Visualizzazione post con etichetta lotta di classe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lotta di classe. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2026

Lavoro e rendita

Mi sono ritirato nelle mie highlands per ragionare un po' sulla nuova edizione del Tramonto. Sto cercando di capire quali grafici aggiornare e quali no. Il mio orientamento sarebbe di lasciare il testo esattamente com'è (grafici compresi), a meno di errori clamorosi che dovessero saltare fuori, ma di inserire nella postfazione le versioni aggiornate di alcuni di essi, in particolare quelli che smentiscono o avvalorano le previsioni fatte nel testo. In generale, non è sempre semplice capire a priori quale grafico può valer la pena di aggiornare. Ad esempio, ieri mi ero annotato di aggiornare la Figura 32 "per vedere come si è andato evolvendo il trasferimento di risorse dall'economia reale alla rendita finanziaria". La Figura 32, ve lo ricordo, era questa:


e il commento era questo:

L’impatto sulla spesa per interessi è notevole come si osserva nella figura 32. A partire dal divorzio (evidenziato dalla retta verticale tratteggiata) possiamo osservare tre fasi principali, evidenziate dall’ombreggiatura. Nella prima fase, dal 1981 alla crisi del 1992, la spesa per interessi decolla verticalmente, raddoppiando dai 6 punti di Pil del 1981 ai 12 del 1993 (ricordate che nell’anno precedente i tassi di interesse erano stati fortemente innalzati, nel tentativo di difendere la parità della lira nello Sme). Simmetricamente, il fabbisogno primario (cioè al netto degli interessi), scende a picco, passando dai 5 punti del 1981 ai -3 del 1993 (un fabbisogno negativo indica un avanzo, cioè lo Stato, al netto degli interessi, stava incassando più di quanto spendeva). I due movimenti si compensano, e quindi il fabbisogno complessivo rimane più o meno stabile attorno a una media di 11 punti di Pil.

È in questa fase che il rapporto debito/Pil esplode, come abbiamo visto in figura 1, nonostante, al netto degli interessi, lo Stato sia diventato un risparmiatore netto. Attenzione: la linea tratteggiata che sale, e quella puntinata che scende, nella zona ombreggiata al centro della figura 32, non sono un mero arabesco, no, sono una cosa diversa: sono un conflitto distributivo. Se nel 1981 lo Stato dava il 5 per cento del Pil ai detentori del debito pubblico (sotto forma di spesa per interessi), e il 5 per cento del Pil alla collettività nazionale (sotto forma di spesa primaria netta), nel 1993, al termine del conflitto, lo Stato dava il 12 per cento del Pil ai detentori del debito, e prendeva il 3 per cento in termini netti dalla collettività nazionale (perché se lo Stato è in avanzo primario significa che i cittadini pagano di tasse più di quello che ricevono per servizi pubblici). E i detentori dei titoli del debito pubblico erano e sono per lo più le grosse istituzioni finanziarie. Chiaro, no? Il divorzio è anche la scelta di trasferire reddito dai contribuenti alle istituzioni finanziarie, una scelta che nelle parole del suo autore appare pienamente consapevole.

Lo sganciamento dallo Sme frena la dinamica dei tassi, e dal 1993 al 2002 la spesa per interessi prima si stabilizza e poi cala. Il fabbisogno totale crolla dai 9 punti del 1994 a un punto nel 2000, fino al 1996 per ulteriori aumenti dell’avanzo primario, e dal 1996 per la diminuzione della spesa per interessi. Questa dinamica favorisce il rientro del debito, che dai 120 punti del 1994 arriva ai 103 nel 2003. Nel frattempo la spesa per interessi si stabilizza attorno al 5 per cento del Pil, e il fabbisogno complessivo tende a crescere (con fasi alterne) seguendo il fabbisogno primario il quale, però, rimane sempre in territorio negativo (cioè rimane un avanzo).

Durante la quotidiana perlustrazione del territorio in compagnia di Rex mi è venuto in mente di provare a vedere quanto ci mettevo ad aggiornare questa figura coi dati fino all'anno in corso. In effetti, le successive revisioni delle varie fonti hanno determinato qualche minimo scollamento fra le serie di quindici anni fa e le versioni attualmente disponibili. Lo si vede ad esempio nella serie del fabbisogno pubblico totale:


L'aggiornamento del grafico porta a questo risultato:

e di commenti me ne vengono solo due: il primo è che un rientro dal deficit rapido come quello sperimentato nel post-pandemia (dal 9,4% del 2020 al 3,7% del 2024) non è un inedito per la nostra economia, perché fu altrettanto rapido (e leggermente più pronunciato) il rientro dal 9,8% del 1993 al 3% del 1997; il secondo è che dal 2010 in poi non è cambiato molto, fatta salva la parentesi della pandemia. Abbiamo sempre una spesa per interessi che, per quanto rientrata dai massimi storici dei primi anni '90, è sempre superiore al deficit complessivo, il che significa che siamo in condizioni strutturali di avanzo primario, cioè di trasferimento di valore alla rendita finanziaria. Non fidatevi troppo quando i "mercati" si lamentano dell'alto stock di debito pubblico dell'Italia! Loro su quell'alto stock ci guadagnano, e quindi non è detto che le loro lamentele vadano prese a valore facciale.

Tornando al punto, però, non mi pare che un grafico come questo aggiunga molto alla nostra conoscenza, nel senso che non mostra una reale evoluzione, una "quarta fase" posteriore alla pubblicazione del Tramonto: l'assetto distributivo determinatosi dopo la crisi del 1992 resta sostanzialmente confermato, se pure su scala inferiore. Per questo motivo, in casi simili, tenderei a risparmiare spazio, evitando di aggiornare grafici che in fondo sono pleonastici.

Voi che ne dite? E ci sono grafici del Tramonto che vorreste vedere aggiornati, o che ritenete possano aggiungere qualche elemento interessante per la postfazione della nuova edizione?

sabato 28 marzo 2026

Commento allo sfogatoio

(...il post Sfogatoio ha suscitato molta, troppa attenzione. Ringrazio tutti e do qui una risposta collettiva, poi con calma darò quelle individuali...)


