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mercoledì 3 giugno 2026

Volevano uscire dall'euro...

...ma finora sono solo usciti di strada.

Magari è un inizio, non credo sia la fine, ma certamente è una conferma di quello che con eleganza, rispetto, delicatezza, ma rigorosa oggettività, vi ho detto fin dall'inizio: un certo tipo di esperimento politico si presta a fenomeni di selezione avversa, proponendosi naturaliter come approdo di chi ritiene, a torto o a ragione, di non avere prospettive nel progetto politico cui appartiene (il caso de quo era sufficientemente eloquente di per sé). Ora, il problema è che per risolvere i problemi non basta conoscerli, o semplicemente descriverli copiando le analisi di chi li conosce: occorre anche disporre di quell'oggetto misterioso ed elusivo, che sfugge non tanto allo sguardo quanto alla stessa comprensione dell'elettore, che va sotto il nome di classe dirigente. Qui ho fatto il possibile per educarvi, consigliandovi letture utili, e dedicando tanto tempo a spiegarvi come funziona, ma qui siamo buoni, ma pochi. Questo problema culturale è e sarà di difficile soluzione, e quindi lo specchietto attirerà tante allodole. Va bene così. Se la fine sarà tragica, almeno il percorso sarà comico, e voi non potrete dire di essere né delusi né sorpresi, perché io fin dall'inizio vi ho detto come sarebbe andata a finire, e chi non sarebbe riuscito a scongiurare certi esiti.

Buona riflessione!

martedì 12 maggio 2026

Quando si esce?

Ogni tanto qualche avventore avvinazzato del bar social, pensando di mettermi in difficoltà, mi pone questa domanda. Non capisco perché dovrei trovarmi in difficoltà: la risposta è evidente e non dipende da me né evidenzia una particolare fallacia della "mia" analisi dei limiti della moneta unica (analisi che, come sapete, mia non è se non per pochi ma significativi dettagli che il clero pavido e conformista di sinistra sta riscoprendo adesso).

L'unione monetaria è e resta un errore, come la migliore scienza economica ha pronosticato illo tempore. Tuttavia, come la storia recente ci ha ben dimostrato, un conto è la consapevolezza di trovarsi coinvolti in un evento potenzialmente catastrofico, un conto è riuscire a gestirlo politicamente, se possibile in modo razionale. Il dato politico evidente è che per quanto il rifiuto della cosiddetta "Europa" fosse diffuso nella popolazione, l'unico partito euroscettico italiano non ha mai avuto non dico la maggioranza assoluta (che comunque non sarebbe bastata) ma nemmeno quella relativa (che comunque avrebbe aiutato a porre delle buone basi). Del resto, ricorderete bene che la stragrande maggioranza della popolazione a suo tempo anelava al noto farmaco: non ne discuto le motivazioni, registro il fatto, e vi esorto a riflettere sulle analogie.

Chiedere quindi all'unico partito euroscettico di traghettare il Paese verso un ordinamento internazionale meno autodistruttivo, o rimproverargli di non averlo fatto, o peggio ancora rimproverare a chi temprando lo scettro ai regnatori ha mostrato di che lagrime grondi e di che sangue l'euro, mi sembra non tanto ingiusto, quanto stupido. L'aspirazione alla libertà, presso gli italiani, è stata finora minoritaria, o è stata (legittimamente) interpretata in un modo diverso (nel senso di desiderare maggiore schiavitù), e così come non si può andare in paradiso a dispetto dei santi, non si può uscire dall'inferno a dispetto degli elettori. Certo, c'è sempre quello secondo cui "ma chi se ne frega della maggioranza, dovevate comunque uscire!", solo che questo tipo di affermazione ha una evidente falla, che non è quella di essere tecnicamente inattuabile (un piccolo partito non solo non condiziona votazioni ma non nomina né influenza il deep state), e non è nemmeno quella di essere fascista (possiamo immaginare che un regime antidemocratico finirà in modo antidemocratico, ma non per questo dobbiamo auspicare soluzioni antidemocratiche!), ma è quella di essere paternalista nel più viscido e sinistro dei modi, quello di Aristide e di Padoa Schioppa ("noi illuminati sappiamo qual è la verità e ci porteremo il popolo suo malgrado!").

Ora, io sono entrato nel dibattito perché allarmato e disgustato dal paternalismo lurido e vigliacco della sinistra: non mi può quindi essere chiesto di adottare lo stesso atteggiamento, né rimproverato come un fallimento il non averlo praticato o proposto come metodo ai miei compagni di squadra.

Al più, a chi ha deciso di combattere questa battaglia ideale o politica (a seconda dei ruoli, che nel mio caso purtroppo coincidono) si può rimproverare di non essere riuscito a coinvolgerla, la maggioranza (relativa o assoluta) dell'elettorato.

Certo: non essere stata abbastanza credibile, astrattamente, per una proposta intellettuale o politica è by definition un fallimento, il che però non implica che la proposta fosse concettualmente errata. Se esistono i fallimenti del mercato, esisteranno anche quelli della democrazia: restano comunque rispettivamente il peggior meccanismo di allocazione delle risorse e il peggior meccanismo di governo eccetto tutti gli altri sperimentati finora, e quindi ci sta che falliscano!

Tuttavia, questa critica, di cui non si può sottovalutare la portata, è a mio avviso ingiusta in generale, e in particolare se rivolta a me.

In generale, perché ignora la sproporzione di forze in campo, evidenziata nel saggio di Thomas Fazi che presenteremo l'8 luglio in Parlamento (sarete informati qui: i posti però saranno pochi, quindi attenti...), discussa a suo tempo nel nostro convegno annuale:

e sempre più evidente ogni singolo giorno che il buon Dio mette in Terra (non "mette a terra", locuzione per la quale la fucilazione alla schiena sul posto sarebbe una punizione sproporzionatamente lieve):


(aspettiamo fiduciosi un diluvio di giovincelle dalle labbra a canotto: "no vabbà igonigo questo consiglio d'Europa").

