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sabato 17 gennaio 2026

Un grafico, tre lezioni

 

Poi naturalmente noi, come Marietta nella favola, facciamo scenari, fantastichiamo… e rischiamo di inciampare! Questo grafico contiene molte lezioni. Ve ne evidenzio tre, dalla più alla meno recente:

1) l’ultimo incremento di debito corrisponde alla pandemia (2020), è stato gestito pressoché ovunque con politiche anticicliche (qui da noi ad esempio sospendendo il Patto di stabilità), ed è già stato riassorbito;

2) il penultimo incremento di debito corrisponde alla crisi finanziaria globale (2008), è stato gestito con politiche procicliche (qui da noi Six pack e Fiscal compact) che lo hanno amplificato, e in vent’anni non sarà riassorbito;

3) il debito aveva raggiunto un minimo verso la fine degli anni ‘70, poi si è affermato il dogma dell’indipendenza della banca centrale, con le sue politiche di alti tassi di interesse e quindi la necessità di indebitarsi per ripagare il costo del debito, ed è iniziata una crescita inesorabile.

Il dibattito sulle regole monetarie (indipendenza della Banca centrale) e fiscali (austerità) va fatto considerandone i risultati. In oltre un secolo abbiamo ampi esempi di cosa funzioni e cosa fallisca. Trump non è un pazzo: sta solo difendendo l’occidente (come lo chiama lui) dal default (ovviamente non per idealismo ma per pragmatismo).

Preferiamo l’idealismo delle regole tedesche, o il pragmatismo americano?


mercoledì 14 gennaio 2026

Awakenings (l'indipendenza della Banca centrale)

Ieri su Twitter l'eterno secondo ci ha fatto sapere nientepopodimeno che:


"People think" (cioè "laggente credono", una specie di "noi credevamo", ma più paraculo...) che l'indipendenza della Bce sia un dato di natura, ci ha comunicato l'eterno secondo, mentre secondo lui (!) non lo è.

Ma tu guarda!

Ve lo sareste mai immaginato?

Tutto il Tramonto dell'euro e buona parte di questo blog sono dedicati a smentire questa idea e a illustrare le motivazioni di classe della cosiddetta indipendenza, ma noi siamo di buon cuore e quindi cerchiamo di stupirci (con un piccolo sforzo).

Comunque, proprio perché ne ho scritto tanto, e tanto prima di tanti altri, questa sera di scrivere non mi va, e preferisco che lo facciate voi. Prima di cenare con un nostro amico vi lascio quindi con questa assegnazione: "il candidato illustri in che modo il seguente grafico è collegato a questa improvvisa ondata di risvegli circa il ruolo dell'indipendenza della Banca centrale":


(...dai, che è facile!...)

lunedì 28 aprile 2025

Un trascurabile dettaglio (130 anni di debito pubblico)

Per aggiungere un trascurabile dettaglio all'analisi svolta nel post precedente, ho esteso il grafico da cui partono Reinhart e Sbrancia:


utilizzando i dati dell'Historical Public Debt Database del Fmi, integrati, a partire dal 2016, con quelli dell'ultimo database del WEO. Per pigrizia non ho ripetuto esattamente l'analisi di Reinhart e Sbrancia, nel senso che invece di prendere la loro definizione di paesi avanzati ed emergenti:


ho utilizzato gli avanzati e gli emergenti del G-20, cioè rispettivamente: Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Corea del Sud, Regno Unito, Stati Uniti (avanzati) e Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africe e Turchia (emergenti). La cosa è meno innocua di quanto potrebbe sembrare, perché le serie aggregate sono calcolate come media aritmetica semplice dei rapporti debito/Pil dei rispettivi gruppi, per cui un Paese insignificante, col Pil di una piccola regione italiana, ma con un rapporto debito/Pil del 300% (in astratto) potrebbe far sballare i conti. Tuttavia, nonostante che i gruppi considerati siano più ristretti di quelli di Reinhart e Sbrancia, le dinamiche sono relativamente simili:


(manca il picco degli emergenti verso il 1991, probabilmente per il problema che vi dicevo), soprattutto per quanto riguarda noi. Nel frattempo, però, è passato del tempo. Aggiungendo i dati del WEO (proiezioni incluse) possiamo estendere lo zoom fino al 2030, e il quadro è questo:


Ora, per capirci, la terza globalizzazione, se la datiamo all'inizio degli anni '80, è iniziata qui:

e il messaggio che emerge da questo grafico, per quanto riguarda noi avanzati, vorrei condensarlo condividendo con voi un momento del cinema italiano più alto e più pregno di insegnamenti:

Diagnosi: una globalizzazione così noi non la reggiamo!

E non noi italiani: noi avanzati! Si vede bene anche dal disegnino (che fotografa la situazione al 2015, ora sarebbe peggio):


Il problema non sono naturalmente le sottocoppe di peltro, o Birillo (che mangia un chilo di macinato al giorno), ma il fatto che l'indipendenza della Banca centrale è intrinsecamente debitogena. Il motivo è molto semplice da comprendere per chiunque abbia familiarità con l'aritmetica del debito pubblico, che si riassume nell'equazione (4):

la cui derivazione è stata spiegata qui e sul cui significato vi ragguaglio brevemente: la formula dice che la variazione (il delta) del rapporto debito/Pil è approssimata dal prodotto della differenza fra il tasso di interesse reale r e il tasso di crescita reale (per gli amici: "la crescita") n, moltiplicato per il rapporto debito/Pil al tempo precedente, cui va sottratto il rapporto avanzo primario/Pil.

Ora, il problema è che l'indipendenza della banca centrale serve ad avere un tasso di interesse reale r positivo e piuttosto alto (per difendere la rendita finanziaria, o per moderare l'inflazione, si cerca di avere un tasso di interesse nominale superiore al tasso di inflazione), e al contempo conduce a un tasso di crescita del Pil basso (per abbattere il debito si cerca di innalzare l'avanzo primario a, ma questo ovviamente deprime la crescita n). L'impatto dell'indipendenza della banca centrale (e più in generale della fine della repressione finanziaria) sul tasso di interesse è ben documentato dalle stesse Reinhart e Sbrancia:


e anche questo grafico andrebbe esteso, perché dopo il 2011 abbiamo avuto una stagione di "tassi zero", ma con inflazione pressoché nulla, e ora le cose sono nuovamente cambiate. Se prendiamo la media dei tassi di interesse reali dei Paesi avanzati del G-20 nei WDI otteniamo questo risultato:


I dati del WDI iniziano nel 1961 e non nel 1945, ma l'andamento è molto simile: una stagione di tassi reali fortemente negativi, seguiti da un innalzamento brusco all'inizio degli anni '80, che poi è da dove i rapporti debito/Pil hanno cominciato a esplodere. Nella stagione dei "tassi zero" il tasso reale era comunque attorno al 2%: solo la sorpresa inflazionistica del 2021-2022 è riuscita ad abbatterli. Il motivo, naturalmente, è che anche se i tassi di policy erano nulli o negativi, quelli di mercato invece no, e con un'inflazione molto bassa, sotto al 2%, non è strano che in media i tassi reali fossero positivi, se pure non elevati come negli anni '80.

Quanto all'impatto sulla crescita delle politiche cortesemente suggerite dalle Banche centrali indipendenti (quindi, ad esempio, qui da noi dalla lettera della Bce di Draghi o dalla troika), esso è sufficientemente noto.

Il problema è che più il debito cresce, più è essenziale che r-n non sia troppo alto, e quindi, alternativamente, o che la rendita finanziaria abbassi le sue pretese (r piccolo) o che si crei più valore (n grande), ma la seconda soluzione (creare più valore) è sfavorita dal capitale, semplicemente perché quando si percorre quella strada si crea occupazione, e i lavoratori, sentendosi tutelati, alzano la cresta. Problema di non facile soluzione, non trovate?

Ad esempio, se d = 1.2 (come a tendere sarà per le economie avanzate), con r al 2% (0.02) e n al 1% (0.01) per non far crescere il debito bisogna avere un avanzo primario pari a 1.2 x 0.01 = 0.012 cioè al 1.2% (i conti sono presto fatti).

Ora, per avere un'idea degli ordini di grandezza e usando lo stesso metodo un po' barbaro delle medie aritmetiche semplici, il fattore r-n (quello che gli eruditi chiamano lo snowball factor, l'effetto "palla di neve", perché descrive in che condizioni la crescita del rapporto debito-Pil tende ad autoalimentarsi, come una valanga: semplicemente, quando la spesa per interessi sovrasta la diluizione del rapporto dovuta alla crescita...) nelle economie avanzate del G-20 ultimamente è stato una cosa così:


Si vede bene che siamo passati da valori negativi, prima degli anni '80, a valori in media positivi.  L'ordine di grandezza dall'inizio del secolo è di circa l'1%, quindi vale quanto ci siamo detti sopra: per annullare la crescita del debito occorrono avanzi primari protratti attorno all'1.2%.Il punto meriterebbe un maggior approfondimento anche statistico, ma insomma si capisce che quello che ci siamo detti del nostro Paese, perché lo confessava l'artefice del divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, cioè che la crescita del debito è stata innescata da un innalzamento repentino di r-n, dovuta al fatto che il Tesoro era costretto a finanziarsi sui "mercati", e per sembrare credibile doveva fare politiche di contenimento della crescita e dell'inflazione, sembra essere una storia condivisa.

È anche una storia che ci ha portato da debiti pubblici in media attorno al 40% a debiti bene avviati verso il 120%, cioè a triplicare le dimensioni del debito in termini di Pil. Niente male, vero? Evidentemente non tutti sono riusciti, come siamo riusciti noi, ad avere una serie protratta di avanzi primari (che comunque non ci è servita a molto quando è arrivata la crisi del 2009, distruggendo in un attimo dodici anni di sacrifici).

Ora, il punto è esattamente questo: quanto più grande è lo stock di debito accumulato, tanto maggiore deve essere, a parità di altre condizioni, la quantità di risorse da destinare al suo servizio, cioè la quantità di entrate dello Stato che il Governo deve destinare ai detentori dei titoli (alla rendita finanziaria).

