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giovedì 22 gennaio 2026

Trumponomics

Qui:


ma per diversamente europei, europeisti, e in generale per tutte le altre forme di disagio culturale e/o psichiatrico, qui:

con due commenti.

Il primo è di un nostro amico:


e il secondo è di un mio conoscente:

Oggi tutti parlano del discorso di Trump riferendosi a quanto ha detto a proposito di Groenlandia o di Macron, ma a me pare che la cosa più significativa sia stata questo passaggio:

"But I remember not long ago, 20, 25 years ago, when good news came out about, let's say, the United States: "The United States had a great quarter, the United States had a great month!" all the stocks went up, and that's the way it's supposed to be. Now, when they say the United States had a record quarter, it's unbelievable how well it's doing. All the stocks crash because they say, "Oh no, inflation. Inflation. They're going to raise interest rates." And they do. These some of these stupid people like Powell, they raise interest rates. And what they do is they stop you from being successful. It used to be when we had a great quarter, a great month, great earnings, great anything, any good news, the stock market went up. That's the way it's going to be. We got to do that again because that's the way it should be. Now when we have a great month, they want to kill it. Like we did over 5%, where people were surprised. We should do 20%, we could do 25%.

When we announce good numbers, and the reason is they're so petrified of inflation. And growth doesn't mean inflation. We've had tremendous growth with very low inflation. In fact, growth can fight inflation, proper growth. So, we want to get back to the days when we announce great numbers because we're going to be announcing phenomenal..."

Io credo che possiate cominciare a rendervi conto di quale privilegio sia stato per voi poter accedere a una visione dei fatti economici equilibrata perché fondata sulla migliore dottrina, anziché sugli editoriali di risulta propinatici dai nostri operatori informativi. Immaginate lo shock culturale dei tanti imbecilli che per anni il complesso mediatico-giudiziario ci ha propinato come "economisti", e di quelli che gli sono andati appresso! Sta arrivando, in questi giorni, la risposta ad alcune delle domande che ci siamo posti lungo gli anni, ad esempio qui (quale strada si sceglierà per rientrare da un ammontare di debito fuori scala?) e qui con versione per svantaggiati qui (che cosa sceglieranno gli Usa fra Europa e Unione Europea?).

Compatite i poveri mentecatti che, non avendo il minimo lume di scienza economica, devono rifugiarsi  a tentoni nella narrazione consolatoria di un Trump matto, solo perché non si compiegherebbe all'insigne sapienza di un Oscar Giannino o di un Massimo Giannini (entrambi ferratissimi in economia). Gli "ino", gli "ini", gli "in" sono smarriti, disperati, perché intuiscono che il loro tempo, il tempo dell'eticizzazione favolistica, il tempo dell'economia spiegata ai (e dai) bambini, è terminato.

Il discorso è diventato adulto, fatto di domande chiare e di risposte chiare.

Quale strada si sceglierà per gestire il debito? La crescita, quindi la repressione finanziaria (exit "indipendenza delle banche centrali", sipario). Vedi i commenti di amico e conoscente.

Che cosa sceglieranno gli Stati Uniti fra Europa e Unione Europea? L'Europa (exit "Unione Europea", sipario). Vedi le linee strategiche pubblicate a dicembre (su cui andrà fatto un approfondimento: non sentitevi trascurati ma è periodo piuttosto intenso).

Le cose vanno quindi nella direzione che da tempo qui vi è stata indicata e voi non sarete sorpresi. Proprio per questo bisognerà ricordare alcuni dati di fatto, che sommessamente elencherò affinché moderiate i nostri entusiasmi.

Primo, una risposta può essere chiara senza per questo essere meno ipocrita. Nelle linee strategiche si parla di Stati nazionali e di superamento della globalizzazione, ma... sulla libertà dei movimenti dei suoi capitali ovviamente Trump è molto conservativo! Mi pregio di ribadire qui una cosa che ho detto inascoltato tempo fa: Ciamp non necessariamente è uno di noi! Non basta dire il fatto suo a una politica di provincia come la Kallas per indicare una volontà concreta e determinata di porre termine alla spirale depressionaria e debitogena della terza globalizzazione!

Secondo, Trump non è per sempre (purtroppo), e Roma non fu né fatta, né disfatta in un giorno. Se anche il percorso intrapreso fosse quello giusto, la possibilità di intravvedere dei cambiamenti è strettamente connessa alla capacità di Trump di crearsi una successione credibile che sappia tenere la barra. Storicamente, i leader che ci sono riusciti sono pochi, e se usciamo dal periodo storico in cui questo compito era confidato alla lotteria della genetica (la monarchia funzionava così...), forse nessuno. Speriamo bene!

Terzo, Trump non è gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non sono Trump (altrimenti nella sua seconda campagna presidenziale non avrebbe subito almeno due attentati). Quindi bisogna fare attenzione, essendo un vaso di coccio, a sbilanciarsi verso chi maneggia in questo momento il vaso di acciaio.

Sono cose ovvie per voi più che per me, me ne rendo conto. Molto meno ovvio, e di questo dobbiamo effettivamente rallegrarci, che in un contesto come quello di Davos arrivino, in modo assolutamente indipendente, le stesse idee che abbiamo tante volte discusso qui. I tempi maturano, che lo si voglia o no. Chi ha avuto saldezza d'animo e di mente si toglierà tante soddisfazioni.

Per tutti gli altri, c'è Mark O'Ryzzo...

venerdì 21 novembre 2025

La contraddizione principale

Scusate, la rivoluzione di Garofani non è archiviata, quindi occorre aggiungere una postilla.

Oggi pare che siano tutti d’accordo sul fatto che il “complotto del Colle” sia una bufala, o meglio una non notizia. È stato il popolo sovrano a voler regredire a una sorta di monarchia assoluta, un ordinamento in cui i tre poteri si assommano in una entità legibus soluta cui il Parlamento non può fare da contrappeso, soggetto com’è alle incursioni della magistratura (al vertice del cui organo di autogoverno chi abbiamo?) per via dell’abolizione dell’immunità, e al ricatto del Governo o dello stesso vertice supremo per via dell’abolizione del vitalizio. Le logiche del mondo cui l’eutanasia del Parlamento ci ha consegnato avranno tanti difetti, ma certo non quello dell’opacità! La sovranità è un quid incomprimibile, per il semplice fatto che dato che le decisioni vanno prese, qualcuno le deve prendere (deve cioè esercitare sovranità), e se il popolo decide, più o meno consapevolmente, che non debbano (o non possano) farlo i suoi rappresentanti diretti, lo farà qualcun altro.

Non è quindi particolarmente utile parlare di “complotti”: distrae da una riflessione sulla natura del problema, che non risiede in una perversione del sistema, ma nella struttura del sistema, della cosiddetta “seconda Repubblica”.

Con questa premessa, oggi i commentatori “quelli bravi” ci spiegano che l’obiettivo polemico del nostro Ravaillac da fraschetta sarebbe stato la Schlein più che la Meloni, nel senso che il “listone di centro” (che non è un parquet) sarebbe in primis et ante omnia lo strumento con cui il nucleo “democristiano de sinistra” vorrebbe riprendersi il controllo del PD per sottrarlo a una leadership ritenuta inefficace, perché tutta diritti civili e distintivo, ma visibilmente incapace di proporre un’alternativa sociale.

Beh, sì, ci sta!

Ne conosco anch’io di democristianoni di provincia, signori dei territori e delle preferenze, cui l’arcobaleno fa venire le bolle. Quando si raglia a vanvera di “comunismo”, oltre a commettere l’errore speculare a quello dei cretini di sinistra che combattono l’antifascismo in assenza di fascismo, si commette quello di leggere il PD come partito “post-comunista”, quando in realtà è un partito “post-democristiano”. Provate un attimo a leggerlo così anche voi: unirete tanti puntini e vi spiegherete tanti misteri, a partire da quello che consiste nell’incredibile radicamento nelle istituzioni degli eredi di un partito che per decenni era stato all’opposizione (il PCI): è perché in realtà sono gli eredi di un partito che da sempre è al potere (la DC).

In questo senso, quindi, l’anelito al “listone di centro” risulta ancora più incomprensibile e ancora meno risolutivo. Il “listone” c’è già, ed è il PD. Se non riesce a dire cose di centro, è semplicemente perché questo gli è impedito dalla sua collocazione europeista, che è in contraddizione non solo con la difesa del lavoro (dato che l’unione “sempre più stretta” e “fortemente competitiva” fatalmente conduce alla deflazione salariale), ma anche con quei valori cattolici cui i democristianoni di provincia si ispirano, a partire dalla famiglia (che senza soldi non si mette su), passando per le radici cristiane (che ostacolano il conseguimento a colpi di eutanasia della sostenibilità dei sistemi di sicurezza sociale), per arrivare a una certa dottrina sociale della Chiesa (basti pensare a come la cosiddetta Europa ha smantellato riformato qui da noi istituzioni come le banche popolari e quelle di credito cooperativo, che da quella dottrina promanavano).

Il che, se vogliamo, rende ancora più grottesca la soluzione del “listone” al problema della prevalenza del centrodestra.

In Europa (per chiamarla come la chiamano loro), più esattamente nell’Eurozona, non c’è spazio per una sinistra che difenda democraticamente il lavoro. C’è al più spazio per una sinistra che difenda violentemente qualcos’altro, e quindi non c’è spazio per il “listone”.