In particolare, perché io sol uno, quando mi apparecchiai a sostener la guerra, vi dissi chiaro e tondo che il partito che poi sarebbe stato di maggioranza relativa "populista", cioè gli ortotteri (come qui chiamiamo i grillini), era un gigantesco esperimento di intercettazione del dissenso, il cui scopo era quello di diventare a tempo debito la stampella del PD. La prima cosa ve la dissi in Ortotteri e anatroccoli il 30 luglio del 2012:


la seconda in Fantapolitica il il 6 settembre del 2016:


Come i fatti hanno poi dimostrato, è con quel materiale umano che il laboratorio del Quirinale ha creato uno dei suoi più riusciti ibridi, quel Conte cui espressi in aula tutta la mia (e vostra) stima:

quello che col favore delle tenebre aveva cospirato per approvare contro il volere del parlamento la riforma del MES, che fu se non la causa, per quanto mi riguarda la concausa determinante della caduta del governo Conte I nel 2019.

Quindi io a chi non andava data la maggioranza relativa, e perché non gli andava data, ve lo avevo spiegato molto bene. Certo: non avevo i milioni dell'UE da spendere per diffondere questo warning (più probabile che quelli o altri milioni venissero spesi per sostenere i gatekeeper), ma io da intellettuale il mio l'avevo fatto (così come da politico, quando le vicende che sapete mi costrinsero a far buon viso a cattivo gioco costringendomi in maggioranza coi gatekeeper, feci del mio meglio per ridurre il danno, motivo per cui alla fine andò così, cioè bene).

Ma alla fine di questa breve e credo serena disamina, mi sento di poter dire che a chi mi chiede "Quando si esce?" potrei, con una lieve forzatura del galateo, limitarmi a rispondere con un'altra domanda: "Che vuoi da me?"


— Monsieur l’évêque, dit-il, avec une lenteur qui venait peut-être plus encore de la dignité de l’âme que de la défaillance des forces, j’ai passé ma vie dans la méditation, l’étude et la contemplation. J’avais soixante ans quand mon pays m’a appelé, et m’a ordonné de me mêler de ses affaires. J’ai obéi. Il y avait des abus, je les ai combattus ; il y avait des tyrannies, je les ai détruites ; il y avait des droits et des principes, je les ai proclamés et confessés. Le territoire était envahi, je l’ai défendu ; la France était menacée, j’ai offert ma poitrine. Je n’étais pas riche ; je suis pauvre. J’ai été l’un des maîtres de l’État, les caves du Trésor étaient encombrées d’espèces au point qu’on était forcé d’étançonner les murs, prêts à se fendre sous le poids de l’or et de l’argent ; je dînais rue de l’Arbre-Sec à vingt-deux sous par tête. J’ai secouru les opprimés, j’ai soulagé les souffrants. J’ai déchiré la nappe de l’autel, c’est vrai ; mais c’était pour panser les blessures de la patrie. J’ai toujours soutenu la marche en avant du genre humain vers la lumière, et j’ai résisté quelquefois au progrès sans pitié. J’ai, dans l’occasion, protégé mes propres adversaires, vous autres. Et il y a, à Peteghem en Flandre, à l’endroit même où les rois mérovingiens avaient leur palais d’été, un couvent d’urbanistes, l’abbaye de Sainte-Claire en Beaulieu, que j’ai sauvé en 1793. J’ai fait mon devoir selon mes forces et le bien que j’ai pu. Après quoi j’ai été chassé, traqué, poursuivi, persécuté, noirci, raillé, conspué, maudit, proscrit. Depuis bien des années déjà, avec mes cheveux blancs, je sens que beaucoup de gens se croient sur moi le droit de mépris, j’ai pour la pauvre foule ignorante visage de damné, et j’accepte, ne haïssant personne, l’isolement de la haine. Maintenant, j’ai quatre-vingt-six ans ; je vais mourir. Qu’est-ce que vous venez me demander ?

— Votre bénédiction, dit l’évêque.


(...questo passaggio mi è rimasto impresso a prima lettura, e ancora non avevo fatto esperienza politica, più di quello dei candelabri...)







giovedì 4 maggio 2023

...d'altra parte,

 se Claudio sconsolatamente è costretto a commentare così la risposta della community ai suoi tentativi di condividere ed educare:


significa che le cose stanno un pochino come avevo scritto qui:


Direi che il discrimine fra sciroccati e no è in un semplice esercizio mentale: rendersi conto che per quanto possiamo essere convinti delle proprie ragioni, ognuno di noi è la maggioranza solo di se stesso. La nostra, in altri termini, è una battaglia di minoranza, che non significa di retroguardia (anzi!), ma significa che dobbiamo essere consapevoli che la stiamo affrontando in condizioni di inferiorità numerica.

Tutto qui...

Ribadisco quello che vi dicevo in diretta su Facebook ieri: siccome le cose stanno andando così:


cioè non malissimo, con una congiuntura simile far capire che cosa c'è che strutturalmente non va è molto più difficile di prima. Un attacco a colpi di spread (inevitabile conseguenza dell'eventuale ratifica del MES), paradossalmente, ci aiuterebbe: ma forse di un aiuto simile possiamo anche fare a meno, no?

State bene!

sabato 7 gennaio 2023

Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)

Eggnente, purtroppo la forma del blog, che ha i suoi vantaggi in termini di dialogo e coinvolgimento (il che ci ha consentito di diventare una community più unica che rara, anche se, come sapete, noi non esistiamo...), ha anche uno svantaggio sotto il profilo didattico che mi era ben chiaro fin dall'inizio: i contenuti si perdono nel flusso magmatico della narrazione, e recuperare i più rilevanti per assimilarli è un'impresa oggettivamente impossibile, soprattutto considerando che pressoché nessuno clicca sui link con cui rinvio ai post "chiave" (eppure, quali siano questi post lo sapete).

Questo limite della "forma blog" purtroppo è aggravato dal mio peggior difetto: la perspicuità.

Tradotto: purtroppo se spesso non capite nulla (volevo dire un'altra cosa, ovviamente) la colpa è mia, è del fatto che scrivo in un italiano comprensibile. Questo vi dà la sensazione di aver capito tutto, sensazione tanto confortante quanto spesso illusoria. Fa un po' parte del mestiere del docente dare al discente la sensazione di aver capito: uno studente perennemente frustrato nel proprio desiderio di sapere, e soprattutto di far vedere che sa, abbandonerebbe gli studi! Ma è un talento, questo, che va dosato con accortezza, altrimenti poi si creano dei mostri come quello che mi accingo a liquidare. Invochiamo San Giorgio:

e procediamo...

Vi presento un nuovo amico


(qui).

