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sabato 4 ottobre 2025

55 anni di salari italiani trimestrali

Dal mio letto di dolore proseguo l'operazione di spietramento delle mie calzature.

Oggi torno su un tema che qui abbiamo affrontato più volte, e che quindi voi, ma solo voi, in Italia conoscete bene: quello della dinamica salariale nel nostro Paese. La motivazione principale per tornare su questo argomento risiede nella lista di oscene stupidaggini che trovate in commento a questo mio post su Facebook. Non mi riferisco, sia ben chiaro, alle espressioni di dissenso rispetto alla mia valutazione politica, che dovrebbe esservi anch'essa ben familiare, e che in estrema sintesi potrebbe essere riassunta così: staremmo meglio se i sindacati facessero, e soprattutto avessero fatto, i sindacati (difendendo i salari), invece di fare i partiti politici (difendendo l'Unione Europea). Naturalmente per chi, come voi, capisce che questi due obiettivi (salari e Unione Europea) sono incompatibili (per i motivi ultimamente espressi anche da Draghi, cioè perché l'Unione Europea costringe a farsi concorrenza sui salari), questa mia affermazione è banale e scontata.

Si potrebbe portarla a un livello più sofisticato di approfondimento ragionando sul fatto che con la delegittimazione e lo smantellamento dei partiti politici, corpo intermedio di rilevanza costituzionale (art. 49), nei fatti i sindacati sono rimasti l'unico altro corpo intermedio di rilevanza costituzionale (art. 39) a mantenere una struttura organizzata e finanziata. Si può quindi sostenere che il fatto che ormai esercitino una funzione di supplenza rispetto ai partiti nel "determinare la politica nazionale" (art. 49) in senso complessivo, invece di concentrarsi sulla gestione del conflitto distributivo, è anche l'esito di dinamiche tanto perverse quanto oggettive, è anche il riempimento di un vuoto lasciato dall'antipolitica, oltre a essere certamente l'espressione delle velleità parlamentari di personaggi dello spessore di Landini (non questo, che di spessore ne aveva, ma questo...). Fatto sta che l'oblio dei diritti dei lavoratori è nelle cose, lo abbiamo visto (e fra breve lo rivedremo) nel tracciato dei salari, ed è sulle motivazioni di questa negligenza, non su quelle del concomitante impegno in politica, che ci si dovrebbe porre una domanda.

Questa però è materia politica e quindi aperta alla discussione: non ce l'ho con le povere pecore che per un motivo o per l'altro non capiscono che è stato il pastore a portarle al macello, non ce l'ho con chi ritiene di doversi occupare di battaglie altrui avendo rinunciato a combattere le proprie, o per giustificarsi del non averle combattute: va tutto bene! Quello che è veramente desolante è la disinvoltura (e la protervia) con cui chiunque si avventura in materia economica non avendo la benché minima idea di quali siano i concetti chiave, le unità di misura, le definizioni delle variabili, per non parlare della loro dinamica e delle interazioni fra esse previste dalla teoria economica, o semplicemente conseguenti dalla loro definizione! Mi sembra evidente che su queste basi una soluzione realmente democratica dei conflitti è preclusa (altro tema che qui ci è dolorosamente familiare). Di fatto, da molti commenti capirete che pochi sanno che cosa si intende per salario reale, e quindi che cosa ci racconti la sua dinamica: c'è chi chiede di depurarlo dall'inflazione (!), c'è chi sostiene che se il potere d'acquisto è rimasto costante dagli anni '80 non dobbiamo lamentarci (!), e via andare...

Lo scopo di questo post è duplice.

Da un lato voglio riprendere la "Breve ma veridica storia dei salari italiani" (che quindi vi consiglio di rileggere), per due motivi:

  • perché da quando l'abbiamo scritta, a maggio 2025, si sono aggiunti due punti dati (corrispondenti ai primi due trimestri del 2025), e voglio vedere se nel primo semestre di quest'anno si è mantenuto il trend di recupero del potere d'acquisto che avevano evidenziato, e se abbiamo recuperato i valori pre-pandemia;
  • perché voglio estenderla all'indietro, fino al 1970, utilizzando i vecchi dati di contabilità nazionale trimestrale (io non butto mai nulla), in modo da vedere se questi dati trimestrali di fonte ISTAT restituiscono lo stesso profilo visto in "La crisi dei salari e la produttività" (che quindi vi consiglio di rileggere), cioè una crescita lungo tutti gli anni '70 che si arresta all'inizio degli anni '80 su livelli sostanzialmente prossimi a quelli attuali.

Dall'altro, siccome sappiamo che la flessione dei salari (e quello che c'è a monte, cioè l'aumento della disoccupazione, e ancora a monte il taglio degli investimenti pubblici, cioè l'austerità) serve a recuperare competitività, cioè a migliorare la propria bilancia dei pagamenti e la propria posizione finanziaria netta sull'estero, voglio aggiornare l'analisi fatta in "La ricchezza esterna delle nazioni" (quando l'abbiamo scritto c'era ancora Draghi!), per vedere se il recupero dei salari si è già riflesso in una perdita di competitività e ha già cominciato a compromettere la nostra posizione debitoria netta nei confronti del resto del mondo.

Procederò quindi estendendo separatamente i due grafici e evidenziandone le principali caratteristiche. Per snellezza di trattazione, la metodologia (che trovate comunque nei post citati qua sopra) sarà descritta in appendice.

Breve ma veridica storia del salari italiani: aggiornamento

Il grafico aggiornato al secondo trimestre 2025 e esteso fino al primo trimestre 1970 è questo:


(dettagli tecnici in appendice). Elenco le caratteristiche più apparenti:

  1. la crescita dei salari reali sta proseguendo, dopo una pausa nel primo trimestre del 2025, il livello raggiunto nel secondo trimestre 2025 è 6822 euro a trimestre ai prezzi 2020 (rispetto ai 6791 dell'ultimo trimestre 2024), ma siamo ancora dell'1,5% al disotto del livello pre-pandemia (quello dell'ultimo trimestre 2019, pari a 6928. Quindi bene, ma naturalmente non benissimo (ci mancherebbe altro!), e il rallentamento dell'economia mondiale non aiuterà (ricordate? Per distribuire valore bisogna produrlo);
  2. il profilo dei dati trimestrali sui 55 anni considerati è quello che emerge dai dati annuali: crescita vigorosa fino all'inizio degli anni '80, poi un primo arresto, poi di nuovo crescita fino al 1992, poi una flessione, poi una stasi fino alla crisi finanziaria globale, poi una flessione, poi una stasi fino alla pandemia, poi un'altra flessione, e poi la ripresa di cui parlavamo. Diciamo però che il fasheesmo, cioè Giorgia, a occhio e croce con la stasi dei salari c'entra poco. Quando questa è iniziata, lei aveva quattro anni, e per quanto possa essere stata pestifera non credo che riuscisse a perturbare le variabili macroeconomiche.

Il massimo storico, pari a 7347, resta nell'ultimo trimestre del 2005.

Più avanti entriamo nel merito di tutte queste caratteristiche, mettendole in relazione con i cambiamenti strutturali dell'economia italiana, con i governi in carica, ecc.

