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giovedì 22 giugno 2017

Ambasciatore porta (tanta) pena

Avvertite anche voi un senso di smarrimento, di vuoto? Siete anche voi oppressi da un'angoscia indefinibile, che non sapete a cosa attribuire? Vi opprime, lancinante, la subitanea appercezione del non senso di questa nostra esistenza travagliata e fragile, della precarietà che insiste su di noi, tre volte periferici: alla periferia dell'Europa (per colpa vostra; #fateskifen), del Sistema solare (per colpa di Copernico), e della Galassia (qui non saprei dirvi di chi è la colpa, perché non mi ricordo chi se ne sia accorto...)? Vi siete sorpresi a ripetere fra voi, senza particolare motivo, questi versi immortali:

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

quegli stessi versi che io e il neoborbonico recitiamo a mo' di giaculatoria ogniqualvolta Natura matrigna Inc. (sponsor di Musica perduta) allieta le maggesi odorose con una bella adacquata, di quelle che solo lei sa dispensare, e regolarmente dispensa quando c'è da scaricare il clavicembalo e trasportarlo per trenta metri all'aperto, fino alla porta (sprangata) della sala da concerto?

No, non credo che sia stata la peperonata di vostra suocera (anche se...).

Il motivo di tanto ennui sospetto sia un altro, questo:


Ci ha lasciato (dice lui, perché l'account è sempre lì...) un uomo al quale saremmo stati degni di legare insieme i lacci dei calzari: il "goodwill ambassador" dell'UNHCR, l'artista, e figlio di artista (una catena di affetti e di talenti...).

Le motivazioni?

Bè, diciamo che si dividono in due: le sue, e quelle vere.

Per le sue, vi rinvio alla mielosa apologia nella quale il nostro caro amico si dipinge quale uomo di mondo animato da tanta buona volontà, e per questa ingiustamente vilipeso da una torma di dissennati e primitivi teppisti (voi). Se vi interessa, Google sarà il vostro pastore (e io - o la mia assistente - non siamo la vostra segretaria): quaerendo invenietis.

In verità (come esordisce sempre Uga) credo che l'apologia gliel'abbia scritta qualcuno (e non credo fosse Platone), perché la cosa si era fatta un tantinello delicata.

Come mai?

Perché animato dalla sacra presunzione di potersi permettere qualsiasi cosa, inquantonato dalla parte giusta dell'universo (quella sbagliata essendo quella di tutti gli altri), il nostro amico aveva espresso valutazioni lievemente discutibili, se non altro in termini di opportunità, perché squadernavano all'universo mondo la sua (infondata) certezza dell'altrui inferiorità, come ci aveva fatto notare l'avatar più sexy del web (anche se personalmente non bacerei mai un portacenere: l'ho fatto una volta a 17 anni ma poi ho smesso...):


Ora, io non so se l'ambasciatore fosse effettivamente "pagato". Credo di no, ma se così fosse sarei veramente l'ultimo a scandalizzarmi. In un tempo in cui il capitale vede come unica soluzione dei suoi problemi quella di prendersi tutto, non pagando il lavoro, figuratevi se mi spiace che una persona, per quanto possa non averne bisogno (che poi, chi siamo noi per giudicare i bisogni di un ottimate?) pretenda un giusto guiderdone? Quindi il problema non è l'esser "pagato", notazione poco elegante (in effetti io Cristina regolarmente la blocco proprio per questa sua rusticità, meno sexy dell'avatar).

Viceversa, sul fatto che andar fuori di melone quando si occupa una posizione apicale, in particolare quando si è responsabili dell'immagine di un organismo che per sua vocazione dovrebbe rivolgersi all'umanità intera, e in particolare di quella più vilipesa e sofferente, sul fatto che questo sia un grave e preoccupante errore, ecco: su questo, purtroppo, Cristina proprio non posso bloccarla. Fra l'altro, non è mica la prima volta che un figlio (nel caso in specie, figlia) d'arte abbia messo l'arte da parte per delirare sui social...

