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martedì 21 aprile 2026

Qualche dato sull'energia, parte prima.

Possiamo tirare un respiro di sollievo!

Alla fine Confindustria, quella che "se Renzi perde il Paese va in recessione":


(risultato: il Paese invece di andare in recessione nel 2017 è cresciuto fino a quando il COVID l'ha mandato in recessione nel 2020, e nel triennio 2017-2019 il tasso di crescita è stato inferiore dello 0,08%, non del 4%, rispetto alle previsioni, cioè in pratica la crescita media è stata identica a quella prevista dal Fmi nell'outlook di ottobre 2016); quella che "coi dazi di Trump perderemo 100.000 di posti di lavoro":


(risultato: da luglio 2025 a dicembre 2025 l'occupazione è aumentata di 14.000 unità invece di diminuire di 37.000 e nel 2026 gli ultimi dati disponibili ci indicano un aumento di 49.000 unità, quindi è un po' difficile che si termini l'anno con una diminuzione di 75.200); insomma, quella cosa lì si è finalmente espressa anche sulla crisi energetica con i consueti toni apocalittici:


Quindi, direte voi, possiamo stare tranquilli!

Sì e no.

Sicuramente c'è poco da stare allegri, ma altrettanto certamente non aiutano le rappresentazioni distorte di quanto sta succedendo. Capisco le preoccupazioni degli imprenditori e capisco la necessità delle loro associazioni di fare pressione, ma credo che si possa dare un aiuto migliore mantenendo la lucidità. Ha dato una mano in questa direzione l'ottimo Sergio Giraldo su Twitter (suggerisco di seguirlo assiduamente), aggiungo qui qualche considerazione e qualche fonte, in modo che possiate orientarvi meglio. In fondo, visto che finora (con l'eccezione di Sergio e di pochissimi altri) hanno parlato carnivori e artiodattili (cioè cani e porci), ci sta che due parole vengano aggiunte dall'unico che su questi temi ha pubblicato su riviste di fascia A, occupandosi in particolare del caso italiano (altro esempio di articolo scientifico nato da un post di questo blog: De benza italica).

Dunque, intanto i dati sono questi:


vengono dal Commodity Market Outlook della Banca mondiale che trovate qui (ho evidenziato in arancione il campione utilizzato nel mio paper del 2015 con Mongeau Ospina) e chiariscono che c'è effettivamente stato un brusco incremento a marzo per i noti motivi (attacco all'Iran e chiusura dello Stretto di Hormuz). Tuttavia, questo incremento non ci ha ancora portato al massimo storico, e anzi il valore di marzo è il 57° valore più alto nella serie storica dei 795 valori mensili dal gennaio del 1960 (l'abbiamo presa larga). Non solo. Nonostante che l'incremento sia stato effettivamente brusco, non è il maggiore fra quelli storicamente sperimentati né se lo si considera in termini congiunturali (cioè rispetto al mese precedente):

(in questi termini è il sesto incremento mensile più rilevante, come si vede dal grafico), né se lo si considera in termini tendenziali, cioè rispetto allo stesso mese dell'anno precedente:

nel qual caso l'incremento quasi si confonde col normale "rumore" della serie, e questo per via del fatto che un anno fa il prezzo del petrolio era relativamente alto, per quanto in rapida discesa (mentre è più visibile lo shock dell'aprile 2021, che in questa metrica è il terzo più grande).

Naturalmente questo è solo l'inizio del discorso, ma intanto è un buon inizio, come lo sono sempre i dati. Ora purtroppo devo lasciarvi: il mio tempo non mi appartiene, e la scelta è fra rinunciare a iniziare un discorso, o rinunciare a portarlo fino in fondo. Forse la seconda opzione è meglio della prima, anche perché su questo blog la trasmissione la fate (anche) voi, e già questi dati offrono molto da commentare...

giovedì 5 giugno 2025

Inflazione, energia e logaritmi

(...breve momento didattico sulla presentazione dei dati...)

Utilizzando il Pink sheet e i World Development Indicators ho costruito questo grafico che accosta l'indice del prezzo dell'energia (globale) all'indice dei prezzi al consumo italiano:

Si nota che l'indice dei prezzi dell'energia è più volatile dell'indice dei prezzi al consumo e la correlazione fra i due indici è relativamente debole. Dato che le due serie hanno entrambe tendenza crescente, la loro correlazione va filtrata su serie depurate dalla tendenza (prendendo le differenze prime o i tassi di crescita), altrimenti si otterrebbe una correlazione spuria (le due serie sembrerebbero in relazione semplicemente perché sono entrambe crescenti, ma questa correlazione potrebbe essere illusoria, come in questi casi). La correlazione fra i tassi di crescita è 0.33.

C'è tuttavia un problema: l'indice dei prezzi dell'energia è in dollari, ma l'indice dei prezzi al consumo dell'Italia è in valuta nazionale, che non è mai stata il dollaro! Possiamo convertire l'indice dei prezzi dell'energia in valuta nazionale moltiplicandolo per il cambio "valuta italiana/dollaro" (in LCU per US$, local currency units  per dollaro, costo in valuta italiana di un dollaro). Dato che i prezzi sono espressi come indici, possiamo ribasare il tasso di cambio perché valga 1 nell'anno base, in modo che gli indici continuino a valere 100 nell'anno base. Il risultato è:


e la correlazione (calcolata sui tassi di crescita) aumenta a 0.41. Si noti che l'aver espresso i prezzi dell'energia in valuta nazionale, anziché in dollari, non altera poi in modo così drammatico il profilo della serie, contro la narrazione secondo cui quando c'era la liretta occorrevano carriole di banconote per un barile di petrolio (se fosse stato così, in questo grafico il costo dell'energia dovrebbe schizzare verso l'alto negli anni della lira, per poi scendere, ma invece il suo profilo è molto simile al quello del costo espresso in dollari).

In ogni caso, la situazione dei prezzi dell'energia sembra molto più disastrosa verso la fine che verso l'inizio del grafico. Anche questa è un'illusione ottica: dipende dal fatto che 1 è il 10% di 10 ma solo l'1% di 100: all'inizio del grafico, partendo da valori bassi, anche variazioni impercettibili erano in realtà percentualmente rilevanti. A questo si rimedia prendendo la scala logaritmica, che trasforma i dati in modo che la pendenza della curva corrisponda al tasso di crescita percentuale della curva stessa:


Inquadrati (correttamente) così, si vede che gli shock petroliferi degli anni '70 sono stati fenomeni molto più devastanti dell'ultima crisi energetica che tanto ci ha fatto penare.

Del resto, lo si potrebbe vedere anche prendendo i tassi di crescita delle variabili:


Qui si notano due cose: che le variazioni dei prezzi dell'energia negli anni '70 raggiunsero picchi del 250%, mentre l'episodio più recente vede un incremento intorno al 75%: non lamentiamoci troppo! La seconda cosa interessante è che la risposta dell'inflazione allo shock di offerta è sostanzialmente proporzionale nel tempo. Con un picco di crescita dei prezzi dell'energia intorno al 200% si ebbe un picco di inflazione intorno al 20% e con un picco di crescita dei prezzi dell'energia intorno al 70% si è avuto un picco di inflazione attorno al 7%. Il pass-through da prezzi globali dell'energia a prezzi al consumo è rimasto quello, circa il 10%. Quella che è cambiata, evidentemente, è la persistenza della risposta inflattiva allo shock: negli anni '80 la discesa dell'inflazione fu più lenta, prese un decennio, nonostante il controshock petrolifero del 1986. Ai giorni nostri è stata pressoché immediata, come dicono anche le cronache.

La maggior persistenza è attribuita all'operare di meccanismi di indicizzazione dei salari. Quello che mi colpisce (ve ne avevo già parlato), però, è che il pass-through sia rimasto sostanzialmente identico. Insomma: se oggi incorressimo in uno shock da offerta come quelli degli anni '70, cioè se il prezzo dell'energia triplicasse, avremmo nuovamente un'inflazione in doppia cifra al 20%.

Basta saperlo.

(...ci dormo sopra...)

sabato 31 maggio 2025

Il Portogallo e le materie prime

Oggi nella prima parte dell’allenamento (quest’anno vorrei andare sul Gran Sasso e ho bisogno di alleggerirmi un po’) ho ascoltato questo:


e mi piacerebbe che lo ascoltaste anche voi.

Riflessioni?

sabato 26 agosto 2023

I Golgota


(...sentivo gli oboi da caccia...)














(...ieri era giorno di "riposo" - in senso atletico - e l'ho dedicato a una cosa che desideravo fare da tempo: visitare le estreme propaggini meridionali del mio collegio. Il comune più a Sud, come certamente saprete, è Schiavi di Abruzzo:


e per me che quando insegnavo ho risieduto nel comune più a Nord:


e da quando "sono in politica" ho la mia base nel secondo comune più a Nord:

anche se ora vi sto scrivendo da un comune del Sud:


(vediamo chi li indovina) rendere visita all'estremo opposto del collegio mi sembrava un atto doveroso ed era da tempo desiderato.


Lo vedete qui, in fondo, al centro dell'immagine, su uno sperone a 1127 metri sul livello del mare, vertiginosamente a picco sulla confluenza del Sente nel Trigno, in posizione dominante, con una prominenza di quasi mille metri, rispetto alla valle attraversata da questo viadotto, che non a caso è il ponte stradale più alto d'Italia, e per il quale stiamo cercando di #farequalcosa. Volevo anche dare un'occhiata a questo ponte, per rendermi conto della sua effettiva utilità, e direi che un'idea me la sono fatta: per girargli intorno devi fare chilometri e chilometri di provinciali non esattamente in ottime condizioni, per motivi oggettivi: la cosiddetta abolizione delle province, chiesta come sapete dalla cosiddetta Europa, e prima ancora la geologia, che non è una scienza esatta, nel senso in cui la intenderebbero i lattonzoli pieiccdì, ma come tutte le scienze non esatte regna sulle umane cose: dalla Maiella in giù è una specie di millefoglie di strati di calcare con interposti strati argillosi, che nel contrasto fra placca euroasiatica e placca africana si sono inclinati, qualche volta arrivando a emergere in verticale dal terreno circostante (sono le morge, come questa). Se l'argilla fra due strati di calcare in qualche modo si infiltra di acqua, se c'è pendenza, se c'è erosione, parte la frana, e si va giù.

Non mi è venuto mai così spontaneo rispettare i limiti di velocità!...

Come avrete intuito dall'ultima cartina, per arrivare giù al Sud ho dovuto attraversare un pezzo di Molise, di cui non sto ora a dirvi le bellezze (cercatevi ad esempio Pescopennataro), per poi rientrare in Abruzzo nel comune di Castiglione Messer Marino, in corrispondenza appunto delle sorgenti del Sente. Il paesaggio ovunque dominato dalle pale eoliche, su tutte le creste, quasi come nel subappennino dauno. Salito in cima a Castiglione Messer Marino, dove il castellone, che una volta forse c'era, magari al tempo del ducato di Benevento, oggi non c'è più, ho fatto lo scatto che vedete sopra, colpito dalla presenza di un Calvario fra tante cime calve e brulle. Solo dopo ho visto che nella foto si fronteggiavano due atti di fede: a sinistra, in primo piano, quella in Dio, oggi un po' démodé; a destra, sullo sfondo, quella nel "green", oggi in gran voga, che si traduce in un calvario per il paesaggio, con ritorni ridicoli per il territorio. Da questo stupro i sindaci non traggono nemmeno le risorse necessarie per tenere in ordine le strade comunali (ci sono anche quelle, e sono soggette alla stessa geologia), tanto più che le royalties devono essere reinvestite in transizione. Ecologica, ça va sans dire, anche se per questo territorio la transizione geologica, i cui tempi non sono stabiliti dalle reghiulescion di qualche Eichmann europeo, è la vera emergenza. Sempre, non solo quando qualche episodio acuto, come questo o questo, riportano la nostra attenzione su quanto non sappiamo e non riusciamo a prevedere della nostra Terra.

