Visualizzazione post con etichetta regolamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta regolamento. Mostra tutti i post

martedì 17 giugno 2025

Cuore e batticuore

Questa volta non è stata la piccola vedetta lombarda: questa volta lo sproloquio europeista è stato intercettato dal piccolo scrivano fiorentino (nero di capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore di un impiegato…).

Ma è più questione di fortuna che di merito: Essi™️ sono ovunque, escono dalle fottute pareti, sempre pronti a farti ricominciare nel modo peggiore una serata che sembra finalmente in fase di atterraggio. La storia comincia così: l’opposizione fa lecitamente sentire la sua voce con un perentorio e tonitruante atto di indirizzo, che le norme regolamentari a sua tutela le consentono di incardinare in aula.

Il regolamento, in effetti, pensa a tutelare le minoranze, ed è giusto che sia così. La maggioranza, cioè voi, sarebbe in effetti tutelata dal numero, e le cose funzionerebbero così se si decidesse che quando l’opposizione dice le sue amenità, noi gli si vota contro e finisce lì. Purtroppo le cose non stanno così, perché nonostante non vi sia, a quanto mi consta, un preciso obbligo di presentare una mozione per gruppo o per schieramento quando qualcuno si sveglia e presenta la sua, generalmente alla mozione di opposizione si deve contrapporre una mozione di maggioranza. “Bene!” direte voi: “così almeno alle loro stronzate possiamo contrapporre delle tesi corrette e avere la soddisfazione di votarcele! Facciamo così vedere che non siamo ideologici, che non ci limitiamo a dire di no, ma che siamo propositivi e costruttivi, come una sana maggioranza deve essere!”.

Peccato che inevitabilmente l’esito sia il seguente: a una loro stronzata si finisce per contrapporne una nostra ancora peggiore. Come si arriva a questo esito infausto? Ma è molto semplice, benedetti figliuoli: il fatto è che qualsiasi bozza di atto di indirizzo governativo viene invariabilmente scritta da un tecnico di qualche ministero, e, come voi sapete, la tecnica è la prosecuzione del PD con altri mezzi. Insomma, il motivo per cui noi ci ritroviamo a presentare delle stronzate più grosse delle loro è che le nostre stronzate non le scriviamo noi: le scrivono Essi™️, nella loro veste non di politici (sottoposti al voto degli elettori), ma di tecnici (giustamente tutelati dal diritto del lavoro).

Sul cinema che parte quando il filtro politico di maggioranza intercetta simili parti della mente malata di un tecnico (che in quanto tale non può che essere di opposizione, ovviamente se la maggioranza è di centrodestra) per il momento non vi ragguaglierò. Mi affido alla vostra fertile immaginazione e alla vostra pazienza: un giorno uscirà “Trent’anni di patriottismo” (con tutte le chat in appendice) e quel giorno, chi ci arriverà, si farà delle gran risate.

Mi limito per ora a una considerazione, la più banale. Questo simpatico circo è anche una macchina per distruggere tempo, il tempo che ci servirebbe per raccogliere le idee, il tempo che ci servirebbe per capire con chi sostituire dei funzionari ideologizzati ed infedeli (anche se forse non è corretto parlare di infedeltà, un po’ perché ho il sospetto che a qualcuno siano fedeli, anche se quel qualcuno non siamo noi, e un po’ perché il piano probabilmente è diverso: sono persone che leggono il giornale e credono al mondo descritto dal giornale, un mondo in cui “l’Europa è il nostro destino“).

D’altra parte, non è così chiaro a favore di chi giochi il tempo, se a favore nostro o a favore di Essi™️. Non è nemmeno chiaro di quanto tempo noi (o essi) disponiamo. Il nostro tempo dipende da voi e dal Padreterno. Il loro solo dal Padreterno. In questo senso stanno senz’altro meglio loro (senza offesa)!

E ora ritorno al circo: me lo chiede l’Europa!






mercoledì 13 settembre 2023

Presidenziagite


(...poi vi spiego con calma che cos'è, che cosa significa e che cosa comporta...)

 


venerdì 23 giugno 2023

Altro giro, altra corsa (le consultive sul MES)

Dato che prevenire è meglio che curare, desidero segnalarvi quali saranno i prossimi passaggi dei disegni di legge "gemelli omozigoti" sulla ratifica del MES, prima del passaggio in aula. Come sapete, quando un disegno di legge viene pubblicato, il Presidente lo assegna a una Commissione in sede referente. La Commissione in sede referente è anche detta Commissione "di merito" perché è quella che analizza nel merito il provvedimento e riferisce all'Assemblea legislativa (votando il mandato al relatore). Per le ratifiche la Commissione di merito è la III, Affari esteri, anche se le ratifiche riguardano temi europei (per questo motivo io, che sono in Commissione XIV in sostituzione permanente di Giorgetti, mi sono fatto assegnare alla III in sostituzione di Angelucci per seguire i lavori da vicino). Dato che il mondo è complicato, è difficile che un disegno di legge coinvolga solo le competenze di una specifica Commissione. Per ovviare a questa evenienza ci sono due strumenti: l'assegnazione a Commissioni riunite, e l'assegnazione in sede consultiva. Nel primo caso, l'esame viene svolto da due (o più, ma non l'ho mai visto succedere) Commissioni "di merito". Nel secondo caso, altre Commissioni vengono chiamate a esprimere un parere, che può essere favorevole o contrario, e in entrambi i casi può essere "secco", o con osservazioni, o con condizioni (parere favorevole a condizione che ecc.).

Le Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio vengono coinvolte di routine per una verifica della costituzionalità del disegno di legge in esame e del suo impatto sul bilancio pubblico. Sono le Commissioni cosiddette "filtro", il loro coinvolgimento è un atto dovuto (per i motivi che vi ho appena esposto) e in particolare il parere della V (Bilancio) è indispensabile per accertare che la legge in esame non ponga nuovi oneri a carico del bilancio dello Stato. L'organo che accerta questi eventuali oneri è la Ragioneria Generale dello Stato, un dipartimento del MEF, e nel caso in cui accerti nuovi oneri per cui manca una copertura dà un parere negativo ai sensi dell'art. 81 terzo comma della Costituzione, che recita: "Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte". Se la legge non indica "i mezzi per farvi fronte" (la copertura) la Ragioneria dà un "81" (e l'emendamento o la proposta di legge muoiono).

La Ragioneria ragiona in modo ragionieristico: questo non è un problema, è una caratteristica del tutto fisiologica. Il problema sorge quando in modo ragionieristico argomentano gli economisti, ma oggi non ci occupiamo di questo. Tornando al tema che tanto appassiona tutti, sappiamo bene quali conseguenze avrebbe la ratifica del MES per la nostra economia, così come qualcuno (che all'epoca non era in Parlamento) sapeva quali conseguenze avrebbe avuto l'Unione bancaria.

Tuttavia, in termini ragionieristici, una ratifica per lo Stato ha il costo dell'inchiostro usato per firmarla: zero.

Di conseguenza, quando la proposta di legge sulla ratifica del MES andrà in Commissione bilancio per la sede consultiva, avrà un parere positivo del MEF (più esattamente della Ragioneria), per il semplice motivo che questa dirà che non ravvede particolari oneri a carico della Stato. Possiamo facilmente immaginare che gli operatori informativi faranno un altro giro di titoli sul MEF "favorevole alla ratifica". Sta a voi scegliere se venire a infastidire noi, che vi informiamo, o chi vi disinforma per evidenti motivi di faziosità politica.

