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martedì 4 luglio 2023

La bilancia dei pagamenti italiana: un approfondimento

Rifaccio rapidamente qui per l'Italia le analisi fatte qui per la Germania.

Questo è il saldo delle partite correnti (milioni di euro a prezzi correnti):


e, attenzione: da questi dati emergerebbe che non siamo più in una posizione di surplus strutturale (ma ci sta, perché crescita del reddito implica crescita delle importazioni).


In effetti le esportazioni risultano decisamente al disopra della loro tendenza storica, e così anche le importazioni, ma questo potrebbe dipendere dall'evoluzione dei prezzi: l'inflazione ha gonfiato tutti i valori. Per evitare questa illusione ottica (in realtà, illusione monetaria) prendiamo esportazioni e importazioni di merci e servizi della contabilità nazionale, perché sono disponibili in termini reali (cioè depurati dall'effetto dell'inflazione). I dati trimestrali (quelli alla massima frequenza disponibile) ci danno questo quadro:


e da questo si vede che le nostre esportazioni di merci e servizi in termini reali sono tornate sul loro trend storico, a differenza di quelle tedesche, il cui andamento, come ricorderete, era questo:


Naturalmente questa analisi ha un mero valore descrittivo, e non va dimenticato che i dati di contabilità nazionale, per costruzione, considerano solo i flussi di merci e servizi (che comunque ci informano sullo stato dell'industria), mentre trascurano i flussi di redditi (ad esempio, la remunerazione di capitali o lavoro estero). Diciamo però che una volta depurati i dati dagli effetti dell'inflazione, che come ricordato li gonfiano un po' ovunque, in Germania si vede qualcosa di simile a un break strutturale, mentre in Italia si vede qualcosa di simile al riassorbimento di uno shock transitorio.

Aspetto vostre considerazioni: astenersi tifosi da stadio, feccia razzista, micugginisti, e tutta la corte dei miracoli che "entrando" in politica abbiamo ahinoi attirato in questa oasi di pace...

lunedì 3 luglio 2023

"E l'America?" Ancora sull'irresponsabilità della Banca centrale.

Il post sull'irresponsabilità della Banca centrale ha suscitato nei social reazioni riconducibili a due categorie.

La più diffusa, ma meno interessante, è di tipo decerebrato analfabeta funzionale grillino, tipizzata dal raglio inquisitorio: "Ma voi siete al governoooh, che cosa state facendoooh!". Qui, dove non c'è il dolo, c'è una povertà culturale che farebbe quasi tenerezza, se non facesse rabbia. Manca, ad esempio, la nozione che la Banca centrale è indipendente dal Governo, e che quindi chi è al Governo (che poi sarebbe una cosa diversa dal Parlamento, ma per capire questo ci vogliono tre neuroni e quindi mi fermo) non può fare nulla se considera sbagliata una politica monetaria, tranne criticarla. Oddio, a dire il vero non è così, è peggio di così: perché una cosa la si potrebbe fare, la potrebbe fare anche il Parlamento, e se la sapete è grazie a me: lasciarsi dietro le spalle il feticcio dell'indipendenza della banca centrale (che poi è connesso a quello dell'esogenità della moneta merce) e tornare a un diverso rapporto fra politica monetaria e politica fiscale. Questo, la prima volta che siamo stati al Governo, abbiamo provato a farlo con gesti concreti. Un pezzo del non esserci riusciti sono i nove voti DECISIVI dei grillini, per cui, sinceramente, che ora dei relitti ortotteri vengano a chiedere a me "che cosa sto facendoooh!" me li fa anche un pochino girare, credo lecitamente (ma si possono avere altre opinioni, e le si possono anche esprimere da un'altra parte), visto che se non riesco a fare tutto quello che vorrei è sostanzialmente per colpa di rimbambiti come loro.

Poi c'è stato un altro tipo di reazioni, più erudite, riconducibili a: "E l'America?".

Beh, parliamone!


(i dati sull'inflazione vengono da qui e quelli sul tasso di interesse da qui).

Qui abbiamo l'andamento di tasso di inflazione e tasso di interesse di policy (il federal funds rate) negli Stati Uniti. A colpo d'occhio è molto simile a quello dell'Eurozona, ma qualche differenza c'è e possiamo provare a intuirla da questo grafico, dove l'Eurozona è "puntinata":


o anche, per una diversa e forse migliore leggibilità, "spacchettando" le due inflazioni:

e i due tassi di interesse:


Partendo dall'inflazione, se osservate il grafico noterete che l'inflazione Usa e quella dell'Eurozona si muovono in modo molto simile, ma la prima sembra anticipare un po' la seconda. In altre parole, l'inflazione dell'Eurozona sembra più correlata con l'inflazione Usa di qualche mese precedente, che con quella contemporanea. In effetti, una rapida verifica dimostra che in media è così:

La correlazione più forte è fra l'inflazione europea corrente e quella Usa di quattro mesi prima (al ritardo -4). Quindi sapere che cosa succede di là ai prezzi mediamente ci informa su che cosa succederà di qua fra pochi mesi. Ovviamente, è una relazione statistica: nulla di scolpito nella pietra (ma qualcosa di abbastanza evidente nel pattern dei dati).

Per quel che riguarda i tassi di interesse, invece, negli anni della prima crisi globale (sostanzialmente dall'inizio del grafico al 2013) notiamo un atteggiamento di politica monetaria più aggressivo (un tasso di interesse più alto) nell'Eurozona rispetto agli Usa, che sono arrivati prima ai tassi zero. Il contrario succede dal 2016 al 2020: gli Usa tirano su i tassi, fino al 2,5%, mentre l'Eurozona li tiene a zero (nonostante un'inflazione prossima al 2%). Ovviamente questo è il periodo della svalutazione competitiva dell'euro, guidata dalla manovra dei tassi. Per capire bene questo punto, ricordiamo che:

  1. il tasso di cambio è il prezzo di una moneta in termini di un'altra (ad esempio, il prezzo dell'euro in dollari) e soggiace come tutti i prezzi alla legge della domanda e dell'offerta, per cui sale se c'è domanda di euro, e scende se la domanda non c'è;
  2. una valuta viene domandata o per comprare beni i cui prezzi sono definiti in quella valuta, o per comprare prodotti finanziari emessi in quella valuta;
  3. i capitali cercano a parità di rischio la remunerazione migliore, per cui si spostano dall'Eurozona verso gli Usa quando il tasso di interesse statunitense è più alto di quello europeo, andando in cerca di titoli statunitensi definiti in dollari, e viceversa quando i tassi sono più alti nell'Eurozona;
  4. di conseguenza, se il tasso di interesse Usa sale rispetto a quello dell'Eurozona, il prezzo dell'euro in dollari scende, e viceversa se il tasso di interesse dell'Eurozona sale rispetto a quello Usa.

