L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Magari è un inizio, non credo sia la fine, ma certamente è una conferma di quello che con eleganza, rispetto, delicatezza, ma rigorosa oggettività, vi ho detto fin dall'inizio: un certo tipo di esperimento politico si presta a fenomeni di selezione avversa, proponendosi naturaliter come approdo di chi ritiene, a torto o a ragione, di non avere prospettive nel progetto politico cui appartiene (il caso de quo era sufficientemente eloquente di per sé). Ora, il problema è che per risolvere i problemi non basta conoscerli, o semplicemente descriverli copiando le analisi di chi li conosce: occorre anche disporre di quell'oggetto misterioso ed elusivo, che sfugge non tanto allo sguardo quanto alla stessa comprensione dell'elettore, che va sotto il nome di classe dirigente. Qui ho fatto il possibile per educarvi, consigliandovi letture utili, e dedicando tanto tempo a spiegarvi come funziona, ma qui siamo buoni, ma pochi. Questo problema culturale è e sarà di difficile soluzione, e quindi lo specchietto attirerà tante allodole. Va bene così. Se la fine sarà tragica, almeno il percorso sarà comico, e voi non potrete dire di essere né delusi né sorpresi, perché io fin dall'inizio vi ho detto come sarebbe andata a finire, e chi non sarebbe riuscito a scongiurare certi esiti.
Ogni tanto qualche avventore avvinazzato del bar social, pensando di mettermi in difficoltà, mi pone questa domanda. Non capisco perché dovrei trovarmi in difficoltà: la risposta è evidente e non dipende da me né evidenzia una particolare fallacia della "mia" analisi dei limiti della moneta unica (analisi che, come sapete, mia non è se non per pochi ma significativi dettagli che il clero pavido e conformista di sinistra sta riscoprendo adesso).
L'unione monetaria è e resta un errore, come la migliore scienza economica ha pronosticato illo tempore. Tuttavia, come la storia recente ci ha ben dimostrato, un conto è la consapevolezza di trovarsi coinvolti in un evento potenzialmente catastrofico, un conto è riuscire a gestirlo politicamente, se possibile in modo razionale. Il dato politico evidente è che per quanto il rifiuto della cosiddetta "Europa" fosse diffuso nella popolazione, l'unico partito euroscettico italiano non ha mai avuto non dico la maggioranza assoluta (che comunque non sarebbe bastata) ma nemmeno quella relativa (che comunque avrebbe aiutato a porre delle buone basi). Del resto, ricorderete bene che la stragrande maggioranza della popolazione a suo tempo anelava al noto farmaco: non ne discuto le motivazioni, registro il fatto, e vi esorto a riflettere sulle analogie.
Chiedere quindi all'unico partito euroscettico di traghettare il Paese verso un ordinamento internazionale meno autodistruttivo, o rimproverargli di non averlo fatto, o peggio ancora rimproverare a chi temprando lo scettro ai regnatori ha mostrato di che lagrime grondi e di che sangue l'euro, mi sembra non tanto ingiusto, quanto stupido. L'aspirazione alla libertà, presso gli italiani, è stata finora minoritaria, o è stata (legittimamente) interpretata in un modo diverso (nel senso di desiderare maggiore schiavitù), e così come non si può andare in paradiso a dispetto dei santi, non si può uscire dall'inferno a dispetto degli elettori. Certo, c'è sempre quello secondo cui "ma chi se ne frega della maggioranza, dovevate comunque uscire!", solo che questo tipo di affermazione ha una evidente falla, che non è quella di essere tecnicamente inattuabile (un piccolo partito non solo non condiziona votazioni ma non nomina né influenza il deep state), e non è nemmeno quella di essere fascista (possiamo immaginare che un regime antidemocratico finirà in modo antidemocratico, ma non per questo dobbiamo auspicare soluzioni antidemocratiche!), ma è quella di essere paternalista nel più viscido e sinistro dei modi, quello di Aristide e di Padoa Schioppa ("noi illuminati sappiamo qual è la verità e ci porteremo il popolo suo malgrado!").
Ora, io sono entrato nel dibattito perché allarmato e disgustato dal paternalismo lurido e vigliacco della sinistra: non mi può quindi essere chiesto di adottare lo stesso atteggiamento, né rimproverato come un fallimento il non averlo praticato o proposto come metodo ai miei compagni di squadra.
Al più, a chi ha deciso di combattere questa battaglia ideale o politica (a seconda dei ruoli, che nel mio caso purtroppo coincidono) si può rimproverare di non essere riuscito a coinvolgerla, la maggioranza (relativa o assoluta) dell'elettorato.
Certo: non essere stata abbastanza credibile, astrattamente, per una proposta intellettuale o politica è by definition un fallimento, il che però non implica che la proposta fosse concettualmente errata. Se esistono i fallimenti del mercato, esisteranno anche quelli della democrazia: restano comunque rispettivamente il peggior meccanismo di allocazione delle risorse e il peggior meccanismo di governo eccetto tutti gli altri sperimentati finora, e quindi ci sta che falliscano!