Io un'idea su che cosa sarebbe più razionale fare ce l'avrei: niente. Montano la panna perché vedono che abboccate. Se non abboccaste, ne dovrebbero inventare altre.

In alternativa, anche se nessuno sta pensando di approvarla, la ratifica della riforma del MES, può aver senso manifestare la propria contrarietà a questa ipotesi. Ma anche qui, naturalmente, non sui social di chi vi ha spiegato perché dovreste essere contrari: mi sembrerebbe una perdita di tempo particolarmente idiota! Andate invece a spiegarlo a chi, se non vi ha disinformato, quanto meno per informarvi non ha fatto nemmeno un milionesimo di quello che è stato fatto qui, andate a convincere quelli su cui potete avere qualche dubbio, non me: ci sono modi meno stupidi di rendersi ridicoli.

E ora aspettiamo serenamente il prossimo giro, consci del fatto che it's not over until it's over (e verosimilmente neanche dopo: quando si arriva di fronte a un muro lo si può scavalcare, come ci insegna Frank Gramuglia).

giovedì 22 giugno 2023

Sinite stultos sepelire stultos suos

Amici cari, è normale che i cretini facciano i cretini, e in democrazia è anche normale lasciarglielo fare, within reason. Sarebbe anche normale, ancorché inelegante, che qualora un cretino mi venisse a cercare io lo troncassi a fare in culo. Sarebbe normale, sarebbe umano, sarebbe comprensibile, ma da quando sono un uomo politico devo dare il buon esempio e quindi non posso farlo, neanche in questo blog che non esiste, che non ha influenzato la storia del Paese, perché nessuno lo ha mai letto e conseguentemente non ha mobilitato una community di un certo peso. Sarebbe però spiacevole se qualcuno di voi, andando dietro alle cretinate dei cretini, si esponesse al rischio di una affettuosa e composta censura.

Onde evitare, vi chiarisco un punto, così almeno lasceremo che i cretini seppelliscano i loro cretini, e noi potremo dedicarci ad altro.

Oggi in Commissione III si votava il testo base del disegno di legge parlamentare di ratifica della riforma del MES. Mi scuso per l'affastellamento di genitivi (e per l'abbottamento di genitali), ma in questo caso neanche Flaubert riuscirebbe ad evitarlo.

Che cosa significa votare il testo base?

Semplice: l'opposizione aveva presentato due progetti di legge identici, il 712 De Luca:

 e il 722 Marattin:

Può succedere. Quando succede, l'articolo 77 del Regolamento stabilisce che:

  1. Se all'ordine del giorno di una Commissione si trovano contemporaneamente progetti di legge identici o vertenti su materia identica, l'esame deve essere abbinato.
  2. L'abbinamento è sempre possibile fino al termine della discussione in sede referente a norma dell'articolo 79.
  3. Dopo l'esame preliminare dei progetti abbinati, la Commissione procede alla scelta di un testo base ovvero alla redazione di un testo unificato.

Oggi eravamo al passaggio stabilito dall'art. 77 comma 3: scelta di un testo base, quindi il sì o il no erano sulla proposta (fatta dal relatore) di quale testo scegliere come base. Un voto procedurale sulla scelta del testo, non un voto di merito sull'approvazione del testo.

Ora, dal nostro punto di vista il dibattito sul MES è altrettanto attuale, ma meno fondato, di quello fra nestoriani e monofisiti. Una cosa fuori dal tempo e di nessuna utilità che l'opposizione tira fuori al mero scopo di infastidirci. Lei fa bene a provarci, ma per evitare che ci riuscisse oggi siamo usciti dalla III Commissione (c'ero anch'io) e abbiamo lasciato che lei si scegliesse il suo testo base.

Votare contro il testo base avrebbe significato precludere all'opposizione la possibilità di discutere un disegno di legge: avrebbe rappresentato una forzatura, una compressione difficilmente giustificabile del diritto dell'opposizione a perdere tempo su una cosa che poi sarà comunque bocciata. Votare a favore di uno dei due testi base (peraltro perfettamente identici, il che vi evidenzia plasticamente l'inutilità di un simile voto) avrebbe significato dare a qualche cretino o a qualche farabutto la possibilità di sparare il titolone: "Il centrodestra vota sì al MES"! Oggi il cretino è specializzato, diceva Flaiano, e di cose simili ne abbiamo viste accadere non poche. Dopo di che, su Twitter, l'avvocato Timballo, il professor Campagnoli, l'economista Babordi, l'opinionista Cadonetti, avrebbero cominciato a trinciarceli con la solfa dell'"hai tradito! Gioco delle parti! Schiavi dei poteri forti!" e via coglioneggiando.

Capite bene che anche no!

Io me ne sono andato a fare due commissioni e poi a fare agenda in ufficio, e i colleghi sono andati dove gli è parso.

Ora siamo nell'ansia amletica di sapere quale dei due testi sarà stato votato! Dovremo bocciare il 712 De Luca o il 722 Marattin? Perché delle sfumature, delle differenze, fra i due testi, ci sono: ma solo nella pronuncia. E quindi anche la bocciatura dovrà tenerne conto...

Quale sia la linea credo che chi non è cretino lo abbia capito:



e come insigne cortesia vi chiedo, nel caso incontriate un cretino, di fare in modo che la sua cretinaggine resti un suo problema e non diventi un problema sistemico. Semplicemente passate oltre con rispetto e cortesia, ma anche con silenzio. Non avvicinate mai simili escrementi alle mie narici: ve l'ho sempre chiesto, e sapete anche che la vita politica ha dolorosamente messo, e ogni giorno dolorosamente mette, alla prova questa mia sensibilità.

Non sapremo se bocceremo il testo in napoletano o quello in ferrarese (diciamo così). Ma questa sarà la fine, per quanto mi riguarda. Il dibattito sul MES, volendo rifarlo (visto che è già stato fatto) sarebbe una cosa seria: ma non ha ovviamente alcun senso condurlo così, e condurlo ora.

Punto.

E ora, siccome più chiaro di così non posso essere, ma non sono mai abbastanza chiaro, si aprano le gabbie!


(...sì, quello che volevo dire è che quelli che "Gnegnegnè Bagnai non ha votato contro!" sono dei gpdm: suggerisco di non andargli dietro: toglierseli da sotto le scarpe non è un'operazione piacevole. Poi, fate voi...)

(...ovviamente lo avete capito: la prossima mossa in questa scaltra strategia della sinistra sarà quella di portare in aula la ratifica del Trattato di Campoformio per farci litigare con Zaia e Fedriga. Loro, i sinistri, sono fuuuuuuuuuuuuuuuuuurbi! E qualche volta, purtroppo, anche voi. Non vi chiedo un'adesione fideistica, non pretendo immunità dal diritto di critica. Ma un minimo di rispetto per quanto ho fatto finora e per quanto sto facendo, quello magari sì. Non aspettatevi altro che reciprocità, ma se poi non ce la fate a sostenerla, non piagnucolate...)

lunedì 9 gennaio 2023

"Non deve timbrare..."

Il Comico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

A me, post questi ultimi due, sono mancati molto. Chiaro che il Bagnai non può essere uno e trino, e se sta in senato o in commissione, non può scrivere sul blog. La mia domanda è: esiste oppure è prevista la nascita di un punto di riferimento per la corrente economica di pensiero a cui il Bagnai appartiene? Penso a un progetto editoriale - anche non gratuito. Insomma, io personalmente pagherei per avere anche solo una volta a settimana una piccola analisi critica, magari con la possibilità di fare alcune domande (limitatamente all'argomento trattato)

Pubblicato da Il Comico su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 17:40


In effetti, essere uno e trino comporterebbe una sensibile semplificazione amministrativa: potrei chiedervi direttamente l'8x1000, anziché il 2x1000 per il progetto politico cui appartengo (la Lega) e il 5x1000 per il progetto culturale che ho fondato dieci anni fa (a/simmetrie: a proposito, non perdetevi il webinar di giovedì prossimo col socio Torlizzi sull'annoso tema della speculazzione - rigorosamente con due zeta). Credo sappiate però un po' tutti che questa semplificazione porterebbe con sé costi significativi:


quindi mi accontento di essere uno e unico e ringrazio molto Il Comico per la stima che esprime.