Credo che Platone abbia affrontato questo tema ne La Repubblica, appunto (non ditemi come faccio a ricordarmelo: sono noto per essere uno che non sa di cosa parla, ma fa finta di saperlo con grande dignità...).

Comunque, siccome sono anche uno che i problemi cerca di risolverli, mi ero permesso quanto meno di indicare a chi di dovere la potenziale criticità, essendo io, per vocazione e per professione, un praticante del constructive criticism:


La soluzione, poi, è arrivata spintaneamente da sé, come avete visto (questo mi ricorda il caso di un altro focoso assertore delle proprie ragioni, dipendente di un noto paradiso fiscale).

Se non fossi stato io (il più lurido dei pronomi) a formulare la prima legge della termodidattica (ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate), se pensassi di non perdere tempo nel rivolgermi a una persona che gira con la verità in tasca e si sente in dovere di usarla come una clava, meglio, come il gladio infuocato dell'arcangelo Michele, farei notare al sanguigno difensore della vedova e dell'orfano che l'umanità è ovunque: perfino in lui (e sì che questo richiede uno sforzo di immaginazione)! Certo, è in chi, scacciato dalle bombe statunitensi, francesi, inglesi, presto tedesche, ecc., ha visto distrutta in un istante un'esistenza, e cerca rifugio. Ma è anche in chi questo rifugio lo ha perso, o teme di perderlo, per altri motivi, solo apparentemente meno violenti.

Io non credo che l'uomo rifiuti soccorso all'uomo, se non sotto la costrizione di una qualche forma di violenza. Non credo che sia sempre razzismo chiedersi cosa dividere con chi non ha nulla, quando ogni giorno si ha di meno, e il nulla è all'orizzonte: potrebbe anche essere pragmatismo. Se in tutta questa storia, che ho seguito con l'attenzione che meritava (quasi nulla), dovessi individuare uno che si sentiva migliore degli altri, e in quanto tale in diritto, anzi, in dovere di vilipenderne le paure, i dubbi, le angosce, insomma: l'umanità!, bè, credo che saprei chi designare per questo spiacevole ruolo.

E forse lo sapete anche voi.

Comunque, non è del tutto un male che le agenzie della Nazioni Unite si siano lasciate andare, se non altro tollerandola troppo a lungo, in questo come in altri casi (che non ho avuto il tempo di sviscerare, anche se mi sarebbe piaciuto tanto), a una comunicazione intimidatoria, aggressiva, arrogante e soprattutto sciatta. La loro è stata l'arroganza del loro padrone di casa (gli Usa), ed ha contribuito a fare chiarezza. Ci ha ricordato che questa agenzie nascono per gestire il progetto imperiale americano, la pax americana. Dove sono state messe seriamente alla prova (in Ruanda, a Srebrenica,...) hanno fallito, a un punto tale che forse solo l'appartenenza a una certa banca che doveva vigilare e non l'ha fatto (e ora passa il tempo sui social a farsi i complimenti da sola) può essere considerata un più avvilente marchio se non di infamia, quanto meno di inettitudine. Va anche detto che nei tragici scenari che vi ho ricordato i morti sono stati molti di più. Tuttavia, questa storia dell'aritmetica della morte non mi convincerà mai molto: almeno, non fino a quando saremo riusciti a capire quanto valga una vita umana. Fino a quel momento, il suo valore è infinito, con tutti i paradossi che ne conseguono, e dopo quel momento non è detto che il mondo sarebbe un posto migliore: non sarà per caso che lo starets Zosima si inginocchia di fronte a Dimitri, no?

Con la scomparsa dai social dell'ambasciatore che portava tanta pena, invece, mi sento di poterlo dire: il mondo è migliorato. Lui ha emesso un segnale chiaro (l'arroganza dei potenti, a vari livelli: da quella della superpotenza che vince una guerra mondiale e giustamente poi si regola come crede, mostrando - ovviamente - il volto buono, fino all'arrivo del testimonial sbagliato, a quella di chi è nato dalla parte giusta), ma poi anche tanto rumore. Dell'averci dato il primo gli siamo grati, anche se non era sua intenzione farlo. Dell'aver intermesso, speriamo definitivamente, il secondo, pure, anche se il gesto certamente non è stato spontaneo.

