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venerdì 12 febbraio 2016

Bran Academy

(...machedavéro del giorno...)



Gentilissimo professore,
non è stato un po' cattivo ieri a Coffee Break con l'Accademia della Crusca? In fondo Lei nei Suoi libri divulgativi ha adottato scelte linguistiche in linea con quanto l'Accademia auspica, le stesse che a suo tempo fece Galileo, che nei suoi scritti preferì usare termini italiani comuni invece del latino e del greco.
Le scrivo questo non per fare l'avvocato della Crusca ma perché, siccome nel mio piccolo sto cercando di "fare proselitismo" proprio in quell'ambiente, non vorrei dover lottare, oltre che con i soliti pregiudizi "desinìstra" tipici dei letterati, con una chiusura "per reazione" (Bagnai ci ha offeso quindi non lo ascoltiamo!)
Cordiali saluti
Con immensa stima

Vorrei chiarire un concetto.

Giunto a questo punto, le mie priorità sono cambiate.

Dopo anni nei quali ho assistito allo strazio del mio popolo, anche lì, in quello studio televisivo (ricorderete la vicenda della famiglia sfrattata, con annessi e connessi), nei quali sono stato messo a parte di tragedie umane, di carriere spezzate, di famiglie disgregate, di affetti vulnerati, nei quali ho constatato il progressivo e in molti casi irreversibile degrado del patrimonio industriale e tecnologico, e quindi culturale, del mio paese, dopo che ho assistito alla desertificazione di interi territori nei quali persone normali, miei fratelli, facevano una vita normale, quella che vorrei fare io, le mie priorità, appunto, hanno subito una lieve alterazione, della quale vi parlo, subito dopo aver (pacatamente) risolto un equivoco.

La crusca svolge un’importante funzione fisiologica: quella che svolgono le eleganti perifrasi della relativa accademia. Perché dovrei dire “salvataggio dall’interno” invece di bail-in quando il bail-in è una confisca? Le parole ci sono, usiamole! Non vogliamo dire bail-in? Bene. Allora diciamo calcolatore (invece di PC), refrigeratore (invece di freezer), e confisca (invece di salvataggio dall’interno). Io non ho tempo di pronunciare perifrasi così involute, che non chiariscono il concetto (la parola che lo chiarisce c’è già), e fanno solo perdere tempo. Io non ho tempo. O meglio: io il tempo lo avrei, perché in fondo, come agli accademici, come a tutti gli accademici, a me lo stipendio è stato solo congelato da sette anni (o nove? Non ricordo perché me ne batto il cazzo, che è voce della lingua, se lo è il suo complemento, il culo, del quale sappiamo tutti la collocazione nell’opera del nostro padre Dante…). Mi è stato congelato, ma non mi è stato tolto, come agli sfrattati che andranno sotto un ponte (ma i loro figli in una casa famiglia).

Forse non è chiaro.

Non è che perché io insegno economia io sia anche tenuto anche occuparmene, e occuparmene come lo sto facendo, parlando con chiunque e ovunque, col tassista e col confindustriale, col manager e col politico, col disoccupato e col miliardario, col tedesco e col portoghese, ovunque nel mondo, di persona e su Twitter, in ogni singolo cazzo di momento della mia vita. Potrei anche semplicemente insegnare economia punto. Così, di converso, non è che perché uno si occupa di iotacismo debba necessariamente ignorare che sta vivendo in un paese sotto attacco. Cristo: qui abbiamo il massimo linguista storico mondiale, che però, guarda caso, nonostante ormai parli broccolino (perché nemo propheta in patria), si ange e si accora per il destino della sua patria. Il che significa, in primo luogo, che percepisce a quale sinistro destino essa sia condannata.