Assisto con olimpica indifferenza al divaricarsi dello scollamento fra gli interessi dell'autore di questo blog, che per forza di cose costituiscono l'argomento del blog, cioè l'economia (di cui con tutto il rispetto non capite un gran che), e gli interessi della community del blog, cioè la politica (di cui con tutto il rispetto non capite un cazzo, però vi sono grato di venirmela a insegnare aggratise)!

Non dovrebbe essere difficile capire il perché e il percome del risultato referendario.

Non l'ho detto in pubblico ex ante, mi sono limitato a dirlo in una situazione riservata a uno di voi (con cui ho vinto una scommessa) in presenza di tre altre persone (un assessore regionale col suo assistente e un manager pubblico), e non era assolutamente difficile capirlo. Dovrebbe parimenti essere facile capire perché non l'ho detto in pubblico a tutti voi: è quello che un altro amico mi ha detto chiamarsi "il paradosso del revisore". Ci sono ruoli in cui non puoi permetterti di emettere una profezia perché rischia di essere autoavverante, o semplicemente di esporti alla triste nomea di menagramo. A fronte di questo rischio, il vacuo vantaggio di vanità consistente nell'aggiungere l'ennesimo QED o VLAD è del tutto irrilevante (e, del resto, l'ultima edizione del nostro convegno annuale è stata anche un modo per chiuderla coi QED, di cui abbiamo constatato l'assoluta irrilevanza politica, perché, come mi ha detto un relatore del prossimo convegno annuale: no one lives in a counterfactual).

Tuttavia, chi segue il blog dall'inizio aveva (avrebbe avuto) gli elementi per capire come sarebbe andata a finire.

Il voto referendario non è stato un voto per la magistratura (di cui, come abbiamo capito, una metà scarsa degli italiani comunque non si fida, cosa di cui la stessa magistratura, dopo il voto, è consapevole), o per la Costituzione (di cui i nove decimi degli italiani  legittimamente ignorano genesi e contenuto), e non è nemmeno stato un voto contro il Governo (che i 99 centesimi degli italiani non sanno distinguere dal Parlamento).

Il voto referendario è stato, come tanti voti precedenti (referendari o meno), un voto in odio alla "politica", cioè ai parlamentari, cioè ai rappresentanti del popolo (perché per gli italiani "la politica" è il Parlamento, nonostante che sia sotto i loro occhi che la politica si fa in altre sedi: a Bruxelles, nell'ANM e nei private markets, rispetto ai quali il Parlamento potrebbe offrire un minimo di garanzie).

L'esito era abbastanza scontato, bastava esaminare gli sviluppi storici. Gli italiani:

  1. hanno votato (o non votato) per ridurre il numero dei parlamentari nel 2020;
  2. poi non hanno votato per riformare la giustizia ai referendum promossi dai radicali e dalla Lega nel 2021 (chiaro segno dell'irrilevanza del problema ai loro occhi, col paradosso che all'epoca il tema era talmente rilevante che perfino il PD si sentì in dovere di affrontarlo proponendo l'istituzione di un'alta corte disciplinare);
  3. poi nel 2025 da 200.000 follower siamo riusciti a estrarre appena 2.000 firme a sostegno del ripristino dell'art. 68 della Costituzione.

Ne bastano due di punti a individuare una retta, ma quando lungo la stessa retta, quella della punizione dell'odiata politica, di punti se ne allineano tre, che il quarto possa essere un outlier è una pia illusione.

L'elettorato italiano è ormai irretito e catturato dalla narrazione antipolitica: Mani Pulite prima, e il grillismo poi, col sostegno di appendici della governance globalista come Transparency International et similia, hanno confermato l'elettore medio in un'unica certezza: quella che il suo peggior nemico siano i suoi rappresentanti. La sincronia di Mani Pulite col Britannia ci dovrebbe far capire bene a chi giovi disseminare e radicare questa convinzione, e di questo qui abbiamo parlato molto (ne avete parlato soprattutto voi, ad esempio qui, quiqui, e infinite altre volte). Del resto chi mi legge da PC vedrà che la prima voce del tagcloud è "propaganda": non è un caso se qui ci siamo interessati fin da subito delle tecniche di condizionamento sociale, e se abbiamo avuto fra i graditi ospiti, nonché protagonisti, della nostra opera di divulgazione gli autori de La fabbrica del falso e Gli stregoni della notizia. Non è un caso se questo ci ha permesso di prevedere cose ben più difficili da prevedere del risultato del referendum (che su Polymarket era perdente dal 3 marzo, come mi faceva notare prima un nostro amico), come la saldatura fra PD e 5 Stelle, che oggi diamo tutti per scontata, ma che nel 2016 era leggibile solo a chi avesse i nostri strumenti di analisi.

Prima di andare avanti, però, fatemi subito fare una doverosa precisazione: non vorrei che questa constatazione fattuale (la subalternità del popolo italiano - élite comprese - alla narrazione autorazzista e antipolitica) venisse presa per la consueta, stantia recriminazione radical chic contro il popolo che vota male, signora mia!, perché ignorante o disinformato (dai bot russi o dai media controllati dal grande capitale finanziario, poco cambia). Se avessi mai voluto continuare a pensarla così (credo di non averla mai pensata così, in effetti...) sarei potuto restare di sinistra! L'odio del popolo verso i suoi rappresentanti può sembrare quello del bambino che prende a calci la gamba del tavolo contro cui ha sbattuto la testa, e forse in qualche sparuto caso sarà anche questo, ma non dobbiamo nasconderci che in realtà questo odio, per quanto possa essere controproducente (come ogni odio di sé), in effetti è una risposta perfettamente razionale al fatto che nel contesto in cui ci siamo cacciati (si dice per volontà di quello stesso popolo), i rappresentanti, per il popolo che rappresentano, non possono fare e conseguentemente non hanno fatto niente!