Agli amici delle Nazioni Unite (qualcuno che fa qualcosa di buono ci sarà, come ovunque: da Casapound a Rifondazione...) va la mia solidarietà: a differenza che in Ruanda, o in Jugoslavia, questa volta le vittime sono state loro. E di fronte a una vittima, un homo non si chiede se se la sia cercata: prima esprime solidarietà. I conti si fanno dopo, possibilmente alla fine, ed è inutile infierire con chi, dopo aver fatto la cosa sbagliata, ha verosimilmente corretto il tiro.

Ora, sgombrato il campo dai guappi di cartone, vorremmo che gli amici dell'UNHCR ci dicessero una cosa. La loro missione, mi sembra di capire (io, si sa, vengo dalla provincia) è occuparsi dei rifugiati.

Bene.

Siamo d'accordo che se qualcuno (non mi interessa chi, il mio è un discorso puramente ipotetico: io, loro, un altro?), se qualcuno, dicevo, inducesse i rifugiati dei quali loro si occupano ad affrontare un viaggio pericoloso, ad esempio ad attraversare un mare non sempre tranquillo su imbarcazioni di fortuna, farebbe un'opera non esattamente conforme allo spirito di questa missione?

La risposta può essere un sì, un no, o anche, come certamente sarà, un eloquente silenzio. In ogni caso, temiamo che molti, dopo il capolavoro di comunicazione qui attestato, la troverebbero superflua.

D'altra parte, Oscar Wilde vi aveva avvertito: "Ignorance is like a delicate exotic fruit; touch it and the bloom is gone". Il fiore della nostra ignoranza su cosa siano le organizzazioni non governative e su come agiscano le agenzie delle Nazioni Unite è stato un pochino più che toccato. Diciamo che è stato preso a randellate (dall'ambasciatore), dopo esser stato calpestato da un altro social media manager che ricorderete, e che un certo giornale acclamò "eroe".

Now the bloom is gone.

E un exotic fruit senza bloom ho proprio timore che non se lo compri nessuno.

Per restare nei paraggi di Wilde, anch'io sono come Keynes... no, non nel senso che sono come Wilde (magari!): nel senso che I am a liberal. Quindi il mercato è sempre e comunque il mio pastore.

Ma a voi che importa? Vi finanziano gli stati, cioè noi con le nostre tasse, quindi, siamo pur franchi: il rischio che correte insultandoci è minimo.

Ciò rende tanto più apprezzabile, perché dettato da disinteressata eleganza, e non da motivi venali, il consiglio affettuoso e fraterno dato a quel brandello di umanità che, in tutta evidenza, ne aveva tanto bisogno.

E a noi piace ricordarlo così...

sabato 17 giugno 2017

Platone fa rima con televisione (i piddini e l'ethos del dialogo)






...quando il dibattito, del quale qui trovate una descrizione commovente per sincerità e ammirevole per equilibrio, è terminato, sono sceso dal palco e mi sono aggrappato alla nostra fotografa di corte con la disperazione del naufrago. Credo che lei e la sua gabbia toracica abbiano capito come faccio a restare calmo: accumulando tensione. Per questo mi sono imposto di non abbandonare la mia carriera musicale.

Dei contenuti del dibattito parlerò, se sarà il caso, in altra sede: se interessa sono qui sopra. Quello che mi stupisce è la facilità con la quale in questo paese si può accedere a cariche elettive professando incompetenza, o impotenza, e in ogni caso disinteresse per le sorti del paese. La balla del "non si può uscire perché i Trattati non lo consentono", se permettete, è più enorme (e anche più rivelatrice) di quella sui famosi costi dell'uscita, che a un certo punto il mio gentile interlocutore ha quantificato (ve ne siete accorti?).

