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domenica 7 dicembre 2025

Tre discorsi: "Cosa aspettarsi per il 2026?" (discorso numero tre)


Le previsioni sulla crescita nel 2026 sono già state discusse da chi mi ha preceduto: mi limiterò a un breve riassunto, e mi soffermerò poi su tre punti che dopo diciassette anni di stagnazione economica dovremmo ormai poter considerare acquisiti, e sulle cui implicazioni credo sia utile confrontarsi.

Tutte le previsioni emesse dalle principali organizzazioni sovranazionali alla fine del 2025 hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del nostro Paese per il 2026 emesse nel 2024:

con l'unica eccezione del Fmi, che fra autunno 2024 e autunno 2025 le ha invece riviste al rialzo. La media delle previsioni di crescita per il 2026 era all'1,1% nell'autunno del 2024 ed è scesa a 0,7% in questo autunno, comunque in crescita rispetto al risultato di quest'anno che è atteso attorno allo 0,5%, e resta tale anche dopo la rettifica al ribasso con cui l'OCSE ha allineato le sue previsioni alla crescita "acquisita" calcolata dall'ISTAT:


Siamo (e restiamo) purtroppo ancora sui decimali.

Vorrei partire da una prima riflessione, motivata da un recente comunicato dell'OCSE:


in cui si afferma che nel prossimo anno il nostro Paese farà meno deficit e più debito del previsto. Questa evenienza, qualora si materializzasse, sarebbe perfettamente in linea con quello che oggi sappiamo delle politiche cosiddette di "consolidamento fiscale" (ma visto che qui siamo fra esperti, possiamo risparmiarci gli eufemismi congegnati per impressionare il pubblico generalista, e chiamare queste politiche col loro nome: tagli). Il fatto che i tagli provochino più spesso il dissesto che il risanamento del bilancio pubblico è ormai acquisito: è dall'aprile del 2023 che il Fmi ha pubblicato i risultati di uno studio empirico e teorico che mette questo dato nero su bianco:


Nel grafico di sinistra si vede l'impatto sul debito pubblico di uno "shock da consolidamento", e questo impatto è positivo (le barre sono per lo più sopra lo zero, con l'eccezione di quelle riferite ai Paesi in via di sviluppo nei primi due anni dallo shock). La didascalia lo dice chiaramente: in media, i tagli non fanno diminuire il rapporto debito pubblico/Pil. In effetti, lo fanno aumentare, con un effetto statisticamente significativo al 90% di probabilità dal terzo anno in poi.

Questo risultato non ha nulla di misterioso. La nuvola di formule nel pannello di destra lo spiega chiaramente, e mi sono permesso di evidenziare il punto chiave: se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, come accade sempre più spesso nelle economie avanzate, i tagli hanno effetti perversi sul rapporto debito/Pil, facendolo crescere. Pensate alla frazione 3/2. Se sottraete uno al numeratore e al denominatore ottenete 2/1, che è maggiore di 3/2, nonostante che per ottenerlo abbiate sottratto qualcosa, invece di aggiungerlo! Ovviamente questo esempio presuppone un moltiplicatore fiscale pari esattamente a uno, ma la logica dell'esempio è chiara e non originale. Mi ero permesso, con un divertissement a fini divulgativi, di anticiparla di un po' più di un decennio nel mio blog:


Ora, questo è un punto di grande attualità e di grande polemica nel dibattito attuale, non solo perché le opposizioni, come è naturale che sia, chiedono al Governo di fare di più per la crescita (nonostante che siamo reduci da un decennio e passa di stagnazione in cui la loro performance non è stata stellare...), ma anche perché le stesse organizzazioni sovranazionali che sono consapevoli del fatto che i tagli, compromettendo la crescita, possono portarci al dissesto, ci chiedono però di farli, non consentendoci di venire incontro ai desideri delle opposizioni! Una situazione piuttosto ingarbugliata, nella quale finora il Governo è però riuscito a tenere una rotta compatibile con quanto ci dice la migliore macroeconomia. Lo si vede in questo grafico che confronta due stime della media di deficit e debito sul triennio 2023-2025: quella fatta dal Fmi nell'aprile del 2023 (cioè la prima elaborata dopo l'avvento del Governo Meloni) e l'ultima, quella fatta nell'ottobre 2025:


Nel 2023 il Fmi prevedeva, o prefigurava, per l'Italia un rientro piuttosto rapido dal deficit, che ci avrebbe portato nel triennio a valori attorno al 3%. In realtà nel 2025 constatiamo che il rientro dal deficit è stato più lento, perché il Governo ha opportunamente approfittato della sospensione delle regole di bilancio, disposta fino al 31/12/2023, per spingere il più possibile sulla crescita. Di conseguenza, mentre nel 2023 il Fmi prevedeva un debito che nella media del triennio superava il 139% del Pil, nel 2025 vediamo che il debito si è attestato un po' sotto il 136%. Naturalmente non è un dato rassicurante, ma è un dato che mostra come questo Governo non abbia commesso l'errore del Governo Monti, quello di anticipare oltremisura il rientro verso l'equilibrio di bilancio, come richiesto all'epoca dalla lettera di Draghi-Trichet dell'agosto 2011. I risultati di quella infausta manovra, denominata "Salva Italia", sono retrospettivamente ben visibili:


e credo che possiamo essere tutti grati a questo Governo di aver tratto insegnamenti da questa non distante e non fausta esperienza storica.

Una seconda riflessione riguarda la natura dell'instabilità finanziaria. Sappiamo ormai da dieci anni che la crisi cosiddetta "dei debiti sovrani" in realtà non era una crisi di finanza pubblica, ma di finanza privata, derivante dalle forti esposizioni debitorie degli Stati periferici dell'Unione verso le banche dei Paesi appartenenti al nucleo finanziario dell'Unione (Francia e Germania). Dal 2015 questa è la visione comunemente accettata anche dagli economisti ortodossi:


e il suo supporto era comunque ben visibile nei dati già dal 2011:


quando mi ero permesso di evidenziare nel mio blog un interessante fatto stilizzato: i Paesi che per primi si erano trovati in situazione di sofferenza avevano avuto nel decennio precedente debito pubblico in calo, o non in crescita (come la Grecia), ma tutti (inclusa l'Italia) avevano avuto un incremento sostanziale del debito estero, che, per inciso, non poteva che essere privato (visto che quello pubblico era diminuito). La vera minaccia per la stabilità finanziaria viene quindi dalle esposizioni debitorie private, come del resto appare evidente sulla base di una banale riflessione: negli ultimi vent'anni ha fatto default solo un Governo dell'Eurozona, quello greco, mentre sono fallite, andando incontro a risoluzione o simili procedure, circa una ventina di banche di un certo rilievo, oltre a svariate banche minori (come le quattro cosiddette "popolari" qui in Italia).

Viene allora utile esaminare quale sia la situazione delle esposizioni finanziarie private, almeno a grandi linee, e in questo ci aiuta il rapporto OCSE sul debito globale:


Mettendo insieme gli emittenti pubblici e privati, lo scorso anno sono stati emessi 25 trilioni di dollari di obbligazioni (il triplo che nel 2007), il che ha portato l'ammontare di debito in circolazione a oltre 100 trilioni di dollari (il Pil mondiale, per memoria, sempre nel 2024 era di 111,3 trilioni, quindi lo stock di titoli di debito privati e pubblici a livello globale è pari al 90% del Pil), e infine circa il 40% dei titoli privati e pubblici (quindi 40.000 miliardi di dollari, circa 17 volte il Pil italiano) dovrà essere rimborsato entro il 2027. Una sfida per le finanza pubbliche, ma soprattutto per quelle private, perché:


è sempre l'OCSE a dirci che mentre dopo la crisi del 2008 l'indebitamento privato ha subito una forte espansione, altrettanto non può dirsi degli investimenti produttivi privati, che sono rimasti al disotto del loro trend di sviluppo storico. I debiti sono stati contratti quindi non per "creare" valore, ma per "distribuirlo" agli azionisti, sotto forma di guadagni in conto capitale derivanti da operazioni straordinarie, di acquisto di azioni proprie, ecc. Questo mette in dubbio la capacità del sistema privato nel suo complesso di ripagare i debiti che ha contratto, e ci lascia con le stesse considerazioni che si sarebbero potute fare nel 2010: la vera minaccia alla stabilità finanziaria resta la qualità del debito privato, più che la quantità di quello pubblico.

