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sabato 24 maggio 2025

Come si calcolano iSalari™️ (parte terza: l'input di lavoro)

 (...nella prima parte di questo ciclo vi ho spiegato come recuperare il valore del monte salari complessivo, nella seconda vi ho spiegato come esprimerlo in termini di potere d'acquisto, cioè in termini reali, evidenziando alcuni problemi nel calcolo dei deflatori da parte di Eurostat, oggi parleremo di come commisurare il valore dei salari erogati alla quantità di lavoro prestata, e quindi come ottenere una misura dei salari - reali o nominali - pro capite, o come ottenere una misura del costo del lavoro per ora lavorata. Resterò nella misura del possibile all'interno del database Eurostat in modo che sia più facile gestire la gnagna del "in Germania i salari sono più alti" o "m'ha detto micuggino che in Francia laggente stanno meglio". In teoria Eurostat dovrebbe produrre dati confrontabili fra Paesi membri dell'Unione Europea, quindi una volta imparati i calcoli per l'Italia dovreste essere in grado di replicarli a piacere per qualsiasi altro Stato membro. In pratica, nella puntata precedente abbiamo visto che ogni tanto i dati presentano anomalie inesplicabili, ma insomma, se si ripresenteranno le gestiremo e non dipendono da me. Cominciamo...)

Il monte salari lo abbiamo, sia in termini nominali che reali:


In quanto segue farò riferimento al deflatore dei consumi, ponendomi quindi in un'ottica "potere d'acquisto del lavoratore" (il deflatore del Pil lo si usa invece quando ci si pone in un'ottica "costo del lavoro per l'imprenditore": gli inglesi in questo caso parlano di product wage).

Ora procuriamoci i dati sugli occupati, intesi come lavoratori dipendenti (quelli che percepiscono appunto un salario). La localizzazione nel data tree dell'Eurostat è abbastanza intuitiva (come funzioni il data tree l'ho spiegato nella prima puntata):


Il problema qui è che i dati trimestrali iniziano solo dal 2009!


Ai fini politici e giornalistici può essere abbastanza, ma a me interesserebbe avere una serie più lunga.

Cercando nell'albero trovo gli "historical data":


Li estraggo e li confronto con i più recenti:


La dinamica delle serie è molto simile, ma la serie più recente degli occupati (quella in grigio) è inferiore in media dell'1.5% alla serie degli occupati dai 15 ai 64 e dell'1% a quella degli occupati dai 20 ai 64 anni fornite dagli historical data.

In questi casi ci sono due modi di procedere: o ci si rivolge alla fonte nazionale, sperando che riporti serie omogenee su un campione sufficiente, o si ricostruisce all'indietro (si "retropola") la serie più recente utilizzando i tassi di crescita di quella più remota, purché questi tassi siano sufficientemente simili nel periodo in cui sono entrambi reperibili.

La correlazione fra i tassi di variazione della serie recente e  di quella "storica" 20-64 nel periodo in cui sono entrambe disponibili (2009-Q2:2020-Q4) è altissima, pari al 96%, quindi per il momento scelgo la seconda strada e estendo all'indietro la serie "grigia" coi tassi della serie "arancione". Il risultato è questo:

e per il momento ce lo facciamo andare bene: la serie "grigia" sarà la nostra misura degli occupati (poi volendo rifaremo il tutto su fonti nazionali).

Per ottenere il salario (reale o nominale) pro capite dobbiamo dividere il monte salari per gli occupati, ricordando però che il primo è espresso in milioni e il secondo in migliaia. La formula giusta quindi è: UW = W/(N/1000), cioè il salario medio unitario (unit wage) è pari al monte salari in milioni diviso per gli occupati in migliaia divisi per mille (per riportarli a milioni), e il risultato è questo:


in euro per persona per trimestre. Non commento il dato, quello lo facciamo in separata sede, intanto suggerisco a chi ha voglia di rifarsi i conti, così se ho sbagliato mi correggerà.

Le ore lavorate invece non sono riportate fra gli indicatori di contabilità nazionale. Per reperirle nel database faccio la cosa più semplice: chiedo!