Speravo di averla chiusa qui, e invece oggi mi trovo in coda questa roba indefinibile:

Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Io lo so: peccato che i dati farlocchi in Italia (e in tutta Europa in verita') parlano di crescita del 3-4% per il 2022, omettendo di dire che crescita e'...e non e' reale, non siamo mica cresciuti del 4% in termini reali nel 2022. Per esempio qui: https://finance.yahoo.com/quote/EURUSD=X?p=EURUSD=X&.tsrc=fin-srch dice che il GDP nominale Italiano e' calato del 5% in dollari rispetto al 2021 (-5% YoY). In Euro saremo cresciuti appunto del 4% che e' il dato che circola mainstream...ma e' per appunto crescita nominale, in termini reali siamo sotto zero e di parecchio pure!

Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 6 gen 2023, 20:18

Il sito citato rinvia al tasso di cambio euro/dollaro, che nell'ultimo anno ha fatto questa roba qui:


ultimo pezzo della traiettoria in discesa le cui motivazioni (svalutazione competitiva da parte del Nord per aggredire mercati esterni all'Eurozona e per mantenere dentro l'Eurozona gli Stati membri più deboli) sono state ampiamente discusse nel post precedente. Il grafico parte a 1.13 e arriva a 1.05 (ma come sapete penso che calerà ancora un po'...), il che corrisponde a una diminuzione del 7%, parente del 5% del nostro amico (come sapete, i tassi di cambio sono una variabile molto volatile e la svalutazione/rivalutazione rispetto all'anno precedente cambia ogni giorno, anche in modo sensibile). Nella pagina cui si fa riferimento non c'è traccia di Pil, né misurato in euro, né misurato in dollari. Il "ragionamento" del nostro amico sembra quindi essere esattamente quello di cui ci occupammo sei anni addietro:


e che già sei anni addietro confutammo. Era la famosa storia del calo del Pil del 30% in caso di uscita, autorevolmente ripresa da esperti del PD, dove si ometteva appunto di dire che questa valutazione era riferita al Pil misurato in dollari. Lo scenario quindi era estremamente fosco perché basato su un'unità di misura priva di senso: nessuno di noi va a fare la spesa a Manhattan ogni mattina! In altri termini, siccome il cambio euro/dollaro non impatta direttamente sulla quantità di beni che possiamo acquistare in Italia coi nostri redditi in euro, cioè non impatta sul nostro reddito reale, sul Pil reale, l'unico metro sensato del Pil reale, quando lo utilizziamo per valutare il livello di benessere o malessere dei cittadini italiani, resta la valuta utilizzata dai cittadini italiani per acquistare beni in Italia, cioè l'euro.

Insomma, quello che fa un po' sorridere è che nel suo tentativo un po' paranoico di emanciparsi dalla narrazione mainstream il nostro nuovo amico, che forse non c'era sei anni fa, o ha la memoria labile, ci riproponga esattamente gli stessi paralogismi della narrazione mainstream!

Sì, d'accordo, gli estremi si toccano, ma, come aggiungo io, poi perdono la vista...

Vengo comunque al merito della questione, per fissare nelle nostre testi gli ordini di grandezza.

La crescita al 4% per il 2022 è un dato non ancora consolidato (come sapete, occorre un po' perché le rilevazioni statistiche del Pil possano essere elaborate), ed è ovviamente in termini reali, cioè misurata sul Pil valutato ai prezzi (concatenati) del 2015. Le stime di novembre scorso danno un "acquisito" annuale al 3,9% (qui), il che significa che se il Pil dell'autunno 2022 sarà uguale a quello dell'estate 2022 il Pil dell'anno 2022 sarà superiore del 3,9% a quello dell'anno 2021 (ma potrebbe anche andare meglio). Questo secondo l'ISTAT. Ricordo che il Fmi a ottobre dava il 3,1% per il 2022 e -0.2% per il 2023, mentre l'OCSE per il 2023 ora dà +0.2% e la Bce dà +0.3% (la situazione è in rapida evoluzione...). La stima preliminare del Pil di autunno 2022 (e quindi dell'intero anno 2022) l'avremo martedì 31 gennaio, la stima consolidata venerdì 3 marzo (qui il calendario) e solo allora potremo sapere che cosa sarà successo.

Quanto al Pil nominale, il quadro attualmente disponibile, che ovviamente (e due) è provvisorio, è questo:


La NADEF a settembre dava una crescita reale al 3,7%, con un deflatore al 3,0%, che sommati davano (con arrotondamenti) un nominale di 6,8%. Il nominale del Fmi a ottobre era più basso, al 6,4%, per sfiducia nella crescita reale (che era stimata al 3,2%). A novembre per quanto riguarda la crescita reale l'OCSE confermava il quadro della NADEF e l'ISTAT proponeva un acquisito superiore, al 3,9% (come dicevamo sopra).  Per quanto attiene alla crescita nominale, l'OCSE dava un deflatore in maggiore crescita (3,3%), il che portava la crescita nominale al 7,0%.

Il punto sul quale vorrei farvi riflettere, tornando un attimo al post precedente, è che sempre l'OCSE dà per il 2022 in Germania una crescita reale di 1,8% (la metà della nostra) e una crescita del deflatore del Pil di 5,8% (inflazione quasi doppia della nostra). Capito cosa significa segare il ramo?

Il tramonto dell'euro

Faccio un breve inciso, cui vengo portato naturalmente dai bei ricordi dei giorni in cui Squinzi o la stimata collega De Micheli confondevano la variazione del Pil nominale espresso in dollari con quella del Pil reale espresso in euro (si va un po' oltre il confondere le mele con le pere, ma mamma ci ha fatto indulgenti, per cui ci fermiamo qui...).

Dal 9 maggio 2013, giorno in cui l'allora presidente di Confindustria Squinzi paventava svalutazioni del 30%, a oggi, l'euro ha perso il 20,1% (scendendo da 1,3142 a 1,0500). Se questo calcolo lo avessimo fatto il 28 settembre scorso ci avrebbe restituito una svalutazione del 27,2% (da 1,3142 a 0,9565): molto vicino al 30% paventato dall'allora Presidente Squinzi. C'è stato da settembre un certo recupero, ma la politica monetaria americana, volta a preservare, con innalzamenti del tasso di interesse, la supremazia del dollaro, lascia pensare che o soffochiamo la nostra economia con uguali innalzamenti dei tassi, o il cambio dovrà tornare a cedere (vedremo quello che succederà).