Lezione che sfugge a chi oggi pensa di sapere tutto.

Io, invece, tante cose non le so.

Ad esempio: mentre per crocifiggere Nostro Signore bastarono, così recita la tradizione, due pezzi di "sequestratori di carbonio" (fu quindi a modo suo una fine "sostenibile", per usare il gergo attuale), per tirar su il Golgota moderno, le orripilanti pale, per crocifiggere il paesaggio, quante materie prime occorrono? Quanta energia si assorbe per metter su un patibolo del genere? Quanta CO2 si emette? Tutti ci raccontano quante energia produce una pala, nessuno ci racconta con quanta energia si costruisce una pala. Eppure sarà misurabile! Sono sicuro che il bilancio sia largamente positivo, ma averne esatta contezza rassicurerebbe. Un po' come le auto elettriche: certo, non sono maleodoranti mentre le usi, non "emettono". Ma l'elettricità da dove arriva? Da Castiglione Messer Marino? E il litio, da dove arriva, e dove va?

Si potrebbe anche parlare degli aspetti economici: dei canoni per l'uso del suolo comunale, delle royalties e dei loro vincoli, ma la sintesi è quella che vi ho detto sopra.

Emergono su tutto due dati: la capacità indiscutibile degli altri di appropriarsi di una dimensione simbolica, archetipica, e di converso il rischio che le loro narrazioni fasulle ci spingano a gettare il bambino con l'acqua sporca, in un contesto in cui io però, sinceramente, vedo solo acqua inquinata dalla propaganda e da svariati livelli di opacità.

Qualcuno mi aiuta a vedere il bambino?

Io vedo solo la croce: Paesi dotati di vento e privi di paesaggio impongono a Paesi privi di vento e dotati di paesaggio di deturpare se stessi, non sia mai qualcuno capisse che la prima delle strategie di mitigazione è venire a vivere nelle terre alte. Ma io sono una brutta persona: aiutatemi voi a migliorare...)

mercoledì 28 giugno 2023

Parere (sul CRMA)

 (...questa mattina, mentre in Commissione VI partecipavo alle votazioni degli emendamenti alla delega fiscale, ho elaborato questa proposta di parere sul regolamento CRMA...)

PROPOSTA DI REGOLAMENTO SULLE MATERIE PRIME CRITICHE

(COM(2023)160)

PROPOSTA DI DOCUMENTO DEL RELATORE, On. Bagnai,

La XIV Commissione,

esaminata, ai fini della verifica di conformità con il principio di sussidiarietà, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un quadro atto a garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche e che modifica i regolamenti (UE) n. 168/2013, (UE) 2018/858, (UE) 2018/1724 e (UE) 2019/1020;

preso atto della relazione trasmessa dal Governo ai sensi dell’articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, sul documento; 

tenuto conto degli elementi di conoscenza e di valutazione emersi nel corso delle audizioni svolte nell’ambito dell’esame della proposta;

premesso che:

è complessivamente condivisibile l’obiettivo generale della proposta, volta a definire un quadro normativo comune per garantire l'accesso dell'UE a un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche. Tale approvvigionamento infatti dipende attualmente in misura quasi esclusiva dalle importazioni, spesso concentrate in un numero ristretto di paesi terzi;

lo scenario globale è caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e da una concorrenza sempre più forte per l'accaparramento e il controllo delle risorse. Alcuni paesi inoltre sfruttano la loro posizione di forza come fornitori di materie prime critiche nei confronti dei paesi acquirenti;

l'UE e gli Stati membri non hanno sinora valorizzato il potenziale di crescita delle proprie capacità di estrazione, trasformazione e riciclaggio, a causa della lentezza e della complessità delle procedure di autorizzazione, delle resistenze dell’opinione pubblica motivate da preoccupazioni ambientali, e di un clima ideologio che ha esaltato la capacità delle forze di mercato di sovvenire in modo automatico e autoregolato alle esigenze dei sistemi produttivi nazionali, nel contesto della cosiddetta “globalizzazione”;

le criticità dell’ideologia mercatista, d’altra parte, non devono spingere ad aderire in modo acritico a un approccio che si sbilanci nel senso dell’economia pianificata, attribuendo un disvalore alla coesistenza di libere iniziative economiche e ignorando il potenziale distorsivo sul sistema dei prezzi e quindi sull’efficiente allocazione delle risorse di interventi che incentivino la concentrazione, anziché la libera concorrenza, di attività economiche;

in questo senso, la proposta sembra basarsi sul presupposto implicito che il carattere strategico di una filiera giustifichi una compressione della concorrenza, dal che si potrebbe dedurre che filiere come quella bancaria, che nel nostro Paese sono state soggette in nome della concorrenza a interventi così incisivi da essere censurati ex post dagli stessi tribunali dell’Unione, non vengano considerate strategiche per un’economia monetaria e creditizia di mercato come quella europea e come tutte le economie avanzate ed emergenti;

va altresì considerato che l’approvvigionamento di materie prime è un ambito in cui si esaltano per motivi di carattere oggettivo, riferibili alle diverse disponibilità dei singoli minerali e all’evoluzione dei sistemi industriali, le asimmetrie fra i singoli Paesi membri, asimmetrie la cui complessità non può essere risolta con l’imposizione di target arbitrari;sotto questo profilo, la proposta presenta due ordini di criticità distinti ma convergenti: in primo luogo, l’elenco delle materie prime preso in considerazione è nettamente sbilanciato in favore dei cosiddetti “metalli per batteria”, ovvero delle materie prime impiegate nella filiera dell’elettrico, mentre trascura materie prime essenziali per settori manufatturieri che, pur essendo più maturi, non possono essere considerati meno strategici, tanto più che, con il progredire della transizione ecologica, i confini fra le due filiere si fanno più sfumati, per cui un eventuale tentativo di favorire la filiera dell’elettrico e i Paesi membri in cui essa è più sviluppata a danno delle filiere che potremmo definire “tradizionali” rischia di avere effetti controproducenti. Lo dimostra l’omissione dagli elenchi delle materie prime strategiche e di quelle critiche dell’alluminio, che pur essendo il terzo elemento più abbondante sulla crosta terrestre presenta rilievi oggettivi di scarsità, determinati da un lato dalla natura estremamente energivora del suo processo di estrazione dal minerale e dall’altro dall’inevitabile aumento della sua domanda nell’ambito della filiera dell’automotive, conseguente al fatto che le motorizzazioni elettriche spingono verso un uso più intenso di metalli più leggeri, con aumenti che nel caso dell’alluminio sono stimati dell’ordine del 47% nei prossimi sette anni, ma anche quella dello zinco, considerando che metalli esplicitamente menzionati nell’elenco delle materie, come il germanio, sono estratti dalla polvere di lavorazione del minerale di zinco;

in secondo luogo, nonostante la loro indubbia efficacia sotto il profilo comunicativo, gli obiettivi quantitativi considerati dalla riforma non sembrano tutti realistici e sono forieri di difficoltà e distorsioni. Ad esempio, per quanto riguarda il cobalto, la produzione europea è concentrata in un singolo Stato membro, la Finlandia, ma si ritiene irrealistico che possa raggiungere il target del 10% del consumo dell’Unione Europea entro il 2030; per quanto riguarda il litio, l’obiettivo di soddisfare il consumo col 15% di prodotto riciclato entro il 2030 è chiaramente irrealistico, semplicemente perché mancherà il rottame da riciclare; per quanto riguarda il cobalto, l’obiettivo di confinare la provenienza da un singolo Stato entro la soglia del 65% appare particolarmente difficile da soddisfare;

va quindi attentamente ponderato, con riferimento al rispetto del principio di attribuzione, quanto la proposta sia correttamente fondata sull’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), in quanto mira a garantire il buon funzionamento del mercato interno, anche evitando il moltiplicarsi di iniziative unilaterali e non coordinate a livello nazionale in risposta alle perturbazioni nell'approvvigionamento delle materie prime critiche;

va anche accesa un’attenzione sulla conformità della proposta al principio di sussidiarietà, in quanto se da un lato si può argomentare che gli l’azione a livello UE sembra in grado di assicurare un chiaro valore aggiunto in quanto garantirà che i progetti di investimento siano sviluppati tenendo conto delle esigenze del mercato unico complessivo, dall’altro occorre considerare che il rischio che il  "coordinamento dello sviluppo di scorte strategiche nazionali" e l'agevolazione degli acquisti congiunti esercitino ulteriori pressioni sull'offerta già scarsa, alla stregua di quanto avvenuto nel mercato del gas nel terzo trimestre del 2022 proprio in conseguenza delle sollecitazioni della Commissione Ue agli acquisti. La diversificazione degli acquisti rappresenta in termini sia teorici che pratici l’elemento in grado di garantire efficienza al mercato.

osservato tuttavia che la proposta attribuisce alla Commissione il potere di integrare e precisare ulteriormente numerosi aspetti di dettaglio della nuova normativa attraverso l’adozione di atti delegati che interverrebbero a disciplinare questioni anche rilevanti, come gli elenchi di materie prime critiche e strategiche. Tali previsioni andrebbero valutate attentamente alla luce dell'articolo 290 del TFUE, che consente l'adozione di atti non legislativi di portata generale che integrano o modificano determinati "elementi non essenziali dell'atto legislativo";

considerato, altresì, che la proposta rispetta il principio di proporzionalità, ma che occorre, per un verso, non sovraccaricare le imprese con eccessivi oneri amministrativi e di rendicontazione e, per altro verso, valutare approfonditamente il suo impatto sull’ordinamento nazionale e sull’organizzazione della PA con riferimento alle disposizioni che prescrivono agli Stati membri di:

adeguare i propri ordinamenti alle procedure autorizzative semplificate (che avranno altresì un’incidenza sulle competenze regionali e delle autonomie locali); 

nominare un’unica autorità nazionale competente, dotandola di personale e risorse sufficienti; 

prevedere sanzioni efficaci nell’ordinamento nazionale per le imprese che non rispettano gli obblighi;

attivare procedure per il monitoraggio delle scorte e per condurre delle prove di stress per valutare la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento;

garantire l’accessibilità online delle informazioni amministrative inerenti ai progetti relativi alle materie prime critiche;

elaborare un programma nazionale di esplorazione generale per le materie prime critiche e programmi nazionali contenenti misure volte a sostenere la circolarità;

rilevata, inoltre, l’esigenza nel corso del negoziato di apportare le modifiche appropriate alla proposta al fine di:

estendere l’elenco delle materie prime critiche includendo, accanto alle 34 indicate nella proposta della Commissione, quelle fondamentali per l’industria manifatturiera di base, come il fosforo e il neon;

raggiungere un adeguato bilanciamento tra standard ambientali e necessità di approvvigionamento e mettere in campo iniziative e campagne europee per comunicare i benefici dei nuovi progetti di estrazione e più in generale per agevolare l’accettazione sociale delle misure proposte;

rafforzare la ricerca e l’innovazione per portare rapidamente sul mercato materie sostitutive, in particolate delle terre rare, e promuovere lo sviluppo di competenze professionali specifiche;

incentivare maggiormente il riciclo, perché in grado di contribuire al raggiungimento degli obiettivi in un arco temporale di breve/medio periodo rispetto a quello per le attività estrattive;

approfondire gli aspetti connessi alla condivisione di informazioni che attiene alla sicurezza nazionale;

stanziare risorse finanziarie adeguate a livello UE, anche attraverso l’istituzione di un fondo di sovranità europeo, per l’attuazione del regolamento proposto, anche per rendere fruibili le tecnologie meno impattanti sul fronte ambientale;

sottolineata pertanto l’opportunità di operare, nel corso del prosieguo dell’esame della proposta a livello di Unione europea, un’analisi approfondita dei profili di criticità richiamati in precedenza;

ritenuto necessario che:

nell'elenco delle materie prime strategiche si tenga conto di alluminio, e in quello delle materie prime critiche di zinco, fosforo, e neon;

si tenga adeguato conto dell’eventuale impatto sulla dinamica dei prezzi delle materie prime di operazioni congiunte massive di adeguamento delle scorte.

rilevata infine l’esigenza che il presente documento sia trasmesso al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione europea,

VALUTA CONFORME

la proposta al principio di sussidiarietà di cui all’articolo 5 del Trattato sull’Unione europea.