Io potrei tranquillamente occuparmi di stimatori consistenti della matrice di covarianze alle basse frequenze spettrali, e starei pur sempre facendo l’economista. Ma non l’uomo. E siccome sto facendo l’uomo, e non l’accademico, non ho tempo, perché siccome da uomo ho dei simili (da accademico credo di poter dire di no), e siccome i miei simili soffrono (gli accademici non ancora, non è ancora arrivato per me il momento di godere), io avverto una insopprimibile urgenza di correre in loro soccorso, a loro, ai miei sempre meno cosiddetti simili.

E quindi, fatto salvo il principio che dico il cazzo che mi pare perché sono in un paese libero e perché sono fiorentino (e quindi l’accademico di Crotone o di Pordenone me lo appendo comunque al cambio iuris et de iure), mi riservo anche il diritto di dire bail-in, quando si sa di cosa si sta parlando, anziché salvataggio dall’interno, perché così faccio prima.

Fra l’altro, offuscando il concetto (che è quello di “confisca”) certa gente ci fa capire da che parte sta, e a occhio e croce non mi pare che sia la nostra, cosa della quale Qualcuno si ricorderà a tempo e luogo.

Sì.

Aveva ragione Brigitte.

I nostri nemici sono gli intellettuali.

E i nemici non si destinano al proselitismo: si destinano alla sconfitta.

Ci attendono tempi oscuri, nei quali sarà necessario provvedere almeno all’illuminazione stradale. Noi abbiamo esperti del settore. Io non voglio proseliti. Io non voglio giustizia, perché so che non la avrò, che non c’è possibile giustizia, qui, per il male che ci è stato deliberatamente fatto, nell’indifferenza più totale di chi pensava di avere le terga al riparo. Io voglio vendetta, perché so che per averla non dovrò fare niente: Dio odia gli imbecilli più di me, sa meglio di me cosa farne, e lo farà. Basta semplicemente che io non faccia nulla per far salire sull’arca chi non se lo merita.

E chi non se lo merita?

Quelli con l’eguccio vulnerabile, che uno scherzo goliardico basta ad ulcerare. Oh, l’insopportabile tedio della seriosità! Quando l’università era libera, quando si autodeterminava, quando non occorreva spendere giornate in umilianti procedure burocratiche di “valutazione” di questa fava, insomma: nel medioevo, la goliardia, la dissacrazione, era parte del suo spirito. Ma quanto più subalterna e gregaria si è fatta l’accademia, tanto più ha pensato di rinsaldarsi nella propria autostima con la seriosità, con il sussiego. Poi ci sono quelli che trovano sia boria constatare che alcune previsioni erano corrette e altre errate. Quelli, insomma, che preferiscono sentirsi dire una menzogna rassicurante, che non li costringa a mettere in discussione il loro sistema di valori. E poi ci sono quelli che non sanno distinguere l’umiltà dalla modestia, cioè i mediocri. Quante persone abbiamo sentito spacciare abominevoli cazzate come verità rivelate, senza esercitare alcuno spirito che non fosse quello di prevaricazione (in assenza di quello critico), trincerandosi dietro un reticolato di IMHO? IMHO sta beata minchia!

Nessuna opinione è umile.

Tutte le opinioni sono arroganti.

I fatti, cioè la metrica, la misurazione, il teorema di Pitagora, sono umili. Ma sono anche impegnativi, e hanno la testa dura.

Il mio linguaggio è urticante?

Bene!

Repulsivo?

Meglio!

Divisivo?

Amplius, Domine!

Vedo che non è ancora chiaro: nelle crisi qualcuno perde e qualcuno guadagna, giusto? E allora, per essere sicuri di non perder troppo, non ci conviene essere troppi. Più fessi andranno incontro allo sterminio, più noi, che sapremo quando shortare (pija su, Bran Academy…), ci salveremo. Le rivoluzioni non si fanno dal basso, ma dall’alto. Oltre un certo punto, fare proselitismo diventa irrazionale.

Quando i tempi diventeranno maturi, questo blog diventerà privato. Quello che avrò da dire vorrò dirlo solo a chi penso se lo meriti, perché lo avrò guardato negli occhi. Per il momento, farà da filtro la mia pacatezza. E voi godetevi lo spettacolo.