Questo fenomeno si vede abbastanza bene se rappresentiamo nello stesso grafico lo scarto fra tasso Usa e tasso dell'eurozona (spezzata arancione) e il tasso di cambio EURUSD (spezzata verde):


Si vede bene che la correlazione è inversa (se sale uno, scende l'altro) ed è abbastanza forte (per i tecnici: -0,72). Dal gennaio 2009 al luglio 2019 il differenziale fra tasso Usa e EZ è andato crescendo di oltre quattro punti, da -2 a +2, prima per la discesa dei tassi europei da circa 2 a zero, e poi per la crescita dei tassi statunitensi da zero a oltre 2. In tutto questo periodo il dollaro si è rafforzato rispetto all'euro, e quindi l'euro ha progressivamente perso terreno rispetto al dollaro, il che, come abbiamo detto tante volte, ha reso i beni tedeschi eccessivamente a buon mercato per gli acquirenti statunitensi, con le note conseguenze (l'accusa di svalutazione competitiva da parte degli Stati Uniti verso l'Eurozona). 

Col Covid ci siamo trovati in sincrono sul tasso zero, fino all'ultima impennata, che converrà zoomare:


Negli Usa l'inflazione è partita prima e ha raggiunto il picco prima. Nell'Eurozona questa storia è sfalsata di quattro-cinque mesi. Quando a giugno 2022 l'inflazione era al 9% in entrambi i Paesi, negli Usa il tasso di interesse era a 1,68%, e da noi ancora a zero. Diciamo che probabilmente la Bce aveva un'idea un po' "rampiniana" dell'inflazione (pensava che sarebbe stata poco persistente).

Ve la metto in un altro modo. Vi ricordate di quando vi dicevo che mi preoccupava il livello particolarmente basso che i tassi di interesse reali avevano raggiunto? Con i dati fino a metà 2022 si vedeva questo:


(sono tassi diversi, ma il succo della questione è il medesimo) e la mia preoccupazione espressa all'epoca (novembre 2022) era che storicamente una situazione di questo tipo comporta una brusca correzione, un "Volcker moment". Ora la brusca correzione c'è stata, si vede, ed è di un ordine di grandezza che in effetti ci riporta all'inizio degli anni '80:


Negli Usa è stata più tempestiva e più incisiva (i tassi di interesse reale sono tornati in territorio positivo). Nell'Eurozona meno tempestiva e tutto sommato, per ora, relativamente meno violenta. Il punto però è che il tessuto produttivo dell'Eurozona è sfibrato da tutto quanto ormai sapete bene. Un "Volcker moment", noi, non possiamo permettercelo, ma anche gli altri non più di tanto: il debito non è solo pubblico e non è solo italiano.

Ma c'è di più.

L'analisi che abbiamo fatto sopra della relazione fra tasso di interesse e tasso di cambio ci fa riflettere sul fatto che per la Bce non seguire la Fed sulla strada dei rialzi significa lasciar scivolare il cambio verso il basso, alimentando ulteriori squilibri globali, e provocando ulteriori ritorsioni da parte degli Stati Uniti. Anche perché, passata la sberla derivante dai costi del gas, l'Eurozona è tornata a dare il suo significativo contributo a questi squilibri, ritornando sulle posizioni di surplus strutturale quo ante:


Detto in un altro modo: siamo di fronte a un ulteriore fallimento dell'assetto one-size-fits-all delle nostre istituzioni monetarie (cioè, per dirla in breve: della moneta unica). Si è molto riflettuto, per lunghi decenni, sul fatto che un tasso di interesse unico (al netto degli spread) avrebbe determinato inefficienze in presenza di quelli che gli economisti chiamano shock asimmetrici (e i normodotati shock simmetrici, come ho spiegato qui), cioè nelle non infrequenti situazioni in cui (come ora) alcuni Paesi (noi) sono in espansione e altri (la Germania) in recessione. La questione veniva messa così: se un Paese cresce e l'altro cala, la Bce che cosa deve fare? Frenare il Paese che cresce tirando su il tasso, o aiutare quello che cala, tirandolo giù? Ma nessuno o quasi, che io sappia, ha insistito sul risvolto internazionale della questione, che poi sarebbe stato quello determinante, dato che, come altri fatti di cronaca dimostrano, nel contesto occidentale l'UE è satellite della potenza imperiale Usa (lo considero un fatto e non mi interessa giudicarlo): se c'è un Paese in surplus di bilancia dei pagamenti, e uno in deficit, la Bce che cosa deve fare? Tirare su il tasso di interesse per far crescere il cambio e attenuare il surplus del primo, o tirare giù il tasso di interesse per far cedere il cambio e attenuare il deficit del secondo? Il problema è che tirare giù (o non tirare su) il tasso di interesse significa mettere un dito in un occhio agli Stati Uniti, per i motivi che vi ho spiegato (il cambio cede, il surplus europeo "schizza", gli Stati Uniti si irritano).

Ancor meno si è riflettuto (da parte degli economisti "bravi", quelli della tabaccaia scalabile, per intenderci) sulle interazioni fra queste due dimensioni (quella interna e quella internazionale) della politica monetaria. Ancora una volta ci aiuta l'attualità, che presenta una situazione piuttosto intricata, perché il Paese più Paese degli altri, nella Fattoria degli animali europea, cioè la Germania, è in recessione, e quindi avrebbe bisogno di tassi di interesse bassi (per favorire l'erogazione di credito interno), ma è anche tornata sul suo surplus siderale:


e quindi, laddove intendesse tornare verso una posizione più equilibrata nei confronti dell'estero, avrebbe bisogno di tassi di interesse alti (per innalzare il livello del tasso di cambio e conseguentemente frenare le esportazioni - anche se il post precedente ci ha mostrato una situazione più articolata). Ma naturalmente un Paese abituato a campare coi soldi degli altri (le esportazioni di un Paese sono spesa - soldi - di altri Paesi) ha difficoltà oggettive nel cambiare traiettoria, nonostante gli appelli dei banchieri centrali a favore di una crescita più wage-led. Se a questo aggiungiamo le considerazioni sui rapporti di forza fra l'efficiente potenza federale Usa e l'inefficiente "potenza" unionale, fiaccata da una somma di divergenze e tensioni interne, prima fra tutte quella fra l’orientamento politico sovranazionale e i processi democratici nazionali, capite bene che invertire la rotta degli aumenti dei tassi non sarà semplicissimo, e che, alla fine, la lotta all'inflazione c'entra il giusto. Più che a quella, bisognerebbe forse guardare al tasso di cambio, e alla situazione debitoria dei diversi Paesi. Perché alla fine la chiave di lettura della situazione in cui ci troviamo va cercata nel trilemma di Reinhart e Sbrancia qui più volte esposto: default, iperinflazione, o crescita?

Ovviamente scegliere non tocca a noi: avremo però modo di tornare sull'argomento, e in questo senso qualche barlume di speranza ci viene dal Fmi. Ne parliamo presto.

lunedì 26 giugno 2023

Il malato d'Europa

Vi ricordate il vecchietto che guida contromano? Sì, lui, il giornalista germanico esperto di economia. Non uno stupido, a differenza dei suoi omologhi italiano e francese, se non altro perché sui social ha saputo darsi una linea editoriale interessante. Parte dai dati, che qualche volta interpreta in modo lievemente impreciso, come qui (quando voleva dimostrarci che tutto il mondo cattivo stava complottando contro la povera Germania), ma altre volte, come oggi, non può che consegnarci nella loro nuda verità:


Come ho cercato più volte di chiarirvi, in questa fase "il malato d'Europa" è la Germania, che ha serie difficoltà a recuperare il livello di reddito pre-crisi pandemica: come mostra il nostro amico, è l'unica grande economia a essere rimasta sotto al livello di partenza (quello pre-crisi).