Non devo spiegarvi come si interseca questo discorso con quello che facevamo ieri. Non devo farlo io, perché lo hanno fatto nel loro paper Reinhart e Sbrancia! Siamo (noi advanced) a un livello di debito pari a quello con cui siamo usciti dalla Seconda guerra mondiale. La pandemia ha dato una bella spinta verso il 120%, ma già prima eravamo in crescita al 100% e oltre. Ora, o ci avventuriamo verso livelli giapponesi, ma bisogna esserci portati, o le strade, come spiegano le nostre autrici, sono tre: il default (come bancarotta vera e propria o come ristrutturazione del debito), l'iperinflazione, o la "repressione finanziaria" (regolamentazione dei mercati finanziari, e in particolare della banca centrale). Mi riferisco, più precisamente, alle strade intraprese storicamente, perché, come notano le autrici, in teoria ci sarebbero altre due opzioni, che però sono mutuamente esclusive: l'austerità o la crescita. Della prima abbiamo visto in pratica che non funziona, e della seconda abbiamo visto che è difficile averla con una banca centrale indipendente che ti chiede austerità e ti tira su il tasso di interesse.

Come sta andando con i dazi lo avete visto: "Potevate avere la rivalutazione o i dazi, vi siete opposti ai dazi, avrete tutt'e due!" Qui a tendere l'alternativa è fra default o "repressione finanziaria" (in particolare come mitigazione dell'indipendenza della Banca centrale). Non avrei dubbi su cosa scegliere, ma vedrete che si farà di tutto per fare la scelta peggiore. Se però non ci si riuscisse, se per una volta il buon senso prevalesse, ecco che si metterebbe finalmente in discussione la strana idea per cui uno Stato deve affidare la propria politica monetaria a un'istituzione, la Banca centrale, il cui scopo è fare lo sgambetto al ministero del Tesoro nell'interesse di pochi e non rispondendo a nessuno, e di motivi per metterla in discussione, questa strana idea, ce ne sono svariati: non solo, come sapete, agendo a modo loro le banche centrali indipendenti si sono dimostrate incapaci di raggiungere i propri obiettivi di inflazione e hanno ostacolato l'obiettivo di crescita, ma, come vi ho mostrato oggi, hanno anche creato un discreto problema di sostenibilità del debito in giro per il mondo!

Certo, non si può dire.

Ma non dobbiamo dirlo noi: lo dicono i dati!

Concludendo, quindi, la rinuncia al dogma della Banca centrale non è necessaria solo per evitare che riparta la giostra degli squilibri globali, come ci dicevamo ieri qui e questa mattina in diretta, ma anche per evitare che il debito si avviti definitivamente su se stesso. Ciò richiede un ambiente di crescita moderatamente inflazionistica, come quella che Trump vuole realizzare negli Usa rimpatriando le filiere strategiche, e noi dovremmo realizzare qui (ma potremo farlo solo abbandonando il delirio green e facendo un discorso pragmatico sulle fonti di energia).

Questo lo teniamo da parte per i prossimi quattordici anni, e vediamo se invecchierà bene come quest'altro. Non so se augurarmelo...


(...anch'io ho sofferto! Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d'ora...)

domenica 27 aprile 2025

Produzione di squilibri a mezzo di squilibri

Parafraso il titolo di un libro che mi venne imposto dal docente di storia delle dottrine economiche quando ero iscritto a filosofia. Potete immaginare quanto riuscissi a capire di un testo così tecnico, ma all’epoca funzionava così, non si era ancora affermata l’ideologia del facilismo, con le sue carte patinate e i suoi box riassuntivi dai colori tenui: i docenti universitari buttavano tutti in piscina e poi si interessavano a quelli che sapevano nuotare. Suona un po’ darwinista, e forse lo è (mi perdonerà Enzo che ho rivisto con piacere ieri sera), ma il fatto è che nella sua apparente scorrettezza quel sistema funzionava.

Oggi però non voglio parlarvi della conversione dei valori in prezzi (quindi non voglio neanche spiegare che cosa sia a chi ha la fortuna di non saperlo), ma di una conversione molto più semplice: quella degli euro in dollari, ponendo qui a voi in modo più articolato e disteso, una domanda che ieri ho posto a un amico in una conversazione privata, e poi, in serata, a una platea ristretta di studenti in un seminario altresì privato, dove ci siamo molto divertiti (nel senso eletto ed etimologico del termine):



La domanda parte dalle osservazioni di Paolo Torp al post su Unione Europea e squilibri globali, e in particolare dalla sua constatazione di quanto lucida fosse la visione che Geithner aveva del tema degli squilibri globali. Come penso di avervi ricordato più volte, e senza nulla togliere alla capacità analitica e alla chiarezza di esposizione di Geithner (o dei suoi stagisti), in tanta consapevolezza non v’era nulla di miracoloso. I global macroeconomic imbalances erano un tema di ricerca assestato e consolidato da anni negli Stati Uniti, arrivato poi qui con il consueto ritardo di fase della nostra produzione accademica, tant’è che due anni prima anch’io mi ci ero buttato per scrivere un lavoro sul ruolo svolto dalla Cina nella loro formazione.

Ora, nel post in questione ironizzavo sul fatto che all’epoca Geithner diceva al G20 quello che oggi Draghi balbetta in audizione.

A parte il ritardo di Draghi, in fondo non è così strano che eventually (che non significa "eventualmente", ma "alla fine", nonostante quello che pensano i colleghi che chiamano il pi greco “Pai” come le patatine e i decenni “decadi”) i due si ritrovino su una diagnosi condivisa. Diagnosi che poi è quella della migliore economia ortodossa ed eterodossa da sempre, e, con maggiore consapevolezza, in particolare dai tempi degli accordi di Bretton Woods, dove, come sapete, il contrasto fra le posizioni americana e inglese verteva essenzialmente su come strutturare il sistema monetario internazionale perché arginasse l’emersione di squilibri globali, ovvero sul tema, oggi di particolare attualità grazie alle posizioni espresse dagli esperti di Trump, della condivisione dei costi di quella struttura cruciale per lo sviluppo economico che è l'architettura finanziaria internazionale (ne parlammo occupandoci di Keynes, Draghi, Gollum e i tassi negativi).

Questa unità di visione attraverso il tempo è tanto meno strana in quanto Geithner e Draghi sono cuccioli più o meno riusciti della stessa nidiata globalista. Eventualmente (nel senso di eventualmente!) può apparire strano che posizioni simili siano espresse dal segretario al Tesoro di Obama e dagli esperti di Trump! Che cosa potrà mai avere in comune il presidente statunitense che Berlusconi definiva “abbronzato“, fulgida icona della globalizzazione, con l’attuale presidente statunitense? La risposta superficiale credo sia “niente!". Penso che ci possano anche essere risposte meno superficiali e più articolate (che però nessuno mi sta dando), ma intanto andiamo avanti con la domanda che ieri ho posto due volte: se per gli Stati Uniti, indipendentemente dall’orientamento politico di chi li conduce, gli squilibri globali sono un problema, è mai possibile che non si siano posti e non si stiano ponendo il tema del ruolo dell’euro?

Mi spiego.

Anche gli squilibri globali sono, a modo loro, un “bene” (cioè un male, un’esternalità negativa), e vale quindi per loro quello che vale per gli altri beni. Esattamente come una Volkswagen, così anche uno squilibrio globale, per poterlo esportare, devi prima produrlo. La fabbrica delle Volkswagen (o almeno la sua principale sede legale) è a Wolfsburg, quella degli squilibri è a Francoforte: è la BCE. Come vi ho documentato nel post sugli squilibri globali, un paio di giorni fa, e nei post cui esso rinvia, la “materia prima“ del colossale squilibrio commerciale esportato dall’eurozona a partire dagli anni '10 è costituita dai tanti squilibri regionali fra Germania e paesi appartenenti al mercato unico. Questi squilibri regionali, costruitisi grazie all’euro, si sono poi riversati sui mercati globali a causa dell'austerità, che aveva prosciugato la capacità del mercato unico di assorbirli. Il punto è che se in primis questi squilibri non ci fossero stati, nessuna austerità avrebbe potuto contribuire a esportarli! Ai neofiti e ai passanti ricordo in sintesi che l'euro ha permesso alla Germania di vendere le proprie auto (e le proprie lavatrici, e i propri sommergibili...) all'Europa periferica a un prezzo relativamente contenuto perché non influenzato dal marco forte, e ai paesi periferici di indebitarsi a tassi molto convenienti per comprare le auto tedesche perché distorti al ribasso dalla "credibilità" dell'Unione economica e monetaria: gli squilibri nascono così, per una duplice inibizione del meccanismo di formazione di un prezzo di equilibrio in due mercati importanti, quello valutario (che avrebbe naturalmente condotto a un cambio tedesco più alto) e quello finanziario (che avrebbe naturalmente condotto a tassi di interessi greci, portoghesi, spagnoli ecc. più alti). Può sembrare strano ai profani che quello che è stato descritto come un bene assoluto (i bassi tassi di interesse) si riveli un male (un incentivo all'indebitamento), ma per i professionisti due principi dovrebbero essere assodati: che non ci sono pasti gratis e che non esistono distorsioni benefiche del mercato...

Ora, qui bisogna rovesciare una frase a me tanto cara di Keynes ne “Le conseguenze economiche di Mr. Churchill”: “chi vuole il fine vuole anche i mezzi per realizzarlo!”. Dobbiamo cioè chiederci se, perché e fino a quando gli Stati Uniti potrebbero volere il mezzo (cioè l’euro) visto il fine che realizza (cioè gli squilibri globali), fine al quale loro si sono sempre detti contrari in un’ottica assolutamente trasversale dal punto di vista degli orientamenti politici.

Ecco: mentre nella conversazione privata con uno di voi sono riuscito ad andare al punto in modo abbastanza rapido, ho seri dubbi che intervenendo al seminario io sia riuscito a farmi capire.  Come vi dicevo in un commento al post precedente, il costo di una accresciuta consapevolezza rischia di essere l'autoreferenzialità. Un costo che forse paghiamo anche qui: per farmi capire da chi è appena arrivato sono costretto a citare altri post di questo blog, il che, mi rendo conto, trasmette un senso di autoreferenzialità (ma ogni post in realtà cita letteratura e dati "esterni"), anche se è semplicemente un modo per tenere insieme il filo del discorso.

