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lunedì 5 luglio 2021

Pre-QED 95: stampare moneta (con giudizio)

In questo post concludevo dicendovi che:


Non è ancora successo.

Non è cioè successo che Munchau ci abbia spiegato che dalla crisi si potrà uscire solo così.

Vi chiedo però di prestare attenzione, perché sono pressoché certo che stia per dircelo, e volevo segnalarvi perché.

Come credo abbiate visto (grazie a chi vi scrive), i funzionari di banche centrali non hanno difficoltà ad ammettere quello che qui abbiamo sempre detto, per il semplice fatto che è una banale verità da manuale del secondo anno: la creazione (e quindi anche la non creazione) di moneta per finanziare (e quindi anche per non finanziare) investimenti pubblici è una scelta politica, non è soggetta a particolari vincoli tecnici, se non quello macroeconomico derivante dalla potenziale creazione di eventuali tensioni inflazionistiche: tutto qua. 

Per questo qui avevamo propugnato l'idea che il fabbisogno pubblico venisse monetizzato (cioè che gli investimenti non venissero finanziari emettendo debito pubblico) almeno finché l'obiettivo di inflazione al 2% non fosse stato raggiunto. L'argomento non è distante dai temi sollevati nel convegno del 12. Si potrebbe infatti riformulare dicendo che finché esiste un ampio output gap, cioè finché il potenziale di offerta supera di molto la domanda, ha perfettamente senso finanziare la domanda (quella pubblica, secondo me) con moneta, perché la disponibilità di lavoratori disoccupati e di macchinari inutilizzati permette di soddisfare questa domanda senza che si creino tensioni sui prezzi. Ovviamente, cruciale per questo ragionamento è che l'output gap venga misurato bene, tema del quale si è occupato in particolare Heimberger. Tradotto ulteriormente, dire che "in Italia l'output gap si è chiuso" (cioè che l'offerta è appena sufficiente a soddisfare la domanda) equivale a dire che non si può pensare di finanziare ulteriore domanda emettendo moneta perché altrimenti si genererebbe inflazione.

Ora, come sempre, ci (quasi) arrivano anche quelli bravi: apprendiamo da Voxeu, blog di grande reputazione e quindi significativo degli orientamenti futuri dell'élite, che finché non ci sono tensioni inflazionistiche, ha perfettamente senso emettere moneta. Gli autori lo fanno nel 2021 con una postura che a me non piace per i motivi esposti nel lontano 2015, cioè perché parlano di finanziare la domanda privata con un meccanismo di helicopter money, anziché infrastrutture pubbliche con il consueto meccanismo di finanziamento monetario descritto dai libri di testo, ma il punto fondamentale viene posto bene in evidenza: l'unico limite al finanziamento monetario della spesa non è "dove trovi i soldi?" (risposta: li emetti), ma "quanta inflazione alimenti?" (risposta: durante una gravissima recessione, molto poca). Proporre l'helicopter money come regola "contingente" (cioè dipendente dalle circostanze, in particolare dal tasso di inflazione) è un enorme passo avanti: significa arrivare addirittura a dove eravamo noi sei anni fa!

Quindi fra un po' ci arriverà anche Munchau, lo scriverà sul Financial Times, e il QED sarà compiuto.

Mentre aspettiamo, le aziende chiudono e le infrastrutture vanno in malora (spesso la prima cosa è causata dalla seconda, come ci spiegavano alcuni imprenditori oggi a Pescara).

Ma come ogni rivoluzione culturale, anche questa ha i suoi tempi e, purtroppo, le sue vittime.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

sabato 18 aprile 2020

Quando un totem incontra un dogma...

Esco dalla diretta, e trovo questo commento assolutamente perfetto, che quindi vi evidenzio senza ulteriori commenti:



Diegolas ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Istituzioni europee (ancora sul MES)":

A me un'altra cosa colpisce (ma forse non dovrebbe, dopo vari anni qui). I piddini continuano a spingere sugli Eurobond, che sono irrealizzabili perché (legittimamente) manca la volontà politica dei Paesi centrali.

Continuano ad abbracciare un feticcio, quello della solidarietà europea, che non c'è. O almeno non esiste nelle forme che loro sperano, oramai "piatiscono": condividere il portafoglio (mutualizzare debiti, avere trasferimenti significativi). E probabilmente sono pure infastiditi, incazzati nel loro supplicare: se potessero, costringerebbero il loro fratelli tedeschi e olandesi a mutualizzare il debito, e traferire fondi.

Perché ovviamente hanno ragione loro, i piddini: "li Tedeschi nun capischeno che DEVONO da esse solidali! Li mortacci loro! Sinnò er sogno de Spinelli..."

(perdonate il Romano incerto, sono nordico...)

"Ahhh" - pensano - "se solo anche i Tedeschi fossero piddini..." (ma poi, non dovevamo farecomelagermania?!)

Invece di aprire gli occhi sull'altra soluzione più ovvia (almeno nel contesto attuale, senza l'eurobreak-up che tanto aborrono): la BCE fa la Banca Centrale, e monetizza il debito necessario ad uscire alla meno peggio da 'sto casino, come il prof e Claudio Borghi ci spiegano.

Insomma, sono disposti a fare a pugni con il totem della solidarietà europea, ma non col dogma della scarsità di moneta...