That’s all, folks!

(…nota bene: questo è un post scientifico, per i popperiani di passaggio, perché è falsificabile. Ovviamente se nel 2027 o nel 2032 il Grande Centro si fagociterà gli astensionisti, magari sotto la guida della sua nuova Giovanna d’Arco, la Salis gradevole, ci rivedremo qui e farò ammenda. Altrimenti sarà QED, com’è già stato tante volte…)

sabato 19 aprile 2025

Che ho detto?

Mi arriva da una persona che stimo (perché se lo merita) un messaggio caloroso, direi quasi accalorato: “Bravo prof, è una gioia ascoltarla parlare finalmente liberamente”, con uno screenshot di questa trasmissione:



…e a questo punto mi sorge una domanda: ma che avrò mai detto? Nel dubbio, mi riascolto. Se notate qualcosa di strano, fatemelo sapere…



venerdì 2 giugno 2023

"Dàmmela, e ppoi te sposo": su Calvo, Belli, e la time consistency del MES

Voi la citazione la conoscevate, non perché foste colti, ma perché avete dovuto subirmi per tanti anni, e qualcuno si sarà ricordato di averla già letta qui, poco meno di 11 anni fa. Dagospia invece è stato còlto (di sorpresa), poverino:


(da quando se n'è andato il noto rampollo la qualità è un po' scesa). La scelta della foto però mi ha messo di buon umore: è una foto di almeno quattro anni fa (salvo errore, a giudicare dalla montatura degli occhiali) e dimostra quindi che io con le borse sotto gli occhi ci sono nato!

Posso rinunciare a preoccuparmi: non è il sonno che mi manca, ma il tempo, e su questo nessuno può farci nulla.

Se volete veramente sapere com'è andata potete vedervi la puntata:


Mi sono molto divertito. Unico appunto: la conoscenza del francese da quelle parti scarseggia:


(qui), ma, come avrete visto, io resto umile: non è certo colpa dell'affascinante Geppi se gli autori (questi personaggi in cerca di editore...) nella mia agiografia avevano omesso un dettaglio importante: ho insegnato per lungo tempo in Francia, e cogliermi in castagna sul francese è un po' più difficile che cogliermi in castagna sui dati macroeconomici...

Comunque: avrei potuto dirlo con Dante (Inf., XXVII, 110), o con Calvo (1978): "any economy where individuals are sensitive to the announcement of future policies has, in principle, the seeds of time inconsistency" (qualsiasi economia in cui gli individui reagiscano all'annuncio di politiche future ha in sé, in linea di principio, il germe dell'incoerenza temporale), ma sempre la stessa cosa sarebbe stata, ed era riferita a un aspetto circoscritto, il più surreale, del dibattito sul MES: l'idea che l'Italia dovrebbe accettare di ratificare la riforma di questa istituzione perché solo così potrebbe ottenere una revisione del PNRR (o delle regole europee).

Di surreale, in questo approccio, ci sono due cose.

La prima è che l'approccio "dammela, e ppoi te sposo" è soggetto a un ovvio problema di incoerenza temporale (ovvero: alla non remota ipotesi che dopo aver preso quello che gli serviva, l'altra parte contraente non ti dia quello che ti aveva promesso, e che serve a te). Detto brutalmente: c'è ovviamente il rischio che dopo aver modificato il MES per tappare i buchi delle proprie banche, il "Nord" non voglia farsi ricondurre a ragione sulla linea dell'austerità.

Non è un'assoluta novità, del resto.

L'incoerenza temporale è connaturata all'Unione monetaria. Anche lì è stata un "dammela (la moneta unica) e ppoi ce sposamo (cioè facciamo quello stato federale europeo che secondo tutti gli economisti sarebbe necessario a renderla sostenibile)". La moneta unica c'è, la prova d'amore è stata accordata, ma il matrimonio, lo stato federale, non c'è, e non perché non lo vogliamo noi, ma perché non lo vogliono quei Don Giovanni incalliti dei tedeschi (ricorderete Il romanzo di centro e di periferia...). Chiaro quindi che le cose non funzionino al meglio, e il negazionismo, mascherato da ottimismo della volontà, non porta da nessuna parte.

Il MES, peraltro, è una delle tante dimostrazioni che le cose non funzionano benissimo, proprio perché è un modo (quello sbagliato) per gestire i problemi che un certo velleitarismo ha creato. Vi risulta che negli Stati Uniti (o nell'ASEAN) ci sia qualcosa di simile? Negli Stati Uniti c'è la banca centrale, cari amici... e tanto basta! Del resto, la vicenda Crédit Suisse dimostra che quando il gioco si fa duro, solo le banche centrali possono rimettere le cose a posto, e questa cosa è talmente evidente che perfino chi non avrebbe interesse a rimarcarla (il Single Resolution Board) ve lo dice con totale trasparenza:

Il motivo per cui il PD ha mandato il Paese a sbattere, in estrema sintesi, è appunto il suo negazionismo: negare che le regole (monetarie, fiscali) creassero problemi. Chi invece come noi lo sa può gestire il problema, che non vuol dire risolverlo (da soli sarebbe arduo), ma vuol dire per esempio riportare il Paese in crescita in un periodo in cui perfino la locomotiva tedesca (che non è mai stata tale) sta andando a marcia indietro!

Ma il discorso "ratificate, altrimenti niente revisione delle regole e del PNRR" è surreale anche per un altro motivo.

Posto che la revisione delle regole fiscali o del PNRR è evidentemente una cosa buona, perché le vecchie regole hanno creato questo bel capolavoro qui:


e il PNRR sta manifestando tutte le criticità che avevamo preannunciato, dire: "non ti do una cosa per te buona se non ratifichi il MES", significa confessare con una discreta dose di ingenuità che la ratifica del MES è una cosa cattiva per il Paese, una cosa che ti viene imposta per compensare quello che la controparte vede come un favore che ti sta rendendo!

Insomma: che non dovremmo ratificarlo lo dicono loro, quando ragionano così.

Non l'ho detto io! Non son quell'io che i fieri detti sciolse...

Ma poi, se ci pensate, problemi complessi spesso hanno una soluzione semplice, e basta essere stati scolarizzati nel XX secolo per individuarla.

Ad esempio: quando Cerno, alla Merlino che mi incalzava con un "volete prendervi tutto!" (alludendo a posizioni di potere), ha fatto notare che: "Se dici così, stai implicitamente confessando che finora sono stati gli altri ad avere tutto!", ha chiuso in modo tombale un dibattito stucchevole con un semplice ricorso al principio del terzo escluso.

Qui la cosa è ancora più semplice: io sono un parlamentare di maggioranza: perché dovrei votare un disegno di legge dell'opposizione? Se i miei elettori avessero voluto questo, avrebbero votato Marattin e il suo partito, certo non me e il centrodestra, no?

A un livello di minore rozzezza o maggiore sofisticazione: se quando una sinistra sinistramente a corto di argomenti va a tirar fuori una cosa che in Europa non credo interessi a nessuno (perché non credo che a nessuno faccia comodo mettersi contro il nostro Governo) nel futile tentativo di metterci in difficoltà non la rimettiamo al posto suo (nel capace cassonetto della Storia) votandole contro, ogni giorno ne tirerà fuori una nuova per distrarci con dibattiti futili e farci perdere tempo prezioso. Se la sinistra è minoranza, la si tratti da minoranza: vae victis! Oppure, ogni giorno sarà cinema a colori sul nulla...

Nei rapporti esterni, poi, vale quello che dicevamo sopra: siete diventati meno ottusi, volete tentare di rendere razionale il PNRR e il quadro di governance macroeconomica? Benissimo: stupiteci! Poi, cioè visto cammello, si potrà parlare di ratifica, cioè dare moneta. Perché di lunghe promesse (poi ti sposo) con l'attender corto se ne son viste fin troppe. E se non vi sta bene, attaccateci! In recessione ci siete voi, non noi, le nostre banche hanno i bilanci puliti, le vostre meno, e sul debito pubblico ragioniamo: qui è aumentato per colpa vostra, non nostra, quindi anche basta, no? E se poi dovremo fallire, falliremo! Per noi sarebbe una premièreper voi no: sarebbe solo l'anticamera di un ulteriore fallimento.

Siamo sicuri di voler giocare questo gioco?

Cerchiamo di stare tutti calmi.

Mi sembra evidente che, come ripetutamente accade, per recuperare demagogicamente consenso in alcuni Paesi del Nord certi partiti stiano additando ai loro elettorati un nemico esterno (noi) come causa del loro problemi. Purtroppo noi non c'entriamo un gran che. In questo gioco ci abbiamo solo rimesso, il che significa che ci hanno guadagnato altri. Non è un atteggiamento molto europeista avventurarsi su chine scivolose per il progetto europeo nel tentativo di recuperare consenso in casa propria. Non è una cosa europeista, ma è una cosa europea, perché purtroppo il progetto europeo funziona così, e questa è una delle sue più irrimediabili e corrosive fragilità: la dipendenza dai cicli elettorali nazionali.

Spiace.

Ma ora vi lascio: domani (cioè oggi) è la festa della Repubblica, e la festeggerò nel mio collegio. Dormiamo sopra a questa giornata impegnativa, ma divertente, e non reagiamo alle provocazioni.