(... la cosa interessante, che mi ha spinto a chiedermi dove avessi sbagliato, è che il parere è stato approvato all’unanimità: anche il PD, che per prassi di opposizione al più si astiene, anche quando è d’accordo, questa volta ha votato a favore. Eppure, in Parlamento, in quello vero, non in quello immaginato da Foffolina47345 e Napalm52678, più chiari di così non si può essere. Mi direte che non servirà a molto: e grazie tante! Perché, scusate, farsi esplodere con una cintura esplosiva, come ragliano i cascami di Casabau che popolano le stanze “giuste” su Twitter, a che potrebbe servire? A passare per scemi. Non era il momento di farne un caso: un parere contrario sarebbe stato appropriato ma necessitava di tanto lavoro in più, e il tempo non c’era. Mi dà abbastanza fastidio che il gioco del “grignudyl” - riconvertire l’industria tedesca coi soldi nostri - diventi così sfacciatamente esplicito. Ma qualche volta è meglio accompagnare i processi, per mandare a sbattere gli avversari, piuttosto che logorarsi a contrastarli, e sinceramente vedere il PD ammettere col voto questo infelice stato delle cose non ha prezzo. Per tutto il resto c’è l’Aedes longagnanus - e lo zampirone!…)

Parametri (ancora sul CRMA)

Se sei un martello, ogni problema è un chiodo. Se sei l'UE, ogni soluzione è un parametro (possibilmente veicolato da una elegante infografica):



Con questi parametri il CRMA vuole risolvere il nostro problema delle materie prime (più esattamente, quello dell'industria tedesca). Se Maastricht vi è sembrata un insuccesso, state tranquilli: il CRMA ve la farà rimpiangere, nonostante il coro giulivo degli “steicholderz”, per lo più eredi e interpreti della stagione del Migliore!

Eppure, basterebbe un minimo di equilibrio mentale, intellettuale, emotivo, per capire che se nei guai ci ha messo la globalizzazione e il suo mercatismo (con l’idea che “Basta poco, che cce vò? Se non trovi uno spazzolino da denti dal farmacista puoi comprarlo online in Jacuzia, e se non trovi il gas in Russia…”), dai guai non ci tirerà fuori l’economia di piano “tutta target e distintivo” e il suo cinismo sinistro (consistente nel ridurre le emissioni nascondendo la polvere dell’inquinamento sotto il tappeto dei Paesi socioeconomicamente svantaggiati: “noi in ZTL vogliamo respirare, e i diversamente bianchi, quando non interpretano Giulietta e Romeo in una fiction inclusiva, si fottano”).

Ma questo so che lo intuite…


sabato 3 giugno 2023

Qui giacciono i materieprimisti

Lo stucchevole pianterello della sinistra sull'aggressione al pluralismo che si starebbe perpetrando in Rai mi ha riportato con la mente a un episodio di qualche anno fa (datarlo, come poi vedremo, non sarà difficile). Un giorno l'autore di un programma Rai mi disse che a loro avrebbe fatto anche piacere ospitarmi, perché si divertivano ad avere un po' di vita in studio, ma purtroppo non potevano farlo perché la Presidente Tarantola aveva vietato di invitarmi, dato che parlavo di certi temi in un certo modo. Sì, stiamo parlando dell'economista che Monti prese in Banca d'Italia e inviò come commissario politico in Rai, suscitando, all'epoca un vivace dibattito in Commissione di vigilanza. Attenzione! Io non sto dicendo che quella persona (l'economista) abbia detto quanto mi è stato riferito: non l'ho sentita con le mie orecchie, e io credo solo a quello che constato di persona (a differenza di voi, che ultimamente vi state comportando - spiace dirlo - come dei babbalei che abboccano a qualsiasi fanfaluca giornalistica). Sto dicendo però che a me è stato detto quanto vi ho riferito. Dopo di che, la plausibilità del referto può essere valutata andando con la mente al periodo 2012-2015 e verificando quante volte io sia andato in Rai, e quante volte in altre emittenti. A mia memoria, in quel felice periodo a me risultano 19 apparizioni televisive, di cui solo due in Rai: la prima a giugno 2012, quando il simpatico Vianello provò, senza successo, a farmi fare la figura dello zuzzurellone (ma capì presto che non era aria) e la seconda e ultima a maggio 2013, quando incontrai un nostro carissimo amico, quello dei prezzi "che sarebbero aumentati sette volte" (credo che ve lo ricordiate tutti).

Inutile dire che la conversazione con l'autore avvenne appunto a valle di questo secondo incontro: potevano anche tollerare che io non facessi la figura dello scemo, ma che la facessi fare ai mejo fichi del loro bigoncio questo no, non potevano tollerarlo.

E fu subito (felpato) editto bulgaro.

D'altra parte, lo dico sempre, e l'ho ripetuto anche al simpatico Lauro: la differenza fra sinistra e destra mi si è chiarita quando nella mia precedente vita di intellettuale mi rivolgevo con assoluto equilibrio e trasversalità sia a destra che a sinistra. A sinistra ci si premurava sempre di farmi sapere entro quali limiti mi sarei dovuto muovere, che cosa non avrei dovuto dire. A destra no. Da qui la mia conclusione: o quello che mi era stato raccontato del fascismo come periodo in cui la libertà di espressione veniva compressa era falso, o i fascisti oggi stavano dall'altra parte, appartenevano cioè a quella particolare specie di fascisti nota come antifascisti (come Flaiano aveva intuito). In ogni caso, io, da antifascista, coi fascisti non ci volevo stare, e il resto è venuto da sé. Chi crede che il pluralismo sia disporre di una pluralità di figuranti che dicono una sola cosa, quella che vuole lui, mi incute ribrezzo, è lugubre, è sinistro. Chi pensa che il pluralismo si manifesti quando persone in numero maggiore di uno dicono quello che credono, magari non la stessa cosa, possibilmente non all'unisono, auspicabilmente non zittendo l'altro, mi fa meno schifo, ed è meno sinistro.

Il fatto che chi ha esercitato una violenza brutale e incondizionata sugli altri poi frignucoli quando le vicende si riavviano naturalmente ad equilibrio fa parte delle umane cose. Credo che si siano impietositi su se stessi anche molti nazisti, per dire, ma siamo comunque legittimati dalla storia (cioè dal fatto che hanno perso le elezioni la guerra) a considerarne le vicende con distacco.

Per chi non è abbastanza intelligente da capire Luca 6, 38 non c'è medicina né redenzione.

Amen.

Chiuso questo inciso sul pluralismo che la sinistra rimpiange (quello in cui solo i suoi pregiati esponenti erano abilitati a profferire nel servizio pubblico le loro oscene fregnacce), volevo intrattenermi brevemente con voi su una cosa che sarebbe divertente, se non fosse avvilente, perché non ce ne siamo liberati: ha solo cambiato forma. Volevo farvi vedere ex post quello che sia io che Claudio abbiamo per anni cercato di spiegarvi ex ante, cioè quanto fossero grulli quei grulli dei materieprimisti. Ve li ricordate? Quelli che "se uscissimo dall'euro svaluteremmo del 20%-30%-50% [scegliete voi, NdR], le materie prime aumenterebbero del 20%-30%-50% e quindi l'inflazione schizzerebbe al 20%-30%-50% [secondo i casi, NdR]!"

Illo tempore facevamo notare che questo ragionamento non teneva sotto diversi profili:

  1. il disallineamento dell'economia italiana dalle altre economie mondiali non era di un simile ordine di grandezza: tutti gli studi davano ordini di grandezza inferiori (una sintesi la trovate nel paragrafo 3 di questo studio);
  2. il trasferimento (pass-through) di una svalutazione sull'inflazione interna (via aumento dei prezzi delle materie prime) è di un ordine di grandezza molto inferiore al 100%: secondo gli studi più accreditati, occorrerebbero almeno 18 mesi perché il 46% della svalutazione si trasferisse all'inflazione.

Ora, i tempi interessanti, interessantissimi, in cui viviamo, non ci hanno messo di fronte a un esperimento naturale del caso 1 (siamo ancora tutti felicemente dentro)! D'altra parte, però, la crisi energetica, rectius: la crisi delle materie prime, è un eloquente esperimento naturale su quale impatto i prezzi delle materie prime abbiano sull'inflazione. Non siamo cioè in grado di verificare il primo anello del becero ragionamento dei grulli ("se uscissimo svaluteremmo del millemila per cento"), ma siamo assolutamente in grado di valutare il secondo anello del becero ragionamento dei grulli ("un aumento del prezzo delle materie prime di x determina un pari aumento dei prezzi interni di x"). Mi affretto ad aggiungere che la libertà è anche quella di dire delle grullerie. Quella di impedire agli altri di dire cose giuste però ho qualche difficoltà a considerarla come una libertà, ma non ci torno sopra.

Non che la scarsissima tenuta di questo ragionamento non fosse già evidente dai dati storici, eh! Sarebbe bastato osservarli, ma indubbiamente gli ultimi tre anni rendono certi pattern più visibili:


Ecco qua! In blu avete l'indice globale dei prezzi delle materie prime per l'Italia, tratto da qui (inutile che vi spieghi che ogni Paese ha il suo, per il semplice motivo che se un Paese dispone già di certe materie prime, non deve acquistarle all'estero e quindi le oscillazioni delle quotazioni sul mercato globale lo lasciano nella più serena indifferenza). E in giallo? Beh, in giallo avete la cosa che nel ragionamento dei cretini dovrebbe muoversi all'unisono con i prezzi delle materie prime: l'indice dei prezzi al consumo, quello su cui si misura l'inflazione (tratto da qui, perché l'ISTAT, nel suo anelito di purezza etnico-statistica, ci preclude di visualizzare serie lunghe di dati che, a suo dire, sarebbero non comparabili: ma insomma, il discorso è chiaro: di dati meno se ne fanno vedere e meglio è, vale per i prezzi quanto per gli effetti avversi, tanto bastano le chiassate dei grulli in TV a riscrivere la storia, o almeno così era finora...).

Notate nulla?

Mi sembra piuttosto evidente che la relazione fra i due indici è tutt'altro che di perfetta sincronia: l'indice dei prezzi al consumo tira dritto per la sua strada, mentre i prezzi delle materie prime oscillano convulsamente. L'unica possibile eccezione si vede verso la fine del grafico (a destra), dove effettivamente i prezzi interni decollano in un modo che sembra preoccupante (e in effetti lo è), ma è tutt'altro che anomalo. Intendo dire che, come voi già sapete, 1 è il 10% di 10 ma l'1% di 100: un incremento così rilevante in termini assoluti sarebbe notevole nella parte bassa del grafico (a sinistra) mentre nella parte destra lo è un po' di meno. Per confrontare in modo più sensato i vari episodi, in effetti, bisognerebbe o esprimere le variabili in logaritmi:


o prenderne i tassi di variazione (cioè, trattandosi di prezzi, i tassi di inflazione):


Quale che sia la soluzione prescelta, noterete che il tasso di crescita dei prezzi al consumo registrato negli ultimi tempi non è una assoluta novità (siamo lontani dalle due cifre di inizio anni '80) e che la volatilità dei prezzi delle materie prime è infinitamente superiore a quella dei prezzi al consumo, la cui traiettoria è fortemente inerziale.

