Qui abbiamo sempre fatto un certo sforzo per mettere le cose in prospettiva, traendone discreto giovamento. Approfitto di una uggiosa giornata di pioggia nella trincea della legge di bilancio per riprendere un tema che abbiamo trattato infinite volte (ad esempio qui, qui, qui, qui...) riprendendolo anche dopo la pandemia (ad esempio qui e qui): quello della crescita economica del Paese, intesa come crescita del Pil. Sono usciti da un mese e mezzo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale e volevo rapidamente commentarli con voi, per dare un'idea delle condizioni in cui ci troviamo.
Intanto, questo è il Pil reale dell'Italia in miliardi di euro dal 1980 al 2020 con le previsioni dal 2021 al 2026:
Secondo il Fmi nel 2022 torneremo al livello del Pil del 2019 (con 1733 miliardi di euro - nel 2019 erano 1725) e, udite udite!, nel 2025 saremo di nuovo, con 1797 miliardi, al livello del Pil del 2007, cioè al livello pre-crisi, pari a 1795 miliardi. Ci saranno cioè voluti, nonostante la pandemia, "solo" 18 anni per superare lo shock della crisi Lehman e di tutte le sue successive ramificazioni.
Cominciamo quindi col dire che per fortuna finora è andata meglio di come temevo andasse qui:
dove però specificavo che questo scenario (recupero del livello pre-crisi nel 2050) era ovviamente molto conservativo/pessimistico, e lo avremmo fronteggiato nel caso in cui non ci fossimo liberati delle regole europee (la decisione di sospenderle fino alla fine del prossimo anno è stata presa
all'inizio di quest'anno, e quindi quasi un anno dopo il post in cui vi presentavo questo grafico). In questo scenario pessimistico escludevo una ripresa a "V", che invece finora pare ci sia, anche se è una V sbilenca perché la discesa è durata un anno e la risalita ne prenderà (almeno) due. L'unico dato certo è che nel 2021 il tasso di crescita è stato molto più elevato (intorno al 6%) della media storica dall'entrata nell'euro in poi (0.44%), quella usata con un'ipotesi dichiaratamente semplicistica per costruire la parte arancione del grafico qua sopra.
Resta però sempre aperta una questione che viene regolarmente ignorata nel dibattito. Quando saremo tornati al livello pre-crisi, quello del 2007, che ci siano voluti 18 o 43 anni questo comunque non significherà che avremo "recuperato": significherà semplicemente che saremo tornati al punto di partenza, perdendo 18 (o 43) anni di crescita. Sarebbe utile avere almeno approssimativamente in testa un'idea di dove saremmo oggi se non avessimo subito il tracollo esogeno del 2009 (la crisi finanziaria globale) e poi quello endogeno del 2012 (l'austerità di Mario Monti).
Un modo grossolano ma efficace per fare questa valutazione è usare i dati disponibili per stimare la tendenza di crescita del Pil fino al 2007, e poi estrapolarla fino ad oggi.
Usando i dati dal 1980 al 2007 possiamo interpolare questa tendenza lineare (sì, so che è il modello sbagliato perché quello giusto è una cosa così, ho letto il "two Charlies paper", ma ci facciamo andare bene una tendenza lineare):
Questa semplice elaborazione da Excel in buona sostanza ci dice che in media fra il 1980 e il 2007 il Pil italiano è aumentato di 26 (25.948) miliardi all'anno. Possiamo usare questa semplice informazione per capire dove saremmo se non ci fossero toccate, in ordine cronologico, la crisi finanziaria globale, l'austerità, e il COVID (tre sciagure di cui almeno due certamente
man-made).