Concludo su una terza e ultima riflessione. Le politiche di taglio della spesa hanno impattato anche sulla demografia: questo ormai è evidente e contiene una lezione utile su cosa fare per invertire la tendenza:

La crisi demografica ha ormai portato a un'inversione strutturale della piramide, oggetto di studio e di attenzione per molti e in particolare per me nel mio ruolo di Presidente della Commissione di Controllo Enti Gestori. Il problema è tutt'altro che nuovo. Il tasso di fertilità in Italia è stato in caduta libera dal 1966 al 1995, senza che questo destasse una attenzione comparabile a quella che oggi finalmente il fenomeno merita, poi si è lievemente ripreso (lo si vede nel grafico) e ora sta nuovamente precipitando.

Due osservazioni.

La prima è che se dagli anni '90 fino a pochi anni o mesi or sono di demografia si è parlato troppo poco  credo sia anche perché attorno alla riforma Dini del 1995 è stata creata una narrazione volontariamente o involontariamente fuorviante: quella secondo cui col metodo di calcolo contributivo ogni lavoratore si sarebbe finanziato da sé la propria pensione accumulando un tesoretto di contributi versati di cui beneficiare in vecchiaia. Le cose non stanno proprio così, perché un conto è il metodo di calcolo della prestazione, un ben altro conto il sistema di finanziamento della prestazione. Quest'ultimo è e rimane a ripartizione, per tutti gli enti di primo pilastro, il che significa, in buona sostanza, che i contributi di ogni lavoratore vanno a pagare le pensioni dei pensionati attuali, non di quelli futuri (incluso il lavoratore che versa i contributi). Il passaggio al metodo di calcolo contributivo, in altre parole, non ha significato, e non è logicamente connesso in alcun modo, al passaggio a un sistema di finanziamento a capitalizzazione, dove ogni lavoratore ha il proprio "zainetto" o "tesoretto" di contributi investiti da qualche parte, e a fine corsa può decidere se riscuoterli come rendita o come capitale! D'altra parte, lo stesso contributo versato dal lavoratore o va a finanziare, per ripartizione, le pensioni dei pensionati attuali (nel qual caso non può entrare nello "zainetto a capitalizzazione" di chi versa), o viene accumulato nello "zainetto" o "tesoretto" contributivo di chi lo versa, nel qual caso fin dal 1995 i pensionati dell'epoca si sarebbero viste decurtate le pensioni e si sarebbero recati, muniti di forconi, a Palazzo Chigi. Il fatto che questo non sia successo è la migliore dimostrazione del fatto che il sistema è rimasto a ripartizione.

Ne consegue che la demografia continua a essere dannatamente importante anche in un metodo di calcolo integralmente contributivo (e, aggiungo io, lo sarebbe comunque, anche se il sistema di finanziamento fosse a capitalizzazione, perché per ottenere rendimenti sotto forma di interessi e dividendi occorre che qualcuno crei valore, e il valore non può essere né trasferito né creato da lavoratori che non ci sono).

La narrazione del "mi pago la mia pensione coi miei contributi" (affine a "io c'ho il diesel" del noto comico teatino Maccio Capatonda) temo abbia avuto come infausto effetto collaterale quello di distrarci dal fatto che dal 1976 il tasso di fecondità totale (fertility rate) delle donne italiane è sotto il valore di rimpiazzo di 2,1:


Il sistema contributivo, in definitiva, serviva solo ad arginare questa situazione abbassando il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra la prestazione pensionistica e l'ultima retribuzione percepita. Serviva, insomma, a tagliare le pensioni, come si evince del resto dalle preoccupazioni espresse dallo stesso Dini, che nella relazione introduttiva alla sua riforma si premurava di definire come "socialmente irrinunciabile" un tasso di sostituzione del 61,4% (sappiamo che invece in particolare nel primo pilastro privatizzato i tassi di sostituzione sono in alcuni casi inferiori, e da qui deriva il forte impegno a promuovere forme di previdenza complementare).

Tuttavia, e questo è il punto che voglio evidenziare, quando la piramide demografica è completamente rovesciata, la prospettiva di restituire sostenibilità al sistema pensionistico con tagli delle prestazioni potrebbe rilevarsi illusoria, così come quando il rapporto debito/Pil diventa una frazione impropria è illusorio pensare di ridurlo con tagli alla spesa pubblica. Il motivo è molto semplice: quando la piramide demografica si rovescia, per definizione l'incidenza dei redditi dei pensionati sul totale della domanda aggregata aumenta, e quindi un taglio delle pensioni comporta in re ipsa uno shock negativo su quella domanda interna su cui, secondo le più recenti analisi del Presidente Draghi, sarebbe invece opportuno incentrare, alimentandola, un modello di sviluppo equilibrato. Del resto, se le pensioni scendono al di sotto di un livello "socialmente sostenibile", la differenza si scarica comunque sul bilancio pubblico sotto forma di prestazioni assistenziali. Bisogna quindi riflettere serenamente sul fatto che quando una situazione si è spinta troppo oltre, nonostante che da un lato ciò aumenti l'urgenza di porvi mano, dall'altra può darsi che quella che in tempi ordinari sembrerebbe la soluzione più intuitiva (i tagli) si riveli alla prova dei fatti la meno opportuna. Anche in questo occorrerà esercitare la massima prudenza, e il Governo in carica possiamo dire che finora ha dato prova di averne.


(... questo discorso l'ho fatto in due occasioni, qui e qui, di fronte a platee tanto qualificate quanto ortodosse: asset manager di grandi fondi internazionali, presidenti di casse previdenziali e fondi pensione, e così via. Inutile dire che anche solo tre anni fa una slide come quella sui reali effetti del Governo Monti sarebbe stata accolta da un sordo brusio di riprovazione. Mi ha stupito però vederla accolta da un sollevato mormorio di consenso, che poi più di uno mi ha espresso anche di persona. Questo cambiamento nella communis opinio della gente che conta a cosa è dovuto? A due cose che in linea di principio non vi piacciono - almeno, questo traspare dalla cloaca social: alla nostra persistenza al potere, e al posizionamento del Governo. Non credo dipenda invece dal fatto che finalmente viene ora compreso quello che era tanto semplice, e sarebbe stato tanto opportuno, comprendere ex ante! Su questo, illusioni non me ne faccio: del resto, le stesse organizzazioni sovranazionali che esortano il Governo a fare di più per la crescita poi gli chiedono tagli, e in questa schizofrenia muoversi con accortezza diventa veramente complesso. Registro però il fatto che si comincia a poter dire la verità, anche appoggiandosi ai lavori di chi di questa verità è stato nemico: il Fmi, Uva, ecc. Quello che vi ho sempre detto: sfruttare la forza dell'avversario! Ora bisogna insistere, bisogna che il senso comune diventi quello espresso dalla genuina teoria macroeconomica, anziché dalle squinternate teorie degli sciamani che finora hanno avuto tirannico ed esclusivo diritto di tribuna. Per questo, come vedete, continuo ad accettare inviti in giro per il Paese. Ora è il momento di far riflettere sulle nostre ragioni, visto che per imporle possiamo contare non solo sulla nostra forza, ma, appunto, anche su quella dell'avversario. Questo, e un Signor Presidente della Repubblica non organico al PD, potranno fare molto quando il progetto andrà in decomposizione, come mi pare stia già largamente andando, ed esattamente per i motivi che avevamo prefigurato. Ma di questo parleremo in un altro post...)

(...vabbè, io vado a cucinare: per uno strano allineamento degli astri, più difficile da ottenere dell'avere i partiti euroscettici al 30% nei principali Paesi dell'UE, questa sera siamo tutti a casa...)

lunedì 28 aprile 2025

Un trascurabile dettaglio (130 anni di debito pubblico)

Per aggiungere un trascurabile dettaglio all'analisi svolta nel post precedente, ho esteso il grafico da cui partono Reinhart e Sbrancia:


utilizzando i dati dell'Historical Public Debt Database del Fmi, integrati, a partire dal 2016, con quelli dell'ultimo database del WEO. Per pigrizia non ho ripetuto esattamente l'analisi di Reinhart e Sbrancia, nel senso che invece di prendere la loro definizione di paesi avanzati ed emergenti:


ho utilizzato gli avanzati e gli emergenti del G-20, cioè rispettivamente: Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Corea del Sud, Regno Unito, Stati Uniti (avanzati) e Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africe e Turchia (emergenti). La cosa è meno innocua di quanto potrebbe sembrare, perché le serie aggregate sono calcolate come media aritmetica semplice dei rapporti debito/Pil dei rispettivi gruppi, per cui un Paese insignificante, col Pil di una piccola regione italiana, ma con un rapporto debito/Pil del 300% (in astratto) potrebbe far sballare i conti. Tuttavia, nonostante che i gruppi considerati siano più ristretti di quelli di Reinhart e Sbrancia, le dinamiche sono relativamente simili:


(manca il picco degli emergenti verso il 1991, probabilmente per il problema che vi dicevo), soprattutto per quanto riguarda noi. Nel frattempo, però, è passato del tempo. Aggiungendo i dati del WEO (proiezioni incluse) possiamo estendere lo zoom fino al 2030, e il quadro è questo:


Ora, per capirci, la terza globalizzazione, se la datiamo all'inizio degli anni '80, è iniziata qui:

e il messaggio che emerge da questo grafico, per quanto riguarda noi avanzati, vorrei condensarlo condividendo con voi un momento del cinema italiano più alto e più pregno di insegnamenti:

Diagnosi: una globalizzazione così noi non la reggiamo!