Scrivendo "hours worked" nella casella di ricerca in alto a destra compaiono una serie di possibilità: articoli, voci di glossario, basi dati. La base dati più pertinente mi sembra quella evidenziata. Cliccandoci sopra vengo portato qui:


e per capire in che modo questa informazione viene gerarchizzata dal database posso cliccare su "Show in data tree", che mi fornisce questo risultato:


Per qualche motivo, l'informazione che mi serviva sono riuscito a trovarle nel Conti economici regionali (che a loro volta sono una miniera di altre informazioni). Ovviamente come "regione" scelgo l'Italia, come campione tutti gli anni disponibili, come settore l'intera economia, ed ecco fatto! C'è solo un problema, questo:


L'Eurostata recepisce i dati con un certo ritardo (con la scusa di armonizzarli, suppongo), e quindi per ottenere una serie che arrivi almeno fino al 2024 mi tocca ancora una volta integrarla con l'Istat. Poco male, almeno vi faccio vedere come funziona (visto che questa sera funziona). Istat ha adottato un'interfaccia "simil-OCSE" (era tale anche prima, solo che... nel frattempo l'OCSE l'ha cambiata e l'ISTAT si è adeguata). L'indirizzo è cambiato ed è questo: https://esploradati.istat.it/databrowser/#/it, e in apertura si presenta così:


"Bella la boiserie, bello il lavoro...", ma i dati dove stanno? Cliccando su "Dati" si arriva qui:


dove la fascia evidenziata riporta i temi principali, e spostandosi su ognuno di essi sotto appaiono i vari database. Anche qui tiro dritto e invece di avventurarmi in ricerche gerarchiche uso il motore di ricerca interno:


che mi porta immediatamente a quello che mi serviva:


Devo solo selezionare "Ore lavorate" nella linguetta evidenziata e eccoci qua:


Per motivi affascinanti e misteriosi le due serie coincidono solo a partire dal 2021 (hint: nel database Eurostat la b accanto al valore del 2021 indica che in quella data si è verificato un break nella serie, cioè una modifica del metodo di calcolo. Ovviamente per quanto paghiamo i simpatici eurostatistici ci aspetteremmo che fossero così cortesi da omogeneizzare i dati non solo sincronicamente ma anche diacronicamente, ricostruendo le serie in modo da fornire con criteri omogenei spazialmente e temporalmente. Ma capiamo che è chiedere troppo e ci accontentiamo per il momento di constatare che i dati dell'Istat sono una prosecuzione attendibile di quelli dell'Eurostat:

(in realtà situazioni di questo genere possono essere gestite in un modo più accurato, ma di questo parliamo in un eventuale approfondimento, se richiesto).

Tuttavia, qui il problema è un altro: su Eurostat abbiamo trovato dati annuali (e parziali), ma a noi servono trimestrali. Istat li fornisce (basta cercare nei conti economici trimestrali), e possiamo utilizzarli per calcolare il salario medio per ora lavorata:


Il risultato è questo, e anche qui non commentiamo, riportiamo semplicemente, invitando chi lo desideri a rifarsi i conti. Chiaramente, se i profili delle due coppie di serie, che hanno gli stessi numeratori (il monte salari in termini nominali e reali), sono diversi, questo indica che il denominatore ha un profilo diverso, cioè che la dinamica degli occupati e delle ore lavorate ha avuto dei "disaccoppiamenti", come oggi si usa dire.

Possiamo vederlo riportando i due denominatori nello stesso grafico, dopo averli espressi come indici a base 2015:


Le ore lavorate hanno più varianza degli occupati (e se ne possono intuire i motivi), e dopo la crisi il numero di ore lavorate è aumentato più rapidamente rispetto a quello degli occupati (e anche questo è intuitivo, ma ne parleremo).

Bene: abbiamo molti dati da commentare, ma soprattutto ora sapete dove trovarli, così non dovrete "credere" a nulla. Il piddino "crede" nelle statistiche. Il normodotato le consulta. La differenza è tutta lì, e non è piccola come sembra...

Buona notte!

(...devo dormire perché domani mi aspettano ore di automobile: lascio i refusi alle vostre amorevoli cure...)

domenica 7 gennaio 2024

La disoccupazione in teoria e in pratica sette anni dopo

Sette anni fa, prendendo spunto da un tweet di Luigi Pecchioli, commentammo insieme i dati sulla disoccupazione, considerando, oltre alla definizione ufficiale, quella estesa, che comprende i lavoratori sottooccupati (che lavorano meno di quanto vorrebbero: in pratica, i lavoratori in part time involontario), gli scoraggiati (che vorrebbero lavorare ma hanno rinunciato a cercare un posto di lavoro), e anche chi sta cercando lavoro ma non sarebbe immediatamente disposto a lavorare se gli offrissero un posto. Insomma, avevamo analizzato la disoccupazione in teoria e in pratica. In un post successivo vi avevo spiegato che la definizione di disoccupazione più ampia è a grandi linee quella che negli Stati Uniti viene definita U6 (qui trovate una tavola con tutte le definizioni):


e corrisponde al labour market slack, il "lasco" totale fra domanda e offerta di lavoro.