Più enorme e rivelatrice perché se vai a fare politica (e non te l'ha chiesto il medico) trovo strano che tu non conosca la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati internazionali (nel caso, la trovi a questo link, dove l'articolo 56 chiarisce che quello sollevato nel dibattito è un "non problema", e i miei lettori sanno che questo è ammesso - a denti stretti - anche da un working paper della Bce). Tuttavia, trovo ancora più strano, e, per dirla tutta, sospetto, che un politico (che in linea di principio dovrebbe, come qualsiasi professionista, dal ciabattino al fisico nucleare, esaltare i meriti della propria professione) non riconosca come un trattato sia in ogni caso il frutto di una mediazione politica, sia fatto dalla politica che se vuole può disfarlo: non è un act of God, una causa di forza maggiore naturale, uno tsunami al cui potenziale distruttivo gli uomini (politici compresi) debbano piegare il capo, salvo poi, passata l'onda, scavare fra le macerie alla ricerca di una Laltra Leuropa!

Questo porta in primo piano la domanda dalla quale sono partito nel mio primo intervento e alla quale il professor Guerrieri non ha risposto, perché la risposta non la sa o non vuole darla: perché mai le élite dei paesi periferici sarebbero così bramose di entrare in un sistema che le impastoia in regole assurde? La risposta breve la sapete: per odio antropologico verso il proprio popolo, cui si vergognano di appartenere, e per avere una comoda sponda da utilizzare allo scopo di alterare la distribuzione del reddito a vantaggio del capitale.

Ma questa, per voi che avete letto i miei libri o il blog di Luciano Barra Caracciolo, è accademia: cose sapute e risapute, attestate nella letteratura scientifica, e che possiamo anche evitare di continuare a ripeterci fra noi. Noi le sappiamo, ed è interessante mettere a verbale che gli altri le ignorano.

Sed de hoc satis.

L'osservazione che vorrei brevemente sviluppare qui con voi parte invece da questa frase di Marina, che è un'artista con l'apostrofo ed in tale qualità è dotata di uno sguardo interprete e ordinatore della realtà: la frase in cui precisa come il piddino ostenti "l’amor del dialogo per se stesso come segno distintivo di superiore urbanitas, civiltà, educazione e afflato democratico".

Ecco: vogliamo parlarne del dialogo?

Io non credo nel dialogo.

Non credo che dal dialogo emergano verità.

Più esattamente, non credo che dal dialogo possano mai emergere verità scientifiche: possono (e devono) emergere mediazioni politiche,  ma l'uso del dialogo come strumento di accertamento di una ipotetica verità scientifica mi lascia sempre molto freddo, anche perché nella prassi quotidiana si constata che chi lo propugna generalmente non lo fa per scoprire una verità "terza", ma per affermare un proprio pregiudizio ideologico (proposto come verità tecnica ideologicamente neutra, o come fatto naturale). Il culmine di questa perversione metodologica si raggiunge nella retorica grillina dell'"ascolto tutte le campane e poi ggiudico con la mia testa" (che generalmente è piena solo del rimbombo delle summenzionate campane: e se l'eco persiste, un motivo c'è...).

Ve lo dico con la frase che ho lasciato sul libro degli organizzatori del dibattito: persone serie, competenti e simpatiche, che è stato un piacere conoscere, e che spero accolgano la mia provocazione di invitare nuovamente me e il prof. Guerrieri quando Macron si sarà schiantato (peraltro, Pordenone è una città che vale la pena di visitare, sotto ogni profilo: questo per la cronaca). Mi sono sentito un po' in colpa nel farlo temendo di poter essere mal interpretato (però: male non fare, paura non avere, e non era un atto di ostilità nei loro confronti, tutt'altro!), ma non ho resistito alla tentazione di scrivere quello che penso: a memoria, una cosa del tipo "forse non ve ne sarete accorti, ma non credo nel dialogo: un dibattito sull'euro oggi non ha molto più senso in termini scientifici di quanto possa averne un dibattito sul sistema geocentrico. Tuttavia, così come da musicista mi viene talora richiesto di dare senso a una partitura che non ne ha molto, da economista ho cercato di dare un senso a un dibattito che non ne ha alcuno, e vi sono grato di questa opportunità. Ma la scienza è un'altra cosa...".