Fra le tante cose che gli altri non sanno e noi sappiamo c'è questa:


Il punto rosso corrisponde alla data in cui scrivevo Ortotteri e anatroccoli, il post in cui dopo una involontariamente illuminante uscita di Grillo (uscito di scena nel modo che sapete, peraltro...), secondo cui il problema non era l'euro ma il debito pubblico, commentavo:

Ma se già allora i piccoli dottor Livore marci di invidia e di odio sociale erano legione, quanti volete che siano dopo quattordici anni in cui le regole della illuminata governance europea non hanno permesso praticamente a nessuno di recuperare significativamente terreno? Tra l'altro, anche se non credo sia stato determinante, il grafico sui salari reali, che avevamo visto l'ultima volta a dicembre, aggiornato coi dati rilasciati il 4 marzo si presenta così:


In inverno la crescita si è interrotta, e questo certamente non ha aiutato. Ma anche a prescindere da questo dato congiunturale, i piccoli dottor Livore certamente non saranno diminuiti negli ultimi quattordici anni! Ognuno di noi ne conosceva uno e ora ne conosce decine. Qualsiasi tentativo, compreso questo (posto che non sia stato l'unico) di canalizzare il loro motivato risentimento (un buco di 602 miliardi nel Pil reale non è uno scherzo...) verso qualcosa di meno autolesionistico dell'odio di sé (o, for what it's worth, dei propri rappresentanti) ci possiamo dire serenamente che ha fallito. Un pezzo di questo fallimento è l'impossibilità di far capire il grafico della vergogna, ma un altro pezzo consiste nel fatto che quel grafico, se pure non compreso, è sentito fin nel midollo delle ossa dalla stragrande maggioranza degli italiani, che alla fine non sa nemmeno perché sta male, visto che non sa da quando sta male, e a causa di chi sta male. La risposta a questo malessere tanto grave quanto difficile da mettere a fuoco, perché sviluppatosi nel tempo, in modo strisciante, sotto forma di stagnazione, non di recessione, è ovviamente una risposta essa stessa sfuocata, rivolta a un bersaglio indistinto: la politica.

Ora, io ho aperto questo blog per aiutare chi stava male (e non ci sono riuscito) facendomi capire (e non ci sono riuscito), e non sarà certo ora che cambierò idea dando ai destinatari la colpa del mio (e loro) fallimento! Questo per evitare la gnagnera del "colpevolizzi l'elettore!", non senza ricordare però che l'elettore, in quanto adulto, è oggettivamente responsabile dei risultati delle sue scelte o non scelte, tant'è vero che ne paga il costo, qualora siano sbagliate.

Aggiungerei un'altra precisazione.

Voi, amici cari, siete popolo in senso giuridico, costituzionale, siete un pezzo di quel popolo cui appartiene la sovranità, ma in termini sociologici, per il semplice fatto di essere qui, siete élite e, vi assicuro, del popolo sapete meno un terzo di un quindicesimo della metà di un cazzo (detto con affetto). Che cosa pensa "er popolo" lo so io, che ogni giorno mi ci confondo e mi ci mischio, io, che ogni settimana, a Pizzoferrato, a Sant'Omero, a Villa Santa Lucia, o dove mi sputa il destino che mi sono scelto "transferiscomi poi in sulla strada, nell'hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'huomini" (e naturalmente "m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi".)

(...un pensiero affettuoso agli scolarizzati nel XXI secolo che dovranno googlare...)

Ora, naturalmente, del referendum si parlava, e quindi anch'io "in villa" ne parlavo "all'hosteria" con chi sapeva chi fossi, e con chi, grazie ai premurosi uffici del servizio pubico abruzzese, non lo sapeva affatto: huomini diversi, ma le loro fantasie erano singolarmente coincidenti (e coincidenti con il pronostico di Polymarket), l'idea che si erano fatta del referendum era una e una sola: che il loro nemico (i parlamentari) avesse trovato un modo per farla franca, per sfuggire alla scure della giustizia, e che questo andasse impedito a tutti i costi.

Gli errori giudiziari? Capitano, e poi a me non capiteranno (come l'aghetto, no?)

La totale impunità di chi li compie? Chi se ne frega, tanto a me non capiterà, e poi sempre meglio della politica che se ne sta nel palazzo a non far niente.

La volontà eversiva di imporre un indirizzo politico difforme dalla volontà popolare (ovviamente declinato in modo comprensibile da un marrucino o da un frentano o da un marsicano: "Scusa, ma come fa la polizia a garantire sicurezza se lei li mette dentro e quelli li tirano fuori?")? Sì, va bene, questo è uno scandalo, non si può più uscire di casa (all'Aquila!), ma il vero problema è che se sò magnati tutto e vogliono farla franca.

Siamo.

Ancora.

Qui.

Punto.

Il resto è pura masturbazione mentale di eletti membri della affluent society, inclusi il nostro Valeriuccio e il nostro Marcellino.

Fatta questa dovuta precisazione, andrei avanti con una considerazione che, per quanto banale, non mi sembra nessuno abbia fatto, se non io in privato ad alcuni di voi (fino a quello che vi dico qua sopra c'è in realtà arrivato anche il terzo Feltri, Mattia). Che lo si voglia o meno, il successo di Giorgia Meloni è stato anch'esso un successo dell'antipolitica. Non credo infatti che sia stato dovuto, come il successo di Matteo Salvini nel 2018, alla proposta di una diversa visione del mondo. Anzi! Pur essendo il primo a dire che i social sono una lente deformante, se per un attimo facciamo finta che dietro certi account ci siano delle persone in carne e ossa, o anche se scendiamo un attimo di qualche ponte giù dalla prima classe del Titanic, potremo constatare che molte scelte fatte dal premier, per quanto fossero esplicitamente annunciate nel programma del partito di maggioranza relativa, incontrano un certo disappunto da parte dei suoi elettori, che però o non hanno letto il programma (ipotesi più probabile) oppure si sono turati il naso e hanno premiato comunque Giorgia, e perché? Perché si era opposta a Draghi, cioè (piaccia o no) alla politica!