(...ah, l'autore che ha copiato un mio titolo in effetti un po' ridicolo si è reso, ma non lo saprà mai, perché...)

giovedì 7 luglio 2022

Tagliacozzo, cioè Scurcola Marsicana (ma anche Antrosano, Magliano dei Marsi e Cappelle): una storia europea

Vi ricordate di Filippo il Buono?

E perché dovremmo ricordarcene, direte voi?

Perché era il fratello di Agnese di Borgogna, non questa, ma questa: la madre di Giovanna di Borbone, non questa, ma quella che in 16 anni di matrimonio non era stata in grado di dare figli a Giovanni IV di Chalon-Arlay, il padre (in seconde nozze) di Filiberto di Chalon, le cui gesta abbiamo ricordato raccontando un'altra storia europea. Entrambi (Filippo, l'unico maschietto) e Agnese, la petite dernière, erano figli di Giovanni Senza Paura, a sua volta figlio di Filippo detto l'Ardito per come si era comportato a Poitiers (non questa Poitiers, ovviamente, ma questa, cioè il prequel di un'altra storia europea di cui vi ho parlato, quella di Azincourt), senza grande esito, visto che suo padre, Giovanni il Buono, quella battaglia la perse e per liberarsi dalla prigionia dovette pagare tre milioni di scudi (cioè quasi undici tonnellate) d'oro (poi dice le materie prime...). Decisamente sfortunato, a differenza di suo padre, Filippo VI il Fortunato, figlio di Carlo di Valois, e quindi nipote di un altro ardito, Filippo III, che in realtà pare fosse timido, perché schiacciato dalla personalità paterna. D'altra parte, deve essere difficile convivere con un padre santo, come Luigi IX...

Dice: va avanti molto, o ci fermiamo prima di Adamo ed Eva?

Calma: siamo arrivati, perché Luigi IX, figlio (unsurprisingly enough) di Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, era fratello di Carlo d'Angiò, re di Sicilia, conte di Provenza e Forcalquier, ma anche d'Angiò e del Maine, principe di Taranto, principe d'Acaia, re di Gerusalemme, re d'Albania e conte di Matera (il cumulo delle cariche jure uxoris non è quindi un'assoluta novità), e io di Carlo d'Angiò volevo parlarvi, perché domani andrò ad omaggiarlo nel luogo dove vinse una battaglia, una delle tante battaglie che Germania e Francia hanno combattuto sul nostro suolo, e dove, per avventura, vinse la Francia...

Ma prima di dirvi come vinse, mi occorre dirvi dove vinse: "a Tagliacozzo!" diranno i meno incolti, fuorviati da un altro fiorentino meno ferrato in geografia:

...là da Tagliacozzo,

dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo

(poi ne parliamo).

Ecco, mi ero sempre chiesto: ma de preciso che c'erano andati a fare a Tagliacozzo? Perché proprio in mezzo alle montagne? La cavalleria pesante? Ma ti sembra possibile?

E infatti no, non era possibile.

Perché la battaglia venne combattuta in pianura, più o meno dove ora passa l'autostrada:


e naturalmente lungo un fiume, il Salto, o forse un fiumiciattolo che verso il Salto confluiva, e che ora non c'è più. Ma insomma, qualcuno vi ha spiegato meglio di me perché capita che si dia battaglia presso i fiumi, e quindi almeno questo non vi sorprenderà.

Tagliacozzo, cittadina amabile, con quel carnaio non c'entrava molto: era quasi nove chilometri a ovest, e non solo non ci si erano combattuti, i due eserciti, ma nessuno di loro ci era nemmeno passato, perché gli Svevi, che nell'estate del 1268 erano scesi a Roma per ricongiungersi agli spagnoli di Enrico di Castiglia il Senatore e  ai genovesi di Galvano Lancia, lasciata Roma e arrivati a Carsoli avevano fatto un largo giro andando a guadare il Salto molto a Nord lungo la linea rossa, anziché prendere la via Valeria e passare dai Colli di Montebove per scendere a Tagliacozzo lungo la linea gialla (che sarebbe stata la via più naturale):


La loro intenzione era di arrivare in Puglia, per ricongiungersi con i loro alleati che si erano ribellati agli angioini. D'altra parte, Carlo d'Angiò era corso rapidamente verso Nord, per impedire questo ricongiungimento (ricorda qualcosa?). Fatto sta che i droni non c'erano, i satelliti nemmeno, e saputo che gli svevi avevano deviato verso Nord, gli angioini s'erano immaginati che volessero scendere passando dall'Aquila (che era stata fondata 14 anni prima per volere del figlio di Federico II, Corrado IV di Svevia, rasa al suolo nove anni prima da Manfredi di Sicilia, quello gentile di aspetto ma evidentemente non di modi, per essere stata fedele al papa, e fatta ricostruire due anni prima, nel 1266, appunto da Carlo d'Angiò). Per non saper né leggere né scrivere quindi gli angioini erano saliti a Ovindoli, in modo da poter divallare a est su L'Aquila le cas échéant, ma poi in qualche modo avevano saputo che, esattamente come capita di fare al vostro affezionatissimo, gli svevi stavano arrivando dallo svincolo (che non c'era) di Torano (che c'era), e quindi erano riscesi dall'altopiano, passando sotto alla Magnola, e via Santa Iona-Forme si erano andati a piazzare ad Albe, in collina (provenendo da nordest), mentre gli svevi se ne erano scesi lungo l'autostrada che non c'era accampandosi sotto al monte Carce (che c'è ancora), provenendo da nordovest:


Ora, insomma, non voglio farvela tanto lunga: s'era fatto il 23 agosto, e i due eserciti si fronteggiavano, divisi dall'autogrill di Magliano (che non c'era) e da un fiumiciattolo (che non c'è più).

Gli svevi erano di più, fra i 5000 e i 6000, anche perché, in un afflato precoce, avevano unito l'Europa: Germania (Svevia), Spagna (Castiglia) e Italia (Genova). Le economie di scala della politica. Gli angioini erano di meno, fra i 3000 e i 5000. Non credo di avervi mai raccontato una battaglia dove abbiano vinto quelli che erano di più: spesso, quando si è di meno, capita di avere con sé un alleato invisibile, la Storia. Ma, soprattutto, agli angioini, che erano più omogenei degli avversari, il buon "Alardo" (Érard de Vallery, connestabile di Champagne, che non aveva fatto il militare a Cuneo, ma in Medio Oriente) aveva detto una cosa che forse avrete sentito ripetere a qualcuno in tempi recenti: divisi si vince!

E così gli angioini, che già erano di meno, si divisero in tre (e qui già vedo europeisti e Bocconi boys assortiti stracciarsi le vesti!): il re si prese i mille migliori e si acquattò dietro Albe (per capirci, chi c'è stato: nell'avvallamento sotto - cioè a est - l'anfiteatro romano, che verosimilmente c'era ma non si vedeva, e quindi sotto la collina che culmina con la chiesa di S. Pietro, che invece c'era e si vedeva):


Gli altri due pezzi erano più o meno delle stesse dimensioni: mercenari francesi guidati dal siniscalco di Provenza, Guillaume L'Estendart, e mercenari provenzali condotti da Henri de Cusances, maresciallo di Francia.

To make a long story short (la versione lunga è qui), dopo qualche esitazione angioini (i due corpi schierati) e svevi si diedero dentro. Enrico di Castiglia ebbe la soddisfazione di abbattere Enrico di Cusances, che, per qualche motivo, portava l'uniforme coi gigli di Francia. Convinti di aver fatto fuori il re (lo scopo del gioco era sempre quello: far cadere il Governo), gli svevi si diedero alla più disordinata delle razzie: tanto, ormai, era fatta...

Ovviamente (per noi) invece no: da Antrosano sbucò il re, quello vero, coi suoi mille cavalieri scelti, e fece arrosticini degli svevi.

La morale della favola ve la condenso, ma credo sappiate leggerla da voi (e ognuno sarà in grado di trovarne altre). Non ce n'è una sola, naturalmente. Siamo sempre stati un campo di battaglia, ma siamo ancora qua. La guerra non finisce mai, e spesso nemmeno la battaglia termina quando sembra sia terminata. Lo scopo del gioco può rivelarsi un falso scopo. E, soprattutto: divisi si vince, soprattutto se c'è un Claudio Borghi Henri de Cusances che attira gli strali dei crucchi coglioni. Ah, naturalmente se siete ad Antrosano per turismo, passate da Fonte Rio, ma se ci siete per sconfiggere un nemico cercate di non farvi vedere. Ai 4000 svevi che ammazzerete, che li avete ammazzati potrete sempre dirglielo dopo. Molto meglio che dirglielo prima, col risultato di ottenere l'effetto opposto.

Oh, poi voi fate come vi pare: ognuno di noi combatte una sua guerra e ognuno ha diritto di perderla come gli pare.

Io ho altri progetti...

sabato 11 aprile 2020

#hastatosalvini (sesto addendum al manuale di logica eurista)

(...ci sono dei momenti in cui sono fiero di voi, e questo è uno di quelli. Li celebro con animo lieto, anche perché mi sollevano dall'ingrato lavoro di seminatore di odioh...)