Faccio un esempio delle mie difficoltà nel dibattito di ieri sera, partendo da un argomento che ho sentito formulare, quello secondo cui “dobbiamo stare con Trump perché scardina il sistema”, cioè, in sintesi, “il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico”. Ora, non è che io non lo condivida, questo approccio, come sapete! Per me che sono entrato in politica con un unico obiettivo, quello di espellere gli occupanti abusivi del concetto di “sinistra”, qualsiasi cosa li faccia impazzire è naturalmente benvenuta! Tuttavia, mi fa un po’ sorridere che le persone che ragionano così siano le stesse che poi con fare pensoso e riflessivo affermano un’altra banalità, cioè che “di tattica si muore”. Il dibattito fra tattica e strategia ha una lunghissima dignità anche nelle scienze economiche e si riconduce al dibattito se il lungo periodo possa essere o meno considerato come la somma di tanti brevi periodi. Non è di questo che voglio parlare, dovrei studiare molto per aiutarmi e aiutarvi a capire questo dibattito, peraltro irrisolto, ma voglio solo stabilire il punto che “il nemico del mio nemico è mio amico” è un ragionamento intrinsecamente tattico: mi suggerisce come posso fare un danno al mio avversario, ma non mi definisce l’obiettivo che voglio raggiungere, sia esso la vetta del Monte Porrara o una più equa distribuzione del reddito.

Il dibattito di ieri sera era anche arricchito, e in qualche modo confuso, dall’apporto di diversi geopolitici, categoria che qui abbiamo trattato un po’ come gli ingegneri, liquidandoli affettuosamente e forse un po’ affrettatamente, e di cui mi piace evidenziare un paradosso: a quel che capisco, secondo loro la geografia dominerebbe in quanto determina l’accesso a risorse strategiche per lo sviluppo economico, ma l’economia sarebbe però una categoria trascurabile. Insomma: la geografia ci interessa perché determina l’economia che però non ci interessa. Sul primo pezzo della proposizione non posso che essere d’accordo, da persona che con la geografia lotta ogni settimana sulle creste delle montagne, e che quindi è in grado di capire perché Passo Lanciano o Forca di Penne si chiamino così - anche se oggi pochi li percorrerebbero per raggiungere le rispettive località eponime (sì, perché ci sarebbe anche quell’altro dettaglio: sulla geografia regna la geologia, ma il percorso che porta dai lenti movimenti delle placche tettoniche all’estrema volatilità del tasso di cambio è un pochino troppo lungo e oggi ce lo risparmiamo)! Sul secondo ho qualche dubbio. In effetti, quello che attribuisce a un particolare elemento della tavola periodica lo status di risorsa è la sua capacità di soddisfare bisogni che in alcuni casi sono determinati dalla biologia, ma in molti altri dall'economia. Pensate alle famose terre rare (che rare non sono): quello che le ha fatte diventare così cruciali è stata la risposta statunitense al surplus della Germania, il Dieselgate con il conseguente reindirizzamento dell'automotive tedesco verso il green (e connessa sceneggiata gretina). Come la definiremmo questa dinamica se non economica? E quindi viene prima l'uovo geografico o la gallina economica?

È un po’ come l’altro paradosso, quello secondo cui la volontà di potenza della politica è indirizzata a espandere la propria sfera di influenza economica, ma l’economia non conta perché c’è il primato della politica! Fatto sta che senza sghei non si armano eserciti, e il primato della politica va così a farsi benedire di fronte al primato della contabilità (che ha a più che vedere con l'economia che con la politica).

Non voglio però commettere l’errore dal quale vi metto sempre in guardia, quello per cui se sei un martello ogni problema ti sembra un chiodo. Non mi viene in mente nessun modo consentito dalla legge per vincere una partita a scacchi con un martello (mentre quello non consentito dalla legge è ovvio: suonarlo in fronte all’avversario, che poi è quanto regolarmente avviene sullo scacchiere internazionale)! Non voglio quindi sminuire assolutamente il ruolo di altri approcci analitici, considerando che le categorie economiche in 15 anni di riflessione non mi hanno consentito di trovare una risposta a questa semplice ma fondamentale domanda: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell’euro (e quindi dell’Europa)? È chiaro che a questa domanda non si può trovare risposta nell’ambito della mera ottimizzazione, soprattutto perché la funzione obiettivo ci è ignota, e il contesto è di informazione estremamente asimmetrica. Cercherò di promuovere un dibattito su questo tema coinvolgendo più competenze, ma intanto “mi verrebbe da” (cit.) dirvi in che cosa penso che la dimensione economica possa aiutarci, e per farlo vi ricorderò alcuni "fatti stilizzati" economici che secondo me dovrebbero essere integrati (e non so se lo siano) nel ragionamento "geopolitico" per dargli una piena rotondità. Perché sì, va bene la KernEuropa, vanno bene le "grandi potenze talassocratiche", va bene tutto, ma poi la sera, o almeno a mezzogiorno, qualcosa in tavola ci deve essere, e la categoria rilevante in questo caso è indubbiamente quella di distribuzione del reddito...

Parto da una delle cose in qualche modo “dissonanti“ con le categorie della mia professione che ho sentito ieri: l'idea che la globalizzazione sarebbe stata provocata dal crollo del muro di Berlino, e sarebbe il tentativo di dare una risposta al mutamento degli assetti geopolitici determinato da questo crollo. Ora, gli economisti sono abbastanza d’accordo sul fatto che la terza ondata di globalizzazione sia in realtà iniziata quasi un decennio prima, cioè all’inizio, non alla fine, degli anni ‘80, e si sia manifestata in termini istituzionali sotto forma di una liberalizzazione progressivamente indiscriminata dei movimenti di capitale (le "riforme strutturali", come oggi si direbbe, all'epoca furono quelle). La liberalizzazione era lo strumento che serviva al capitale per sconfiggere definitivamente il lavoro mettendo in concorrenza il penultimo con l’ultimo proletariato (fuori di metafora, portando i capitali a costruire fabbriche dove il lavoro costava di meno). Volendola buttare in politica, questo significa che la tromba della globalizzazione ha squillato non quando il blocco occidentale ha sconfitto i comunisti a casa loro, ma quando il capitale ha sconfitto il lavoro in casa propria. Volendola dire in un altro modo, in questa lettura la terza globalizzazione comincia quando il capitale ha vinto la lotta di classe, non è la battaglia che ha consentito al capitale di vincerla (ricordo agli interessati anche il post in cui abbiamo affrontato specificamente il tema delle caratteristiche strutturali di questa globalizzazione).

Ora, un geopolitico secondo me è assente giustificatissimo dai presupposti di questa interpretazione della realtà. Gli mancano almeno due elementi che noi invece qui possediamo. Il primo è la constatazione di un fatto: la crescita dei salari reali da noi termina alla fine degli anni ‘70 (quando i salari si fermano e la produttività prosegue per un po’ il suo cammino); il secondo è la nozione di che cosa sia la “repressione finanziaria” e di cosa comporti la sua affermazione o il suo smantellamento. Il primo fenomeno ve l’ho messo in evidenza fin dall’inizio e l’ultima volta nel post sull’Italietta della liretta, sul secondo ci siamo soffermati più volte, a partire dal post su produttività, salari, crisi, logaritmi, marxiani, onestà, che è comunque un post fondante di questo blog e che vi consiglio di rileggere anche per capire che il fenomeno dell’arresto dei salari reali non è circoscritto al nostro paese:


ma è un fatto stilizzato, anzi: il fatto stilizzato più significativo per caratterizzare le dinamiche del blocco occidentale, un fatto che non può essere eluso da spiegazioni che ambiscano a fornire basi solide a ragionamenti predittivi.

Mi viene qui in mente un altro paradosso: in tutte le conversazioni “geopolitiche” prima o poi salta fuori il concetto, assolutamente dignitoso e condivisibile, secondo cui l’ordine mondiale proposto, esposto, imposto, dalle cosiddette democrazie liberali non sia assolutamente l’unico modello di democrazia. Il paradosso consiste nel fatto che quelli che affermano questa indiscutibile verità nella stragrande maggioranza dei casi mettono in disparte, o proprio non considerano, il fatto che anche all'interno del perimetro delle democrazie liberali esistono diversi possibili atteggiamenti verso l’egemonia del mercato. Anche qui: non vorrei che l’essere un "martello" docente di politica economica mi facesse vedere ogni problema come il "chiodo" del rapporto fra Stato e mercato. Tuttavia, non porre al centro questo tema quando si ragiona dei rapporti politici in uno Stato o fra gli Stati mi sembra un errore. Ve la dico in un altro modo: magari nell’affermare che un altro mondo è possibile si dovrebbe partire dal chiedersi se un’altra Banca centrale sia possibile, il che presuppone la conoscenza del percorso storico che ha portato a questa indipendenza, e la capacità di trarre un bilancio sull'esperienza dell'indipendenza…

Ora, torno al punto cui volevo condurvi: la lettura secondo cui la terza globalizzazione inizia alla fine degli anni  ‘80 può naturalmente convivere con la datazione che del fenomeno danno economisti, se si aggiunge un passaggio, ipotizzando che l’Unione Sovietica fosse già tecnicamente morta all’inizio degli anni ‘80. In questo caso, però, il crollo del muro da elemento "fondativo" della terza globalizzazione andrebbe letto come evento di enorme portata simbolica (quella è innegabile), ma che i capitalismi occidentali non hanno avuto bisogno di aspettare per regolare i conti con i loro proletariati, o almeno per porre le basi istituzionali che consentissero loro di regolare questi conti in modo più spiccio (l’indipendenza della Banca centrale si afferma infatti all’inizio degli anni ‘80). Tuttavia, e qui vado al punto, per capire se sulla relazione con Trump si debba costruire una tattica o si possa articolare una strategia, cioè, in altri termini, per capire se Trump sta veramente scardinando l’ordine mondiale instauratosi alla fine degli anni ‘70 con la sconfitta del lavoro, cioè della classe media, e la vittoria del capitale, cioè del capitalismo dei fondi, credo sia fondamentale avere un’idea condivisa e argomentata di quando è iniziato questo ordine mondiale e in che modo. In altre parole, ho qualche difficoltà con chi mi dice che la terza globalizzazione è finita grazie a Trump, o comunque che Trump vuole porre fine ai suoi giorni (per quanto io possa trovare auspicabile questa prospettiva), ma non mi fornisce una datazione del suo inizio collimante con l’evidenza che vi ho mostrato, cioè con i principali fatti stilizzati riferiti alla distribuzione del reddito nel "primo" mondo!

L’argomento che pure ieri ho sentito, cioè che Trump vorrebbe scardinare tutto in quanto ha preso sul personale il fatto che gli abbiano sparato addosso, non mi sembra molto convincente, non ne fa di per sé “uno di noi”. Questo non tanto perché a quasi nessuno di noi (spero) qualcuno ha sparato addosso, quanto perché, come ampiamente dibattuto al tempo dei "punturini" parlando di quanto la storia insegna, la minaccia esistenziale diretta è comunque un fondamento molto labile per la costruzione di una solidarietà di classe. Sparare addosso a un miliardario non ne fa necessariamente un paladino della classe media, indipendentemente dal fatto che il colpo vada a segno o meno...