E non noi italiani: noi avanzati! Si vede bene anche dal disegnino (che fotografa la situazione al 2015, ora sarebbe peggio):


Il problema non sono naturalmente le sottocoppe di peltro, o Birillo (che mangia un chilo di macinato al giorno), ma il fatto che l'indipendenza della Banca centrale è intrinsecamente debitogena. Il motivo è molto semplice da comprendere per chiunque abbia familiarità con l'aritmetica del debito pubblico, che si riassume nell'equazione (4):

la cui derivazione è stata spiegata qui e sul cui significato vi ragguaglio brevemente: la formula dice che la variazione (il delta) del rapporto debito/Pil è approssimata dal prodotto della differenza fra il tasso di interesse reale r e il tasso di crescita reale (per gli amici: "la crescita") n, moltiplicato per il rapporto debito/Pil al tempo precedente, cui va sottratto il rapporto avanzo primario/Pil.

Ora, il problema è che l'indipendenza della banca centrale serve ad avere un tasso di interesse reale r positivo e piuttosto alto (per difendere la rendita finanziaria, o per moderare l'inflazione, si cerca di avere un tasso di interesse nominale superiore al tasso di inflazione), e al contempo conduce a un tasso di crescita del Pil basso (per abbattere il debito si cerca di innalzare l'avanzo primario a, ma questo ovviamente deprime la crescita n). L'impatto dell'indipendenza della banca centrale (e più in generale della fine della repressione finanziaria) sul tasso di interesse è ben documentato dalle stesse Reinhart e Sbrancia:


e anche questo grafico andrebbe esteso, perché dopo il 2011 abbiamo avuto una stagione di "tassi zero", ma con inflazione pressoché nulla, e ora le cose sono nuovamente cambiate. Se prendiamo la media dei tassi di interesse reali dei Paesi avanzati del G-20 nei WDI otteniamo questo risultato:


I dati del WDI iniziano nel 1961 e non nel 1945, ma l'andamento è molto simile: una stagione di tassi reali fortemente negativi, seguiti da un innalzamento brusco all'inizio degli anni '80, che poi è da dove i rapporti debito/Pil hanno cominciato a esplodere. Nella stagione dei "tassi zero" il tasso reale era comunque attorno al 2%: solo la sorpresa inflazionistica del 2021-2022 è riuscita ad abbatterli. Il motivo, naturalmente, è che anche se i tassi di policy erano nulli o negativi, quelli di mercato invece no, e con un'inflazione molto bassa, sotto al 2%, non è strano che in media i tassi reali fossero positivi, se pure non elevati come negli anni '80.

Quanto all'impatto sulla crescita delle politiche cortesemente suggerite dalle Banche centrali indipendenti (quindi, ad esempio, qui da noi dalla lettera della Bce di Draghi o dalla troika), esso è sufficientemente noto.

Il problema è che più il debito cresce, più è essenziale che r-n non sia troppo alto, e quindi, alternativamente, o che la rendita finanziaria abbassi le sue pretese (r piccolo) o che si crei più valore (n grande), ma la seconda soluzione (creare più valore) è sfavorita dal capitale, semplicemente perché quando si percorre quella strada si crea occupazione, e i lavoratori, sentendosi tutelati, alzano la cresta. Problema di non facile soluzione, non trovate?

Ad esempio, se d = 1.2 (come a tendere sarà per le economie avanzate), con r al 2% (0.02) e n al 1% (0.01) per non far crescere il debito bisogna avere un avanzo primario pari a 1.2 x 0.01 = 0.012 cioè al 1.2% (i conti sono presto fatti).

Ora, per avere un'idea degli ordini di grandezza e usando lo stesso metodo un po' barbaro delle medie aritmetiche semplici, il fattore r-n (quello che gli eruditi chiamano lo snowball factor, l'effetto "palla di neve", perché descrive in che condizioni la crescita del rapporto debito-Pil tende ad autoalimentarsi, come una valanga: semplicemente, quando la spesa per interessi sovrasta la diluizione del rapporto dovuta alla crescita...) nelle economie avanzate del G-20 ultimamente è stato una cosa così:


Si vede bene che siamo passati da valori negativi, prima degli anni '80, a valori in media positivi.  L'ordine di grandezza dall'inizio del secolo è di circa l'1%, quindi vale quanto ci siamo detti sopra: per annullare la crescita del debito occorrono avanzi primari protratti attorno all'1.2%.Il punto meriterebbe un maggior approfondimento anche statistico, ma insomma si capisce che quello che ci siamo detti del nostro Paese, perché lo confessava l'artefice del divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, cioè che la crescita del debito è stata innescata da un innalzamento repentino di r-n, dovuta al fatto che il Tesoro era costretto a finanziarsi sui "mercati", e per sembrare credibile doveva fare politiche di contenimento della crescita e dell'inflazione, sembra essere una storia condivisa.

È anche una storia che ci ha portato da debiti pubblici in media attorno al 40% a debiti bene avviati verso il 120%, cioè a triplicare le dimensioni del debito in termini di Pil. Niente male, vero? Evidentemente non tutti sono riusciti, come siamo riusciti noi, ad avere una serie protratta di avanzi primari (che comunque non ci è servita a molto quando è arrivata la crisi del 2009, distruggendo in un attimo dodici anni di sacrifici).

Ora, il punto è esattamente questo: quanto più grande è lo stock di debito accumulato, tanto maggiore deve essere, a parità di altre condizioni, la quantità di risorse da destinare al suo servizio, cioè la quantità di entrate dello Stato che il Governo deve destinare ai detentori dei titoli (alla rendita finanziaria).

Non devo spiegarvi come si interseca questo discorso con quello che facevamo ieri. Non devo farlo io, perché lo hanno fatto nel loro paper Reinhart e Sbrancia! Siamo (noi advanced) a un livello di debito pari a quello con cui siamo usciti dalla Seconda guerra mondiale. La pandemia ha dato una bella spinta verso il 120%, ma già prima eravamo in crescita al 100% e oltre. Ora, o ci avventuriamo verso livelli giapponesi, ma bisogna esserci portati, o le strade, come spiegano le nostre autrici, sono tre: il default (come bancarotta vera e propria o come ristrutturazione del debito), l'iperinflazione, o la "repressione finanziaria" (regolamentazione dei mercati finanziari, e in particolare della banca centrale). Mi riferisco, più precisamente, alle strade intraprese storicamente, perché, come notano le autrici, in teoria ci sarebbero altre due opzioni, che però sono mutuamente esclusive: l'austerità o la crescita. Della prima abbiamo visto in pratica che non funziona, e della seconda abbiamo visto che è difficile averla con una banca centrale indipendente che ti chiede austerità e ti tira su il tasso di interesse.

Come sta andando con i dazi lo avete visto: "Potevate avere la rivalutazione o i dazi, vi siete opposti ai dazi, avrete tutt'e due!" Qui a tendere l'alternativa è fra default o "repressione finanziaria" (in particolare come mitigazione dell'indipendenza della Banca centrale). Non avrei dubbi su cosa scegliere, ma vedrete che si farà di tutto per fare la scelta peggiore. Se però non ci si riuscisse, se per una volta il buon senso prevalesse, ecco che si metterebbe finalmente in discussione la strana idea per cui uno Stato deve affidare la propria politica monetaria a un'istituzione, la Banca centrale, il cui scopo è fare lo sgambetto al ministero del Tesoro nell'interesse di pochi e non rispondendo a nessuno, e di motivi per metterla in discussione, questa strana idea, ce ne sono svariati: non solo, come sapete, agendo a modo loro le banche centrali indipendenti si sono dimostrate incapaci di raggiungere i propri obiettivi di inflazione e hanno ostacolato l'obiettivo di crescita, ma, come vi ho mostrato oggi, hanno anche creato un discreto problema di sostenibilità del debito in giro per il mondo!