(... per i turisti del dibattito: la logica eurista  in questo blog è stata sviscerata in diverse occasioni: l'ultima credo fosse questa, dove trovate anche un riassunto delle puntate precedenti. Se siete arrivati da poco, penso che valga la pena di dargli un'occhiata: affilerà la katana della vostra dialettica...)



Ferdyfox ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Venerdì santo":

Io credo che, tra le varie cose che ha detto stasera Conte, ce ne sia una di una fallacia logica impressionante (ex multis): ovvero il fatto che "Salvini e Meloni indeboliscono la posizione negoziale del governo ai tavoli europei".

Mettiamoci nei panni di Conte e immaginiamo che davvero lui non voglia utilizzare il MES, siccome a Pasqua siamo tutti più buoni, come a Natale. Ora, come tutti sappiamo qua e come è stato opportunamente spiegato, in virtù della Legge 234/12 Conte avrebbe la possibilità di ricevere un mandato negoziale fortissimo con Leuropa. Siccome, a detta sua, il Governo non richiederà mai l'intervento del MES... Allora perché Conte non vai in aula a chiedere un atto di indirizzo in tal senso? Atto di indirizzo che sarebbe votato a larghissima maggioranza? Potresti benissimo così andare ai tavoli dicendo: "ragazzi, sapete che c'è? Il 90% del mio Parlamento, che rappresenta quindi il 90% dei cittadini italiani, rifiuta anche solo di pensare al MES come possibile strumento di gestione della crisi, che si fa?".

Invece no, Conte oggi ci ha detto che lui vorrebbe tanto non usare il MES e invece adottare gli Eurobond. Quindi, ci dice sempre Conte: "Italiani, sapete, io ieri ho mandato a negoziare un ministro delle finanze che fino all'altro giorno era a favore del MES (ma ci ho parlato bene, tranquilli l’ho convinto eh!) e per di più privo di qualsiasi atto di indirizzo parlamentare in tal senso... Vedete: l'Olanda ha mandato un ministro delle finanze fortemente convinto delle sue posizioni e con un mandato parlamentare fortissimo. Il risultato è che, purtroppissimo, Gualtieri è stato sbriciolato. Ma non è colpa nostra, italiani, la colpa è di Salvini che inquina il dibattito spargendo fake news!".

Ma continuiamo a pensare che davvero Conte sia convinto di non utilizzare il MES e di spingere per gli Eurobond (in bocca al lupo!). Invece di blaterare di Salvini e Meloni, perché non va in Parlamento e dice: "Ragazzi, qua siamo uniti su una cosa, non utilizzeremo mai il MES in alcun senso e, per di più, lo abrogheremo... So che su cosa mettere al suo posto non siamo altrettanto d'accordo, lo so, c’è chi dice Eurobond, chi dice BCE, ma su quello possiamo trovare magari una sintesi insieme, tanto una cosa o l’altra per essere approvata richiederà tempi biblici e abbiamo tutto il tempo per pensarci… Intanto rifiutiamo e cancelliamo il MES tutti insieme". Perché io credo che chi, almeno a parole aspiri a fare lo "statista" in momenti come questo dovrebbe usare parole simili e compiere azioni simili, per lo meno quando si dice di voler ricercare l’"unità nazionale" nei momenti di difficoltà. E l’unità nazionale ce l’hai lì, a un passo, nel Parlamento che rappresenta noi cittadini.

La verità è, caro Conte, che se davvero la tua posizione negoziale è debole, lo è perché nemmeno la tua maggioranza ti sostiene. Perché se oggi andassi in Parlamento a chiedere "chi non vuole il MES come me?" ti risponderebbe "io" la Lega, FdI e qualche 5S. PD e Italia Viva invece ci sperano, non vedono l'ora, magari qualcuno sta già preparando i contratti di vendita di porti e aeroporti (ogni riferimento a senatori esistenti o interviste rilasciate è puramente casuale). Quindi, se proprio sei contrario al MES, vai in Parlamento e chiedilo, no? Scopriamo le carte, io mi preparo i popcorn.

Postato da Ferdyfox in Goofynomics alle 11 aprile 2020 01:17



(...allora: questo commento va messo nel giusto risalto, perché in esso si interseca una grande quantità di piani di lettura. L'autore non lo conosco, non so se e quanto esso sia consapevole della polisemia di queste poche righe. Sembra persona familiar with the matter, ma non so a che livello.

Partiamo dal primo punto: il dato politico-cronachistico. Il giurista inurbato è sostenuto da una maggioranza rissosa e variopinta. La sua debolezza è questa, e il giochino di serrare i ranghi cacciando balle e ragliando al nemico esterno lascia il tempo che trova, soprattutto se ci si lascia prendere la mano dal nervosismo e da una stanchezza umanamente comprensibile - ma istituzionalmente evitabile.

Questo è un primo livello di lettura. Poi ce n'è un secondo, più "carsico" (aggettivo caro a uno di voi). Gli unionisti per bene (perché ce ne sono) nei due anni in cui la mia attività istituzionale mi ha condotto a discorrere con loro di come promuovere l'interesse del Paese nelle sedi europee, mi tornavano sempre, insistentemente, allo stesso punto, allo stesso argomento. Un argomento intriso di quella stucchevole esterofilia provinciale che è la dimensione estetica dell'eurismo, così come la sua dimensione dialettica è l'autogol: "Eh, ma per sostenere nel negoziato gli interessi del Paese dovremmo sapere quali sono, eh, ma a Roma la politica litiga, quando chiamavamo per sapere che cosa fare nessuno ci rispondeva... Eh, se fossimo un paese civile, come l'Olanda, come la Finlandia, in cui il Parlamento segue la fase ascendente dei provvedimenti e dà sempre un mandato negoziale al Governo prima dei Consigli dell'Unione Europea...". Insomma: il fallimento dell'Italia nelle sedi negoziali europee, per loro, invece di essere quel dato politologico che qui abbiamo imparato ad analizzare grazie all'eccellente lavoro di Kevin Featherstone, era un dato sociologico riconducibile alla categoria del facciamocome.

L'unionista per bene tende cioè a negare un dato scientificamente acquisito e sufficientemente evidente (oltre che confessato): l'uso da parte di una élite tecnocratica del "vincolo esterno" europeo per disciplinare la partitocrazia italiana, comprimendo gli spazi del decisore politico - il cui indirizzo non era sollecitato, ma anzi sgradito ed eluso - perché non coincideva con l'agenda politica che le burocrazie transnazionali si erano date nel loro interesse. Questo dato è una sufficiente spiegazione del perché la politica sia stata messa da parte (disturbava i manovratori) e del perché il Paese sia stato avviato su una spirale deflazionistica (orientava la distribuzione dei redditi in modo vantaggioso per i manovratori). La spiegazione dell'unionista per bene - che sia un funzionario parlamentare, ministeriale o europeo - è basata non sulle dinamiche oggettive, ma sugli aneddoti, e si riassume nella nota tesi secondo cui la colpa degli insuccessi per il Paese ai tavoli di Bruxelles non era dovuta principalmente all'ansia dei negoziatori di conseguire successi personali, ma esclusivamente alla sciatteria e alla negligenza della classe politica italiana, incapace di interiorizzare le regole del gioco di Bruxelles, e colpevolmente disinteressata, qui a Roma, delle dinamiche legislative europee.

Ora, questa spiegazione sociologica, inutile dirlo, una sua certa coerenza, un suo certo fascino, ce l'ha. In effetti, il fatto che della legge Moavero si fosse sostanzialmente persa traccia finché non sono arrivato

IO

(scusate, un piccolo ritorno ai bei tempi per non far sentir solo Conte nel suo narcisismo!), il fatto che questa legge fosse disapplicata da anni, e che sia stata riesumata dall'ultimo arrivato, con l'involontaria complicità di qualche funzionario colto e amante della legalità, come sono generalmente i nostri funzionari, sembrerebbe intervenire ad adjuvandum. Il fatto che questa legge  "introdotta post-Lisbona come un lip-service su pressioni di alcuni parlamenti nazionali":


fosse ignota al 90% dei politici sembrerebbe avvalorare, prima facie, l'idea un po' ortottera che "hastatolapoliticacorotta" a non occuparsi della cosiddetta Europa. Insomma, la solita tesi dei travaglisti secondo cui è colpa nostra se in quelle sedi ci trattano come quei cialtroni che siamo. Ah, naturalmente in questi discorsi "siamo" è sempre seconda persona plurale! Ma vedete, questa tesi frutto della migliore sociologia da bar dello Sport non regge più di tanto uno scrutinio un po' meno superficiale di quello di certi colleghi sciatti e ideologizzati (e per questo motivo incapaci di intuire il potenziale politico di certe norme...). Perché intanto non esistono "i politici" come non esistono "gli economisti", "i medici", e "la Germania". Un "politico" può avere vari orientamenti (e questo è ovvio), varie specializzazioni e vari ruoli. Chi la politica l'ha vissuta sul serio, non come il povero Piero qua sopra, sa ad esempio che oggi le dinamiche parlamentari sono completamente egemonizzate dal Governo. Lo sapete anche voi, grazie alla faticosa paideia cui vi sottopongo nei rari lacerti di tempo che la mia attività mi lascia. Quante volte ad esempio vi ho spiegato la storia del parere del relatore e del Governo (sintesi brutale: la Commissione non può votare se il Governo non ha deciso come deve votare...)? Ora: se veramente il Governo avesse mai sentito il desiderio di rinforzare le proprie posizioni con un mandato parlamentare serio, se veramente i funzionari che a Bruxelles, nella rappresentanza permanente o altrove, curano gli interessi italiani avessero mai sinceramente desiderato che il Governo avesse una posizione forte e condivisa col Parlamento, la soluzione sarebbe stata a portata di mano: la legge che nessuno conosceva l'avrebbero utilizzata loro, perché gli sarebbe stata utile per arrivare ai tavoli del negoziato con pari dignità dei loro colleghi di altri Paesi.