Agli scemotti che ogni tanto si affacciano su Twitter commentando "e anche oggi l'euro tramonterà domani" vorrei far notare che in effetti anche oggi l'euro è tramontato ieri. La protratta perdita di terreno che vedete qui (con i dati giornalieri dell'Eurostat):


avvalora la nostra tesi che dieci anni fa il tasso di cambio della moneta unica fosse insostenibile. Non vorrei sembrare presuntuoso, perché il merito non è mio (è dei fatti), ma tutto quello di cui qui abbiamo parlato per tanti anni si è progressivamente realizzato.

Ricordate quando chiedevamo politiche espansive ma ci veniva detto che non si potevano fare? Fatte (la favoletta del debito buono)!

Ricordate quando si diceva che la BCE non poteva intervenire a sostegno dei debiti pubblici? Fatto ("noi non siamo qui per chiudere gli spread", correzione effettuata a tempo di record a marzo 2020)!

Ricordate quando criticavamo le politiche di deflazione salariale? Ora le criticano i banchieri centrali (vedete il post precedente).

Eppure io ve lo avevo detto che le posizioni del mainstream erano in rapida evoluzione!

E allora ai tanti che "siccerano loro" a quest'ora saremmo non si sa bene dove suggerisco di stare manzi. Una Germania che ha la metà della crescita e il doppio dell'inflazione di noi (misurata col deflatore del Pil: coi prezzi al consumo le cifre sono altre) ci aiuterà senz'altro a fare un altro pezzettino sulla strada delle cose che in teoria non si sarebbero potute fare fino al momento in cui si dovrà farle, anche perché il cambio che è sostenibile per noi non è sostenibile per lei, come qui abbiamo sempre detto e ripetuto.

Va da sé che non avrebbe nessun senso razionale creare inutili polemiche attorno a un problema che non solo non possiamo risolvere con le nostre forze, ma affligge altri più di noi. Lasciamo che chi ha voluto un certo mondo se lo goda, e manteniamo la calma! La crescita del nostro Paese al 4% in termini reali non è un complotto dei poteri forti, caro Ihavenodream: è un successo del nostro tessuto produttivo, delle tanto vilipese Pmi, che, per quanto strozzate da politiche fiscali e creditizie assurde, restano il modo di organizzazione della produzione più confacente alle "sfide della globalizzazione", sfide che dal Triassico in poi richiedono agilità, non gigantismo, come gli zoologi ben sanno:


anche se per prendere atto di questa profonda verità spesso si rende necessario uno shock esterno.

Lasciamo che i giganti del Nord gestiscano lo svantaggio delle loro maggiori esigenze alimentari di gas e della loro incapacità di adattamento a un ambiente mutevole, e teniamo salda la barra di questa community che non esiste (e gode pertanto del principale vantaggio del non esistere, che è quello di poter dire quello che le pare)!

E per oggi è tutto.

(...credo che capiate che non mi è sempre possibile dedicarvi tanto tempo, ma non per questo voglio trascurarvi. Trovare un nuovo equilibrio sarà fra i compiti per il 2023, che per me inizia il 9 gennaio. Intanto, godiamoci il weekend...)

(...e l'asteroide? L'asteroide è la crisi finanziaria, naturalmente. Tutti dicono che non ci sarà, che ora c'è la complasensi, che non conviene a nessuno - e questo è vero!, ma io non sono poi così convinto che le cose accadano solo se "convengono" a qualcuno. Shit happens, dicono i nostri alleati, e hanno ragione. L'importante è che la responsabilità non venga addossata a chi le sue banche le ha pulite e i suoi debiti li ha sempre onorati, cioè noi...)

martedì 20 febbraio 2018

Sorpresa! Uscire si può, anzi, si deve...

C'è un riposizzz mica da ridere! Vi ricordate questo? Bene. Ora guardate (e laicate, voce del verbo laicare, che non significa essere laici, ma mettere un "laic") questo, e poi comprate questo.


Quid vobis videtur? Si fuerint alicui centum oves, et erraverit una ex eis, nonne relinquet nonaginta novem in montibus et vadit quaerere eam, quae erravit? Et si contigerit ut inveniat eam, amen dico vobis quia gaudebit super eam magis quam super nonaginta novem, quae non erraverunt.


E se lo dice Matteo...


(...la parte sul Target2 ve la consiglio. Godrete...)

giovedì 5 ottobre 2017

Due interviste

Prima intervista

Il  22 settembre si è svolto il primo direttivo di asimmetrie nella nuova sede operativa, che è ancora un cantiere. Quattro ore per decidere tante cose, dall'organigramma dell'associazione al programma del #goofy6. Marcello aveva detto che a un certo punto sarebbero venuto a intervistarlo, e così è stato: già che c'erano, hanno intervistato anche me, e questo è il risultato. Non fate caso al gatto morto che devo tenere in mano: la stanza è spoglia, il soffitto alto, l'acustica molto risonante: la pelliccia del gatto morto serve ad ovviare a questa risonanza.

I contenuti li lascio valutare a voi...


Seconda intervista

Il 19 marzo sono andato al Casale Alba due per un incontro dal titolo eloquente, che forse ricorderete:


Fra il pubblico c'era un simpatico giovine friulano, che poi mi contattò per un'intervista da pubblicare su questo interessante blog. Qualcuno di voi ha saputo, e qualcun altro intuito, che anno io abbia passato. Fatto sta che sono riuscito a rispondere alle sue domande (corrette e moderatamente stimolanti) solo qualche giorno fa. Non ho avuto alcuna risposta. A questo punto, visto che ho perso tempo a rispondere, l'intervista la pubblico qui (dove avrà molte più opportunità di essere letta). Fatemi sapere se vi interessa, e magari anche perché il mio parere oggi non viene più ritenuto interessante dal blog dei montanari (a proposito: fra pochi minuti sono su Radio Onda Rossa: Bagnaiextraparlamentaredisinistraaaaaaaa...).





> 1° Prof. Bagnai, l'Italia entrando nell'UEM ha adottato un cambio sopravvalutato - una delle cause principali della perdita di produttività delle aziende medio-piccolo - che, in assenza dello strumento della svalutazione esterna, impone sostanzialmente due vie per incrementare la competitività delle imprese: la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro. Si potrebbe dire, senza tema di smentita, che l'euro sia uno strumento di lotta di classe che ha completato il disegno di smantellamento dei diritti sociali, avviato con le politiche neoliberiste messe in atto dai primi anni 80. La sua battaglia di messa in luce della verità, vista la posta in gioco, dovrebbe essere portata avanti con decisione dalle forze che si definiscono anti-liberiste, da quelle che storicamente difendono  le fasce più deboli della popolazione.  Perché, allora, una larga fetta della sinistra radicale continua a vedere il tema dell'euro come un tabù?