Constato sconsolato l'estrema difficoltà di praticamente tutti voi a uscire dalla dimensione calcistica, da Italia-Germania ai mondiali (o agli europei, o in una delle mille coppe di cui nulla so e nulla voglio sapere, anche considerando come deteriorano il neurone di chi le frequenta...). Sono ugualmente scemi i tifosi della Germania (quelli che "eh, ma che dici, lì si sta comunque meglio, i salari sono comunque più alti, ecc."), quanto i tifosi dell'Italia (quelli che "finalmente, gli sta bene, ecc.").

La scemenza dei tifosi della Germania sta nel non vedere come la difficoltà della loro squadra, che non è mai stata la locomotiva d'Europa, sia indicativa di un affanno complessivo del progetto europeo, non tanto e non solo per motivi di ordine economico, quanto per motivi di ordine geopolitico. La bramosia di surplus dell'industria tedesca è un fatto destabilizzante per l'economia mondiale, e quest'ultima reagisce rintuzzandola in modi sempre più efficaci. Ma questa reazione non deve rallegrarci perché, purtroppo, ci coinvolge.

La scemenza dei tifosi dell'Italia sta nel non capire che quando la Germania è in difficoltà, i suoi governanti sono costretti, per sopravvivere elettoralmente, a scaricare la responsabilità sugli altri Paesi, e conseguentemente a irrigidirsi nelle sedi dei vari negoziati europei. Non c'è quindi niente di rassicurante per noi nel fatto che l'irrazionalità del progetto europeo mieta una vittima così illustre: significa ulteriore intransigenza nel difendere regole irrazionali, significa quindi, in definitiva, una ulteriore cronicizzazione di questa fase di sofferenza.

Ovviamente, si va sempre a cadere sul solito punto: la Germania dovrebbe transitare da un sistema di crescita export-led a un sistema di crescita wage-led. La teoria economica, astrattamente, ci dice che così poi staremmo meglio tutti:


Ma naturalmente l'aumento della quota salari significa una riduzione della quota profitti e quindi potete immaginarvi come andrà: se n'è parlato tanto, qui, dove nessuno ascolta.

Di una cosa però vi pregherei: se vi dico che a noi in questa fase non va poi così male, non scatenatevi in cori da stadio, non citatemi vostro cuggino, non spiegatemi l'economia. Cercate di capire (e magari di aiutarmi a capire) quali siano vantaggi e svantaggi di una situazione simile, perché la situazione è questa (da discutere c'è poco), ma quali ne siano le conseguenze, o più esattamente quale sia il saldo di queste diverse e eterogenee conseguenze (positivo, negativo, nullo), è tutto da valutare e da scoprire.

giovedì 4 maggio 2023

...d'altra parte,

 se Claudio sconsolatamente è costretto a commentare così la risposta della community ai suoi tentativi di condividere ed educare:


significa che le cose stanno un pochino come avevo scritto qui:


Direi che il discrimine fra sciroccati e no è in un semplice esercizio mentale: rendersi conto che per quanto possiamo essere convinti delle proprie ragioni, ognuno di noi è la maggioranza solo di se stesso. La nostra, in altri termini, è una battaglia di minoranza, che non significa di retroguardia (anzi!), ma significa che dobbiamo essere consapevoli che la stiamo affrontando in condizioni di inferiorità numerica.

Tutto qui...

Ribadisco quello che vi dicevo in diretta su Facebook ieri: siccome le cose stanno andando così:


cioè non malissimo, con una congiuntura simile far capire che cosa c'è che strutturalmente non va è molto più difficile di prima. Un attacco a colpi di spread (inevitabile conseguenza dell'eventuale ratifica del MES), paradossalmente, ci aiuterebbe: ma forse di un aiuto simile possiamo anche fare a meno, no?

State bene!

domenica 8 gennaio 2023

"È arrivato l’arrotino!" Dimensioni, esportazioni e crescita

 (...e tte pareva?...)

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

E io che pensavo che la maggiore crescita italiana fosse dovuta alla maggior caduta avuta con il covid. Vedremo se continuerà su questi ritmi, ma temo proprio di no.

Le PMI agili alle quali dobbiamo questa crescita miracolosa sono forse le stesse degli ultimi 30 e passa anni di declino? Sono forse le stesse che non fanno un investimento in ICT mango a pagarglielo perché non sanno cosa sia e che in media hanno al loro interno competenze manageriali limitatissime? Sono quelle che pagano salari bassi perché hanno bassa produttivà? Si potrebbe andare avanti....

Per chiudere, cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri? Si sa benissimo che le aziende esportatrici sono grosse.

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 19:50


In un post precedente abbiamo evocato i gianninisti, e l'amico Marco si offre come esemplare a scopo didattico. Vediamo quante fregnacce affermazioni controvertibili ha messo in fila, e poi andiamocene a dormire preoccupati. Non sono cattivi, non lo fanno apposta, ma sono tanti, sono ovunque, e non trovano mai uno che li controbatta, sicché i giannini, come i poverini, sono pericolosi. C'è il rischio che la politica, e soprattutto quegli organi di indirizzo politico che sono le alte corti, prendano per buona la visione del mondo un pochino démodé da essi offerta. L'austerità è stato il frutto marcio di questa egemonia culturale. Vorremmo evitare di ricascarci di nuovo.

L'Italia è cresciuta di più perché è caduta di più

Prima fregnaccia affermazione controvertibile. Basta guardare questo grafico:


I dati vengono da questa tabella dell'ultimo Economic Outlook dell'OCSE:


convertiti in indice con base 100 nel 2019.

Se per crescere di più bastasse andare in una recessione più profonda, allora la Spagna ci dovrebbe aver raggiunto e superato. Invece noi, che abbiamo avuto una recessione comparativamente meno grave, abbiamo recuperato più di lei. Dai dati dell'OCSE risulta che nel biennio della ripresa (2021-2022) la nostra è stata la crescita media più alta (5.2%), seguita da quella della Spagna (5.1%), della Francia (4.7%) e della Germania (2.2%). Ricordiamo anche che per il 2022 abbiamo stime che molto probabilmente verranno riviste al rialzo nel caso del nostro Paese. Aggiungo che abbiamo ottenuto questa performance con un livello relativamente contenuto di inflazione (finora):


Germania e Spagna hanno visto un'evoluzione molto più rapida dei prezzi, nonostante che la Spagna sia farcita di GNL, e quindi in qualche modo risenta di meno dei vincoli di offerta posti dalla crisi energetica. Meglio di noi fa solo la Francia, che invece è farcita di centrali nucleari (speriamo bene!).