Sì, lo so bene che LVI non è "la politica" ma "la tecnica". Io lo so, tu lo sai, ma noi siamo élite. La "non élite", inutile girarci intorno, vedeva in LVI l'ennesima ipostasi (o metastasi) di quella oscura potenza demoniaca, fluida e indistinta, che qui gergalmente chiamiamo #aaaaabolidiga (con le cinque "a" dei Cinque Stelle).

E la "non élite" a questo si era opposta.

Aggiungo che, pur non avendo mai affrontato il tema con l'interessata, che certo non ha tempo da dedicare a analisi così salottiere, di questo credo che in qualche modo lei fosse consapevole, con l'intelligenza che la contraddistingue. Vi faccio alcuni esempi. Sappiamo tutti, autore compreso, che la riforma delle province di Delrio andrebbe smantellata, non solo perché l'aveva chiesta LVI con la lettera della BCE (al punto 3), ma soprattutto perché ha creato una situazione di ingestibilità del territorio, emersa tragicamente in fase acuta a Rigopiano, ma pervasiva e persistente in fase cronica per ogni dove (in questo momento a Silvi sta venendo giù una provinciale, ad esempio...). La risposta pare sia stata: lasciamo tutto com'è, altrimenti gli italiani ci accuseranno di pensare alle poltrone! Sappiamo tutti che la riforma costituzionale del 1993 ha gravemente alterato l'equilibrio fra i poteri dello Stato, ma la proposta (peraltro non sostenuta dal consenso popolare, a differenza di quella sulla remigrazione) per il ripristino dell'art. 68 nella sua formulazione originaria ha incontrato grande freddezza nel partito di maggioranza relativa, e anche lì l'argomento è stato: lasciamo tutto com'è, altrimenti gli italiani ci accuseranno di volere l'impunità! Aggiungo che ovviamente nel corso della legislatura borbottii a favore di un rimpasto si son sentiti, ma l'argomento era sempre: non dobbiamo far pensare agli italiani che teniamo alle poltrone!

Ora, in tutta franchezza: io ho una stima enorme dell'attuale premier, da quando Antonio Triolo me lo presentò, saranno presto quindici anni. All'inizio, però, questi argomenti mi urtavano, perché li trovavo grillini. Poi mi sono detto: Carlo Carafa non era un tipo raccomandabile, e infatti ha fatto una brutta fine, però una cosa giusta l'ha detta: vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Del resto, è quello che vi dico sempre anch'io: quando si è in netta inferiorità numerica, bisogna sfruttare la forza dell'avversario, e se la maggioranza del popolo ti ha scelto come nemico, per batterlo devi fare (o almeno raccontare) esattamente quello che vuole lui. Si chiama demagogia, e funziona (normalmente per fottere il popolo, ma anche per aiutarlo, dato che l'una e l'altra cosa prevedono come condizione necessaria che il popolo ti dia il potere). In modo meno brutale, e forse più veritiero: le democrazie occidentali sono in mano a due categorie di persone semplici, gli elettori e "i mercati", cioè qualche decina di idiots savants acculturati in università anglosassòni. Queste persone semplici hanno bisogno di messaggi semplici: ad esempio, puoi pensare che ci sia bisogno di fare un tagliando al Governo, ma quanto è più efficace, come messaggio da dare ai mercati (o agli elettori): abbiamo garantito cinque anni di stabilità! E, attenzione, io non vi sto dicendo che questo sia sbagliato! Anzi! Una volta messi a fuoco i presupposti politici del consenso, queste scelte erano esattamente quelle che occorreva fare, e infatti, anche quando non era d'accordo (come parlamentare) me ne sono sempre stato rispettosamente zitto aspettando di capire, e ho capito. Continuo, peraltro, a essere uno di quelli che pensa che se ai casini in cui siamo aggiungessimo una simpatica bufera sui mercati non avremmo risolto un cazzo, ma questa è una mia idea (che deriva dalla convinzione che la bufera arriverà comunque - basta vedere come la Bce si sta distanziando dai private markets - e quindi meglio non prendersi la responsabilità di averla causata).

Naturalmente, su queste basi, aspettarsi che il quarto punto, cioè il referendum sulla "separazione dei poteri", potesse cadere fuori dalla retta era un po' avventato, anche perché un mandato "anti" non è esattamente un mandato a riformare il Paese, ma a combattere il nemico, cioè il Parlamento. Sotto questo profilo quindi, il cosiddetto "premierato", nella misura in cui punisce quegli infidi voltagabbana dei parlamentari che si azzardassero a prendere troppo sul serio l'art. 67 Cost., è o sarebbe stata una riforma molto più palatable (mi duole ricordarlo, ma in italiano "palatabile" non esiste ed è bene che non esista) di un referendum fatto "per sfuggire alla magistratura" (perché così è stato capito).

Chest'è.

Quindi va tutto bene e la colpa è del popolo?

None, non va tutto bene (mi sembra evidente) e la colpa non è del popolo.

Che la colpa non sia del "popolo" l'ho argomentato sufficientemente, posso anche ripetermi, ma mi sembra più utile soffermarmi sul resto.

La prima cosa che non è andata bene, una volta fatta questa scelta avventata, è stata il racconto della riforma. E il rito accusatorio, e il rito inquisitorio, e i padri costituenti, e la riforma Vassalli, e tutte cose di cui alla maggior parte delle persone non importava assolutamente nulla, quando si poteva tranquillamente raccontarla così:


cioè in modo "logico-culturale", come diceva l'amico Mario, partendo dal presupposto che ci sono alcune categorie di persone, come i medici e i magistrati, che per fare del bene devono fare del male (tagliare, incarcerare), che questo male devono poterlo fare con serenità nell'interesse di tutti, e che gli eventuali errori commessi non devono essere demonizzati ma devono essere gestiti: non ha senso arrestare per lesioni un chirurgo nel momento stesso in cui incide il derma per andare a vedere che c'è sotto, ma non ha nemmeno senso che un magistrato che lascia per dimenticanza una persona in carcere per mesi, o un magistrato specializzato nella pesca a strascico (tanto non esistono innocenti ma solo colpevoli che l'hanno fatta franca) viva nella certezza dell'impunità.