Insomma, non sono riuscito a capire bene, ma è un limite mio, in base a quale ragionamento datino ad oggi la fine della globalizzazione quelli che ne datano l’inizio dalla caduta del muro (e che quindi non riescono a spiegarci come mai la quota salari nei paesi occidentali sia scesa in picchiata dieci anni prima che il "comunismo" venisse sconfitto). Quello che so, però, e che qui credo sappiamo tutti, è che il dato veramente segnaletico non è tanto quello su cui, tanto per cambiare, i media vogliono che voi concentriate la vostra attenzione (“dazi sì, dazi no”), quanto il tema più complessivo del rapporto di questa amministrazione con le istituzioni della globalizzazione, e in particolare con l’indipendenza della Banca centrale.

Quella è la battaglia da seguire.

Qui abbiamo ampiamente discusso sul ruolo che l'indipendenza della Banca centrale gioca nell'orientare la distribuzione del reddito a vantaggio della rendita finanziaria (ad esempio, alle pagg. 267 e seguenti de Il tramonto dell'euro). Basti pensare che da noi l’indipendenza ha condotto alla lunga stagione degli avanzi primari, che sono stati altrettanti trasferimenti di risorse dei contribuenti ai percettori degli interessi sul debito (categorie che in alcuni casi possono coincidere, ma che proprio nel meraviglioso mondo dell'indipendenza si sono progressivamente disaccoppiate). Oggi il fronte di questa eterna lotta è destinato a scaldarsi ancora di più, per il semplice motivo che sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea gli orientamenti politici necessariamente conducono a tensioni inflazionistiche: non credo di dovervi spiegare nulla circa le tensioni inflazionistiche intrinseche nella strategia Green in cui l’Europa ha cercato salvezza e che rilutta ancora ad abbandonare in modo chiaro e definitivamente segnaletico, e penso di non dovervi spiegare che voler rimpatriare le fabbriche negli Stati Uniti, in cui il tasso di disoccupazione è vicino ai minimi:


significa accettare il rischio che ci siano tensioni inflattive, per l'operare della curva di Phillips, di cui parlammo spiegando lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro, e su cui siamo tornati recentemente per spiegare come si fa a far scendere i salari.

La domanda quindi diventa: questa promozione, consapevole o meno che sia, di un ambiente di crescita (nel caso degli Stati Uniti) o decrescita (nel caso dell'Unione Europea) moderatamente inflazionistica verso quale scenario ci porta? Per usare le categorie di Reinhart e Sbrancia, stiamo aprendo a una "liquidazione del debito pubblico" (e non solo pubblico), realizzata tramite la promozione di una crescita moderatamente inflazionistica e della regolamentazione dei mercati dei capitali, cioè della "repressione finanziaria", con il conseguente abbandono del dogma dell'indipendenza della banca centrale e la riappropriazione dello strumento monetario da parte dei governi, o ci trincereremo dietro il dogma dell'indipendenza (per quanto la sua applicazione non abbia praticamente mantenuto alcuna delle tante promesse fatte), innalzando i tassi di interesse e conducendo il sistema economico a un progressivo soffocamento (cioè giapponesizzandoci, per usare l'espressione di Krugman che vi ho ricordato parlando dei negazionisti del declino)?

La battaglia è questa, come ben sapete: nei miei testi e in questo blog il tema dell'indipendenza della Banca centrale (ma più in generale dell'esistenza di istituzioni indipendenti dall'espressione della sovranità popolare) e la sua declinazione locale, cioè il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, è sempre stato centrale, perché indissolubilmente legato a una domanda che non è parente così distante di quella da cui siamo partiti: chi deve decidere sulla distribuzione del reddito? Questa decisione è tecnica o politica? Spetta a burocrati non eletti e privi di responsabilità politica o a rappresentanti dei cittadini, soggetti alla volontà popolare attraverso il processo elettorale (cioè quella cosa da cui Monti voleva proteggere le decisioni importanti, che per lui andavano appunto riposte "al riparo dal processo elettorale")?

Non sono mai riuscito a capire (per mia superficialità, s'intende) quanto i geopolitici "mettano a tema" (come credo direbbero) questa domanda, che però è la domanda fondativa del vivere comune. Fatto salvo Robinson Crusoe, che non aveva motivi di porsela (e che non a caso è diventato paradigma economico del modello neoclassico - quello che nel becero e disinformato dibattito nostrano viene chiamato "neoliberista"...), chiunque non se la ponga non è un cittadino particolarmente consapevole né uno studioso particolarmente illuminante dei processi sociali.

A questa domanda è legata la domanda da cui siamo partiti: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell'Europa? Immagino che i geopolitici (o i politologi, o gli ingegneri, o gli editorialisti dei grandi giornali in caduta libera) abbiano lettura diverse e tutte interessanti del significato del Trattato di Maastricht, ma dal punto di vista tecnico è piuttosto evidente che "la ciccia" è nell'articolo 104, quello che ha istituzionalizzato e formalizzato il "divorzio", cioè l'indipendenza della Banca centrale dal potere esecutivo. Quanto reggerebbe l'Occidente (immaginando che esso si componga di America settentrionale ed Europa) nel caso in cui gli Stati Uniti rinunciassero all'indipendenza della Banca centrale, per assicurare un regime di crescita moderatamente inflazionistica, e l'Europa reprimesse la propria crescita sotto la sferza di alti tassi di interesse? La repressione della crescita significa, come sapete, repressione delle importazioni, quindi promozione di surplus di bilancia dei pagamenti, quindi, ancora una volta, per finire da dove abbiamo cominciato, produzione di squilibri (commerciali) a mezzi di squilibri (istituzionali).

La posta in gioco è questa. Trump ha bisogno di una Banca centrale accomodante per realizzare il suo progetto di reindustrializzazione degli Stati Uniti, i cui sistemi d'arma, mi dicono gli esperti, dipendono ormai in modo preoccupante dalle tecnologie cinesi. Se il rimpatrio delle catene del valore strategiche, con le conseguenti tensioni inflazionistiche, venisse stroncato da politiche di alti tassi di interesse, l'intento strategico sarebbe frustrato. Lo sarebbe però anche se qui da noi si continuasse a esportare squilibri, magari sotto forma di carri armati VW!

Ecco: io alla domanda che da anni mi pongo (e che ieri ho posto due volte con scarso successo) ancora non so rispondere, ma qualcosa mi dice che vivrò abbastanza da vedere quale sarà la risposta della Storia. Come vedete, i temi posti tredici anni fa nel Tramonto dell'euro e più in generale nel corso della nostra lunga conversazione mantengono la loro centralità anche oggi che la crisi non si presenta sotto le categorie dell'economico (non è fallita nessuna grande banca, non si parla di spread, ecc.) ma del politico (la richiesta esplicita di Trump all'Unione Europea di scegliere in quale campo stare). Almeno in questo senso il tanto lavoro fatto e il tanto tempo passato insieme non sono stati inutili.

Buona domenica!

martedì 20 giugno 2023

L'irresponsabilità della Banca centrale

All’inizio di giugno 2022 il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento al sistema bancario, quello praticato dalla Bce alle banche che le chiedono liquidità, era ancora pari allo 0%. Un anno dopo, con effetto da domani, a seguito di una raffica di aumenti senza precedenti, lo stesso tasso raggiungerà il 4% (i dati dell'inflazione sono qui e quelli dei tassi di interesse qui).

I risultati non si sono fatti attendere:


(i dati del Pil vengono da qui e i tassi di interesse sono espressi come media trimestrale).

L’Eurozona ha prima visto dimezzare la sua crescita dallo 0,8% della primavera 2022 allo 0,4% dell’estate, poi dall’autunno è entrata in recessione (quella recessione che i media pudicamente qualificano di "tecnica", quasi a sminuirne l'importanza), in controtendenza rispetto ai Paesi OCSE non europei, dove la crescita prosegue a tassi trimestrali attorno allo 0,6%.

Il capolavoro della Bce risalta meglio zoomando sugli ultimi trimestri:


Questo risultato fatalmente danneggerà un Paese come l’Italia, che grazie alla resilienza del proprio sistema produttivo ha finora stupito in positivo tutti i previsori internazionali. Ma è soprattutto un risultato di cui non si capiscono né la tempistica, né la logica. L’inflazione dell’Eurozona è aumentata di 9 punti dalla fine del 2020 al giugno del 2022. Perché la Bce non è intervenuta prima, in modo graduale, anziché applicare all’ultimo momento una terapia d’urto, per di più mentre l'inflazione stava rientrando? Forse perché non ha capito la natura del processo inflattivo in atto. I prezzi sono mossi dalle forze della domanda e dell’offerta, e in questo momento i commentatori più autorevoli vedono l’origine del processo inflattivo nei vincoli di offerta, nella mancanza di investimenti in ambiti come quello delle fonti di energia e delle infrastrutture. Ma la Bce, invece di creare un ambiente favorevole agli investimenti, mantenendo i tassi di interesse a un livello sostenibile per imprese e famiglie, ha deciso che l’unico rimedio contro una inflazione da offerta è strozzare la domanda, col rischio di creare condizioni di insolvenza per famiglie, imprese, istituzioni finanziarie. Il risultato sarà che domanda e offerta si incroceranno a un livello più basso: sarà cioè una recessione strutturale.

Sono loro a dirlo, seguiti dallo stormo dei pappagalli commentatori: bisogna raffreddare la domanda (un proposito insensato, quando in tutta evidenza il problema non è l'eccesso di spesa ma la carenza di alcuni beni: prima le fonti di energia, ora le materie prime necessarie per la transizione ecologica). Significa, in pratica, che l'unica soluzione che la Bce ha da offrirci per combattere l'inflazione è lasciar crescere la rata del mutuo delle famiglie, costringendole a spendere di meno, così che il negoziante non venda e pur di liberare gli scaffali abbassi i prezzi. In sintesi: affamare la famiglia e far fallire il negoziante. Lo stesso ragionamento vale per le imprese e la loro domanda di beni (che in macroeconomia si chiama "investimenti fissi lordi", cioè spese per formazione di capitale fisso: macchinari, capannoni industriali, mezzi di trasporto, ecc.).

In sintesi: l'induzione deliberata di una recessione è l'unico strumento di cui disponga la Bce.