La lettura dello sconclusionato discorso di Conte da parte del nostro sagace amico mette invece in luce come stanno realmente le cose. Di avere un indirizzo parlamentare alle burocrazie - e Conte di quelle è espressione: nessuno lo ha eletto, e a loro risponde, attraverso l'economista di turno prestatogli da Banca d'Italia - di avere un simile indirizzo, dicevo, alle burocrazia non passa neanche per la testa! Quello che c'è da fare lo sanno, o credono di saperlo, loro, e quindi evitano rigorosamente di prendere, e ancor più di sollecitare, un mandato dai rappresentanti del popolo sovrano. L'interesse di chi amministra (le burocrazie) a non ricevere un mandato è, nella mia personale esperienza, molto superiore al disinteresse da parte di chi rappresenta il popolo a conferirlo.

Quindi, di che cosa stiamo esattamente parlando? Nel suo essere internamente incoerente, il discorso di Conte riflette, come è chiaro, le intenzioni di chi lo consiglia. Non è mica la prima volta: così come dietro alla difesa dell'idea fasulla, illegale e smentita dalla Bce che le riserve auree fossero proprietà di Banca d'Italia c'era ovviamente l'impulso dell'allora consigliere economico, dietro l'idea che "hastatoSalviniaindebolirminelnegoziato" non credo ci sia solo Casalino (che non è uno stupido). Ci sarà senz'altro, anzi: senz'altramente anche l'attuale consigliere economico (oggi l'amministrazione è trasparente), e naturalmente chi gestisce le vicende di Bruxelles. Nella follia del lamentarsi di essere indeboliti in quella che forse è una delle poche situazioni nella storia italiana in cui il Governo potrebbe avere un mandato forte e bipartisan c'è quindi del metodo: il metodo fascista e antidemocratico che è intrinseco alla filosofia politica unionista. Ma di questo abbiamo parlato tante volte. Oggi vi ho solo mostrato una delle tante sfaccettature del noto problema...)

(...e la sintesi in termini di logica eurista? Ma, potrebbe essere una cosa del tipo: "Non vado in Parlamento a ricevere un mandato perché potrebbe conferirmelo"...)

(..."questo governo non lavora col favore delle tenebre"... Ma in Parlamento ci vieni o no? Perché noi sappiamo come fartici venire, lo sai, vero? Mica vorrai continuare a nasconderti dietro al collega Perilli!? E parlaci col Ministro dell'Interno, dai, che insultare troppo il Parlamento non ti conviene. Fidati di un nemico, che gli amici non ti consigliano molto bene, come già ho avuto modo di dirti nella sacralità dell'aula...)

venerdì 10 aprile 2020

Venerdì santo

L'Eurogruppo del 16 marzo:


Gualtieri all'Eurogruppo del 9 aprile:


Gli ortotteri:


Il blogger:


Il giorno dopo, gli elettori e le opposizioni:


Gualtieri viene scaricato dalla sua maggioranza:


L'Italia accede al MES:


Poi vengono modificate le condizioni:


Arriva la crisi: Conte viene travolto dal risultato della sua stessa ignavia...


...e finalmente cambia musica:






(...per quanto uno le cose possa averle dette prima, c'è sempre Uno che le ha dette prima di lui, perché era prima che le cose potessero essere dette. Quindi, calma...)

mercoledì 18 settembre 2019

Leuropa e Lapace: la parola alla scienza

(...mentre a Pontida i fascioleghisti si dedicavano al loro sport preferito, il linciaggio dei martiri della democrazia, dei non violenti, due fascioleghisti, caratterizzati, com'è noto, da un livello di istruzione insufficiente, si intrattenevano, scambiando fonemi gutturali accompagnati da un rude linguaggio gestuale, su un tema speculativo, e quindi per ciò stesso fuori dalla loro portata: è scientificamente fondato affermare che Leuropa ci abbia dato Lapace, così come si sente affermare comunemente nei dibattiti? Il riassunto di quella conversazione è nell'email che vi riporto, che uno dei due fascioleghisti, quello che l'ha inviata, ha fatto tradurre dal bergamasco in italiano avvalendosi di un traduttore "de sinistra" - quindi uomo di mondo - e l'altro fascioleghista, quello che l'ha ricevuta, cioè io, fa leggere a voi, un po' perché io ormai capisco solo il bergamasco, e un po' perché se anche fosse scritta in bergamasco sicuramente non capirei quello che c'è scritto, non avendo conseguito presso la Facoltà di Statistica della Sapienza un dottorato in Scienze Economiche, a differenza di certi scienziati...)


Buongiorno Senatore Bagnai,

Come mi ha chiesto ieri a Pontida le invio l’articolo peer reviewed in cui si arriva alla conclusione che l'ultimo periodo di pace in Europa non è statisticamente significativo e che servirebbero ancora circa 150 anni di pace perché si possa dire che l’Europa è diventato un posto più pacifico dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In questi mesi negli USA l’articolo è stato ripreso da diversi giornalisti.

L’autore è Aaron Clauset, Professore alla Colorado Boulder e membro del Santa Fe Institute for Complexity Studies. Clauset è considerato uno dei massimi esperti di analisi dei processi complessi. Suoi alcuni lavori molto citati sull’analisi quantitativa del terrorismo, e suoi alcuni metodi statistici oggi diffusamente usati per il test di ipotesi e la stima di parametri nel caso di distribuzioni power-law (NdCN: che personalmente avrei chiamato "leggi di potenza", con la "p" minuscola...).

Qualora possa interessarle, aggiungo alcune considerazioni personali.

(NdCN: qui ho tremato per lui, ma invece, come vedrete...)

L’articolo è molto rilevante perché pone fine a un dibattito che negli ultimi anni ha diviso la comunità di scienziati politici che si occupano di guerre e sicurezza internazionale. Fino a questo studio era predominante la corrente liberale, secondo cui la guerra sta diventando via via meno frequente per effetto dei processi di integrazione economica e del libero mercato.

Massimi esponenti di questa corrente di pensiero i liberali Azar Gat e Steven Pinker. In ultima analisi questi due sono i discendenti di Normann Angell, che nel 1909, in « The Great Illusion », argomentava che l’integrazione economica e politica degli stati europei aveva ormai reso la guerra in Europa un’opzione improponibile (NdCN: spectacularly ill-timed, un po' come il noto articolo di Frankel e Phillips, 1992, che affermava la raggiunta credibilità dello SME, o l'altrettanto - a voi - noto articolo di Jonung e Drea, 2010, che sosteneva come l'euro non se la stesse poi cavando così male, al contrario di quanto le solite malelingue avevano previsto).

Verso la fine di quest’anno dovrebbe uscire in italiano https://twitter.com/matteosalvinimi/status/1174069679809277953?s=20n iii« Only the dead : the persistence of war in the modern age », del Prof. Braumoeller, della Ohio State, che si propone di ricapitolare tutto quello che si sa ad oggi sull’analisi quantitativa dei conflitti e arriva alla conclusione che la guerra permane un rischio concreto, a dispetto del pensiero liberale.

A questo proposito mi viene in mente il lavoro di ricerca di Susan Woodward, del King’s College (NdCN: veramente mi sembra che sia a CUNY...), pubblicato in « Socialist Unemployment » in cui analizza come il dissolvimento della Ex-Yugoslavia e l’esplosione della violenza etnica siano stati resi possibili dalle politiche di austerity del FMI, dal debito denominato in dollari, dalle privatizzazioni.

In effetti, i lavori di Manus Midlarsky sull’eziologia del genocidio nel ventesimo secolo (« The Killing Trap ») e i lavori di Thomas Schelling sui processi di polarizzazione delle comunità multi-etniche portano al risultato che, per citare Midlarsky, « impoverimento della popolazione e società multiecnica sono una miscela esplosiva ».

Un’ultima nota: Libermann, in « Does Conquest Pay ? The exploitation of Occupied Industrial Societies » si pone il problema di quanto PIL si possa estrarre da una società industriale occupata militarmente, usando il case study delle occupazioni naziste. Se ricordo bene arriva a un limite del 30%. Si potrebbe usare questo dato come unità di misura per calcolare quanto sia distante da un’occupazione di tipo nazista il danno prodotto dalla Trojka in Grecia: tot anni di Trojka economicamente corrispondono a tot anni di occupazione nazista.

Ovviamente, essendo io un becero fascio-leghista, questa letteratura scientifica non l’ho mai letta, ma se l’avessi letta penserei che, posta in chiave divulgativa, sarebbe un interessante seminario per la scuola di formazione della Lega.

Grazie.

Cordiali saluti.