Un saluto
Diego

Postato da Diegolas in Goofynomics alle 17 aprile 2020 16:39


(...un commento lo faccio: se ci arrivano perfino i finlandesi, come vi dicevo in diretta, perché non dovrebbero arrivarci i piddini? E la risposta credo sia la più semplice: perché odiano l'Italia più dei finlandesi...)

venerdì 13 marzo 2020

Il crepuscolo dei babbei

Che spettacolo!

Non so se e quanto ve ne rendiate conto.

Certo, non se ne possono rendere conti i turisti del dibattito, quelli arrivati qui perché "ce sta quer senatore strano da a Lega che c'a er blogghe". Non se ne possono rendere conti gli operatori informativi che una pulsione voyeuristica spingesse qui, su queste pagine, alla ricerca di materiale con cui scrivere il pezzo di colore che attiri qualche sprovveduto, nell'inane speranza di sottrarre le loro testate al meritato e quindi inevitabile fallimento. Ma a quelli di voi che hanno una consuetudine "risalente" con queste pagine, pur nell'angoscia di queste ore, nella giustificata apprensione per la salute propria, e dei propri cari, nella motivata ansia e irritazione per il comportamento sinceramente incomprensibile di un Governo che si ostina pervicacemente a decidere di non decidere su niente, ne sono certo, a tutti loro, questa situazione strapperà anche un sorriso più o meno agrodolce.

Alla cialtronaglia mediatica fatta di buffoni di corte laureati in qualsiasi cosa non fosse l'economia, al clero secolare degli ordinari di alto bordo, incapaci di prezzare un litro di latte o di compilare un F24 (che, lo dico per quelli dalla desinenza tronca, non è un caccia americano), al pattume degli "esperti" di qualsiasi risma, partoriti da centri studi lautamente finanziati per fare propaganda terroristica priva di qualsiasi appiglio con la prassi e i risultati della ricerca scientifica, a questi nani del pensiero, a queste ballerine della politica, possiamo dedicare le parole che Leopardi dedicò al grande amore della sua vita (o almeno, così ce la raccontarono al liceo, perché poi crescendo l'abbiamo sentita raccontare in modo... diverso):

All'apparir del virus
tu misera cadesti...

Eh, la cialtronaglia, poverina, si ritrova oggi sguarnita, debellata dalla sua stessa pochezza culturale, che è in molti casi pochezza intellettuale (non è mica scritto da nessuna parte che si debba essere tutti intelligenti allo stesso modo), ed è evidentemente in tutti i casi pochezza umana, incapacità di mettersi nei panni dell'altro, di comprenderlo, di compatirlo, di soffrire con lui il comune destino, la comune fragilità umana, e di arrivare, così, alla conclusione cui inevitabilmente giunge chiunque comprenda e compatisca: la vita umana è troppo breve e precaria (lei sì!) perché la si debba sprecare in vane contese, perché se ne possa ignorare, e anzi deprecare, la sua dimensione naturale, che è sociale e politica.

Quante ne hanno prese, i babbei che per anni ci hanno vilipeso solo perché affermavamo limpide e comprovate verità, quante ne hanno prese, in queste ultime poche ore...

Ma rivediamole insieme, a partire dalla sberla che si sono presi a seguito delle dichiarazioni di quella dalla vita sessuale appagante (se ci potessimo permettere un consiglio, sarebbe appunto quello di tornare a dedicarsi ad essa, magari professionalmente): "we are not here to close spreads"... Questo improvvido "whatever it takes" al contrario non ha mancato di suscitare un certo scompiglio nei mercati, per i quali, in tutta evidenza, le cose dovrebbero andare in un tutt'altro modo, cioè come noi (io e Claudio, in particolare) abbiamo sempre detto.

In sintesi: lo spread non è un fenomeno fiscale, non dipende dal deficit, come ritenevano certi pavidi e afoni civil servant, con l'occhio spalmato sui terminali Reuters. Lo spread è, viceversa, principalmente un fenomeno monetario, per la semplice ragione che le banche centrali, se vogliono, possono, con la loro illimitata potenza di fuoco, decidere di acquistare i titoli che "il mercato" dovesse rifiutare, sostenendone quindi il prezzo, e tenendo di converso basso il loro tasso di interesse (la relazione fra prezzo e tasso di interesse voi la sapete). La situazione, in questo senso, è ben diversa da quando "iMercati" nel 1992 speculavano contro la lira. Allora la Banca centrale, cioè la Banca d'Italia, per sostenere il prezzo della lira (cioè il suo tasso di cambio) doveva acquistarla pagandola ovviamente non in lire (che gli speculatori appunto vendevano), ma in marchi o in dollari, di cui aveva una dotazione limitata. I dollari o puoi stamparteli, o prima o poi finiscono; ma siccome puoi stamparteli solo se sei la Fed, se sei la Banca d'Italia va a finire così.

La situazione adesso è ben diversa: ora "iMercati" speculano contro gli Stati dell'Eurozona vendendo titoli denominati in euro, e quindi la Banca centrale (cioè la Bce), che gli euro può stamparli (e lo sta facendo), ovviamente può continuare ad acquistare questi titoli indefinitamente, volendo farlo. Più esattamente, può farlo sul mercato secondario (precisazione inutile sia per chi le cose le sa che per chi non le sa).

In questo senso, e solo in questo senso, essere entrati nell'euro in teoria ci proteggerebbe dalla speculazione.