Decenni di elaborazioni teoriche raffinatissime, ispirate a un altezzoso disprezzo delle teorie keynesiane, viste come semplicistiche e non al passo coi tempi, ci restituiscono come unico risultato la saggezza popolare dei keynesiani anni '50, quelli che dicevano che non puoi spingere un oggetto con una corda (per significare che con la corda della politica monetaria non puoi spingere la crescita, ma solo tirarla indietro, cioè, appunto, impiccare l'economia). Tanti studi, tanta spocchia, tante brillanti carriere accademiche costruite inanellando banalità col latinorum dell'analisi funzionale, per poi ritrovarsi nel momento del bisogno alla casella di partenza dell'elaborazione macroeconomica postbellica!

L'inflazione viene spesso paragonata alla febbre. Se un paziente ha la febbre, ucciderlo è un modo efficace per riportare la sua temperatura sotto controllo, e l'impiccagione è una delle possibili strade. Chi usasse questo metodo però non vorrebbe considerato un medico, ma un assassino (indipendentemente dalla sua laurea). Se la Bce non sa proporre altri antipiretici, occorrerà necessariamente aprire un dibattito sul suo ruolo. Un'istituzione che imposta le proprie politiche su previsioni la cui comica fragilità e fallacia hanno meritato una menzione di disonore negli annali della statistica:


un'istituzione sistematicamente incapace di raggiungere e mantenere quell'obiettivo di inflazione al 2% che non i Trattati, ma lei stessa si è data (manifestando così uno spettacolare quanto inquietante difetto di prudenza e lungimiranza), sarà chiamata, se non dai cittadini e dai loro rappresentanti, dalla Storia, a fare un passo indietro. Per quel poco che valgono le correlazioni, e avendo sempre riguardo alla loro natura meramente descrittiva, è interessante notare che la correlazione fra tasso di inflazione e tasso di interesse nel primo grafico è positiva e significativa (a 0,46), mentre quella fra tasso di inflazione e tasso di crescita nel secondo grafico è negativa (a -0,10), ma sale a un simmetrico -0,46 se si elimina il vistoso evento anomalo determinato dalla pandemia (che ovviamente inquina la stima del coefficiente).

Paperoga Bce funziona quindi solo a metà come i libri di testo dicono che dovrebbe funzionale: se da un lato i suoi aumenti del tasso di interesse mandano l'economia in recessione (in pieno accordo con la teoria economica standard), dall'altro non frenano, ma accompagnano, l'inflazione (in totale disaccordo con la teoria economica standard). Abbiamo a che fare con un problema culturale (la fallacia della teoria tautologica secondo cui l'inflazione "è un fenomeno monetario") che diventa un problema politico di prima grandezza.

Errare è umano, perseverare è Lagarde: indipendenza non può voler dire irresponsabilità, una moderna democrazia semplicemente non può permettersi una simile gigantesca mancanza di accountability. Quello che oggi diciamo solo noi qui inascoltati diventerà presto una richiesta corale: un'istituzione che si pone al di sopra di tutte le leggi, tranne quella di Murphy, è una minaccia seria e attuale alla stabilità economica e sociale del nostro lembo di terra emersa.

martedì 5 aprile 2022

Indipendenza e come sbarazzarsene

Quello dell'indipendenza è un tema piuttosto centrale in questo blog, almeno con riferimento alle banche centrali (qui trovate un po' di post che se ne sono occupati). Più in generale, l'indipendenza di certe autorità (le AAI, Autorità Amministrative Indipendenti) è stato per anni uno dei temi del mio insegnamento, per il semplice motivo che di queste autorità, dei motivi e dell'ambito della loro indipendenza si parla, o si dovrebbe parlare, in qualsiasi corso decente di politica economica (e il libro di testo che adottavo, questo, gli dedica un paragrafo, il 5.8). Ne discendeva la domanda tanto temuta dagli studenti, perché semplice: "Quali sono le tipologie e le funzioni delle autorità indipendenti?" (se avete il libro, potrete constatare a pag. 155 che Bagnai è buono: dà solo esercizi riportati dal testo). Seguiva (o meglio non seguiva, perché alle domande semplici, per motivi imperscrutabili, gli studenti non sanno rispondere, un po' come voi, del resto, non vedete le cose ovvie - ad esempio il fatto che se tutti sparano addosso alla Lega significa che la Lega è l'unico partito che dà fastidio...), seguiva, cioè non seguiva, la risposta, che più o meno avrebbe dovuto essere una cosa di questo tipo:

"Ci sono tre gruppi di AAI (per gli amici, authorities): le autorità di garanzia, quelle di vigilanza e quelle di regolamentazione. Le prime (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato o AGCM,  Autorità Garante della Privacy,...) tutelano interessi di rilevanza costituzionale, con poteri quasi giurisdizionali (funzioni arbitrali) e poteri sanzionatori, che utilizzano per garantire il rispetto delle regole. Le seconde (Banca d'Italia, Consob) svolgono anche compiti normativi e di regolazione, oltre a esercitare la vigilanza sui rispettivi segmenti di mercato finanziario. Infine, le autorità di regolamentazione sono state pensate per favorire liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, regolamentando le tariffe, le condizioni di accesso ai mercati, gli standard qualitativi, e ci rientrano ad esempio l'Autorità di Regolamentazione dei Trasporti, detta ART, e l'Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente, detta ARERA".

Col senno di poi devo scusare il "povero studente" che regolarmente si andava a schiantare contro questa domanda la cui semplicità è più apparente che reale. Basti pensare che abbiamo a che fare con enti che tutelano interessi costituzionalmente garantiti (come la privacy, art. 13 e 15 Cost. - e probabilmente anche altri - o la libertà d'iniziativa economica, art. 41), ma non hanno rilievo costituzionale, nel senso che la Costituzione non li disciplina, e con enti che entrano in modo penetrante in campi disparati ma estremamente sensibili della nostra vita concreta: dalle tariffe autostradali alla sicurezza delle comunicazioni digitali, alla sicurezza dei nostri risparmi, all'accesso alle reti elettrica e del gas...

Naturalmente, in questo come in altri casi, una domanda è d'obbligo: indipendenti da chi? 

E qui il piccolo grillino che è in tutti voi avrà la risposta pronta! "Indipendenti da #aaaaabolidiga!", ça va sans dire...

Bè, non è che le cose stiano proprio così, per il semplice fatto che "la politica" non esiste (come non esiste "la Germania", per dire...). Esistono le varie articolazioni degli organi costituzionali dello Stato: il Parlamento, il Governo, la Presidenza della Repubblica, gli organi ausiliari (CNEL, Consiglio di Stato, Corte dei conti, art. 99 e 100 della Costituzione), la magistratura... Da chi sono indipendenti le autorità amministrative indipendenti?

Sono indipendenti dal Governo.

Quindi non da #aaaaabolidiga, ma da una articolazione di essa: il potere esecutivo, di cui si suppone debbano essere un ausilio ma anche un contrappeso, tant'è che svolgono funzione consultiva o autorizzativa rispetto a provvedimenti governativi.

Ne deriva il fatto che la nomina di queste autorità, che per forza di cose è politica, prevede di norma un ruolo essenziale per il Parlamento, tranne in un caso, quello della Banca d'Italia, che sostanzialmente si "autonomina" attraverso un percorso tortuoso e autoreferenziale che costituisce un unicum nel quadro legislativo europeo e che forse non è estraneo ai notevoli successi mietuti dall'istituto negli ultimi dieci anni. Per questo motivo nel contesto della maggioranza giallo-verde avevamo cercato di adeguarne le procedure di nomina agli standard europei con un apposito disegno di legge, cui prima o poi bisognerà rimettere mano, ma di questo parleremo in altra occasione.

La situazione è ovviamente piuttosto ingarbugliata, come ci si poteva aspettare da realtà che si sono infilate furtivamente fra gli organi costituzionali dello Stato in diversi periodi storici, e la trovate riassunta molto bene (se interessa) a pag 168 di questo dossier del nostro Servizio studi.

Si va dai casi in cui i membri sono eletti in Parlamento (con voto limitato, come nel caso del Garante della Privacy, o con maggioranza qualificata di due terzi, come nel caso dell'Autorità Garante per le Comunicazioni, per gli amici AGCOM), ai casi in cui le Commissioni parlamentari competenti esprimono a maggioranza qualificata un parere vincolante su una nomina di iniziativa governativa (e questo accade per l'ARERA, per l'ANAC, per l'ART), ai casi in cui le Commissioni competenti esprimono un parere non vincolante (come accade per la CONSOB e per la COVIP), ai casi in cui il Parlamento entra in gioco attraverso i Presidenti dei due rami, cui incombe il potere di nomina (e questo vale per l'AGCM e per la Commissione di garanzia per il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali).

Le fattispecie però non sono solo queste quattro (elezione in Parlamento, nomina governativa con parere vincolante o non vincolante delle Commissioni, designazione da parte dei Presidenti dei due rami del Parlamento), perché c'è il dettaglio non irrilevante della nomina del Presidente.

Ad esempio, nei due casi in cui il Parlamento elegge i membri (ricordate: Privacy e AGCOM), la nomina del Presidente, che ovviamente ha un'importanza determinante, segue due percorsi diversi: in Privacy è eletto dai quattro componenti, in AGCOM è nominato dal Governo (rectius: nominato con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio), con il parere non vincolante a maggioranza qualificata di due terzi delle Commissioni Parlamentari competenti.

Insomma: abbiamo 50 sfumature di nomina per enti che in effetti sono abbastanza diversi, pur essendo anche abbastanza simili.

Una logica in questo guazzabuglio si intravede. Ad esempio, a me sembra perfettamente logico che le procedure di nomina delle autorità "garanti" (Privacy, AGCOM, AGCM) siano maggiormente radicate in Parlamento, perché ha senso che sia l'espressione diretta della sovranità popolare a scegliere chi deve occuparsi di garantire diritti costituzionalmente tutelati. Mi sembra anche sensato che nelle autorità di regolazione (ART, ARERA) il processo di nomina abbia impulso all'interno del Governo, originando da una proposta del ministro competente (salvo avere, a valle, il filtro del parere vincolante e a maggioranza qualificata delle Commissioni competenti).

Più in generale, anche se forse 50 sfumature di nomina sono troppe, mi sembra assolutamente fisio-logico che autorità che ricadono in tipologie diverse e tutelano interessi distinti abbiano diversi percorsi di nomina, alcuni più "sbilanciati" verso il Parlamento, altri più sbilanciati verso il Governo.