Certo, non si può dire.

Ma non dobbiamo dirlo noi: lo dicono i dati!

Concludendo, quindi, la rinuncia al dogma della Banca centrale non è necessaria solo per evitare che riparta la giostra degli squilibri globali, come ci dicevamo ieri qui e questa mattina in diretta, ma anche per evitare che il debito si avviti definitivamente su se stesso. Ciò richiede un ambiente di crescita moderatamente inflazionistica, come quella che Trump vuole realizzare negli Usa rimpatriando le filiere strategiche, e noi dovremmo realizzare qui (ma potremo farlo solo abbandonando il delirio green e facendo un discorso pragmatico sulle fonti di energia).

Questo lo teniamo da parte per i prossimi quattordici anni, e vediamo se invecchierà bene come quest'altro. Non so se augurarmelo...


(...anch'io ho sofferto! Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d'ora...)

domenica 19 maggio 2024

Il terzo Reichlin

Quest'oggi il professor Pietro Reichlin fornisce su La Stampa un resoconto della storia del debito pubblico italiano strabiliante per sciatteria, demagogia, travisamento dei fatti e ignoranza della letteratura scientifica.

Dov'è la sorpresa, chiederete voi?

Ma, in effetti non c'è grande sorpresa: per lunghi anni ci siamo al contempo esilarati e amareggiati nel constatare la qualità estremamente povera degli editoriali economici propinatici dalla stampa sedicente "credibile". La Stampa, poi, quella con la "S" di serpente maiuscola, veniva chiamata "la busiarda" da chi la conosceva (perché la subiva) ben prima che i pozzi della democrazia venissero avvelenati dalla necessità di ossequiare il regime europeista. Quando non avevo ancora di peggio da fare, di tanto in tanto mi divertivo a decostruire per voi qualcuno di questi capolavori di arte povera, caratterizzati pressoché invariabilmente dal fatto che l'artista di turno si esprimeva in materia non sua (ricorderete il caso di Boeri), o apparteneva alla categoria degli economisti ad h-index basso o nullo. Una categoria che, per non so bene quale motivo (forse per affinità culturale e intellettuale), incontra gli incondizionati favori delle redazioni "importanti" (quelle salvate da Draghi col salvataggio dell'INPGI, per capirsi).

Intendiamoci: fin dall'inizio credo vi fosse chiaro, come lo era a me, che io giocavo in un altro campionato. Come si era capito fin da questo episodio, al mondo accademico italiano mancavano quei presupposti di equilibrio e correttezza necessari perché dal confronto fra due tesi scaturisse un passo avanti verso la verità. Passo avanti, peraltro, inutile, perché, come con grande scrupolo vi documentai fin dall'inizio, in questo caso la verità scientifica era ampiamente nota e documentata. Non era quindi quella l'arena in cui sarebbe stato utile confrontarsi, ed è per questo che dopo le esperienze di sbilanciamoci e de lavoce.info spostai il Dibattito qui, a casa sua. Esattamente come quando Claudio Borghi ingaggia un troll su Twitter, nell'ingaggiare qualsiasi esponente dell'accademia italiana il mio intento era (e resta) puramente e semplicemente didattico. Non trovavo particolare costrutto nell'accordare dignità di interlocutore a chi faceva nel discorso pubblico affermazioni contrarie ai dati e alle tesi che nel discorso scientifico si ritengono comunemente fondate e che vengono riportate come tali nei manuali universitari. Spiace per chi si è accorto di queste dinamiche solo con la pandemia: esse esistono da sempre e pervadono qualsiasi settore dell'accademia, in misura non necessariamente correlata all'entità degli interessi economici sottostanti. Tuttavia, l'uso di uno sparring partner più o meno attrezzato favorisce indubbiamente il percorso di comprensione di chi alla materia economica si accosta dall'esterno. A livello dialettico e argomentativo, la verità storica dei fatti emerge più nitida dalla rettifica documentata di racconti artefatti, il ragionamento economico scaturisce più limpido quando lo si usi per evidenziare le contraddizioni di argomenti estemporanei e faziosi. A livello politico, poi, era e rimane sempre utile vedere in che modo il regime cerca di impostare il suo frame comunicativo, la sua narrazione, servendosi dei suoi Kindersoldat dal maggiore o minore prestigio reale o percepito. Lo si può imparare anche dai troll su Twitter, ma certo se parla il pupazzo Giavazzi del ventriloquo Draghi, se parlano individui dotati di un'autorevolezza o di titoli reali o presunti, se parla il rampollo di un'illustre dinastia, la rilevanza politica del messaggio è proporzionalmente più rilevante.

I Reichlin

Che il campionato in cui gioco sia un altro prima poteva essere evidente a pochi, ma ormai è evidente a tutti: da Presidente di bicamerale ho poco tempo da perdere con le esternazioni più o meno farlocche in cui quotidie mi imbatto in rassegna stampa. Oggi faccio un'eccezione, per completare in qualche modo una ideale trilogia. Su questo blog ci siamo infatti occupati a fondo del primo Reichlin, Alfredo, e della seconda Reichlin, Lucrezia. Mancava un'attenzione specifica al terzo, Pietro, e la daremo oggi, sempre con intento didattico, sine ira et studio, pro veritate.

Era stato Davide Bortoletto, uno dei tanti che ci hanno lasciato per strada (ma che nessuno ricorda più: io sì...) ad attirare la nostra attenzione su un articolo in cui il buon Palombi, ispirato dal nostro lavoro, era andato a consultare i verbali delle discussioni interne al PCI prima dell'adesione allo SME, mettendo in risalto una esternazione particolarmente significativa del primo Reichlin, Alfredo.

Da  dove partiva questo interesse del buon Palombi?

Da una cosa che mi era stata detta da Vladimiro Giacché la primissima volta in cui lo incontrai di persona, in un bar di viale Parioli (un episodio che dovrebbe esservi noto: lo raccontai qui). Ci dicemmo tante cose (e l'un l'altro abbracciava), ma quella che mi rimase impressa fu la richiesta di Vladimiro di ritrovare la dichiarazione di voto di Napolitano contro l'entrata dell'Italia nello SME, il sistema di cambi fissi ma aggiustabili antesignano della moneta unica. All'epoca (sarà stato il 2012), Napolitano era il Capo dello Stato e rappresentava quindi, in virtù di una modifica non scritta né votata da alcuno dell'art. 87 Cost., l'unità europea. Era difficile immaginare nel 2012 che nel 1978 Napolitano avesse potuto esprimersi con la lucidità e la competenza di uno Stiglitz o di un Krugman sui costi che ci sarebbero stati inflitti dai conati di unificazione monetaria. Eppure, gli atti parlamentari sono ancora lì, li abbiamo compulsati più volte: nella seduta, per molti versi drammatica, del 13 settembre 1978, Napolitano tenne il discorso che ritrovate al pag. 24992 dello stenografico, e che io, bastardamente, parafrasai dalle pag. 238 e seguenti del Tramonto dell'euro, nel paragrafo intitolato "Sapevano". Suggerisco di rileggere discorso e parafrasi, ma insomma, la consapevolezza dei rischi determinati dall'Unione monetaria, se pure nella forma attenuata di cambio fisso ma aggiustabile, nei comunisti era assolutamente piena. In aula la esprimevano col garbo del migliorista Napolitano:


(a pag. 24995 dello stenografico), ma fra di loro, nelle riunioni interne di partito, che Palombi ebbe il merito di riproporci in questo articolo, erano molto più espliciti! “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia”, diceva il Barca padre (Luciano, da non confondere col figlio che è molto migliore come alpinista che come economista: ve lo dico con ammirazione - per l'alpinista!). Vi ricorda qualcosa? Beh, dovrebbe: è esattamente, in estrema sintesi, il discorso di Draghi a La Hulpe:


Deflazione (lower wage costs) e recessione (procyclical fiscal policy) antioperaia (undermining our social model). Questa è l'Unione Europea nel momento in cui le si aggiunge una irreversibile ma insostenibile unione monetaria, e questo era ben chiaro ai comunisti veri (non ai democristi che oggi voi chiamate comunisti)!

E il primo Reichlin, lui, aveva capito?