La produttivà dipende dalle dimensioni dell'azienda

Sì, lo so: volevi dire produttività.

Non sei stato molto produttivo.

Vedi, ora per colpa tua mi trovero intasato di spam osceno perché mi è venuta la curiosità di andare a vedere quanto costa una falloplastica. Sì, perché questa ossessione per avercela grossa, l'azienda, secondo me è freudiana, un po' come l'ossessione per la monetona durona il cui cambio si impenna. Forse ci vorrebbero effettivamente più donne al potere, anche se, a rigor di logica, non so se questo attenuerebbe il problema...

Qui con la storia che la produttività delle imprese dipende dalla loro dimensione e quindi il "nanismo" è causa del declino (peraltro, i nani sono noti per le loro virtù), abbiamo chiuso molti anni fa, tendiamo a considerarla una fregnaccia un argomento controvertibile, e il risultato delle nostre riflessioni (che poi sono legate strettamente a quelle di Smith, citate due post fa), è stato sottoposto a peer review e pubblicato su rivista tre anni dopo. Secondo noi il declino dell'economia italiana dipende da altri fattori, noi la pensiamo un po' più come Smith, Kaldor, e Thirlwall, che come i tanti giannini egemoni sui media, ma se non sei d'accordo con noi, nel caso non ti interessi la falloplastica (come credo e auspico) ti segnalo una seconda opzione: prendi carta e penna, scrivi un articolo per confutarmi, mandalo a una rivista più importante dell'International Review of Applied Economics (suggerisco l'American Economic Review) e torna a trovarci. Siamo sempre curiosi di apprendere. Le frasi fatte ci interessano di meno (sulle dimensioni siamo laici).

Le aziende esportatrici sono grosse

Aridanga! Sempre con questa storia delle dimensioni...

Ma prima di entrare nel merito di questo argomento, ti chiederei sinceramente di spiegarmi il significato di questa frase sibillina (o, se preferisci, sibillona, così sembrerà più produttiva di pensiero): 

cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri?

Veramente non ne capisco il senso. Qui pensiamo, in molti, che la globalizzazione sia andata troppo oltre, sia entrata nella fase dei rendimenti decrescenti, la fase in cui crea più problemi di quanti ne risolva, quindi una prima riflessione è che, appunto, avere tutta questa globalizzazione non ci serve. Poi, chi ha detto che "non si può esportare nei mercati esteri"? Se si vuole, e dall'estero acquistano, perché no? Il punto che è sempre stato sottovalutato (dagli altri, non da noi) è che chi esporta beni importa problemi. Che cosa voglio dire? Semplice: che se il tuo modello di sviluppo è mercantilista, alla tedesca, cioè tutto basato sulla domanda altrui, la tua economia sarà sensibilissima a qualsiasi shock geopolitico che chiuda i mercati esteri (e a quel punto rimpiangerai di non aver alimentato la domanda interna). Questo è il ragionamento che facciamo qui, da tempo, e che ora cominciano a fare, con comodo, anche altri.

Quanto alla tua ossessione per le dimensioni, che cosa vuoi che ti dica? Le evidenze non sono così granitiche come le tue certezze. In letteratura non mancano studi secondo i quali l'idea che l'intensità delle esportazioni dipenda delle dimensioni dell'azienda è una fregnaccia controvertibile: già nel 1992 Bonaccorsi confutava questa asserzione nel caso dell'Italia, nel 2001 Wagner dimostrava che la maggior parte degli studi sul tema erano distorti a causa della natura delle variabili utilizzate e una volta tenuto conto di questa distorsione le dimensioni in molti settori non sembravano costituire un problema, un suo studio più recente trova una relazione fra dimensioni ed export nella Germania Ovest ma non nella Germania Est, ecc. ecc. ecc. Però di questi studi ora possiamo fare a meno: è arrivato l'arrotino e ci ha detto che esportazione fa rima con dimensione. Meglio così, sempre meglio leggere la lettera di un amico che un noioso paper pieno di numeri.

Comunque, con il massimo rispetto per tuo cuggino, che penso sia l'ispiratore delle tue brillanti analisi, ti segnalo che l'ICE la vede in un modo un po' diverso. Nel suo ultimo rapporto L'Italia nell'economia internazionale ci dice che:


il 51,2% dell'export italiano è generato da PMI, e la percentuale di export proveniente dalle microimprese è assolutamente in linea con quella di Germania e Francia. Siccome la performance delle nostre esportazioni non è deludente:


(qui la Spagna fa marginalmente meglio di noi, ma prima aveva fatto molto peggio, mentre la Germania si sta spiaggiando), non vedo in che modo il fatto che il nostro export provenga per oltre metà dalle PMI possa essere visto come indicatore di una fragilità... che non c'è!

Conclusioni

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Bagnai, come mai temi di pubblicare il commento che ho provato più volte a caricare?

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 17 nov 2022, 11:41

Marco caro e stimato, come vedi non sono io a temere di pubblicare i tuoi commenti: sei tu che dovresti temere che vengano pubblicati. Tu sei nuovo di queste parti. Siamo un piccolo villaggio di alcune decine di migliaia di persone, e ogni tanto, come si fa nei villaggi, ci divertiamo affettuosamente con chi non ci arriva, ma solo se lo fa con arroganza, e sempre in modo argomentato, costruttivo, e pedagogico.

A Roma dicono: come me sòni, te canto.

Torna a trovarci!

(...ah, comunque se trovi scritto sullo specchio "Benvenuto nell'AIDS!" non siamo stati noi. Qui siamo laici, tolleranti, e soprattutto prudenti. Dovresti ispirarti almeno all'ultima delle nostre virtù...)

martedì 16 agosto 2022

Produzione industriale

 …torniamo al mesto ufficio e pio di mettere le cose in prospettiva. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo: lo abbiamo fatto qui per anni, scatenando l’inseguimento scomposto di una serie di sguarniti epigoni, come gli Econofagiany del Volkischer Beobachter salmonato. Dedichiamogli un affettuoso sorriso e andiamo al sodo.

Qualche giorno fa l’ISTAT ha pubblicato il dato mensile della produzione industriale di giugno (con poco più di un mese di fisiologico ritardo: per costruire statistiche attendibili occorre tempo). Il dato è in flessione, cosa da noi ampiamente prevista (perché è roba da ECON102, da corso introduttivo di macro), così come avevamo ampiamente previsto il consequenziale “Silvia moment” del Governo Draghi: “all’apparir del vero tu misero cadesti”:


(i lettori un po’ più esperti mi scuseranno per qualche ripetizione, ma vedo un certo numero di niubbi e devo essere molto didascalico).