Il disegnino è questo qui:
e spero che faccia capire che cosa intendo dirvi. Tanto per darvi un'idea, nel 2019, cioè prima dell'arrivo della pandemia che abbiamo affrontato come sapete, la differenza fra dove eravamo (la linea blu) e dove avremmo potuto essere se dal 2007 fossimo cresciuti allo stesso ritmo tenuto nel 27 anni precedenti (la linea arancione tratteggiata) era di 397 miliardi (dati dalla differenza fra i 2122 miliardi cui saremmo arrivati continuando a crescere, e i 1725 storici). Nel 2021 non sarà meglio: lo scarto fra linea arancione (la tendenza storica di crescita) e linea blu (la crescita realizzatasi effettivamente) arriverà a 511 miliardi, che poi è come dire che il Pil cui avremmo potuto aspirare in assenza di tutti questi shock è del 30% superiore a quello che registreranno le statistiche.
Ora, capite bene che parlare di "fine dell'emergenza" quando saremo tornati al livello del 2007 (e tanto meno a quello - inferiore - del 2019) non ha alcun senso, né tantomeno ne ha parlare di ritorno alle "regole europee" precedenti, atteso che, come si vede bene dal grafico, una buona parte di questo scarto si è accumulata quando dal 2012 al 2014 ci siamo inflitti tre anni di recessione del tutto superflui obbedendo a ricette che oggi tutti definiscono sbagliate (la cosiddetta austerità). Ma quando ne parlo in Senato, al di fuori dei miei colleghi di partito, non credo che nessuno mi capisca (sono però persone garbate - tranne Renzi, va detto - e mi ascoltano con cortesia).
Prima di concludere, vorrei gestire almeno tre obiezioni ovvie (per quelle meno ovvie ci sarete voi).
La prima è quella cui ho già accennato sopra in un breve inciso tecnico: il modello utilizzato per calcolare la crescita cui si sarebbe ipoteticamente arrivati se dal 2008 in poi non avessimo inanellato disastri su disastri (quello utilizzato per calcolare la linea arancione) non è particolarmente sofisticato (ai nerd, che non ne hanno bisogno, dico che è questo qui). Possiamo divertirci utilizzando modelli più sofisticati, tipo questo qui, e chi ne ha voglia può tranquillamente farlo, ma onestamente non credo che il quadro cambierebbe di molto. Tra l'altro, lo scopo di questa semplice simulazione è dare ordini di grandezza, e scenari che si sviluppano su oltre dieci anni hanno necessariamente una validità molto circoscritta. Su un orizzonte temporale simile la robustezza del modello (e quindi la sua semplicità) fa premio sulla sua sofisticazione (come vedremo poco avanti).
La seconda obiezione è che quanto osserviamo in questi scenari potrebbe essere comunque una deviazione di medio periodo, qualcosa di riassorbibile. Invece, purtroppo, è una catastrofe epocale, il che significa (lo chiarisco a chi sta leggendo queste pagine nell'anno in cui sono state scritte) che stiamo vivendo in una catastrofe epocale (che non è la pandemia ma l'austerità). Per rendersene conto basta andare sul sito dell'Istat, alla cui homepage trovate questo bel grafico:

La serie storica secolare del Pil ci mostra che nei 159 anni che hanno seguito l'Unità d'Italia non si è mai vista una catastrofe simile: solo la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato una cicatrice ugualmente percettibile, ma riassorbita molto rapidamente, a differenza di quanto vediamo dal 2007 in poi. Immaginate di vedere questo grafico nel 2200 (qualcuno lo vedrà, magari qualche archeologo del web ritroverà queste parole): la cicatrice sarà ancora molto ben visibile, e così nei secoli e nei millenni a venire (fatto salvo ovviamente il caso di
evento astronomico, visto che con la virologia - e i suoi adepti - abbiamo già dato uscendone, se non migliori, almeno non estinti).
Vorrei che foste profondamente coscienti di questo, e che usaste questo dato (e il fatto che la classe politica italiana nella sua vasta maggioranza è culturalmente incapace di relazionarcisi) come principale lente per osservare qualsiasi cosa vi stia accadendo attorno, perché, che lo vogliate o no, il dato storico principale del periodo che stiamo vivendo assieme è, e resterà nei dati, questo, non altri.