La ricchezza esterna delle nazioni

Estendendo al 2024 il grafico (che qui si fermava al 2020) otteniamo:

In questo caso le cose vanno decisamente meglio. Nonostante la ripresa dei salari, nel 2023 e 2024 prosegue il deprezzamento reale (cioè l'aumento della competitività) del nostro Paese e conseguentemente migliora la sua posizione netta sull'estero, che è diventata creditoria (positiva) nel 2021 e che nel 2024 ha raggiunto il massimo da quando siamo entrati nell'euro (ma in effetti è il massimo storico, almeno dal 1970, come potreste verificare al solito posto). L'andamento a specchio delle due variabili, previsto dalla teoria economica, è assolutamente confermato dai dati. Si vede anzi che quando nel 2022 il deprezzamento reale si arresta per un anno, la posizione netta sull'estero peggiora lievemente.

Nota bene: siccome una diminuzione della disoccupazione, o un aumento dell'occupazione, fa aumentare i salari, quindi i prezzi, e quindi fa apprezzare il tasso di cambio reale (che è il rapporto fra i prezzi nazionali e esteri), e quindi diminuire la competitività, e quindi peggiorare la bilancia dei pagamenti, e quindi aumentare l'indebitamento estero (o diminuire l'accreditamento estero), non è per niente banale avere simultaneamente il massimo storico dell'occupazione e della posizione  (creditoria) netta sull'estero.

Non lo dico per fare i complimenti alla mia maggioranza, che secondo me nemmeno se ne rende conto (sentite mai qualcuno parlare del vero debito, quello estero?). Lo dico perché siamo qui per parlare di economia, e questa configurazione dei fondamentali macroeconomici è piuttosto inedita e merita di essere evidenziata.

Qualche commento

Partirei dai più ovvi.

Intanto, i salari reali sono i salari nominali depurati per l'effetto dei prezzi. A benefici dei piddini che mi commentano su FB, ricordo che "reale" in economia non è il contrario di "immaginario", ma di "nominale o a prezzi correnti". Il salario reale cioè misura il potere d'acquisto, la "quantità di cose" (res) che puoi comprare col tuo salario. 

Quindi:

  1. non ha senso chiedere di depurare dall'inflazione il salario reale, perché per definizione già ne tiene conto;
  2. non ha nemmeno senso dire che se rimane costante va tutto bene.

Il secondo punto merita un approfondimento.

No, non è corretto dire che se il potere d'acquisto dei salari resta costante allora siamo a posto, per il semplice motivo che per il lavoratore non è un gran vantaggio poter comprare la stessa quantità di cose in un mondo in cui ci sono più cose da comprare! In altri termini, non è detto che quando non crescono i salari reali (la parte di prodotto che va ai lavoratori) non cresca l'economia (e quindi il prodotto totale)!

Se calcoliamo il rapporto fra il monte salari e il prodotto interno lordo otteniamo un rozzo indicatore della quota salari (variabile di cui ci siamo occupati in diverse occasioni):


e constatiamo un altro dei "fatti stilizzati" che i lettori di questo blog conoscono bene, ma l'average Joe piddino non vorrà mai ammettere: al tempo dell'inflazione a due cifre negli anni '70 della liretta e della svalutazione (secondo l'immaginario distorto dei piddini), la quota salari si è mantenuta o è andata crescendo, mentre lungo tutti gli anni '80 e fino alla metà degli anni '90 la quota salari è andata diminuendo, questo perché a partire dagli anni '80, mentre la produttività continuava ad aumentare, la remunerazione reale del lavoro restava costante. Quello che vedete nel grafico soprastante, in altre parole, è la conseguenza di quanto vedete in questo grafico:


che forse ricorderete (ve lo avevo mostrato un anno addietro parlando de "La crisi dei salari e la produttività"). In estremissima sintesi, mentre la corsa dei salari reali si è arrestata con il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia (all'inizio degli anni '80), cioè con le politiche di disinflazione, quella della produttività si è arrestata con l'ingresso nell'euro, cioè con le politiche di deflazione, il che comporta che dall'inizio degli anni '80 alla metà degli anni '90 la quota salari sia diminuita, cioè il tenore di vita delle classi salariate non sia rimasto costante, ma sia arretrato in termini distributivi (la relazione fra produttività, salario reale e quota salari voi la conoscete perché ho dovuto spiegarla a un collega che non la conosceva), in concomitanza del resto con l'aumento della disuguaglianza.

Questo dibattito non è meramente teorico, è anzi dannatamente pratico! Quello che ci dice infatti è che se in termini di salario medio in termini reali oggi siamo tornati ai livelli del 2013, che poi erano quelli del 1988, in termini di quota salari siamo tornati ai livelli del 2010, che poi erano quelli del 1970! Questo spiega come nonostante una dinamica dei salari in crescita i lavoratori non percepiscano un effettivo beneficio, e naturalmente fa capire ancora meglio quanto sia lontana la radice del problema.

Ovviamente non mi fiderei troppo di questi calcoli fatti "sulla carta del prosciutto". Se però prendiamo la variabile "adjusted wage share" calcolata dal database AMECO, con riferimento a variabili diverse (AMECO rapporta i redditi da lavoro dipendenti nominali al Pil nominale e aggiusta ulteriormente per il rapporto fra occupati dipendenti e totale degli occupati) otteniamo una dinamica sostanzialmente simile:


con un declino lungo tutti gli anni '80 e '90 che sarà piuttosto difficile recuperare, in un mondo in cui il capitale ha decisamente più del solito il coltello dalla parte del manico.

In ogni caso, credo sia sufficientemente ovvio che né la mitologica "inflazzione a due cifre" né la temibilissima "svalutazzione" hanno un rapporto immediato e diretto con la dinamica della quota salari, o semplicemente dei salari reali. I salari reali, come qui vi ho fatto vedere fin dall'inizio, sono andati crescendo (e la quota salari è cresciuta o si è mantenuta comunque stabile) nel periodo dell'esecranda "inflazzione a due cifre", come mi pregio di farvi nuovamente vedere su dati trimestrali:


ma anche:


talché pare proprio che contrariamente a quanto credono i piddini, nel lungo termine l'inflazione sia piuttosto amica che nemica dei lavoratori, e sui motivi ci siamo dilungati (ma se qualcuno ha dubbi, sono qui per rispondere). Aggiungo che i salari reali sono diminuiti con l'austerità fra 2011 e 2014, ma non con la svalutazione competitiva dell'euro fra 2015 e 2020! Insomma, il meraviglioso mondo di Drindrin resta una fola per bimbi sciorni (ma rigorosamente col pieiccdì).

Conclusioni

In Italia la crisi salariale va avanti da decenni: la colpa non è del fasheesmo (nel senso di Giorgia), ma, come sappiamo, di un esito del conflitto distributivo per tanti motivi sfavorevole ai lavoratori, per via del quadro complessivo della terza globalizzazione, e, nel nostro contesto regionale, della necessità di competere al ribasso sui salari cui prima dell'euro costringeva anche il Sistema Monetario Europeo. Va da sé che poter trasferire sul mercato valutario una parte dell'aggiustamento macroeconomico aiuterebbe, ma, come del resto dimostrano anche i grafici che abbiamo visto (o rivisto) non è detto che sarebbe risolutivo. La discesa della quota salari, o, se volete, la stasi del salari reali, è iniziata infatti quasi venti anni prima della moneta unica, e se da un lato è vero che il vincolo esterno monetario era già in opera (attraverso il meccanismo di cambi fissi ma aggiustabili dello SME), è pur vero che all'epoca una parte dell'aggiustamento poteva ancora essere scaricata sui cambi (come accadde nel 1992). Nell'unione monetaria il sentiero che la politica economica può percorrere è particolarmente stretto, come ricordava il buon Pier Carlo. Credo converrete con me che lui questo sentiero lo ha percorso con minori risultati del Governo attuale, sia in termini di dinamica salariale, che in termini di assetto dei conti con l'estero. Avere al tempo stesso il massimo storico dell'occupazione e della posizione netta sull'estero non è senz'altro merito di questo governo: probabilmente è molto più merito del fiscal overkill messo su dal PD e dalla troika. Fatto sta che le accuse fatte a questo governo di aver causato la crisi salariale "perché non ha approvato il salario minimo" sono piuttosto ridicole, ne converrete. Non è questo che dicono i numeri.

