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domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



domenica 29 giugno 2025

La pensione è nulla senza controllo

(semicit.)

Volevo riferirvi brevemente sulla mia attività istituzionale, perché penso che possa interessare alcuni di voi (in particolare, i medici, gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti, i notai, i veterinari, gli agenti di commercio, i dottori commercialisti, i ragionieri, i geometri, gli impiegati delle aziende agricole, i consulenti del lavoro, gli infermieri professionisti, gli psicologi, gli attuari, i veterinari, i giornalisti, e poche altri categorie).

Come mi avrete sentito dire, dal 13 settembre 2023 sono Presidente della Commissione Bicamerale di Controllo degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale (per gli amici: Commissione Enti Gestori). Per motivi che ignoro c'è voluto più di un anno ai piani alti per comporre il puzzle che mi ha portato ad assumere questo incarico. Della Commissione Enti Gestori avevo sentito parlare solo una volta nella legislatura precedente (quando ero in Commissione Finanze al Senato), perché mi era stato sottratto uno dei funzionari in dotazione alla mia Commissione per destinarlo, appunto, alla "Enti Gestori", di cui mi era stata succintamente spiegata la funzione. Mai avrei pensato di trovarmi un giorno a presiederla. A un certo punto della scorsa legislatura mi ero accorto della scomparsa del collega Nannicini. Solo dopo l'ho collegata al fatto che dal 23 febbraio 2021 era diventato, appunto, Presidente della Enti Gestori (il mio predecessore diretto). Un presidente molto più discreto o accomodante, a giudicare da quello che riporta il web (poco o niente), nonostante che nel suo mandato si fosse trovato a gestire una bella gatta da pelare: il conferimento all'INPS, a partire dal 1° luglio 2022, della funzione previdenziale fino a quel momento svolta dall'INPGI, provvedimento preso nella legge di bilancio per il 2022 dal Governo Draghi. Un discreto sollievo per la professione informativa, che infatti ringraziò con il noto applauso:

Questa operazione di acquisto di consenso a prezzo di un gigantesco problema di moral hazard non fu di grande utilità a chi la praticò, ma temo sia stata di grande danno alla credibilità del sistema delle casse, che vive in una dimensione anfibia: enti privati (o privatizzati) che assicurano un diritto costituzionalmente tutelato, talché finché le cose vanno bene si rivendica con toni accesi l'autonomia, ma quando le cose vanno male si viene accolti nelle grandi braccia del bilancio statale. Sarebbe interessante ragionare se vi fossero tracce di questa catastrofe annunciata nei lavori della Commissione (credo di sì).

La storia della Commissione Enti Gestori è piuttosto lunga e può essere fatta risalire al Regio Decreto 2 gennaio 1913, n. 453. All'inizio una stessa Commissione bicamerale doveva vigilare su Cassa Depositi e Prestiti e sul sistema pensionistico. La Commissione venne sdoppiata nel 1989. Fun fact: nella legislatura precedente ero stato in Commissione di vigilanza CDP, cioè nella commissione "cugina" di quella che attualmente mi onoro di presiedere.

Il lavoro di una Commissione bicamerale sconta la difficoltà di dover conciliare i calendari dei due rami del Parlamento e anche quella di doversi relazionare con due Presidenti. I Presidenti di Commissione infatti non hanno rappresentanza esterna, e questo significa, ad esempio, che ogni audizione deve essere autorizzata dai presidenti di entrambi i rami (due lettere da spedire, due autorizzazioni da ricevere). Questi costi di transazione possono essere abbattuti incardinando una "indagine conoscitiva" ai sensi dell'art. 144 del Regolamento (prevale il regolamento del ramo del Parlamento cui appartiene il Presidente, e quindi qui ci riferiamo al Regolamento della Camera). Una volta autorizzata (dai presidenti delle due assemblee) l'indagine conoscitiva, così come deliberata in Commissione, le audizioni in essa programmate possono essere svolte senza ulteriori autorizzazioni. Per questo motivo una volta iniziato a carburare (completati i ranghi dei funzionari) abbiamo incardinato due indagini conoscitive: una sulle politiche di investimento, e una sull'equilibrio delle gestioni.

La prima indagine si è conclusa il mese scorso e il documento conclusivo lo trovate nel resoconto della seduta del 12 giugno 2025, in cui è stato approvato. La sua lettura credo possa interessarvi, e in ogni caso ha interessato gli operatori informativi, che se ne sono occupati, ad esempio qui:


(lo segnalo ai vittimisti paranoici: non tratto male solo voi!), ma anche qui:


con un certo mio stupore.

Nel frattempo, è successo anche che gli uffici del Ministero del Lavoro abbiano preso sul serio il lavoro svolto in Commissione e abbiano interpellato le Casse chiedendo ragguagli:


e questa in effetti è una soddisfazione: vuol dire che il lavoro è stato utile.