Per questo motivo, non appena la signora dalle doti nascoste ha detto che lei in pratica non era intenzionata a garantire un ordinato svolgimento dei mercati, questi, ovviamente, hanno risposto in modo disordinato:



(la conferenza stampa era nel pomeriggio del 12 e l'impennata dello spread è evidente).

Non è che ci volesse un grande intuito per indovinarlo, tant'è che fra quelli del mestiere c'è anche chi dice che lo abbia fatto apposta. Nessuno però è in grado di dirmi, fra quelli bravi, quale sarebbe stato lo scopo di una scemenza simile. Che cosa voleva fare? Andare in challenge col Governo italiano per quale motivo? Far capire ai tedeschi che la musica era cambiata? Ma la musica l'ha cambiata un esserino di 100 nanometri (mille angstrom, per capirci), che senza tanta prosopopea, senza tanta morgue (che in francese, significativamente, vuol dire sia alterigia che obitorio...), si sta incaricando di riavvicinare alla durezza del vivere tutti, anche quelli che, nati nella bambagia, vissuti negli agi e nel distacco dalle cure della vita terrena, auguravano agli altri questo salutare esercizio nella consapevolezza di non doverlo mai sperimentare.

Se sapeste quante ne sento, grazie alla mia modesta rete internazionale... trovereste meno inspiegabili certi repentini cambi di orientamento!

No, nessuna raffinata strategia. Solo tanta inadeguatezza e un po' di stupidità. Ma, come ben sapete, dal letame può nascere un fiore. E infatti, dalla gaffe (per così dire) della signora molto in forma per la sua età è nato il fiorellino esile, gracile, e tanto più prezioso quanto inatteso, di una verità. E guarda caso, a dircela, questa verità, è arrivata l'ultima persona da cui ce lo saremmo aspettato, tali e tante erano state le volte in cui aveva affermato il contrario (cioè il falso). "La Bce se necessario può concentrare i suoi acquisti di titoli per sostenere un qualsiasi paese membro". In altre parole: la Bce può, se lo desidera, governare gli spread (il modo ve l'ho spiegato sopra).

Fine delle balle, fine dell'"ha stato Borghi", fine della "teoria fiscale dello spread", già colpita a morte dal fatto che lo spread era calato (non aumentato) quando il Governo italiano aveva annunciato che avrebbe quasi triplicato lo sforzo fiscale inizialmente proposto, portandolo a 25 miliardi (era mercoledì 11, si vede nel grafico qua sopra). E infatti le parole di Visco hanno temporaneamente riportato ordine sui mercati, con una chiusura dello spread, molto marcata, ancorché momentanea (e anche questo lo si vede nel grafico).

Si apre viceversa, per ora informalmente, poi formalmente con una class action, l'epoca del diritto e della ragione, in cui qualcuno dovrà capire che se in pressoché tutte le lingue, tranne che nel bancacentralese, indipendenza e responsabilità sono due parole diverse, un motivo ci sarà, ed è che chi è indipendente, e in quanto tale esercita un grande potere, deve essere più, non meno responsabile, degli altri. Certe dichiarazioni a mercati aperti ce le ricordiamo tutti. Da oggi, inoltre, ci ricordiamo che se un paese dell'Eurozona dovesse subire una crisi dello spread, sarà solo perché e nella misura in cui la Bce lo starà tollerando (o provocando). L'ha detto, per quanto implicitamente, Visco, quindi sarà vero...

Ma mica finisce qui!

Perché a quelli delle regole europee, delle generazzzzioni future, e via scemenzando, la sberla più grossa l'ha data un loro amico, un tedesco, Scholz. Io l'avevo ben detto in Senato, di fronte a un'aula semideserta, quale fosse la strategia più corretta da seguire e perché l'emergenza offrisse una opportunità tattica:


Ma i piddini, in riunione, non volevano saperne: "Non possiamo dare al Governo l'impegno a fare qualsiasi cosa sia necessaria, non possiamo rilasciare deleghe in bianco...". Poi, oggi, il whatever it takes fiscale chiesto, in particolare, da Brunetta, è arrivato: prestiti illimitati alle imprese fino a concorrenza di 550 miliardi (ma ovviamente alle imprese tedesche).

E mica solo questo! Perché gli arancioni sono arrivati di rincalzo: 90 miliardi per il sostegno della loro economia (fiscalmente parassitaria).

Noi, come al solito, imbecilli subalterni...

Tant'è che io, che ho un buon carattere, non ci ho visto più dalla rabbia e ho mandato a un collega che mi sta simpatico (sono un debole), questo messaggio:

Vedi, so che può sembrare strano e presumo che possa non essere ricambiato, come sentimento, ma tu mi sei molto simpatico: hai una ottima postura e sei intellettualmente onesto. Ora, ti scrivo solo per sottolineare che avremmo potuto per una volta provare a essere come Paese leader anziché follower. Nota bene che la vostra timidezza per me, politicamente, dovrebbe essere un'opportunità: vi espone ad attacchi. Eh... quanta pazienza ci vuole a far politica in un sistema che falsa tutte le vere dinamiche (quelle di classe)!

La risposta è stata abbastanza sorprendente:

In effetti non mi aspettavo che la Germania uscisse con questi ordini di grandezza. 
Probabilmente hai ragione per l’altro giorno.