Qualcuno potrebbe obiettare: "Certo, ma i numeri dicono anche che si potrebbe fare di più! In fondo abbiamo recuperato un buon margine di competitività, potremmo anche spingere di più sul meccanismo deficit-investimenti pubblici-crescita-occupazione-aumento dei salari, senza compromettere troppo i nostri conti con l'estero!" Questo argomento ha una sua tenuta logica ed è esattamente quello che farei anch'io da professore. C'è però un pezzo di complessità del reale che temo sfugga anche a voi. Nei modelli econometrici la spesa pubblica è una variabile, G, che si può far aumentare o diminuire con un clic. Nella realtà, ci sono di mezzo non solo la Ragioneria Generale dello Stato e le regole europee, ma anche il codice degli appalti, la Corte dei Conti, i bandi europei, gli uffici dei ministeri, delle regioni, delle province e dei comuni, dove il personale non c'è, o è troppo anziano, o non è abbastanza formato (perché c'è stato il blocco del turn over, ricordate?), o è troppo scojonato, perché solo l'anno scorso sono stati allocati dieci miliardi per un primo rinnovo dei contratti. Vi ricordate quando pareva crollasse il mondo perché avevamo proposto un deficit al 2,4%? Vi ricordate poi come andò a finire? Che si spese l'1,6%. Come mai? Perché la macchina amministrativa di cui disponiamo, logorata da anni di austerità a trazione PD, non è in grado di assorbire il carico di lavoro necessario per seguire la mole di spesa che astrattamente sarebbe necessaria per rimettere in piedi la baracca. Avrebbe senso far ripartire la solfa dello spread, attirare su di noi invece su chi se la merita (Francia e Germagna) l'attenzione dei mercati, per fare promesse di stimolo di bilancio che poi non saremmo in grado di mantenere? Varrebbe la pena di sostenere in anticipo il costo dell'incertezza sui mercati, senza poter incassare a valle il beneficio dello stimolo di bilancio, solo per far contento er sor Perepè, il compagno Rizzovich, e Foffoletta647827 su Twitter?

Può darsi che secondo voi questo sia essere keynesiano. Non credo che funzioni così, ma ove mai fosse, devo dirvi che preferisco, per me e per voi, essere giorgettiano, o semplicemente napoleonico: "Non bisogna mai interrompere un nemico mentre sta facendo un errore!". Ripeto: perché dovremmo schiantarci sui mercati noi, ora che stanno shortando gli OAT?

"Ma er popolo soffrono, laggente ci hanno fame!"

Beh, sì, questo credo di saperlo, ma è pur vero che siamo in democrazia, e quindi se ci troviamo su un sentiero stretto questo in qualche modo è avvenuto per scelta del popolo sovrano, cui a questo punto, nel suo interesse, dobbiamo sconsigliare di buttarsi di sotto (per questo basterebbe un PD qualsiasi, che ovviamente correrebbe in soccorso degli angioini)! Sapete benissimo che cosa penso di questo percorso: non l'ho scelto, lo trovo irrazionale, ve ne ho spiegato i limiti in lungo e in largo. Ma finché i commenti al grafico dei salari reali sono quelli che ho suscitato su Facebook, vi assicuro che non avremo (e infatti non abbiamo) la forza politica di fare una cosa che in questo momento tra l'altro è inutile: forzare delle regole che... stanno logorando i nostri nemici!

Quindi alle lamentationes de "er popolo" (che ha quello che desiderava) si provvederà, come è giusto, ma mantenendo un quadro ordinato e mantenendo margine di competitività. Ognuno di noi, istintivamente, tende a ragionare in modalità BAU (business as usual). Eppure dovreste sapere, perché è un po' che ne parliamo, che sono dietro l'angolo una guerra e una crisi finanziaria (whatever comes first).

Non è il momento migliore per farsi notare.

E se Foffoletta647827 ci toglierà il follow, ce ne faremo una ragione: non sapendo chi è, ignoriamo l'entità del lutto che dovremmo elaborare, ma possiamo precauzionalmente stimarla a zero e tirare dritto.

Dichiaro aperta la discussione generale (già immagino gli iscritti a parlare...).

Appendice

Per estendere fino al 1970 le serie di contabilità nazionale ho usato una vecchia versione della contabilità trimestrale dal 1970q1 al 1996q3 che avevo usato per un aggiornamento di questo modello. Naturalmente le serie erano in miliardi di lire anziché in milioni di euro. Inoltre la base dei prezzi era in quel caso il 1990 anziché il 2020. Ne consegue che rifacendo i calcoli separatamente sui due database veniva fuori una roba simile:


con una evidente soluzione di continuità, determinata dai due fattori sopra ricordati (diversa valuta, diversa base dei prezzi) e da una serie di revisioni minori, ad esempio nei criteri di revisione degli occupati. Per ottenere una serie relativamente uniforme ho convertito tutto in euro usando il noto cambio irrevocabile (666 lire per euro) e ho retropolato indice dei prezzi e occupati dipendenti utilizzando i tassi di crescita delle vecchie serie, applicati al primo valore delle nuove. Naturalmente all'ISTAT storcerebbero il naso, ma qualora desiderassero applicarsi loro al compito di ricostruire le serie di CN trimestrale fino al 1970 non credo che con metodi molto più sofisticati otterrebbero risultati particolarmente diversi, tanto più che qui quella che ci interessa è l'informazione "a frequenza zero", su cui le revisioni di cui vi parlavo non impattano (come non impatta la conversione in euro, che è semplicemente una moltiplicazione per una costante).

Quanto alla ricchezza esterna delle nazioni, i tassi di cambio reale vengono da qui e la posizione netta sull'estero viene da qui. Come ricorderete dal post del 2022, l'indicatore di competitività è dichiaratamente discutibile: si tratta del tasso di cambio bilaterale fra Italia e Germania, che quindi misura la competitività rispetto a un particolare partner commerciale, mentre la posizione netta è riferita all'intero resto del mondo. Fatto sta che per le caratteristiche strutturali della Germania e per il peso che ha nel nostro commercio questo indicatore è molto esplicativo delle vicende del nostro indebitamento estero, con un coefficiente di correlazione attorno a -63%.

giovedì 1 agosto 2024

A mente fresca

 


Immagino che possiate essere scettici, eppure (non potreste supporlo!) questo testo è una buona occasione per tornare sui temi che qui ci hanno appassionato e ci appassionano. Chi verrà non se ne pentirà, non fosse che per la temperatura...

martedì 24 ottobre 2023

Bruxelles

Quanti ricordi!

E quanto tempo che non ci venivo!