Il prossimo 8 luglio presenteremo questo lavoro alla Sala della Regina in Montecitorio. Se avete osservazioni mettetele qui, se volete esserci scrivete al mio indirizzo della Camera (ma i posti sono molto pochi).

domenica 20 agosto 2023

Addendum sull'Albania

Torno un momento sul miracolo lettone. Vi avevo detto qui che il sito dell'Eurostat non consente di analizzare il Pil albanese dal lato del reddito, ma solo da quello della produzione e della spesa. In altre parole, non è possibile, consultando l'Eurostat, analizzare l'evoluzione di questa identità:

 Y = W + GOS + TS

quella che scompone il Pil Y nella somma dei redditi da lavoro W (compensation of employees), più i redditi da capitale/impresa (il risultato lordo di gestione, gross operating surplus, cui si aggiunge il reddito misto, mixed income, che è il risultato dell'attività economica svolta dalle famiglie: li ho indicati con GOS), più il saldo fra tasse pagate su produzione e importazioni e sussidi ricevuti (TS).

Per fortuna però c'è il sito dell'INSTAT. Lavorandoci un po' ho tirato fuori questa tabella:


(dovete scusarmi se non ho compilato la parte coi conti del reddito dal 2013 al 2015 ma andava fatto numero per numero e ci avrei messo troppo tempo: il quadro è comunque chiaro e stabile), che ha la stessa struttura di quella del miracolo lettone:


Non ve la faccio tanto lunga perché ho poca batteria e poco campo. Diciamo che il miracolo albanese somiglia molto alla Lettonia "pre-miracolo", quella del 2008: un Paese con una propensione al risparmio pressoché nulla (cioè con una propensione al consumo fuori scala, nel caso albanese oltre il 90%), che ha un tasso di investimento sostenuto (oltre il 20% del Pil), e che quindi campa di capitale estero, importando capitali per oltre il 10% del Pil all'anno. Nel caso albanese queste dinamiche sono evidenti ed esasperate.

Notate bene: il fatto di risparmiare poco, cioè di consumare molto, è ovviamente legato al fatto di guadagnare poco, cioè di avere salari molto vicini al livello di sussistenza. Capite così qual è il segreto dietro il famoso -248% (notate però che in termini distributivi la quota dei salari sul monte redditi aumenta).

Come sapete, il bel gioco del campare coi soldi degli altri non può durare per sempre (ed è già strano che ora vada avanti a ritmi simili: ma la spiegazione di questa anomalia risiede da un lato nelle dimensioni irrisorie dell'Albania, che attenuano la rischiosità sistemica del prestarle soldi incautamente, e dall'altro nell'ovvia pulsione geopolitica verso l'annessione dei fratelli balcanici al "progetto" europeo). Credo sappiate anche che prima si proporrà alle aquile albanesi un aggancio valutario, millantandolo come elemento di progresso e di promozione sociale ("anche noi avere monetona pesantona"!). Ottenuta così la certezza di essere ripagati in moneta "forte", l'eurone, poi si chiederà il conto. A quel punto la tabella del miracolo albanese diventerà sovrapponibile a quella del miracolo lettone: crollo della propensione al consumo, della propensione all'investimento, e rientro del deficit estero, accompagnati da un ridimensionamento della quota salari.

Di tutta questa bella storia cogliamo l'unico lato positivo: non ci riguarda troppo (anche se ogni tanto conosco qualche imprenditore attratto da questo nuovo Eldorado: e fa bene ad andarci, per intercettare i soldi dei piddini disposti a pagare il -248%, purché sappia quando tornare!).

Resterà un QED di un futuro non troppo prossimo, ma nemmeno troppo remoto. Sempre, naturalmente, che non intervengano fattori più rilevanti in Paesi più rilevanti. Mi riferisco, ovviamente, ai termini dimensionali! Non si adontino eventuali fratelli albanesi qui presenti, cui non voglio assolutamente portare sfortuna, né dare consigli. Sorrido solo pensando alla singolare idiozia di quelli che, dopo avercela menata per anni con la storia che lo Statone gigantone ci avrebbe consentito di essere competitivi e di difendere il nostro tenore di vita, per potersi permettere una vacanza, da cittadini orgoglioni dello Statone gigantone, devono andare nel più minuscolo degli Stati europei degni di questo nome (escluse quindi le "città stato"), che si trova quindi ad essere più competitivo dello Statone gigantone.

Ma tanto a loro, come ad altri, in testa non entra. Il caso della Germania però dimostra che la Storia sa trovare i propri percorsi. Restiamo in contatto.

domenica 25 giugno 2023

Chivasso

 (…anche per chiarire il senso del post precedente…)

Qui.

(…ma naturalmente siccera lui…)

martedì 15 agosto 2017

Due domande ai giuristi

Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).

Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".

La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...

Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.

Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito di battersene la ciolla subordinare il rispetto dei trattati alla difesa dei diritti costituzionalmente garantiti in Germania, fra i quali quello al risparmio?

Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmi degli scarafaggi delle formiche del Nord, ma quando poi c'è da tutelare il risparmio degli italiani allora non si possono salvare le quattro banche (lasciando che i pensionati penzolino), perché altrimenti sarebbe aiuto di Stato con violazione della concorrenza (che evidentemente non c'è se i porci cari amici tedeschi salvano le loro cesse di efficienti compagnie aeree). Me lo spiegate questo paradosso, cari giuristi? Non vi sembra che ci sia una certa asimmetria?

Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?

Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.

E voi non avete nulla da obiettare?

Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:














































































Una risposta, come vedete, ampia e articolata.

Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".

La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:


E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".


La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...


(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)

lunedì 17 luglio 2017

De piddinitate juridica



Egregio Professore,

Ho indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia, l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver letto le prime righe.

So che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi. Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo), e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.

Come vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella “grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche – specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti asfissiante conformismo intellettuale.

Sebbene grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità, avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia del mainstream globalista, eurista e post-nazionale, difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del capitale (rectius, di alcuni capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico, assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e professionale del diritto.

Nei suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”, delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti, il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto comune anche al mondo del diritto.

Ritengo che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere (tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità – l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati. Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo, eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non propriamente inter-nazionali) come l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre discipline.

Così vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo, ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane. Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni “politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a favore della rete/democrazia diretta e via concionando).

Si viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite “insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro comfort zone intellettuale. Capisco la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche – il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie “artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile suggestione letteraria, artistica e musicale.

            Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale. Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive (la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”); spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?” ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto meglio di allora.

Io non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori, pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione (grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata. Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro “che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti “de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium non datur.

Per concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico – non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di arricchente pluralismo.

Tra le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro, chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc. Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: The Greeks deserved to be punished anyway. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo cui non può essere considerato sano un modello economico che considera “naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco, finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di considerare demodé pretese sociali come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in frontale contrasto con i fatti (molti dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.

Per aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto preparata ed aliunde estremamente razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere (sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici stanno progressivamente annientando.

La lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento dell’impatto.

            Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese, con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici, nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.

            Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.

Guidubaldo


(...bene: ci sono anche giovini con la schiena dritta, ancorché consapevoli dei rischi che corrono. D'altra parte, quelli con la schiena - o la dura madre - molle abbiamo visto che durano poco: finiscono in pasto a chi li disprezza. Solo una brevissima chiosa: vorrei sapere cosa penserebbe l'illustre cattedratico de cujus se io mi addentrassi sproloquiando nel suo campo, come lui fa nel mio, magari discettando sul fatto che "ci vuole la pena di morte per ristabilire la certezza del diritto", o cazzata similare. E notate bene, qui c'è un'asimmetria, perché le abominevoli scemenze che il caro emerito profferisce con una laevitas, una naturalezza, così, de plano, come stesse constatando che oggi c'è il maestrale, sono smentite dai numeri. Prendete la scemenza del risparmio che si liquefà: Oscar Giannino può permettersi di esternarla, essendo un simpatico uomo di spettacolo pagato un tanto al nastro, e fra l'altro molto efficace nel suo campo di azione - lo show business - ma un uomo di scienza no: nel farlo getta discredito su se stesso e su tutta una disciplina. Come faccio a fidarmi di un settore disciplinare che manda in cattedra uno che ragiona come Giannino, confondendo il potere d'acquisto della moneta sul mercato interno con quello sui mercati internazionali? Lo faccio solo perché sono costretto: purtroppo succede anche nel mio. Non so dirvi cosa sia più grave: se l'ansia di persone incompetenti - nel preciso, specifico e incontrovertibile significato di: prive di esperienza di insegnamento e ricerca specifica nei campi in cui si addentrano, nonché incapaci di fornire evidenza empirica non aneddotica a supporto delle loro strampalate affermazioni - di avventurarsi in campi altrui, o l'incapacità di persone competenti di purgare il proprio settore da chi procede per aneddoti, avendo (lui) gli strumenti concettuali e le basi statistiche per sapere che sta dicendo una scemenza - cosa che invece ai temerari incompetenti necessariamente manca. Sono stanco di vedere il metodo scientifico vilipeso e mortificato da illustri vegliardi che, forti della loro auctoritas - o meglio auctoritass - abusano del principio di autorità per pervertire le menti facilmente impressionabili dei giovani. Questo è, oggettivamente, essere cattivi maestri. Se i giornalisti sono il cancro della democrazia italiana, queste persone, che contribuiscono a diffonderne i "sentito dire" avvalorandoli come verità "scientifiche", sono oggettivamente la metastasi: non se ne può più. La crisi arriverà anche a casa loro: i loro figli, i loro nipoti resteranno senza lavoro. Assisteranno, blaterando di liretta, alla decadenza delle loro famiglie, della quale,  nell'incapacità di elaborare un quadro razionale di analisi, attribuiranno con pericolosa deriva irrazionale la colpa agli altri: se di buona famiglia, agli altri italiani, se di umili natali, agli altri non italiani. Invece la prima colpa è di chi, esercitando il mestiere della scienza, si accontenta di aneddoti e li propala. Questa crisi è in primo luogo il fallimento della missione civile degli intellettuali. Ho per questa persona la compassione di fra Cristoforo per Don Rodrigo, che però una scusante ce l'aveva: lui, dal male che faceva, traeva un tornaconto...)