Il problema dell'impegno politico non è tanto l'occupazione del tempo (ne prende tanto, è chiaro, ma anche stare qui con voi a studiare i problemi e raccogliere le vostre osservazioni è parte di quel lavoro), quanto l'assoluta imprevedibilità di agenda.

Oggi, ad esempio, sono in V Commissione, che non è la mia, per sostituire un collega e amico, il presidente Gusmeroli: ci sono gli emendamenti all'Aiuti quater da votare. Dato che risiedo a Roma, mi sembra doveroso offrirmi quando qualche collega ha impegni sul territorio (io nel mio collegio generalmente ci sono da giovedì pomeriggio o venerdì a domenica). Il decreto è "blindato", come impone la liturgia. Quello che si poteva approvare è stato approvato dalla bilancio Senato, qui dobbiamo solo bocciare gli emendamenti dell'opposizione, dando ovviamente agio ai suoi rappresentanti di esporci perché invece dovremmo venire incontro alle loro proposte. Lo facciamo con benevola e solidale condiscendenza.

Qualcuno di voi penserà che questo non è un modo molto utile di passare il tempo, ma "mi verrebbe da dire" (cit.) che la vita è come il maiale: non si butta nulla!

Oggi, ad esempio, ho imparato una caratteristica del regolamento della Camera. In Senato, come forse vi dissi, le presenze in Commissione sono attestate dalla firma. Alla Camera invece bisogna "beggiare" (dall'inglese "to badge" - or not to badge, che però vuol dire un'altra cosa) col proprio tesserino elettronico: una grillinata che risale a un paio di legislature fa, come ci ha spiegato Claudio Borghi su Twitter. Io ovviamente mi adeguo, soprattutto quando non capisco, quindi anche oggi vado diligentemente munito del mio microchip, ma la macchinetta mi restituisce un inquietante messaggio: "Non è in lista". Guardo un funzionario, che mi dice: "Onorevole, lei non deve timbrare, perché è in sostituzione!"

Ho un moto di ribrezzo che reprimo, e torno verso il mio posto.

Passando accanto ad altri funzionari, prorompo: "Ma si è visto il mio fastidio? Perché secondo me non è vero che non devo timbrare perché sono in sostituzione: non devo timbrare perché sono un rappresentante del Popolo italiano".

Avranno capito?

L'idea (sbagliata) che il parlamentare sia un "dipendente" anziché un rappresentante è una delle tante metastasi del cancro dell'antipolitica, e qualsiasi gesto o simbolo tenga ad avvalorarla è intrinsecamente nemica della democrazia, vostra nemica. Ma naturalmente tanto lavoro è stato fatto per non far capire questa semplice verità, e sicuramente il 30% di chi legge appartiene a quella maggioranza rumorosa che è convinta poter conseguire una rappresentanza più forte indebolendo i propri rappresentanti. Un livello di controintuitività da economista di quelli bravi (quelli che ti spiegheranno domani perché le cose che hanno previsto ieri non si sono verificate oggi), ma tant'è. Questo è il nostro mondo, e se vogliamo cambiarlo cerchiamo di accertarci che non sia in peggio, perché vi ricordo che anche gli ortotteri erano visti da molti di voi come forza rivoluzionaria, quando io vi spiegavo questa semplice verità:


e voi non eravate d'accordo.

Chi aveva ragione?

(...statemi bene, ci vediamo poi dalla dott.ssa Merlino...)

domenica 12 dicembre 2021

Un'altra Commissione è possibile

 Guardatevi questo filmato:


(...magari non tutto, o non ora...)

Da una settimana ho ripreso a correre. Tempo non ce n'è, il freddo non è un grande incentivo, ma resta il fatto che siccome una Guerra dei trent'anni dura trent'anni (anche se qui molti hanno un'astronomia tutta loro), per arrivare a 86 anni sufficientemente lucido occorre che mi scrolli di dosso un po' di chili. C'è anche da dire che qualche giorno fa, dopo una delle tante audizioni, per la prima volta ho veramente perso le staffe con una persona (per fortuna solo al telefono), cosa che a un politico non dovrebbe mai succedere, non solo perché, come diceva Machiavelli, "li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere; perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: sí che l'offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta" (e quindi, una volta intuito che il conflitto non ammette prigionieri, meglio evitarlo finché non si è sicuri di vincerlo), ma anche perché in Italia basta avere sufficiente pazienza da aspettare il Grande supplente e lasciar fare a lui (ricordate? Se ne parlava qualche giorno fa...).

Io pazienza ne ho, ma insomma: meglio sfogarsi, meglio ossigenarsi...

Aggiungete il fatto che da quest'estate mi fa un po' male un ginocchio. Mi sono fatto male praticando lo sport che secondo i medici non fa male (il nuoto), venendomi così a trovare nella tipica situazione in cui un medico ti direbbe "si riposi un po', vedrà che le passerà", che è poi la situazione in cui a me i dolori non passano finché non smetto di riposarmi e non torno a stressare la parte.

In effetti, dopo tre uscite sto già meglio: l'ortopedia non è una scienza e la Natura è un grande medico (anche se ogni tanto ha bisogno di una mano).

Mentre mi facevo la salita di villa Glori a ritmi decisamente geriatrici rispetto a quelli di tre anni fa incontro in discesa un funzionario parlamentare fra i più amabili ed eleganti. Ci riconosciamo, mi saluta, e gli faccio vedere che cosa ascoltavo in cuffia: l'audizione qua sopra. Commenta: "Sembra interessante!". Rispondo: "Direi di sì, e mi piacerebbe sapere perché io invece in quella stessa aula mi annoio così tanto. Forse dipenderà dalla Presidenza...".

Eh già...

Perché anch'io sono in una Commissione d'inchiesta, che si riunisce nella stessa aula del quarto piano di San Macuto. Ma nella Commissione cui appartengo, nonostante che gli auditi abbiano fatto in diverse circostanze rivelazioni piuttosto interessanti:


che hanno avuto eco sulla stampa, nulla si muove, nulla si sposta. La Commissione "passerella" (come la chiamo io) opera con la penosa liturgia del "giro di domande" con rispostone evasivo finale, anziché, come la Commissione David Rossi, consentendo un minimo di contraddittorio (cosa che ci si aspetterebbe da una Commissione che, secondo quanto recita l'art. 4 della legge istitutiva che contribuii a far approvare, "procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le medesime limitazioni dell’autorità giudiziaria"), e quindi non si arriva a nulla, non si segue alcun filone preciso, non si valorizzano gli esperti, in sintesi: non si indaga.

Ma comunque il punto qui non è (solo) questo: ci tenevo (soprattutto) a farvi notare, perché qui amiamo essere precisi, che quanto avevo detto in un post precedente non era del tutto corretto. Già con l'attuale regolamento ci sono Commissioni parlamentari che prevedono un confronto all'americana: sono le Commissioni d'inchiesta che fanno le Commissioni d'inchiesta. Quando funzionano così, le Commissioni d'inchiesta parlamentari possono far emergere verità che al Grande supplente sono rimaste nascoste (o che ha voluto tenere nascoste, perché non possiamo precluderci questa possibilità, tanto più in presenza di certi comportamenti ritorsivi).