Voi, che siete abituati a vedermi aver ragione da nove anni a questa parte, non sarete sorpresi del fatto che io avessi ragione, quanto del fatto che qualcuno potesse aspettarsi che i tedeschi rispettassero le regole! E chi dovrebbe riprenderli? Gentiloni!? Ma dai...

E poi loro le regole se vogliono le cambiano, le hanno già cambiate: basta aiuti di Stato (i loro non lo sono stati mai, i nostri sempre), basta austerità (per loro, a noi troveranno il modo di applicarla), ecc. Ma è una novità? C'è da esserne sorpresi? Non sono anni che va avanti questa storia?

E quindi, quante altre novità ci aspettano nel prossimo futuro, che per noi non saranno tali! Immagino che scopriremo che il debito pubblico non implica alcun particolare fardello sulle generazioni future (pensate: lo diceva perfino Milton Friedman, ma che volete che ne sappia quel burbanzoso giovinotto del contado), e poi scopriremo che uno Stato sovrano può emettere moneta per finanziarsi (è scritto su tutti i manuali di macroeconomia), e via dicendo, di sorpresa in sorpresa (per gli altri).

Noi ci ricorderemo i nomi di chi ci ha mentito (e io so chi lo ha fatto sapendo di farlo, e, non essendo Pasolini, ho le prove: quante lettere a base di "Bagnai, lei ha perfettamente ragione, ma...").

Chiudo con una rapida glossa.

Non so se state seguendo i miei consigli di lettura. Dovreste. Se non li avete seguiti, non capirete subito quello che sto per dire: lo capirete fra un po'. Lo capirà subito l'autore del libro, perché se tanto mi dà tanto, non essendo uno scemo, sarà qui (in disaccordo, ma ci sarà). La glossa è questa: la débâcle cui stiamo assistendo non è solo la sconfitta di un governante dissimulatore, narcisista e accentratore, che diffidente come un imperatore della decadenza affastella sulla propria scrivania tutte le pratiche per non risolverne nessuna; non è solo la rotta di una maggioranza variegata e incompetente, incapace di decisione perché incapace di visione; ma è anche e ahimè soprattutto la rovinosa disfatta del deep state italiano, di quel cordone sanitario di civil servant di alto bordo posti dal potere a perimetro e custodia dei politici, il tracollo di quegli uomini che effettivamente sono, anche quando non lo rivendicano con amabile alterigia, il potere.

Bene.

Quello che preoccupa me è che quel potere, quel deep state, con la vicenda del coronavirus (ma in effetti anche con altre) ha dimostrato di essere platealmente inadeguato. Lo ha dimostrato sottovalutando le situazioni, lo ha dimostrato perdendo il controllo dell'ordine pubblico, lo ha dimostrato (più prosaicamente, ma non meno significativamente) mandando in giro decreti, ordinanze, editti, grida, tutti confusi e contraddittori, e tutti accomunati dal fatto di essere scritti, mi duole dirlo, me ne spiaccio, me ne vergogno, me ne scuso, ma devo dirlo: col culo! Dove sono i capi ufficio legislativo competenti, i capi di gabinetto callidi e lungimiranti, le segreterie tecniche agguerrite e reattive di una volta? Il contatto con l'antipolitica deve aver contaminato anche loro. Ogni antitesi ha bisogno di una tesi, perché si giunga a sintesi. E qui, tutto è solo degrado: degrado la politica, quindi degrado l'alta amministrazione, costretta ad esondare dalla sua funzione di servizio in una funzione di supplenza che non le compete e in cui, fatalmente, non può dare il meglio di sé, non più di un fegato che venisse trapiantato al posto di un cuore.

Questo è quello che mi preoccupa realmente. Al resto si può passare sopra, o lo si può comunque affrontare e superare. Ma la Narrendämmerung, il nostro peculiare Ragnarök, non sarà una passeggiata per nessuno.

Intanto, pensate alla salute, e non preoccupatevi se mi vedete così negativo. In certe circostanze è decisamente meglio esserlo...

giovedì 31 dicembre 2015

Moneta, corruzione e politica



Care lettrici, cari lettori,

fra poco, o da poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza di questo momento.

Il 2015, purtroppo, è andato come ci aspettavamo che andasse. Sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre scorso scrivevamo

1. che il Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org dall’amico Charlie Brown);

2. che la crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina alle nostre previsioni);

3. infine, che il TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde, ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).

Che il QE abbia fallito lo dice da settembre anche il Financial Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne. L’ultima edizione dei Conti trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le nostre teste.

Con queste premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui; la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo, a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.

Se però mi permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di corruzione la gente sclera?”.

Può sembrare che questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia. Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta) siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del reale.

Naturalmente la penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione normalmente tende a considerarla il fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente i giudizi politici a giudizi morali.

Vorrei porre come ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato ad esempio a Pescara e a Bruxelles.

Ora, torniamo ai nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto politico, la corruzione no.

La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito, partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.

Lo si è visto bene nel dibattito sottostante a questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867 visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha avuto degli esiti che non stento a definire surreali.

Ci sono stati alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo”, interviene in tal guisa:

Luigi Zundap ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende ciechi":

Travaglio ed il FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione "decente" quindi "non spariamo sul pianista".

Postato da Luigi Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27

E va bè…

Ma anche al di fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:

1. è scorretto (mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli europei);

2. è politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;

3. è logicamente contraddittorio chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno correttezza).