I giornaloni si sono trovati in grandi ambasce, perché a giugno c’era ancora Lui (caro lei!), ed era quindi complicato raccontare che nonostante che ci fosse Lui la produzione industriale stava derapando da due mesi! Quando a ottobre ci saranno i dati di agosto si potrà dire (se saranno, come penso, non brillanti) che la colpa sarà stata del vile agguato perpetrato a luglio dalla Lega, che ha interrotto un’emozione (quale? Quella di veder scivolare giù la produzione industriale? Ma no! Quella di essere governati dal migliore…). Ma dire che a giugno #hastatoSalvini è un po’ più difficile. Ne scaturiscono esilaranti equilibrismi, come quello di Repubblica, secondo cui sì, il dato è negativo, ma se lo riportiamo in base trimestrale allora è positivo

Vabbè…

Il grafico riportato dall’ISTAT chiarisce la natura truffaldina di questa impostazione:


È ovvio che il secondo trimestre 2022 sembri in crescita: dipende dal fatto che il primo trimestre era stato in calo, con un -3,3 a gennaio (preceduto da un -1,1 a dicembre). Ma anche il grafico dell’ISTAT, nel mostrarci solo gli ultimi cinque anni, qualcosa ci nasconde. Questo:


Siamo ancora del 21% sotto all’ultimo massimo pre-crisi finanziaria globale (aprile 2008). La ripresa avviata nel2009 dall’ultimo governo di centrodestra venne stroncata dalla stagione dell’austerità. I numeri sono lì. Un decennio di PD ha fatto il resto, cioè niente, lasciandoci dove i volenterosi carnefici di Bruxelles ci avevano gettato.

Credo che sia il caso di cambiare musica.

Voi no?







sabato 11 dicembre 2021

Rimbalzi

Oggi il nostro amico Liturri solleva su StartMag un tema che deve interessarci tutti ed è legato al discorso fatto nel precedente post sulla ripresa: quello che stiamo vivendo è l'inizio di un nuovo miracolo economico sorretto da un nuovo piano Marshall (per cui il peggio è dietro le spalle e possiamo rilassarci), o è un rimbalzo tecnico del quale occorre approfittare sostenendolo con sollecitudine e tenendo la guardia alta, per evitare che la spinta possa esaurirsi?

Il trionfalismo, come tutto gli "ismi", ha il fiato corto. La "pioggia di miliardi" per ora è soprattutto una grandine di provvedimenti normativi che sta ingolfando l'attività parlamentare. La convivenza fra decreto "attuazione PNRR" alla Camera e legge di bilancio al Senato rende pressoché impossibile per gli uffici del MEF fornire i pareri necessari per portare in votazione gli emendamenti parlamentari (come vi ho spiegato qui) e quanto a milestones e targets restiamo in prudente e costruttiva attesa. Continuo a pensare in maggioranza quello che pensavo all'opposizione, cioè che alimentare aspettative infondate sia controproducente, quale che sia la postura politica che si vuole assumere. In ogni caso, gli ultimi dati sulla produzione industriale, quelli usciti ieri e commentati da Liturri, sono inferiori alle aspettative, con un 2% anno su anno che avrebbe dovuto essere un 3,3% secondo gli analisti, e un -0,6% rispetto al mese precedente che avrebbe dovuto essere un +0,4%.

Il "weekly tracker" dell'OCSE sembra indicare anche lui un esaurimento della "spinta propulsiva". Il "tracker" funziona secondo la logica che abbiamo applicato qui e che questo grafico stilizzato illustra:


ovvero: quello che viene "tracciato" è lo scostamento della crescita dalla tendenza osservata prima della crisi.

Per l'Italia le cose si mettono così:


In effetti, da ottobre l'analisi (condotta utilizzando una serie di indicatori ricavati da Google trends) mostra un rallentamento, uno scarto negativo dalle tendenze precedenti alla crisi (già non eccelse).

Negli altri Paesi, a dire il vero, non sembra che le cose stiano andando molto meglio:


ma in linea di principio questo non dovrebbe consolarci più di tanto, visto che come vanno le cose da noi dipende anche da come vanno le cose da loro. Quindi, ci dispiace per i "pioggiadimiliardisti", ma la situazione si presenta meno rosea di come molti di loro vogliono farla apparire (e questo è un problema per tutti noi).

C'è però anche un altro modo di guardare alla fase congiunturale, ed è questo:


Qui vedete rappresentata la variazione della produzione industriale in ottobre 2021 rispetto a quattro date precedenti:

  • settembre 2021 (variazione congiunturale);
  • ottobre 2020 (variazione tendenziale);
  • febbraio 2020 (inizio della crisi pandemica);
  • gennaio 2008 (prima della crisi finanziaria globale).

Ad ottobre 2021 quindi la produzione industriale italiana era in lieve flessione (-0,6%) rispetto a settembre 2021, in moderata crescita (+2.0%) rispetto a un anno prima, aveva sostanzialmente recuperato (+0,7%) il livello pre-pandemia ma era ancora del -20,4% sotto i livelli precedenti alla crisi del 2008.

Completamente diversa la situazione della Germania, che sta crescendo rispetto a settembre 2021, ma rispetto a ottobre 2020 è ancora sotto del -5,2%, e quindi non ha recuperato i valori pre-pandemia, con un -7,6%, che corrisponde anche allo scarto dai valori pre-crisi globale (-8,0%).

Rispetto a prima della crisi globale noi stiamo quasi tre volte peggio (-20,4%), ma rispetto all'inizio della pandemia il nostro recupero è stato molto più rapido.

Una prima lettura di questa evidenza (il confronto con la Francia è analogo) mi porta a concludere che se veniamo lasciati in pace abbiamo, come singoli e come collettività, una discreta capacità di reazione, ignota ad altri Paesi. Tradotto: senza "regole europee" l'Italia è uscita dalla pandemia prima e meglio di altri, mentre con le "regole europee" si è inferta una ferita che ancora non si rimargina e che lascerà una cicatrice indelebile.

Con buona pace dei nostri amici per cui l'austerità non c'è stata...

mercoledì 8 dicembre 2021

La ripresa

Qui abbiamo sempre fatto un certo sforzo per mettere le cose in prospettiva, traendone discreto giovamento. Approfitto di una uggiosa giornata di pioggia nella trincea della legge di bilancio per riprendere un tema che abbiamo trattato infinite volte (ad esempio qui, quiqui, qui...) riprendendolo anche dopo la pandemia (ad esempio qui e qui): quello della crescita economica del Paese, intesa come crescita del Pil. Sono usciti da un mese e mezzo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale e volevo rapidamente commentarli con voi, per dare un'idea delle condizioni in cui ci troviamo.

Intanto, questo è il Pil reale dell'Italia in miliardi di euro dal 1980 al 2020 con le previsioni dal 2021 al 2026:


Secondo il Fmi nel 2022 torneremo al livello del Pil del 2019 (con 1733 miliardi di euro - nel 2019 erano 1725) e, udite udite!, nel 2025 saremo di nuovo, con 1797 miliardi, al livello del Pil del 2007, cioè al livello pre-crisi, pari a 1795 miliardi. Ci saranno cioè voluti, nonostante la pandemia, "solo" 18 anni per superare lo shock della crisi Lehman e di tutte le sue successive ramificazioni.