Quando non funzionano così, servono solo a farti pensare che con tutto quello che c'è da fare staresti meglio da un'altra parte...

(...ma tranquilli: prima o poi una vera Commissione d'inchiesta sulla mattanza del nostro sistema bancario ci sarà, e se avete capito come funziona, avrete anche capito che cosa potete fare per contribuire a realizzare questo obiettivo che il passare del tempo non ha reso meno necessario: basta aspettare altri 16 mesi, o forse anche di meno...)


sabato 25 aprile 2020

Sull'ordine dei lavori (3)

Nel tentativo vano di mettere ordine nella mia posta mi imbatto in questa lettera:


Caro Senatore Bagnai
in un recente discorso al Senato Lei si è rivolto al Presidente Conte come “giurista e seconda carica dello Stato”, purtroppo la seconda carica dello Stato era in Aula in quel momento e Le aveva appena affidato la facoltà di parlare......


Che c'entra col 25 aprile? Secondo me c'entra.

Tutti avete visto che in aula mi stavo appunto rivolgendo al mio Presidente, quello che ho eletto, e che, come sa chi non è sceso oggi da Saturno, vuole essere chiamato "signor Presidente" (non "signora Presidenta"), perché ama l'Italia e la sua lingua. Tant'è che quando poi ho voluto rivolgermi a quello che invece non vorrei come Presidente del Consiglio, perché disprezza la democrazia e il Parlamento, l'ho chiamato esplicitamente Signor Presidente del Consiglio. Ma poi tutti sanno che in aula ci si rivolge al Presidente dell'Assemblea, e anche chi non lo sa dopo un po' lo impara: sono frequenti i richiami all'ordine in questo senso (l'art. 85 esplicitamente dice che "gli oratori parlano all'Assemblea", il che vale ad evitare battibecchi, e siccome "Signora Assemblea" non starebbe bene, all'Assemblea ci si rivolge per il tramite del Presidente, cosa che il Presidente appunto ricorda ogni volta che parte il battibecco, onde evitare che scatti l'art. 87 del Regolamento - e visto che siete così bravi, quello ve lo studiate da voi...).

Ma soprattutto, tutti dovrebbero sapere quello che voi qui avete imparato. La lunga strada di questo blog, quella percorsa insieme, e quella ancora da percorrere, è lastricata di attacchi kamikaze da parte di sconsiderati ebbri della propria sicumera e obnubilati dalla propria crassa ignoranza dei fatti, delle cose e delle persone, come il nostro nuovo amico diversamente ortografico (la punteggiatura è il marker sovrano: i puntini di sospensione sono rigorosamente tre).

Ecco, volevo dirvi questo: festeggiare il 25 aprile, per me, significa lavorare, come sto lavorando, per liberare anche un poverino simile, uno che pensa di insegnare a me che Maria Elisabetta Alberti Casellati, non Giuseppe "Pacchetto" Conte, è la seconda carica dello Stato. A uno così non possiamo pensare di spiegare la precisa intenzione politica e retorica di rivolgermi esattamente alla seconda carica dello Stato in un discorso in cui denunciavo il più violento attacco alla Costituzione mai perpetrato dal 1948 ad oggi: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate. Una scarsa lucidità di simile ampiezza preoccupa, in un momento come questo. Ma non bisogna soggiacere alla tentazione di pensare: "Meno male che c'è la crisi: ora verrà a prenderti, e avrai meno tempo per disturbare chi ne sa più di te!"

Perché anche lui, anche questa persona cui ho dovuto dedicare pochi, preziosi secondi del mio tempo, devastati dall'inutilità e dalla sciocchezza della sua osservazione, è un italiano. Oppure, più prosaicamente, perché anche questa persona che non aveva niente di meglio da fare che mettere il suo nome e cognome sotto questa monumentale prova di ignoranza è un contribuente, è il cliente di qualcuno, ed è il fornitore, o il lavoratore, di qualcun altro.

Piaccia o meno.

Un organismo è fatto di tante cellule. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno. Questo è quello che mi avete chiesto, e questo è quello che sto cercando di fare. Magari ricordatevene anche voi. Capita sempre lo sciocco che ti dà ai nervi. Basta evitarlo. Se dovessimo ripartire solo con quelli che hanno capito che cosa è successo, diciamo che dovremmo affrontare una crisi demografica di ampie proporzioni. Non dimenticatelo mai. Il Paese lo dovremo ricostruire anche con chi lo ha distrutto e lo sta distruggendo.

(...no man left behind...)

domenica 12 aprile 2020

Sovranità usurpata

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno

così i costituzionalisti stanno uscendo dalla loro turris eburnea, a uno, a due, magari domani a tre, e noi, che tante volte e in tanti modi abbiamo cercato di coinvolgerli (ad esempio qui e qui), restiamo comunque nel dubbio che lo 'mperché ancora non sappiano, cioè che ancora non sia a tutti loro chiaro, per motivi antropologici, epistemologici e sociologici (in ordine alfabetico), quale dovrebbe essere il punto focale di questa loro preoccupazione che finalmente si estrinseca, ovvero il fatto che un sistema che prevede come unica valvola di sfogo la compressione dei salari, (De Grauwe dixit: "ridurre salari"), necessariamente dovrà comprimere i diritti politici. Questa deriva autoritaria è oggettiva: dato che i salari sono la fonte di reddito della maggioranza, questa, vistasi lesa nei suoi diritti economici, prima o poi voterà contro. L'unico modo che il sistema ha di perpetuarsi è comprimere, insieme ai salari, la democrazia.

As simple as that.

Bene così, e mi perdonino gli autorevoli colleghi per quello che suona come un amaro sarcasmo, perché lo è. D'altra parte, le due terzine che ho citato sono immediatamente precedute dal mio endecasillabo preferito:

ché perder tempo a chi più sa più spiace.

Oh, quanto tempo è andato perduto, sprecato! E quanto ci ha addolorato, questa perdita di tempo, quanto lancinante è stato l'assillo di noi che vedevamo il nostro Paese scivolare lungo un piano inclinato al termine del quale non poteva che esserci la compiuta metamorfosi del fascismo finanziario (Tremonti dixit) in fascismo politico!

Noi vedevamo, noi denunciavamo...

Ma non dobbiamo guardare indietro! Non è perché si sveglia solo quando l'acqua lambisce il lino delle sue candide lenzuola in prima classe che chi sa fare cose sia inutile, anzi! Capita che le conversioni tardive siano assistite dal sacro zelo del neofita, che, quando non è un intralcio, è una risorsa, e quindi noi, che siamo il dibattito, esattamente come dobbiamo bloccare senza remissione né misericordia i provocatori, dobbiamo accogliere senza rampogne né diffidenza questi risvegli tardivi, dobbiamo valorizzarne il contenuto, dobbiamo nel modo più neutrale e asettico possibile portarli a conoscenza dei nostri concittadini.

Con questo spirito ecumenico voglio segnalarvi un bellissimo articolo che ho letto oggi, il cui autore è stato niente meno che Presidente della Corte Costituzionale in un periodo in cui il dibattito già esisteva.

La tesi

L'articolo è molto leggibile ma ve ne riassumo comunque per sommi capi il contenuto.