Ecco, è soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire (da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente) nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda, ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì delle ceneri: merda alla merda.

Invece di discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).

Ma non ne voglio ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo, mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta. Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):

Uno: “O-ne-stà! O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate, la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà, o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà, o-ne-stà…”

E via così, secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.

Ve lo dico in un altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete, ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà la troika, non è escluso che abbia questi begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne riparleremo, se avrete voglia, va bene?

La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto modo di dirvi, è per me incomprensibile come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.

Guardate ad esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!


(in una intervista al Fatto Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho mostrato, una prassi normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così, dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire come lender of last resort delle istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica della quale forse vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul primario).

Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).

Ma c’è un problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è? Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e probabilmente senza volerlo dire! 

Sentitelo:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo deciso?”

Avete capito?

Riportiamo questa logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il passo, dopo questa sostituzione, diventa:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in modo deciso?”

Se leggete la seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?






































































Ah, ecco…












































































Chissà se così riuscite a farlo capire ai vostri amici che:

1. l’intervento della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;

2. però non lo si può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.

Così è più chiaro?

Ecco: se uno capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.

E a questo punto avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra presenza…

martedì 15 dicembre 2015

Stampare moneta: l'esperienza italiana

Sottotitolo: requiem per due espertoni

(...uno vuole essere gentile, ma...)


Lorenzo Marchetti ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

In America hanno stampato tanto, non mi risulta che abbiano risolto nulla, in questi anni. Hanno "galleggiato"un po'di piú rispetto ad altri, e ricordiamoci che hanno l'enorme vantaggio che il commercio tra paesi esteri é in dollari. Semplicemente aspettarsi che la gente, a fronte di prestiti facili, e denaro facile, si metta in testa di investire nella ricerca contro il cancro, inventare nuovi fonti energetiche, é utopistico. Non é mai successo. E'buono solo sulla carta. Quello che la gente fa, o meglio, i governi fanno, a fronte di credito facile, é creare bolle. Ora in America sta per riesplodere la bolla del credito (Shale oil companies, prestiti di oltre un trilione a studenti, automobili con interessi fino al 20% a gente cui le banche non facevano credito).

Creare credito dal nulla ha sicuramente contribuito a deindustrializzare gli Stati Uniti, agevolando per 30 anni le economie dell'est asiatico. La deregolamentazione finanziaria ha fatto il resto, facendo esplodere le disparitá sociali, in tutti i paesi occidentali, a moneta sovrana e non.
 

Il fatto che l'euro sia un disastro non lo nega nessuno: ma qua stiamo davanti ad un cambiamento epocale. L'euro é un fenomeno europeo locale, che ha riproposto su scala minore quello che succede fra Cina e USA: la prima crolla perché tutta votata all'export che pero'rimane invenduto perché gli USA stanno facendo austerity.
 

Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero. E finché trovi popolazioni che vivono con 2 euro al giorno, di manodopera a basso costo ce ne é in abbondanza per decenni. Lo sviluppo di robotica e soprattutto telematica non erano previste ai tempi di Keynes.
 

Ci sarebbe anche da aggiungere come viene calcolata l'inflazione: ogni Paese ha i suoi parametri. Per esempio se teniamo conto dell'aumento dei costi di affitto in America l'inflazione é alta, se mettiamo in gioco gli stock borsistici, l'inflazione é schizzata alle stelle.
 

Ancora, prendiamo UK. Londra sta vivendo una bolla immobiliare spaventosa. Hanno creato miliardi di sterline dal nulla. Stanno meglio? i ricchi che affittano sicuramente.

Eppure battono moneta. E hanno saputo gestirsela? non mi pare, non per la "classe media", sicuramente.

Postato da Lorenzo Marchetti in Goofynomics alle 14 dicembre 2015 23:03 



Domenico D'Amico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ma, che sia scritto nei libri di economia, non vuol dire che la stampa di moneta sia mai stata un'opzione praticabile. E infatti non lo è (quasi) mai stato. Un tempo si studiava pure Marx, o Schumpeter (quello bono), figuriamoci; e comunque sempre male e sempre come fosse poesia. Gesell mai, neanche a parlarne; magari solo la versione storpiata da Lord Keynes, lo speculatore di borsa che non ne prendeva una, se non copiava. Poi fece poesia anche lui a Bretton Woods, ma era scena e lui da delegato del governo di sua maestà lo sapeva benissimo. Ma vanesio, ci teneva ad apparir giusto, alle posterità. Adesso queste cose non si studiano neanche più come poesia, e le pagine qui scannerizzate le fanno saltare a piè pari o al limite recitar in concisa prosa, tanto per...
La verità è che le manovre dei banchieri centrali, quelle raffinate di cui pochi economisti sanno, o capiscono le implicazioni politiche e storiche, nelle università e nei testi di economia semplicemente non ci sono, quindi non si studiano. Non si studia Schacht, né Montagu Norman, non si studia Burns, non si studiano i report della Banca d'Italia, le loro raffinatezze, né quelli della Bis, o i Survey of Current Businnes della Bea; ancor meno si studia la storia monetaria bancaria nel suo concreto dispiegarsi, quella degli yankees di Boston, l'Haute Finance evocata da Polanyi, o raccontata da Alexander del Mar. Piuttosto si fa modellistica su commissione (bancaria quasi sempre), si fanno mappe di una realtà incontenibile, se non da decisioni di chi gestisce le vere leve, quello politico-monetarie-militari-lobbistiche che plasmano e decidono senza alcun ritegno.
E allora non si comprende la realtà, se si studia l'economia in quel modo, questa è l'amara verità che si capisce dopo aver fatto quel percorso, e poi rifatto alla rovescia; ma solo se si tengono occhi ed orecchie aperte.
E in ogni caso, certe cose(la stampa di moneta da parte del tesoro come soluzione) on line vengono dette - magari all'amatriciana e senza offesa per la ridente Amatrice - da anni, da dilettanti e molto meglio di sedicenti esperti del nulla, noiosi quanto il mondo a due dimensioni delle loro matrici.
E tutto questo petulante rivendicare primigenie, avanguardismo, è quanto meno inadeguato e infine semplicemente non corrispondente al vero: come sempre, alla fine, la realtà s'incaricherà di dare a chi spetta cosa.