Gli errori sono umani, ma in questo caso si rischia che siano sopra la media, e il rischio deriva dal fatto che il processo non garantisce serenità di giudizio al giudice, perché gli avanzamenti di carriera del giudice dipendono da un organo in cui potrebbe sedere il pubblico ministero o un suo amico. Deriva da qui la richiesta di separare le carriere. Non le funzioni, che nel processo sono già distinte, ma le carriere, i giudizi sull'operato dei magistrati.

L'impunità, a sua volta, dipende dal fatto che la funzione disciplinare è affidata allo stesso organo che esercita la funzione amministrativa. Se vi fanno una multa che ritenete ingiustificata, dove andate a contestarla? In consiglio comunale? E perché mai chi ha collocato l'autovelox dovrebbe dare torto a se stesso! Andate ovviamente dal giudice di pace (entro 30 giorni), per il semplice e ovvio motivo che eviterete di rivolgervi a chi è parte in causa. Viceversa, quando un magistrato esercita male la sua funzione, a giudicare il suo operato è chiamato proprio chi lo ha messo a esercitarla (un po' come se si chiedesse al sindaco di verificare se è omologato l'autovelox che ha messo per far cassa...)! Si capisce perché non funziona, no?

On top of all that, a causa di una legge elettorale del 1975, quindi ben posteriore alla Costituzione, le elezioni in CSM avvengono col metodo proporzionale su collegio unico nazionale. Questo significa che bisogna creare dei giganteschi comitati elettorali, che vanno dalla "A" di Aosta alla "A" di Agrigento, e che servono a decidere chi mettere in lista e in quale posizione, e a organizzare la campagna elettorale, una campagna che, come tutte, si basa ovviamente sul "cosa mi dai se ti voto?". Qui sì che la politica gioca un ruolo, nel senso deteriore e partitocratico del termine, e per risolvere questo problema c'è solo un metodo, quello che gli ortotteri proponevano: il sorteggio.

2589 battute.

Punto.

Quando è intervenuto, il premier l'ha raccontata così. Poteva o doveva farlo prima? Non lo so. Sono state dette tante cose controproducenti? Certamente sì. Aggiungo che siccome l'ultracasta si è disvelata, sarebbe bastato lasciar parlare lei. Ma purtroppo c'è una destra che, nel suo desiderio di essere o apparire migliore della sinistra, si propone di superarla in tutto, anche negli errori di comunicazione.

Amen.

Il problema più serio tuttavia è e resta un altro, la cui soluzione rischia di essere rinviata alle generazioni di un futuro che a questo punto sia molto distante, perché sono convinto sempre di più che questa soluzione non possa non prevedere un passaggio molto doloroso: è il problema di come ricostruire un mondo in cui i rappresentanti del popolo siano liberi di rappresentare il popolo con un minimo di efficacia! La soluzione di questo problema passa per un percorso di emancipazione del Paese che, lo sappiamo, non è nelle corde della sinistra, e richiede quindi che la destra al potere ci vada e ci si mantenga, naturalmente dimostrando di meritarselo, e rispettando le regole (visto che chi può permettersi di non rispettarle ha vinto!).

E qui casca la destra, che oltre a non aver riflettuto con la dovuta attenzione sulla natura del suo consenso (questo riguarda tutti, anche noi), soprattutto non ha fatto una accurata selezione del popolo da rappresentare, come invece ha fatto e continua a fare la sinistra! Ce lo siamo detti tante volte qui, no? Le Marie Antoniette della sinistra al popolo che voleva pane hanno dato, in no particular order, i matrimoni omosessuali, la schwa, l'inclusione, il kleema, il voto ai ggiovani, i migranti, i bambeenee, e via dicendo. Così facendo, le Marie Antoniette sono costruite un elettorato a loro immagine e somiglianza che ha funzionato benissimo perché ha consentito loro non tanto di scegliere i soldati con cui combattere, ma il terreno su cui combattere! Non quello della distribuzione del reddito e della giustizia sociale, dove rischierebbe, se qualcuno a destra avesse un po' di cattiveria, di essere messe di fronte alle proprie responsabilità (vedi sopra il buco da 602 miliardi), ma quello di tante battaglie identitarie che, per quanto minoritarie, e anzi proprio in quanto minoritarie, sono suscettibili di attirare un forte coinvolgimento "per", l'unico in grado di sovrastare, o meglio di aggirare e indirizzare, il diffuso coinvolgimento "anti". Questo spostamento dell'asse del discorso è evidente: alla fine, scegliere la Schlein anziché Bersani ha avuto un senso, e il senso era questo (che fosse voluto e cosciente o meno). Perché sì, nei paesi dal nome non inferiore a quattro sillabe fra cui mi aggiro io, ma anche negli strati del terziario sottoproletarizzato, cioè fra il famoso "popolo" (in senso sociologico), il voto è stato contro #aaaaabolidiga, ma, beninteso (i sondaggisti lo avranno certamente misurato), a questo voto conto la politica si è aggiunto un voto contro il Governo, cioè contro il fasheesmo, cioè per i bambeenee, e così via. Quello che rende compatibili le istanze della sinistra versicolore con il qualunquismo endemico qui da noi è, del resto, proprio il fatto che quelle istanze non sembrano (e in effetti forse non sono) politiche, cioè non sembrano "politica".

E questo spiega la celeste corrispondenza di amorosi sensi fra chi ha votato contro i propri interessi reali e chi ha votato per i propri interessi percepiti!

Che cosa possiamo fare?