Partendo dall'affermazione che è improprio e pericoloso parlare di sospensione delle garanzie costituzionali, perché sarebbe sufficiente "per fronteggiare lo stato di necessità, applicare quanto è scritto nella Carta costituzionale" (e se una cosa non serve a nulla serve a qualcos'altro, come qui sappiamo), l'articolo descrive con preoccupazione due processi degenerativi in corso da tempo: il disprezzo verso la democrazia parlamentare, su cui qui tante volte ci siamo spesi in inutili allarmi, che non incombevano a noi per settore scientifico-disciplinare (in particolare quando abbiamo criticato la raison d'être dei nostri amici ortotteri), e la progressiva alterazione della gerarchia delle fonti, cioè l'effetto domino che ha portato "il decreto legge al posto della legge, l’atto amministrativo al posto del decreto legge" (anche di questo qui ci siamo occupati, quando vi ho spiegato in dettaglio che cosa sia diventato il processo legislativo ordinario: "la vera attività legislativa infatti si svolge ormai in un altro modo, cioè "agganciando" a un treno-decreto un vagone-emendamento"). Un effetto domino nella sfera legislativa che si affianca ad un altro, in quella esecutiva: "Il Parlamento è troppo lento e rissoso per essere in grado di sfornare atti normativi con la tempestività imposta dalle drammatiche circostanze determinate dall’espandersi del contagio. Ci pensa il Governo; anzi, siccome lo stesso Governo è lento e litigioso al suo interno, ci pensa il Presidente del Consiglio dei ministri".

Con squarci storici suggestivi e impressionanti l'autore mette in evidenza i tremendi rischi di queste derive che il mito del "decisionismo" rende tollerabili se non addirittura auspicate da popolo ed élite: "quel benefico decisionismo, il cui deficit sarebbe alla radice di tutti i mali. Si diceva lo stesso nella Germania di Weimar. Sappiamo come è andata a finire".

L'autore riconosce poi con saggezza l'esistenza di alcuni vincoli oggettivi e soggettivi allo svolgimento della normale attività parlamentare: ravvisa vincoli soggettivi in "eventuali atteggiamenti non collaborativi dell’opposizione", e vincoli oggettivi nella "difficoltà di riunirsi delle Camere, a causa della necessità di osservare rigorosamente le precauzioni necessarie ad evitare la diffusione del contagio, anche all’interno delle sedi parlamentari". Per ovviare a entrambi questi limiti l'autore propone, in assenza di riserve di legge di rango costituzionale o di altro tipo, di modificare i regolamenti parlamentari in modo tale che la conversione dei decreti possa avvenire in sede redigente o addirittura (non è chiaro) deliberante, con un duplice vantaggio: tempi più rapidi (questi in effetti si avrebbero solo nella sede deliberante, che elimina il passaggio in assemblea, e credo che a questo si riferisca l'autore quando parla di "procedimento decentrato"), e ovviamente il coinvolgimento di un minor numero di parlamentari, con minori rischi di contagio.

L'ultimo paragrafo è ugualmente interessante e riguarda un altro grande tema sollevato dalla crisi, il rapporto fra emergenza e sistema delle autonomie, su cui non entriamo per non appesantire il discorso.

La diagnosi

La diagnosi dell'autore è a mio avviso tanto illuminante quanto condivisibile, anche se, a mio avviso, necessita di due integrazioni.

La prima è che, suppongo per economia di trattazione, nel denunciare l'aggressione "bottom-up" alla potestà parlamentare, tale per cui argomenti oggetto di riserva di legge come le libertà personali vengono in nome del decisionismo gestiti per atto amministrativo, l'autore non si sofferma su un'altra aggressione, ben più risalente e penetrante, quella che avviene "top-down" in base all'affermazione del principio della supremazia del diritto comunitario sul diritto nazionale. Come qui abbiamo ampiamente discusso, grazie al lavoro di Luciano Barra Caracciolo e di Vladimiro Giacché, i principi fondamentali dei Trattati sono in larga parte incompatibili con quelli della nostra Costituzione. Vale la pena di ricordare la semplice radice di questa antinomia: la Costituzione di una Repubblica fondata sul lavoro (Art. 1 comma 1 Cost.) oggettivamente entra in conflitto con quella di una Unione basata sulla stabilità dei prezzi (Art. 3 comma 3 TUE), per il semplice motivo che la dinamica dei prezzi è legata non all'offerta ("stampa") di moneta, come ha dimostrato il fallimento di Draghi nel raggiungere l'obiettivo di inflazione al 2%, ma alla dinamica della disoccupazione (curva di Phillips, esercito industriale di riserva, ecc.).

Quindi, se vuoi prezzi stabili, devi sacrificare lavoro (occupazione), e se vuoi tutelare il lavoro (piena occupazione), devi sacrificare la stabilità dei prezzi (o ridefinirla in modo compatibile).

Ciò pone ovviamente il tema di chi debba cedere il passo quando questo conflitto si estrinseca, tanto più che, come è stato autorevolmente ricordato se non erro da Omar Chessa nel convegno sopra citato, il principio della supremazia del diritto unionista di fatto legittima l'aggressione di norme di rango costituzionale, o comunque di rango primario, da parte di norme di rango secondario: i Regolamenti UE, che sono, per definizione, immediatamente esecutivi (come i decreti legge). A titolo di esempio, riallacciandomi a un tema che qui abbiamo visto venire prima di altri, il diritto costituzionale alla tutela del risparmio è stato aggredito dal complicato intreccio di due direttive (la BRRD e la CRD) e un regolamento (il CRR), aggiungendo al vulnus di una aggressione alla Costituzione a colpi di normativa secondaria quello di una totale opacità, tale per cui la stessa Autorità Bancaria Europea si è sentita in dovere di emettere delle linee guida per aiutare le autorità nazionali ad orientarsi (!) in questo complesso inviluppo.

Non è solo il cesarismo nostrano, che pure c'è (ci sarà pure un motivo se nell'ultima discussione sulla fiducia qualcuno in aula ha "cripto-citato" Shakespeare...), a mettere in crisi la gerarchia delle fonti: l'imperialismo altrui fa la sua parte. Mi piacerebbe sinceramente sentire il parere dell'autore su questo punto: appartiene anche lui al consesso di chi nell'art.11 della Costituzione legge il termine "limitazione" (restringo l'uso di un "oggetto", la sovranità, che appartiene a me popolo) come "cessione" (cedo - a chi precisamente? - un oggetto che solum è mio, la sovranità, e che quindi da lì in poi non mi appartiene più)?

Sarebbe utile saperlo, perché la summa divisio si pone a quel livello.

C'è poi una sfumatura, che però a me pare importante. L'autore sembra ritenere che Schmitt non ci aiuti a inquadrare la situazione attuale, e su questo mi permetto di dissentire, assistito dall'incipit della Politische Theologie: Souverän ist, wer über den Ausnahmezustand entscheidet. "Entscheiden über" significa decidere (su qualcosa), non comandare (in o durante qualcosa). L'etimologia rimanda insomma a una opzione radicale, una cesura fra due alternative: lo skeidan del tedesco antico è parente dello scindere latino e italiano (Martinetus saprà aiutarci a trovare il nonno sanscrito di questi nipotini...). Ma insomma, a me pare che Schmitt semplicemente (etimologicamente) dica che sovrano è chi "ci dà un taglio" e decide che si è in stato di eccezione, indipendentemente dal fatto che sia poi in grado di governarlo o sia chiamato a governarlo. Certo, come dice l'autore "lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone uno spazio vuoto" che non sarebbe ipotizzabile "nell'Italia repubblicana e democratica". Concordo. Ma uscendo dal condizionale e entrando nell'indicativo, a me viene da dire che questo Governo che decide su tutto ma non governa niente, in virtù di questo stesso modus operandi certifica di aver usurpato la sovranità al popolo.