Postato da Domenico D'Amico in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 17:57 



Ma perché? Perché? Perché appena si parla di moneta la gente sclera? Qui mi sembra di essere tornato indietro di quattro anni, all'inizio del nostro percorso, quando il nostro lavoro di divulgazione non aveva ancora contribuito ad alzare il livello del dibattito, costringendo i nostri avversari a battersi su un terreno sul quale non potevano che perdere: quello dei dati.

Forse aveva ragione uno di voi, particolarmente arguto, ma non ricordo chi fosse (e mi pare che commentasse sullo sbilifesto), il quale sconsolato mi diceva: "Sa, laggente si portano dietro il trauma infantile di quando, richiesta la mamma del perché in cambio di un foglietto di carta si potesse avere un gelato, non si videro dare una risposta coerente...". Certo, la prima non risposta della mamma, capisco sia un trauma, e un lutto da elaborare.

Allora vedo di aiutarvi, cari amici...

Non entro nel delirio di Lorenzo, assolutamente irrecuperabile (e me ne spiace per lui). Mi limito a farvi notare un simpatico dettaglio del suo saccente profluvio di luoghi comuni (peraltro, del tutto fuori luogo dati gli intenti del mio post, ben chiari alla maggior parte dei lettori): la sua esilarante teoria secondo la quale saremmo in deflazione "perché oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina!". Come dice lui, "Il target inflazionistico del 2% é irraggiungibile, semplicemente perché la globalizzazione ha schiacciato i salari e ha spostato le fonti produttive all'estero." Cosa c'è che non va con questo argomento? Un paio di cose. Il primo è che è in contrasto logico con la maschia e virile (e fasulla) etica che impronta tutto il "ragionamento": quella secondo cui "stampare moneta" (ovvero, procedere al finanziamento monetario del deficit), sarebbe fare "credito facile" che "crea bolle" e distoglie le persone dalle loro responsabilità, impedendo loro di impegnarsi seriamente nell'"inventare nuove fonti energetiche" o nella "ricerca contro il cancro" (tutte attività notoriamente portate a termine da un settore privato debitamente disciplinato dal gold standard, come saprete...). Bene: se il problema è che la "moneta facile" (checché ciò voglia dire) rende irresponsabili, è tanto più vero che rende irresponsabili dare la colpa agli altri (la Cina)! I quali altri, va detto, sono sempre esistiti, e si sono sempre fatti pagare meno di noi, perché noi, finché abbiamo saputo gestirci nel rispetto delle nostre diversità, siamo sempre stati davanti a loro. E qui si vede la seconda cosa che non va! Da che mondo e mondo conviviamo con espertoni che la sanno luuuuuunga e che elargiscono insegnamenti etici (non essendo filosofi ma...), sempre scaricando la colpa sui soliti noti! Guardate ad esempio Alessandro Rossi, segnalato dal geniale Gondrano. Lui è un imprenditore, e quindi, giustamente, vuole pagare poco gli operai. E allora che si inventa? Che gli economisti sono tutti coglioni e lui l'unico furbo, e, naturalmente, che "oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiina!":


Tanto per capirci, se le cose stessero come dice il Rossi, o il Marchetti, non avremmo avuto negli anni '70 inflazione a due cifre, semplicemente perché a quell'epoca la Ciiiiiiiiiiiiiina aveva un reddito medio pro capite da Africa subsahariana! La Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiiina c'è sempre stata, ma la deflazione no, ed è un po' riduttivo attribuire la deflazione alla Ciiiiiiiiiiiiiiiiiina oggi, che i suoi salari stanno crescendo a tassi da noi dimenticati. Uno potrebbe dire: "Bè, ma negli anni '70 la Ciiiiiiiiiiiiiiiina con noi non commerciava, il suo mercato era isolato....". Ah sì? Peccato che Rossi ci faccia notare che già a fine '800 i suoi lavoratori erano in concorrenza coi nostri! Quindi forse le cose non stanno come dice il nostro amico, e se non bastasse la sua sicumera, a dimostrarlo varrà questo semplice esercizio di logica, assistito da una illustre testimonianza storica.

Sed de hoc satis.

Procediamo con la new entry, la quale, del tutto ignara di netiquette, viene a spiegarci che lui la sa luuuuuunga, e che il finanziamento monetario non è mai stato una concreta possibilità, perché [supercazzola austriano-signoraggiaia a piacere a base di Gesell e Del Mar, o in mancanza di meglio di Auriiiiiiiiiiiiiiiiiiiti].