Sono assolutamente d'accordo sulla definizione di euro, e più in generale di cambio fisso, come strumento di lotta di classe. È esattamente così che nell'agosto del 2011 posi il problema sul Manifesto (quotidiano che si definisce comunista). Per essere precisi: il cambio rigido, pressoché ovunque e in ogni tempo, è una istituzione il cui scopo è sovvertire il conflitto distributivo a danno del lavoro dipendente. A quell'epoca ancora non conoscevo, o non erano ancora stati scritti, i lavori che sostengono questa mia intuizione. Il ragionamento ha due semplici tappe: primo, come ha mostrato nel 2001 Ishac Diwan, economista della Banca Mondiale, nell'epoca del capitalismo finanziario il conflitto distributivo si combatte nei periodi di crisi finanziaria. Per noi non è una novità: pensate ad esempio al definitivo smantellamento della scala mobile e alla riforma dei meccanismi di contrattazione attorno alla crisi del 1992, e pensate all'ignominioso "FATE PRESTO!" che durante la crisi del 2011 annunciò le varie riforme di Monti, Fornero, Giovannini, ecc. Secondo: come hanno mostrato nel 2013 Atish Ghosh, Mahvash Qureshi, e Charalambos  Tsangarides, tre economisti del Fondo Monetario Internazionale, non si conoscono crisi finanziarie che non siano state precedute da periodi più o meno lunghi di rigidità del cambio. La rigidità del cambio fornisce una garanzia ai prestatori esteri: la garanzia che il loro credito non si svaluterà. Inutile dire che questo abbassa le cautele di chi presta: chi prende a prestito ne approfitta, salvo poi trovarsi in una situazione insostenibile, sia sul piano finanziario (troppi debiti) che su quello reale (il credito estero fomenta l'inflazione interna e quindi rende il paese meno competitivo). La crisi di finanza privata viene raccontata come una crisi di debito pubblico (questo perché soldi pubblici vengono spesi per salvare, direttamente o indirettamente, le banche private), e la crisi di competitività viene presa a pretesto per smantellare i presidi dei diritti dei lavoratori (dai meccanismi di contrattazione salariale, allo stato sociale). L'adozione di un cambio fisso, nell'esperienza storica del dopoguerra, è sempre ed ovunque un'aggressione ai diritti dei lavoratori.

> 2° Joseph Stiglitz, in un intervista uscita lo scorso anno sul Financial Times, ha dichiarato: "È importante che ci sia una transizione morbida fuori dall'euro, con un divorzio amichevole, verso un sistema euro-flessibile, con un Euro forte del Nord e uno più debole del Sud. Certo non sarebbe semplice. Il problema più rilevante riguarderebbe l'eredità del debito. Il modo più semplice sarebbe ridenominare tutti i debiti europei in debiti dell'euro del Sud". Crede che sia una proposta sensata o l'unica soluzione sia quella di ritornare alle monete nazionali?

Credo che a sinistra, se ci si vuole guardare in faccia senza vergogna, si dovrebbe ripartire da alcune basi metodologiche. Stiglitz quali interessi rappresenta? A tutti gli effetti, quelli di una certa finanza "atlantica" che ha fortissimamente voluto l'integrazione europea, in chiave antisovietica, come fondamentale base logistica per combattere la guerra fredda. I tempi sono cambiati, ma le radici del progetto sono quelle, e questo non andrebbe mai dimenticato, altrimenti si dimentica anche perché il crollo del nemico esterno, nel 1989, impartì al progetto integrazionista una spinta in avanti (la moneta unica). Sarebbe bello anche essere un po’ raffinati metodologicamente, e capire, ad esempio, che i cosiddetti economisti neokeynesiani sono più neoclassici che keynesiani (insomma, che Stiglitz è, metodologicamente, più parente di Milton Friedman che di Keynes, con tutto quel che ne consegue in termini ideologici: qui potrebbe soccorrere la lettura dell’ultimo libro di Paul Davidson). Con questa premessa, e anche scontando l'ovvia distorsione culturale che impedisce a studiosi statunitensi di afferrare la complessità dell'esperienza storica e politica europea (qui non ci sono né indiani né bisonti da sterminare, non partiamo né potremo mai partire da una tabula rasa...), la proposta di Stiglitz potrebbe avere un senso solo in chiave politica, come elemento per rendere accettabile il primo passo di un cammino che riporti la sovranità piena nelle mani in cui è stata posta dalle costituzioni antifasciste, almeno qui in Italia: il popolo (qui in Italia, quello italiano). L'unica proposta sensata è questa: il resto è cosmopolitismo borghese, espressione di quel complesso di Orfeo che, come Michéa ci ricorda, è alla radice dell'impossibilità della sinistra di dire qualcosa di effettivamente rivoluzionario e di contrastare in modo efficace il predominio del capitalismo globalista. Mi fa un po' pena chi parla di tornare "indietro" alle valute nazionali, dando a "indietro" una connotazione negativa. Sono ingenuità, riflessi pavloviani, dei quali a sinistra ci dovremmo veramente liberare, perché presuppongono una visione rettilinea del progresso umano che è del tutto aberrante, figlia di uno scientismo positivista ottocentesco che è più parente di Jules Verne che di Karl Marx. Negli anni '30 siamo andati "avanti" verso i lager, poi, dagli anni '40, siamo tornati dolorosamente "indietro" verso un mondo senza lager. Agli imbecilli che "non si può tornare indietro" credo che questa lieve incongruenza metodologica andrebbe fatta notare: identificare il calendario, lo scorrere del tempo fisico, con una manifestazione o addirittura uno strumento di progresso porta dritti alla barbarie.

> 3° A seguito della rottura della zona-euro, gli scenari che ci vengono prospettati sono sostanzialmente i seguenti: A) Prevale la ragionevolezza in cui i diversi interessi in campo vengono mediati da trattative di natura politica; B ) A prevalere è invece una politica di chiusura nazionalistica, portatrice di guerre commerciali e, nella peggiore delle ipotesi, anche di altro tipo.... Crede che la seconda opzione rappresenti un rischio concreto?  Pensa inoltre che, a seguito del recupero delle leve della politica economica, l'AES (Alternative Economic Strategy) proposta a metà degli anni '70 dalla sinistra labour, consistente  nel controllo dei movimenti speculativi di capitale e in una razionale gestione delle importazioni, potrebbe essere, assieme alla ripristino dello strumento della svalutazione esterna, la soluzione corretta per non incorrere in persistenti deficit della bilancia dei pagamenti?