Fascio Leghista


(...compagno? Sì, tu, che ti aggiri per curiosità fra queste pagine! Come faccio a sapere che ci sei? Lo so, e basta. Volevo rassicurarti: la conversazione cui alludo non è mai avvenuta, e questa lettera non è mai stata scritta, quindi non è mai stata da me ricevuta, perché voi, solo voi, a sinistra, solo voi, il sale della Terra, i buoni, siete in grado di accedere alle fonti del sapere scientifico, che comunque non sono tali se non avvalorano le scemenze verità da voi propugnate. Quindi, ad esempio, se anche la lettera fosse stata scritta, non sarebbe comunque vero che Clauset ha 20731 citazioni, che Midlarsky insegna alla Rutgers, ecc. Tranquillo, tranquillo, noi siamo rozzi, noi non ci arriviamo: ci arrivate solo voi, i buoni, quelli che, in quanto buoni, possono esercitare qualsiasi violenza sui loro avversari, perché gli avversari dei buoni sono i cattivi, cioè quelli contro cui qualsiasi violenza, qualsiasi sopruso, qualsiasi squadrismo è lecito. Ecco: volevo proprio dirti che siccome oltre che cattivi siamo anche stupidi, puoi continuare a dormire tranquillo. Poi, noi, nella nostra ansia di redenzione, nel nostro anelito di elevarci al livello dei buoni, quando una lunga espiazione ci avrà purificato, quando ci saremo redenti dalla nostra tara originale, in poche ore faremo quello che voi, i buoni, vi proponete di fare. Ma siccome noi siamo cattivi, e stupidi, tranquillo, rilassati: quel momento non arriverà mai! Fidati! Si sa che io le previsioni le azzecco: e questa - quale? - è la previsione fondante di questo blog...)

(...ah, ovviamente voi vedrete come al solito il bicchiere mezzo vuoto. Io invece vedo quello mezzo pieno, ma per spiegarvi perché dovrei, con quelle competenze storiche e geografiche che da fascioleghista non ho, raccontarvi di quando, a 27°04′00″N 142°12′30″E, alcuni giapponesi cenarono col fegato. Eh, no, non il loro... ma non voglio tediarvi con questi dettagli! Ci ho già annoiato a lungo il capogruppo Molinari, nel corso di un alterco gutturale, di quelli che a noi sono propri. E poi, che ve ne importa!? A voi, Leuropa ha dato Lapace, e quindi voi state tranquilli, mentre noi ci mangiamo o comunque ci mangeremo il fegato, incapaci di comprendere le meraviglie della deflazione salariale, e dell'intrinseca instabilità sociale, determinate dall'esercito industriale di invasione...)

(...per i turisti del dibattito: il motivo per cui qui c'è la parte sana della nazione è che solo qui ci sono persone in grado di leggere un post simile e tutti i suoi link, o almeno di sforzarsi a farlo. Provateci anche voi, cari turisti del dibattito: capirete che in questo paese, senza che ne foste consapevoli, stava succedendo qualcosa. Non senza fatiga si giunge al fin. Ma questo, se sei di sinistra, non sai né chi l'ha scritto, né dov'è scritto...)

domenica 5 maggio 2019

Settanta anni di pace

(...ricevo e non posso non pubblicare...)



Egregi firmatari dell’Appello per l’Europa, CIGL, CISL e UIL

Padova 28/04/19

la lettura dell’Appello da voi firmato insieme alla Confindustria mi ha fatto riflettere molto oltre a crearmi una sensazione d’imbarazzo e forte preoccupazione. Cercherò di spiegare il perché di queste sensazioni, ma prima di tutto vorrei scrivere due parole su di me e sulla forma di questa lettera.

Sono un operaio metalmeccanico, da anni iscritto al sindacato, cittadino italiano, anche se in possesso di un diploma conseguito nel mio Paese d’origine. Non essendo di madrelingua italiana mi scuso per gli errori grammaticali e dell’ortografia che sto per fare scrivendo questa lettera. Ho rinunciato a chiedere l’aiuto a chi della scrittura si intende meglio di me per un motivo semplice: vorrei dire le cose a modo mio, come le vedo e sento, senza badare troppo alla forma (che purtroppo visto i tempi nei quali viviamo, di solito, per l’importanza supera il contenuto).

Ora torniamo al dunque.

Il vostro Appello inizia con una menzogna: “l'Unione europea ha garantito una pace duratura in tutto il nostro continente.”

Non so quale sarebbe il vostro continente, ma tutti sanno che il continente europeo non coincide con le frontiere dell’Ue e che si estende ai Balcani ed oltre. Ora, avendo rispolverato le nozioni di geografia, vorrei ricordarvi che ci sono state guerre nei Balcani venti anni fa. Per non crearvi altri imbarazzi lasciamo stare l’Ucraina. Nel caso ci sia qualcuno che voglia cacciare via i Balcani dal continente europeo vorrei ricordare che dopo la distruzione di un paese sovrano (chiedo scusa per aver usato questa parola), due pezzi dello stesso ora fanno parte dell’Ue.

Vi ricordate che i cacciabombardieri partivano dal suolo italiano per andare a bombardare un paese allora confinante? Io sì. Se questa è la pace che cosa è la guerra? Andate a chiederlo ai famigliari di migliaia delle vittime dei bombardamenti della Serbia da parte della NATO. Si comincia con la menzogna e si finisce con il tradimento.

Il vostro Appello prosegue con le parole, molto usate dalle persone per bene, e altrettanto abusate da vari dittatori e mascalzoni che l’umanità ha partorito durante la propria esistenza. Parole come: diritti umani, democrazia, libertà, solidarietà e uguaglianza.

Che l’Ue abbia unito i cittadini intorno a questi valori mi sembra un’affermazione poco veritiera, perché detta in questo modo vuole convincere che i cittadini europei prima della nascita dell’Ue fossero divisi su questioni tanto importanti. Dalle testimonianze sulla democrazia che ci hanno lasciato i due popoli antichi l’Ue potrebbe imparare molto, se lo volesse.

Si dice che volere è potere, direi piuttosto che i burocrati dell’Ue con tutto il loro volere lavorino per aumentare il proprio potere e che della democrazia non gli interessa nulla.

Il vostro Appello, a giudicare dalle frasi e parole usate, si direbbe sia uscito dalla tastiera di uno di quelli intellettuali che scrivono libri e articoli sui giornali con l’intenzione di confonderci idee sulla realtà delle cose, desiderosi di entrare nei salotti del Potere per riuscire a vendersi al miglior offerente. Il fatto di essersi venduti non gli fa perdere la voglia di pavoneggiarsi in TV. Loro sì che sono capaci di penetrare nelle profondità delle cose, capaci di vedere lontano e le loro previsioni sono sempre azzeccate. Basterebbe leggere cosa scrivevano prima della crisi del 2007.

Noi operai purtroppo non abbiamo queste capacità e di conseguenza necessitiamo che qualcuno ci spieghi il significato di alcune parole e frasi. Per esempio, cosa vuol dire “stile di vita europeo”? E in che modo “ l’UE è stata decisiva nel renderlo quello che è oggi”? Poi trovo che dobbiamo ringraziare l’Ue di aver “favorito un progresso economico e sociale senza precedenti” e per il fatto che “favorisce la crescita”. Scopro non senza sorpresa che l’Ue si riserva il ruolo del garante dei “benefici tangibili e significativi, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa.” Dove sono questi “benefici tangibili e significativi” per noi lavoratori, scusate? Saranno come quelle divinità celesti che ci sono ma non si vedono e che ogni tanto si fanno sentire tramite le loro opere, cioè varie catastrofi naturali, le cavallette ecc. Noi lavoratori negli ultimi due decenni siamo impoveriti e il nostro potere d’acquisto si è abbassato, altro che crescita e progresso, e voi cari signori lo sapete molto bene.

Il vostro Appello mi fa pensare alle favole che finiscono male. Il vostro mondo, che dovrebbe essere anche il nostro, è fatto di giganti e di nani. I giganti cattivi stanno di là, noi nani buoni di qua e se non ci uniamo rischiamo di grosso. Oltre a metterci la paura ci togliete qualsiasi alternativa, “perché gli interessi economici nazionali, oggi, possono essere perseguiti, in una dimensione continentale, solo attraverso politiche europee”. Mi sono sbagliato dicendo che ci avete tolto la possibilità di scegliere, se ci penso meglio un’alternativa c’è sempre: nel nostro caso, se ho interpretato bene il messaggio, l’alternativa all’Ue è la morte di fame.

Come fanno a vivere i cittadini della Corea del Sud senza l’Ue stando tra i due giganti in un Paese che per la grandezza e numero della popolazione somiglia all’Italia non ci è dato di sapere. Il vostro Appello continua elencando “enormi sfide” tra le quali “una globalizzazione senza regole, il risorgere di nazionalismi, tensioni internazionali, ecc.” Di sicuro vi siete impegnati in tempo nel renderci consapevoli del pericolo di una globalizzazione senza regole.

Io non me lo ricordo.

Mi ricordo che molti si sono schierati con chi aveva spalancato le porte facendo entrare la globalizzazione senza regole dicendo che era una cosa inarrestabile, indispensabile, non bella ma necessaria, un po’ bruttina ma utile, cercando di convincerci che si trattava dell’unica alternativa. Saranno gli stessi che hanno aperto i porti all’immigrazione irregolare scatenando la guerra tra i poveri (chi ha letto Furore di Steinbeck sa di cosa parlo), facendola passare come un gesto umanitario dando dei fascisti e nazionalisti a chiunque dotato di buon senso criticava questa politica vedendone il lato negativo?

