescita), la Germania, sempre arrotondando, ne ha perso 0.10 (che in 53 anni fanno 5.3 punti di crescita). Non è una differenza così drammatica, in media.

Tuttavia, è interessante vedere come questa differenze si è sviluppata nel tempo, e per questo vi propongo di analizzare lo scarto fra la crescita tedesca e quella italiana, e la sua somma cumulata, che vedete qui:


Le barre blu sono la differenza fra il tasso di crescita tedesco e quello italiano. Quando sono sopra lo zero la Germania cresce di più. Questo accade, ad esempio, negli anni '50. Per facilitarvi la lettura vi aiuto così:


Così dovrebbe essere chiaro che quello lo stesso fenomeno (crescita tedesca più rapida di quella italiana) nel grafico superiore lo vedete come spezzata blu sopra la spezzata arancione, e in quello inferiore lo vedete come barre blu sopra lo zero.

Ma allora, visto che ci danno la stessa informazione, a che ci serve fare due grafici?

Perché quello di sotto ci dà anche la somma delle barre blu: i valori cumulati ci fanno capire quanto terreno guadagna (se salgono) o perde (se scendono) in totale la Germania rispetto all'Italia. E vista così la storia ha degli elementi di interesse, a mio parere.

Intanto, si vede bene che dal 1960 al 1987 la Germania ha perso costantemente terreno rispetto all'Italia, o, se vogliamo, l'Italia ha recuperato rispetto alla Germania: un processo in qualche modo fisiologico di catch-up, secondo quanto ci dicevamo sopra, che vi evidenzio con una freccia tratteggiata:


Poi si vede che l'esperienza dello SME credibile, cioè del regime di cambio fisso ma aggiustabile, con bande di oscillazione ristrette in vigore per l'Italia dal 1987, determinò un forte recupero della Germania, fino alla crisi del 1992, quando l'Italia si trovò costretta ad abbandonare lo SME svalutando:


(sono le dinamiche che vi descrissi qui, lamentando il resoconto grossolano che ne facevano certi mezzi di stampa). 

La cosa più interessante però la vediamo dopo. Una volta riaggiustati i rapporti di cambio, la Germania ricomincia a perdere lentamente ma inesorabilmente terreno fino al 2005:


In quel periodo la Germania veniva chiamata (qualcuno se lo ricorderà) "il malato d'Europa", e da quel periodo la Germania uscì truccando le carte, cioè praticando una riforma del mercato del lavoro finanziata in deficit, che le fece sforare i parametri di Maastricht, come spiegammo qui (fra tagli di cunei, politiche attive, ecc., ci misero quasi 90 miliardi...). Ovviamente, con un simile megasussidio, l'economia tedesca decollò nuovamente, anche perché oramai eravamo dentro, ed era impensabile compensare un simile aiuto di Stato con una rivalutazione del marco:


Infine, e qui la chiudo per oggi, è interessante notare che dopo una battuta d'arresto determinata dalla crisi del 2009, che in effetti aveva colpito la Germania in modo marginalmente più grave dell'Italia (-5.9% rispetto a -5.7%), quello che dà un decisivo slancio all'economia tedesca rispetto a quella italiana, ovviamente perché spezza le gambe all'economia italiana, è la stagione dell'austerità:


Ecco: sono quelli gli anni in cui si approfondisce il divario fra il Pil italiano e la sua tendenza storica, come abbiamo visto a Montesilvano:


Dovremo tornare su quel grafico, cioè questo, che vedete al minuto 17:16:


e rileggerlo con attenzione, alla luce di tutto quanto ci siamo detti e delle molte, forse troppe informazioni che vi ho proposto e riproposto oggi.

Non credo che sia oggi possibile fare politica in Italia senza offrire una spiegazione coerente e credibile di questa visibile anomalia. Per comprenderla, bisogna inquadrarla bene storicamente, considerando l'evoluzione delle istituzioni europee, dei mercati internazionali, ecc. La domanda sul perché non ci siamo mai veramente ripresi dopo il 2009 non può essere elusa. La risposta, credo, la intuiamo tutti, ma va argomentata bene, perché abbiamo perso troppo tempo, e non possiamo più permetterci inconsapevolezza. Eppure, come credo immaginiate, non è per niente semplice, neanche dalla mia posizione vicina ai vertici, far capire che abbiamo un serio problema.

