L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
(…inutile a chi sia in buona fede, ma anche a chi sia in cattiva fede…)
Visto che la Lega è un partito finito, e considerato che al suo interno io sono comunque irrilevante, e più in generale che come politico non valgo un granché, ma come intellettuale non valgo nulla perché ho rinnegato tutte le mie idee, ragion per cui ove mai questo blog esistesse nessuno lo leggerebbe, aggiungo una rapida postilla didascalica al post precedente, anche per far capire la differenza fra obiettivo tattico e strategico (e quindi per definire una strategia).
Premesso che come qui ben sappiamo noi siamo in una repubblica ultrapresidenziale (definibile come una repubblica presidenziale il cui Presidente è immune da qualsiasi responsabilità politica, cioè totalmente unaccountable, a norma di Costituzione), una e una sola cosa è determinante: che il prossimo presidente della Repubblica non sia organico al PD. Ricordo al colto e all’inclita che nel 2022 la maggioranza parlamentare era di sinistra (un pallottoliere vi aiuterà). Oggi è di destra ed è opportuno che tale resti nel 2027. Per conseguire questo scopo strategico ha ovviamente un senso tattico non affrontare donchisciottescamente quei poteri che hanno dimostrato di saper resistere al cambiamento. Basta girargli intorno, con eleganza. Quando vuoi estrarre un polpo da una buca non tiri: spingi, in modo che lui stacchi le ventose…
Facendomi un giro per la cloaca mi sono accorto che questo semplice principio non viene colto da un’accozzaglia quanto mai eteroclita di personaggi in cerca di editore, che coralmente accusano la Lega (o me) di aver tradito i propri elettori perché “hai detto che volevi uscire dall’euro e oggi dici che la stabilità aiuta”.
Ora, premesso che io ho sempre detto che sarebbe stato l’euro a uscire da noi e non noi dall’euro, che la proposta cui ho aderito intellettualmente, perché più razionale, è quella del Manifesto di solidarietà europea, che prevede uno smantellamento dell’Eurozona “dall’alto”, in ogni caso io auspicavo il recupero di flessibilità nominale quando eravamo in B come Bagnai:
perché questo (con buona pace dei cretini che non l’hanno capito) sarebbe stato necessario oer evitare la macelleria sociale del PD, oggi tranquillamente ammessa da Draghi, che ci ha portato in D.
Ora però siamo in D, con una posizione competitiva invidiabile, con margine per dare un minimo di respiro ai cittadini (cosa che si sta facendo, anche se gli operatori informativi non ne prendono atto), e con nemici sull’orlo dell’implosione. Avrebbe senso ora creare instabilità finanziaria e quindi politica (perché oggi funziona così) aiutando i nostri nemici esterni e il loro alleato, il nostro nemico interno?
No!
Ecco perché difenderei la manovra di Governo se anche fosse quella che le fake news di piddini, grillanza e zerovirgolisti ci tramandano (ma non lo è).
Ovviamente la cloaca pullula di roditori che queste cose non le capiscono, o fanno finta di non capirle.
Fra i primi metterei senz’altro il filosofo Becchi, che sta alla politica come un capibara sta ai concerti di Vivaldi, e l’economista Zibordi, che sta alla macroeconomia come una nutria sta alla geometria differenziale, ma anche la leggiadra Sabrysocial, che sta a qualsiasi cosa come un cincillà sta alle corse di Wimbledon.
Fra i secondi qualche operatore informativo furbetto, che prima o poi farà un passo falso, e per ora si limita a cercare di farli fare a voi.
Noi sappiamo dove vogliamo arrivare, ve lo abbiamo detto, e vi abbiamo dimostrato di riuscire a far passi in quella direzione anche in un contesto complesso come quello dell’attuale legislatura: non solo il voto contro la ratifica del MES, non solo il rifiuto di aderire al Trattato pandemico, ma anche il voto di FdI contro la von der Leyen e la dichiarazione del premier contro il voto a maggioranza non ci sarebbero stati senza la pressione della Lega (che naturalmente ha preso queste decisioni contro la mia volontà, perché io ho tradito ma per fortuna sono irrilevante, come qualche cappone starnazza e troppi polli credono…).
Liberi voi di sostenerci, o di andare dietro al PD e alla sua corte dei miracoli di nani, ballerine… e trombettieri! Le cose andranno comunque come devono andare, con o senza di noi, ma soprattutto senza di loro!
e un'altra persona di valore che sicuramente non vuole essere nominata (nel senso: non qui! Magari in un cda sì, e ne avrebbe tutti i presupposti, ma non nel blog...).
Tengo la formulazione di Carlo: fino a qualche anno (ma forse mese) fa, con un'astensione pari a metà degli aventi diritto in una regione tradizionalmente rouge la sinistra avrebbe vinto con 20 punti di distacco (60 a 40). Il fatto che abbia perso con 8 punti (44 a 52) è una assoluta novità, soprattutto se consideriamo l'azione di disturbo dei partituncoli, alcuni dei quali, per quanto di ideologia "comunista", nei fatti assolvono al compito di sottrarre voti a noi (mi riferisco a Rizzo & Co.).
Pare quindi che a scoraggiarsi, o magari addirittura a votare a destra, siano stati gli elettori di sinistra.
Sarà una tendenza locale o nazionale?
Lo scopriremo presto, osservando le prossime due regioni "progressiste": Toscana e Puglia. Sarà interessante poi tirare le fila del discorso, cosa per la quale mi affiderò a Claudio, l'unico analista elettorale di cui mi fidi ex post, avendo avuto plurimi benefici dal fidarmene ex ante! Se dovesse emergere qualcosa di simile a una effettiva presa di coscienza da parte degli italiani dei danni catastrofici che il PD ha inflitto al Paese ne sarei sorpreso (mi rammarica dirlo), ma naturalmente molto lieto. In realtà credo che una consapevolezza a questo livello non ci sia, non ci possa essere (lo vediamo nel prossimo post), e quindi o il fenomeno che si è manifestato nelle Marche è destinato a restare estemporaneo, o, se si consolida, ci sarà da interrogarsi sulle sue ragioni. Probabilmente, il fatto che il "progressismo" si manifesti come l'occuparsi delle sorti di qualsiasi popolo tranne che del proprio potrebbe aver giocato un ruolo, per quanto la presa emotiva di questo messaggio possa essere forte sugli sprovveduti o su coloro cui non incombe il compito di portare la pagnotta a casa (i cosiddetti "ggiovani"). Chiamiamola eterogenesi dei fini! Ci piacerebbe che il voto fosse guidato da un apprezzamento corretto da parte degli elettori delle effettive dinamiche di classe, ma possiamo tranquillamente accontentarci del fatto che esso sia guidato da una ripulsa istintiva, sempre da parte degli elettori, delle dinamiche di classe fasulle che vengono proposte loro dai "progressisti", purché il risultato sia quello che deve essere!