Io la risposta la so. E voi?

Poi c’è la questione del Regno Unito, un’altra conferma che l’Ue è antidemocratica. Il popolo ha fatto una scelta democratica. Lasciarlo andare? Perché no? Che unione è se non permette ad uno dei membri di lasciare? Volete creare gli Stati Uniti d’Europa? Davvero siete convinti che i lavoratori desiderano la creazione di uno Stato del genere? Questa sarebbe un’unione forzata e le unioni di questo tipo finiscono molto male. La Storia ce lo insegna.

Il vostro Appello ci sta dando una risposta che non è una risposta qualsiasi, è una risposta che non teme nessuna domanda: “la risposta non è battere in ritirata ma rilanciare l’ispirazione originaria dei
Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa.” Peccato che appena abituati al genitore uno e genitore due dobbiamo tornare a usare le parole tanto vecchie e obsolete. Rilanciare l’ispirazione originaria dei Genitori uno e dei Genitori due fondatrici degli Stati Uniti d’Europa. A me questa frase suona molto più moderna rispetto all’altra. E a voi?

Si scherza, naturalmente. Nonostante le difficoltà quotidiane e la fatica di arrivare a fine mese abbiamo ancora la voglia di scherzare. Non so se i regolamenti europei lo permettono ma finché non viene vietato ce la godiamo questa libertà.

Ci state esortando ad andare a votare alle elezioni europee e noi ci andremo “per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia”. Però qui c’è una cosa che trovo poco chiara. Il Progetto europeo è un dogma? Se non lo è, allora perché non possiamo metterlo in discussione? Se lo è, perché dobbiamo accettare un dogma per un Progetto?

Gli Stati nazionali prima del Trattato di Maastricht non erano isolati e tutte le altre cose da voi elencate: “barriere commerciali, dumping fiscali, guerre valutarie” le abbiamo già.

Carissimi, su una cosa siamo d’accordo ed è la necessità di andare a votare. Mi avete suggerito chi votare, ma purtroppo non posso accontentarvi. Sono ancora troppo forti i ricordi del salvatore Monti che invece di salvarci ha distrutto il mercato interno. In rete ci sono i video facilmente rintracciabili dove lo dice esplicitamente. Pensare solo che possa tornare uno come Prodi che sembra vantarsi mente pronuncia la frase: “Voi non potete immaginare quanto beneficio ha portato la moneta unica alla Germania”.

E Italia?

C’è un partito che si vanta di aver lavorato per interessi europei e non per interessi italiani. Noi siamo lavoratori italiani e il partito che si batte per interessi europei che non coincidono con i nostri non è il partito a cui dare il nostro voto. Sento ancora l’eco delle voci dalla TV che ci chiedono i sacrifici perché ce lo chiedeva Europa. Chiedevano i sacrifici a noi mentre l’unico sacrificio da parte loro erano alcune lacrime che abbiamo visto in TV: vere o false, sono comunque un sacrificio. Voi, cari, nei momenti tanto difficili ci avete girato le spalle, avete preso ruolo del sacerdote che al moribondo promette la vita migliorare aldilà, e questo non va bene.

Non va bene perché siete pagati con i nostri soldi guadagnati con sudore e fatica a proteggere i nostri interessi. I vostri e i nostri interessi non coincidono, ovviamente.

Avete tradito i lavoratori.

Pensate davvero che i lavoratori siano incapaci di accorgersene?

Ora siete usciti allo scoperto e per questo vi ringrazio.

Non vi suggerisco chi votare. Io ho già deciso.

Distinti saluti.



(...non credo di aver molto da aggiungere. E voi?...)

sabato 20 aprile 2019

Ben venga maggio...

(...come sapete, ho una metà poliziana, e l'altra jesina. Se non avete intuito che cosa c'entri col titolo, siete europeisti, ma a tutto c'è rimedio. Intanto, prendete nota...)

Rapido post della serie "scaldare la poltrona", per comunicarvi che martedì prossimo, il 23 aprile, sarò a Collecchio e poi a Lesignano de' Bagni per presentare dei candidati sindaci, in compagni del collega Maurizio Campari. Il 26 invece sarò a Piacenza, all'oratorio di S. Ilario, invitato dal collega Pietro Pisani per parlare di Europa. Poi tornerò a Roma, dove il 29 e il 30 ci occuperemo in aula di donazione del corpo post mortem e di contrasto al finanziamento delle mine antipersona (quest'ultimo provvedimento è passato per la mia Commissione). Due giorni di relativa pace, e poi il 3 maggio decollo per Redipuglia, dove volevo andare da tempo e finalmente ci riesco grazie all'iniziativa della collega Patrizia Marin. Da lì, in giornata, vado a Oderzo per parlare, pensate un po', di Europa, su iniziativa del collega Gianpaolo Vallardi. Il giorno dopo, il 4 maggio, mi sposto a Bassano del Grappa, dove sono stato invitato dal collega della Camera bassa Germano Racchella (che mi invitò mentre eravamo in fila con gli altri candidati per farci la foto con Salvini nel febbraio del 2018: e non me ne sono dimenticato!). Il 5 torno a Roma ma il 6 parto per andare a ritrovare, con grande piacere, un altro collega, Paolo Ripamonti ad Albenga (dove presenterò i candidati alle europee e alle regionali). Il 7 torno a Roma e lavoro in Commissione (audizioni sulla semplificazione del rapporto fra fisco e contribuente e sulle parità di genere negli organi di controllo delle società), ma la sera sono a Veroli su invito del collega Gianfranco Rufa per presentare i candidati alle amministrative e la collega Cinzia Bonfrisco che si candida alle europee (per fortuna), e ci sarà anche una sorpresa. L'8 proseguono i lavori in Commissione e il 9 sarò in Abruzzo (da precisare) per presentare i nostri candidati. Il 10 torno a Roma perché ho un convegno su Europa a un bivio: tra crisi e rinascita, alle 15:30 presso la sala capitolare del Senato. Organizza il collega Tridico e partecipano i colleghi Piga e Stirati: insomma, un tuffo in quel passato dal quale tutti qui proveniamo: er dibbattito! Il giorno dopo, cioè l'11 maggio, parto per Lamezia Terme, dove terrò lezione alla Accademia Federale della Lega (la prima lezione del ciclo è qui). Il giorno dopo, cioè il 12, volo a Bergamo, dove la collega Simona Pergreffi mi accoglierà e mi porterà a fare qualche gazebo (noi leghisti siamo così, ci piace stare in mezzo alla gente). La sera sarò a Trescore Balneario insieme al collega Marco Zanni, che si candida (per fortuna) alle europee. Il giorno, cioè il 13 maggio, sarò a Monza per vedere la corona ferrea, ma anche i monzesi, e poi a Concorezzo, con l'aiuto rispettivamente dei colleghi Massimiliano Romeo e Emanuele Pellegrini. Il 14 si torna a Roma perché in aula abbiamo il voto di scambio e la videosorveglianza, ma già il 16 ho qualcosa in giro per il Lazio con la collega Bonfrisco, e il 17 parto per Milano dove il 18 abbiamo la manifestazione federale. Il 19 sarò a Novara (su istigazione del collega della Camera bassa Riccardo Molinari), e il 20 a Torino, per iniziativa della collega Marzia Casolati, mentre il 21 sarò a Vinci, Pistoia e Firenze, e il 22 tra Follonica, Grosseto e Cinigiano (da definire, ma i posti dovrebbero essere quelli), su iniziativa del collega Manuel Vescovi. Il 23 sarò nelle Marche (a disposizione del collega Paolo Arrigoni) e il 24 in Abruzzo, nel mio collegio, per chiudere la campagna, a disposizione del regionale Giuseppe Bellachioma. Il 25 mi riposo e il 26 facciamo i conti (dei voti, ovviamente).

Forse si aggiungerà altro, ma per il momento c'è questo. Informazioni di dettaglio su Twitter e su Facebook, a mano a mano.


(...vita militia est...)

giovedì 13 dicembre 2018

Ai confini della surrealtà


Questo grafico riporta, per ogni anno, il valore del saldo di bilancio pubblico del nostro paese rinvenibile nello scenario tendenziale calcolato nel DEF dell'anno precedente (in blu), dello scenario programmatico proposto dalla NADEF sempre dell'anno precedente (in arancione), e effettivo, tratto dall'ultima edizione del World Economic Outlook (in grigio: il dato del 2018 è stimato, visto che l'ultima edizione del WEO è di ottobre 2018, cioè di quando ancora non si poteva sapere come sarebbero andate a finire le cose, e il dato del 2019 non l'ho proprio riportato, perché le proiezioni dell'IMF fanno già sufficientemente schifo per l'anno in corso).

Tanto per capirci, cominciando da sinistra per finire a destra (un percorso naturale): con riferimento all'anno 2014 vedete che ad aprile 2013 il DEF (varato da Monti) supponeva che a politiche invariate il saldo sarebbe stato negativo per -1.8 (percentuale del Pil), poi la NADEF (redatta da Enrico "stai sereno" Letta) ipotizzava che si sarebbe fatta una politica espansiva fino al -2.3% del Pil, ma a conti fatti il risultato fu un -3.0% tondo (peggiore di 1.2 rispetto al tendenziale e di 0.7 rispetto al programmatico).