Tutte cose già dette, già viste.

Vi do qualche ordine di grandezza, per aiutarvi nell'orientamento. Da aprile 2020 a marzo 2022 i prezzi delle materie prime (incluse quelle agricole) sono aumentati del 197,9% (si fa prima a dire: sono triplicati). L'indice dei prezzi al consumo, nello stesso biennio, è aumentato del 7,2%. Quindi l'argomento "se la nostra valuta si riducesse a un terzo del valore le materie prime ci costerebbero il triplo e l'inflazione andrebbe a tre cifre" è visibilmente una cretinata, non è nei numeri, non è nelle cose, non è negli ordini di grandezza, non è nella storia dei dati. Lo si vedeva già prima, ma lo si vede meglio adesso. Diciotto mesi dopo il picco del tasso tendenziale di variazione dei prezzi delle materie prime, pari al 91,7% e raggiunto ad aprile 2021, il tasso tendenziale di variazione dei prezzi al consumo (l'inflazione) era a 8,9%. 

Sì, ce lo possiamo dire: c'è qualcosa che i grulli non sanno su come gli shock esterni si trasmettano al sistema dei prezzi interni. Ne abbiamo parlato a lungo in passato, inutile tornarci su. Va da sé che esattamente come non è successo quello che i grulli prevedevano (un immediato ed identico incremento dei prezzi interni in risposta a quelli delle materie prime), non succederà quello che i grulli prevedono (un immediato ed identico decremento dei prezzi interni in risposta a quelli delle materie prime).

Altrimenti non sarebbero grulli!

Bene.

Se l'eterno ritorno dell'uguale dovesse portarci nello stesso dibattito con gli stessi, ma anche con altri, grulli, ora potremmo dirgli: "Sì, certo, come quando nel 2022 i prezzi delle materie prime triplicarono e i prezzi al consumo aumentarono del 7%!", o anche "Sì, certo, come quando nel 2021 i prezzi delle materie prime raddoppiarono, e diciotto mesi dopo l'inflazione era intorno al 9%!".

Ma servirebbe a qualcosa?

No.

Perché da quando la sinistra ha imposto come cifra del dibattito il suo squadrismo, cioè da quando "quello non lo vogliamo in televisione perché dice cose che non ci piacciono", l'unica cosa che funziona è la sopraffazione dell'avversario. E allora, sia fatta la loro volontà, cioè la vostra, che di vedere grulli in giro ne avete (giustamente) le tasche piene e glielo avete anche dimostrato (del che vi ringrazio)!

(...alla fine, quello che stupisce del Dibattito è stato vedere interlocutori del tutto ignari di quali fossero gli ordini di grandezza dei fenomeni che millantavano di conoscere. Sono certo che gli ordini di grandezza, se ci fosse possibile verificarli, ci aiuterebbero anche a risolvere altri dibattiti isomorfi, come quello sulla nuova religione. Ma in quel caso i dati, nonostante siano più banali da raccogliere - basta una catinella! - e abbiano una storia più lunga, sono estremamente difficili da recuperare per gli stessi specialisti del settore, o almeno così mi dicono. Ed è così che eventi tragici diventano eccezionali, mai visti primi, esattamente come la disoccupazione del 2014 era alta come nel 1977, ma noi, nonostante sappiamo che ci vengono dette fregnacce, perché a dirle sono i soliti fregnacciari, e col solito sussiego rancoroso e arcigno, non siamo in grado di contestarglielo, perché anche avessimo un dottorato in scienze della terra non avremmo un database condivisibile e verificabile: o, se ci fosse, nessuno è finora stato in grado di dirmi dove sia...)

martedì 30 maggio 2023

CRMA

Questa mattina alle 12:57 ricevo un messaggio da un funzionario parlamentare. Vedo subito rosso, non per via dell'incolpevole, diligente funzionario, ma perché nel messaggio c'era una macchia rossa:


Giro il documento rosso in chat XIV, e apprendo così dai colleghi quello che avrei dovuto capire da me (se avessi avuto tempo di leggere tutto, incluso il titolo del documento sopra la macchia rossa!): ho vinto una relazione in Commissione XIV, sono diventato, a mia insaputa, relatore di questa roba qui. Un po' mortificato per la mia negligenza, ho cercato di capire come potessi essermi perso l'assegnazione di un incarico di grande interesse per me e in generale di una certa responsabilità, almeno in teoria (cioè almeno se il Parlamento italiano venisse ascoltato da qualcuno in Leuropa). Semplice! L'ultimo ufficio di presidenza si era svolto il 24:


quando noi eravamo impegnati in questa roba qui, peraltro attinente:

 

Il saggio Candiani c'era arrivato subito: "Ti sei perso l'UdP perché eri al tuo convegno e poi ci siamo dimenticati di avvertirti!" Ci sta, le cose da fare sono veramente tante. Il mio 24 maggio era così, per darvi un'idea:


(un lieve accavallamento di impegni nel primo pomeriggio). Gli altri giorni sono anche peggio. Ma si cerca comunque di tenere il filo del discorso.

Ed eccomi così alle prese con l'ennesimo ributtante acronimo (CRMA, pronuncia siaremei, Critical Raw Materials Act) generato dalla burocrazia di Babele. Il testo originale è qui, il dossier parlamentare qui. Una lettura forse affascinante per un antropologo dei tempi che verranno, certamente inquietante per un contemporaneo, soprattutto se politico.

Due cose spiccano in particolare.

Una, l'ignoranza dei traduttori leuropei, che sono effettivamente di pessima qualità, se confrontati con quelli del nostro Parlamento. L'europeese è vomitevole in originale (cioè nella lingua dell'unico Paese che finora se n'è andato, come da nota profezia), ma tradotto diventa urticante, scortica le mucose del cavo orofaringeo. Ci sono poi problemucci di cultura generale, alcuni scusabili, come confondere il tantalio con Tantalo (in effetti fra il re della Lidia e l'elemento di peso atomico 73 targato Ta come Taranto una relazione c'è, ma poteva essere partorita solo dalla mente di uno scandinavo), altri sinceramente un po' meno, come il sorprendente "comune logaritmo" di cui si parla in appendice, traduzione di "common logarithm", che in italiano si direbbe logaritmo decimale (o volgare). Fatto sta che il "comune logaritmo" degli stipendiati europei a me ha fatto subito pensare all'abbandonato carro di Asterix in Britannia (quelli si che erano traduttori)!

Poi, per carità: se uno sa di che cosa si sta parlando, si orienta.

Ma se invece uno non lo sa, molto di meno, e questo forse spiega la seconda cosa che spicca a una prima, superficiale lettura: la radicale e insanabile inconsapevolezza, o forse la rimozione freudiana, di quanto la scarsità che rende certe materie prime, tutto a un tratto, "critiche" o "strategiche", sia indotta da quella che abbiamo chiamato cesura ecologica. Questa inconsapevolezza ha due origini. Una è l'ignoranza. Dice: "come sò ste tère? Sò rare...", quindi, come dire: in alcuni casi è il lessico che ti guida a prendere la scarsità di certe risorse come un dato di natura. Ma le cose non stanno esattamente così: i lantanoidi per lo più non sono "rari", come una fugace consultazione di Wikimm... potrebbe facilmente illustrarci: iodio, mercurio, argento e oro (per dirne quattro) sono molto più rari de "e tère rare". Fatto si è che veicolare subliminalmente l'idea di una scarsità naturale aiuta, perché evita di fare i conti col fatto che quello che ci aspetta nei prossimi anni è un man-made disaster, il secondo causato dalla Leuropa. L'altra è la religione: il dogma del claimatceing non può essere messo in discussione, non è ammissibile: there is no alternative, noi tireremo dritto, è Greta che traccia il solco e la BCE che lo difende... Insomma: sempre la stessa solfa, da qualche secolo a questa parte: ma può essere utile sapere in quali nuove bottiglie ci venga venduto il vecchio vino.

Tuttavia, questa inconsapevolezza non è senza conseguenze. Una maggiore coscienza del fatto che "le tere nun sò rare" di per sé, che siamo noi a renderle tali con scelte di politica industriale concepite nell'interesse di alcuni (incluse le ex potenze coloniali, perché la cesura ecologica è anche e soprattutto neocolonialismo) e contro quello di altri, una maggiore coscienza di questo dato che spero di avervi fatto apprezzare, costringerebbe gli euroti a venire a patti col fatto che il loro delirio sta rendendo oggettivamente "rari", "critici", "scarsi" in termini economici anche elementi estremamente abbondanti in termini fisici sulla crosta terrestre, come il silicio (secondo elemento più abbondante), l'alluminio (terzo elemento più abbondante):


(qui), lo stesso ferro (che in lega col carbonio dà l'acciaio, indispensabile ad esempio per le torri eoliche). Se fate caso al ragionamento di Gianclaudio, emergono chiaramente, nella religione climatica, con annessa cesura ecologica, le stesse fallacie logiche che abbiamo visto all'opera nella religione eurista, con annessa cesura monetaria. Tutto un bello snocciolare scadenze perentorie e parametri fissi, che tanto si prestano a comporre accattivanti infografiche:


(scadenze e parametri che, per inciso, sono concepiti come una tagliola per il Sud in cui spesso rimane preso il cacciatore del Nord), ma una radicale, sbalorditiva incapacità di ragionare in modo olistico, di tenere insieme non dico tre o quattro, ma almeno due pezzi di un problema! Esempio: se passi da una fonte di energia estremamente concentrata ed efficiente come il fossile, ovviamente devi alleggerire i mezzi di trasporto, quindi passare a un metallo leggero come l'alluminio, che sarebbe sì abbondante, ma non lo è, perché la sua produzione richiede, notoriamente, grandi quantità di energia, che sono proprio quelle di cui, rinunciando al fossile, ti troverai a non disporre. Una serie di circoli viziosi, di aporie logiche, di retroazioni perverse che non possono non condurre al fallimento del progetto, in pieno isomorfismo logico con quelle scatenate dalla moneta unica (che, per dirne solo una, induceva ad indebitarsi di più i Paesi più indebitati, distorcendo al ribasso il loro costo del denaro, mentre inibiva la loro capacità di ripagare i debiti contratti, distorcendo al rialzo il loro tassi di cambio reale). Sempre sempre sempre la stessa storia: quattro nazisti chiusi nel loro bunker, che li isola dalla realtà, ma non dalla sconfitta, dettano regole, regole, regole, figlie di un'astrazione malata, di una morbosa Wille zur Macht (che oggi assume il pomposo nome di "sovranità europea"), incuranti delle vite altrui, pronti a masticare la loro capsula di cianuro piuttosto che ad ammettere di aver sbagliato.

Quanto possiamo ancora tollerare di essere "governati" in questo modo?