E intanto l'abbiamo messa a verbale, a beneficio delle vostre osservazioni, e di quelle altrui che eventualmente vorrete riportarmi.
Questa mattina a Pizzoferrato i termosifoni erano accesi (per gli amanti delle statistiche, il meteo dell’iPhone mi segnalava che eravamo 7° C sotto la media stagionale). Ora a Fiumicino è estate. Sto andando a Genova a sostegno di una candidata Lega, mi fermo a dormire, poi domani a Firenze (sperando che sia primavera) per la prima presentazione del libro di Claudio (lettura consigliata per mettere correttamente in fila tante cose che comunque dovreste già sapere), poi lunedì a Milano per un evento a/simmetrie (riservato ai soci), poi martedì a Ortona per preparare l’arrivo di Matteo mercoledì, e da lì in giornata a Sulmona per la seconda presentazione del libro del Claudio, che si terrà nel comitato elettorale del candidato Tirabassi perché “Vent’anni di sovranismo” è un libro politico e quindi, dato il periodo elettorale, mi è stato riportato che il Commissario prefettizio non ha concesso il foyer del teatro Maria Caniglia (mentre chiaramente il libro “Perché l’Italia è di destra” è un raffinato saggio politologico e quindi gli si può accordare l’aula consiliare: non so il nome della persona per colpa della quale resterete in piedi e se anche lo sapessi non ci sprecherei né un’interrogazione parlamentare né una telefonata al ministero, ma quando scriverò le mie storie della vita di provincia ci sarà anche questa, con nome e cognome: d’altra parte l’argomento del libro di Claudio è esattamente questo, cioè il pervasivo controllo dell’amministrazione da parte di forze politicamente orientate contro la Lega e solo contro la Lega, e quanto questo controllo pervasivo renda impossibile imprimere un indirizzo politico diverso, o anche semplicemente sedersi comodamente ad ascoltare chi vorrebbe imprimerlo…), poi riporto Claudio a Roma, giovedì mattina in aula per il disegno di legge “scomparsi“ e poi rimbalzo su in montagna dove spero di starmene in pace fra cani, lupi, e cani lupi, fino al risultato del primo turno.
Ah, dimenticavo: sabato c’è anche Cantine aperte, quindi calerò dalla montagna per incontrare l’amato popolo, i saggi amministratori, e i seducenti vignaioli della Marrucina. Non si accettano autocandidature: ho già un accompagnatore affidabile! 😉
Poche ore fa Claudio ha sollevato un'onda nella cloaca nera con questo suo tweet che mette in evidenza un aspetto interessante del processo politico visto nella sua concretezza. Se ne sono diramate dopo un po' una serie di ampie discussioni, in una delle quali rinvengo questa risposta che vorrei rapidamente commentare con voi:
Dialetticamente questa risposta è ineccepibile, come testimonia anche il vicolo cieco in cui ha mandato a cacciarsi l'espertone di turno:
(uno dei tanti che volevano tutto e subito, e destabilizzati dall'impazienza hanno preferito risolvere l'incertezza arruolandosi nella folta schiera delle amanti tradite).
Ci sarebbe da ragionare su tanto (ad esempio, sulle "posizioni minoritarie che poi diventano maggioritarie". Esempi? Spiegazioni?), ma qui mi soffermo su un aspetto, quello che ho evidenziato in giallo.
La risposta di Claudio in tanto è efficace dialetticamente in quanto si appoggia a un falso preconcetto dei suoi interlocutori, quello secondo cui il sistema proporzionale (sottinteso: con preferenze espresse) meglio si presterebbe a dare voce "ar bobolo" (giusto e santo per definizione), a quindi a consentire al sullodato "bobolo" di scardinare i meccanismi autoreferenziali de #aaaaabolidiga, garantendo che tutte tuttissime le opinioni, compresa quella di
IO
possano trovare una rappresentanza nelle sedi parlmentari, propagando il seme della dissenting opinion, e creando così il presupposto perché la grama opinione minoritaria attecchisca e nel tempo si trasformi nella robusta sequoia di una opinione maggioritaria.
Insomma: il sistema proporzionale sarebbe più "politico" del sistema maggioritario, più favorevole al radicarsi nelle sedi parlamentari di uno spettro di opinioni più diversificato. Se non ricordo male, anche qui qualcuno aveva fatto questo discorso, una quindicina d'anni fa, ormai: "Se ci fosse un voto proporzionale puro, potremmo fare "er partito di Goofynomics" e così avremmo in Parlamento qualcuno che gliele canterebbe chiare!"
Il famoso "famoerpartitismo" contro cui mi sono sempre, per vostra e mia fortuna, risolutamente schierato.
Ora, e premesso per completezza che:
l'obiezione di Claudio è non solo dialetticamente, ma anche letteralmente corretta (certo: col proporzionale puoi votare chi vuoi, ma anche col maggioritario: diciamo che "votare chi si voleva" va ovviamente inteso nel senso di "esprimere per il candidato di proprio gradimento un voto di preferenza tenendo conto dell'alternanza di genere", e quindi comunque un voto per "chi si vuole" nel contesto dei soggetti inclusi dai partiti nelle liste di un determinato collegio);
incidentalmente, 20.000 voti sarebbero molti in un collegio abruzzese, ma sono niente a livello nazionale, e per accedere al Parlamento nazionale si viene però candidati in collegi di dimensione al massimo regionale, quindi tutto il consenso che vedevate qui o al #goofy in realtà elettoralmente non esisteva - esattamente come di converso certe performance elettorali stellari non riempirebbero la sala del Serena Majestic: unicuique suum;
ormai ne sapete abbastanza di come funzioni in concreto la politica da poter considerare immediatamente come un delirante narcisista chiunque vi proponga uno spiaggiamento di mera testimonianza nel gruppo misto;
il punto su cui volevo attirare la vostra attenzione è un altro.
Se lo si considera nella concretezza di come effettivamente si svolge nel contesto delle regole attuali, il voto "proporzionale", inteso come voto con preferenze, senza listino bloccato, è molto ma molto meno "politico" del voto maggioritario, e questo dovreste averlo capito anche voi. Il motivo è semplice: se servono i voti, si candida (verbo transitivo: si mette in lista) chi porta i voti, non chi porta una verità della quale non frega un cazzo a nessuno per quanto rispettabilissima!
Scusate la franchezza, ma ogni tanto bisogna anche essere espliciti (e parlare quindi in franco o francese che dir si voglia).