Cominciamo quindi col dire che per fortuna finora è andata meglio di come temevo andasse qui:


dove però specificavo che questo scenario (recupero del livello pre-crisi nel 2050) era ovviamente molto conservativo/pessimistico, e lo avremmo fronteggiato nel caso in cui non ci fossimo liberati delle regole europee (la decisione di sospenderle fino alla fine del prossimo anno è stata presa all'inizio di quest'anno, e quindi quasi un anno dopo il post in cui vi presentavo questo grafico). In questo scenario pessimistico escludevo una ripresa a "V", che invece finora pare ci sia, anche se è una V sbilenca perché la discesa è durata un anno e la risalita ne prenderà (almeno) due. L'unico dato certo è che nel 2021 il tasso di crescita è stato molto più elevato (intorno al 6%) della media storica dall'entrata nell'euro in poi (0.44%), quella usata con un'ipotesi dichiaratamente semplicistica per costruire la parte arancione del grafico qua sopra.

Resta però sempre aperta una questione che viene regolarmente ignorata nel dibattito. Quando saremo tornati al livello pre-crisi, quello del 2007, che ci siano voluti 18 o 43 anni questo comunque non significherà che avremo "recuperato": significherà semplicemente che saremo tornati al punto di partenza, perdendo 18 (o 43) anni di crescita. Sarebbe utile avere almeno approssimativamente in testa un'idea di dove saremmo oggi se non avessimo subito il tracollo esogeno del 2009 (la crisi finanziaria globale) e poi quello endogeno del 2012 (l'austerità di Mario Monti).

Un modo grossolano ma efficace per fare questa valutazione è usare i dati disponibili per stimare la tendenza di crescita del Pil fino al 2007, e poi estrapolarla fino ad oggi.

Usando i dati dal 1980 al 2007 possiamo interpolare questa tendenza lineare (sì, so che è il modello sbagliato perché quello giusto è una cosa così, ho letto il "two Charlies paper", ma ci facciamo andare bene una tendenza lineare):


Questa semplice elaborazione da Excel in buona sostanza ci dice che in media fra il 1980 e il 2007 il Pil italiano è aumentato di 26 (25.948) miliardi all'anno. Possiamo usare questa semplice informazione per capire dove saremmo se non ci fossero toccate, in ordine cronologico, la crisi finanziaria globale, l'austerità, e il COVID (tre sciagure di cui almeno due certamente man-made).

Il disegnino è questo qui:


e spero che faccia capire che cosa intendo dirvi. Tanto per darvi un'idea, nel 2019, cioè prima dell'arrivo della pandemia che abbiamo affrontato come sapete, la differenza fra dove eravamo (la linea blu) e dove avremmo potuto essere se dal 2007 fossimo cresciuti allo stesso ritmo tenuto nel 27 anni precedenti (la linea arancione tratteggiata) era di 397 miliardi (dati dalla differenza fra i 2122 miliardi cui saremmo arrivati continuando a crescere, e i 1725 storici). Nel 2021 non sarà meglio: lo scarto fra linea arancione (la tendenza storica di crescita) e linea blu (la crescita realizzatasi effettivamente) arriverà a 511 miliardi, che poi è come dire che il Pil cui avremmo potuto aspirare in assenza di tutti questi shock è del 30% superiore a quello che registreranno le statistiche.

Ora, capite bene che parlare di "fine dell'emergenza" quando saremo tornati al livello del 2007 (e tanto meno a quello - inferiore - del 2019) non ha alcun senso, né tantomeno ne ha parlare di ritorno alle "regole europee" precedenti, atteso che, come si vede bene dal grafico, una buona parte di questo scarto si è accumulata quando dal 2012 al 2014 ci siamo inflitti tre anni di recessione del tutto superflui obbedendo a ricette che oggi tutti definiscono sbagliate (la cosiddetta austerità). Ma quando ne parlo in Senato, al di fuori dei miei colleghi di partito, non credo che nessuno mi capisca (sono però persone garbate - tranne Renzi, va detto - e mi ascoltano con cortesia).

Prima di concludere, vorrei gestire almeno tre obiezioni ovvie (per quelle meno ovvie ci sarete voi).

La prima è quella cui ho già accennato sopra in un breve inciso tecnico: il modello utilizzato per calcolare la crescita cui si sarebbe ipoteticamente arrivati se dal 2008 in poi non avessimo inanellato disastri su disastri (quello utilizzato per calcolare la linea arancione) non è particolarmente sofisticato (ai nerd, che non ne hanno bisogno, dico che è questo qui). Possiamo divertirci utilizzando modelli più sofisticati, tipo questo qui, e chi ne ha voglia può tranquillamente farlo, ma onestamente non credo che il quadro cambierebbe di molto. Tra l'altro, lo scopo di questa semplice simulazione è dare ordini di grandezza,  e scenari che si sviluppano su oltre dieci anni hanno necessariamente una validità molto circoscritta. Su un orizzonte temporale simile la robustezza del modello (e quindi la sua semplicità) fa premio sulla sua sofisticazione (come vedremo poco avanti).

La seconda obiezione è che quanto osserviamo in questi scenari potrebbe essere comunque una deviazione di medio periodo, qualcosa di riassorbibile. Invece, purtroppo, è una catastrofe epocale, il che significa (lo chiarisco a chi sta leggendo queste pagine nell'anno in cui sono state scritte) che stiamo vivendo in una catastrofe epocale (che non è la pandemia ma l'austerità). Per rendersene conto basta andare sul sito dell'Istat, alla cui homepage trovate questo bel grafico:


La serie storica secolare del Pil ci mostra che nei 159 anni che hanno seguito l'Unità d'Italia non si è mai vista una catastrofe simile: solo la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato una cicatrice ugualmente percettibile, ma riassorbita molto rapidamente, a differenza di quanto vediamo dal 2007 in poi. Immaginate di vedere questo grafico nel 2200 (qualcuno lo vedrà, magari qualche archeologo del web ritroverà queste parole): la cicatrice sarà ancora molto ben visibile, e così nei secoli e nei millenni a venire (fatto salvo ovviamente il caso di evento astronomico, visto che con la virologia - e i suoi adepti - abbiamo già dato uscendone, se non migliori, almeno non estinti).

Vorrei che foste profondamente coscienti di questo, e che usaste questo dato (e il fatto che la classe politica italiana nella sua vasta maggioranza è culturalmente incapace di relazionarcisi) come principale lente per osservare qualsiasi cosa vi stia accadendo attorno, perché, che lo vogliate o no, il dato storico principale del periodo che stiamo vivendo assieme è, e resterà nei dati, questo, non altri.

Vado a un terzo punto, a una curiosità che potrebbe spontaneamente sorgere: ma agli altri com'è andata? Perché se per noi è stata una catastrofe, se si è creata una voragine simile, potrebbe anche darsi che la colpa sia nostra, visto che siamo dei lazzaroni, siamo corotti (#aaaaacoruzzione), siamo eticamente e ontologicamente inferiori ai nostri vicini di casa, ecc. ecc. (gli argomenti da bar dello Sport che sentite in televisione e leggete sui giornaloni). La prima osservazione ovvia viene in realtà dal confronto intertemporale, più che da quello internazionale: banalmente, se fossimo veramente quelle merde che certi nostri editorialisti a libro paga dipingono, la nostra storia sarebbe costellata di altri episodi simili. E invece no: c'è solo questo, visto che perfino dalla Seconda Guerra Mondiale ci siamo ripresi con una discreta scioltezza, ed eravamo molto più liberi di oggi, molto meno contornati di cari amici europei che ci danno tanti buoni consigli, ma anche tanti cattivi esempi...