(...vabbè, io ci dormo sopra. Tra l'altro, domani forse non posso neanche incardinare il provvedimento perché comandato di servizio sulla trincea delle casalinghe disperate: L'Aria che tira! Sarà un interessante esperimento di bilocazione: il Paradiso può attendere, ma la santità è a portata di mano...)

martedì 19 luglio 2022

Ingengngnieri alla riscossa

Luca ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il cambio euro dollaro":

Certo che come Senatore della Repubblica e Professore Universitario hai una bocca sporca e un cattivo comportamento, comunque: no, non sono un giornalista, sono un ingegnere elettronico, lavoro da oltre 30 anni nello sviluppo di applicazioni informatiche. Al momento sto lavorando ad un progetto per il Ministero della Difesa Britannica che coinvolge tutte le nazioni. Ovviamente e' difficile trattare con Russia e Ucraina, entrambe affermano che certi territori solo loro, lo stesso vale tra Cina e Taiwan. Capisco che la Lega e' stato l'unico partito a sposare le tue idee sull'uscita dall'euro. Dopo tutti questi anni non ti senti preso in giro? La Lega non parla piu' di queste cose da anni. Non pensi che sarebbe ora di aggiornare queste teorie e di passare a qualcosa di piu' concreto, come per esempio si dovrebbe bloccare l'import da quei paesi che non condividono gli stessi ideali di democrazia nostri. Per esempio la Cina non puo' considerarsi una democrazia, ma bensi' uno stato autoritario governato da una dittatura. Lo stesso vale per la Russia. Che senso ha finanziare questi paesi se poi i soldi li usano per armarsi ed invadere il vicino di casa? Vedi appunto i casi Russia/Ucraina e Cina/Taiwan.

Pubblicato da Luca su Goofynomics il giorno 15 lug 2022, 15:54


(...a star is born! Qui ci divertiamo più che con awanagana, e del resto il tipo umano è quello...)


Caro Luca,

con gli ingengngnieri qui ci siamo lungamente intrattenuti (alcuni esempi), affascinati dal loro singolare comportamento. Alla fine abbiamo capito il loro dramma: quello di essere persone che siccome hanno studiato (a fatica) cose che sembravano difficili alla loro fidanzatina, si sentono intitolati a metter bocca in qualsiasi ambito dello scibile umano, presumendo che saper eseguire cose difficili (o meglio, saperle far eseguire a una macchina) implichi il capire cose semplici. L'esito più probabile di questo paralogismo è il ridicolo, ovviamente. Qualche volta va bene, qualche altra meno bene: dipende dal tempo a disposizione. Oggi è tutto fermo nell'attesa degli esiti della capigruppo, quindi siamo decisamente nel secondo caso: posso dedicarmi a darti una succinta spiegazione del perché le tue parole, tanto supponenti e tanto ingenue, sono una collezione di lievi imprecisioni (tutte peraltro ampiamente sviscerate in questo blog).

Intanto, grazie per averci informato del fatto che fra Russia e Ucraina ci sono delle rivendicazioni territoriali. Non ce ne eravamo accorti ed è una cosa che probabilmente potrebbe tornarci utile.

Mi dispiace doverti ringraziare per questa premura facendoti notare che non esistono "le mie idee" sull'insostenibilità della moneta unica: l'insostenibilità di una moneta unica in un insieme di Paesi che non è e non riesce a diventare un'area valutaria ottimale è un dato ampiamente assodato nella letteratura scientifica, e chi è qui lo sa da undici anni (ed è rimasto qui undici anni, che sono quelli per i quali tu dovresti lurkare, perché lo ha imparato qui). Venendo al caso che ti interessa, quello dell'euro, chi ci ha segnalato che esso è irreversibile (come lo sono state o sembrate tante altre cose) lo ha fatto per evitare di assicurarci che esso sia sostenibile. Se lo fosse, saremmo i primi a esserne lieti. Ma siccome non lo è perché non può esserlo (l'economia purtroppo è una scienza) noi siamo piuttosto preoccupati e vorremmo che anziché rifugiarsi nel pensiero magico (come è accaduto, in tempi più recenti, per le terapie vaccinali), si attivasse un serio dibattito su come renderlo tale o su come gestire i problemi senza che il costo cada sempre sui soliti noti (noi).

Quindi, ripeti con me: "Non esistono le teorie di Bagnai: esiste la teoria delle aree valutarie ottimali".

Poi prendi un fiatone, e ripetilo per un altro centinaio di volte.

Fatto?

Sicuramente no, perché tu sei, appunto, un ingegnere (rectius: ingengngniere) e non un fisico. Il fisico e l'ingegnere hanno approcci diversi: li abbiamo descritti qui. Diciamo che non ti difetta l'ottimismo della volontà... e diciamo che abbiamo capito perché le "applicazioni informatiche" quotidianamente ci danno tante soddisfazioni: perché dietro c'è gente come te, che se la crede molto ma che letteralmente non sa che terra la regga.

Ne vuoi una prova?

Trovo molto interessante la tua idea di scatenare una guerra commerciale contro Paesi che "non hanno gli stessi ideali di democrazia nostri".

Il tuo ideale di democrazia, in effetti, è abbastanza palese: "Io so io e voi non sete un cazzo". Credo che per affermarlo dovrai fare la guerra al mondo (cominciando dalla tua famiglia) e ti faccio tutti i miei migliori auguri. Questa cosa dovrebbe preoccuparti più di quello che invece tanto ti angustia, ovvero il fatto che il mio partito, che mi ha fatto responsabile nazionale economia (poi se hai tempo ti spiego che cosa significa), non mi starebbe a sentire, perché nella sua attuale comunicazione politica insiste su altri temi. Grazie per avermi informato su come il partito di cui sono responsabile economia imposta la comunicazione sui temi di economia: è un aiuto che sinceramente apprezzo, ma per la seconda volta mi trovo costretto a ringraziarti smentendo una tua affermazione (ofelè fa el to mesté, si dice nella culla del movimento in cui mi onoro di militare): quella di scatenare una guerra commerciale contro "i Paesi che non ci hanno la democrazia" (quella che secondo te invece in Italia ci sarebbe) non è una buonissima idea, per svariati motivi logici e pratici.

In termini logici, mi limito a dire che non si può essere, come tu sei, un europeista a 24 carati, cioè sostenere un progetto che trae la propria legittimazione dall'idea che il commercio internazionale sia un fattore di pace e di progresso a prescindere, salvo poi quando le cose vanno meno bene portarsi via la palla come un bambino dispettoso sul campetto dell'oratorio. Vedi, mi hanno affascinato queste tue parole:

"Gettare benzina sul fuoco all'Unione con la scusa di rendere l'Italia piu' competitiva sta sconfiggendo lo scopo dei padri fondatori che l'hanno creata per evitare un futuro conflitto europeo che e' pure arrivato. Ora i paesi dell'Unione possono trattare con Putin con una singola voce. Singolarmente dubito che avrebbero fatto qualcosa."

(qui).

Sorvolo sul lessico ("sconfiggere lo scopo"? "gettare benzina sul fuoco all'Unione"?) e sulle incoerenze interne ("l'hanno creata per evitare un conflitto che è arrivato". Appunto! E quindi?...).

Non posso però non rimarcare la fallacia della tua idea che esistano "economie di scala" in politica, e non posso non essere sbalordito della tua totale astrazione dalla realtà che ti circonda. I paesi possono trattare con Putin con una sola voce? Ah, perché lo stanno facendo!? Non me ne ero accorto. E sta servendo a qualcosa!? Non se ne è accorto nessuno. La guerra commerciale che tu propugni si chiama, in questo caso, sanzioni, e sta funzionando ma purtroppo principalmente contro di noi. Quello che servirebbe è la pace, dalla quale, come tu stesso confessi, purtroppo alcune attuali dinamiche del progetto europeo ci stanno allontanando, anziché avvicinando.

Aggiungo un dettaglio che a tutti sfugge: i "Paesi che ci hanno le risorse" generalmente ne hanno tutte tranne una, la democrazia, per il semplice motivo che la loro particolare condizione li ha resi oggetto degli appetiti coloniali dei Paesi europei, appetiti dai quali molti non sono ancora riusciti a liberarsi, e vanno così allegramente di governo fantoccio in governo fantoccio (c'è una lunga letteratura, qui ne abbiamo parlato tanto), mantenendo al massimo qualche labile parvenza di democrazia (tipo: eleggendo lo stesso presidente della Repubblica per 42 anni - e poi vi lamentate del nostro Presidente!).

Quindi se un Paese trasformatore come il nostro dovesse pensare di aiutare il processo democratico in altri Paesi rifiutandosi di avere rapporti con loro, sarebbe bene che assumesse parecchi poliziotti, perché la pace che non riuscirebbe a imporre all'estero si trasformerebbe immediatamente in guerra in casa propria quando le fabbriche cominciassero a chiudere.

E questi sono appunto i risvolti pratici, che però non ti toccano, perché tu sei fico, sei indernescionàl, non hai mica una fabbrica o un negozio.

Quindi gli altri si fottano (che poi è la base del tuo pensiero).

Che cosa vuoi che ti dica?

Io ai lettori mi affeziono, e sono sicuro che diventeremo grandi amici. Nonostante l'età, hai una freschezza che ti invidio: tutto è facile, e tu lo hai capito. L'unica cosa che proprio non capisci (e si vede che ti dispiace) è perché gli altri non riescano a capire una cosa così facile. Te lo dico io: perché è difficile. Ma per accorgertene dovresti aprire gli occhi. Tranquillo: non devi fare alcuno sforzo. Te li aprirà la realtà, e contestualmente ti insegnerà il rispetto (quello vero).

Poi torna a trovarci.

P.s.: tendenzialmente non affastello congiunzioni avversative: "ma bensì" è pleonastico. Gli ingegneri amano l'esattezza. Gli ingnengngnieri amano se stessi. Non è detto che i due amori siano compatibili.

giovedì 14 luglio 2022

QED100: la SRAS e gli científicos

Eppure qualcuno ve lo aveva detto: "quando la SRAS slitta verso l'alto, se sei uno científico vorrai stare ovunque, tranne che al Governo", e vi aveva anche fatto con tanto amore il disegnino:


Era il 3 gennaio, quando nei palazzi ci si gloriava di essere i conduttori della "locomotiva d'Europa".

Quando poi, il 29 gennaio, una possibilità di lasciare il Governo era stata preclusa, tutti ci aspettavamo che si sarebbe votato a giugno, e questo si diceva in tutti i palazzi, compreso quello.

Sarebbe in effetti stato così, se il 24 febbraio non fosse successo quello che sapete.

Ma ora la situazione si è assestata, e ECON101 ha ripreso il sopravvento.

Per quanto?

Difficile dirlo, ma qualsiasi sforzo di resistere alla logica dei numeri non potrà che peggiorare la situazione di chi lo tenterà, così come è stato nei lunghi anni che ci hanno portato fin qui, così come del resto qualsiasi tentativo di mantenere un governo PD in un Paese che ha rifiutato il PD e la sua subalternità alle illogiche altrui non potrà avere che corto respiro.

Time is on our side.

(...insieme a un paio di altre cosette...)

sabato 4 giugno 2022

Indicizzazione

 (...i "fatti di Genova" hanno avuto una certa rilevanza:


Personalmente non solo perdono e compatisco i "fattoni" che li hanno animati, ed esprimo loro vicinanza, nella loro consapevolezza, confusa e inesprimibile, di essere stati fottuti da chi avevano scelto come riferimento ideologico (l'asinistra), ma sono anzi profondamente grato loro per il successo che hanno assicurato alla nostra iniziativa politica, dandole il meritato risalto (siamo a oltre 18.000 visualizzazioni del mio intervento nella diretta Twitter del "deputato Borghi").

Ha avuto molto meno risalto, anche per mancanza di una diretta streaming, il discorso di Omegna, che  ai fatti di Genova era strettamente connesso, e che vi riassumo qui di seguito...)


To put things in perspective

Se lo scopo della politica fosse intercettare il consenso, questo blog non sarebbe mai stato un progetto politico, perché, come sa chi ci è passato e soprattutto chi ci è rimasto, il vostro consenso di lettori mi interessava quanto il vostro consenso di elettori: zero. Per questo motivo vi ho sempre parlato con onestà intellettuale, il che ad alcuni è piaciuto e ad altri no, ma non si può dispiacere a tutti.