Dopo un viaggio funestato da compagnie maleodoranti e sgomitanti (e io che pensavo di recuperare sonno in aereo: invece, appena in fase di atterraggio ero riuscito a appisolarmi, le compagnie sono diventate anche scatarranti: perché si sa, il parlamentare deve viaggiare in carro bestiame, altrimenti #aaaaacoruzzione lo contaminerebbe...), dopo un arrivo intristito da una pioggia piuttosto insistente, ma assolutamente connaturata al luogo, ho rivisto la luce pastello e i lunghi orizzonti della pianura:


le guglie e le garguglie del Sablon:


la chiesa dove i belgi celebravano un'immagine miracolosa, giunta con un barchino:


ma venerata come Santa Maria della Vittoria (di Lepanto): niente a che vedere col twist immigrazionista dell'attuale "Europa"!

E tutto questo, questa bellezza, questa memoria, questo sfarzo:


questo bagno salutare e purificatore in una pioggia di luce:


tutto questo a un costo tutto sommato contenuto: ascoltare un seminario piuttosto accablant sulla tassazione indiretta a livello internazionale (insomma: su come tassare Amazon), dove, come notavano alcuni studenti italiani di passaggio, non si era detto niente (per il semplice motivo che, come condividevo col nostro ufficiale di collegamento, l'Europa su quel tema non può fare niente: tutt'al più può intervenire l'OCSE, per il semplice motivo che ha dentro gli Stati Uniti...), e poi ascoltare un seminario di un'altra oretta, un po’ più frizzantino, dove i soliti noti (in questo caso Zucman) ci facevano sapere che bisogna mettere una tassa sulla ricchezza perché i ricchi pagano poche tasse, senza tener conto del fatto che se i ricchi le tasse non le pagano, non pagheranno neanche quelle sulla ricchezza. Quindi forse la storia è un po' più complicata di così, e l'afflato à la Robin Hood così innaturalmente condiviso da certi figuri apparentemente tanto disparati ha, come abbiamo più volte argomentato e dimostrato qui, un obiettivo comune.

I vostri risparmi.

Ma questo lo sapete e spero che ve ne ricordiate l'anno prossimo.

(...e ora vado a cena con gli amici...)

domenica 22 gennaio 2023

Ancora sulla Brexit (poi basta)!

Non so per quale motivo, il tema Brexit continua ad appassionare: eppure io pensavo di averlo liquidato sette anni fa!

Se a un "professore, chennepenZa?" si può rispondere con un semplice "click" (il neologismo che inventammo qui per definire l'operazione di blocco di un utente petulante "con un click del mouse", per assonanza con quell'altra categoria di petulanti che "la moneta si crea con un click del mouse": ma questo può ricordarselo solo chi è qui da almeno un decennio...), a un profluvio di "professore, chennepenZa?" occorre forse dare una risposta più articolata, se non fosse per il fatto che ogni tanto questa domanda ci viene da utenti qualificati, come l'olandesina, o la mia padrona di casa a Chieti, o il nostro (ex) padrone di casa a Montesilvano, che se non altrove sono comunque nel nostro cuore: sopprimerli ci costerebbe più che perdere un paio d'orette di tempo!

Aggiungo che se una cosa così semplice, e che abbiamo spiegato mille volte, non si capisce, evidentemente c'è qualcosa di più profondo che non va.

Un indizio di quello che forse non va, e che sicuramente potreste migliorare, sta nel modo in cui molti mi entrano in argomento: "Ma Alberto, chennepenZi della Brexit? I giornali dicono che è un disastro, a sentir loro l'Inghilterra è sprofondata nell'Atlantico..." [la Scozia no perché è "europeista", il Galles no perché se lo dimenticano tutti NdCN]

Ora, se dopo dodici anni non avete capito che la risposta a una simile domanda è appunto nella domanda, temo che ci sia ben poco che io possa fare per voi. Tutto il lavoro che abbiamo fatto qui ha avuto un filo conduttore che speravo fosse evidente: mostrarvi come i media distorcano in modo assiduo e sistematico la verità fattuale, come siano una bussola che indica diuturnamente e infallantemente il Sud.

Se un giornale dice "bianco!", potete essere certi che sarà nero.

Se un giornale dice "in alto!", potrete essere certi che sarà in basso.

Se un giornale dice "cresce!", potrete essere certi che cala.

Devo recitarvi tutto il dizionario dei contrari, o la pattiamo qui?

Forse è più utile se vi ricordo alcuni post in cui ho confutato le lievi imprecisioni dei media: qui, qui, qui, qui, ecc. (basta cliccare sul tag "propaganda" e se ne trovano quanti se ne vogliono, magari più utili di quelli che vi ho citato).

Questo significa che se i media dicono che la Brexit è stata un disastro, ovviamente la Brexit non lo sarà stata: peraltro, vi avevo detto prima, e vi ho fatto vedere dopo, perché non lo sarebbe e perché non lo è stata.

Prima di farvelo rivedere, però, vorrei chiudere sul tema della sistematica distorsione della realtà operata dai media.

I giornalisti non sono "cattivi": nella maggior parte dei casi sono semplicemente ignoranti, il che significa, in concreto, che loro non saprebbero né da dove scaricare né come leggere i dati che vi fornirò più giù. Povertà non è vergogna: se sei laureato in lettere, naturalmente hai meno dimestichezza con i dati di un docente di econometria. Il problema quindi non sei tu, ma chi ti ha messo dove sei, ed è su questo che dovremmo interrogarci...

I giornalisti non sono "intellettualmente disonesti": nella maggior parte dei casi hanno semplicemente fretta, il che significa, in concreto, che se non vi forniscono mai le fonti dei loro dati, come invece farò io nel mostrarvi i miei, non lo fanno per impedirvi di controllarli, ma perché citare le fonti costa tempo.

I giornalisti non sono "pagati da Klaus Schwab" (o da altro "cattivo" del teatro dei pupi complottista: Gates, Soros, Satana, whoever...): nella maggior parte dei casi sono semplicemente sottopagati dai loro giornali, il che significa, in concreto, che se ripetono le parole d'ordine che arrivano dai think tank internazionali non è perché queste gli arrivano corredate da un cospicuo assegno, ma perché per campare la famiglia magari devono fare più di un lavoro, e quindi trovano più efficiente copiare, anziché approfondire. Vero è che copiare è comunque un lavoro a basso valore aggiunto (e nel caso dei mezzi di informazione ad alto disvalore aggiunto), per cui non mi impietosirei troppo se viene remunerato il giusto, cioè poco: ma questo è un altro paio di maniche...

Quindi, come dire: niente di personale.

Sono poverini anche loro, e i poverini sono pericolosi. Il problema però è oggettivo e politico, non soggettivo e personale, e chi lo affronta in quest'ultimo modo sbaglia. Può darsi che un giornalista sia un imbecille, come può darsi che lo sia un lettore. Cortesia vuole che all'uno e all'altro si nasconda questa spiacevole verità, anziché spiattellargliela in faccia, e in ogni caso impostare in questi termini il problema non ci fa avanzare di un passo verso la soluzione del problema: ottenere una stampa corretta, informata e pluralista. Possiamo consolarci dicendoci che il problema è insolubile, che questa soluzione è irraggiungibile, e probabilmente lo è, ma certamente non abbiamo diritto di lamentarcene se adottiamo soluzioni che il problema lo aggravano, che dalla soluzione ci allontanano.