Amen.

(…bene, caro, ora il tuo compito è, in certo qual modo, più semplice…)

(…non sia mai che i miei post non contengano una proposta costruttiva. Ecco: vi spiego cosa dovrebbe fare, secondo me, oggi, un accademico. La prendo un po’ larga…

Tous les soirs avant de se coucher il avait pris l’habitude de lire quelques pages de son Diogène Laërce. Il savait assez de grec pour jouir des particularités du texte qu’il possédait. Il n’avait plus maintenant d’autre joie. Quelques semaines s’écoulèrent. Tout à coup la mère Plutarque tomba malade. Il est une chose plus triste que de n’avoir pas de quoi acheter du pain chez le boulanger, c’est de n’avoir pas de quoi acheter des drogues chez l’apothicaire. Un soir, le médecin avait ordonné une potion fort chère. Et puis, la maladie s’aggravait, il fallait une garde. M. Mabeuf ouvrit sa bibliothèque, il n’y avait plus rien. Le dernier volume était parti. Il ne lui restait que le Diogène Laërce.

Il mit l’exemplaire unique sous son bras et sortit, c’était le 4 juin 1832 ; il alla porte Saint-Jacques chez le successeur de Royol, et revint avec cent francs. Il posa la pile de pièces de cinq francs sur la table de nuit de la vieille servante et rentra dans sa chambre sans dire une parole.

Le lendemain, dès l’aube, il s’assit sur la borne renversée dans son jardin, et par-dessus la haie on put le voir toute la matinée immobile, le front baissé, l’œil vaguement fixé sur ses plates-bandes flétries. Il pleuvait par instants, le vieillard ne semblait pas s’en apercevoir. Dans l’après-midi, des bruits extraordinaires éclatèrent dans Paris. Cela ressemblait à des coups de fusil et aux clameurs d’une multitude.

Le père Mabeuf leva la tête. Il aperçut un jardinier qui passait, et demanda :

— Qu’est-ce que c’est ?

Le jardinier répondit, sa bêche sur le dos, et de l’accent le plus paisible :

— Ce sont des émeutes.

— Comment des émeutes ?

— Oui. On se bat.

— Pourquoi se bat-on ?

— Ah ! dame ! fit le jardinier.

— De quel côté ? reprit M. Mabeuf.

— Du côté de l’Arsenal.

Le père Mabeuf rentra chez lui, prit son chapeau, chercha machinalement un livre pour le mettre sous son bras, n’en trouva point, dit : Ah ! c’est vrai ! et s’en alla d’un air égaré.

[…]

…à l’instant où Enjolras répéta son appel : — Personne ne se présente ? on vit le vieillard apparaître sur le seuil du cabaret.

Sa présence fit une sorte de commotion dans les groupes. Un cri s’éleva :

— C’est le votant ! c’est le conventionnel ! c’est le représentant du peuple !

Il est probable qu’il n’entendait pas.

Il marcha droit à Enjolras, les insurgés s’écartaient devant lui avec une crainte religieuse, il arracha le drapeau à Enjolras, qui reculait pétrifié, et alors, sans que personne osât ni l’arrêter ni l’aider, ce vieillard de quatrevingts ans, la tête branlante, le pied ferme, se mit à gravir lentement l’escalier de pavés pratiqué dans la barricade. Cela était si sombre et si grand que tous autour de lui crièrent : Chapeau bas ! À chaque marche qu’il montait, c’était effrayant, ses cheveux blancs, sa face décrépite, son grand front chauve et ridé, ses yeux caves, sa bouche étonnée et ouverte, son vieux bras levant la bannière rouge, surgissaient de l’ombre et grandissaient dans la clarté sanglante de la torche, et l’on croyait voir le spectre de 93 sortir de terre, le drapeau de la terreur à la main.
Quand il fut au haut de la dernière marche, quand ce fantôme tremblant et terrible, debout sur ce monceau de décombres en présence de douze cents fusils invisibles, se dressa, en face de la mort et comme s’il était plus fort qu’elle, toute la barricade eut dans les ténèbres une figure surnaturelle et colossale.