Fatto sta che questo Governo, che già si era distinto a ottobre con l'articolo 9 del decreto "capienze" per il tentativo, parzialmente respinto, di intervenire sull'autorità Garante della privacy circoscrivendone i poteri ed esponendo quindi i cittadini a qualsiasi arbitrio da parte delle pubbliche amministrazioni (un Governo che interviene per decreto su un'autorità indipendente dal Governo: ma vi rendete conto? Sarebbe questa l'indipendenza!?), nel disegno di legge sulla concorrenza torna alla carica con un articolo, il 32, che qui vi riporto:

Art. 32.

(Procedure di selezione dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti)

1. Al fine di rafforzare la trasparenza e l'imparzialità nelle procedure di nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti di cui all'articolo 22, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, ogni soggetto competente alla nomina istituisce una « Commissione tecnica per la selezione delle candidature a presidente e componente delle autorità amministrative indipendenti », di seguito denominata « Commissione ». Il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure di nomina di rispettiva competenza.

2. Ciascuna Commissione è composta da cinque membri scelti tra personalità di indiscussa indipendenza, moralità ed elevata qualificazione professionale nei settori di rispettiva competenza, nel rispetto del principio della parità di genere.

3. La Commissione, anche sulla base delle manifestazioni di disponibilità ricevute, a seguito di un avviso pubblico, dai soggetti competenti alla nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità di cui al comma 1, verifica la sussistenza dei requisiti previsti dalla normativa vigente in relazione alla nomina dei componenti di ciascuna autorità e trasmette ai soggetti competenti alla nomina una lista di almeno quattro candidati per ciascun membro da nominare, dotati di comprovata competenza ed esperienza nel settore in cui opera l'autorità, oltre che di notoria indipendenza e di indiscussa moralità, nel rispetto del principio della parità di genere. Ai fini di cui al presente comma, la Commissione può procedere ad audizioni dei candidati. Al fine di consentire il perfezionamento della procedura di nomina non oltre tre mesi antecedenti alla data della scadenza del mandato del presidente o del componente in carica, l'istituzione della Commissione e la trasmissione della lista di cui al primo periodo devono avvenire con congruo anticipo.

4. Ferme restando le specifiche disposizioni di legge che disciplinano le competenze per la nomina dei membri di ciascuna autorità di cui al comma 1, i soggetti competenti nominano il presidente e i componenti tra i candidati individuati nella lista trasmessa ai sensi del comma 3.

5. La partecipazione alla Commissione è a titolo gratuito. Ai membri della Commissione non spetta alcun compenso, indennità, gettone di presenza, rimborso di spese o emolumento comunque denominato.

6. I presidenti e i componenti delle autorità di cui al comma 1 in carica alla data di entrata in vigore della presente legge proseguono nelle funzioni fino al termine del loro mandato.

Vale la pena di elencare quali sono le Autorità coinvolte dalla norma (cioè quelle di cui all'articolo 22 comma 1 del DL 90/2014:

1) AGCM

2) CONSOB

3) ART

4) ARERA

5) AGCOM

6) Privacy

7) ANAC

8) COVIP

9) CGS (Commissione di Garanzia dell'attuazione della legge sullo Sciopero nel servizi pubblici essenziali)

Come vedete, resta fuori la Banca d'Italia (turris eburnea).

Fatta salva la considerazione più ovvia (che cosa c'entra un articolo che disciplina autorità indipendenti diverse dall'AGCM in un disegno di legge che si occupa di concorrenza?), le finalità di questo articolo sono tanto chiare quanto irricevibili: comprimere il raggio di azione parlamentare (e quindi, senza lasciarlo vedere, ampliare quello del Governo) nel potere di nomina delle autorità "indipendenti dal Governo", col risultato di minarne non solo l'indipendenza, ma anche la trasparenza della procedura di selezione, cioè, in definitiva, rendendo più "politica" una scelta che si finge di rendere più tecnica.

L'escamotage è nel comma 3, dove si stabilisce che la Commissione tecnica per la selezione delle candidature "trasmette ai soggetti competenti alla nomina una lista di almeno quattro candidati per ciascun membro da nominare". Di fatto quindi la Commissione decide chi non nominare, effettua cioè una scelta politica (ammantandosi nell'afflato purificatore e insindacabile della sua tecnicità): la scelta di sottrarre alcuni soggetti dal novero di quelli nominabili dagli organismi a tal scopo preposti. In questo modo però il lezzo corruttore della #aaaaabolidiga non viene affatto mondato, ma solo spostato un passo più in là: perché, come chiarisce il comma 1, la Commissione "tecnica" è di nomina politica: deve cioè essere nominata dal soggetto competente alla nomina. Quindi la "politica" non nomina i membri, ma in qualche modo nomina i "nominatori", o meglio quelli cui viene dato il potere di decidere chi non nominare. Mi sembra ovvio che la ratio legis si basa su un presupposto: il Parlamento non è in grado di scegliere i membri delle Autorità perché è inadeguato sotto vari profili, devono intervenire i tecnici.

Gira che ti rigira, siamo al solito grillismo, qui nella versione in giacca e cravatta: il nemico è #aaaaabolidiga intesa come Parlamento. Perché c'è un dettaglio che a tutti sfugge: l'antiparlamentarismo accomuna (al fascismo) due realtà antropologicamente molto distanti: il grillismo nella versione "economy" (quello del "vaffa") e il grillismo nella versione "business" (quello dei "competenti"). La linea di attacco nel primo caso è "castacriccacoruzzione, scaldate la poltronaaah", nel secondo caso è "sono incompetenti, rispondono a logiche di appartenenza e non di promozione del merito". Ma nonostante siano due linee di attacco diverse, ed entrambe con la loro parvenza di plausibilità, l'obiettivo su cui convergono è uno: annichilire il raggio di azione del Parlamento, cioè dei vostri rappresentanti, cioè vostro. Mentre è chiaro perché "i competenti" (cioè i poteri forti) non desiderino il Parlamento fra i piedi, è un po' meno chiaro perché non lo desiderino quelli del vaffa, anche se noi qui una risposta ce la siamo data, ed era corretta. In qualche modo, è nei risultati che si vogliono conseguire, e che derivano dal legame organico (che mi pregio di aver portato alla vostra attenzione in tempi non sospetti) fra grillismo (sanculotto o in grisaglia) e PD. Per una serie di complessi motivi socioantropologici (la storica prevalenza della sinistra all'interno del bacino dei dipendenti pubblici e quindi delle pubbliche amministrazioni, la capacità della sinistra di organizzare le filiere accademiche di "produzione" di tecnici, in particolare infeudando stabili baronie accademiche nell'ambito del diritto amministrativo, ecc.) in Italia quando si scrive "tecnico" si legge "PD". Chi tifa "tecnica" (anche in nome del mantra castacriccacoruzzione) quindi, oggettivamente tifa PD. La maggioranza "giallorossa" una sua logica ce l'aveva. In altre parole, la deriva antiparlamentare, vagamente assonante a ideali grillini (o di altro ventennio a scelta), come risultato oggettivo consegue quello di mettere le nomine in mano a una "Commissione PD per la selezione delle candidature a presidente e componente delle autorità amministrative indipendenti". Non prendete questa considerazione oggettiva come un segno di faziosità: io ammiro, come ben sapete, i colleghi del PCI e della DC per la loro capacità risalente di esercitare sulle istituzioni un'egemonia gramsciana. Cerco di imitarli, nel mio piccolo.

Certo però che se la contendibilità della classe dirigente (la possibilità di coinvolgerla, di stabilirci un'interlocuzione, di farla accedere a incarichi di rilievo) viene sostanzialmente limitata ex lege, tutto diventa più difficile!

Peraltro, questo antiparlamentarismo è talmente viscerale, talmente accecato dal proprio odio o dal proprio terrore verso l'eventualità che voi possiate esprimervi (o talmente ignorante: pensavamo che l'epoca delle norma scritte con parti del corpo diverse dalle mani fosse finita col Conte 2), da scoprire le proprie carte producendo una norma sbilenca! Infatti, come vi ho spiegato all'inizio, alcune autorità elencate (con rinvio) nel comma 1 sono in effetti di nomina governativa: ANAC, ARERA, ART, CONSOB, COVIP. In questi casi il Parlamento interviene a valle, con un parere non sempre vincolante. In altri termini, in questi casi la Commissione "tecnica", che però è politica, è il Governo! Non si capisce quindi perché solo "il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure di nomina di rispettiva competenza" (comma 1). Perché il Governo no? Se la norma fosse simmetrica, anche il Governo, in quanto organo politico, dovrebbe nominare una Commissione tecnica per filtrare le nomine politiche del Governo! Ma voi ce lo vedete un Governo che autolimita se stesso mentre si dedica al nobile intento di limitare il Parlamento?

Appena me ne sono accorto sono andato nella Commissione di merito intervenendo in discussione generale. Date le premesse, mi aspettavo che il mio intervento suscitasse una levata di scudi. Paradossalmente, invece, ha suscitato molta attenzione e consenso, al punto che il relatore del PD ha proposto che venisse riaperta la discussione generale per confrontarsi sul merito (proposta rifiutata per condivisibili motivi procedurali dal presidente).

A questo punto abbiamo proceduto a emendare la norma con alcuni emendamenti. Noi abbiamo presentato in particolare un soppressivo e un sostitutivo. Il soppressivo, come sapete, viene in cima al fascicolo, perché se accettato ovviamente rende inutile modificare un articolo che... non c'è più. Lo vedete qui:

32.1

Marti, Mollame, Pianasso, Pietro Pisani, Bagnai, Ostellari

Sopprimere l'articolo.

Il sostitutivo viene un po' dopo, e lo vedete qui:

32.3

Marti, Mollame, Pianasso, Pietro Pisani, Bagnai, Ostellari

Sostituire l'articolo, con il seguente:

        «Art. 32.

(Procedure di selezione dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti)

        1. Al fine di rafforzare la trasparenza e l'imparzialità nelle procedure di nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti di cui all'articolo 22, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, a decorrere dalle nomine successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, i candidati a tali incarichi devono essere eletti tra coloro che presentano la propria candidatura nell'ambito di una procedura di selezione il cui avviso deve essere pubblicato nei siti internet del soggetto competente alla nomina e dell'autorità interessata, almeno sessanta giorni prima della nomina. Le candidature devono pervenire almeno trenta giorni prima della nomina e i curricula devono essere pubblicati negli stessi siti internet. Le candidature possono essere avanzate da persone che assicurino indipendenza e che risultino di comprovata esperienza nel settore di competenza dell'Autorità interessata.