Una soluzione molto migliore rispetto a quella, che sconsiglio, di insultare i giornalisti, o anche, più educatamente, di lamentarsene, è quella, che consiglio, di ignorarli totalmente, andando a leggere, invece che i giornali ogni giorno, i dati ogni trimestre. Io faccio così da sempre, e questo mi consente di surfare in scioltezza nei simpatici parterre cui vengo comandato dal mio ufficio stampa, pur ignorando con altrettanta scioltezza le dieci rassegne stampa che ogni mattina mi vengono inflitte! L'attualità, qui ce lo siamo sempre detti, è molto sopravvalutata: più interessante è mettere le cose in prospettiva, e questo è quello che vi propongo qui di seguito.

(...nella mia qualità di politico, ignorare i giornalisti non vuol dire solo non leggerli: vuol dire anche considerarli trasparenti, non vederli, non parlargli, non rispondergli al telefono, passare attraverso la loro inconsistenza! Mi sono stancato di venire travisato e mi regolo di conseguenza...)

Ma, appunto, andiamo a cominciare...

Il prodotto interno lordo

Gli scenari precedenti alla Brexit imputavano a quest'ultima una perdita di prodotto interno lordo negli anni successivi (dal 2017 in poi) piuttosto cospicua. Il 23 giugno del 2016 ero a Villa Mondragone per i consueti seminari organizzati da Luigi Paganetto, dove ebbi modo di godermi la presentazione di questo interessante saggio, secondo cui gli effetti di lungo periodo della Brexit sul Pil del Regno Unito, nelle valutazioni fornite da diversi centri di ricerca, andavano dal +1% al -25% (con un certo consenso per valori attorno al -6% sull'orizzonte 2020). Ve ne avevo parlato a suo tempo qui.

Ora: prima di guardare i dati, vorrei farvi riflettere su un tema metodologico.

La valutazione di scenari controfattuali sconta un ovvio problema: più l'orizzonte temporale si allunga, e più il fallimento dello scenario, la smentita delle previsioni, può essere giustificata allegando fattori confondenti, imprevedibili all'epoca in cui lo scenario è stato valutato. Ve lo dico in un altro modo: come ci ha ricordato con amabile ironia Roger Bootle al #goofy10, sette anni sono decisamente pochi per tirare un bilancio (cinque erano ancora di meno!). Il mio educated guess è che l'austerità di Monti rimarrà per i lunghi secoli a venire una cicatrice nella storia del nostro Pil,  quale già oggi si presenta, tant'è che dal sito dell'ISTAT hanno tolto la serie secolare che per un certo periodo avevano messo in home page, cioè questa:


(la trovate sul sito della Banca d'Italia), forse perché politicamente fastidiosa, e l'hanno sostituita con una più incoraggiante (si fa per dire) serie trimestrale dal 1996:


Di converso, scommetterei che la Brexit non sarà visibile nemmeno come glitch nelle serie secolari del Pil del Regno Unito, perché condizione necessaria affinché una cosa si veda nel lungo è che si veda nel breve, e nel breve non si vede!

La cosa più naturale per impostare un confronto sarebbe andare sul sito dell'Eurostat e scaricare i dati, ma se ci provate otterrete questo:


Purtroppissimamente, le serie storiche di UK si interrompono nel 2020, forse perché l'illuminato tecnico europeo dell'Eurostat vuole evitarci la vertigine di affacciarci al baratro in cui UK è sprofondato (la tabella la trovate qui).

Apro e chiudo una parentesi: so che "te ne sei andato e allora non pubblico i tuoi dati gnè gnè gnè" fa ridere, ma vi faccio presente che la decisione di considerare debito i crediti d'imposta generati dal 110% (scatenando così un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese) è in mano a simili bambinoni. Non c'è molto da ridere...

Spavaldi e pervicaci ci rivolgiamo quindi all'OCSE, certi che il pragmatismo anglosassone ci soccorrerà nel nostro folle intento di certificare la fine della novella Atlantide. Il sito è questo, e i dati ve li dovete andare a cercare in questo punto del menù:


(vi devo mettere la figurina di dove cercarli perché a differenza dell'Eurostat l'OCSE non consente di generare un segnalibro che punti al risultato di una ricerca specifica).

Vi offro due visioni dello stesso fenomeno (il Pil):

  1. l'indice del Pil reale (base 2015 = 100);
  2. il Pil reale pro capite espresso in una valuta comune (dollari) e a parità dei poteri di acquisto

(concetto sviscerato descrivendo il meraviglioso mondo di Lampredotto).

L'indice del Pil reale a base 2015 = 100 per i quattro "grandi" dell'Eurozona e il Regno Unito ha questo andamento:


Ovviamente gli ignoranti (il nostro caro amico Serendippo su Twitter, ad esempio) si affretteranno a dire: "Hai visto? Bagnai mente! La Spagna e la Francia sono andate meglio del Regno Unito, alla fine del grafico lo sorpassano! Disastro Breeeeeeexit!". Ma questo significa non sapere che cos'è un indice e a che cosa ci serve. Un indice ci serve a valutare la crescita di una variabile economica. Dove esso si trovi in un determinato istante di tempo non ha alcun senso. Ad esempio, il fatto che le cinque serie mostrate nel grafico si incrocino tutte nel 2015 non significa che in quell'anno Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito avessero lo stesso Pil: significa solo che l'OCSE adotta il 2015 come anno di riferimento. Quello che conta, dell'indice, è quanto è cresciuto nell'intervallo considerato, e naturalmente è cresciuto di più o chi arriva più in alto alla fine del periodo, o chi parte da più in basso all'inizio del periodo. Ad esempio, siccome UK, come la Germania, partiva da circa 90, il fatto che arrivi a circa 107 significa che è cresciuto molto più della Spagna, che è partita da 100. In effetti, per avere una visione più efficace basta ribasare l'indice a inizio periodo, andando a vedere che cosa succede si si fa pari a 100 il Pil del primo trimestre del 2010.

Succede questo:


Succede cioè che nel periodo 2010-2022 il Regno Unito, dopo un ritardo iniziale, tiene il passo con la Germania e addirittura la supera dopo lo shock della pandemia, mentre la Spagna e l'Italia, prostrate dall'austerità, restano molto ma molto indietro.

Nel 2016 non si vede nulla di comparabile a quello che accade nel 2011 in Italia (e nel 2010 in Spagna). Il fattore confondente determinato dalla pandemia non altera minimamente questa situazione.

Per approfondire questa analisi, usiamo una diversa misura, che maggiormente si presta ai confronti internazionali: il Pil pro capite espresso in una comune valuta (il dollaro) ma con un cambio che tenga conto del diverso potere d'acquisto dei salari monetari nei diversi paesi (il cambio a parità dei poteri d'acquisto). I dati sono questi:

e presi così ci dicono che il Regno Unito era ed è rimasto il secondo Paese per Pil pro capite, così come l'Italia, nel gruppo considerato, era ed è rimasto il quarto. Si vedono anche altri dettagli di cui abbiamo parlato (ad esempio, che la ripresa post-pandemica è stata più rapida in Italia che in Germania), mentre non si vedono i problemi causati dalla Brexit. Al coglione raffinato analista che nel 2016 sosteneva che in caso di Brexit  il Pil britannico sarebbe calato del 25% nel lungo periodo, vorrei far notare che visto che siamo in quel mondo lì (la Brexit c'è stata) la sua cazzata raffinata analisi implica che oggi il Pil pro capite del Regno Unito nello scenario di base (cioè in assenza di Brexit) dovrebbe superare quello tedesco... Non mi sembra uno scenario plausibile col senno di poi perché non mi sembrava uno scenario plausibile col senno di prima. Fra l'altro, non lo sarebbe sembrato nemmeno a lui! Se avessimo chiesto al coglione raffinato analista: "Secondo te il Regno Unito supererà la Germania come Pil pro capite?" (senza menzionare la Brexit), la risposta sarebbe stata: "Certamente no!"