Se però lo scopo della politica, invece che andare a brucare bovinamente le praterie del presunto consenso (oggi rappresentato da "il grande centro..."), fosse quello di indicare una direzione, di prefigurare scenari e di indicare le possibili strategie per gestirli, allora questo blog è, dalla sua nascita (cioè da quando previde il fallimento del Governo Monti) e senza averlo minimamente desiderato, praticamente l'unico laboratorio politico del nostro disastrato Paese, o almeno io non ne conosco altri dove una serie di sviluppi economici e politici siano stati anticipati con tanta inesorabile precisione.

Ve ne cito solo tre, e poi svilupperò l'ultimo: il primo è appunto il fallimento di Monti, previsto nel giorno in cui questi si insediò, il secondo è l'alleanza fra 5 Stelle e PD, prevista nel settembre 2016 (e tutti mi prendeste per matto), il terzo è il ritorno dell'inflazione, previsto a marzo 2020 e per i motivi che il Fmi ci ha poi spiegato col consueto ritardo nel 2022.

Stiamo parlando, ne converrete, di tre fatti marcanti di questo scorcio di secolo, se pure a diversi livelli di importanza.

Il fallimento dell'austerità, che ora tutti ammettono compunti mentre si apprestano giulivi a reiterarlo (old wine in sustainable bottles), è un fatto di rilevanza innanzitutto europea: fuori dall'Unione Europea nessuno è stato così tanto autolesionista, e i motivi oggettivi di questa strana torsione suicida sono qui stati discussi in lungo e in largo (non possiamo ogni volta ricominciare da capo, se qualcuno è interessato a recuperare ci sono delle buone letture, purtroppo sempre attuali). Certo, questo fatto europeo ha avuto rilevanza globale in quanto ha trasformato un pezzo un tempo florido di terre emerse nel buco nero della domanda mondiale (definizione qui introdotta a gennaio 2016 e qui illustrata a giugno 2016). Quello che nessuno vi ha detto (tranne i numeri che qui vi ho mostrato) è che la "stagnazione secolare" è in buona parte spiegata dal fatto che l'Eurozona abbia deciso di camminare col freno tirato...

La prevedibilissima (ma solo qui prevista!) fusione fra il partito delle banche e quello degli "useful idiots" è un fatto di rilevanza innanzitutto italiana, ma molti sembrano aver dimenticato quanto questa fusione sia stata determinante, anzi: "decisiva" (cit.) per le dinamiche politiche europee. Quelli che "votare non serve, non vi voto piuuuh!" mi pare abbiano dimenticato che se è grazie alla Lega che il talebano della decrescita, Timmermans, non è diventato presidente de jure della Commissione, d'altro canto è grazie ai 5 Stelle che ne è diventato il presidente de facto, per interposta signora von der Leyen. È stato quel pugno di voti "decisivi" a consegnare le nostre imprese, le nostre case, le nostre vite al delirio di una ideologia green a misura di sistema industriale franco-tedesco, che non a caso tante ferite sta portando al tessuto industriale del nostro martoriato Paese, è stato quel pugno di voti "decisivi", quel tradimento dell'interesse nazionale, a restringere seriamente il nostro raggio di azione politica. I voti sono numeri, il resto sono illazioni.

Il ritorno dell'inflazione, infine, è un problema di rilevanza globale. Lo abbiamo previsto in anticipo, e ora che tutti ci hanno raggiunto stacchiamoli di nuovo ragionando su cosa esso comporti in termini di scenari futuri, dividendo il tema in due: come andrebbe gestito, e come verrà gestito. Prima di affrontare questi due aspetti, però, vorrei spendere qualche parola su come e perché è lecito attendersi che l'inflazione sia destinata a essere un fenomeno se non strutturale, almeno molto persistente.

La persistenza dell'inflazione

A Genova, dopo il momento "fronte del porto", ho potuto godere di un più piacevole e altrettanto istruttivo momento "jet set" (ovviamente fuori dalle telecamere), incontrando a un evento privato alcuni imprenditori, fra cui alcuni lettori di questo blog (apro e chiudo una parentesi per farvi notare che in quella caricatura de "er popolo" incontrata al porto nessuno sapeva di questo progetto - altrimenti non sarebbe stato lì a fare il ragazzo pon pon del PD - mentre nella classe imprenditoriale vera qualcuno ci legge: lascio a voi le interpretazioni). Caso vuole che mi sia trovato seduto accanto a un illustre commentatore dei fatti economici e politici, uno di quelli abbastanza manovrieri da riposizionarsi per tempo su tanti temi. Ma la differenza fra "manovriero" e "anticonformista" c'è, e salta all'occhio: il manovriero passa tempestivamente da un conformismo al successivo! L'attuale conformismo è: "tranquilli, ora i prezzi delle materie prime scenderanno, e tutto tornerà come prima". L'amico manovriero cercava di convincermi, e io non cercavo di "sconvincerlo": la ragione, a Roma, sappiamo di chi sia, e per questo l'elargiamo a mani piene!

Qui fra noi, però, nel chiuso di questa stanza virtuale, approfittando del fatto che nessuno ci vede né ci ascolta, possiamo dirci almeno due motivi per cui l'inflazione sarà persistente, più uno per cui potrebbe esserlo: asimmetrie, transizione, reshoring.

Asimmetrie

Il primo motivo per cui l'inflazione da offerta tenderà a essere meno volatile (cioè più persistente) di quanto alcuni sperano è stato qui oggetto di tante ricerche: l'asimmetria della risposta dei prezzi, in particolare di quelli energetici, a shock nei costi delle materie prime. Semplificando, il noto fenomeno secondo cui quando il costo del petrolio sale il prezzo della benzina sale, e quando il costo del petrolio scende il prezzo della benzina non scende. Non è né una leggenda metropolitana né un discorso da bar: è un dato di fatto che abbiamo discusso qui, prima di pubblicarlo in fascia A qui:


Sempre con l'aiuto dell'associazione a/simmetrie (che con l'occasione vi invito a continuare a sostenere) abbiamo anche dimostrato che questo fenomeno non riguarda solo l'Italia, ma si presenta, in vario grado, in Europa, e negli Stati Uniti. La letteratura scientifica sul tema è vastissima, ma il nostro contributo non è stato lavoro inutile, visto che su questo tema le posizioni non sono del tutto univoche, come deve essere quando si parla di posizioni scientifiche, perché la scienza è democratica (i coglioni non lo sono, ma questo è un altro discorso).

Tornando a noi, questa asimmetria implica che anche qualora i costi delle materie prime tornassero alla casella di partenza, l'indice dei prezzi al consumo, che è il riferimento per il calcolo dell'inflazione, continuerebbe a crescere. Non è una novità: è quello che è sempre successo e che succederà anche secondo gli scenari come sempre rosei e (necessariamente) stilizzati del Fmi, che mi pregio di sottoporvi:


Come vedete, si prevede che l'indice dei prezzi al consumo continuerà a crescere nei prossimi cinque anni a una media del 2%, nonostante il prezzo al barile sia previsto in diminuzione a una media del 7% . Lo si vede meglio esprimendo gli stessi dati in tassi di variazione:


Da che dipende questo "strano" fenomeno? Se il reale è razionale, una spiegazione ci sarà, e in effetti non è difficile da comprendere. I motivi sono due:
  1. come ricordato sopra, quello che sappiamo della dinamica dei prezzi dell'energia ci dice che essi non scendono altrettanto rapidamente di quanto i costi calino (quando cala il barile, non cala subito il prezzo alla pompa),
  2. quello che sappiamo della formazione dei prezzi in mercati oligopolistici ci dice che un aumento dei costi variabili non viene immediatamente traslato sui prezzi per il consumatore finale. Una parte dell'aumento dei costi (inclusi quelli dell'energia) viene assorbita da riduzione dei margini: gli imprenditori si rassegnano a guadagnare di meno per non perdere quote di mercato.

Di conseguenza, quando il prezzo del barile scende, siccome quello della benzina scende meno, le imprese continuano a traslare progressivamente sui prezzi al consumo quella parte di aumento dei loro costi che non hanno traslato interamente e immediatamente a seguito dello shock. La combinazione di questi due effetti rende persistenti gli effetti sull'inflazione al consumo di uno shock di offerta anche transitorio. Non è una novità: è sempre andata così e si vede nei dati.

Guardate ad esempio l'andamento del prezzo al barile e dell'indice dei prezzi al consumo del nostro Paese:


Si vede molto bene come l'indice dei prezzi abbia continuato a crescere (inflazione positiva) anche mentre il prezzo del petrolio smetteva di crescere o addirittura scendeva in modo più o meno brusco. Lo si vede meglio, anche qui, se usiamo i tassi di variazione (che fra l'altro ci aiutano a confrontare correttamente gli ordini di grandezza):

La figura rappresenta la variazione percentuale tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente) del prezzo al barile (in blu, scala di sinistra) e dell'indice dei prezzi al consumo (in arancione, scala di destra). Si individuano molto bene i noti shock del 1973 (guerra dello Yom Kippur) e del 1979 (rivoluzione iraniana). Si vede anche bene come l'attuale shock, quello che ha portato il prezzo al barile a 62 dollari nell'aprile 2021 dai 16 dell'aprile 2020, in termini percentuali è stato di gran lunga il più rilevante della serie (tralascio le varie considerazioni sul fatto che oggi il mix energetico è cambiato, il gas è molto più importante che negli anni '70, per cui un confronto fra l'entità dei due shock di offerta andrebbe condotto in modo molto più articolato). Volevo però attirare la vostra attenzione su come a seguito degli shock l'inflazione sia andata decrescendo in modo meno che proporzionale rispetto al decremento dei prezzi del greggio.

Quindi, ricapitolando: non è detto che se il costo delle materie prime energetiche torna alla casella di partenza, quello delle fonti di energia (benzina, gasolio, gas) faccia altrettanto, e non è detto che la traslazione dell'aumento di questi costi sui prezzi finali cessi immediatamente (dovendo gli imprenditori ricostituire gradatamente i margini che hanno compresso). Quindi è lecito aspettarsi un po' di persistenza dell'inflazione.

Transizione (ecologica)

Qui non si discute del fatto che sia meglio respirare aria pulita piuttosto che particolato e bagnarsi in acque limpide piuttosto che torbide (con l'occasione ricordo agli analfabeti da talk show che "piuttosto che" è locuzione con valore avversativo, non disgiuntivo). Affermazioni di questo tipo sono non politiche, per il semplice motivo che non trovereste nessuno disposto a sostenere il loro contrario (il modo migliore per capire se qualcuno parla senza dirvi nulla è verificare se il contrario di quanto vi sta dicendo abbia senso...).

Qui ci si limita a ricordare quanto ampiamente discusso ad esempio in Materia rara, ovvero il fatto che la transizione ecologica, per i tempi e i modi con cui è stata imposta, implica una enorme pressione sulla domanda di una variopinta tavolozza materie prime, per lo più metalli. Non c'è solo il litio, di cui tutti si ricordano: c'è anche l'acciaio (nelle torri e nelle turbine eoliche, ad esempio), c'è naturalmente tanto rame (per ovvi motivi, visto che si parla di elettricità), c'è tanto silicio (e non un silicio qualsiasi  ma quello di grado solare, visto che si parla di fotovoltaico), ci sono polimeri e fibre di varia natura.