Tuttavia il confronto internazionale fornisce spunti interessanti. Vediamo ad esempio come se la sono cavata Germania e Francia, i nostri fratelli maggiori nell'area euro:



Intanto, si vede che in fondo in Germania il modello un po' banale che abbiamo utilizzato per stimare la crescita ipotetica dal 2008 in avanti (usando i dati dal 1980 al 2007) non va poi così male: nel 2019 lo scarto fra le linee arancione e blu (l'errore di previsione) era solo del 2,8% per una previsione a dodici anni! Che è come dire che se da noi le cose vanno così male, se i dati effettivi si discostano così tanto da quelli estrapolati, la colpa non è del modello... Tuttavia, si vede che anche nel Paese meno svantaggiato dall'attuale contesto (perché beneficia di un sostanziale dumping valutario, perché ha lasciato una parte consistente del suo sistema bancario fuori dallo scrutinio della occhiuta vigilanza europea, ecc.) la crisi del 2009 ha lasciato una traccia, determinando uno slittamento della crescita storica al di sotto (se pure di poco) di quella ipotizzabile coi dati fino al 2007. Considerazioni analoghe valgono per la Francia, che però, avendo problemi di competitività (come qui sapete da tempo), nel 2019 si trovava sotto del 5,2% (non il nostro 30%, ma sempre qualcosa di ben visibile).

Insomma: uno slittamento verso il basso c'è stato per tutti, inutile girarci intorno, anche se il nostro è particolarmente grave per motivi sostanzialmente uguali e contrari a quelli del nostro principale concorrente.

Ma se ci allarghiamo un po', se usciamo dall'Eurozona, o dall'UE?


Nel Regno Unito abbiamo un quadro sostanzialmente simile a quello offerto dalla Francia (persistenza dello shock del 2008, ma senza il secondo tracollo nel 2012 causato a casa nostra dall'austerità, con scarto dalla crescita tendenziale pari al 4,6% nel 2019, mentre in Polonia applicando lo stesso metodo le cose si presentano così:


e finalmente abbiamo un grafico in cui la crescita effettiva supera, e di gran lunga, quella tendenziale! Però, qui c'è un problema: la crescita tendenziale della Polonia è sottostimata perché nel calcolarla abbiamo tenuto dentro gli anni '80, quando le cose per tanti motivi non è che andassero benissimo. Se calcoliamo la crescita tendenziale (la linea arancione) usando i dati "post-portuali di Danzica" (diciamo dal 1991), come  è forse più corretto fare, la cosa si presenta così:


e insomma ci siamo capiti: per qualcuno l'ingresso nell'UE è stato veramente un'opportunità, ma è chiaro che questa discesa, vista dal basso (cioè da sud) sembra una salita... 

Sintesi: il disastro è successo solo dove si è fatto austerità, e a questo proposito vi ricordo che secondo il PNRR nel 2023 dobbiamo riprendere la spending review. Siete pronti?

venerdì 27 ottobre 2017

La crisi è finita

(...sto lavorando come una bestia, ma almeno con un minimo di comfort. Nella nuova sede di a/simmetrie ho una stanza, una scrivania, un tavolo, e un clavicembalo. A proposito...


[...bbona la prima, anche se in un disco non la metterei: ma tanto voi siete fascioleghisti, quindi...]
 
...dunque, dicevamo: lavorando come una bestia. Esempio: due giorni fa ero a Brescia per un incontro dal titolo "L'Europa tra sogno e realtà", promosso da APINDUSTRIA Brescia. Nel suo intervento, il presidente della Confapi, Maurizio Casasco, ha fra le altre cose invitato a tener conto, oltre al sogno, della dimensione dell'interesse. Io ho fatto una breve presentazione, della quale cercherò di darvi conto appena possibile, e dalla quale vorrei estrarre tre slides che non ho presentato per motivi di tempo. Sono cose che sapete, è un lavoro che siamo stati i primi  fare e abbiamo rifatto tante volte, ma ripetersi male non vi farà, e ci permetterà anche di porre su solide basi alcune precisazioni che intendo fare nei prossimi post.

Dice: "Perché lavorando come una bestia?"

Bè, perché poi, il giorno dopo, mi sono svegliato alle 5 per prendere il volo da Orio al Serio a Pescara, dove avevo un consiglio di dipartimento, nel corso del quale mi sono addormentato, cosa che non mi è riuscita in aereo, a causa della presenza di un adorabile frugoletto, e dove dovevo vedere i campioni del merchandising per il #goofy6.. eh già, perché quest'anno abbiamo anche qualche oggettino da proporvi, oltre a tante altre cose... poi sono andato a prendermi un bus per tornare a Roma - avrei voluto mettere il Doblò nel bagaglio a mano, ma Ryanair è molto fiscale, come sapete - e poi, arrivato a Roma, sono andato a mettermi in mano a #lascienza, che deve decidere, in base ad alcuni valori di alcune sigle arcane, cosa devo fare per veder passare di fronte a me i cadaveri di tutti i miei nemici. E siccome questi sono tanti, io mi prosterno a #lascienza ed eseguo pedissequamente, anche perché, per motivi che non vi posso dire, quest'anno proprio non posso permettermi di arrivare sul palco del #goofy6 sfasciato nel fisico. A proposito: se non vi siete ancora iscritti, il modulo è qui...)

Ce l'abbiamo fatta! Siamo fuori dalla crisi! Questo ci raccontano i giornali, e su queste basi gli economisti laureati, quelli che si muovono solo fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri, acanti, liquidano con spallucce la nostra pretesa di voler ancora dibattere di integrazione europea. Un dibattito che non ha senso, un dibattito che si sarebbe esaurito con la fine della crisi, dicono loro:



La ripresa "persistente e pervasiva" è come la granata "penetrante e dilacerante", quella del Gaddus, sapete, nella Cognizione del dolore (l'azione di quota 131...). Pervasivo... Ma! A me sembra tanto un anglicismo, però un suo perché, lessicalmente, ce l'ha. La ripresa ci pervade... verrebbe quasi da dire che "tutta si transferisce in noi", per citare un altro dei due o tre libri che ho letto.

Ora, c'è però un problema: noi siamo penetrati e dilacerati, anzi, no, scusate: pervasi da questa ripresa persistente, ma... resta il fatto che proprio non vogliamo accorgercene! Come spiegare questo paradosso?