Attenzione: la scienza non è tutto, e il valore politico del dibattito che si è svolto è rilevante come potete constatare de visu. Quindi la mia affermazione secondo cui un dibattito simile non avrebbe senso va letta nella sua interezza: "non ha senso in termini scientifici" (e qui lo sapete tutti), il che ovviamente non implica che l'evento nel suo complesso non avesse senso (altrimenti avrei declinato)!

Tuttavia, quando il dibattito verte intorno al tema se sia più duro il diamante o il talco, o se sia più recessivo il cambio fisso o quello flessibile, esso diventa, come dice Marina, fine a se stesso (tanto più se l'interlocutore elude tutte le domande politiche!).

Ora, se da un lato mi è perfettamente chiaro il motivo per cui i vertici piddini (ripeto: anche in salsa ortottera) vogliano promuovere il dialogo come strumento per avviluppare la loro base in una futile rete di argomentazioni capziose e contraddittorie, dall'altro, con tutta la mia sfiducia nell'umanità, mi resta un po' difficile capire come mai la base ci caschi! In fondo, i piddini son gente di cultura...

Credo che questa singolare cecità abbia radici antropologiche profonde. Proviamo a individuarle nella storia del pensiero occidentale, una storia le cui radici affondano in quel paese che quattro usurai cialtroni e fascisti hanno distrutto e del quale stanno vilipendendo il cadavere (atto che apporrà il suggello dell'infamia sul progetto che ne è stata causa e ne è copertura).

Come ricorderete, in questo blog abbiamo definito (antropologicamente) piddino la persona che sa di sapere, cioè il seguace, spesso inconsapevole, di un filosofo contemporaneo di Socrate, ma molto meno conosciuto: Etarcos, il quale, appunto, sapeva di sapere. L'esatto contrario del suo più famoso confratello, passato alla storia per aver affermato quanto sapete (o sapete di sapere) in un passo che vi esorto a rileggere perché calza perfettamente con il tema del quale ci stiamo occupando. Gli esempi si sprecano: Guerrieri sa di sapere che non esiste un articolo 56 della Convenzione di Vienna a disciplinare il recesso da trattati internazionali che non contengano clausole esplicite in tal senso; Cirino Pomicino sa di sapere che il problema dell'euro è il modo in cui è stato fissato il cambio irrevocabile (irrevocabile una sega, ma questo è un altro discorso); Giampaolo Galli sa di sapere che la svalutazione sarebbe del 30% (cioè non ha letto nemmeno un articolo scientifico in merito); e via dicendo...

Questo elenco, che non può ne vuole essere esaustivo, mostra però una caratteristica che ritroveremmo su un campione più ampio: la piddinitas, nonostante abbia un addensamento statisticamente significativo fra le persone che sostengono l'attuale Partito Democratico, travalica i confini di questo spartiacque politico, a destra, come a sinistra (Paolo Ferrero sa di sapere che la moneta non è un'istituzione che influenza la distribuzione del reddito, dopo di che, distrutto il proprio partito, se ne va amunt prima che altri lo mandino altrove, ecc.).

Ora, dovremmo interrogarci qui non tanto su cosa sappiamo di Etarcos (quel poco che c'è da sapere ve lo dissi io cinque anni fa), ma su cosa sappiamo di Socrate. Che opere ci ha lasciato?

Nessuna.

Questo ci crea un piccolo problema (e prima che a noi lo ha creato ad altri): noi abbiamo imparato che la verità dell'uomo è nelle sue opere, nei suoi scritti, anche quando nessuno li legge, anche quando molti si limitano a guardarli come una mucca guarda un cartello stradale, o un intellettuale della Magna Grecia guarda un bestseller.