Può piacere o non piacere, potete crederci o meno, ma i voti li hanno gli animali da territorio, gli uomini da marciapiede (in Abruzzo: marciappiede, non chiedetemi perché...), non i Buffagni, i Musso, e nemmeno i Bagnai (nonostante abbiano un seguito "social" superiore a quello dei sullodati esponenti del dibattito). Per scrivere il nome di qualcuno bisogna che quello abbia fatto qualcosa per te, qualcosa di concreto, e no: aprirti gli occhi non basta! Non sto parlando di voto di scambio né di altre fattispecie illegali: anche nel contesto della più stretta aderenza alle rigorose normative catare, un conto è essersi esposti su un provvedimento concreto (la realizzazione di un'infrastruttura che ti accorcia i tempi di percorrenza, un bando per il finanziamento della tua attività, o della zona in cui risiedi, ecc.), un conto è proporre una visione alternativa che può magari scaldare i cuori (di una ristretta nicchia), ma mai abbastanza da far impugnare la matita.
Volete la dimostrazione?
Semplice!
Con un listino bloccato su collegio unico nazionale ora avremmo a Bruxelles Marco Zanni: saremmo cioè riusciti a rieleggere il parlamentare che più ha contribuito, nella legislatura precedente, all'affermarsi degli equilibri fra i gruppi che stanno caratterizzando questa legislatura, e che quindi meglio saprebbe interpretarli. Con il voto a preferenza su macro-collegi regionali abbiamo dovuto seguire una strategia completamente diversa, totalmente avulsa dalle logiche che qui vi sembrano determinanti, e quindi in re ipsa inabilitata a tenerne conto e a dar loro rappresentanza. Questo naturalmente non è un giudizio di valore sugli ottimi colleghi che ora ci rappresentano a Bruxelles: è un giudizio di fatto che spiega perché noi non potremo avere mai una figura come questa (e averne, finché dobbiamo giocare questo gioco, ci servirebbe).
Con questo sistema (inesistente) dei partiti, con questo ritaglio (assurdo) dei collegi elettorali, posto che comunque le liste non sorgono per generazione spontanea dalla fermentazione del corpo elettorale, ma vengono decise dai vertici di partito, una lista bloccata paradossalmente veicolerebbe un voto molto più ideologico di quello implicito nel meccanismo delle preferenze! Banalmente: vi ricordate quando secondo i giornali noi saremmo dovuti entrare nel PPE? Indovinate un po' perché invece abbiamo votato (e fatto votare) contro la von der Leyen!? Servono altre spiegazioni?
Si potevano cambiare le regole? Sì, si sarebbe potuto. Lo abbiamo chiesto? Sì, lo abbiamo chiesto. Ci siamo riusciti? Evidentemente no.
L'inefficienza della legge elettorale per le europee è una delle principali cause della nostra subalternità a Bruxelles, e forse per questo non si riesce a cambiarla. Un altro motivo immagino sia che avere un "megasondaggione" di metà mandato fatto su un campione rappresentativo (l'intero corpo elettorale) evidentemente fa comodo, nonostante che l'esperienza dimostri che questo sondaggione non solo non è poi così significativo (e qui ce ne eravamo accorti), ma può anche essere destabilizzante (come l'esperienza del 2019 ci ricorda).
Questo lo dico a futura memoria.
Il problema non è tanto la legge elettorale, quanto quello che le sta a monte: l'esistenza o meno di un sistema dei partiti in grado di svolgere la propria funzione di corpo intermedio, l'esistenza o meno di una filiera amministrativa dove i partiti possano far crescere i propri rappresentanti (oggi questa filiera è infartuata dalla cosiddetta abolizione delle province).
Ovviamente questo discorso è fatto a beneficio di chi si pone su un livello di comprensione superiore rispetto a chi invece continua a chiedere un discorso di mera testimonianza, di mero, narcisistico, martirio.
...e non mi riferisco al fatto che dopo quattro secoli un politico fiorentino (questa volta vivo) si aggirava per le stanze della nobile dimora sul Canal Grande ragionando dei massimi sistemi del mondo (che nel frattempo sono diventati più di due, per via di una serie di anomalie succintamente descritte qui).
Mi riferisco invece all'ansia, che qui all'inizio abbiamo tutti provato e condiviso, dei portatori di una verità tecnica in contrasto con la narrazione unica e accettata di dare alla propria visione del mondo uno sbocco politico rivoluzionario (in senso proprio, non epistemologico). La verità tecnica può essere un qualsiasi banale dato misurabile, come ad esempio il fatto che la crisi del 2010 non potesse essere da debito pubblico ma evidentemente fosse da debito estero (lo dicevano le dimensioni relative di questi due tipi di debito e la loro dinamica), o il fatto che l'inoculo di una certa sostanza non si arresti nel deltoide ma circoli per il corpo umano. Le conseguenze di simili, banali, misurabili dati di realtà tendono ad essere naturalmente "disturbanti", potenzialmente "devastanti" per un insieme di assetti istituzionali costituiti (dalle Banche centrali agli Ordini professionali ai Governi alle multinazionali), il che spiega ovviamente la resistenza che si incontra nel portarli all'attenzione del pubblico e del cosiddetto decisore cosiddetto politico.
La fortuna di ContiamoCi è che Dario Giacomini è una persona tenace, posata e intelligente, che ha avuto l'opportunità, tramite Elisabetta, di confrontarsi con me e Claudio e avere un rapido primer sulle cose da non fare per assicurare al proprio progetto un minimo di sopravvivenza. In qualche modo siamo riusciti a trasmettergli un po' della nostra esperienza. Il Dibattito (cioè questo blog) non è stato del tutto inutile: sta aiutando i suoi nipotini, i dibattitini, a non sbattere il capino a qualsiasi spigolo e a non sbucciarsi le ginocchia ad ogni inciampo. Noi moriremo, loro cresceranno, e se ci sarà travaso di conoscenza cresceranno più sani e più forti. Certo, molte previsioni del Dibattito, come quella che non si può costruire una coscienza di classe sulla base di una minaccia esistenziale individuale e diretta, si stanno rivelando drammaticamente corrette (l'ho appena condivisa col Prof. Frajese, mi interesserebbe sapere che ne pensa e mi sembra abbastanza smaliziato da essere giunto autonomamente a certe conclusioni, esattamente come Giacomini). Gli studenti contro il greenpass si addormentarono leoni e non si sono più svegliati (e se si svegliassero farebbero rima, probabilmente obnubilati dall'odio estetico verso Salveeneeh...), in generale l'adesione ai movimenti che si proponevano di difendere la libertà è rapidamente decelerata al riapparire di una parvenza di libertà, ma anche qui si vede l'intelligenza di ContiamoCi, che ha spostato il piano del conflitto là dove esso è situato, nei rapporti fra capitale e lavoro, costituendo un sindacato. Ci sono forme di vita associativa intelligente su questo pianeta...
Riporto quindi qui a caldo qualche considerazione politica sulle osservazioni politiche fatte a margine del dibattito, da alcuni astanti e da alcuni relatori.
Intanto, era da parecchio tempo che non sentivo più a tavola la parola "proporzionale".