Insomma, se diamo della frase di Schmitt una lettura positiva, più che normativa, essa ci aiuta a capire che molta, troppa strada è stata già fatta. Detto ancora in un altro modo: non leggerei la frase di Schmitt come una giustificazione per quanto sta accadendo (come l'autore deplora che alcuni facciano), ma anzi, a contrario, come il più elevato grido di allarme circa la piega che le cose stanno prendendo.

Su alcuni falsi miti

Passiamo dalla diagnosi alla terapia, cioè al suggerimento di modificare i Regolamenti parlamentari consentendo che la conversione dei decreti legge avvenga in sede deliberante anziché referente (e cioè eliminando il passaggio in assemblea). Vorrei valutare con voi se queste modifiche siano effettivamente necessarie e quale forma dovrebbero prendere.

Intanto, parto dal dato incontestabile: la gestione dell'Assemblea e della Commissioni è in effetti resa piuttosto difficile dal pericolo di contagio. Al Senato, in particolare, sono pochi gli spazi che consentono una sicura operatività per le Commissioni: la Sala Koch, la Sala Nassiriya, l'aula Difesa, e più o meno basta. Quanto all'Assemblea, per riunirla mantenendo le distanze di sicurezza si sono spostati gli stenografi in uno dei due balconi soprastanti al banco della Presidenza, si sono fatti accomodare nei due ordini di tribune alcuni senatori, scelti ovviamente fra quelli non iscritti a parlare, e si sono chiamati gli iscritti al parlare al banco delle Commissioni, per evitare che aspergessero i colleghi (asperges me et aegrescor...).

Il distanziamento sociale è quindi gestibile, ma inibisce una parte importante, forse la più importante, perché meno visibile e non codificata, del lavoro politico, fatta di lavoro degli uffici (come vi ho spiegato in dettaglio qui), anch'esso inibito a causa di restrizioni di orari e di spazi, di accordi giustamente riservati presi in corridoio sussurando all'orecchio del vicino (cosa ora vietatissima), di decisioni prese nella concitazione delle votazioni coordinandosi con la mimica facciale (ovviamente impossibile se si è mascherati). Questo significa che nel momento in cui si ha meno tempo a disposizione, occorre più tempo per mettersi d'accordo, cioè per comunicarsi le proprie reciproche posizioni. Quindi, per riassumere: la parte "scenica" del lavoro politico, la sacra rappresentazione, è preservata, ma quella sostanziale è sostanzialmente intaccata, e su questo nessuna modifica del Regolamento può incidere. Starà a noi politici creare altre forme di coordinamento informale, e lo stiamo facendo, ma qui il Regolamento non può aiutarci.

Vorrei ora sfatare una mitologia cui l'autore mi sembra soggiacere, quella del già citato "Parlamento lento e rissoso" (che asintoticamente riconcilia con la sua trasformazione in bivacco di manipoli...) e degli "atteggiamenti non collaborativi delle opposizioni" (che a tendere giustificano la derubricazione a odio di qualsiasi espressione di dissenso). Mi preme dimostrare che nulla di tutto questo incide sul tema che l'autore affronta, ovvero sulla rapidità di conversione dei decreti legge, e quindi nulla di tutto questo giustifica, se non a livello del più becero gossip giornalistico, il rifiuto del Governo di servirsi dello strumento del decreto legge.

La dimostrazione si basa su due dati di fatto: primo, questa opposizione non sta facendo ostruzionismo; secondo, se anche facesse ostruzionismo, non riuscirebbe a ritardare i tempi di un provvedimento su cui in ogni caso il Governo intende porre la questione di fiducia.

So che questa sembra un'opinione politica (cioè, per il PD, una manifestazione di odio da denunciare al Ministro della Verità!), perché equivale alla dichiarazione di un membro dell'opposizione che se ci sono stati ritardi la colpa è della maggioranza! Ma la ritualità del Parlamento, che ai decisionisti (non all'autore) spiace, serve proprio a separare le opinioni dai fatti e dal loro resoconto.

Servendomi appunto del resoconto, chiarisco il primo passaggio (questa opposizione non sta facendo ostruzionismo). Vi ho fatto vedere qui in che modo la maggioranza ha fatto ostruzionismo a se stessa presentando 533 emendamenti e perdendo una marea di tempo nel ritirarli (il relativo verbale è qui). Posso dire con cognizione di causa, perché è il mio lavoro, che questa seconda parte della storia avrebbe potuto essere gestita in modo più efficiente; deploro qui che manchi a verbale il mio intervento sull'ordine dei lavori a tal proposito.

A contrario, posso farvi vedere come funziona l'ostruzionismo quando deriva non dall'inconsistenza della maggioranza, ma dalla pertinacia dell'opposizione. Un esempio è qui, nella discussione del decreto dignità. Semplicemente, una volta passati all'esame degli articoli, su cui ci si premura di presentare una mole esorbitante di emendamenti (quindi 2000, non 204 come abbiamo fatto noi), si chiede di intervenire in dichiarazione di voto su ogni singolo emendamento (per non più di dieci minuti, art. 89 comma 3 del Regolamento). Il Regolamento consente un intervento per gruppo (art. 109 comma 2), ma naturalmente, per tutelare le opinioni di tutti, è altresì consentito a ogni parlamentare di intervenire per motivare il suo eventuale dissenso dal gruppo, purché il numero dei "dissociati" sia inferiore a quello della metà degli appartenenti al gruppo. In pratica, nella lunga notte del 5 agosto 2018 le nostre opposizioni, in particolare quelle di sinistra, utilizzarono questa tattica intervenendo sistematicamente in dichiarazione sia a favore che in dissenso (divertentissime le dichiarazioni di voto in dissenso del senatore Laus).

Ma, alla fine, questo a che cosa porta?

Nei lavori di Commissione non vengono contingentati i tempi per gruppo, e quindi ogni gruppo interviene quanto desidera purché nei limiti del Regolamento (quelli appena ricordati). Tuttavia, più di tanto non puoi tirarla in lungo perché la durata complessiva dell'esame in Commissione è comunque limitata: è la capigruppo a decidere quando va in Aula (cioè in Assemblea) il provvedimento. Di conseguenza, il massimo risultato che un feroce ostruzionismo può ottenere è che non si termini il lavoro in Commissione, cioè che non si riesca a votare il mandato al relatore. Ciò costringe il Governo a elaborare un maxiemendamento su cui porre la fiducia per recuperare il lavoro emendativo della maggioranza (altrimenti decaduto), oppure a rivotare tutto in Assemblea, dove comunque i tempi sono contingentati e il canguro consente di andare spediti. In altre parole: l'opposizione non può  far perdere tempo alla maggioranza, e in particolare non lo ha fatto col Cura Italia, tant'è che il provvedimento è andato in Assemblea col relatore (su quello che è successo dopo taccio per carità di Patria). Ancora in altri termini: in questo assetto regolamentare, che, come ha spiegato tanto bene Azzariti a questa comunità, comprime fortemente i diritti dell'opposizione, il massimo che questa possa ottenere con l'ostruzionismo è di dover rinunciare ai propri emendamenti!

Quindi, non solo in questa fase di emergenza l'opposizione non sta facendo ostruzionismo, e per un lungo periodo non ha fatto nemmeno opposizione (la famosa storia della cabina di regia), come vi ho appena dimostrato per tabulas, esercitando la pedagogia dell'esempio e dell'esperienza, ma se anche facesse ostruzionismo non riuscirebbe a prolungare più di tanto i tempi dell'esame.