Dobbiamo quindi convivere con l'infelice condizione di considerare maestro del nostro pensiero un personaggio del quale in effetti non sappiamo nulla, o quasi.

Perché qualcosa sappiamo.

E cosa?

Quello che ci viene trasmesso dai dialoghi di Platone (e dal monologo citato sopra, scritto sempre da Platone). Ecco: qualora vi foste letti Diogene Laerzio, come io feci in classe di Giannantoni, sapreste che è con Platone che il dialogo irrompe sulla scena, e lo fa, oggettivamente, in un contesto culturale nel quale erano egemoni i sofisti, i maestri della retorica, cioè dell'arte della persuasione (politica), un'arte che poi mi son ritrovato a studiare nelle sue estreme propaggini (la retorica musicale barocca, un mondo affascinante, ma che ora ci porterebbe troppo lontano).

Il dialogo quindi geneticamente, in re ipsa, si presenta come strumento di persuasione, non di verità. Ma anche volendo ignorare questo contesto culturale, e il contesto economico, quindi politico, quindi storico che lo determinava, basta aprirlo, un dialogo di Platone, per capire che roba è: un luogo gestito da una persona (Platone) con molte idee forti (non a caso passato alla storia per averle oggettivate collocandole in un mondo a parte), in cui il padrone di casa mette in bocca a uno o più sparring partner domande delle quali ha preconfezionato le risposte che è lucidamente determinato ad affermare a qualsiasi costo, compito affidato per lo più al personaggio Socrate, che dà queste risposte facendo finta di fare delle domande (si chiama maieutica). Va da sé che il padrone di casa, che sa bene dove vuole arrivare, per arrivarci dà a chi è incaricato di pronunciare, o estrarre (col forcipe), la risposta "giusta" (Socrate), molto più spazio di quanto ne dia a chi potrebbe dare la risposta "sbagliata".

Alla faccia del dubbio metodologico...

Forse ci avrete fatto caso: se non mancasse la pubblicità, sarebbe esattamente la descrizione di un talk show televisivo: Platone fa rima con televisione. Non è poi così strano che in meno di 25 secoli le forme della comunicazione politica non siano cambiate di molto. Credo che la fascinazione dei piddini per il dialogo dipenda in parte dal loro connaturato soggiacere al principio di autorità. Platone come Stiglitz, insomma (chi ha visto i video capirà...). Le supposte radici classiche di questo simpatico strumento di condizionamento, poi, sono ai loro occhi un ulteriore elemento di pregio: le conosce solo chi ha fatto le scuole alte, e ostentarle è quindi segno di appartenenza agli ottimati, altra cosa cui il piddino anela, perché non sapendo (ma intuendo) di non valere un gran che, deve necessariamente assicurare la coesione del proprio ego puntellandolo con quelli altrui. In ogni caso, non è difficile intuire per quali motivi un genere nato nella cosiddetta democrazia ateniese, e reso universalmente noto da un pensatore politico che per i nostri standard sarebbe un tantinello totalitario, sia tanto apprezzato dai nostri amici piddini. Fra le tante cose che sanno di sapere, primeggia questa: loro sanno di sapere di essere migliori degli altri (nonostante, lo ribadisco, intuiscano di non esserlo: e da questa radicale insicurezza scaturisce la loro petulante aggressività).

Sanno cioè di sapere che Platone li riserverebbe alla classe dei governanti, quelli che hanno l'anima razionale.

E tanto basta.

C'è solo un problema: basta a loro, ma purtroppo non basta a noi.

Amicus Plato, sed magis amica veritas. Quando andavo all'università mi sembrava solo una bella frase: ora che la polis mi coinvolge, comincio a capire cosa significhi. Nel caso non sappiate il latino... bè, diciamo che la traduzione è nei due video in cima a questo post!

Buon divertimento (e si apra la discussione... che non è un dialogo!).