Oltre al fatto che nessuno si chiede da dove possano venire e dove possano andare a finire queste materie prime (ad esempio: quali Paesi ne controllano il mercato? Come sarà possibile riciclare questi materiali?), resta il fatto che nessuno sembra preoccuparsi di un dato economicamente ovvio: questa enorme pressione della domanda non potrà non riflettersi sui prezzi per lunghi anni a venire. Non è solo perché non abbiamo il nucleare che l'energia in Italia costa così tanto: ci sono anche i simpatici oneri di sistema, che sono, appunto, il finanziamento della transizione


(su cui l'Italia era già autolesionisticamente avanti rispetto ad altri Paesi europei asseritamente "verdi", come qui abbiamo sempre fatto notare).

Ora, è molto difficile che con l'aumento dei costi della transizione (in termini di aumento delle materie prime necessarie per realizzarla) possano diminuire gli oneri per cittadini e imprese, non trovate? Quindi anche da questa parte avremo pressioni strutturali sui prezzi.

Reshoring

La pandemia dovrebbe averci insegnato molte cose. Dico "dovrebbe" perché la memoria del cittadino/elettore è corta, ancor più di quanto siano effimeri i proclami degli influencer/politici. Dovremmo aver capito che tanti diritti che davamo per acquisiti in realtà non lo sono, ma questo era scritto sulla quarta di copertina del Tramonto dell'euro e ora è inutile tornarci (spiace per i "punturini", che certi passaggi se li sono persi e a giudicare da come si comportano sui social sono destinati a diventare i nuovi "onestih").

Dovremmo soprattutto aver capito che il fallimento della globalizzazione non è solo quello del modello che abbiamo descritto qui:


un modello in cui le crisi finanziarie sono strumento di gestione via "riforme" e "fate presto" del conflitto sociale derivante dalla compressione della quota salari, a sua volta innescata dalle delocalizzazioni e dall'allungamento delle catene del valore, a sua volta reso possibile da una sregolata mobilità internazionale dei capitali. Certo, da questo modello deriva una minaccia esistenziale per ognuno di noi (che si traduce nel progressivo scadimento del nostro tenore di vita, nella fornitura insoddisfacente di servizi pubblici essenziali come la scuola e la sanità, ecc.), ma è inutile girarci intorno: molti, soprattutto nelle fasce tutelate (dipendenti pubblici con stipendi relativamente congrui) di tutto questo non se ne sono minimamente accorti e se ne sono ampiamenti battuti la ciolla mentre chi ci andava di mezzo erano altre fasce sociali (i lavoratori autonomi, i dipendenti privati). 

Ma c'è un altro fallimento della globalizzazione difficile da ignorare anche per i tutelati (o supposti tali): se la logica delle economie di scala ti porta a concentrare tutte le produzioni nei luoghi in cui il costo del lavoro è più basso, poi magari capita che quando dalla Cina parte un virus (o vairus che dir si voglia) e hai bisogno (o credi di aver bisogno) di mascherine, improvvisamente realizzi che queste sono tutte prodotte in Cina, e che questa non è un'ottima cosa, perché le agognate mascherine da lì non riescono ad arrivare, vuoi perché i porti di partenza sono chiusi causa vairus, vuoi perché tutte le merci del mondo, in omaggio a questo bel modello di organizzazione della produzione, per arrivare qui passano da un budello largo 200 metri dove una nave lunga 400 metri si è intraversata...

Ora: la lezione della slide non credo che l'abbiano capita in molti (sicuramente non i fregnoni di Genova, o la gentaglia che "non ti voto piuuuh perché l'infame lasciapassare verdeeeh"). Soffermiamoci allora sull'altra lezione, quella della Ever Given. Questa lezione l'ha capita qualcuno? E le sue implicazioni sono chiare?

In altre parole: qualcuno si sta interrogando sul fatto che la pandemia ha rivoluzionato il concetto di "bene strategico", richiamando la nostra attenzione sul dato che anche prodotti "a basso valore aggiunto" come le mascherine (o i tubi per i respiratori, o le siringhe, o quel che è), possono diventare strategici, e che quindi il mantra secondo cui noi dovevamo concentrarci sull'economia della conoscenza e sui segmenti di produzione ad alto valore aggiunto, quel mantra, è una solenne scemenza? Dal grano ai ventilatori meccanici, sono infiniti i beni per cui l'illusione di poterli reperire immediatamente a buon prezzo in quel grande ed efficiente mercato che è il globo è molto pericolosa. Detto in altri termini: se la lezione della Ever Given fosse stata capita, dovremmo disporci a produrre di nuovo in casa nostra le cose che ci illudevamo di poter in ogni caso comprare in giro per il mondo grazie alla nostra monetona fortona.

Ma se (dico: se) questa lezione è stata compresa, e conseguentemente ci si dispone a un periodo di accorciamento delle catene del valore, cioè di reshoring, dobbiamo renderci conto che anche da questa parte derivano pressioni strutturali sui prezzi. La mascherina, il ventilatore meccanico, la siringa, il cavatappi, il lanciagranate, quel che l'è, prodotto in Italia da un italiano ha il vantaggio di non dover viaggiare (inquinando) per migliaia di chilometri, ma lo svantaggio (per il consumatore) di essere prodotto da persone il cui reddito medio pro capite è ancora 2,9 volte quello dei cinesi (se calcolato in dollari nominali), o 2,3 volte se calcolato a parità di potere d'acquisto.

Quindi, il reshoring, l'accorciamento delle catene del valore, implica che alla corsa al ribasso della globalizzazione (ti pago poco, tanto puoi comprare i beni a basso prezzo prodotti in Cina) si sostituisca una corsa al rialzo (produco in Italia, quindi devo pagarti abbastanza altrimenti non riesci a comprare i beni prodotti). Indipendentemente da come lo si vorrà gestire, cioè indipendentemente da chi sarà chiamato a pagarne il conto, se avverrà il reshoring comporterà necessariamente anch'esso una pressione strutturale sui prezzi finali dei beni.

Sintesi

Tre forze (l'adeguamento dei prezzi al consumo a shock di offerta asimmetrici, il costi della transazione energetica e i costi del reshoring) lasciano supporre che il fenomeno inflattivo possa essere persistente. Come dovremmo gestirlo e come sarà gestito?

Come dovremmo gestire l'inflazione strutturale

"Chi ha le comodità e non se ne serve, non trova confessore che l'assolva". Partiamo dalla saggezza popolare. Nel capire che cosa dovremmo fare beneficiamo di una bussola infallibile: la Banca d'Italia. Approfittiamone!

Certo, c'è quel dettaglio che il suo ago indica costantemente il Sud: ma non è un problema. Per fortuna abbiamo avuto, nella lunga sequenza di fallimenti bancari e di riforme pensate male e peggio fatte, un segnale importante. Siamo stati avvertiti, e quindi sappiamo che se vogliamo andare a Nord, basta fare il contrario di quello che questo autorevole organo di indirizzo politico privo di responsabilità politica e di legittimazione democratica ci esorta a fare. Per farla corta: se la Banca d'Italia ci esorta a non indicizzare i salari:


la risposta corretta all'inflazione strutturale sarà certamente una qualche forma di indicizzazione dei salari. A me basterebbe anche questo, ma siccome a molti di voi probabilmente e legittimamente no (soprattutto perché per metodo rifiuto di parlare al grillino che è in tutti voi facendo notare che se guadagni mezzo milione l'anno non è sorprendente che la rincorsa dei salari ti sembri futile...), sarà il caso di sviluppare il ragionamento, per far capire bene come mai questa è la soluzione che chiunque crei valore (sia esso un dipendente o un imprenditore) dovrebbe considerare con attenzione (e quindi chiunque sia un rentier ovviamente guarda con sfavore).

Anche qui, articolerei il ragionamento in passi successivi: perché in questa fase storica è cruciale adeguare i salari, e quale può essere lo strumento più efficiente per farlo.

Le ragioni per un adeguamento dei salari

Può essere utile sgombrare il campo dall'argomento "anni '70" secondo cui siccome l'adeguamento dei salari va a vantaggio dei dipendenti, allora esso sarà necessariamente a svantaggio dell'imprenditore. Le cose non stanno esattamente così, per almeno due ordini di motivi:
  1. l'instabilità del quadro geopolitico mondiale suggerisce nell'interesse delle imprese di riequilibrare le politiche commerciali restituendo centralità al mercato interno, il che comporta passare da un modello di crescita export-led a un modello di crescita wage-led;
  2. le pressioni inflazionistiche strutturali determinate da transizione ecologica e reshoring, se non riflesse adeguatamente nei salari, implicano che per sostenere i propri consumi le famiglie dovranno ricominciare a indebitarsi, determinando un nuovo ciclo di instabilità finanziaria causata dal debito privato.

Sul primo punto, ribadisco un concetto qui espresso tante e tante volte: chi campa sulla domanda altrui (esportando) si espone agli altrui problemi. Qualsiasi fonte di instabilità politica o economica nei Paesi "clienti" si riflette inesorabilmente sugli esportatori (ne abbiamo anche parlato recentemente qui). In un periodo che si preannuncia come piuttosto instabile dal punto di vista geopolitico, alimentare la domanda interna, quella dei residenti, con adeguati livelli retributivi è una mossa strategicamente avveduta, che va in primo luogo a beneficio delle imprese. Ne sono testimoni in negativo le imprese vittime delle sanzioni, quelle che oltre al problema di dover fronteggiare i costi elevati delle fonti di energia importate, hanno anche il problema di non poter più fatturare esportando nei Paesi sottoposti a sanzioni. Forse adesso queste imprese preferirebbero potersi rivolgere alla domanda dei lavoratori residenti: peccato che dopo decenni di stagnazione dei salari questi ultimi non arrivino a fine mese neanche acquistando prodotti di primo prezzo cinesi!

I dati ci confermano che il nostro Paese è sempre più dipendente dalla domanda estera:


la cui quota sul Pil cresce lentamente ma inesorabilmente (dal 26% del 2001 al 33% del 2021), mentre la Cina ha dimezzato la quota delle esportazioni sul Pil dal massimo del 36% raggiunto nel 2006 (dopo l'ingresso nel WTO avvenuto nel 2001) al 18% del 2020. Sono dati su cui occorrerebbe riflettere.

D'altra parte, la posizione secondo cui i costi "della guerra" (perché c'è ancora chi racconta che l'aumento dei prezzi delle materie prime sia dovuto alla guerra, cosa che abbiamo dimostrato non essere vera) devono essere sostenuti da "tutti" (cioè dai dipendenti) è particolarmente irrazionale. In un momento in cui la domanda estera è caratterizzata da volatilità di natura geopolitica, la domanda interna diventa un elemento essenziale di crescita, e se non sostenuta da retribuzioni adeguate può essere finanziata solo a debito, aprendo a nuove crisi finanziarie, anche queste negative per le imprese perché prima o poi si traducono in una fiscalità più aggressiva e in restrizioni al credito.

C'è poi un altro problema, di ordine più generale: il trade-off fra due parole d'ordine europee, sostenibilità e inclusività. Come qui abbiamo fatto notare da subito, la transizione ecologica costa, perché costano i prodotti "green", e quindi richiede (e produce) crescita del Pil, non decrescita. Resta da capire come questa crescita venga distribuita tra salari e profitti. Ecologia e reshoring alla fine si risolvono entrambi nella stessa cosa: costringere i lavoratori ad acquistare beni più costosi. Chi promuove queste rivoluzioni dovrebbe essere esplicito su come intende gestirne le conseguenze: vogliamo tirarceli a bordo, i lavoratori, ad esempio mettendo anche loro in condizione di acquistare un'auto elettrica? Oppure vogliamo scegliere la scorciatoia secondo cui "non si comprano le auto ma la mobilità", così se per qualche motivo vuoi scappare da qualche parte magari non puoi farlo perché ti disattivano la app che compra "mobilità" (mentre ovviamente l'upper class avrà le sue auto e andrà dove gli pare)? Vogliamo ridurli o esasperarli divide di questo genere? Vogliamo raccontare di essere "inclusivi" mentre escludiamo, o vogliamo includere (e la prima delle inclusioni è quella economica)?