In ogni singolo anno questa dinamica si ripete in modo più o meno accentuato. Il saldo programmatico è peggiore del tendenziale (e ci sta, perché il programmatico incorpora gli effetti della manovra, che, laddove sia espansiva, prevederà un maggior deficit rispetto allo scenario tendenziale o "a politiche vigenti"), e, soprattutto, l'effettivo è peggiore del programmatico, il che significa che i governi tendono a sottostimare sistematicamente l'impatto delle loro politiche sul deficit, cioè dichiarano di fare meno deficit con le loro manovre di quanto poi effettivamente ne facciano.


In questo grafico ho aggiunto alle variabili già descritte lo scarto fra deficit programmatico e deficit tendenziale, che misura lo sforzo espansivo dichiarato dalle singole manovre (questa affermazione necessita di una precisazione che faccio più avanti, nell'ultimo grafico). Se consideriamo, ad esempio, il 2018, vediamo che nel DEF 2017 Gentiloni si aspettava per il 2018 un deficit di -1.2, portato nello scenario programmatico della NADEF a -1.6: un -0.4 che si riflette nella barra gialla.

Vi faccio vedere solo le barre gialle, così capiamo di cosa stiamo parlando:


Il DEF del quale sono stato relatore prevedeva un tendenziale di 0.8 (non so se ve lo ricordate). Ora siamo finiti al 2, cioè a -1.2 di deficit addizionale. Fra il 2014 e il 2018 lo scarto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF è stato in media di -0.4. Nel 2019, dopo la "ritirata" del Governo, è tre volte tanto.

La mia dichiarazione di voto è qui:


ed ho quindi detto in modo sufficientemente chiaro cosa ritenevo auspicabile. Rispetto a quanto ho dichiarato in quella sede pare che le cose stiano andando in modo diverso. Il Presidente del Consiglio, che è stato così gentile da apprezzare il mio discorso, pare abbia ritenuto di comportarsi in modo diverso, più affine a quanto sembrava anche a me opportuno fare quando vedevo emergere "le contraddizioni di un progetto articolato sulla svalutazione del salari", ma queste contraddizioni non erano ancora esplose. Voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta: quando si dà un parere, può darsi che non venga ascoltato, e questo, certo, in linea di principio potrebbe ulcerare la vanità di qualche eguccio debole. D'altra parte io, che ho meno informazioni di Conte, non me la sento di esprimere un giudizio sulla sua scelta. Come ho detto in un'altra occasione, suscitando i lazzi della nostra stampa più autorevole, per me essere in squadra significa portare a termine il compito che mi è stato assegnato senza pretendere di avere l'immediata visione d'insieme e senza volermi sostituire né fare lezioncine a chi ne sa più di me.

So bene che molti di voi immaginano che io passi, o debba passare, il tempo a dare lezioni di politica a Salvini: lo so, perché per sette anni avete dato su questo blog lezioni di economia a me. Ora, non è che Salvini abbia un carattere peggiore del mio, anzi! Ha semplicemente meno tempo, e io, che me ne rendo conto, vedendo quanto sia scarso il tempo di cui dispongo da quando rivesto una carica infinitamente meno impegnativa della sua, cerco di limitare allo stretto essenziale le interazioni. Lo stesso vale, con maggior forza, per il Presidente Conte.

L'acquiescenza a richieste che in termini economici sono del tutto surreali (lo confermo, perché, come detto in dichiarazione di voto, lo confermano gli uffici tecnici della Commissioni) viene vista da molti di voi come una inopportuna arrendevolezza. Può darsi. D'altra parte, ora il signor Moscovici è politicamente in lieve difficoltà. Se continua a dire che non gli basta mai, certificherà il fatto che "l'Europa" ha come ragion d'essere quella di imporre politiche procicliche a chi se le lascia imporre, cioè farà campagna elettorale per noi, non solo qui, ma anche negli altri paesi europei (e infatti le ultime agenzie dicono che abbia smesso, anche perché alla Francia, che ora ha alle calcagna la Germania, non conviene isolarsi politicamente dall'Italia, ma il contrario non è necessariamente vero, finché un francese ci spara addosso!). Se la mossa del Governo eviterà la procedura di infrazione, permetterà di portare a casa i risultati della manovra in termini sostanzialmente invariati (per i dettagli, come ha ricordato Claudio Borghi, dobbiamo aspettare le carte), confinando la Francia nel ruolo del cattivo. Se invece ci sarà procedura d'infrazione, si confermerà quell'atteggiamento bullistico del quale parlavo in dichiarazione di voto. Mi direte che non c'era bisogno di questa ulteriore dimostrazione, e potrei anche concordare con questa analisi: di Nein! è costellata la storia di questo blog. Mi direte che non esiste solidarietà europea, che abbiamo visto macellare nazioni nella totale indifferenza degli elettori (soprattutto progressisti) delle nazioni altrui, e vi potrei anche dare ragione. Tuttavia, sono stati quei macelli a far sorgere in molti di voi la consapevolezza che vi ha spinto a sostenere politicamente chi contrastava questo sistema iniquo, e ogni giorno si allarga sui media internazionali il fronte di chi critica il modus operandi della Commissione.

Onestamente, non sappiamo che cosa avrebbe fatto il PD se fosse rimasto al potere. Se dobbiamo imparare dal passato, forse avrebbe fatto uno 0.8+0.4=1.2 di deficit. Per scrupolo aggiungo che se il confronto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF ha un senso quest'anno (per il semplice motivo che noi il DEF l'abbiamo ereditato), l'entità della manovra va correttamente valutata confrontando il tendenziale NADEF (aggiornato rispetto a quello DEF) con il programmatico NADEF. Il confronto lo trovate qui:


Notate che nel 2013 (per il 2014) e nel 2014 (per il 2015) le manovre rispettivamente di Letta e Renzi prevedevano un deficit programmatico NADEF inferiore al tendenziale NADEF, cioè una stretta di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente. E così, nel 2014 la crescita del Pil fu dello 0.1%, e nel 2015 dello 0.9%. Poi, negli anni successivi, i saldi programmatici della NADEF divennero lievemente più espansivi di quelli tendenziali. In media, nel favoloso quinquennio del PD lo scarto fra programmatico e tendenziale NADEF fu di -0.2. Quest'anno, dopo la mediazione del governo, di -0.8 (da -1.2 a -2.0), cioè quattro (4) volte tanto. Diciamo che il sentiero stretto di Piercarlo "sparecchiavo" Padoan è diventato a quattro corsie: diminuisce il rischio di cadere di sotto.

Intrendiamoci: in squadra ci sono entrato io, non voi. Quindi io me ne sto zitto e lavoro, e voi, giustamente, dovete esprimere le vostre critiche. Tutti, me compreso, stiamo aspettando i risultati. Io devo anche concorrere ad essi per la mia parte. Il meraviglioso mondo dei social fa da lente di ingrandimento del nostro scontento, ma ci offre anche l'opportunità di condividere quello che avete trovato e vi ha trattenuto qui: i dati. Il mondo di prima, del quale vi parlai a suo tempo, era un mondo in cui l'IVA sarebbe aumentata, nessuno avrebbe usufruito di quota 100, nessuno avrebbe avuto né reddito né pensione di cittadinanza, non era stata rafforzata la detassazione dell'IMU sugli immobili strumentali, non era stato esteso il regime forfetario (sì, lo so, non è la "vera" flat tax: non ricordo di aver mai detto che avremmo fatto tutto il primo anno, e se l'ho detto lapidatemi pure), ecc.

Certo che dobbiamo volere di più!

Però, perdonatemi, una cosa devo dirvela: così come mi sembrano surreali le richieste "europee" di fare una politica meno espansiva all'inizio di un ciclo recessivo (richieste che si sbricioleranno quando la recessione globale colpirà i buoni come i cattivi), altrettanto surreali mi sembrano certe rampogne che vedo circolare sui social. Per giustificarle, per carità, le giustifico: i grafici di questo post sono una spiegazione sufficiente! Ma per capirle dovrei pensare che abbiate la memoria di un moscerino, o che siate atterrati oggi in Italia provenendo dall'iperuranio dei testi di macroeconomia keynesiana, dove, in effetti, è scritto che bisognerebbe fare ben altro (credo di saperlo, ma ringrazio comunque chi me lo ricorda).

Il fatto è che nel mondo reale non basta che capiamo noi qual è la cosa giusta. Devono capirlo anche loro. Alla fine lo capiranno, perché i fatti hanno la testa dura e qui avete imparato ad apprezzarlo. Cerchiamo di non dimenticarceli, questi fatti: altrimenti la testa ce la romperemo noi.

Con immutato affetto e riconoscenza.

lunedì 11 giugno 2018

...e quindi:



(...anche perché se non si fosse potuto fare, questo avrebbe significato che la cosiddetta Europa non esisteva, e in quel caso sarebbe stato giocoforza trarne le conseguenze fino in fondo. Invece esiste, ed è un luogo che coordina, ma la cui esistenza non abolisce, gli interessi nazionali. Questi ultimi devono continuare ad essere rappresentati e difesi dai governi nazionali, e meritano di essere rappresentati e difesi perché sono gli interessi dei grandi e dei piccoli appartenenti a una comunità. Tu chiamalo, se vuoi, fascismo...)