Tuttavia, questa critica, di cui non si può sottovalutare la portata, è a mio avviso ingiusta in generale, e in particolare se rivolta a me.
In generale, perché ignora la sproporzione di forze in campo, evidenziata nel saggio di Thomas Fazi che presenteremo l'8 luglio in Parlamento (sarete informati qui: i posti però saranno pochi, quindi attenti...), discussa a suo tempo nel nostro convegno annuale:
e sempre più evidente ogni singolo giorno che il buon Dio mette in Terra (non "mette a terra", locuzione per la quale la fucilazione alla schiena sul posto sarebbe una punizione sproporzionatamente lieve):
(aspettiamo fiduciosi un diluvio di giovincelle dalle labbra a canotto: "no vabbà igonigo questo consiglio d'Europa").
In particolare, perché io sol uno, quando mi apparecchiai a sostener la guerra, vi dissi chiaro e tondo che il partito che poi sarebbe stato di maggioranza relativa "populista", cioè gli ortotteri (come qui chiamiamo i grillini), era un gigantesco esperimento di intercettazione del dissenso, il cui scopo era quello di diventare a tempo debito la stampella del PD. La prima cosa ve la dissi in Ortotteri e anatroccoli il 30 luglio del 2012:
la seconda in Fantapolitica il il 6 settembre del 2016:
Come i fatti hanno poi dimostrato, è con quel materiale umano che il laboratorio del Quirinale ha creato uno dei suoi più riusciti ibridi, quel Conte cui espressi in aula tutta la mia (e vostra) stima:
Quindi io a chi non andava data la maggioranza relativa, e perché non gli andava data, ve lo avevo spiegato molto bene. Certo: non avevo i milioni dell'UE da spendere per diffondere questo warning (più probabile che quelli o altri milioni venissero spesi per sostenere i gatekeeper), ma io da intellettuale il mio l'avevo fatto (così come da politico, quando le vicende che sapete mi costrinsero a far buon viso a cattivo gioco costringendomi in maggioranza coi gatekeeper, feci del mio meglio per ridurre il danno, motivo per cui alla fine andò così, cioè bene).
Ma alla fine di questa breve e credo serena disamina, mi sento di poter dire che a chi mi chiede "Quando si esce?" potrei, con una lieve forzatura del galateo, limitarmi a rispondere con un'altra domanda: "Che vuoi da me?"
— Monsieur l’évêque, dit-il, avec une lenteur qui venait peut-être plus encore de la dignité de l’âme que de la défaillance des forces, j’ai passé ma vie dans la méditation, l’étude et la contemplation. J’avais soixante ans quand mon pays m’a appelé, et m’a ordonné de me mêler de ses affaires. J’ai obéi. Il y avait des abus, je les ai combattus ; il y avait des tyrannies, je les ai détruites ; il y avait des droits et des principes, je les ai proclamés et confessés. Le territoire était envahi, je l’ai défendu ; la France était menacée, j’ai offert ma poitrine. Je n’étais pas riche ; je suis pauvre. J’ai été l’un des maîtres de l’État, les caves du Trésor étaient encombrées d’espèces au point qu’on était forcé d’étançonner les murs, prêts à se fendre sous le poids de l’or et de l’argent ; je dînais rue de l’Arbre-Sec à vingt-deux sous par tête. J’ai secouru les opprimés, j’ai soulagé les souffrants. J’ai déchiré la nappe de l’autel, c’est vrai ; mais c’était pour panser les blessures de la patrie. J’ai toujours soutenu la marche en avant du genre humain vers la lumière, et j’ai résisté quelquefois au progrès sans pitié. J’ai, dans l’occasion, protégé mes propres adversaires, vous autres. Et il y a, à Peteghem en Flandre, à l’endroit même où les rois mérovingiens avaient leur palais d’été, un couvent d’urbanistes, l’abbaye de Sainte-Claire en Beaulieu, que j’ai sauvé en 1793. J’ai fait mon devoir selon mes forces et le bien que j’ai pu. Après quoi j’ai été chassé, traqué, poursuivi, persécuté, noirci, raillé, conspué, maudit, proscrit. Depuis bien des années déjà, avec mes cheveux blancs, je sens que beaucoup de gens se croient sur moi le droit de mépris, j’ai pour la pauvre foule ignorante visage de damné, et j’accepte, ne haïssant personne, l’isolement de la haine. Maintenant, j’ai quatre-vingt-six ans ; je vais mourir. Qu’est-ce que vous venez me demander ?
— Votre bénédiction, dit l’évêque.
(...questo passaggio mi è rimasto impresso a prima lettura, e ancora non avevo fatto esperienza politica, più di quello dei candelabri...)