Io tiro dritto e continuo a pensarla come quattordici anni fa:


Dobbiamo continuare a resistere, senza ignorare una consapevolezza che ormai credo abbiamo raggiunto tutti, o almeno l'ho raggiunta io, studiando meglio la storia, in particolare quella del mio collegio: chi all'epoca decise di mettere in gioco tutto, nella maggior parte dei casi lo fece perché non aveva più nulla da perdere. In altre parole, resta drammaticamente vero che perché l'amato popolo italiano, come tanti altri popoli, ricominci ad amare la democrazia, rifugga dalle lusinghe dell'antipolitica, occorre che sperimenti un po' l'alternativa. Insomma, è la solita storia, un po' paternalistica, ma non per questo meno fondata, dell'effetto Chichijima: ogni tanto occorre che, non riuscendoci nessuno, qualcosa faccia riflettere chi è nato dalla parte giusta della distribuzione del reddito che pace e democrazia devono essere conquiste quotidiane, che non si conseguono né con l'eccidio dei rappresentanti né con la tirannia delle minoranza. Non è da oggi né da ieri che faccio queste considerazioni, e non le vedo meno attuali dopo quello che è successo.

Dobbiamo resistere, deponendo però definitivamente la fiducia illuministica nel potere salvifico della verità. Che essa renda liberi lo si può raccontare solo se si è molto ben raccomandati, e anche in quel caso non è detto che poi vada a finire bene (così racconta la storia)! Certo, questo blog riposa ancora, in parte, su questa meravigliosa illusione. Far capire a chi non vive in un controfattuale che un altro mondo sarebbe possibile è un compito impervio e ingrato. Nel farlo sai che ti farai dei nemici (esempio: la Bce e le sue local branches), ma magari non metti in conto che il tuo nemico più accanito sarà chi astrattamente volevi aiutare! Va bene così. Non dobbiamo nemmeno arrovellarci troppo. Mentre qui ci poniamo tante domande, due forze lavorano per riportare un equilibrio: una è il rifiuto del globalismo espresso ormai dalla maggioranza degli elettorati europei (mi limito a questi perché sono quelli che ci possono aiutare a ripensare il sistema in cui siamo impaniati), e l'altra è la violenza dei mercati. Nel frattempo, per tenere la posizione bisognerà capire che il "se sò magnati tutto" è una costante biometrica inalterabile: non la puoi combattere, devi trovare un modo di girarle intorno. Non credo che questo abbia a che fare con aliquote fiscali, o con opere grandi o piccole, purtroppo. Mi limito a osservare una cosa: questo blog in qualche modo aveva anticipato il metodo della sinistra, perché aveva creato una minoranza consapevole e incazzata (che credo sia più o meno ancora qui). Quindi si possono costruire minoranze consapevoli e incazzate, che per l'antipolitica sono kriptonite, anche al di fuori del perimetro dei messaggi ammessi dall'intellighenzia "de sinistra".

Non aggiungo altro, per ora, aspettando i vostri riveriti commenti.

(...a scanso di equivoci e per risparmiarvene alcuni inutili: so benissimo che la riduzione dei parlamentari era anche nel programma della Lega del 2018. L'ho saputo dopo, a dire il vero, ma nel 2026 lo so! Quindi è inutile dirmelo. Non sarebbe inutile sapere se fosse una convinzione intima, o uno sfruttare la forza dell'avversario: ma questo non potremo saperlo mai...)

domenica 30 luglio 2023

Ego-ansia e lotta di classe

Quando questo blog che non c'era (e quindi non poteva promuovere un certo tipo di dibattito), non muoveva (non esistendo!) i suoi primi passi, altresì non aveva (non esistendo) lettori attenti. Purtuttavia, non leggendo i commenti che non vennero scritti all'epoca dai non lettori, si intuisce che essi avevano l'antiquato costume di leggere approfonditamente e ipertestualmente gli articoli che non venivano scritti. In altre parole: cliccavano sui cazzo di link e approfondivano. (Non) ne scaturivano dibattiti interessanti, e (non) ne germinavano infiniti QED.

Peccato! Ora che quei bei tempi (non) andati si sono dissolti, sta a me strisciare con l'evidenziatore le cose che non riuscite a vedere, verosimilmente perché accecati dal pregiudizio di essere sur blogghe der senatore da 'a Lega. Invece siete, anzi, non siete, in un posto un po' diverso, anche se quanto sto per illustrarvi non vi convincerà, ma solo perché non esistete.

Il patetico siparietto della wannabe attrice di cui tanto si è parlato è in effetti il QED dell'ultimo post, laddove vi riferiva di un interessante contributo di Jonathan Haidt, Thomas Cooley Professor of Business Ethics (tradotto come "leadership etica") a NYU Stern (l'università di Roubini, per quelli che invece credono che questo sia un blog di economia). Questo breve ritratto vale a placare gli imbecilli del "principio di autorità": 104677 citazioni e un h-index di 95 per uno psicologo non sono male, altrimenti, peraltro, non se lo sarebbe caricato un'università che vuole attrarre "clienti" facoltosi.

Premesso che non trovo del tutto convincenti le conclusioni di Haidt (ma non essendo di sinistra sono aperto a discuterle, o almeno non provo il compulsivo bisogno di abrogare articoli della Costituzione per impedire che se ne discuta, e magari potremmo discuterle insieme), salta abbastanza agli occhi che il siparietto della wannabe è una delle tante manifestazioni di un fenomeno che Haidt documenta con una impressionante serie di dati, e che dà il titolo al suo pezzo:


"Per quali motivi la salute mentale delle giovani donne di sinistra è crollata per prima e più in fretta".

(...per i cretini: lo so anch'io qual è la traduzione letterale di to sink, grazie, passate a trovarci...)