Son dovuto tornare indietro di anni, ai tempi dei dibattiti cor Nutella o cor Melanzana (ve li ricordate? Ogni tanto riaggallano...), ai tempi in cui anche noi, o meglio voi, pur avendo io rifiutato in radice la prospettiva "famoerpartitista", vi ponevate, nella vostra lecita ansia per la salute del Paese, lo stesso problema che oggi si pongono altri, nella loro lecita ansia per la salute delle persone: portare in Parlamento qualcuno che sapesse la (nostra) verità e potesse dirla in quella sede! Il ragionamento era: con un sistema proporzionale puro (e un migliaio di parlamentari), se anche fossimo l'un per cento della popolazione ci sarebbe possibile portare in Parlamento un drappello di eroi (magari due deputati e un senatore), mentre col sistema attuale il consenso viene drenato dalle coalizioni, negli uninominali non c'è speranza, e nella quota proporzionale i candidati vengono messi in ordine di priorità dalle segreterie dei grandi partiti (per cui il portatore di una battaglia ideale può solo aspirare ad essere un riempilista).
Questa nostalgia del proporzionale mi appariva sbalorditiva, incongruente, alla luce della consapevolezza, diffusa nel mio partito, che il sacrificio fatto sostenendo Draghi fosse servito, fra l'altro, proprio ad evitare che il PD ursuleggiasse o nazzareneggiasse imponendo... una legge elettorale proporzionale! Eh sì, perché nel pacchetto, insieme allo jus soli, alla legge Zan, alla revisione del catasto, c'era anche questa roba qua, vista dal centrosinistra come uno strumento per garantire la propria sopravvivenza, impedendo al centrodestra di difendere le proprie posizioni nei collegi uninominali. La formula del "centrodestra di governo" impediva a FI di cedere alle sinistre sirene del PD: lo strappo sarebbe stato troppo visibile per i loro stessi elettori. Capite bene, tuttavia, che, dopo essere passati da un trauma simile, vedere persone tendenzialmente di destra e affezionate alla propria libertà considerare come liberatoria una prospettiva che per il centrodestra sarebbe stata suicida (e per scongiurare la quale ci eravamo letteralmente dissanguati) era piuttosto shoccante!
Ma ancor più devastante era il riandare con la memoria ai giorni ormai lontani in cui questa prospettiva era la nostra, o meglio la vostra, perché il mio radicale dissenso dal famoerpartitismo mi rendeva piuttosto freddo rispetto ai dibattiti su tecnicismi che avrebbero potuto agevolarne il percorso.
Può essere di qualche utilità ricapitolare i ragionamenti che mi portavano a ritenere un simile percorso pericoloso ex ante e mi portano a ritenerlo futile ex post (togliendo quindi qualsiasi appeal alle riflessioni sulla legge elettorale, anche al netto della inesorabile legge bronzea della riforma elettorale:
Qualsiasi legge elettorale si risolve in una catastrofe per chiunque la proponga nel tentativo di avvantaggiarsi sull'avversario
...gli esempi portateli voi!).
Ex ante ero terrorizzato dal fatto che il nostro movimento culturale venisse infiltrato da persone il cui scopo fosse screditarlo o appropriarsi delle risorse che il consenso portava con sé, estromettendo chi questo consenso lo aveva, involontariamente, costruito. Non era un'ipotesi così assurda: qualcuno si ricorderà la storia di Badiale sprangato fuori dal suo blog, ad esempio, e molti ricorderanno personaggi un po' ambigui e oggettivamente pericolosi come quel simpatico operatore informativo che qui ribattezzammo Donald. Ero anche sconcertato dalla diffusa inettitudine dei più sfegatati sostenitori del famoerpartitismo, e non lo nascondevo (non a caso i due protagonisti di quel post sono diventati cheerleaders della squadra delle amanti tradite!). Il colpo di grazia alla dimensione famoerpartitista lo dette una cena organizzata in Emilia, il cui scopo era quello di esaminarne l'agibilità con dei volenterosi, resi autorevoli da esperienze parlamentari relativamente fresche. Alla mia semplice domanda: "Va bene, allora supponiamo di andare avanti: quante firme bisogna raccogliere e come si fa?" nessuno seppe rispondere. RIP famoerpartito! Esporsi con una simile armata Brancaleone era ovviamente pericoloso, molto pericoloso, senza contare che, ancora una volta, avrei dovuto fare tutto io, sottraendo altro tempo non tanto alla famiglia (cui non ne dedicavo già più, ma al Dibattito e al lavoro). Tra l'altro, quanto potenti fossero i miei nemici voi forse non lo sapevate, ma io lo sapevo (e oggi viene raccontato anche in pubblico): non gli sarebbe parso vero di far fare un bel bagno di ridicolo a uno che li umiliava intellettualmente in qualsiasi confronto!
Quel tipo di obiezione è superata dai fatti: ex post, più che la pericolosità del percorso, mi demotiva la futilità dell'obiettivo, sotto due profili:
1) va bene, porti alla Camera un deputato, e poi?
2) ma soprattutto, come scegli l'eroe da portare al fronte?
Svolgiamo brevemente il punto (1): sull'effettivo impatto delle battaglie di pura testimonianza credo di non avere più nulla da spiegarvi. Il bottone rosso in faccia al MES l'ho schiacciato io, non Paragone, come pure il suggerimento di usare il milleproroghe come veicolo per l'abrogazione delle multe l'ho dato io, non la Cunial! Questo per il semplice fatto che loro non c'erano, e io invece sì, e il mio esserci non era frutto del caso, ma del non aver voluto fare una battaglia di pura testimonianza narcisistica (al costo di prendermi, quando necessario, le mie badilate di tiepido e fumante letame in faccia, e di deludere l'inconsolabile Silvia). Nulla contro queste tre persone sul piano umano, s'intende, ma la testimonianza non basta. Avere uno "speakers' corner" nel fritto Gruppo misto è meno rilevante che averlo ad Hyde Park, in tutta sincerità: tempi contingentati, esclusione dalle riunioni di maggioranza, difficoltà a seguire i lavori di Commissione, impossibilità di avere un qualsiasi tipo di incarico (e conseguentemente di avere staff)... Sapete bene che io non sono un alfiere del gigantismo come elemento catalizzatore della produttività (per uno strano caso del destino, proprio in questo momento un simile alfiere si siede di fronte a me), ma è indubbio che nell'ecosistema della politica le microimprese non trovano spazio. Qui i casi sono due: o sei totalmente sprovveduto, o sai positivamente che il voto che chiedi non servirà a nulla. In entrambi i casi, con che faccia vai dall'elettore a chiederlo? Abbiamo anche la controprova: la storia dimostra che se si creano le condizioni di agibilità politica il Rosatellum molto più del proporzionale consente di coinvolgere in Parlamento portatori di battaglie ideali. Oggi ne avete uno in Senato (Claudio) e uno alla Camera (io). Ovviamente questo coinvolgimento presuppone certe doti sia nel coinvolto che nel coinvolgente! Non è facile realizzare questa doppia coincidenza di interessi e di visione. Ma è sempre molto più facile che trovare l'unicorno politico che dai banchi del Gruppo misto, dicendo rigorosamente "la veritah" e lavorando alacremente, riesca a polarizzare il consenso attorno alla sua singola battaglia ideale, in un mondo in cui centinaia di persone si aggirano animate da un perenne moto browniano sospinto verso obiettivi estemporanei da sollecitazioni individuali randomiche (l'emendamento tale, l'ordine del giorno talaltro, la direttiva X, il regolamento Y, Confquesto, Assoquello, ecc.).