Ragioniamo insieme su come far ragionare chi di tempo per ragionare ne ha poco, anche perché sospinto dall'impazienza di chi, come voi, ora vuole una soluzione immediata, magari dopo aver votato per anni per chi era parte del problema!

So che come sempre le vostre considerazioni mi aiuteranno ad affilare la mia dialettica, quindi dichiaro aperta la discussione generale (astenersi gianninizzeri, però: il 21 avete perso, e quindi per un po' muti e rassegnati)!

giovedì 6 luglio 2023

La scioccante storia dell'inflazione

Questa sera ero a cena con un funzionario importante. Si parlava del più e del meno, della cronaca e della storia, della tattica e della strategia. L'intonazione generale era: "dobbiamo mitigare i danni, perché tanto da questa storia non ne verremo fuori". Io annuivo compunto: "certo, è così". E intanto pensavo che, tornato a casa, vi avrei fatto vedere due o tre grafici che avevo disegnato per me, questa mattina, mentre mi annoiavo ad ascoltare le tonitruanti concioni dei nostri fieri oppositori.

La premessa di questi grafici è che, come credo sappiate, e come qualsiasi economista vi dirà, la tenuta di un'unione monetaria è direttamente connessa alla sua capacità di armonizzare i comportamenti degli Stati membri (la cosiddetta teoria  dell'OCA endogena con cui vi intrattenni fin dall'inizio). Il motivo è semplice: solo se tutti gli Stati membri sono simultaneamente in recessione, o simultaneamente in espansione, e hanno tassi di inflazione perfettamente allineati e convergenti, allora un'unica politica monetaria sarà efficace e non danneggerà almeno alcuni fra gli Stati membri. Altrimenti possono sorgere problemi: la politica monetaria rischierà di essere prociclica in alcuni Paesi, assecondandone magari le tendenze inflazionistiche, o di essere anticiclica al momento sbagliato, interrompendo una ripresa economica (che è quello che sta succedendo adesso).

Lo si può dire anche in negativo: il male che ci si autoinfligge nel tener su un'unione monetaria fra Paesi diversi è direttamente proporzionale al grado di divergenza fra questi Paesi. Non è politica, è economia, non è un'opinione, è un fatto, non è fantasia, è realtà: negare questa realtà significa fatalmente non essere all'altezza delle sfide che necessariamente un progetto così ambizioso porta con sé.

Non è un caso quindi che la letteratura scientifica sulle aree monetarie si sia esercitata principalmente sul tema della convergenza, variamente intesa:

  1. convergenza del ciclo economico, ovvero: esiste una tendenza spontanea dei Paesi membri a sincronizzare il proprio ciclo in modo da trovarsi tutti nella stessa fase espansiva o recessiva? Su questo tema si è esercitata anche la nostra amica Brigitte, in un articolo dal titolo Eurozone cycles: An analysis of phase synchronization e la sua risposta è: no, anzi l'unione monetaria amplifica lo sfalsamento fra i cicli nazionali. Naturalmente questa è solo una delle possibili risposte, e ce ne sono anche di più ottimistiche.
  2. convergenza dei prezzi, intesa come convergenza dei livelli dei prezzi o convergenza dei tassi di inflazione. Un tema affrontato da Busetti, Fabiani e Harvey, la cui opera sulle provincie italiane vi segnalai fin dall'inizio, e che giungono nel caso dell'Eurozona a una risposta sostanzialmente negativa: non si percepisce una tendenza delle inflazioni nazionali a convergere verso un unico tasso, ma emergono tre distinti "club". Anche questa è solo una delle possibili risposte, e ce ne sono di meno pessimistiche.
  3. convergenza dei livelli di reddito, altro tema di cui ci siamo lungamente occupati.

I nostri articoli sul tema della convergenza sono qui, e oggi voglio parlarvi della convergenza dei prezzi, con qualche statistica descrittiva, cercando di spiegarvi bene che cosa queste statistiche ci dicano e che cosa non possono dirci.