Prima di addentrarsi nei motivi, è importante avere un'idea della scala del fenomeno. Basta arrivare alla figura 1 per capire di che si tratta:


Una chiave diagnostica di questi risultati è nei primi due paragrafi del saggio, che descrivono la brusca inversione a U fra l'inizio del secolo, in cui gli studenti dei college americani sembravano ancora interessati a lottare per affermare la propria libertà di espressione, e l'inizio del secondo decennio del secolo, in cui gli studenti chiedevano a gran voce che le voci libere venissero censurate perché non urtassero i loro sentimenti:


Insomma, nei college si stava affermando una sorta di terapia cognitivo-comportamentale (CBT, cognitive behavioral therapy) inversa, dove a quelle che la psicologia riconosce come distorsioni cognitive da affrontare (lateralizzando) veniva data dignità di norma etica: il catastrofismo, il manicheismo, il ragionamento emozionale (cioè il primato dell'emozione, dell'ego, sul ragionamento, sulla capacità di astrazione). Ora, visto che gli ambienti in cui si forma la loro personalità assecondavano o addirittura promuovevano gli abiti mentali che i terapisti ti aiutano a spogliare per uscire dalla depressione, non è strano che più o meno a partire dall'inizio del secondo decennio di questo secolo negli USA esplodesse fra i giovani un'epidemia di depressione.

Non so se sia appropriato, ma non riesco a non vedere in questa idolatria dell'ego una fase acuta del politicamente corretto, dove dal rispetto per i sentimenti di alcune minoranze vocal (che messe insieme fanno una maggioranza che mette in minoranza la maggioranza silenziosa) ci si spinge per disaggregazioni, o meglio per disgregazioni, successive al rispetto e all'idolatria dei sentimenti individuali tout court, in parallelo, se vogliamo, con quel processo di "atomizzazione" della società descritto da filosofi a noi cari come Michéa. Questo ci darebbe (forse) una chiave interpretativa rozza, ma non insensata, del perché la percentuale di sciroccati sia sensibilmente superiore fra i giovani e soprattutto le giovane "de sinistra". Di quest'ultimo fenomeno Haidt fa un'analisi molto più raffinata, che vi invito a leggere.

Trascuro qui l'importanza dei social nell'alimentare queste distorsioni (resterebbe infatti da capire come mai i luoghi del pensiero accademico non intendano alimentare un pensiero critico verso le dinamiche social, ma anzi sembrino assecondarle), e il loro ruolo (secondo Haidt) nello spiegare la distribuzione per sesso del disagio psicologico.

Fatto sta che la sintesi proposta da Greg Lukianoff (un coautore di Haidt) contiene elementi utili per aiutarci a capire quanto sta succedendo (sul perché stia succedendo credo che sia più utile Michéa). Parlando dei ggiovani nel 2013 (quelli che ora sono nei loro trent'anni, e allora erano nei loro vent'anni) Lukianoff ci mostra come essi avessero abbracciato tre grandi non-verità:


Ora, quale idea è più "disempowering" (scoraggiante) del claimeitcieng? Un processo, per come viene raccontato, tale da ottundere doppiamente il senso critico e la capacità di astrazione: da un lato, perché le dimensioni del fenomeno, così come vengono raccontate, sono tali da derubricare a futile qualsiasi risposta che non sia meramente emozionale e isterica (etimologicamente), dall'altro, perché le cause del fenomeno, così come vengono raccontate, sono tali da originare un gigantesco senso di colpa tale da annichilire qualsiasi reazione non sia meramente emozionale e isterica (etimologicamente).

Insomma: Gramsci esortava a studiare (rectius: a istruirsi, perché allora si parlava ancora di istruzione, non di educhescion). L'accoppiata reverse CBT e climate change oblitera il pensiero gramsciano in modo più radicale ed efficace di quanto non abbiano provato, senza molto successo, a fare le carceri fasciste.

Ma nel patetico siparietto della wannabe io vedo in realtà due elementi, uno negativo, e uno positivo, che caratterizzano il nostro dibattito.

Il primo, quello negativo, è il nostro provincialismo, il nostro essere un Paese trainato e non trainante in termini di elaborazione concettuale. Non è una novità: da giovane ricercatore studiavo con divertimento il lag temporale intercorrente fra quando un articolo "pionieristico" (il modo in cui gli idiot savants accademici definiscono un articolo metodologicamente innovativo) veniva pubblicato su rivista internazionale e quando lo stesso articolo veniva scimmiottato su dati italiani dagli ascari di Bankit (che all'epoca non faceva solo propaganda, ma anche ricerca, con un ritardo di fase di circa due-quattro anni sulla letteratura internazionale). L'ego-ansia arriva oggi qui all'attenzione del pubblico con ben sedici anni di ritardo rispetto agli Iuessèi: sedici anni in cui di là se ne sono investigati i motivi e i pretesti, le ragioni e i torti, e se ne è esplorato il contesto generale, in un dibattito di cui qua sopra vi ho fornito un piccolissimo saggio, e che apparentemente è ignoto alle Marie Antoniette di sinistra ("Non possono entrare in centro? Vadano in auto elettrica!"):

tutte intente alla sublime ed appagante arte del complimento a vicenda:


Poi però c'è il lato positivo. Il fatto che qui per inscenare il siparietto si sia dovuto coinvolgere un'attivista/attrice ci lascia intendere che qui da noi i giovani hanno (forse) problemi più cogenti e sono (forse) ancora in grado di dare risposte meno emozionali. Lo sono in massima parte i giovani che vedo io, che l'ego-ansia la curano, come me, così:


ribellandosi alla prima delle tre grandi untruth:

e raccogliendosi sotto simboli oscenamente divisivi. Ma lo sono, in generale, tutti i giovani che vedo sempre più desiderosi di istruirsi e di partecipare.

Ricorderete che la mia scelta di militare politicamente a destra coincise con la constatazione che la sinistra aveva ormai smarrito qualsiasi barlume di coscienza di classe. Del resto, nel dibattito ero entrato, prima ancora di fondare il Dibattito, perché mi aveva particolarmente colpito, tredici anni fa, il commento di una giovane virgulta che su sbilanciamoci mi accusava di "complottismo" semplicemente perché avevo espresso l'idea che le istituzioni formali fossero in gran parte determinate dall'esito dei rapporti di forza prevalenti (e quindi, banalmente, che istituzioni come l'UE, volte essenzialmente a promuovere l'indiscriminata circolazione dei capitali, fossero un segno del fatto che la lotta di classe l'aveva vinta, appunto, il capitale). Era già chiaro allora che questi avessero perso la bussola, anche se non era chiaro come ora che oltre alla bussola avrebbero perso la Trebisonda.