Ieri mi hanno mandato al Tg a commentare la situazione economica, che è in effetti in via di miglioramento. Da domani riprenderò il mio lavoro parlamentare e potrei avere meno tempo da passare con voi. Approfitto di oggi per darvi un quadro più articolato di quanto sta succedendo nel mercato del lavoro, considerando che, sette anni dopo, il database dell'Eurostat riporta anche il labour market slack "spacchettato" nelle sue quattro componenti.

Vado molto rapidamente.

Dal 2009 a oggi il tasso di disoccupazione si è mosso così:


La conseguenza di aver dovuto scaricare sulla domanda interna l'intero peso dell'aggiustamento della bilancia dei pagamenti (cioè di aver dovuto abbattere il Pil per abbattere le importazioni) è stato un balzo verso l'alto della disoccupazione che ci ha portato dall'avere il tasso più basso fra le tre grandi economie dell'Eurozona all'inizio del 2009, ad avere il più alto nel 2013, raggiungendo e superando la Francia. Non siamo ancora ritornati al livello pre-crisi, anche se, dall'estate del 2017, la disoccupazione è scesa di quasi tre punti (dal 10.1% al 7.2%), e dal suo massimo, raggiunto all'inizio del 2014, di 4.2 punti. La tendenza comunque è negativa.

Quanto alla disoccupazione estesa, al labour market slack, a quello che gli americani chiamerebbero U6, la situazione è questa:


Qui partivamo svantaggiati, avendo già prima della crisi il valore più alto fra le tre grandi economie dell'Eurozona (il 18.6%). La brutta notizia è evidente: siamo ancora molto più in alto della Francia (che invece in termini di disoccupazione "convenzionale" abbiamo raggiunto e probabilmente supereremo presto, ovviamente verso il basso). Le notizie relativamente buone sono che siamo in una posizione migliore di prima della crisi (l'ultimo dato è pari al 17.7%) e su una traiettoria di miglioramento relativamente rapido. Dall'estate del 2017, cioè da quando Luigi attirò la nostra attenzione su questa variabile, la diminuzione è stata di 6.8 punti, di cui, come abbiamo visto, 2.9 attribuibili alla disoccupazione convenzionale, e dal massimo, raggiunto alla fine del 2014, di 9.5 punti.

La composizione della disoccupazione "allargata" la vedete qui:


Il grafico è molto decorativo, ma la lettura non è semplicissima. Si intuisce però che gli scoraggiati sono diminuiti significativamente (-3.2 punti percentuali dall'estate 2017). Le altre componenti, la più significativa delle quali è il part-time involontario, hanno mantenuto la stessa incidenza, con variazioni trascurabili.

Quindi visto che le cose sono un po' migliorate siamo scesi nella graduatoria del Paese messo peggio?

No, purtroppo non rimaniamo terzi a nessuno, esattamente come sette anni fa:


Solo che sette anni fa il primo era la Grecia. Ora la Grecia è in quinta posizione, dopo Spagna, Italia, Svezia e Finlandia (pensa un po'?). Ma ci è arrivata come ci ha spiegato Heimberger:


Quindi stiamo meglio noi, nella nostra dignitosa seconda posizione, che loro nella quinta. Mi resta da capire, ma sicuramente un giorno lo capirò, come mai tutti vanno in sollucchero per l'attuale detentrice della medaglia d'oro della disoccupazione: la Spagna. Niente di personale, anzi! Meno male che c'è qualcuno che va peggio di noi! Ma gli operatori informativi lo sanno?

Secondo me no, ma non è questa la più importante fra le cose che ignorano.