Anche qui, comunque, esprimere i dati con base 100 all'inizio del periodo ci aiuta a individuare meglio le dinamiche di crescita dei singoli Paesi:

Si riconferma che l'austerità, a differenza del potere, logora chi ce l'ha, e che l'uscita dall'UE non ha alcun impatto visibile sulla serie del Pil trimestrale del Regno Unito. Possiamo vedere anche i tassi di crescita annuali del Pil reale, per fare una cosa meno originale e accurata (e già fatta su Twitter):

Direi che va bene così, no? Possiamo stare tranquilli: per ora il Regno Unito non è sprofondato né del 6% né del 25%, e si è tirato fuori dal COVID meno peggio di altri. Quindi passiamo oltre.

La disoccupazzione (sic)

Dice: "Vabbè, sò ricchi uguale, ma è perché ce sta a disuguajanza e a disoccupazzione..."

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo provo disagio nel leggere certe analisi affrettate e superficiali. Iniziamo dal concetto meno controverso, cioè di più immediata misurazione: quello di disoccupazione. I dati sono questi:


Nel 2016 in Gran Bretagna era al 4.89%, oggi è al 3.74%, noi siamo fra l'8% e il 9%, la Spagna, citata spesso come enfant prodige (che non vuol dire figliuol prodigo) sta ancora murata sopra al 12%...

Ma esattamente di cosa stiamo parlando?

Ah, certo: forse l'isola non è sprofondata tutta: si è inclinata un po' e sono annegate solo le persone in cerca di occupazione. Altrimenti non si spiega (o si spiega con un "và a dà via i ciàp...").

La povertà

Ecco, parliamo anche di questo. I simpatici euroti come avete visto non ci informano sugli sviluppi recenti:


L'unica cosa che possiamo dire consultando il sito dell'Eurostat è che nel Regno Unito la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale era più alta prima che nei due anni successivi alla Brexit, ed era comunque considerevolmente più bassa che in Italia o Spagna (quindi magari guardare un pochinino a casa nostra lo si potrebbe suggerire alla nostra informazione...).

Sul sito OCSE troviamo i tassi di povertà:


che ci raccontano una storia analoga (notate come la serie tedesca pudicamente si interrompa nel 2019 e quella italiana nel 2018).

Quindi, esattamente, de che cazzo stamo a parlà? Della penuria di Marmite? Ma per cortesia...

(...per inciso, a chi si sentisse urtato dal rafforzativo appena introdotto, faccio notare che secondo la Cassazione si può usare, o almeno lei lo usa...)

Lo sfacelo dei conti con l'estero

Eccerto! Come può vivere un Paese senza importare auto tedesche? Beh, i dati ci dicono che vive meglio, con un minore deficit estero:


Dal -5% del 2015 il Regno Unito è passato a un saldo estero del -1.50% nel 2021, e questo, notate bene, crescendo di norma più degli altri Paesi considerati (e quindi, si presume, importando di più). Di converso, la Germania è scesa dall'8.61% al 7.39% (nel 2021, ma poi con la crisi energetica è andata sottozero).

Dettagli

Eh già, perché poi ci sarebbe anche questo dettaglio, volendo:


Dice, fa, dice: "Ma perché in questa tabbella nun ce sta la Germaggna?" Risposta: "Perché la Germaggna er petrolio nun cellà. L'Inghilterra sì."

Sipario.

(...peraltro, non è che questa debba essere per voi una gran novità: vi ho spiegato in lungo e in largo come e perché i destini delle due lire, quella italiana e quella sterlina, si siano separati quando il Regno Unito ha mandato in produzione i suoi pozzi petroliferi: qui che l'energia è importante lo abbiamo sempre saputo, così come abbiamo sempre saputo che il suo vantaggio competitivo, la Germania, lo ha pagato col carbone, cioè inquinando il Nord Europa e sfasciandosi di piogge acide pur di sconfiggere i suoi odiati nemici di sempre...)

(...voi...)

Un Paese fallito?

I numeri ora li avete visti, anzi: rivisti. Vuol dire che non me li chiederete più? No, me li richiederete. Perché? Perché non riuscite a ignorare i fottuti media. Problema mio? No, problema vostro, ma siccome siamo amici ogni tanto mi fate tenerezza.

Dopo di che, prendiamo per buona la favoletta dei giornali. Ogni tanto, difendere, o quanto meno dare per assodata, la tesi dell'avversario, è un efficace espediente retorico, come questo esilarante e amaro video ci ha illustrato. Quindi, sì, la Gran Bretagna è un Paese fallito! Favorite dal climate change, orde di locuste lo fustigano sterminandone i raccolti. L'uscita dall'UE lo ha macchiato di uno stigma irreparabile, a tal punto che gli altri Paesi del consesso civile si rifiutano di commerciare con essa, e quelli del consesso incivile non hanno nulla da venderle, sicché nei suoi supermercati gli scaffali sono desolantemente vuoti (come ci rivogano in testa i TG rifilandoci immagini di repertorio girate a Bagdad o Pyongyang): stremata dalla fame, la gente si abbandona all'efferatezza del cannibalismo, mentre iMercati, animati dal sacro furore moralisteggiante che li pervade, fanno strame dei suoi governi fantoccio.

Tutto giusto e tutto vero, bene così, un applauso ai giornalisti.

Segue però una domandina, quella che mi veniva posta qualche giorno fa da un funzionario della Commissione di cui per evidenti motivi non posso fare il nome: come mai allora la grande e potente Europona su un tema così delicato come quello del conflitto attualmente in corso alle nostre porte, è finora stata totalmente subalterna alla linea dettata da US-UK? 

Intendiamoci: a me qui non interessa valutare nel merito questa linea. Se sia giusta o sbagliata lo dirà la Storia: lasciamo ai vincitori il gradito compito di scriverla, e agli esperti di #aaaaaggeobolidiga il graditissimo compito di provare ad anticiparcela. La mia riflessione è molto più terra terra: se è vero che UK è un Paese fallito, allora EU, che a UK si compiega in politica estera, che cos'è? Un progetto fallito, "mi verrebbe da dire" (cit.). Del resto, che il "gigante economico" (ma...) sia un "nano politico" lo aveva già detto qualcun altro molto tempo fa, che l'intento francese di non abbandonare la Germania alle seduzioni dell'Oriente sia smentito dai fatti lo vediamo coi nostri occhi, ecc. ecc.

Ma magari le cose non stanno così: intanto che UK sia un Paese fallito, i dati non lo dimostrano. Ovviamente, che EU sia un progetto fallito, io non l'ho detto e non l'ho nemmeno mai pensato (giusto? Non fate i maliziosi e non diffondete voci tendenziose!).