Questo significa che da un lato è ancor più incomprensibile e ingiustificabile il ricorso ai DPCM, e dall'altro, per quanto pregevole, è probabilmente superflua la proposta di spostare la conversione dalla sede referente alla deliberante. Una proposta che anzi, a mio avviso, crea più problemi di quanti non ne risolva, e mi affretto a spiegare perché, anche allo scopo di evidenziare un'altra dimensione del malcostume legislativo che ci affligge.

Omogeneità

Premesso che l'articolo del Regolamento del Senato su cui intervenire non sarebbe il 78 citato dall'autore (che semplicemente descrive l'ordine dei lavori sulle leggi di conversione), ma il 35, che riserva all'esame in sede referente una serie di provvedimenti (quelli in materia costituzionale e elettorale, quelli di delegazione legislativa, le ratifiche di trattati internazionali, le conversioni di decreti legge e poco altro), immaginiamo che cosa sarebbe successo se il Presidente Alberti Casellati avesse potuto decidere di assegnare alla Commissione 5a in sede deliberante il Cura Italia (cioè se l'articolo 35 del Regolamento non fosse esistito). Il Presidente Bagnai, vistosi sottratto l'esame di un articolo composto da 5 titoli di cui due di materia della sua Commissione (uno sul fisco e uno sulle banche), per tutelare il ruolo dell'organo parlamentare da lui presieduto avrebbe sollevato immediatamente un problema di attribuzione chiedendo l'assegnazione alle Commissioni riunite 5a e 6a. Ma dato che il primo titolo del provvedimento tratta di materia sanitaria, altrettanto avrebbe potuto fare il Presidente Collina. E saremmo arrivati a tre Commissioni riunite.

Fatto fermo il principio che le decisioni sull'assegnazione sono prerogativa esclusiva del Presidente, resta comunque che l'esclusione del passaggio in Assemblea renderebbe piuttosto cogenti le richieste delle altre Commissioni coinvolte per materia. Si potrebbe infatti argomentare che senza passaggio in Assemblea i senatori specializzati in un determinato ambito (la fiscalità, la sanità, la giustizia, ecc.) non avrebbero modo di esaminare compiutamente il provvedimento e di incidere su di esso. Questo è chiaro anche all'autore, tant'è che correttamente cita la facoltà di passare "al procedimento ordinario, su richiesta del Governo, di un quinto dei membri della commissione competente e di un decimo dell’assemblea" (art. 35 comma 2 del Regolamento).

Non solo: questo è anche successo. Nella conferenza dei capigruppo che ha disposto l'esame del provvedimento, a fronte di una posizione del PD, che sostanzialmente voleva che si svolgesse l'esame  in sede referente nella sola Commissione 5a senza sedi consultive (privando così la Commissione Finanze del diritto di esprimersi su un provvedimento che per due quinti la riguardava!), mi sono trovato a portare avanti la necessità di esaminare il provvedimento in sede referente nelle Commissioni riunite 5a, 6a e 12a coinvolgendo in sede consultiva le Commissioni interessate (Giustizia, Affari costituzionali, Agricoltura). Il punto di caduta è stato l'esame in sede referente nella Commissione 5a con l'esame in sede consultiva in tutte le altre Commissioni (quella di coinvolgere tutte le altre Commissioni è stata una posizione presa dal PD semplicemente a titolo di ricatto, visto che da parte nostra ci siamo rifiutati di dare l'unanimità a un calendario che non accoglieva la nostra richiesta di avere il premier in aula per comunicazioni sul MES: dovendo così portare il calendario in votazione, il PD si è fatto autostruzionismo imponendo la convocazione di Commissioni anche non interessate - e che infatti i rispettivi presidenti poi non hanno convocato, per poi poter dire che "i leghisti cattivi mettono in pericolo la salute dei parlamentari..."). Quattro ore di conferenza dei capigruppo... la vita è fatta anche di queste cose, come il Presidente Silvestri sicuramente saprà!

E qui si arriva a un punto cruciale. La proposta del Presidente Silvestri avrebbe perfettamente senso se il Governo si attenesse, nella decretazione d'urgenza, a quel principio di omogeneità di materia su cui mi pare che la giurisprudenza della Corte, dopo alcune oscillazioni, abbia poi definitivamente allargato le maglie (ma qui confesso di non essere un esperto, e chiederei l'aiuto al costituzionalista di turno).

Chiarisco il tema dal mio punto di vista operativo: se, come nella Lega avevamo auspicato, il Governo fosse intervenuto con provvedimenti puntuali (visto che comunque ne ha emessi una selva, senza minimamente concordare con l'opposizione questo percorso), e se, in particolare, avesse fatto un decreto molto semplice: sono sospesi gli adempimenti fiscali e i pagamenti delle rate dei mutui full stop, questo decreto, nello scenario ipotizzato dal Presidente Silvestri, sarebbe stato facilmente convertibile in sede deliberante (quindi senza passaggio in Assemblea) dalla Commissione 6a, rientrando pienamente nell'alveo delle sue attribuzioni. La linea scelta dal Governo, invece, cioè quella di scrivere di fatto una specie di legge di bilancio con collegato fiscale incorporato, avrebbe di fatto reso obbligatorio il procedimento scelto dal Presidente Alberti Casellati anche se le modifiche regolamentari auspicate dal Presidente Silvestri fossero state apportate.

Spero di aver chiarito il punto: il fatto che la Corte Costituzionale (e, devo credere, la Presidenza della Repubblica) si sia progressivamente orientata verso un'interpretazione molto estensiva dell'art. 15, comma 3 della L. 400/1988, che recita "i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo", ritenendo che  "l'urgente necessità del provvedere può riguardare una pluralità di norme accomunate dalla natura unitaria delle fattispecie disciplinate ovvero dall'intento di fronteggiare situazioni complesse e variegate, che richiedono interventi oggettivamente eterogenei, afferenti a materie diverse, ma orientati all'unico scopo di apportare rimedi urgenti" (tradotto: tana liberi tutti!), complica in modo significativo il lavoro degli organi parlamentari competenti. Già il lavoro di due Commissioni riunite non è agevole per motivi logistici e organizzativi, figuriamoci con tre o quattro, come sarebbe giustificabile data l'eterogeneità dei provvedimenti che il Governo sta emanando! Tre Commissioni sono una settantina abbondante di persone, esclusi i funzionari: neanche la sala Koch può contenerle in sicurezza, bisognerebbe lavorare in Assemblea, con tutte le complicazioni del caso.

Questo vale in emergenza, ma le cose non vanno molto meglio in tempi normali: la disomogeneità dei decreti è solo un altro dei sintomi tramite cui si manifesta quel degrado della democrazia parlamentare che l'autore stigmatizza. Un sintomo subdolo, ma non per questo il meno letale.

Concludendo

Se il problema procedurale della farraginosità (o della rissosità) delle sedi referenti esistesse, per risolvere la questione aggirando l'ulteriore problema della disomogeneità dei provvedimenti si potrebbe anche pensare di assegnarli in sede deliberante a una Commissione speciale (facoltà già concessa al Presidente dall'art. 35 comma 1 del Regolamento, ma ovviamente non per le leggi di conversione).

Tuttavia, come ho cercato di farvi capire, il problema non esiste.