Non va nascosto il pericolo che l'incoscienza delle nostre classi politiche ci fa correre. Non va nemmeno nascosto che se le classi politiche "conservatrici" sono parte del problema, quelle "progressiste" (à la Jules Verne) non sono certo la soluzione, per il semplice motivo che il loro determinismo positivista le porta ad affermare come inevitabili traiettorie che invece sono frutto dell'agire di interessi economici ben individuabili, sono del tutto umane e del tutto reversibili. Vorrei però che la piantassimo di dare messaggi fuorvianti, almeno noi. Questa storia dell’Europa che porta la pace, e uscendo dalla quale troveremmo la guerra, ormai non fa più ridere, e lo dico con molta amarezza. La "pace" portata dall'Europa si chiama Yugoslavia, Ucraina, Libia, col corredo di politici di sinistra che si fanno fotografare a braccetto di criminali neonazisti (neonazisti sul serio, non come i vertici di AfD). Punto. Le tensioni create da regole economiche assurde, dettate dal forte nel suo esclusivo interesse, hanno ridotto la Grecia in condizioni post-belliche e hanno dato alimento a partiti di destra ultraconservatrice, spazzando via gli utili idioti sedicenti di sinistra dal panorama politico europeo, con la felice (si fa per dire) eccezione del nostro paese, che non credo resterà tale (cioè un'eccezione) a lungo. Dire che la rottura della zona euro di per sé, necessariamente, condurrà a guerre commerciali significa fare un'operazione intellettualmente disonesta, della quale non si avverte il bisogno. La verità è che continuando a sproloquiare in questo modo si seminano nell'opinione pubblica i germi di una irrazionalità, di un pensiero magico, di una regressione infantile (i mercati ci faranno tottò perché siamo stati cattivi), della quale non ci sarebbe mai bisogno, e tanto meno ce ne sarà al momento della rottura. Vorrei solo che chi si esprime in questo modo ci portasse un precedente storico. Storicamente, la guerra viene prima, non dopo, lo smantellamento delle grandi unioni monetarie (quella austro-ungarica, quella sovietica), per il semplice fatto che le tensioni create dall'imperialismo monetario concorrono, generalmente, alla sconfitta dei grandi imperi (non ne sono la sola causa, ma una concausa rilevante sì), e che dopo la sconfitta della potenza imperiale di turno gli oppressi si riappropriano di spazi di autonomia. La guerra viene prima, ripeto, non dopo. Quindi? Certo: dobbiamo dircelo: il nostro principale fattore di rischio consiste proprio nel fatto di non avere una sinistra. Le cosiddette "ricette dell'AES" oggi vengono suggerite (se pure implicitamente) perfino da Fmi. Ma dove sono gli statisti "di sinistra" sufficientemente maturi dal punto di vista culturale e antropologico per rivendicare un proprio ruolo nella loro applicazione? Io, in Italia, non ne vedo, e per quel che mi riguarda considero falliti tutti i miei sforzi di far sorgere un barlume di consapevolezza. Dobbiamo anche dirci, con molta franchezza, che tutto è come sembra, e che il fattore umano, nei processi storici, una differenza la fa. Non aggiungo altro per carità di patria.

> 4° In un momento storico in cui il commercio internazionale sembra in fase di ripiegamento, o comunque in una fase non particolarmente brillante, quanto potrebbe guadagnare l'Italia da una ritrovata flessibilità del cambio valutario? Esistono già delle stime riguardanti l'elasticità delle esportazioni a un ipotetico nuovo cambio valutario?Come considerare poi il fatto che, in un mondo dominato dai flussi finanziari, guidati a loro volta dalle aspettative circa le scelte di portafoglio, il tasso di cambio non influenza pienamente l'andamento della bilancia commerciale?

Non vorrei che facessimo una grande insalata mista di luoghi comune e notizie fasulle (Luciano Barra Caracciolo li chiamerebbe "fattoidi espertologici") diffuse dai soliti noti: forse, almeno noi, potremmo risparmiarci questo calvario. A sinistra siamo rimasti in pochi, siamo una minoranza: cerchiamo di essere almeno buoni, se pure questo comporti essere un po' di meno. Stranamente, l'idea che le svalutazioni sarebbero inefficaci proviene oggi da una delle istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale. Questo non stupisce più di tanto: il conflitto di interessi è evidente. Una istituzione a trazione Usa difende un progetto a trazione Usa con il solito argomento che l'alternativa sarebbe peggiore o non soddisfacente (e quindi, anche se c’è, ci conviene fare finta che non ci sia). Ma queste sono scemenze, per almeno tre motivi. Il primo è che è veramente stupido, anzi, veramente americano (nel bene e nel male) far collassare la valutazione dei benefici di un'unione monetaria sull'unico punto dei benefici di una svalutazione. I danni di un'unione monetaria derivano in termini generali dal perdere sovranità monetaria, cioè, in pratica, dal mettere il rifinanziamento del proprio sistema bancario in mano a potenze estere spesso ostili, che possono approfittarne per condizionare i processi politici nazionali (come la vicenda della chiusura delle banche greche al tempo del referendum dovrebbe aver dimostrato). Il secondo è motivo che esiste una letteratura ampia, cui accennavo sopra, che evidenzia appunto come la rigidità del cambio accresca la fragilità finanziaria e la cattiva allocazione dei capitali (per chi crede che il sistema dei prezzi serva ad allocare le risorse): ormai è dato per assodato che la flessibilità del cambio è un ammortizzatore essenziale per evitare crisi finanziarie, e in effetti noi che ne siamo privi non riusciamo a venir fuori dalla crisi (e stiamo perdendo il sistema bancario). Il terzo è che l'evidenza econometrica non è univoca, o se mai lo è in senso contrario. Perfino gli studi che, con metodologie molto fantasiose, dimostrano come le elasticità dei flussi commerciali ai prezzi sarebbero diminuite (il condizionale è d'obbligo data la creatività degli studi), non riescono a dimostrare che lo siano abbastanza da rendere inefficace l'aggiustamento di cambio. Quindi, anche in quello che in fondo è l'ultimo dei problemi (il riallineamento del cambio reale, senz'altro meno rilevante del disporre di piena autonomia politica e del non mettere in pericolo il proprio sistema finanziario) i dati indicano che il recupero dello strumento del cambio sarebbe di aiuto. Forse, ogni tanto, quando si legge uno studio, sarebbe opportuno, in economia, come già si fa in medicina, andare a leggere chi lo abbia finanziato e quali possano essere le sue motivazioni. Questa prassi, quella di interrogarmi su quali interessi rappresenti il mio interlocutore, per me, è di sinistra.