Lasciamo quindi che ognuno si goda le sue verità, che ognuno, a partire dal PD, si goda il mondo che ha così fortemente desiderato, e noi, se abbiamo un dubbio, andiamo su stats.oecd.org. E soprattutto, col vostro permesso, di Brexit lasciamo che ciacolino i pennaioli. Noi abbiamo argomenti più seri e problematici da affrontare, e ci torneremo presto, perché a questo ragionamento manca un pezzettino...


(...Io: "Ma come facevo una volta a scrivere pagine su pagine su pagine? Adesso faccio una fatica pazzesca!" Lei: "Stai guarendo dal narcisismo." Io: "Devo trovare uno che mi contagi!"...)

giovedì 25 giugno 2020

Silver economy


(...nelle agenzie e nei servizi giornalistici ho visto le mie parole e non le ho riconosciute tutte. Ho pensato che fosse meglio mettervi a disposizione il video qui, perché qualche concetto espresso forse può esservi utile...)



martedì 7 novembre 2017

C'era una volta la favola...



(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)


C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.

C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.

Come genere letterario, difficilmente potrebbe aver successo presso il raffinato e disincantato pubblico odierno, che così tante rivoluzioni culturali (dal ’68 in giù) hanno istruito a ostentare insofferenza verso il principio di autorità e verso il buon senso. Come strumento di gestione della vita familiare, è stata soppiantata da dispositivi che il progresso tecnico rende accessibili anche ai meno abbienti (la televisione prima, poi i videogiochi, ora gli smartphone). Il progresso miete vittime, e fra queste, lo capite bene, miei cari lettori, era destino si trovasse questo relitto di un passato patriarcale, questo residuo di un mondo permeato di facile moralismo. In un mondo di persone che la sanno lunga, a cui non la si fa, perché sono istruite, leggono i giornali, e i libri consigliati dai giornali, la favola doveva soccombere.

Questo in apparenza.

La realtà è un’altra: la favola oggi, dall’essere una delle possibili dimensioni narrative, con dignità pari, o forse lievemente inferiore, a quella di tante altre (il romanzo, la novella, il poema, ...) è diventata la dimensione narrativa par excellence, il genere letterario egemone, rinascendo dalle proprie ceneri con identica struttura (un buono, un cattivo, una ricompensa, una punizione), ma nome diverso: narrazione, o, addirittura, narrativa. Sostantivo, questo, che in italiano indica un genere letterario (contrapposto a saggistica), ma che nel linguaggio cialtrone dei nostri operatori informativi ricorre come traduzione maccheronica dell’inglese “narrative”: sostantivo che significa “racconto”, e che, nelle lande anglofone ha sostituito il più esplicito “(fairy) tale”, così come da noi, col consueto ritardo di fase, di per sé indice di una spaventosa subalternità culturale, “narrazione” ha sostituito “favola” (o “storia”).

La saggezza profonda dell’etimologia pone questo scarto lessicale in una prospettiva interessante. Favola viene dal latino fari, parlare: l’adulto parla all’infante, dove l’in-fante è, appunto quello che (ancora) non parla. Narrazione ha la sua radice in gnarus, l’esperto, che parla all’ignarus, l’inesperto. Con questa evoluzione (se possiamo considerarla tale) la legittimazione della voce recitante compie un salto di qualità: nella favola esprime il normale avvicendarsi di fasi dell’esistenza (chi non parla, parlerà: e racconterà favole), nella narrazione cristallizza uno status (chi è arrivato inesperto – di economia, di bioetica, di geopolitica – all’età adulta difficilmente potrà evolvere ad esperto: e continuerà ad ascoltare narrazioni).

La narrazione si presenta così, in primo luogo, come tirannide degli esperti: è una favola che impera sulla nostra esistenza, ne detta gli obiettivi, ne definisce gli ambiti, ne struttura i valori morali, ne circoscrive – sterilizzandola – la dialettica politica. Esopo è morto, Fedro pure, e Lafontaine non si sente molto bene: eppure, mai come oggi la cicala e la formica ammiccano dai titoli di qualsiasi quotidiano, erigendo il recinto all’interno del quale il dibattito sulle sorti di interi paesi deve svolgersi (per insondabile e insindacabile decisione dello gnarus), e assegnando in modo tanto perentorio e schematico quanto subliminale torti e ragioni in vicende complesse; vicende che una volta, prima di emanciparsi al grido di “vietato vietare”, i cosiddetti intellettuali cosiddetti progressisti si sarebbero guardati bene dall’affrontare in termini così intellettualmente sciatti, così pericolosamente semplicistici. Una vittima, il progresso, l’ha fatta, ma non è la favola: è, in tutta evidenza, il senso critico degli intellettuali progressisti, che vicende impossibili da riassumere in questo breve scritto introduttivo hanno spinto lungo una ripida china e scivolosa china, che dal materialismo storico li ha condotti al moralismo isterico.

La narrazione è appunto la traduzione in prassi del moralismo, di quella strana degenerazione ideologica, assolutamente bipartisan, che brandisce come un’arma una visione unilaterale delle relazioni umane, a partire da quelle economiche, con il risultato (se non con l’intenzione) di presentare come unici colpevoli del proprio destino gli sconfitti di un sistema economico tanto instabile quanto ingiusto. Nel mondo naturale la cicala può essere tale, sulle fronde, a prescindere dall’esistenza di un formicaio fra le radici dell’albero. Il mondo sociale, economico, è un pochino diverso: non si può essere il debitore-cicala di nessun creditore-formica. Ogni debito è necessariamente un credito, e quindi un cattivo debito è in re ipsa un cattivo credito. In economia, come ora anche gli economisti più ottusi e i giornalisti più cialtroni sono costretti ad ammettere, il torto (se tale è) di essere cicala non può essere addossato a una sola parte: a debitore imprudente corrisponde creditore irresponsabile, e la logica liberale, di mercato, invocata dai moralisti esigerebbe che entrambi venissero sanzionati. Ma, appunto, la narrazione (cioè la favola) ha questo, fra i suoi assi portanti: quello di ricondurre i processi sociali e politici a una rappresentazione naturalistica, non solo nel senso più immediato (quello dell’uso di metafore provenienti dal mondo animale: cicale, formiche, falchi, colombe, porci – i famigerati PIGS...), ma anche in senso epistemologico. Il suo scopo, cosciente o meno, è quello di depurare il racconto di fatti sociali dalla loro dimensione politica, cioè di escluderli a priori dal dominio delle possibili scelte collettive (in particolare, di quelle democraticamente espresse), riconducendoli a una preordinata assegnazione di torti e ragioni, di cui la politica deve semplicemente prendere atto. Il debitore è cattivo, quindi il creditore è buono: il primo va punito, il secondo tutelato, e la narrazione oblitera qualsiasi riflessione sulla sostenibilità (politica, sociale, ambientale) di questo capitalismo “testa vinco io, croce perdi tu”.

Col vostro permesso mi concederò da qui in avanti il vezzo di resistere alle mode, una frivolezza che spero mi perdoniate, e di chiamare le cose col loro nome: consentitemi quindi di chiamare la narrazione (o narrativa) col suo nome: favola. Una innocua operazione di chiarezza che ci aiuterà a orientarci.