        2. Il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure funzionali agli adempimenti di rispettiva competenza.

        3. I presidenti e i componenti delle autorità di cui al comma 1 in carica alla data di entrata in vigore della presente legge proseguono nelle funzioni fino al termine del loro mandato.».

Col sostitutivo si chiede sostanzialmente che in tutte le procedure di nomina (incluse quelle governative) sia seguita la prassi della Privacy, che richiede la pubblicazione dei CV dei soggetti interessati, per assicurare la trasparenza della procedura.

Più interessante e articolato un altro sostitutivo, presentato da un illustre collega, che vedete qui:

32.2

Zanda

Sostituire l'articolo, con il seguente:

        «Art. 32.

(Norme generali in materia di Autorità amministrative indipendenti)

        1. Il presente articolo stabilisce princìpi e norme generali sull'organizzazione e sulle funzioni delle autorità indipendenti di cui al comma 2, di seguito denominate ''autorità''. Restano ferme, in quanto compatibili con il presente articolo, le discipline di settore relative a ciascuna delle autorità dettate dalle rispettive leggi istitutive. Le autorità sono costituite e disciplinate dalla legge, con compiti di regolazione e di controllo del mercato al fine di assicurare la promozione e la tutela della concorrenza, la garanzia dei diritti dei consumatori e degli utenti, la protezione di diritti ed interessi di carattere fondamentale stabiliti dalla Costituzione e dai Trattati sull'Unione europea e sul funzionamento dell'Unione europea. Ai fini di garantire la loro indipendenza di giudizio e di valutazione, le autorità sono dotate di autonomia organizzativa, funzionale, contabile e gestionale.

        2. Sono autorità ai fini del presente articolo:

            a) l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, istituita dalla legge 10 ottobre 1990, n. 287;

            b) la Commissione nazionale per le società e la borsa, istituita dal decreto-legge 8 aprile 1974, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 giugno 1974, n. 216;

            c) l'Autorità di regolazione dei trasporti, di cui all'articolo 37, comma 1, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni;

            d) l'Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, istituita dalla legge 14 novembre 1995, n. 481;

            e) l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, istituita dalla legge 31 luglio 1997, n. 249; il Garante per la protezione dei dati personali, istituito dalla legge 31 dicembre 1996, n. 675;

            g) la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, istituita dal decreto legislativo 5 dicembre, 2005, n. 252;

            h) la Commissione di garanzia per il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, istituita dall'articolo 12 della legge 12 giugno 1990, n. 146.

        3. Ciascuna autorità è organo collegiale composto dal presidente e da due membri, fatta eccezione per l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, composta dal presidente e da quattro membri. I componenti delle autorità sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con i Ministri competenti, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. La proposta del Presidente del Consiglio dei ministri è sottoposta al parere preventivo e vincolante della Commissione parlamentare competente, espresso a maggioranza di due terzi dei componenti, previa pubblicazione del curriculum vitae e audizione delle persone designate. Il Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con i Ministri competenti, sceglie il nominativo da sottoporre alla Commissione parlamentare competente, affinché questa esprima il parere, tra i soggetti che abbiano presentato la loro candidatura nell'ambito di una procedura di sollecitazione pubblica avviata con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di un bando predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. La procedura di selezione è avviata due mesi prima della data di scadenza del mandato dei componenti delle autorità in carica con la pubblicazione del bando di cui al presente comma. I componenti delle autorità sono scelti tra persone di indiscussa moralità e indipendenza e di comprovata esperienza e competenza nei settori in cui operano le stesse autorità. Il curriculum dei componenti delle autorità è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in allegato ai decreti di nomina. Non possono essere nominati componenti coloro che nell'anno precedente alla nomina hanno ricoperto incarichi elettivi politici o hanno ricoperto cariche di amministrazione o controllo, oppure incarichi dirigenziali, in imprese regolate o vigilate, nonché coloro che sono stati componenti del collegio di altra autorità. Restano ferme altresì le incompatibilità per i titolari di cariche di governo previste dalla normativa vigente.

        4. I componenti delle autorità sono nominati per un periodo di quattro anni e possono essere confermati nella carica una sola volta. In caso di gravi e persistenti violazioni della legge istitutiva, di impossibilità di funzionamento o di prolungata inattività, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, può deliberare la revoca del collegio, previo parere favorevole espresso a maggioranza di due terzi dei componenti della Commissione parlamentare competente. La revoca del collegio è disposta con decreto del Presidente della Repubblica. Per l'intera durata dell'incarico, i componenti delle autorità non possono esercitare, a pena di decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, essere amministratori o dipendenti di soggetti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura, compresi gli incarichi elettivi o di rappresentanza nei partiti politici, né avere interessi nelle imprese operanti nei settori di competenza delle autorità. All'atto di accettazione della nomina, i componenti delle autorità, se dipendenti di pubbliche amministrazioni, sono collocati fuori ruolo o in posizioni analoghe rispetto a tali impieghi, per i quali, in ogni caso, non hanno diritto ad assegni o emolumenti di alcun genere. Il rapporto di lavoro dei dipendenti privati è sospeso e i dipendenti stessi hanno diritto alla conservazione del posto. Per un periodo di un anno dopo la cessazione dalla carica, i componenti delle autorità non possono intrattenere, direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o di impiego con imprese nei cui confronti sono state adottate misure specifiche o nei cui confronti siano state aperte istruttorie di vigilanza dell'autorità presso cui hanno svolto il mandato, né possono esercitarvi funzioni societarie. Il suddetto termine è esteso a due anni per i soggetti che sono stati nominati per un secondo mandato. Per i medesimi periodi, i componenti delle autorità di cui al comma 2, lettere c), d), e) e g), non possono intrattenere, direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o d'impiego con qualsiasi impresa operante nel settore di competenza, né esercitarvi funzioni societarie. Ferma restando la responsabilità penale ove il fatto costituisca reato, la violazione di tali divieti è punita con una sanzione pecuniaria pari, nel minimo, alla restituzione del corrispettivo percepito e, nel massimo, a quattro volte tale cifra. Ferme restando le altre disposizioni previste dagli ordinamenti di settore, all'imprenditore che abbia violato le disposizioni del presente comma si applicano le sanzioni previste dall'articolo 2, comma 9, della legge 14 novembre 1995, n. 481.

        5. Le disposizioni di cui ai commi 3 e 4 si applicano a decorrere dalla data di scadenza del mandato del presidente e dei componenti in carica alla data di entrata in vigore della presente legge.

        6. All'amministrazione, al funzionamento dei servizi e degli uffici e all'organizzazione interna di ciascuna autorità è preposto il segretario generale. Il segretario generale è nominato dal collegio, su proposta del presidente dell'autorità, tra i soggetti che abbiano presentato la loro candidatura nell'ambito di una procedura di sollecitazione pubblica avviata con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di un apposito bando. Il segretario generale dura in carica quattro anni e la sua carica è rinnova bile una sola volta, salvo revoca per giusta causa. Al segretario generale si applicano le norme sui requisiti soggettivi, sulle incompatibilità, sui divieti in corso di carica e sui divieti successivi alla scadenza della carica di cui ai commi 3 e 4.

        7. Le autorità riferiscono al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti presentando una relazione annuale alla Commissione parlamentare competente. Alla relazione è allegato un elenco delle decisioni assunte dall'autorità, delle istruttorie aperte e delle decisioni di non procedere a istruttoria. La relazione di cui al presente comma è illustrata nel corso di una o più audizioni del presidente dell'autorità, il quale illustra l'attività svolta, le principali scelte regolatorie e le principali decisioni. Le autorità possono presentare al Parlamento e al Governo. segnalazioni e, su richiesta, esprimono pareri in ordine alle iniziative legislative o regolamentari necessarie alla promozione della concorrenza e al perseguimento degli obiettivi stabiliti dalle leggi istitutive. Le autorità trasmettono al Parlamento i regolamenti che disciplinano le procedure di analisi di impatto della regolamentazione e le relazioni delle analisi d'impatto della regolamentazione da loro realizzate sulla base di tali procedure.

        8. Le autorità collaborano tra loro nelle materie di competenza concorrente, anche mediante la stipula di apposite convenzioni, e assicurano la leale cooperazione, anche attraverso segnalazioni e scambi di informazioni, con le autorità e le amministrazioni competenti dell'Unione europea e degli altri Stati, al fine di agevolare le rispettive funzioni. Le autorità sono gli unici soggetti designati a partecipare alle reti e agli organismi dell'Unione europea e internazionali che riuniscono le autorità nazionali di regolamentazione, vigilanza e garanzia nei settori e, negli ambiti di rispettiva competenza. Le pubbliche amministrazioni sono tenute a fornire alle autorità, oltre a notizie e informazioni, la collaborazione necessaria per l'adempimento delle loro funzioni. Nell'esercizio dei poteri ispettivi e di raccolta di informazioni previsti dalle leggi istitutive, le autorità possono avvalersi, in relazione alle specifiche finalità degli accertamenti, del Corpo della guardia di finanza, che agisce con i poteri ad esso attribuiti per l'accertamento dell'imposta sul valore aggiunto e delle imposte sui redditi, utilizzando strutture e personale disponibili in modo da non determinare oneri aggiuntivi. Tutte le notizie, le informazioni e i dati acquisiti dal Corpo della guardia di finanza nell'assolvimento dei compiti previsti dal presente comma sono coperti dal segreto d'ufficio e sono senza indugio comunicati alle autorità che hanno richiesto la collaborazione.

        9. Per l'emanazione di atti regolamentari e generali a contenuto normativo, esclusi quelli attinenti all'organizzazione interna, le autorità si dotano, nei modi previsti dai rispettivi ordinamenti, di forme o metodi di analisi dell'impatto della regolamentazione. I provvedimenti di cui al presente comma devono essere motivati con riferimento alle scelte di regolazione e di vigilanza del settore ovvero della materia su cui vertono e sono accompagnati da una relazione che ne illustra le conseguenze sulla regolamentazione, sull'attività delle imprese e degli operatori e sugli interessi degli investitori, dei risparmiatori dei consumatori e degli utenti. Nella definizione del contenuto dei provvedimenti di cui al presente comma, le autorità tengono conto in ogni caso del principio di proporzionalità, inteso come criterio di esercizio del potere adeguato al raggiungimento del fine, con il minore sacrificio degli interessi dei destinatari. A questo fine, esse consultano gli organismi rappresentativi dei soggetti vigilati, dei prestatori di servizi finanziari, dei consumatori e degli utenti. Le autorità sottopongono a revisione periodica, almeno ogni tre anni, il contenuto degli atti di regolazione da esse adottati, per adeguarli all'evoluzione delle condizioni del mercato e degli interessi degli investitori, dei risparmiatori, dei consumatori e degli utenti. Le autorità disciplinano con propri regolamenti l'applicazione dei principi di cui al presente articolo, indicando altresì i casi di necessità e di urgenza o le ragioni di riservatezza per cui è ammesso derogarvi.