Vado a un terzo punto, a una curiosità che potrebbe spontaneamente sorgere: ma agli altri com'è andata? Perché se per noi è stata una catastrofe, se si è creata una voragine simile, potrebbe anche darsi che la colpa sia nostra, visto che siamo dei lazzaroni, siamo corotti (#aaaaacoruzzione), siamo eticamente e ontologicamente inferiori ai nostri vicini di casa, ecc. ecc. (gli argomenti da bar dello Sport che sentite in televisione e leggete sui giornaloni). La prima osservazione ovvia viene in realtà dal confronto intertemporale, più che da quello internazionale: banalmente, se fossimo veramente quelle merde che certi nostri editorialisti a libro paga dipingono, la nostra storia sarebbe costellata di altri episodi simili. E invece no: c'è solo questo, visto che perfino dalla Seconda Guerra Mondiale ci siamo ripresi con una discreta scioltezza, ed eravamo molto più liberi di oggi, molto meno contornati di cari amici europei che ci danno tanti buoni consigli, ma anche tanti cattivi esempi...
Tuttavia il confronto internazionale fornisce spunti interessanti. Vediamo ad esempio come se la sono cavata Germania e Francia, i nostri fratelli maggiori nell'area euro:
Intanto, si vede che in fondo in Germania il modello un po' banale che abbiamo utilizzato per stimare la crescita ipotetica dal 2008 in avanti (usando i dati dal 1980 al 2007) non va poi così male: nel 2019 lo scarto fra le linee arancione e blu (l'errore di previsione) era solo del 2,8% per una previsione a dodici anni! Che è come dire che se da noi le cose vanno così male, se i dati effettivi si discostano così tanto da quelli estrapolati, la colpa non è del modello... Tuttavia, si vede che anche nel Paese meno svantaggiato dall'attuale contesto (perché beneficia di un sostanziale
dumping valutario, perché ha lasciato una parte consistente del suo sistema bancario fuori dallo scrutinio della occhiuta vigilanza europea, ecc.) la crisi del 2009 ha lasciato una traccia, determinando uno slittamento della crescita storica al di sotto (se pure di poco) di quella ipotizzabile coi dati fino al 2007. Considerazioni analoghe valgono per la Francia, che però, avendo problemi di competitività (come qui sapete da tempo), nel 2019 si trovava sotto del 5,2% (non il nostro 30%, ma sempre qualcosa di ben visibile).
Insomma: uno slittamento verso il basso c'è stato per tutti, inutile girarci intorno, anche se il nostro è particolarmente grave per motivi sostanzialmente uguali e contrari a quelli del nostro principale concorrente.
Ma se ci allarghiamo un po', se usciamo dall'Eurozona, o dall'UE?
Nel Regno Unito abbiamo un quadro sostanzialmente simile a quello offerto dalla Francia (persistenza dello shock del 2008, ma senza il secondo tracollo nel 2012 causato a casa nostra dall'austerità, con scarto dalla crescita tendenziale pari al 4,6% nel 2019, mentre in Polonia applicando lo stesso metodo le cose si presentano così:
e finalmente abbiamo un grafico in cui la crescita effettiva supera, e di gran lunga, quella tendenziale! Però, qui c'è un problema: la crescita tendenziale della Polonia è sottostimata perché nel calcolarla abbiamo tenuto dentro gli anni '80, quando le cose per tanti motivi non è che andassero benissimo. Se calcoliamo la crescita tendenziale (la linea arancione) usando i dati "post-portuali di Danzica" (diciamo dal 1991), come è forse più corretto fare, la cosa si presenta così:
e insomma ci siamo capiti: per qualcuno l'ingresso nell'UE è stato veramente un'opportunità, ma è chiaro che questa discesa, vista dal basso (cioè da sud) sembra una salita...
Sintesi: il disastro è successo solo dove si è fatto austerità, e a questo proposito vi ricordo che secondo il PNRR nel 2023 dobbiamo riprendere la spending review. Siete pronti?