Alla giovane wannabe che ci informa dei suoi dubbi circa l'opportunità di procreare in un mondo così ostile e così popolato da brutte perZone (quorum ego) io vorrei solo chiedere una cosa. Le vorrei chiedere se si rende conto che il testo da lei interpretato con così tanta convinzione è uno spot a favore di chi vuole ri-orientare il nostro sistema industriale in un senso imperialistico e neocolonialistico, le vorrei chiedere se oltre alla pietà per il suo bambino che forse non nascerà mai (ma io mi auguro di sì) prova anche un po' di pietà per i bambini del Congo che, appena nati, vengono sepolti nei giacimenti di coltan, vorrei chiedere se ha una qualche idea del perché le popolazioni dell'Africa, che oggi la sinistra ha eletto come "ultimi" e come "oppressi"... dal climate change (!) non riescano a emanciparsi, e di quanto una strategia industriale tutta elettrico e distintivo in realtà li condanni a un ruolo di subalternità per i lunghi decenni a venire.

Ma anche solo per capire queste domande la giovane dovrebbe staccarsi dal telefonino, e leggere magari un paio di libri senza figure. Non chiamateli comunisti. Magari lo fossero! I comunisti studiavano. Poi, in alcune fasi acute, impedivano agli altri di esprimersi. Questi non studiano, e la negazione della libertà di espressione per loro è un fatto cronico.

Ci vorrebbe più ideologia, ma l'ideologia presuppone, nel bene e nel male, il superamento dell'egolatria. 

Invece, come questo post invece ha cercato di chiarirvi, l'egolatria è stata accortamente incentivata colà dove si puote (a Ovest), costruendo a tavolino una generazione di utili idioti, affinché l'ideologia non fosse da ostacolo a quelli che vogliono orientare il mondo a immagine e somiglianza dei propri conti economici.

E le Marie Antoniette applaudono, ignare delle lezioni della storia...


(...con l'occasione, vi ricordo queste parole definitive sull'eco-anxiety e sul suo legame strutturale con la woke culture:

e che, per inciso, ci illustrano come la lotta di classe sia ormai appannaggio della destra...)

giovedì 2 novembre 2017

Una cortese risposta (lo spiaggiamento della classe media)

(...dopo aver ricevuto l'ennesimo sclero di un professionista che mi propone una ricetta - che non valuto - per ridurre, pensate un po'!, il debitopubblico - nel 2017! - ci penso un attimo, e do una risposta che condivido con voi. Io sto con Darwin...)

Gentile avvocato,

cosa vuole che le dica? Il suo ragionamento fila all'interno del suo mondo, che è il mondo che le rappresentano i giornali, posseduti e indirizzati dai grandi capitalisti.

Se lei è un grande capitalista (intendo: un plurimiliardario in euro, con importanti interessi in società finanziarie), allora il discorso si chiude qui: i nostri interessi sono divergenti, e la politica si occuperà di comporli.

Se lei invece non lo è, forse sarebbe ora che qualcuno le dicesse che il debito pubblico è un falso problema, e in particolare non è la causa della crisi. Io lo faccio da cinque anni (veda: http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html), e quelli che mi osteggiavano sono poi stati costretti a dire quello che dicevo io (veda: http://www.asimmetrie.org/op-ed/il-pentimento-del-prof-giavazzi-e-il-fallimento-dei-bocconiani/).

Da questo DATO DI FATTO (che i giornali ovviamente travisano, perché travisare è il loro lavoro) consegue che "ridurre il debito pubblico" (in qualsivoglia modo) significa amputare una gamba sana, e infatti il risultato delle politiche di "austerità" (termine non a caso coniato nell'Italia fascista, come lei forse saprà) è stato quello di far aumentare il rapporto debito/PIL (veda: https://goofynomics.blogspot.it/2017/10/della-vedova-e-le-esportazioni-treccani.html).

Quindi posso solo dirle che i suoi sforzi sono generosi e ingegnosi, ma assolutamente mal indirizzati. So già che non mi crederà, ma nonostante questo la saluto cordialmente: come sa, in natura accade spesso che animali intelligenti, come i cetacei, il cui cervello è più grande del nostro (o almeno del mio), scambino la spiaggia per il mare aperto. Loro pagano le conseguenze di questa strana decisione, e così pagherà chiunque, non essendo un plurimiliardario, continui a vedere nel debito pubblico, nelle "prebende", nei "carrozzoni", ecc., il suo nemico. Se la classe media italiana si sta estinguendo è un po' anche perché se lo merita: o vogliamo sempre dare la colpa agli altri (allo Stato, all'Europa, ecc.)? Questo non è il mio stile, e non dovrebbe essere lo stile di nessun liberale.

Cordialmente.

Alberto Bagnai


(...estinguetevi: fino a ieri ve lo chiedeva solo l'Europa. Da oggi ve lo chiedo anch'io...)

venerdì 20 maggio 2016

Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile

Premessa

Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:

"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."

che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:

"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".

Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...

Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".

Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:

"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."

ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:

"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"

Ecco, vedete?

It must be war.

(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)

Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.

E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).

Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).

E quindi, come dice Keynes:

"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."

cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:

"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".

Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi,  quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.

Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...

Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.

Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).

Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...

La chiudo qui.

Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.

Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).

L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).

Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.

Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.

Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?

È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.

Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "

Norma Rangeri: "Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla..."

Una ascoltatrice: "Allora, noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista..."

Norma Rangeri: "Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre."

Una ascoltatrice: "No, va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola."

Norma Rangeri: "Ssssì, certo, grazie."

Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.

Qui si apre un caso di coscienza.

Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.

L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.

Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.

Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.

Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.

Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?

Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:


Ne evidenzio solo due, quelli dispari.

Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.

Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.

La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.

Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!

Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!

E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.

Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).

Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.

E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.

Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.

Approfittiamone.

Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).