Dai verbali di queste discussioni a metà fra Guareschi e Varoufakis la sua figura emerge in un flash rivelatore: intervenendo nel dibattito interno dopo il voto favorevole dell'Italia riferisce che “poco fa mi ha telefonato da Berlino Gerardo Chiaromonte e dice che i giornali della Germania Ovest sono in festa!” Se ne stupiva, poverino! I tedeschi ci avevano appena legato le mani dietro la schiena per poterci randellare meglio, e di questo erano consapevoli sia Napolitano che Luigi Spaventa che Barca senior (e tanti altri, posso immaginare). Cosa c'era di stupefacente nel fatto che gioissero della nostra ingenuità?

Della seconda Reichlin, e della sua folgorante intuizione che gli interessi della Germania fossero diversi da quelli del resto dell'Europa (c'era voluta una generazione per arrivarci...) parlammo a suo tempo, nel lontano 2012.

Oggi ci occuperemo dell'ardita tesi del terzo Reichlin, secondo cui alla radice del debito pubblico italiano ci sarebbe niente meno che il populismo...

Sparale, Pietro, sparale ora...

Vi sottopongo in sintesi, prima di confutarle, la raffica di audaci argomentazioni sparate dal Prof. Reichlin sulla busiarda odierna.

Dunque: "In questi ultimi anni tutti i Paesi hanno accresciuto il proprio debito, ma l'Italia insieme alla Grecia rappresenta il caso anomalo". La valutazione ideologica sulla maggiore o minore opportunità dell'intervento pubblico nell'economia non c'entra e non spiega il fenomeno perché "i paesi scandinavi hanno scelto un modello sociale molto costoso, ma hanno anche una pressione fiscale elevata e un debito contenuto". Quindi "la traiettoria del debito pubblico italiano è lo specchio della nostra storia politica", e naturalmente, ça va sans dire, di "un'ideologia populista che ignorava i vincoli di bilancio". Il superbonus è un problema ma "la verità è che i politici che ci hanno governato negli anni '70 e '80 sono stati più irresponsabili di quelli recenti". Il debito italiano è cresciuto ininterrottamente "dall'inizio degli anni '60 fino al 1996, quando siamo entrati nell'Unione monetaria". Da lì in avanti il debito "scende leggermente, per poi risalire dopo la crisi del 2008, principalmente per effetto della crisi economica e della pandemia". Dopo una breve disamina dei due elementi della dinamica del debito pubblico, che noi abbiamo esaminato nell'equazione (4) di questo post:

(una disamina molto divulgativa, quella del Prof. Reichlin: io, a differenza di lui, ho pubblicazioni specifiche in tema di sostenibilità del debito, ma di "effetto palla di neve" ho sentito parlare solo in questo film:

e mi è bastato), il Prof. Reichlin afferma che "il fenomeno straordinario che caratterizza l'economia italiana dagli anni '60 a metà degli anni '80 è che l'effetto palla di neve è stato sempre negativo", cioè, in termini civili, che nell'Eq. (4) r è sempre stato minore di n, ovvero che il tasso di interesse reale è sempre stato inferiore alla crescita reale (o, se volete, la crescita superiore al tasso di interesse). Se si fosse mantenuto un saldo (lui dice "bilancio", traducendo dall'inglese balance) primario vicino al pareggio (tradotto: se a fosse stato approssimativamente nullo) "oggi avremmo un debito pubblico piuttosto basso". E questo è indubbio. "È accaduto, invece, che dal 1964 fino al 1992-93 (fino agli accordi di Maastricht) il saldo di bilancio primario è stato sistematicamente negativo", il che significa che fino alla metà degli anni '80 i governi "hanno finanziato la spesa pubblica senza adeguare la pressione fiscale, contando su una specie di patrimoniale nascosta". Certo, le spese andavano fatte, perché altrimenti non avremmo avuto il SSN o la cassa integrazione, ma "sono spese che abbiamo messo a carico dei nostri figli e nipoti". "Dalla fine degli anni '80 il mondo è cambiato" perché l'apertura delle frontiere alle transazioni finanziarie ha trasformato la "palla di neve" in un "vero e proprio macigno" (leggi: dalla fine degli anni '80 r è diventato maggiore di n). "Tra il 1992 e il 1998 il peso degli interessi passivi sul bilancio dello Stato è aumentato a dismisura, e ha iniziato a calare solo con l'inaugurazione dell'Unione Monetaria". Così, oggi la difficoltà di ridurre il debito è dovuta al fatto che "cresciamo poco e siamo sempre più anziani". Quindi per non far ripartire la "palla di neve" fra un paio d'anni dovremo portare l'avanzo primario al 4% del Pil, altrimenti iMercati ci puniranno con lo spread, e non si capisce bene come "i partiti" vogliano praticare questa salutare terapia di austerità.

Intermezzo

Per uscire un attimo dal bar di Guerre stellari, rifatevi le orecchie con un'analisi un po' più sfaccettata:

Vi aiuterà, oltre che a sopportare il male di vivere, a seguirmi meglio nel resto del discorso.

I dati hanno la testa dura

Vorrei intanto rettificare le imprecisioni più pacchiane (e ideologicamente orientate) del ragionamento svolto dal terzo Reichlin.

In primo luogo, non è assolutamente vero che l'avere un tasso di interesse reale inferiore al tasso di crescita reale fosse un "fenomeno straordinario che caratterizza l'economia italiana". Questa affermazione dimostra una disarmante ignoranza della letteratura più basilare sulle tendenze del debito nel XX secolo. A confutarla, basta una lettura anche superficiale di un saggio che qui abbiamo studiato in profondità e con profitto, The liquidation of government debt, di Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (noi abbiamo per lo più fatto riferimento all'identica versione pubblicata nei working papers della Banca dei Regolamenti Internazionali), poi pubblicato qui e citato 803 volte (come faccia il terzo Reichlin a igNorarne l'esistenza è un mistero). La Figura 2 di questo saggio:

riporta l'andamento di r calcolato come media del gruppo dei paesi avanzati (in arancione) ed emergenti (in verde). Si vede immediatamente come il cambiamento di struttura da tassi di interesse reali fortemente negativi a tassi di interesse reali fortemente positivi sia stato un fenomeno generalizzato, globale.

In secondo luogo, non è assolutamente vero che questo fenomeno si sia manifestato "alla fine degli anni '80": è ben evidente come il punto di svolta sia nei primissimi anni '80, in molti casi fra il 1981 e il 1982.

Gestisco al volo qualche obiezione, prima di spiegare perché è così importante situare correttamente questo cambiamento di struttura.

Prima obiezione: il terzo Reichlin non parla di tasso di interesse reale, ma, correttamente [aggiungo io], di differenziale fra tassi di interesse e di crescita reali. Confutazione: non cambia assolutamente nulla, per un dato sufficientemente noto ai professionisti: la maggiore volatilità delle variabili finanziarie rispetto a quelle reali, che implica come la variazione di r-n sia dominata dalla variazione di r, che tipicamente è di parecchi punti superiore alla variazione di n. Quindi il profilo del tasso di interesse reale e quello del coefficiente r-n saranno sostanzialmente identici. Per soddisfare le lecite curiosità, sono andato sul database "Public finances in modern history" del Fondo Monetario Internazionale, ho calcolato l'andamento di r-n per i Paesi che vengono proposti di default (Stati Uniti, Francia, Giappone, Regno Unito, Svezia, Spagna, Italia, Sud Africa, India), ne ho preso la media, e il risultato è questo qui (dal 1950):


Come di consueto, quando un giornalone predica una anomalia italiana (che so: il numero eccessivo di PMI? Il peso schiacciante della corruzione? Ecc.), il riscontro coi dati restituisce un'Italia sostanzialmente allineata al comportamento delle economie a lei affini, e in questo caso anche di economie piuttosto distanti strutturalmente e geograficamente. Vi lascio esercitare nel cherry picking quanto volete, difficilmente, a meno di mettere insieme Vanuatu, Andorra e Panama (dico a caso) troverete qualcosa di diverso. Il cambiamento di struttura è lì, è ben noto che sia lì, si chiama terza globalizzazione (lo sanno tutti), o fine della "repressione finanziaria" (per usare i termini di Reinhart e Sbrancia), è stato un cambiamento globale, l'Italia non era un'anomalia prima, quando aveva un r-n negativo, non era un'anomalia dopo, quando ha avuto un r-n positivo, e il segno di r-n è cambiato all'inizio e non alla fine degli anni '80, come sanno tutti (tranne uno).