Chiunque abbia interesse a vivere in una società stabile, in cui una platea ampia di consumatori possa accedere senza difficoltà a prodotti di consumo durevole, dovrebbe riflettere su questo.

Le ragioni per l'indicizzazione dei salari

Oggi l'adeguamento delle retribuzioni passa principalmente per il rinnovo dei contratti (qui trovate le principali statistiche sui rinnovi). I CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) di solito hanno durata triennale e non sempre il loro rinnovo è agevole. Lo dimostrano le statistiche sulla "vacanza contrattuale media" (il periodo in cui i lavoratori restano "scoperti" prima del rinnovo successivo), che è di 17 mesi, che salgono a 30 se la si calcola sui soli dipendenti in attesa di rinnovo, i quali sono, a loro volta, il 55,4%, fra cui il 100% dei dipendenti pubblici. Si può intuire che non sia facile mettersi d'accordo su come disciplinare rapporti economici per un periodo così lungo. L'economia è caratterizzata da incertezza, e nessuno ha particolarmente voglia di rimanere fregato. Naturalmente, con l'incertezza aumentano le difficoltà nel mettersi d'accordo. Immaginate, ad esempio, come debba essere complesso mettersi d'accordo oggi sui livelli retributivi dei prossimi tre anni! Se già lo era al tempo della "stabilità", ora che siamo di fronte a un'inflazione potenzialmente diretta verso le due cifre, molto elevata ma soprattutto molto variabile e quindi molto incerta, ragionare su come chiudere un contratto non deve essere semplice. Mi sembra chiaro quindi che la conflittualità tenderà ad aumentare, per il semplice motivo che i lavoratori tenderanno a voler incorporare le loro aspettative di inflazione nei livelli delle retribuzioni nominali.

Ed è esattamente per questo che in circostanze simili sarebbe utile reintrodurre un meccanismo di indicizzazione!

Come dice Mario Nuti qui: "In times of rapid inflation, especially of accelerating inflation, wage indexation defuses inflationary expectations and allows the negotiation of a lower nominal wage than would have to be fixed if there was no protection from future inflation", ovvero: "quando l'inflazione cresce rapidamente, e in particolare quando accelera, l'indicizzazione disinnesca le attese di inflazione e consente di chiudere il contratto a un livello di salario inferiore a quello che si sarebbe dovuto concordare se non ci fosse stato un meccanismo di protezione dall'inflazione futura".

Chiarisco il punto con un esempio. Se al momento del rinnovo il salario è 100, e l'inflazione è in rapida crescita verso il 10%, il lavoratore idealmente cercherà di chiudere da qualche parte verso 130, per evitare di trovarsi fra tre anni col 30% del salario in meno in termini di potere d'acquisto, ma naturalmente il datore di lavoro cercherà di tenersi molto più basso, per evitare uno squilibrio immediato dei propri conti economici. Se però da qualche parte sta scritto che l'eventuale inflazione viene recuperata, allora si può tranquillamente chiudere da qualche parte fra 100 e 110 (ripeto: sono dati del tutto di fantasia), sapendo che poi, ex post, il salario si potrà tranquillamente adeguare, preservando il potere d'acquisto del lavoratore. I vantaggi per il datore di lavoro ci sono e sono di due ordini: si garantisce minore conflittualità, ed evita uno squilibrio dei conti economici. Il meccanismo di indicizzazione infatti recupera l'aumento dei prezzi solo quando si verifica. Ma se si è verificato un aumento dei prezzi, di norma e in media si sarà verificato anche un aumento dei ricavi, cioè il datore di lavoro avrà la liquidità con cui provvedere ad adeguare le retribuzioni.

Per questo motivo, ricorda sempre Nuti: "when wage indexation was first introduced in Italy in 1947, the President of Confindustria (the Confederation of Italian Industrialists) shipowner Angelo Costa actually greeted it as a major anti-inflationary measure", ovvero: "quando l'indicizzazione dei salari venne introdotta in Italia per la prima volta nel 1947, il presidente di Confindustria, l'armatore Angelo Costa, la salutò come una misura decisiva contro l'inflazione". Un dato che ci ricordano anche Cassani e Craveri qui:

Era, ovviamente, un'altra Confindustria...

Quindi l'indicizzazione è una panacea? Ovviamente no: ho aperto questo blog per dimostrarvi che in economia non ci sono free lunch, e questo vale anche per l'indicizzazione, che ha una controindicazione: ratificando lo shock inflattivo (traslandolo sui salari), contribuisce a renderlo persistente (perché consente ai lavoratori di continuare ad acquistare beni, sostenendo la domanda). L'adozione di un meccanismo di indicizzazione si aggiungerebbe quindi alle altre forze che oggi stanno rendendo persistente l'inflazione. Ma anche qui bisogna avere una visione equilibrata. Certo, il rischio di una spirale "prezzi-salari" esiste, ma questo meccanismo viene spezzato dalla logica dei rinnovi contrattuali. Sempre seguendo Nuti: "nominal wages are not fixed forever but are normally re-negotiated periodically. Inflation-proofing through indexation, if triggered by a shock after negotiation, will exhaust its effects completely at the next wage settlement. The new nominal wage will be determined by the relative negotiating strength of employees and employers and other fundamentals prevailing at that later time, regardless of how much the nominal wage might have risen in the intervening period thanks to wage indexation", cioè: "i salari nominali non sono fissati per sempre ma normalmente vengono rinegoziati periodicamente. Il meccanismo di difesa del potere d'acquisto tramite l'indicizzazione, se attivato da uno shock inflattivo successivo al rinnovo del contratto, esaurirà completamente i suoi effetti al prossimo rinnovo. Il nuovo salario nominale sarà determinato dal potere negoziale di datori di lavoro e dipendenti e da altri fondamentali prevalenti in quel momento, indipendentemente da quanto i salari nominali siano cresciuti nel frattempo grazie all'indicizzazione".

Aggiungerei un'altra osservazione: quello che negli anni '80 poteva sembrare un problema (la persistenza dell'inflazione), oggi sarebbe un'opportunità. Il mancato rispetto da parte della Bce dell'obiettivo di crescita dei prezzi al 2% è stato, per il nostro Paese, come per altri Paesi debitori, una pesante zavorra sul rapporto debito/Pil. Con un banalissimo calcolo si può verificare che se la Bce avesse mantenuto la sua promessa fin dal 1999, assicurando un'inflazione media del 2%, invece dell'1,7% realizzato, oggi il rapporto debito/Pil sarebbe inferiore di 10 punti percentuali. Questo con solo lo 0,3% in più di inflazione. Non è una bufala né una verità scandalosa: è un mero dato di fatto, tant'è che anche il direttore del debito pubblico, Davide Iacovoni, lo ammette al minuto 10:50 di questo podcast (suggerirei di tenerlo da parte). 

E allora?

E allora mentre da una parte dobbiamo ammettere che la Bce, col perenne fallimento delle sue promesse e delle sue previsioni (qui):

ha di fatto messo a rischio la stabilità finanziaria dell'Eurozona generando un contesto deflattivo assolutamente avverso ai debitori (e quindi anche ai creditori) pubblici e soprattutto privati, d'altra parte quello che sappiamo dei grandi processi storici di rientro dal debito ci suggerisce che l'unica soluzione non traumatica a disposizione è quella di favorire un contesto di crescita stabile e moderatamente inflazionistica: è quello che abbiamo imparato leggendo questo working paper, suggeritomi da uno di voi al tempo in cui questa era una community (qui):



Insomma: per assicurare stabilità finanziaria e sociale non abbiamo bisogno di più Europa (e della sua austerità suicida), ma di più inflazione: un'inflazione stabile, che sia favorevole a una gestione ordinata dell'economia e a un rientro graduale del debito, come quello che si verificò dopo la Seconda guerra mondiale:



L'indicizzazione dei salari servirebbe anche a questo: a rendere il processo inflattivo ordinato, evitando strappi e favorendo un rientro ordinato anche dagli squilibri finanziari causati dalla terza globalizzazione. Ve lo dico in un altro modo: senza un'inflazione moderata, attorno al 4%, e quindi una crescita nominale attorno al 5%-6%, rientrare dalla montagna di debito che ci sta franando sotto sarà impossibile. Le altre possibilità sapete quali sono (se avete letto il working paper): iperinflazione o default. Nessuna delle due mi sembra particolarmente attraente. Quindi l’indicizzazione non solo ci dà stabilità finanziaria attraverso un processo inflazionistico meno volatile che facilita il rientro dal debito, ma ci dà anche stabilità macroeconomica assicurando un mercato interno alle nostre PMI. Se vogliamo il reshoring, questo è un pezzo del pacchetto. O pensiamo che gli operai possano comprare beni italiani con gli stessi stipendi con cui a malapena resistevano comprando paccottiglia cinese!?

Come gestiremo l'inflazione strutturale

Ecco, questo è un altro discorso. Per capire come andrà a finire (male) basta leggere i giornali, o seguire certe dinamiche su Twitter. Non appena abbiamo cominciato a toccare questo tema, i vecchi utili idioti, e i loro nuovi volenterosi assistenti (i punturini, quelli che Claudio chiama "stronzi" e io "gentaglia") si sono scatenati. Il nervo scoperto è lì: l'idea di evitare una crisi trovando un punto di equilibrio meno irrazionale fra capitale e lavoro ovviamente infastidisce chi è consapevole che, con un po' di armi di distrazione di massa, potrà far pagare a lavoratori e PMI il costo della prossima crisi!

Si andrà così di luogo comune in luogo comune, cercando l'incidente che consenta ai nostri cari alleati di metterci definitivamente sotto tutela. Quindi, in primo luogo per controllare un'inflazione da offerta si reprimerà la domanda alzando i tassi di interesse. In questo modo si paleserà che il reshoring interessa solo a chiacchiere: ai guardiani di certi equilibri in realtà la globalizzazione va ancora benissimo così com'è, visto che il conto è per voi... Se si volessero veramente riordinare le catene del valore, accorciandole per motivi di sicurezza strategica, occorrerebbe un contesto creditizio espansivo (bassi tassi) non restrittivo (alti tassi), per il semplice motivo che questa operazione richiede una mole massiccia di investimenti. L'innalzamento dei tassi sarà quindi non solo il segno dell'attacco al nostro Paese (incidentalmente), ma soprattutto il segno che mentre ci viene proposta un'immagine del mondo fatta di due blocchi contrapposti, l'imperatore del Bene non ne vuole sapere mezza di smettere di fare affari con quello del Male! Non è una grande novità, ed è sotto i nostri occhi, ma non è inutile ricordarlo.

Naturalmente ricominceranno i discorsi economicamente infondati, riappariranno i pagliacci dell'economia (e i meno brillanti di voi saranno contenti, perché i pagliacci della virologia scompariranno), questa volta sotto forma di spirale prezzi-salari, anziché di spirale svalutazione-inflazione. Nonostante il grande uso di spirali, la madre dei coglioni è sempre incinta, ma anche qui non c'è nulla di nuovo. Se il 2021 è stato un altro 2011 (con molti personaggi in comune), è ovvio che il 2022 sia un nuovo 2012 (e lo si vede dai troll che stanno riapparendo), e così via. Piccolo problema: qui abbiamo sempre giocato in un altro campionato, e ora siamo attrezzati per imbastire un minimo di difesa. Molto dipenderà anche da voi, ma di questo parleremo quando sarà il momento.

Intanto, benvenuti nel prossimo dibattito...