Faccio una premessa.

Ci sono molti modi per dimostrare di non essere un fulmine di guerra, e naturalmente non c'è alcun problema a non esserlo: il mondo è bello perché è vario. Tuttavia, anche senza essere un fulmine di guerra, bisognerebbe essere in grado di afferrare la differenza fra non demonizzare uno strumento lecito di politica economica (quello che esortavo a fare nel mio post), e considerarlo una panacea (intento che i due dilettanti concordemente mi attribuiscono, senza alcun fondamento: preciso che li definisco dilettanti perché non ho trovato una singola pubblicazione scientifica a loro nome, e che dilettarsi non è un'attività disprezzabile, anzi! Ognuno si diverte come vuole e come può...).


Ma Dio santo, collocatevi!

Se non siete economisti, datevi una vernice di umiltà!

Si scrosta subito, ma sempre meglio quella dell'asfalto, che poi non vi scrostate più!

Non è possibile intervenire ex cathedra con tanta sicumera su cose delle quali si sa tanto poco!

La supercazzola su Gesell, se la cercate, vedete che il nostro nuovo amico la ripropone identica urbi et orbi: sa solo quello, mentre qui abbiamo fatto un discorso più articolato. Vorrei chiarire una cosa: non è perché avete dei dischetti di metallo in tasca che potete parlare di economia, come non è perché avete un cervello in testa (forse) che potete fare i neurologi.

Segue dimostrazione.

La "stampa di moneta" non è mai stata un'opzione praticabile? Parliamone. Ci saranno i dati, no?

Allora: io purtroppo dilettante non sono. In effetti, mi diletto sempre meno, e credo si veda. Fa parte del mio percorso di professionista anche una tesi di dottorato sul debito pubblico italiano, incluso, guarda un po', il debito monetario, cioè quello detenuto dalla Banca centrale: di fatto, la contropartita dell'emissione di moneta. Precisazione (restando sul semplice): la Banca centrale può intervenire acquistando titoli di Stato o all'emissione (sul cosiddetto mercato primario), o dopo l'emissione (sul cosiddetto mercato secondario). Le operazioni sul mercato secondario sono dette operazioni di mercato aperto, servono a regolare la liquidità del sistema, e non sono quindi di per sé assimilabili a monetizzazione del fabbisogno (dettagliuccio che a Munchau sfugge, ma passons). Sono monetizzazione del fabbisogno gli acquisti sul mercato primario, oltre, ovviamente, all'eventuale stampa di biglietti del Tesoro (che, questi sì, sono sempre stati una componente trascurabile del finanziamento) e all'uso dello scoperto di conto corrente di tesoreria.

Vi prego di notare la differenza fra le due operazioni, che poi è una differenza fra stock (quello di debito esistente) e flussi (quello di nuovo debito collocato in un'asta). Si potrebbe dire che un'operazione di acquisto sul mercato aperto monetizza il debito (perché la Banca centrale rastrella titoli pubblici dal mercato, riducendo lo stock di debito pubblico e convertendolo in moneta), mentre gli acquisti sul primario monetizzano il deficit (perché di fatto "coprono" con emissione di moneta una parte del fabbisogno da finanziare). In entrambi i casi la Banca centrale retrocede al Tesoro gli interessi sui titoli acquistati e quindi queste operazioni, nel bilancio consolidato del settore pubblico (in cui, una volta, confluivano Tesoro e Banca centrale), non hanno un costo in termini di tasso di interesse (altra fissa incomprensibile dei signoraggiai, di cui ci occupammo a suo tempo).

Per farvi capire quanto sia stato trascurabile il fenomeno dell'emissione monetaria in Italia, vi fornisco prima la composizione del debito pubblico. Quello detenuto dalla Banca centrale è quello "monetizzato". Questo è il disegnino:

tratto dalla mia tesi di dottorato (aka pieiccdì), da cui si desumono alcune cose interessanti.

Primo, che la monetizzazione del debito non è stata del tutto trascurabile! Nel 1976 il 40% del debito, pari a 40994 miliardi di lire, ovvero a 21 miliardi di euro (al cambio irreversibile, e su un debito totale di 52 miliardi) erano detenuti dalla Banca centrale!

Secondo, che il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia ha ovviamente influito sulla monetizzazione del debito, riducendola, ma non ne è stato condizione necessaria: la percentuale di debito detenuto da BI aveva cominciato a ridursi già dal 1977, il che significa che anche in un contesto di cooperazione, anziché di intralcio, della Banca centrale col Tesoro è possibile scegliere un mix di finanziamento (e più in generale di politica economica) che non necessariamente porti alle carriole di Weimar!

Questo per quanto riguarda il totale dello stock, cioè l'atteggiamento complessivo di politica monetaria dell'epoca. Ma per quel che riguarda la monetizzazione del deficit, cioè la creazione di base monetaria per esigenze di finanziamento del deficit, prevalentemente via acquisti sul primario (cioè alle aste), le cifre quali sono? Era veramente un fenomeno così trascurabile? Era veramente così insostenibile?

La risposta in questo caso ce la dà Spaventa, L. (1984) "La crescita del debito pubblico in Italia: evoluzione, prospettive e problemi di politica economica", Moneta e credito (uno dei tanti articoli letti e riletti mentre preparavo la tesi).