Chi è qui da un po' se lo ricorda: ho passato i primi sei anni di questa battaglia a sentirmi dire che sì, l'euro non funziona, ma bisogna stare attenti a come se ne esce, perché se non si esce abbastanza da sinistra si rischia di sgretolare quel presidio delle classi subalterne che è il salario reale: ce lo insegnava l'esperienza degli anni '90, nel corso dei quali la quota salari era diminuita a seguito di una svalutazione. A nulla serviva far notare che tutto quanto veniva etichettato come "uscita da sinistra" era già ampiamente presente nel mio testo del 2012, e a nulla servì scrivere nel 2014 un altro testo, rovinandomi la salute (sono tornato sotto gli 80 chili solo pochi giorni fa, e intendo restarci), nel tentativo di chiarire le già perspicue pagine del Tramonto dell'euro. Vano fu documentare come la svalutazione nominale di norma non erodesse il salario reale, e rimarcare che la preoccupazione sulla fetta (il monte salari) di una torta in caduta libera (il Pil nominale) era sì commendevole, ma un tantinello troppo accademica date le circostanze.
Finì molto male: la sinistra si ritrovò senza economisti, come ora è (non si possono definire economisti i simpatici colleghi pre-keynesiani della sinistra di "governo", né gli scappati di casa che usualmente adornano i consessi della sinistra "di lotta"), perché né quelli che ce lo avevano più a sinistra, né quelli che ce lo avevano dove normalmente si trova, ritennero, dopo anni di guerriglia fratricida (promossa da quelli che si ritenevano migliori), di aver trovato una sponda minimamente attendibile in quella parte politica, e, d'altro canto, suppongo che anche quei politici, se avessero voluto capirci qualcosa, difficilmente avrebbero potuto farlo nella selva di argomentazioni capziose strumentalmente sollevate per preservare la propria market share dagli incumbent che si sentivano minacciati.
P.Q.M.
vi rappresento qui formalmente la mia decisione di non passare simmetricamente i prossimi sei anni di questa battaglia a sentirmi dire che sì, l'euro, anzi, l'Europa non funzionano, ma bisogna stare attenti a come se ne esce, perché se non si esce
abbastanza da destra si rischia di sgretolare quel presidio delle classi subalterne che è la sovranità nazionale, atteso che le rivendicazioni localistiche sono un elemento corrosivo dell'identità nazionale, e dissolvere queste identità è funzionale al progetto imperiale europeo. Non dico che in questo argomento non ci sia del giusto: anzi! Basta vedere come Leuropa utilizza strumentalmente le pulsioni separatiste per creare problemi al nemico di turno (qui l'ottima sintesi di Flavio). Del resto, c'era del giusto anche nell'osservazione che la quota salari negli anni '90 era calata (ma non nei motivi addotti per spiegarlo...). Semplicemente, questo gioco non mi interessa. Non so se la vita sia fatta di priorità, ma la politica, se vuole essere tale, senz'altro deve esserlo, e in questo momento le mie priorità, che vi prego di rispettare come io rispetto le vostre, sono altre.
Al suicidio della sinistra ho dovuto assistere. Nonostante loro mi rinnegassero, quella era casa mia, e l'amaro calice non potevo non berlo fino in fondo. Se anche la destra si vuole suicidare, prego si accomodi, ma nella stanza accanto, perché io qui sto studiando e non voglio essere disturbato.
Già che ci siamo, vi dico anche da subito chi voterò. Voterò, come ho fatto nelle tornate precedenti e come sapete, esattamente quella o quelle persone che Eugenio Scalfari, laddove il Signore nella sua infinita misericordia e imperscrutabile sagacia abbia la bontà di conservarcelo fino a quel momento, ci avrà detto di non votare. Mi affretto a soggiungere che io auspico che il Signore sia misericordioso, e questo non solo per una mia intrinseca mitezza e bontà d'animo, quanto anche per un certo egoismo: la valutazione del dr. Scalfari mi solleverà dal doloroso e imbarazzante compito di scegliere quale votare fra i tanti potenziali perdenti delle prossime elezioni. Sarà lui, la cara immagine paterna, specchio di saggezza ed esempio di lungimiranza, a indicarmi verso dove indirizzare il mio voto. E io, di questo, gli sono già grato.
Quando al resto, ognuno si diverte come vuole, e, soprattutto, come può. Io, ad esempio, prima di friggermi gli occhi col PC e il telefonino, mi divertivo anche così:
Ora faccio un po' più fatica, ma comunque accanto alla scrivania mi sono messo questo:
per ricordarmi che mettere a fuoco da lontano poche note fa molto meglio alla salute che mettere a fuoco da vicino tante cazzate. Me ne sono accorto tardi, ma sapete che io sono un po' lento, e che per compensare, una volta capito, e presa una decisione, sono inesorabile.