(...domani si riparte! Abbiate pazienza se dovrò trascurarvi. Sto cercando di peggiorare il nostro piazzamento e chissà, magari con un po' di fortuna mi riuscirà di vederci scendere dal podio...)

lunedì 14 agosto 2017

Disoccupazione, sottocupazione, e scoraggiati: graduatorie

Nei post precedenti abbiamo discusso il dato evidenziato dal Financial Times secondo cui, se si prendessero in considerazione oltre ai disoccupati (persone prive di occupazione che hanno cercato un lavoro nelle quattro settimane precedenti) anche i sottoccupati (persone che lavorano meno ore di quanto vorrebbero lavorare) e gli scoraggiati (persone che non lavorano, vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro e quindi non contano come disoccupati), l'Italia sarebbe in testa alla classifica.

Il tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nel 2016 sarebbe arrivato qui da noi al 39%, sopra Grecia e Spagna (col 33%).

Sò soddisfazzioni, dicono a Roma.

Oggi spacchetto il dato del 2016 per componente: disoccupati, scoraggiati e sottoccupati, e vi presento le graduatorie. Tre specialità diverse dello stesso campionato: la lotta per la sopravvivenza. Sarete contenti (no) e stupiti (no) di sapere che in due su tre di queste specialità noi siamo leader, e di gran lunga. Solo la disoccupazione "ufficiale" non ci vede nemmeno sul podio: arriviamo quinti, dopo Grecia, Spagna, Croazia e Cipro (tutti paesi dei quali qui si è parlato). Ma sulle altre due patologie del mercato del lavoro, quelle più insidiose perché meno evidenti e del tutto ignorate dai media, non ci batte nessuno!

Ecco i grafici:




Noterete che per quanto riguarda gli scoraggiati noi siamo decisamente fuori scala: il secondo paese con più scoraggiati, che è il Lussemburgo (anche i ricchi si scoraggiano... perché possono permetterselo!), ha il 9.5% di lavoratori scoraggiati, contro il nostro 16.1% (in percentuale delle forze di lavoro). Se siamo in testa alla graduatoria del tasso di disoccupazione corretto è essenzialmente per "merito" dell'ammontare del tutto anomalo di lavoratori scoraggiati. La media dei lavoratori scoraggiati negli altri paesi (esclusa l'Italia) è intorno al 5.82% della forza lavoro, con uno scarto quadratico medio di 2.26. Noi siamo a oltre quattro scarti quadratici medi dalla media (chi ha studiato sa di cosa parlo: e se ha studiato tanto gli segnalo che tolti noi, la distribuzione è normale con asimmetria 0.1 e curtosi 1.9, mentre aggiungendo l'Italia la distribuzione diventa non normale - il test JB schizza oltre 15, con un'asimmetria - ovviamente positiva - a 1.3 e una curtosi a 5.5): una anomalia statistica pazzesca!

Sarei veramente interessato a sapere se i criteri di rilevazione degli scoraggiati sono effettivamente uniformi nei diversi paesi coperti dall'Eurostat, perché se così fosse ci sarebbe molto da pensare. Mi leggero qualche peiper...

Noterete anche che il fenomeno dello "scoraggiamento" (cioè dei lavoratori inattivi che desidererebbero rientrare in corsa) è diffuso a macchia di leopardo: in particolare, fra i primi dieci paesi con più scoraggiati, quattro sono fuori dall'Eurozona (e nei primi dieci con meno scoraggiati solo due sono fuori dall'Eurozona).

Viceversa, disoccupazione e sottoccupazione sono molto più chiaramente connesse all'appertenenza all'Eurozona. Fra i primi dieci paesi con più disoccupati e sottoccupati solo uno non è membro dell'Eurozona (rispettivamente la Croazia e la Svezia), mentre fra i primi dieci paesi con meno disoccupati cinque sono fuori dall'euro, e lo stesso vale per i primi dieci paesi con meno sottoccupati.

Noterete, infine, che la Repubblica Ceca arriva ultima (cioè prima) in tutte le graduatorie: ha meno disoccupati, meno sottoccupati, e quindi meno scoraggiati. Chi è stato al nostro convegno annuale lo scorso anno ricorderà perché.

Con l'occasione, annuncio urbi et orbi la data del prossimo convegno annuale, il #goofy6: sarà il 2 e 3 dicembre 2017.

Torniamo all'antico: anche il #goofy1 (chi c'era se lo ricorderà) si svolse all'inizio di dicembre (era il 2012). Vi potrete iscrivere da inizio ottobre, e, naturalmente, prima che vi iscriviate avremo ampio modo di ragionare sul programma del convegno, del quale, però, posso fin da ora anticiparvi il titolo: "Più Italia".

Credo ce ne sia bisogno.

E voi?