L’egemonia della favola nella prassi dei mezzi di comunicazione non è un dato accidentale, ma la conseguenza necessaria dell’involuzione paternalistica subita dalla dialettica politica, nel nostro come negli altri paesi “avanzati”. Un’involuzione, a sua volta, correlata allo sbilanciamento dei rapporti di forza a svantaggio delle classi lavoratrici, con l’affermarsi del governo dei ricchi, di quella che l’autore ha scelto di definire plutocrazia, recuperando un termine logorato da un certo uso propagandistico. Se dagli operatori informativi ormai ci sentiamo raccontare sempre e solo favole, è perché la classe dominante è riuscita ad imporre l’idea che lo Stato, “che è come una famiglia”, deve essere guidato dallo gnarus di turno (il “tecnico”), che sa qual è la cosa giusta da fare, e quindi deve procedere, incurante del consenso popolare (cioè della democrazia), esattamente come il buon padre di famiglia deve, in molte circostanze, ignorare le bizze del fanciullino riottoso, corredando la fermezza nel somministrare la giusta (?) punizione con un più o meno ipocrita “fa più male a me che a te” (ricorderete le lacrimucce di una nota riformatrice...). Naturalmente, se lo gnarus può praticare, o addirittura ostentare, disprezzo verso la volontà del popolo sovrano, se può proporsi come obiettivo quello di fare il bene (?) del popolo contro la volontà di quest’ultimo, è perché trae da altro la sua legittimazione: appunto, dal potere economico che di certe prassi di governo, e di certe favole, è il più immediato beneficiario.

Ci sarà pure un motivo se, dopo decenni di riforme che dovevano fare gli interessi della maggioranza (spesso contro la sua volontà), a partire dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 (che doveva tutelare i meno abbienti dall’inflazione “che erode il loro potere d’acquisto”), e passando per le varie riforme del mercato del lavoro “che faciliteranno l’inserimento dei giovani”, e naturalmente per l’entrata nell’euro “che ci avrebbe protetto”, disuguaglianza, disoccupazione e fragilità finanziaria in Italia hanno raggiunto livelli precedentemente impensabili! In effetti, per chi analizzi i fenomeni economici partendo dai dati, e in particolare per chi si ponga, come chi scrive, in un’ottica di lungo periodo, la domanda che sorge spontanea è proprio come sia possibile che un simile degrado delle condizioni di reddito relativo e assoluto sia politicamente sostenibile, come sia possibile che gli elettori non si ribellino a un sistema nel quale i sacrifici, le lacrime e sangue ritualmente chieste dai governanti, oltre a palesarsi regolarmente come inutili, sono così ingiustamente distribuite. La risposta, naturalmente, è nella favola che i media ci raccontano, una favola che poggia sulla rappresentazione di un perenne stato di urgenza, su quella crisi perpetua che i governanti ci assicurano di voler risolvere, ma che in realtà, come il testo di cui ci occupiamo lucidamente mostra, alimentano, almeno in termini narrativi, perché in essa trovano il più efficace strumento di dominio.

Ecco: questo testo, caro lettore, ti insegnerà (se vorrai impararlo) in che modo i media attivamente contribuiscano a rendere accettabili le ingiustizie, come costruiscano la favola che circuisce l’ignarus, quali corde archetipiche vadano a toccare per aggirare lo spirito critico del pubblico, quali strumenti retorici usino per persuadere i dubbiosi, a quali strumenti dialettici ricorrano per neutralizzare gli interlocutori evitando scrupolosamente di entrare nel merito delle loro obiezioni. In questo senso, porrei questo testo in una ideale linea di continuità con Gli stregoni della notizia di Marcello Foa e con La fabbrica del falso di Vladimiro Giacché: due testi che, a vario livello, si pongono il problema di come il sistema dei media sia diventato, oggi, un effettivo ostacolo per l’esercizio della sovranità democratica, e questo certo non per cattiveria d’animo, ma per quella ovvia subalternità rispetto a chi lo finanzia, della quale, ex multis, si era già occupato Gramsci, quando ricordava all’operaio che “il giornale borghese è uno strumento di lotta mosso da interessi che sono in contrasto coi suoi”. Che gli interessi particolari esistano, e che chi li incarna cerchi di difenderli, si chiama lotta di classe, e non è una teoria del complotto: è il sale della storia. La democrazia, il governo del popolo, si fa plutocrazia, governo dei ricchi, perché il mondo del popolo è una rappresentazione dei ricchi: chi ha in pugno i media costruisce il racconto della realtà a propria immagine e somiglianza. Non a caso in questi giorni di autunno girano per Roma le camionette di un’università per ricchi a pubblicizzare corsi di “giornalismo narrativo”! Le decisioni della maggioranza sono così condizionate da una visione del mondo che una minoranza forgia nel proprio esclusivo interesse. Un interesse, aggiungo, a priori lecito, al pari di quello della maggioranza, ma che sovverte la dialettica democratica nel momento in cui si rivela particolarmente difficile da disciplinare con meccanismi di controllo e di bilanciamento.

Se ne Gli stregoni della notizia il giornalista Foa si poneva in una prospettiva di tecnica della comunicazione, smascherando i principali accorgimenti usati dai narratori (gli spin doctor), se ne La fabbrica del falso l’economista Giacché smontava la favola riscontrandone nei dati la falsità, troppo sistematica per non essere intenzionale, in questo testo l’autore fa un lavoro in qualche modo preliminare: quello di ricondurre la favola ai suoi elementi costitutivi essenziali: trama, retorica e personaggi. Questo lavoro di decostruzione è prezioso, perché permette al lettore di individuare la favola, insomma: di capire, senza ricorrere a competenze specifiche, quando chi gli parla lo sta prendendo in giro (magari involontariamente, per mero spirito gregario rispetto alle linee tracciate dalla grande stampa internazionale). I meccanismi narrativi sono, prima e più dei contenuti, il suggello della falsità di quanto viene narrato, e la logica elementare, in modo più efficace di qualsiasi sofisticato bagaglio culturale, basta a diffidare della favola. Non occorre un Nobel in biologia per capire che le cicale non parlano (soprattutto, non con le formiche!), e non occorre un dottorato in economia per capire che i tagli dei redditi individuali (pensioni, salari) non fanno crescere il reddito aggregato. Resta da capire quindi perché molti, anche intelligenti, anche (anzi: soprattutto) colti, credano a simili favole, e se ne facciano ecolalici divulgatori, amplificando, con la loro auctoritas più o meno fondata e riconosciuta di intellettuali, il messaggio che il potere, quel potere che loro per lo più osteggiano a parole, ma del quale si fanno strumenti nei fatti, vuole diffondere. E anche su questo punto, sul quale tanti si sono esercitati, il testo offre prospettive interessanti.

Decenni di politiche articolate sull’uso di disoccupazione e disuguaglianza come strumenti di disciplina delle rivendicazioni salariali hanno consegnato gli stati a potentati economici il cui più immediato assillo è evitare che la democrazia funzioni, che la maggioranza eserciti il diritto di tutelare i propri interessi. La favola è viva, e lotta insieme a loro. Possa questo testo aiutare gli oppressi a emanciparsi, riappropriandosi, come primo necessario passo di un percorso di lotta, della capacità di raccontare il mondo con un linguaggio autonomo da quello degli oppressori.


(...poi ci sarebbe quest'altro dettaglio, e di posti a prezzo scontato ne sono rimasti drammaticamente pochi: suggerirei di non far correre la voce, e rassicuro i miei congeneri: avranno anch'essi la loro parte...)