Gli indici dei prezzi al consumo dell'Eurozona dal 1996 a oggi li vedete qui:


Precisazione: la base di un numero indice è arbitraria. In altre parole, il fatto che nel 1996 questi indici siano tutti uguali a 100 non significa che in quell'anno ogni singolo bene avesse lo stesso prezzo in euro nei diversi Paesi considerati. Gli indici ci informano sulla dinamica di un fenomeno. Ad esempio, in questo grafico si vede bene che i prezzi sono cresciuti in Grecia (verde) molto più che in Germania (giallo). Si vede anche quando per la Grecia è arrivato il momento della correzione. Questo, di per sé, non ci informa su una ipotetica "convergenza", nel senso che se, per ipotesi, i prezzi greci fossero stati sotto e quelli tedeschi sopra l'equilibrio, la crescita più rapida dei primi e più lenta dei secondi li avrebbe portati entrambi a "convergere" verso questo ipotetico equilibrio. Per quanto questo ventaglio che si ampia col passare del tempo sia suggestivo, il suo valore informativo non è altissimo, e lo stesso vale anche se zoomiamo sull'ultimo periodo:


La cosa cambia se invece dei livelli (arbitrari) dei prezzi rappresentiamo i tassi di inflazione:


Qui il problema dell'arbitrarietà della base non ce l'abbiamo, e possiamo ragionare su quanto i singoli tassi manifestino una tendenza ad avvicinarsi o discostarsi gli uni dagli altri. Il grafico è un po' confuso: per sintetizzarne le informazioni possono essere utili delle misure di "dispersione" statistica, cioè degli indici che ci dicono quanto le osservazioni di un fenomeno tendano a raggrupparsi o disperdersi.


Qui ne vedete due: il range, cioè la differenza fra il valore più grande e il più piccolo in ogni singolo anno (scala di destra), e lo scarto quadratico medio, una cosa un po' più complicata, spiegata qui (scala di sinistra).

Le storie che raccontano, però, sono identiche: si vede in modo abbastanza netto che quando le economie dei Paesi membri vengono colpite da uno shock (alla fine del 2008 e all'inizio del 2020) la dispersione dei loro tassi di inflazione aumenta, cioè i prezzi divergono, anziché convergere, il che rende particolarmente complesso, come lo è in questo momento, scegliere quale politica monetaria unica adottare per gestire tante inflazioni che se ne vanno beatamente per i fatti loro.

Anche misure di questo tipo vanno valutate con cautela, perché non sono adimensionali. In effetti, esse risentono della dimensione media del fenomeno:


Tendenzialmente, lo s.q.m. sarà superiore quando la media del fenomeno cresce. Questo non è sempre vero: ad esempio, all'inizio del 2009 l'inflazione media scende, ma la sua dispersione aumenta. Alla fine del grafico però, cioè ai nostri giorni, sembrerebbe che le cose vadano così. Un modo per eliminare questo effetto sarebbe dividere lo scarto quadratico medio per la media, ottenendo il coefficiente di variazione, ma in questo caso non possiamo farlo perché l'inflazione storicamente è spesso stata vicino a zero o negativa, portando così il coefficiente di variazione a esplodere:


e con un grafico simile ovviamente si fa poco (la stessa cosa vale per misure più robuste come la differenza interquartile).

Tuttavia, se queste statistiche descrittive di dispersione non ci consentono di formulare un giudizio definitivo su una nozione astratta di convergenza (i metodi usati in letteratura sono più raffinati), ci mettono però di fronte a una regolarità  concreta difficilmente eludibile: in presenza di uno shock, le inflazioni dei singoli Stati membri si differenziano sensibilmente, e questa crescita dei prezzi a velocità divergenti altera il rapporto fra i prezzi nei diversi Paesi. Si apre quindi la questione di quanto queste diverse velocità si incorporino in modo persistente nei livelli dei prezzi, alterando a lungo la competitività dei Paesi coinvolti, e di quanto una singola politica monetaria sia in grado di realizzare una reductio ad unum, o non rischi viceversa di mandare il sistema in risonanza, amplificando ulteriormente le conseguenze degli shock.

Tutte domande che sarebbero astrattamente affascinanti, se non fosse che a questi affascinanti fenomeni ci troviamo concretamente dentro, e che a queste domande che anni addietro erano astratte, e ora sono concrete, pare che nessuno sappia trovare una risposta: può funzionare la stessa politica in un Paese che come la Spagna ha l'inflazione all'1,6% e in uno che come l'Austria ce l'ha al 7,8%? Non si rischia di far portare al giusto la croce del peccatore, mandandolo in recessione?

Oddio, la risposta non mi sembra difficile da dare.

Ma intanto, nel dubbio, "mitighiamo", e dormiamoci sopra. La risposta giusta la sapremo, naturalmente, da quelli bravi...

(...sto aggiornando la mia licenza di EViews, così magari facciamo un ragionamento un po' più tecnico su queste domande aride e oziose...)