Altra affermazione che gli addetti ai lavori sanno essere imprecisa: quella che il debito pubblico sia cresciuto ininterrottamente dagli anni '60 fino al 1996 "quando siamo entrati nell'Unione monetaria":


Non è così, e non solo perché come qui sapete non siamo entrati nell'Unione monetaria nel 1996 (eventualmente, a voler fare i sofisticati senza citare la data ufficiale del 1999, l'ingresso sarebbe avvenuto nel 1997, stante l'obbligo di "partecipare al meccanismo di cambio (ERM 2) per almeno due anni senza deviazioni di rilievo rispetto al tasso di cambio centrale dell'ERM 2"), ma soprattutto perché nel 1975 il debito pubblico era al 58% del Pil e nel 1981 al 57% del Pil. Sei anni di stasi, anzi, di lieve regresso, non quadrano con una crescita ininterrotta, siete d'accordo? Tornerei anche sulla strana asserzione secondo cui la crescita del rapporto debito/Pil è stata ininterrotta fino al 1996 "quando siamo entrati nell'Unione monetaria". Ovviamente non è un refuso: è solo accecamento ideologico che prevale sul dato fattuale. In realtà il rapporto debito/Pil ha cominciato a flettere dal 1995, scendendo al 119% del Pil dal massimo relativo del 121% raggiunto nel 1994. Ma nel 1995 non solo non c'era l'Unione monetaria (ma come si fa? Come si fa a far scrivere una roba simile su un giornale? Come si fa!?)! Non c'erano nemmeno le assurde regole del Patto di stabilità e di crescita, che furono promulgate nel 1996 e che, in tutta evidenza, non erano all'origine di un cambiamento di tendenza avvenuto prima che entrassero in vigore.

Basta?

No, ovviamente.

Perché chi è del mestiere (e quindi non scrive sui giornal-

oni, ma ha un h-index Scopus a due cifre) sa benissimo che non è vero che "tra il 1992 e il 1998 il peso degli interessi passivi sul bilancio dello Stato è aumentato a dismisura, e ha iniziato a calare solo con l'inaugurazione dell'Unione Monetaria." Anche qui, ci soccorre coi dati il sito del Fmi:


Il punto di svolta non si è registrato nel 1999, con l'inaugurazione dell'Unione monetaria, ma molto prima, dopo il 1992, quando lo sganciamento dallo SME permise di abbandonare la politica di tassi di interessi elevati necessaria per mantenere l'aggancio valutario della lira alle valute "forti" del sistema (i tassi di interesse elevati servivano infatti ad attrarre capitali, sostenendo così le quotazioni della lira, come spiegato in lungo e in largo parlando delle lievi imprecisioni del Corsera). All'inaugurazione (?) dell'Unione monetaria, cioè nel 1999, i tassi si erano già quasi dimezzati (6.64%) rispetto al picco del 1993 (12.65%), e da lì in avanti gli ci vollero quasi vent'anni per dimezzarsi ancora (alla faccia delle virtù salvifiche dell'Unione...).

A questo punto la domanda diventa: comprereste un'analisi usata da un uomo che dimostra così poca padronanza dei fatti?

La risposta ovviamente è: no, ma spero che quello che aggiungerò non vi sembri del tutto superfluo.

Perché ora?

Ecco: la domanda dalla quale conviene partire è sempre questa. Perché scomodare ora l'illustre riservista, il terzo Reichlin, per difendere col Panzerfaust di un racconto privo di basi fattuali solide la solfa che siamo abituati a sentirci raccontare da un altro economista single digit, l'ex senatore Cottarelli? Quella secondo cui siccome ci abbiamo il debito è indispensabile fare avanzi primari, cioè infelicitare le generazioni presenti, per alleviare il peso sulle spalle delle generazioni future? Una solfa priva di basi logiche, come qui abbiamo sostenuto con ampio anticipo rispetto al Fmi, partendo dalla semplice constatazione che la spiacevole aritmetica delle frazioni improprie implica che tre mezzi siano inferiori a due interi, motivo per cui voler ridurre il debito/Pil coi tagli quando il rapporto supera il 100% è un'operazione altrettanto intelligente del mettersi con i piedi in un secchio e tirarne su il manico sperando di ritrovarsi al piano di sopra (la prima spiegazione era qui, la seconda spiegazione, confortata - per i coglioni - dall'auctoritas del Fondo monetario internazionale è qui).

Beh, il motivo per cui questa narrazione va ribadita, infarcendola con lievi imprecisioni fattuali, casualmente tutte orientate a dimostrarci le virtù salvifiche dell'Unione monetaria, è molto semplice: perché la coppia ventriloquo-pupazzo negli ultimi due mesi l'ha mandata in cocci.

Le implicazioni del discorso di Draghi a La Hulpe sono infatti molto chiare. Come ho evidenziato alla presentazione della relazione di verifica del CIV dell'INPS, e poi ad Acireale:


le parole di Draghi sono dannatamente chiare. Lo abbiamo sottolineato sopra: completare una unione economica con una unione monetaria, cioè con un meccanismo di "recessione e deflazione antioperaia", determina inevitabilmente un trade-off fra competitività e sostenibilità. Se il recupero di competitività può passare solo attraverso le politiche di repressione dei salari e degli investimenti, allora è inevitabile che ogni shock esterno venga amplificato dall'unione monetaria, determinandone quell'avvitamento al ribasso che è nei dati, e mettendo in maggiore difficoltà i Paesi con rilevanti esposizioni debitorie, i cui rapporti al Pil esplodono non perché non si facciano "bilanci primari", ma perché il Pil si ferma.

Questo è il dato che i nobili rampolli, e i trasognati antesignani, di certe illustri genealogie intellettuali non capivano ieri (a differenza dei Barca e dei Napolitano) e non vogliono ammettere oggi (a differenza dei Draghi e dei Giavazzi): il fatto che se la gestisci come dice il terzo Reichlin, cioè con l'austerità, l'unione monetaria è semplicemente la lotta di classe al contrario: un gigantesco trasferimento, via interessi sul debito, di valore dalle classi subalterne alla rendita finanziaria, senza alcuna speranza di redenzione, perché lo scopo del gioco non è quello, ma è continuare a redistribuire reddito dai salariati ai rentiers, sollevando questi ultimi perfino da quel minimo obbligo di cortesia che consisterebbe nel ringraziare!

Se entriamo poi nel merito della ricostruzione storica che il terzo Reichlin ci offre, tutta improntata al mantra grillino del "se sò magnati tutto", anche trascurando il fatto che quello del 110% non è un buon esempio, perché è proprio in corrispondenza di quell'obbrobrio e della corrispettiva esplosione del deficit che il rapporto debito/Pil è sceso come non poteva non fare, non è per nulla irrilevante l'aver spostato l'inizio della terza globalizzazione alla fine degli anni '80. L'intervento di Vladimiro è illuminante in questo senso. Quando nel 1978 Napolitano in pubblico e Barca in privato contestavano l'opportunità di entrare a passo di corsa nel Sistema Monetario Europeo, rintuzzando (senza grande sostegno di parte di Berlinguer) il terrorismo di La Malfa, secondo cui un ritardo, o un diniego, avrebbe determinato catastrofi (la solita solfa sentita mille volte, e che solo noi siamo finalmente riusciti a smentire, quando abbiamo dimostrato coi fatti che dopo il "NO" al MES non è successo un accidenti di nulla), quando il Pci votò contro, non poteva sapere quanto avrebbe avuto ragione di farlo! In effetti, tre anni dopo quel voto sarebbe arrivato il Volcker shock, il vero responsabile del cambio di segno di r-n. L'adozione di un cambio sopravvalutato a partire dal 1979 non poteva non riflettersi sulla dinamica delle esportazioni:


che infatti scesero da un tasso di crescita dall'8% (nel periodo 1970-1978) al 3.6% nel decennio successivo. Questo risultato i comunisti se lo aspettavano (con la notevole eccezione, forse, di quello che pareva stupirsi del fatto che in Germania gioissero), ma pensavano di poter compensare lo strozzamento di una fonte di domanda (le esportazioni) con l'incremento di un'altra fonte di domanda (gli investimenti pubblici). Questo è quanto era successo ad esempio nel 1975, dove a fronte di una recessione globale il deficit era stato spinto fino al 7.5% del Pil (come ricorderete, senza determinare un'esplosione del rapporto debito/Pil). Così, fra il 1978 e il 1981, il deficit primario si attestò su una media del 4.1%, superiore alla media storica post-bellica, che dal 1946 al 1978 era stata del 2.2%.