Chiaro, no?
Come pure l'idea, ancillare rispetto a questa, di "partire dal basso" prendendo "anche solo un consigliere in un Comune", per poi "crescere sul territorio" e infine espugnare la Bastiglia. Alla precisa domanda: "ma avere un vostro tesserato come sindaco che vantaggi vi sta dando in termini operativi o politici?" non c'è stata risposta e non ci poteva essere risposta, come io sapevo, perché anche questa è stata una declinazione del Dibattito (ricorderete la storia di Gianluca, un amico di Goofynomics che ha voluto tentare questa avventura, e sta insistendo con ammirevole pervicacia, nel quadro di quelle esperienze che qui abbiamo affettuosamente chiamato zerovirgoliste: ho grande affetto e rispetto per lui, ma la sua esperienza ci deve essere di insegnamento).
Svolgiamo ora il punto (2): posto comunque che anche una battaglia di testimonianza abbia una sua utilità e una sua dignità (in realtà l'unica utilità che ha - per le forze conservatrici - è quella di screditare chi come me cerca di orientare in una certa direzione l'azione delle forze potenzialmente rivoluzionarie), chi mandi a combatterla? Come lo scegli? Indipendentemente dalla legge elettorale, ci saranno sempre posizioni in cui ce la si gioca e posizioni in cui si è pressoché certi di andare a battere una musata. Ed è proprio qui, in questa fase genetica, che generalmente i movimenti zerovirgolisti esplodono (mi sembra di aver intravisto dinamiche simili in qualcosa cui partecipò il nostro amico Marco Basilisco): è infatti strano come persone così strenuamente disposte a combattere una battaglia di testimonianza dai banchi del Gruppo misto siano così risolutamente restie a combatterla nella trincea del territorio! Detto in altre parole, è strano come un idealista per cui l'importante è partecipare alla prova dei fatti si riveli come un opportunista che corre solo per vincere!
Questo per quanto riguarda le start-up: discorso che ora, in termini politici (ma anche di gestione del dibattito) non ci riguarda più.
Il dibattito sul proporzionale però deve essere condotto, se non altro per sottolineare come esso sia comunque mal posto, anche qualora si astragga dalla prospettiva opportunistica di chi non vuole rinunciare al privilegio dei propri rotten borough (che era, non ho difficoltà a confessarlo, la nostra).
In termini apparentemente più alti, il tema viene di solito declinato secondo uno dei tanti frutti dell'albero avvelenato del grillismo: la dialettica fra "bobolo" buono e "bolidiga" cattiva. La politica, si dice, sarebbe migliore se potesse drenare dal popolo, che è buono, le sue migliori energie. Ci vogliono, si sostiene, politici veramente rappresentativi, non professionisti della politica (il primo grillino fu Berlusconi, in questo senso), ma rappresentanti della "società civile" (una delle tante espressioni vuote di senso, come "scienza umana" e "bene comune"), per moralizzare (o arricchire di competenze) la classe politica. Insomma: il vincolo di rappresentanza visto come un concorso per titoli ed esami, ma anche il lavoro parlamentare visto come un perenne "Sò Dieco, ti scpieco!" dove il "competente" e "civile" e "non professionista della politica" di turno chiama a sé l'avversario o (meglio mi sento!) l'alleato, gli spiega come va il mondo, e quello si compiega, il mondo in cui il miglior ingegnere di Milano, l'ingegner Fanfulletti, eletto nelle liste del "Partito della verità vera", convince con la sua competenza il miglior biologo di Teramo, il Prof. Di Giovanguidalberto, eletto nelle liste del "Partito dell'onestà competente" a votare l'emendamento 34.056, perché è in materia di ingegneria e il competente è lui, il Fanfulletti, per cui "stammi a sentire, bisogna fare così"...
Ma dove esiste questo mondo fiabesco? Dove esiste questa caricatura della (totalitaria, come da ieri sapete) Repubblica dei filosofi? L'avete visto voi?
Io, vi confesso, no...
E allora vado dritto al punto, che il viaggio volge al termine: non ha senso parlare di legge proporzionale se prima non si fa un ragionamento serio sul finanziamento pubblico dei partiti, perché i partiti, in quanto possano funzionare come tali (cioè avere una rete territoriale, con sedi e luoghi di dibattito), sono l'unico corpo intermedio che può garantire che le persone coinvolte nelle liste abbiano, oltre alle loro competenze professionali specifiche (che contano il giusto, perché per quanto possano essere dei bravi tecnici di qualsiasi materia, la competenza legislativa dei tecnici ministeriali è comunque superiore), anche quella meta-competenza che è l'arte regia, l'arte politica, come la chiama Platone nel Politico (dandole invero un significato un po' diverso, ma insomma ci siamo capiti). Altrimenti, meglio che scelgano i segretari, credetemi.
Non è un caso se prima di sferrare un attacco alla nostra economia si è sferrato un attacco alla "partitocrazia": demonizzare (per demolire) i partiti era uno snodo strategico sulla strada dell'indebolimento dei Parlamenti, unico contrappeso solido all'azione del Governo e della Presidenza della Repubblica.
Credo che questo percorso sia retrospettivamente leggibile per molti, e tutti quelli che sono in grado di leggerlo capiscono anche bene quanto sia difficile invertirlo. Dobbiamo però sapere che la strada per il nostro riscatto passa da lì: finanziamento pubblico, immunità parlamentare, separazione delle carriere, e altre due o tre riforme che restituiscano dignità e incisività ai vostri rappresentanti.
Altrimenti sarete rappresentati male (o, in caso di zerovirgolismo, per niente).
Ma l'avrete voluto voi.
(...al termine della giornata il Prof. Prodi mi si avvicina e fa: "Ma come fa ad avere questa preparazione fisica?" E io: "Semplice: vado a correre tutti i giorni. Sa, con la vita che facciamo è indispensabile mantenere l'efficienza...". E lui: "No, mi riferivo alla preparazione in fisica. Si vede che lei è appassionato di storia della scienza...". E io: "Sono un uomo del Rinascimento, contemporaneo di questo edificio. Come dice Flaiano: oggi il cretino è specializzato. Io mi rifiuto di specializzarmi per illudermi di non essere un cretino."...)