A pag. 256 Spaventa definisce le variabili che poi utilizza nella sua analisi (alla quale io mi rifeci per il mio articolo del 1996 sulla sostenibilità del debito pubblico, articolo che, se interessa, trovate qui, ma che naturalmente vi sconsiglio di leggere: tutta roba teorica, da economisti cialtroni che nulla sanno, tant'è che Antonio Pedone - uno de passaggio - incontrandomi in ascensore mi disse: 'Sa che il suo articolo è interessante? L'ho adottato fra i testi del corso avanzato di Scienza delle finanze'. Capirete che per uno che aveva appena preso servizio come ricercatore erano soddisfazzzzioni. Ho rivisto Pedone alla premiazione del Tramonto dell'euro, e anche quelle son soddisfazzzzioni: secondo me sa, come e più di noi. Gli piacque molto il mio riferimento a Meade e mi segnalò un suo testo, probabilmente la Theory of international economic policy, nel quale Meade descrive in lungo e in largo le diverse modalità di controllo dei movimenti di capitali. Ma capisco anche che alla fine uno si stanchi...):


Il coefficiente di monetizzazione del debito, la lettera greca "mi" (per gli ingiengngngnieri: "mu"), è il rapporto fra la variazione della base monetaria del Tesoro (base monetaria creata a fronte di operazioni di finanziamento del fabbisogno) e il fabbisogno. Sarebbe quella "u" con una zampetta lunga a sinistra (lo dico per i diversamente grecisti...).

Siccome sono cose che si misurano, poi Spaventa ci spiega come si è sviluppata nel tempo questa variabile "trascurabile". Lo fa nella Tabella 4 a p. 268:

Una fonte di finanziamento trascurabbbilissima! Dal 1961 al divorzio il finanziamento monetario ha contato in media per il 37% della copertura del deficit (sto considerando la misura che esclude i BOT messi dalle banche a riserva obbligatoria - possibilità offerta fino al 1976). Ci siamo? Si intuisce la differenza fra un dilettante e un professionista?

Ora, voi direte: "Ma il finanziamento con base monetaria era insostenibbbbile, creava inflazzzzzzione!" Lo direte se fate rima con voi stessi, cioè se siete espertoni. Se invece guarderete i dati (lo so, è faticoso: ho rovinato una famiglia, e una famiglia piuttosto solida, in quattro anni, per metterli insieme e farveli vedere), se guarderete i dati vedrete questo:


Ora, non vi chiedo di essere dei computer umani, ma basta poco a vedere che fra le due serie non c'è tantissima relazione: spesso si muovono insieme, e spesso in senso opposto. Morale della favola: la loro correlazione è debole e negativa: -0.18.

Tornando alla Tabella 4, e con buona pace degli espertoni che " Eh, ma c'era il conto corrente di tesoreria!", due cose sono chiare:

1) che per avere un coefficiente di monetizzazione negativo (come nel 1977) o basso (come nel 1979) il divorzio non era necessario;

2) che per portare rapidamente a zero (dal 1983 e al netto di alcune porcate fatte all'epoca, spiegate in nota) il coefficiente di monetizzazione, il divorzio è stato sufficiente.

Riassumendo:

1) il finanziamento con base monetaria del deficit è stato un fenomeno importante, in media pari a oltre un terzo del deficit per almeno due decenni,

2) esso non sembra particolarmente correlato all'emergenza del fenomeno inflattivo (e chi ha letto IPF sa perché),

3) il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, preso con le modalità e le motivazioni che qui e su Orizzonte48 sono state analizzate in lungo e in largo, ha precluso questa possibilità.

Perché?

Perché sì.

Questi sono dati, questa è letteratura scientifica. Per tutto il resto, c'è il plastico commento del giovine Baroni:

Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Stampare moneta, ovvero la convenzionalità del non...":

Ecco, io non sono un economista, ma secondo me sulla questione Duncan ci aveva visto giusto MacDuff. Le prove erano ovunque. Poi mi sta bene il discorso sui BRICS, però in tema di pericoli vedo più il bosco di Birnan a dirla tutta. Oggi c'è il bosco di Birnan!

Posso avere altri due corretti per favore?
Postato da Nicola Baroni in Goofynomics alle 15 dicembre 2015 20:14



(...state giocando con la pelle delle persone, cazzo! Deponete la vostra sicumera. Qui si parla della vita di vostri simili! Non avete un minimo di empatia? Pensate veramente, nella savana della globalizzazione, di essere leoni? Non lo sembrate, ma anche se lo foste, ricordatevi che chi è leone per la gazzella, è bersaglio per il Jarrett. Non Keith: 375... Quindi non conviene, forse, mettersi d'accordo, anziché vagheggiare un mondo a misura di superuomo, pensando di essere tali, col grave rischio di essere deluso dai fatti? Ho compassione di voi, signoraggiai austro-auritiani, e della vostra ignoranza dei fatti e delle cose. La guerra del Vietnam! Ma cazzo, il dilemma di Triffin allora? Eh, quella è teoria... Per favore, rientrate in voi. State al vostro posto. Fatevi questo regalo, qui, e nella vita. Vi ringrazio per avermi offerto la possibilità di mostrare dei dati che, per quanto banali, pochi conoscono, ma ora andate con Dio...)