> 5° In un' intervista recentemente rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, l'economista tedesco Hans Werner Sinn ha dichiarato che la Brexit sarà una catastrofe per la Germania. Lo sarà principalmente a causa delle regole sulla tutela della minoranza che determinano le decisioni prese dal consiglio dei ministri europeo. Con la nuova configurazione, infatti, la  D-Mark block (Austria-Germania-Finlandia-Olanda) senza la Gran Bretagna non arriverà a rappresentare il 36% della popolazione dell'Ue, percentuale minima per bloccare le decisioni. Al contrario, i Paesi del sud, più propensi, vista la loro fragilità industriale, a limitare il libero scambio, arriveranno al 42% . Macron, probabile vincitore delle presidenziali francesi, già parla di nuovo protezionismo europeo come risposta alla politica dell'amministrazione americana. Crede che tale cambiamento possa davvero spostare gli equilibri a favore dei paesi più deboli, al netto del problema legato all'istituzione monetaria?

A questa domanda, nel frattempo, ha già risposto la storia, ma la risposta che la storia ha dato l'ho anticipata nei miei libri e nel mio blog, ed è ovviamente no. Ripeto: a me sembra veramente strano che a sinistra, cioè nella sede del materialismo storico, ci si trovi impantanati in un racconto favolistico dell'esistente. La realtà, credo valga la pena di ribadirla, è un po' diversa. Mi spiace per chi si è raccontato per anni che una parte del paese (ovviamente quella migliore) aveva vinto una guerra che il paese aveva perso: il dato è che l'Italia è un paese sconfitto e militarmente occupato (sentivo oggi alla radio che ospitiamo cinquanta testate nucleari: non so se il dato sia corretto, ma credo di sapere che non sono nostre!). Il nostro spazio politico è determinato da questo dato. Una conseguenza di esso è che non esiste una ragionevole possibilità di creare alleanze fra "poveri" che consentano di muovere minacce ai "ricchi". Il neoprotezionismo di Macron, in effetti, è volto a tutelare la Francia dalle scalate di paesi periferici come l'Italia (abbiamo passato l'estate a parlarne). Come si può pensare che questo possa favorire l'Italia? La verità è che l'Europa serve a impedirci di difenderci, non solo sul piano economico, ma su tutti i piani. Basti guardare la differenza fra il caso Ustica (in cui la Francia fu costretta a fare almeno finta di non entrarci nulla) e il recente attacco alla Libia (portato avanti con spregiudicatezza in modo apertamente ostile al governo italiano). Non credo occorra aggiungere altro.

> 6° Cosa ne pensa della proposta, avanzata dal Prof. Brancaccio, di introdurre uno "standard sociale" sugli scambi internazionali?

Che è senz'altro interessante ma mi piacerebbe studiare meglio da quali meccanismi di "enforcement" questa proposta è assistita. Mi documenterò e le farò sapere. Temo però che anche in questo, come nei casi di infinite altre proposte "miglioriste", mi troverò a urtare contro un limite, che è quello del wishful thinking. Sarebbe bello se la Germania (o gli Usa, o la Cina) facessero quello che ci fa comodo (rispettivamente: pagassero di più i lavoratori, inducessero i paesi in surplus a mitigare le loro pretese, sostenessero la domanda mondiale). Purtroppo se non lo fanno un motivo hegelianamente ci sarà! La verità è che temo non abbia molto senso continuare a comprare tempo speculando su come il sistema potrebbe essere. Dobbiamo riflettere sul sistema così com'è. In questo senso, trovo efficace la formula proposta da Alfredo D'Attorre (prima di rischierarsi con " quelli dell'euro"): dovremmo rifiutare l'europeismo del dover essere, e abbracciare l'europeismo dell'essere. Cosa è l'integrazione europea? Chi l'ha voluta? A chi fa comodo? Di quale progetto è espressione? Questi interessi sono il vincolo all'interno del quale dobbiamo massimizzare il nostro interesse collettivo, nel tentativo di sopravvivere fino a quando sia possibile scardinarli, o approfittare della loro intrinseca contraddittorietà (vedi la recente vicenda elettorale tedesca). In altre parole, a me più che "cosa succederebbe se la Germania pagasse di più i suoi lavoratori" (per fare un esempio), interessa "cosa succederà visto che la Germania non ha alcuna intenzione di farlo". Ponendomi in questa prospettiva metodologica sono riuscito ad anticipare, nel 2011, l'avanzata delle destre alla quale stiamo assistendo. Un politico di sinistra che avesse avuto la lungimiranza o la follia di mettere in guardia contro questo pericolo, e di rintracciarne le radici nelle regole europee, adesso avrebbe un immenso patrimonio di credibilità da investire (certo, col forte vincolo dato dal fatto che il sistema dei media non avrebbe dato spazio alle sue posizioni). Viceversa, la sinistra si è impantanata nelle paludi del "questismo" (come lo definisce Il Pedante, un blogger che mi permetto di segnalare ai lettori): "non vogliamo questa Europa, ne vogliamo un'altra, perché la politica è sogno!". Ma il sogno non è sinistra: sinistra è riflettere sui processi oggettivi che rendono questa Europa, quella che vediamo, l'unica Europa possibile.