Ma evitare la recessione compensando il calo dell'export con spesa pubblica corrente e in investimenti divenne sostanzialmente impossibile dopo che i tassi di interesse reali, fra 1980 e 1982, erano aumentati di 10.2 punti! Questo non se l'aspettavano, loro. L'autore del divorzio fra Tesoro a Banca d'Italia, cioè del provvedimento che nel 1981 impedì de facto alla Banca d'Italia di finanziare a bassi tassi il Governo, invece se lo aspettava e come! Lo dice e lo rivendica nel suo noto articolo: "Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l'escalation della crescita del debito pubblico rispetto al prodotto nazionale". Naturalmente, e, aggiungo: deliberatamente! Vedete infatti come tutti i protagonisti di quel periodo avessero all'epoca una consapevolezza piena della posta in gioco e delle dinamiche oggettive in atto, con la possibile eccezione dei padri di quei figli che ancora oggi ce le raccontano come fossero una favoletta di Andersen?

E invece sono lotta di classe, una cosa con cui loro, gli intellò, non si sono mai sporcati le mani, e oggi non si sporcano più nemmeno la bocca.

Voi ovviamente capite: impedire al Governo di compensare senza costi finanziari eccessivi il calo della domanda estera, e quindi, in definitiva, reprimere la domanda interna prociclicamente, in un momento in cui si era repressa quella estera aderendo al Sistema monetario europeo, aveva il nobile scopo di ridurre l'inflazione, quella che il terzo Reichlin chiama "una patrimoniale occulta". Sì, certo, l'imposta da inflazione, i professionisti lo sanno, è un trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori: una "patrimoniale" sui detentori del debito pubblico, che però, all'epoca, erano ancora operatori interni, i quali in fondo accettavano, consapevoli o meno, il patto sociale implicito in questo trasferimento, perché era un patto che consentiva alle ruote di girare. Il tentativo di restare in equilibrio su una bicicletta ferma è quello che ha portato all'esplosione del debito negli anni '80 e anche in anni recenti. Perché, e qui è difficile non presumere la malafede del terzo Reichlin, non è vero che dal 2008 il debito sia cresciuto per la crisi economica e per la pandemia. La crisi Lehman l'ha portato dal 103% al 120% del Pil, ma poi Monti l'ha portato dal 120% al 136% del Pil. Il terzo Reichlin, nella migliore delle ipotesi, questi dati non li ha visti, ma a me sembra più probabile che non voglia vederli, perché se li vedesse dovrebbe fare i conti con una realtà che non quadra con il raccontino delle virtù salvifiche dei sacrifici, degli avanzi primari al 4% in un Paese in cui il rapporto debito/Pil è una frazione impropria e in cui spingere sul deficit in caso di crisi non ha mai causato un aumento folgorante del rapporto debito/Pil: non lo ha fatto nel 2021 come non lo ha fatto nel 1975.

Ci sarebbero altre sfumature da sottolineare, ma lo farete voi nei commenti, o lo farò io rispondendovi: ora sto arrivando a Perugia e devo lasciarvi. Qui il dato è uno solo: la loro narrazione si è sbriciolata contro i fatti, la nostra analisi è ogni giorno confermata dai fatti, e altrettanto lo è la linea politica che siamo riusciti a proporre ai nostri compagni di strada: più Italia! Insistere è servito, e ora dobbiamo imprimere un corso diverso agli eventi. So che lo sapete e che ci aiuterete a farlo. Ci vediamo a Perugia...

mercoledì 15 maggio 2024

Nichilismo e pensioni

(...oggi ho spiegato su Facebook un paio di cose su come funziona "er monno", a beneficio dei tanti amici - del PD - che ci soccorrono coi loro consigli disinteressati:


"Er monno de #aaaaabolidiga" funziona come tutti gli altri mondi, come tutte le altre esperienze di vita sociale: ci sono fasi, e ci sono ruoli. Quello che vedete "da fuori" è la declinazione di questa semplice verità, alla portata di tutti voi, perché ognuno di voi ha una vita sociale, che attraversa fasi, e in cui riveste ruoli, che mutano con le fasi. Ad esempio, in una fase come questa, in cui la principale emergenza è senz'altro quella democratica, è del tutto naturale che per conquistare consenso si coinvolga chi ha saputo porre questo tema all'attenzione di tutti con un libro che nei fatti è una difesa appassionata e lucida del diritto di esprimere il proprio pensiero. Quando l'emergenza era quella economica, cinque anni dopo che la mannaia dell'austerità era calata amputandoci la crescita, incombeva agli economisti il compito di esporsi al fronte, era quello il loro ruolo. Ora la fase è cambiata. I "mercati" (sarebbe meglio dire: i mercanti) non ci hanno ucciso, seguire i loro consigli ci ha debilitato, come ampiamente previsto qui, ma agli altri sta andando peggio e non siamo sotto attacco. La minaccia più imminente deriva oggi dal fatto che dopo il suo infame tradimento, quello con cui ha consegnato ai mercanti i suoi elettori, perché venissero stritolati da queste politiche:


(ricordo che le parole sono di Draghi) la sinistra ovviamente non trova spazi argomentativi al di fuori della delegittimazione e della tacitazione in qualsiasi modo e al costo di qualsiasi violenza dei suoi interlocutori. Tutte cose che qui abbiamo già visto e subito, come ricorderete. Ma la stessa perdita di freni inibitori che porta la sinistra a parlare liberamente di guerra (santa, va da sé) la porta a non distanziarsi da atti di squadrismo sempre più violenti: non dobbiamo farci illusioni, nessuno scenario va escluso, in nome del Leuropa o de Ilclima immagino che qualcuno possa senza troppe remore giustificare o propugnare perfino la lotta armata, se il buongiorno si vede dal mattino, e allora forse è opportuno che l'attenzione non dico passi, ma si allarghi anche a questi temi di libertà, che qui sono sempre stati centrali, ma trattati in una chiave volutamente elitaria (li grafichi, 'e tabbelle, ricordate? Tutte quelle cose che gli amici - del PD, come poi s'è capito - mi dicevano di non mettere, altrimenti il mio discorso non sarebbe stato coinvolgente...).

Altro esempio: oggi, come dieci anni or sono, sarà Claudio il nostro candidato, e come dieci anni or sono oggi ripeterei e ripeterò la mia stessa identica dichiarazione di voto di dieci anni fa, che, al rileggerla, mi sembra non abbia poi perso freschezza. Certo: alcune cose sono cambiate, è sufficientemente ovvio. In particolare, sono ritornato sulla mia scelta di non impegnarmi in un ruolo politico, nonostante che sia ancora del tutto sottoscrivibile il fatto che in Italia ci sia, cioè ci sarebbe, bisogno di una voce autorevole, ma indipendente e terza. Alla terzietà ho rinunciato: ho barattato un po' dell'autorevolezza che mi derivava dal non essere parte in causa con una quantità insospettata di conoscenza del funzionamento della macchina. Alla fine lo scambio è stato vantaggioso, e ora il mio ruolo non è più quello di alfiere, ma di uomo macchina, e a quel ruolo mi dedico, con disciplina e abnegazione, contro le previsioni di chi, imputandomi un narcisismo irredimibile, pronosticava una mia inguaribile incapacità di stare al posto mio. L'alfiere ancora oggi è Claudio, e la scelta di questo ruolo, che Claudio sta assolvendo con la consueta abnegazione e genialità (guardate ad esempio #ilComunepiùBorghidItalia:


scaturisce anch'essa dai ruoli che la squadra ci ha assegnato. Da Presidente di una bicamerale delicata era più opportuno che mantenessi un profilo "basso", perché questo mi consente di intervenire in modo sufficientemente chiaro nelle sedi istituzionali senza che mi venga contestato il movente di una facile cattura del consenso:


e così al fronte la community schiera Claudio. Ognuno di noi si impegna in squadra nel ruolo - visibile o non visibile - che chi ci coordina ci attribuisce. La nostra forza è questa, e le accozzaglie di fetecchie narcisiste che si propongono come alternativa "pura e dura" semplicemente mancano di massa per essere una squadra e di capacità critica per agire come squadra. La soddisfazione di portare quello che ogni giorno porto alla causa mi compensa dalla frustrazione di non potermi intrattenere più a lungo con voi o di non poter girare a raccogliere applausi in giro per l'Italia - soddisfazione che peraltro con l'intento di sostenere i candidati mi sto comunque concedendo:


(con l'occasione vi segnalo la necessità di iscrivervi al canale dell'Insorto: Fausto è tornato, l'ho preso nella mia segreteria, perché le squadre funzionano così: no man left behind!m mi sta aiutando, e voi aiutatelo con sottoscrizione e campanellina...).