(...a cena ho chiesto: "Ma secondo voi quante auto blu ha la Camera?" Grillismo ovunque. Poi ho preso Google Maps e ho fatto vedere - perché si vede - dal satellite quanto è grande il parcheggio delle nostre auto blu, chiedendo in francese: "E secondo voi qui quaranta macchine come cazzo c'entrano?" Così non si poteva non capire, anche se non sono poi così convinto di aver dissipato ogni dubbio. Il dogma dei privilegi della casta prevale sul dato fisico dell'impenetrabilità dei corpi. Ma allora, gentili amici, dove vogliamo andare?...)
In un post precedente ho insistito con un minimo sindacale di veemenza sul fatto che la politica, fra l’altro, è responsabilità.
Fedele al mio principio di avere una parola buona per tutti, vorrei rapidamente evidenziarvi una conseguenza di questa affermazione. I nostri amici dei partituncoli e gli altri utili idioti dell’antipolitica concepiscono la relazione fra eletto ed elettore in modo antisimmetrico. Abbiamo appreso dallo zio dell’Uomo ragno che da un grande potere derivano grandi responsabilità. In effetti, da ogni potere, da ogni scelta, derivano delle responsabilità. Non è “colpevolizzare“ l’elettore ricordare che la scelta di esercitare o non esercitare il proprio potere di indirizzo votando comporta delle responsabilità. Certo, è chiaro che se una forza politica raccoglie un consenso circoscritto questo deriva dal fatto che la sua proposta non ha saputo convincere gli elettori o perché palesemente irrealistica o perché smentita, in sostanza o in apparenza, dalla condotta degli eletti. Va benissimo così e nel riconoscere che il popolo è sovrano non ci si può che sottomettere al verdetto delle urne. Tuttavia, il rapporto che c’è fra persone come me e Claudio, da un lato, e voi dall’altro, il modo in cui è nato e si è sviluppato in particolare in questo blog, mi legittima nel farvi notare una cosa: che quello che un politico può fare dipende dal consenso che la forza che ha deciso di coinvolgerlo raccoglie, e che quindi la valutazione sulla coerenza e sull’efficacia dell’azione politica dei singoli non può che essere effettuata condizionatamente al supporto che essi hanno avuto dal popolo sovrano. Questo supporto non può essere misurato dall’importanza che ogni singolo elettore legittimamente dà a se stesso, legittimamente ritenendosi dalla parte del giusto, e legittimamente ponendosi al centro del mondo. Insomma il discorso: “perché non hai fatto le cose che io ti avevo mandato a fare e che io ritengo giuste perché io so la verità!?” non funziona tantissimo. Ci vogliono parecchi “io“ perché in democrazia le cose funzionino, mi sembra sufficientemente ovvio.
Ora, tutte le volte in cui si fa notare che anche chi vota ha una responsabilità, parte la solfa del: “colpevolizzi l’elettore!”.
No, non è così.
Semplicemente, non lo deresponsabilizzo, cioè, se vogliamo, lo adultizzo. Perché quello che succede in democrazia non è responsabilità solo degli eletti: è, per definizione, responsabilità anche degli elettori, e questo dobbiamo dircelo e ricordarcelo, se vogliamo che il patto che qui abbiamo stretto resista all’usura del tempo.
Io non so se seguite, ad esempio, il lavoro che Claudio sta facendo con altri in Europa, raccogliendo il prezioso testimone di Marco Zanni, che è l’uomo senza il quale, posso confermarvelo per tabulas e lo farò quando sarà il momento, nulla di ciò cui assistiamo a livello europeo in questi giorni sarebbe stato possibile. Certe volte penso con amarezza a quanto sia ingiusto che chi tanto ha lottato per costruire, come Marco, chi tanto ha seminato, non possa avere la soddisfazione di raccogliere, e questo perché? Per tanti motivi, uno dei quali, spiace dirlo, ed è antipoliticamente scorretto dirlo, è che ci sono ancora tanti coglioni in giro che si fanno spiegare il mondo dai giornali, da giornali che visibilmente non sono nostri amici, non sono amici di chi li legge, non sono informati, non si pongono lo scopo di informare, non sono competenti, non sanno di che cosa parlano. Perché noi, per spiegarvi come e perché stavano andando le cose, e quello che stavamo cercando di fare per farle andare nel verso giusto, abbiamo dispiegato quotidianamente tempo ed energie, come nessun altro vostro rappresentante ha mai fatto. Nell’esporci a questo dibattito ci siamo presi le nostre palate di guano, e avremmo anche potuto non farlo, soprattutto se le nostre persone fossero state coerenti con la narrazione che veniva utilizzata per attaccarci dalle tante amanti tradite, quella dell’antipolitica anni ‘10 (“sono tutti uguali!” E dove sarebbero gli altri che passano ore sui social a spiegare la situazione? “Fanno opposizione per finta ma sono tutti parte dello stesso complotto!” Un complotto ordito con così tanta perizia che, al mero fine di dissimulare la propria esistenza, ha scelto di affidare come bersaglio al sistema di media solo due o tre persone: Salvini, Borghi, Bagnai… E potrei continuare.).
Il momento che stiamo vivendo è realmente storico e non lo è per caso: lo è perché lo abbiamo costruito in lunghi anni di lavoro. Chi è qui da un po’ credo che abbia non solo gli strumenti, ma anche, cosa più importante, la volontà di rendersene conto. Sostenere il fronte dei patrioti (lo scrivo con la minuscola per conservare a questo termine la sua accezione più vera e più profonda, senza nulla togliere alla sua accezione più recente e politica) in un momento come questo è determinante, e lo è nel grande, come nel piccolo, come nel piccolissimo. Ogni elezione conta, ogni occasione di esprimere il proprio dissenso e di rafforzare chi vi ha aiutato a maturare la coscienza della sua fondatezza, di chi vi ha dato argomenti, fatti, statistiche, per comprendere che il sistema che vi veniva proposto come unica alternativa era, ed è, un sistema intrinsecamente fragile, va colta.
Fermo restando che il mondo andrà nella direzione in cui deve andare, e che qui abbiamo indicato tanto tempo addietro, abbreviare il nostro travaglio sta a noi, e quello che succederà domani non sarà solo responsabilità di chi vi scrive, o dei suoi colleghi, ma sarà anche responsabilità di chi avrà voluto, o non voluto, cogliere questa occasione per motivi più o meno fondati.
Noi siamo responsabili rispetto a voi, ma anche voi siete responsabili rispetto a noi.
Condivido rapidamente con voi il mio intervento di ieri a Chieti:
che potrebbe interessarvi, mentre a chi avesse bisogno di rimettere le lancette del calendario ricordo che il 2014:
viene prima del 2015:
Ci sono gli #ionondimenticooh, e c’è chi non dimentica! Tutte le tappe sono importanti, se le sai collocare al posto giusto. E la morale della favola, non scontata, è che senza Matteo Salvini lo sbocco politico che mi avete chiesto fin dall’inizio di questo percorso non sarei mai stato in grado di offrirvelo (non se ne dolgano i famoerpartitisti).