La spiegazione più semplice è che i giornali mentano. Che sui fatti economici (fatti, non opinioni) i giornali "sbaglino" qui lo abbiamo accertato più volte (mi limito a ricordare il caso più eclatante). Abbiamo anche appurato che la colpa non è sempre loro. Spesso, purtroppo, è di miei colleghi un po' smemorati e diversamente inclini a verificare le proprie fonti (questo e questo sono due esempi eloquenti). Ma in questo caso le cose non stanno così. I dati, i migliori amici dell'uomo, ci dicono che la ripresa c'è:


Dalla seconda metà del 2015, con una certa buona volontà, possiamo vedere un decollo che poi si rafforza, diventando più visibile ed esplicito negli ultimi mesi.

Quindi?

Quindi i giornali non mentono, ma non dicono nemmeno la verità. C'è infatti un problema di tassi di crescita, e un problema di livelli, un problema di dinamica e un problema di statica. Se allarghiamo lo zoom la situazione, come voi ben sapete e gli operatori informativi ben ignorano, si presenta così:


La slide precedente corrisponde al quadratino rosso riportato in questa slide: un lasso di tempo in cui si è materializzata una ripresa al tasso dello 0.16% mensile. Certo, meglio di una decrescita, ma il rettangolo azzurro ci ricorda che dopo lo shock Lehman, imperante Abberlusconio, il rimbalzo dell'Italia era stato ben più vigoroso: 0.35% in media mensile, fino all'arrivo del killer della nostra economia, Mario Monti.

Sì, stiamo ripartendo, ma a una velocità che è meno di metà di quella dell'ultima ripartenza, e da un livello inferiore di oltre il 20% a quello pre-crisi.

Quindi le cose non vanno proprio bene. Eh, no, direi proprio di no: direi che vanno peggio. Lo si capisce se si allarga ulteriormente lo zoom, cosa che giornalisti e colleghi diversamente familiari coi dati non possono fare (almeno, non senza ricorrere al dottorando di turno, che però, di questi tempi, è facile che sia a sua volta diversamente familiare con l'alfabeto... il che non semplifica le cose!). Io, invece, sono da sempre economista applicato, e in tale veste mi pregio di sottoporvi questo disegnino:


Questo è l'indice della produzione industriale in termini annuali dal 1958 a oggi (59 anni). Vi ricordo che gli indici descrivono la dinamica di un fenomeno, non il suo livello. Insomma: quando osservate un indice, quello che conta non è se vale 10 o 100, ma la velocità alla quale cresce (o cala). Si vede bene, dal grafico, che dal 1958 alla metà degli anni '90 la produzione industriale italiana si è sviluppata a un tasso di crescita leggermente superiore a quello della produzione industriale tedesca. Infatti, partiamo più bassi (la linea arancione è sotto quella blu) ma arriviamo insieme a metà degli anni '90. Arrotondando, i rispettivi tassi di crescita sono del 4% e del 3% fra 1958 e 1996, poi del -1% e del 2% dal 1997 a oggi. I motivi vi sono noti, sono stati discussi in questo blog, e poi sono diventati una pubblicazione scientifica.

Naturalmente anche in questo grafico il riquadro rosso isola l'ultimo pezzo della storia, quello descritto con dati mensili nella prima slide, l'unico che i giornalisti vedano o di cui comunque vi parlino. Potete valutare da voi in quale considerazione prendere le parole di chi parla di persistenza e pervasività: senza voler influenzare le vostre considerazioni, mi limito a dire forse sarebbe meglio riflettere su un concetto più familiare: quello di dimensione. Con una ripresa di queste dimensioni, non raggiungeremo mai più la Germania, nonostante anche questa sia rimasta invischiata nella trappola in cui ha attirato i suoi concorrenti...


(...se vi interessa uno che Froberger lo suona bene, naturalmente è un italiano, ed è qui...)



lunedì 2 ottobre 2017

Disoccupazione, precarietà e asimmetrie

Sono usciti gli ultimi dati sull'occupazione e Americo Mancini mi ha appena intervistato per il GR1 delle 24:00 (e poi delle 6:00 o delle 8:00, non ricordo bene). La situazione si presenta così:

Dopo un 2015 sostanzialmente piatto, più o meno dal novembre 2016 si intravede una certa moderata diminuzione, che ci riporta ai valori dell'autunno 2012. Certo, una differenza c'è: allora la situazione stava rapidamente peggiorando, grazie a Monti e alla sua distruzione di domanda (cioè di vostro reddito): oggi sta lievemente migliorando. Ma, appunto: lievemente! Il problema è che la variazione media del tasso di disoccupazione dal novembre 2016 a oggi è di -0.1 al mese, il che significa che occorrerebbero 52 mesi per tornare ai livelli di disoccupazione precrisi, attorno al 6%.

La domanda è: siamo sicuri di avere davanti a noi 52 mesi di queste condizioni relativamente favorevoli (non per tutti, fra l'altro): bassi tassi di interesse, bassi prezzi delle materie prime, nessun rilevante shock finanziario esterno (sull'interno mi taccio per carità di patria)?

Secondo me è improbabile.

Va anche detto che osservando i dati si nota questo:

Da quando il tasso di disoccupazione ha accennato una timida discesa, la percentuale di dipendenti con contratti a termine ha marcato una successione di massimi storici, fino a raggiungere il 16.5% nello scorso mese di agosto. Che in agosto ci sia un picco di contratti a termine è un dato ovvio. Il punto è che il picco di quest'anno è il più alto mai raggiunto.

Qualcuno potrebbe parlare di "successo delle riforme"! Vedi? Evidentemente è vero che precarizzare riduce la disoccupazione!

Certo, però... non aumenta la domanda! Il lavoratore "a termine", a meno che non sia un inguaribile ottimista (o un incosciente) credo che tenderà a tenerseli ben stretti i pochi soldi che guadagna. E se lui non spende, qualcun altro non guadagna (insomma: voi lo sapete: si chiama moltiplicatore keynesiano...).

Il nostro governo, quindi, se fosse effettivamente il governo di noi, dovrebbe fare politiche più incisive, e in particolare violare (e poi discutere) le famose "regole europee", il cui nonsenso è ormai acclarato. Invece non lo fa: preferisce stare a rimorchio della debole crescita altrui:


Ma questa strategia passiva non è particolarmente propizia, e ci espone a rischi. Diceva stamani Stefano Feltri alla rassegna di Radio3 (nonostante non sia quasi mai d'accordo con lui, ascoltarlo è stato una boccata di ossigeno, il che vi fa capire per quale deserto di luogocomunismo spicciolo siamo passati nelle settimane scorse), diceva Stefano che quando gli altri paesi peggiorano, noi facciamo un disastro, mentre quando vanno bene, noi andiamo benino. Non ha tutti i torti. Coi dati in figura, la situazione si presenta così:

Quando il tasso di crescita dell'Eurozona aumenta di un punto, il nostro aumenta di 0.86 punti, e quando diminuisce di un punto il nostro diminuisce di 2.10 punti! Naturalmente ci vorrebbe un campione più lungo, ecc. (aspettiamo gli espertoni, siamo qui per servirli). Resta il fatto che questa asimmetria nei dati c'è (e ci sono anche fior di modelli che la spiegano). L'implicazione in termini di politica economica è che stare ad aspettare gli altri non ci conviene. Nel senso che non conviene a noi cittadini. Al governo, evidentemente, sì...