> 7° Per concludere vorrei tornare un attimo al problema della ridenominazione del debito in caso di uscita dall'unione monetaria: molti, come ad es. il prof. Salvatore Biasco (Lo stupefacente rapporto di Mediobanca sul debito pubblico e sull'euro, 09/03/2017), pongono l'accento sulle conseguenze per lo stato patrimoniale degli agenti economici, con un effetto catastrofico per la stabilità finanziaria. Oltre al monte di obbligazioni del debito pubblico non ridenominabili nella nuova lira (destinate ad aumentare a causa delle note Clausole di Azione Collettiva), vi sono 672 ml di debito privato estero. Il settore finanziario sarebbe investito da una impressionante mole di perdite; le banche andrebbero ricapitalizzate; il mercato del credito diverrebbe vischioso e ciò comporterebbe il fallimento di molte imprese; aumenterebbero le sofferenze bancarie, già oggi al 14%; alle perdite patrimoniali si sommerebbero quelle dovute al crollo delle azioni in borsa; l'intero attivo del comparto finanziario si deteriorerebbe drammaticamente; aumenterebbero, e di molto, i tassi d'interesse; anche i piccoli risparmiatori sarebbero colpiti dalle perdite; consumi e investimenti crollerebbero, portando alla disoccupazione di massa. Neanche la Banca centrale, tornata indipendente (e pur proibendo i movimenti di capitale) riuscirebbe a sostenere i prezzi delle obbligazioni e calmierare i tassi comprando titoli. I mercati perderebbero fiducia nei confronti dei titoli italiani, privati e pubblici. Le vendite sarebbero travolgenti e la Banca centrale dovrebbe assorbire un ammontare di titoli pari allo stock del terzo mercato obbligazionario del mondo. Vi è poi da considerare tutta la partita relativa al saldo del Target 2. Lo Stato, a causa della caduta verticale delle entrate e dell'aumento di spese per interessi, sarebbe ancora più condizionato nella gestione della politica economica di quanto lo era prima dell'uscita dall'euro. Questo scenario è realistico?

Il professor Biasco è molto preoccupato per le perdite in conto capitale che i BTP potrebbero subire se ci fosse un'impennata dei tassi di interesse (ho avuto modo di confrontarmi con lui su questo punto). Gli siamo vicini in questo suo comprensibile timore. Gli siamo un po' meno vicini nel suo benign neglect verso disoccupazione giovanile, deindustrializzazione, compressione dei diritti democratici, tutti mali che il regime attuale porta con sé. D’altra parte, dopo il bail in forse dovremmo chiederci se sia meglio, per i detentori di ricchezza finanziaria, subire una perdita in conto capitale per via di una eventuale impennata dei tassi di interesse, o un esproprio per via delle regole europee (cioè, sostanzialmente, per difendere l'euro). Vorrei esortare tutti a una maggiore deontologia professionale, che deve in primo luogo tradursi nel non formulare analisi fantasiose e prive di base fattuale. Chi tratteggia quadri a tinte fosche ha l'onere della prova, perché la letteratura scientifica, come ricordo in uno dei miei ultimi lavori, non dà atto di simili tregende. Al contrario: in generale, l'esperienza storica mostra che il crollo di unioni monetarie è scorrelato da brusche lacerazioni dei fondamentali macroeconomici (il che non deve stupire, visto che la logica delle unioni monetarie è meramente politica - redistribuzione del reddito - e quindi anche la loro fine risponde in primo luogo a istanze di carattere politico); l'esperienza italiana, poi, mostra che la configurazione dei fondamentali del nostro paese è particolarmente solida (siamo ancora in piedi nonostante anni di regimi proni a interessi esteri), e che il rischio finanziario del nostro paese, in caso di uscita, è minimo. Certo, il passato non è sempre una solida guida per il futuro, e di questo qualsiasi ricercatore è consapevole. Ma ignorare il passato credo lo sia molto meno, e in ogni caso dietro alla mia valutazione ci sono articoli pubblicati su riviste scientifiche di classe A (incluso il mio ultimo lavoro con Mongeau Ospina e Granville circa l'impatto macroeconomico di una dissoluzione dell'euro sull'economia italiana). Dietro alle valutazioni altrui, duole dirlo, ma spesso non si riesce a trovare nulla che non sia wishful thinking e "spannometria". Questo modo di fare è deleterio per la reputazione della scienza economica (che infatti esce sbriciolata da questa vicenda, ma ingiustamente: nelle riviste scientifiche quanto sta accadendo era stato ampiamente previsto, ed è veramente un peccato che questo patrimonio di conoscenze accumulato dai migliori studiosi internazionali venga dissipato dall'agire poco scrupoloso di studiosi di rilievo locale, quelli che parlano di “inflazione a due cifre negli anni ‘90”, di “svalutazione del 30% se si abbandona l’euro”, di guerre commerciali, e via rincarando); ma è soprattutto deleterio per la democrazia, e anzi, direi, per la politica tout court, perché lo scopo evidente di questi scenari terroristici è quello di imporre una visione "metodologicamente thatcheriana" (e quindi intrinsecamente, fattualmente, attivamente thatcheriana) dei processi sociali, è quello cioè di inculcare nel corpo politico tutto (elettori ed eletti) l'idea delirante e fascista che "There Is No Alternative", che non ci sia alternativa alle pulsioni di morte del capitalismo finanziario. Chi agisce in questo modo si prende una responsabilità, in senso etico e politico, i cui contorni, ne sono certo, sfuggono a molti, ma che la storia temo renderà evidenti. Non sarà un bel momento, ma forse da lì potremo ripartire per ridare un senso alle parole "fare sinistra". Condizione necessaria per questa riappropriazione di senso è che la classe politica “progressista” che ha attivamente partecipato al progetto europeo si tiri indietro con le buone. Non lo farà mai, e quindi, lo dico con grande dolore e con grande rispetto, dovremo attendere che essa sia spazzata via dalla storia, nel nostro paese, come lo è stata altrove. Lo si sarebbe potuto forse evitare, ma la storia non si fa con i sé e con il wishful thinking: il dato che abbiamo davanti ora è questo, recriminare è inutile, dobbiamo gestire questa situazione per noi particolarmente complessa, e dobbiamo farlo tenendo presente che proprio perché la nostra parte politica e i suoi rappresentanti saranno spazzati via, è indispensabile che i nostri ideali di solidarietà e giustizia sociale vengano affermati e difesi con intransigenza e immediatezza. Chi pensa a sinistra che il compromesso, la mediazione, possano assicurargli un futuro sbaglia. La sinistra europeista ha fallito: non può né potrà mai più spendere quel capitale di reputazione e credibilità politica che ha totalmente dilapidato. Dobbiamo ora accumularne un altro, su basi completamente diverse, voltando le spalle a un’esperienza di disastrosa subalternità al capitalismo globalista, senza inseguire vantaggi tattici immediati, e preparandoci a una lunga battaglia. In questo senso, ma solo in questo senso, la Thatcher aveva ragione: a questa operazione di igiene etica e intellettuale “There Is No Alternative”!