Quindi, vi aspetto alle 18 in Piazza Santi Apostoli.
...che vedete dolcemente madida del sole della primavera, già più volte nei tempi andati arrestò col suo distaccato rigore il francese, come vi narrai qui. Ma ora, si sa, c'è il claimatceing (ogni tanto), e comunque a giugno non sarebbe assennato contare sul suo aiuto. Ne consegue che dal petitz boutz d’homme voulentiers cholericque (per le note ragioni) questa volta a difendervi tocca a voi, con la matita.
Non è un obbligo, ma una facoltà.
Se non lo farete, poi recriminerete.
Io, dall'alto del Calvario, girerò le spalle e ad ombrìa vedrò, ancora per qualche decina di migliaia di anni, l'Adriatico, attraverso la Forchetta, giù per la valle dell'Aventino:
che non è quella cosa politica di cui ogni tanto v'è capitato di vaneggiare a voi, nel vostro tormentato delirio ossessionato dal miraggio grottesco di governi fatti cadere... sottraendogli l'opposizione!, ma quello che sgorga a Capo di Fiume dopo essersi ingrottato al Quarto di Santa Chiara, proprio lì, dietro la spalla del Pizzalto.
Poi dicono che evaporerà, il mare, ma se dovessi scommetterci un euro che non potrei riscuotere, direi che sia più facile che geli.
Questa, però, rientra nelle tante cose di cui io non ho contezza, che poi spesso coincidono con quelle su cui voi vi estenuate in goffe ordalie nella cloaca nera.
(...ed è il desiderio di sottrarmi ai suoi miasmi che mi spinge a cercare l'aria dell'altitudine...)
...ne sono certo (almeno per quanto concerne quelli di voi che conosco, o conoscevo). Sono assolutamente certo che certe cose non le fate con animus nocendi: anzi! Se vi comportate in un certo modo è, in tutta evidenza, perché pervasi dal sacro fuoco del fare qualcosa, del servire la causa, perché posseduti, inebriati dall'entusiasmo di avere compreso, e conseguentemente (?) di detenere la chiave di lettura che può aiutare gli altri a leggere il mondo nel modo giusto (?).
Questa chiave ha un nome che inizia per "v" e finisce per "erità".
Ora, è vero che più di una volta mi è capitato di farvi notare che la verità non è una categoria politica (ad esempio qui, parlandovi del Partito Unico della Verità), così come non lo è l'onestà (cha cha cha), tema quest'ultimo che affrontammo a suo tempo (nel 2012). Quindi in teoria se molti di voi (quasi tutti) pensano di poter affrontare un ragionamento politico brandendo come una clava la Verità (che poi, in generale, sarebbe quello che pensano di aver capito leggendo me e qualcun altro), non dovrebbe essere colpa mia: io, che non funziona così, ve l'ho detto! Tuttavia, siccome in pratica è probabile che qualcuna delle mie considerazioni sfugga (ad esempio, qualcuno di voi potrebbe essersi perso il post sul Partito Unico della Verità), e d'altra parte è certo che fra guardare (come una mucca guarda un cartello stradale) e leggere una differenza c'è (e voi non sempre siete dalla parte giusta di questo spartiacque), poi capita che succedano incidenti, la cui conclusione, invariabilmente, è di far passare quello che da tredici anni sta cercando di aiutarvi a ragionare in modo critico (io, non so se ci avete fatto caso...) per uno che vi irretisce con teorie astruse, e voi, che, in fondo, non siete cattivi, per dei decerebrati adepti di una setta!
Potremmo per cortesia evitarlo?
Non che mi interessi quello che voi o altri pensino di me: non vorrei stucchevolmente tornare sul mio programmatico rifiuto del consenso, che comunque resta l'unica genuina garanzia per chi questo consenso decide di darmelo! Ma siccome voi non siete cattivi, mi dispiace che altri pensino male di voi. Per evitarlo, dovreste forse unire alcuni puntini che ho cercato di fornirvi nel corso del nostro comune cammino. Proviamo a farlo, o rifarlo, partendo da un esempio, questo:
Il tizio della Biblioteca d'Alessandria non so chi sia, anche se, secondo me, non lavora male, e a me piace seguirlo in alcuni dei suoi racconti (molto interessante, ad esempio, la serie sull'esperienza coloniale italiana). L'altro immagino che sia l'idolo di molti di voi (ne ho piena contezza solo nel caso di alcune amanti tradite!), non ho mai ascoltato un suo video, e mi sembra un perfetto interprete di quella che potremmo chiamare "la banalità del sensazionale". Non è però su questa valutazione comparativa che vorrei soffermarmi, o per lo meno non ora. Le considerazioni che ho fatto non implicano che mi sembrino più plausibili le versioni dell'uno o dell'altro: sarebbe veramente idiota addentrarsi in questo ragionamento in un post che parte dal presupposto che alla fine la "Verità" (o forse dovremo chiamarla veritah) non sia una categoria politica! Alla fine, quello che vale per Report vale anche per Luogo comune (che intuisco essere il sito di Mazzucco).
Ciò su cui vorrei invece attirare la vostra attenzione sono i primissimi minuti del video del bibliotecario d'Alessandria, quelli in cui cataloga i commenti ricevuti sotto un suo altro video riguardante (a quanto capisco) l'Ucraina (e che mi interessa il giusto perché su questo, come su altri temi, la mia opinione me l'ero fatta una decina di anni fa e resta quella). Il povero bibliotecario, che sembra una persona civile, bersagliato da commenti di questo tenore: "Guarda questo video e troverai la verità!" giunge a una conclusione: "Io quel video non l'ho mai visto e non ho nessuna intenzione di vederlo, nessunissima intenzione di vederlo!"
So che sarete scandalizzati, ma secondo me la sua conclusione non è solo legittima (perché ognuno ha diritto di vedere quello che gli pare), non è solo naturale (perché chiunque venga aggredito istintivamente si difende), ma è anche, in un senso più profondo, giusta.
Strano come la parola che finisce per "erità" vista dall'altro lato finisca per "affanculo"...
E voi mi direte: "Sì, va bene (forse...), ma perché senti il bisogno di dircelo?"
Perché molti, troppi di voi (a mio avviso sarebbe troppo anche uno) si comportano come i commentatori "assertivi" del povero bibliotecario, cioè si comportano, non scientemente e scientificamente (perché non siete cattivi!), ma oggettivamente, in modo da allontanare qualsiasi lettore indifferente, o anche lievemente prevenuto a favore o contro i nostri argomenti critici, dalla lettura dei contenuti che propugnate con tanta veemenza, in modo da suscitare in chi non vi si sia ancora imbattuto un viscerale disgusto per la vostra "veritah" (che poi sarei io).