        10. All'articolo 7, comma 5, del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: ''Nell'esercizio della giurisdizione esclusiva nei confronti dei provvedimenti adottati dai soggetti di cui all'articolo 133, comma 1, lettera l), il giudice amministrativo conosce, oltre che dell'incompetenza e della violazione di legge, esclusivamente del palese errore di apprezzamento e della manifesta illogicità del provvedimento impugnato''.

        11. Il diritto di accesso, di cui all'articolo 22 legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, si applica alle autorità, che ne individuano le procedure di esercizio, nell'ambito delle rispettive leggi istitutive, rispettando i principi di cui al medesimo articolo 22.».

Prima di entrare nel merito, faccio un'osservazione di metodo.

Noi abbiamo affiancato all'emendamento soppressivo la proposta di stralcio dell'articolo dal disegno di legge. Non è che perché il Governo fa una proposta irricevibile dell'argomento non si debba parlare. Se ne può parlare (anche se oggettivamente non è prioritario per il Paese in questo momento), ma con una discussione seria e partecipata, data la complessità della materia. La risposta del PD è stata quella di  attuare per emendamento (quindi sostanzialmente senza discussione e senza possibilità di subemendare) una riforma complessiva di un tema così delicato, con accanto l'offerta di condurre una trattativa riservata per trovare un "punto di caduta".

Personalmente, nonostante sia uomo di mediazione (anche se a voi spiace), contesto radicalmente che un tema così importante, perché incide su diritti costituzionali, debba (o possa) essere risolto da me e dall'esperto collega nelle segrete stanze. Un tema di questo genere necessiterebbe di discussione ampia, partecipata e pubblica, e la richiesta dello stralcio deriva dalla necessità di soddisfare questa esigenza. Con lo stralcio infatti l'art. 32 diventerebbe un provvedimento autonomo, un nuovo AS (Atto Senato) con un distinto numero, con la possibilità di presentare emendamenti dopo aver fatto audizioni dedicate ecc.

Ma questo mi pare di capire che il Governo non lo voglia e quindi non lo vuole il PD (o viceversa).

Entriamo allora, per punti, nel merito della proposta Zanda, partendo da osservazioni generali e entrando nei dettagli.

Intanto, la proposta muove dal presupposto che sia necessario uniformare le procedure di nomina delle autorità. Contesto questo presupposto, perché, come detto sopra, in una logica di equilibrio fra i poteri mi sembra plausibile che autorità di garanzia e autorità di regolamentazione (per dirne due) abbiano percorsi di nomina differenziati in ragione dei loro specifici ruoli.

Questa uniformità poi è zoppa, perché restano fuori dall'elenco proposto al comma 2 non solo la solita Banca d'Italia (l'unica realtà su cui varrebbe realmente la pena di incidere), ma anche l'ANAC: perché?

La zoppìa si estende anche agli aspetti strutturali, perché tutte le autorità vengano portate a tre, tranne l'AGCOM. Forse che la CONSOB (cinque componenti) o l'ARERA (cinque componenti) hanno meno da fare? Avrebbe più senso portarle tutte a cinque, compresa l'ART, che si occupa di cose non banali come le concessioni autostradali! Ma qui ovviamente si insinua la logica grillina della "poltrona".

Viceversa, l'uniformità è assoluta nel meccanismo di nomina, che si articola così:

  • il Presidente del Consiglio dei Ministri sente i ministri competenti e porta in Consiglio la nomina per la delibera;
  • una volta deliberata la nomina è sottoposta al parere preventivo e vincolante delle Commissioni parlamentari competenti con maggioranza qualificata;
  • se questo parere è favorevole la nomina viene proposta al Presidente della Repubblica che la effettua per DPR.

Ora, da un lato sembrerebbe che questo meccanismo rafforzi il raggio di azione parlamentare, perché il parere delle Commissioni diventa preventivo (rispetto alla proposta che il Presidente del Consiglio fa al Presidente della Repubblica) e vincolante (come attualmente è solo in pochi casi: ARERA, ART e ANAC). Dall'altro però attenzione! I curriculum dei membri designati vengono pubblicati solo a valle della delibera del Consiglio dei Ministri. Non c'è scritto da nessuna parte, nell'emendamento Zanda, che alle candidature vada data pubblicità, cioè che il Parlamento (o le sue Commissioni) e i cittadini possano sapere quali erano le alternative, quale fosse la lista completa delle persone che hanno manifestato interesse per la posizione. Si passa cioè dall'art. 32, in cui un Comitato tecnico propone non meno di quattro nomi, all'emendamento 32.2 Zanda in cui è il Governo a proporre un solo nome! Non mi sembra un enorme progresso. Il requisito dell'indipendenza delle Autorità dal Governo viene completamente raso al suolo, sottraendo fra l'altro questo processo allo scrutinio dell'opinione pubblica! Notate che questo va frontalmente contro al nostro sostitutivo, che invece vuole rafforzare il pubblico scrutinio delle candidature imponendo a tutte le Autorità la prassi stabilita da Privacy e AGCOM (pubblicazione dei CV con congruo anticipo rispetto alla nomina).

Anche il comma 4, sotto le mentite spoglie di limitare il potere dei componenti e di incentivarne comportamenti virtuosi, proponendo a tutti un incarico di quattro anni rinnovabili (al posto degli attuali sei o sette non confermabili), in realtà estende a otto anni gli incarichi, perché salvo ipotesi drammatiche chi potrebbe non essere riconfermato? Ma in ipotesi drammatiche la destituzione è ovviamente già prevista. La verità è che la prospettiva di riconferma è ovviamente un incentivo non a essere bravi, ma ad essere acquiescenti verso chi nomina, cioè verso il Governo: alla faccia dell'indipendenza!

Il comma 5 è sciatto: nel disporre che quanto sopra entri in vigore a decorrere dalla data di scadenza del Presidente e dei componenti in carica, non prevede che cosa accade se queste scadenze sono differenziate (come accade ad esempio in CONSOB, dove sotto la Presidenza Savona sono stati sostituiti due componenti).

Il comma 7 aggiunge il tipico meccanismo di opacità delle democrazie evolute: le autorità dovrebbero riferire ex post a un Parlamento che non ha voce in capitolo nella loro nomina proponendo una tale quantità di carte da essere praticamente illeggibile.

Ma forse il problema più grave è posto dal comma 10, che limita le possibilità di ricorso di chi si senta leso dal provvedimento di un'autorità. Ve lo riporto qui per comodità:

 10. All'articolo 7, comma 5, del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: ''Nell'esercizio della giurisdizione esclusiva nei confronti dei provvedimenti adottati dai soggetti di cui all'articolo 133, comma 1, lettera l), il giudice amministrativo conosce, oltre che dell'incompetenza e della violazione di legge, esclusivamente del palese errore di apprezzamento e della manifesta illogicità del provvedimento impugnato''.

Per capire quanto è tossica sta roba, vanno sapute due cose:

1) nel linguaggio tecnico del diritto "conoscere di" significa "giudicare" (qui "giudicare del vizio di");

2) il sindacato amministrativo (cioè la possibilità del giudice amministrativo di sindacare atti della Pubblica amministrazione, e quindi anche delle authorities) si articola su tre fronti: violazione di legge, incompetenza ed eccesso di potere. Quest’ultimo implica che l'amministrazione era competente ad agire e non ha violato alcuna legge, ma ha esercitato male il proprio potere. L'eccesso di potere può prendere tante fattispecie "sintomatiche": lo sviamento dalla causa tipica (esempio: impongo il divieto di fermata, che normalmente serve per assicurare la fluidità del traffico, allo scopo non tipico di contrastare la prostituzione), la disparità di trattamento, l'ingiustizia manifesta, ecc.

Con queste premesse, sarete in grado di apprezzare che secondo l'emendamento Zanda un cittadino può impugnare per eccesso di potere il provvedimento di una autorità solo in due casi circoscritti fra i tanti possibili: palese errore di apprezzamento e manifesta illogicità. Resta quindi esclusa ad esempio la disparità di trattamento (non so se vi ricordate le vicende di un nostro amico, unico sanzionato di un consiglio che aveva preso una decisione collegiale: ecco, se passa l'emendamento Zanda, l'amico dovrebbe restare muto, nonostante la palese disparità di trattamento...).

Ora, per farvi capire quanto è grave la situazione e perché bisognerebbe discuterne con calma (cioè stralciare l'articolo dal DDL), vi presento un mio nuovo amico, l'art. 113 Cost., che parlando della tutela giurisdizionale contro i provvedimenti della PA, al comma 2 recita:

Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.

Ma il comma 10 dell'emendamento Zanda propone proprio una esclusione/limitazione di questo tipo! In fondo non è strano che il Governo limiti il potere dei cittadini di contestare un'Autorità nel momento in cui avoca a sé la nomina delle stesse Autorità! Sono due strade attraverso le quali il Governo rafforza il proprio potere, comprimendo quello del Parlamento, cioè dei cittadini.

Ecco, solo per farvi fare un piccolo tuffo nella complessità del reale.

Come per tante altre cose, forse tutte, la rilevanza pratica di una roba di questo tipo verrà intuita da molti solo troppo tardi, solo quando toccherà a loro. Voi avete in mente altro, e come non capirvi? Bene così. L'importante è che ci sia anche a chi pensa un paio di mosse avanti e cerca di evitare ulteriore degrado. Se ci riusciremo non lo so, ma non provarci è il modo più sicuro per non riuscirci (anche se ovviamente risparmia tanto lavoro che potrebbe rivelarsi inutile, come quello che ho voluto condividere con voi, visto che una discussione aperta e pubblica probabilmente non ci sarà).

E ora, andiamo a saggiare la buonafede della controparte...


(...ah, naturalmente tutto questo non ha nulla a che fare con l'infamelasciapassareverdeeeeehhh1!111 - e invece sì, perché se siamo ridotti a questo punto è perché fin dall'inizio della pandemia il Garante della privacy è sotto attacco, e solo noi lo abbiamo difeso - e ovviamente #sicceravate voi ecc.... Sapete che c'è? Non vedo l'ora che ci siate voi: avete capito, sì, a quante cose bisogna stare attenti? Buon divertimento!...)