Il post che volevo scrivervi oggi riguarda proprio il mio ruolo in Commissione Enti Gestori, dove domani avremo il piacere di ricevere Assogestioni che ci parlerà di previdenza complementare. Ma per arrivare al punto devo partire da un po' lontano...)



Un'amica cui tengo molto mi ha segnalato questo evento:

sollecitandomi in particolare ad ascoltare l'intervento di Giorgio Matteucci, che inizia attorno al minuto 40 del video. Le cose da dire sarebbero molte, e molte ne diremo nel prossimo evento che a/simmetrie sta organizzando per il 10 luglio (con De Martin, Frezza, Tafani, e appunto anche Matteucci). Il punto che mi ha colpito di più, del quale secondo me nemmeno l'autore ha colto pienamente la verità e la pregnanza, è quello in cui l'autore evidenzia come la perenne ansia impostaci dalla "governance" sovranazionale di inseguire un futuro che non c'è si traduca in un sostanziale nichilismo, nella negazione del valore del presente, che viene visto non nella sua attualità di momento in cui concretamente si realizza la nostra esistenza, ma solo nella sua potenzialità di momento preparatorio di un futuro "migliore", che sarà il vero tempo in cui varrà la pena vivere, salvo scoprire, una volta arrivatici, che esso è un altro presente da negare in funzione di un ulteriore futuro.

Questa è la retorica del mondo dell'istruzione ("formare a professioni che non ci sono ancora..."), ma questa è, in generale, la retorica della sinistra, del progressismo, che, come vi dicevo ieri, è passato dalla negazione del passato in nome del "mai più" (come abbiamo imparato da Michéa), dalla proiezione verso il futuro visto come necessariamente, ontologicamente migliore del presente (il "progressismo" è innanzitutto questa visione rettilinea della storia), a una ulteriore radicalizzazione: non più la negazione del passato perché il futuro sarà migliore, ma la negazione del presente affinché il futuro sia migliore!

C'è una logica in questo: la visione rettilinea della storia non va più tanto di moda. Non tutti sono esperti di cointegrazione, ma sul fatto che rispetto ai "trenta gloriosi" abbiamo perso terreno chi c'era non ha dubbi! Il fallimento del nostro presente si ritorce contro chi in passato ce l'aveva indicato come un radioso futuro, illuminato dal sol dell'avvenire, e l'ovvia ritorsione qual è? Ovviamente quella di dire che se il futuro di ieri, cioè il presente di oggi, non ha mantenuto le promesse sinistre, la colpa è nostra: non ci siamo abbastanza sacrificati nel passato (cioè nel presente di ieri) e non ci stiamo sacrificando abbastanza oggi (cioè nel passato di domani) per poter aspirare a quello che non ci siamo meritati: un futuro di ieri, cioè un presente, decente, e che non ci meriteremo: un futuro di oggi, cioè un domani, migliore.

La sinistra sposa così non solo come tributo, come guidrigildo del pactum sceleris che la lega al grande capitale internazionale, ma come strumento dialettico che le apra uno spiraglio di sopravvivenza, la logica paternalista dei "sacrifici" che un tempo imputava all'odiato "neoliberismo". Come si cambia, non "per non morire", ma durante la putrefazione...

Ora, il problema di questa retorica futurologa, di questo nichilismo antiumano e antiumanistico (non solo perché nec minimum credula postero, ma anche perché le "professioni del futuro" sono ovviamente la dittatura delle STEM), è che non funziona. Il 10 luglio vedremo meglio perché non funziona nel campo dell'istruzione (nell'intervento di Matteucci c'è già molto), e qui mi limito a ricordare perché non funziona in ambito economico.

Pensare di risanare i conti di un Paese con l'austerità è esattamente come pensare di inventare un'ascensore mettendo i piedi dentro a un secchio e tirandone su il manico. Se si insiste non solo si resta dove si è, ma ci si fa del male. La distruzione di Pil, necessaria (come dice sopra Draghi) per recuperare competitività, è però nociva per il risanamento dei conti di qualsiasi operatore pubblico o privato. Lo abbiamo visto:

1) qui con riferimento al rapporto debito/Pil (aumentato);

2) qui con riferimento al primo pilastro previdenziale (messo in oggettiva difficoltà dal calo del gettito contributivo indotto dal mix di disoccupazione e taglio delle retribuzioni);

e oggi, lellero lellero, arriva Panorama a dirci quello che, in qualche modo, ci dirà domani anche Assogestioni (e che ieri pomeriggio mi avevano detto in un incontro privato ma non riservato i rappresentanti di AEPI e Ancot):


Ma tu guarda! Ci informa compunto Panorama che se un giovano ha un salario di ingresso di 1600 euro e vive a Milano gli risulta complesso accantonare almeno 160 euro al mese per costruirsi una seconda pensione integrativa. La dottoressa Grazia Arcazzo, economista di rango internazionale (insegna a Princeton) e massima esperta mondiale di sistemi pensionistici, saprebbe spiegarci con dovizia di dettagli tecnici le ragioni di questa difficoltà, per la quale qui mi affido alla vostra intuizione.

Aggiungerei che se un autonomo deve versare dei minimi contributivi attorno ai 4000 euro l'anno (e a salire) per assicurarsi la pensione obbligatoria, ci sta anche che non riesca ad accantonare per la facoltativa.

Ve la metto giù piatta: l'idea che per avere uno stipendio decente bisognasse averne due ce l'hanno fatta digerire presentandocela sotto le nobili vesti della lecita aspirazione di tutti all'indipendenza economica e all'emancipazione. Scopo nobile, che però avrebbe comportato, una volta raggiunto, che in famiglia si guadagnasse il doppio: invece, se va bene, il tenore di vita che si riesce a permettere lavorando in due è più o meno quello che si aveva quarant'anni fa con un solo stipendio, o almeno questa è la percezione (in termini di capacità di risparmio, di tempo libero disponibile, ecc.; qui ci sono anche tante variabili sociologiche da considerare, ma insomma accontentiamoci anche qui della percezione).

L'idea che per avere una pensione decente bisognasse averne due è stata invece condita con la retorica dei sacrifici e con una narrazione truffaldina di cosa fosse il "contributivo": non un sistema (a capitalizzazione), ma un metodo di calcolo il cui scopo era quello di abbattere il tasso di sostituzione (il rapporto fra prima pensione e ultimo stipendio), rendendo così necessario ricorrere al "secondo pilastro", da finanziare con quello che resta di uno stipendio sempre più striminzito (perché "we have pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs") al netto di una contribuzione obbligatoria sempre più onerosa (perché il taglio dei salari ha ridotto l'ammontare dei contributi e quindi si devono innalzare le aliquote contributive nel tentativo di riportare il montante al livello precedente).

Un avvitamento senza fine verso un abisso di miseria e disperazione che nasce dall'ignoranza: l'ignoranza delle frazioni improprie, come spiegato qui.

Non solo l'austerità, distruggendo gli investimenti, ha distrutto la crescita. Non solo l'austerità, distruggendo la crescita, ha fatto aumentare il rapporto debito/Pil. Non solo l'austerità, abbattendo salari e pensioni, ha ridotto il gettito fiscale e contributivo compromettendo la sostenibilità delle pensioni obbligatorie future. Ma ha anche impedito lo sviluppo di quei fondi pensione, di quelle pensioni complementari a capitalizzazione, che nei sistemi finanziari progrediti cui in teoria certi "tecnici" aspirerebbero a traghettare il Paese, sono il motore di crescita dei mercati finanziari e quindi, secondo loro, dello sviluppo del Paese.

Il discorso di morte dei Draghi, dei Monti, del PD, è lugubremente contraddittorio: se volessero quello che dicono e dicevano di volere è del tutto ovvio, come lo era allora, che non avrebbero mai dovuto fare quello che allora ci dicevano fosse necessario, e oggi ci confessano essere stato dannoso.

Ma questi "errori" tecnici, che errori, come sapete, non sono, ma strategie deliberate di redistribuzione del reddito dai piccoli ai grandi, non sarebbero stati accettati, o almeno non sarebbero passati inosservati alle loro vittime, se non fossero stati sostenuti dalla macabra retorica nichilista della sinistra.

Questa è la responsabilità politica dei moderni collaborazionisti, e a questa responsabilità dovremo richiamarli a giugno.