Questo Governo decide per DPCM e non per decreto legge per i motivi che il Presidente Silvestri correttamente individua (una risposta "decisionista" alle scissioni insanabili della maggioranza, che si riflettono nella compagine governativa), e perde tempo non per colpa del Parlamento, ma semplicemente perché sta aspettando da Bruxelles il permesso di impegnare ulteriori risorse, permesso che gli verrà dato quando avrà infilato il collo del paese nel cappio del MES, cioè di quel meccanismo in grado di imporre condizioni sufficientemente draconiane a garanzia di chi ritiene di essere nostro creditore. La possibilità di ricorso al MES andava semplicemente tolta dal tavolo del negoziato. Il non averlo fatto è una capitolazione, come correttamente rilevano qui altri due costituzionalisti in un altro bell'articolo che vi segnalo. In che modo il Governo sia stato ricattato, se con la minaccia di scatenargli contro "i mercati", o con quella di una feroce procedura di infrazione a emergenza finita, non so dirvelo. Ma è andata così, e ora il nostro paese è a un bivio, il bivio che Dani e Menéndez lucidamente descrivono (alla buon'ora!).

Il tempo è stato perso così, aspettando in pista l'autorizzazione al decollo. L'opposizione e il Regolamento del Senato c'entrano ben poco. La compressione della democrazia ha altre origini, quelle che in queste poche pagine ho affrontato in sintesi, e alla cui denuncia ho dedicato gli ultimi dieci anni. Se vorremo riconoscere l'esistenza del vero problema, sapremo trovare insieme una soluzione vera.

Benvenuti?

domenica 29 marzo 2020

Grigliata di emendamenti

Dunque...

Come sapete, il Governo ha proposto una cabina di regia alle opposizioni, cioè un luogo finora utilizzato solo per non condividere decisioni come quella di ieri, che hanno suscitato un comprensibile allarme e una certa irritazione in molti sindaci. Questo fatto di cooperare in teoria con un Governo che non vuole cooperare in pratica rende inutilmente farraginoso il lavoro parlamentare, che già di suo, come sapete, non è esattamente snello, per la necessità di tutelare tutte le opinioni, di tenerne traccia, di dare loro modo di esprimersi.

Il decreto Cura Italia in questa fase del suo iter è l'Atto Senato 1766. La sua pagina potete facilmente raggiungerla dalla home page del Senato, ed è questa. Allo stato attuale voi potete vedere solo il testo (con la Relazione tecnica, che sta alla tragedia che incombe su di noi come l'orchestrina sta al noto iceberg: anche quell'orchestra, come la RGS, era fatta di bravi professionisti, ma il problema anche in quel caso era tragicamente un altro...), i dossier,  e le memorie depositate. Potete vedere anche la trattazione in sede consultiva, dove trovate i link alle due sedute che della Commissione che presiedo (nella prima sono intervenuto in discussione generale). Non vedete però gli emendamenti, che noi già abbiamo, raccolti nei relativi fascicoli.

Gli emendamenti a ogni articolo vengono numerati con regole precise, distinguendo intanto fra quelli soppressivi, quelli modificativi, e quelli aggiuntivi. Soppressivi e modificativi vengono numerati secondo la regola x.y, dove x è il numero dell'articolo cui si riferiscono e y il numero progressivo dell'emendamento. Il numero dell'emendamento non segue l'ordine di arrivo, ma la logica. Ad esempio, gli emendamenti soppressivi vengono illustrati, discussi e votati per primi, dato che, se li si approva, l'articolo viene appunto soppresso e non è più possibile modificarlo. Gli emendamenti identici vengono presentati consecutivamente per facilitarne la votazione congiunta. Gli emendamenti aggiuntivi, quelli cioè che propongono un articolo x-bis, o x-ter, ecc., vengono numerati secondo la regola x.0.y (cioè: c'è uno zero in mezzo).

Come sapete (?), per il deposito degli emendamenti viene fissata una scadenza in ufficio di presidenza di Commissione (che in questo caso erano le 17 di venerdì). Il relatore e il Governo però possono presentare emendamenti in qualsiasi momento, il che comporta che si assegni un certo tempo per elaborare i "sub" (emendamenti). In questo caso, siccome l'arrivo di emendamenti del Governo non era una eventualità ma una certezza, i termini li abbiamo fissati direttamente in Conferenza dei Capigruppo (dove io sostituivo il mio capo Massimiliano Romeo), e la scadenza dei "sub" è il 31.

Per una serie di problemi, oltre alla sede consultiva seguo anche la sede referente (in Bilancio abbiamo colleghi del Nord che per ovvi motivi è meglio si riguardino). Quindi, con la collaborazione a distanza dei colleghi più esperti, devo cooperare a "grigliare" gli emendamenti. Oltre al fascicolo ufficiale, infatti, ogni gruppo si fa un suo fascicolo, una "griglia", in cui inserisce le proprie valutazioni sugli emendamenti propri e altrui. Va infatti deciso quali dei propri emendamenti "segnalare", cioè proporre per una discussione approfondita, e quali di quelli altrui eventualmente approvare (o almeno non rifiutare). Non è un lavoro facilissimo in questo caso, perché il Cura Italia si occupa (male) di tutto. Di fatto è una legge di bilancio: 127 articoli (che poi diventeranno 127 commi di un maxiemendamento, prassi che serve a votare la fiducia con un'unica votazione, anziché con 127 votazioni!). Non tutti sono esperti di tutto e quindi ci aiutiamo a vicenda.

Intanto io, che ho studiato statistica, mi sono divertito a fare un grafico: quello del numero di emendamenti pro capite per gruppo parlamentare:


Vincono le autonomie, che hanno presentato 100 emendamenti, pari a 12,5 emendamenti per senatore. Noi, con i nostri 204 emendamenti, abbiamo presentato, scontentando molti colleghi che avevano cose interessanti da proporre, solo 3,5 emendamenti a testa (ricorderete anche il noto discorso dell'agganciarsi al treno). Nella maggioranza, il Gruppo Misto e Italia Viva sembrano essere piuttosto critici. Più contenti di tutti, ovviamente, i 5 Stelle, cui la prudenza suggerisce di quaeta non movere (ma tanto non durerà per sempre...).

Ora il nostro lavoro di "segnalazione" deve avvenire a due livelli: "cabina di regia" con il Governo, sperando che funzioni (per ora non ci sono segni concreti, ma aspettiamo), e ovviamente Commissione Bilancio. Siccome ci è stato detto da subito che emendamenti "costosi" non sarebbero stati accolti, la controproposta è stata di portarli in "cabina di regia" per valutarne l'inserimento nel decreto di aprile. Quindi bisognerà segnalare per la Commissione emendamenti "non costosi" (modifiche dell'ordinamento o altre a costo zero per la Ragioneria), mentre per la "cabina di regia" gli emendamenti "costosi", che in Commissione saranno però convertiti in ordini del giorno e votati, in modo che il Governo si assuma un preciso impegno a intervenire.

In teoria questa strategia ha un senso e dovrebbe essere win-win: il Governo perde meno tempo sul decreto di marzo, ma le nostre proposte più significative, venendo inserite nel testo del decreto di aprile, diventerebbero efficaci prima che se aspettassimo il termine della conversione del decreto di marzo. Infatti, mentre il testo di un decreto legge produce effetti dalla sua pubblicazione in Gazzetta (cioè prima della sua conversione), il testo di un emendamento a un decreto legge diventa legge e produce effetti solo dopo la conversione.

In teoria.

Ma in pratica abbiamo a che fare con i nostri simpatici amici la cui peculiare antropologia qui abbiamo sviscerato in tante occasioni. Possiamo immaginare che creature così ontologicamente irrazionali possano approfittare di una opportunità di miglioramento paretiano? Io sono molto scettico. Come sapete, vorrei tanto sbagliarmi, ma purtroppo ci riesco di rado.

Vedremo.

Intanto, torno alla mia grigliata...