Il y eut un de ces silences qui ne se font qu’autour des prodiges.

Au milieu de ce silence le vieillard agita le drapeau rouge et cria :

— Vive la révolution ! vive la république ! fraternité ! égalité ! et la mort !

On entendit de la barricade un chuchotement bas et rapide pareil au murmure d’un prêtre pressé qui dépêche une prière. C’était probablement le commissaire de police qui faisait les sommations légales à l’autre bout de la rue.

Puis la même voix éclatante qui avait crié : qui vive ? cria :

— Retirez-vous !

M. Mabeuf, blême, hagard, les prunelles illuminées des lugubres flammes de l’égarement, leva le drapeau au-dessus de son front et répéta :

— Vive la république !

— Feu ! dit la voix.

Une seconde décharge, pareille à une mitraille, s’abattit sur la barricade.

Le vieillard fléchit sur ses genoux, puis se redressa, laissa échapper le drapeau et tomba en arrière à la renverse sur le pavé, comme une planche, tout de son long et les bras en croix.

Des ruisseaux de sang coulèrent de dessous lui. Sa vieille tête, pâle et triste, semblait regarder le ciel.
Une de ces émotions supérieures à l’homme qui font qu’on oublie même de se défendre, saisit les insurgés, et ils s’approchèrent du cadavre avec une épouvante respectueuse.

— Quels hommes que ces régicides ! dit Enjolras.

Courfeyrac se pencha à l’oreille d’Enjolras :

— Ceci n’est que pour toi, et je ne veux pas diminuer l’enthousiasme. Mais ce n’était rien moins qu’un régicide. Je l’ai connu. Il s’appelait le père Mabeuf. Je ne sais pas ce qu’il avait aujourd’hui. Mais c’était une brave ganache. Regarde-moi sa tête.

— Tête de ganache et cœur de Brutus, répondit Enjolras.

Puis il éleva la voix :

— Citoyens ! ceci est l’exemple que les vieux donnent aux jeunes. Nous hésitions, il est venu ! nous reculions, il a avancé ! Voilà ce que ceux qui tremblent de vieillesse enseignent à ceux qui tremblent de peur ! Cet aïeul est auguste devant la patrie. Il a eu une longue vie et une magnifique mort ! Maintenant abritons le cadavre, que chacun de nous défende ce vieillard mort comme il défendrait son père vivant, et que sa présence au milieu de nous fasse la barricade imprenable.

Un murmure d’adhésion morne et énergique suivit ces paroles.

Enjolras se courba, souleva la tête du vieillard, et, farouche, le baisa au front, puis, lui écartant les bras, et maniant ce mort avec une précaution tendre, comme s’il eût craint de lui faire du mal, il lui ôta son habit, en montra à tous les trous sanglants, et dit :

— Voilà maintenant notre drapeau.)



(…ma voi non porterete altra bandiera che quella della vostra mediocrità: anche se voi vi credete assolti…)



(... ci sono due "c'est vrai" nella letteratura francese. Uno è quello di Albertine, quel "c'est vrai" che "donnait l’étrange impression d’une créature qui ne peut se rendre compte des choses par elle-même, qui en appelle à votre témoignage, comme si elle ne possédait pas les mêmes facultés que vous", come qualcuno qui ricorda - Rockapasso, ne sono certo, ricorda anche come prosegue quella pagina. Un altro è quello di Mabeuf. E io quel "c'est vrai" non posso leggerlo senza che mi sgorghino lacrime, come stanno facendo ora, in un Freccia Rossa che ha novanta minuti di ritardo, all'annuncio del quale ferve, fra i miei compagni di viaggio, una sommossa che mi permette di piangere in pace, dopo una giornata molto, molto lunga. Chi ha detto che gli italiani non fanno rivoluzioni?...)