Analogamente, molti, troppi di voi, intervengono su quelli che ritengono essere troll (e che magari lo sono, in base ai parametri oggettivi che conosciamo o dovremmo conoscere) agendo da troll, cioè insultando, insistendo, ecc.
Vi risparmio esempi per carità di patria (e anche perché non ho tempo di cercarne, ma se non vi date una raddrizzata sarò costretto a farlo), come pure vi risparmio esempi di best practice (direi che Claudio può valere come repertorio di riferimento).
Mi piace invece commentare un episodio di qualche giorno fa, perché è particolarmente indicativo del fatto che voi non siete cattivi. La cosa è iniziata così:
(dal basso verso l'alto).
Sintesi: il 9 e il 10 gennaio avete disperatamente cercato di fare una cosa che non vi avevo chiesto, quando non ve l'avevo chiesta (non avendovela chiesta mai), e in un modo che vi avrei sconsigliato perché palesemente controproducente: mandare #goofynomicsin tendenza.
Quello che avevo chiesto io era una cosa diversa: usare l'hashtag #goofynomics se si postava un contenuto di Goofynomics. Questa cosa un senso poteva averlo: ad esempio quello di aiutare chi fosse incuriosito dal contenuto di un post o di un tweet a trovarne di analoghi e magari ad atterrare qui. Ma mandare #goofynomics in tendenza per il gusto di farlo era controproducente sotto almeno un paio di profili, piuttosto evidenti (duole rimarcare l'ovvio). Uno è evidenziato già dallo scambio qua sopra, ma per maggior chiarezza vi fornisco un altro esempio:
Secondo voi, uno che non sa che cosa sia #goofynomics, quale interesse può provare ad approfondirlo se si trova a contatto con una simile bolla di sciroccati autoreferenziali!? Io scapperei a gambe levate, e considerate che Goofynomics c'est moi! Aggiungo una cosa più tecnica, ma se vogliamo ancora più ovvia: l'algoritmo, come è ovvio (mi ripeto) penalizza lo spam. Come si fa a essere così... così "non cattivi" da pensare che un algoritmo si faccia forzare dallo spam!? Se per andare in tendenza bastasse ripetere un hashtag sessanta volte in un tweet tutti potrebbero andare in tendenza! Ma ovviamente (insisto, perché è ovvio, com'è ovvio che non siete cattivi) l'algoritmo penalizza lo spam, da cui questo saggio consiglio:
che, permettetemi di sottolinearlo, fa un po' specie dover dare a persone che come voi sui social ci vivono!
La risposta alla domanda "perché #goofynomics non è in tendenza" era quindi molto semplice: perché voi spammando questo tag lo stavate mandando in blacklist:
Quindi, non per cattiveria (perché voi non siete cattivi), stavate conseguendo un fine che era l'opposto delle vostre intenzioni, e soprattutto delle mie (che infatti non vi avevo chiesto niente, e se vi avessi chiesto qualcosa non vi avrei chiesto questo): penalizzare l'hashtag che vi avevo chiesto di utilizzare in modo corretto (e non di provare a mandare in tendenza a genitale esterno di carnivoro).
Eggnente, voi non avete capito dove siete: eppure ho cercato di farvelo capire in ogni modo! Siete a casa di uno che non tifa per Faust.
Quelli di voi più familiari con le lingue sanno che a Roma, quando si dice di uno che non è cattivo, è perché si vuole dire che è un "cojone" (l'ortografia corretta è questa). Se ho dedicato una serata che avrei dovuto dedicare ad altro a reiterarvi la mia profonda convinzione che voi non siate cattivi, è per enfatizzare il mio sofferto e partecipato auspicio che diventiate, o almeno sembriate, meno "cojoni", perché questo non fa bene né a voi, né a me, né al supremo interesse del Dibattito.
Se poi voleste anche diventare cattivi, lo apprezzerei. In qualsiasi opera drammatica il cattivo magari perde, ma è senz'altro più affascinante e piacevole da frequentare del "cojone". E siccome, nonostante siano già passati tredici anni, siamo solo all'inizio del nostro percorso, capirete che preferirei proseguirlo senza annoiarmi...
Ma soprattutto, insisto su questo concetto, vi chiedo un minimo di coerenza con la retorica bellicista che tutti vi penetra e vi permea, la retorica dello scontro decisivo, la retorica del nemico, la retorica dell'eterna lotta del Bene (voi?) contro il Male. Prendiamo come convenient working hypothesis che si sia effettivamente in guerra e che voi siate qualcosa di simile a dei soldati. Bene. Allora io sono il vostro sergente Foley, dal che discende che dovete fare quello che dico io, quando lo dico io e come lo dico io, che è un po' il contrario di quello che avete fatto: fare una cosa che non vi avevo detto di fare, quando non vi avevo detto di farla, e come non vi avevo detto di farla!
Lo dico nel vostro interesse, non nel mio! I social sono un gioco, la vita è altrove. Ma a voi piace vincere. Secondo voi #borghidimettiti e #bagnaiarrogante sono andati in tendenza per caso?
Secondo me no.
E allora limitatevi a fare quello che vi chiedo, o a ignorarmi. Preferisco perdere da solo che vincere in compagnia, ma se c'è una cosa che mi dà al cazzo è perdere in compagnia per colpa degli altri!
Scusate se vi ho trascurato: ultimamente capita spesso, ma questa volta credo che, più di altre, possiate capirne e apprezzarne i motivi.
Come ricordo di avervi detto in una diretta, che cosa avrei votato io lo sapevo da dodici anni, che cosa avremmo votato noi da alcuni mesi, come avremmo coinvolto gli altri, per evitare che il nostro voto restasse uno sterile atto di testimonianza, da poche settimane, e attraverso quale percorso parlamentare si sarebbe venuti al dunque, per evitare le imboscate di amici e nemici, da pochi giorni. Queste poche settimane e questi pochi giorni sono stati particolarmente intensi, come immaginate. Aggiungiamoci il fatto che invece di poter riposare sull'esperienza di Riccardo Molinari, per un felice accidente del destino, il 21 dicembre del 2023 ero alla mia prima esperienza di capogruppo, a causa dell'assenza di Riccardo, del suo vicario Iezzi, e del vicecapogruppo decano Bruzzone. Per questo incombeva a me comunicare la linea del partito ai colleghi, anche quelli impegnati in Commissione, cosa che agli operatori informativi è sembrata particolarmente significativa, ma era un mero accidente tecnico. La decisione era stata, come deve essere, collegiale, e non devo certo spiegarvi che le cose stanno esattamente al contrario di come gli operatori informativi le riportano (soffrirebbero troppo nel sapere di essersi fatti trollare alla stragrandissima da un loro beniamino...).
Una votazione così delicata, sotto Natale, aveva le sue incertezze, non per altro, ma perché fra impegni politici sul territorio e congedi autorizzati (fra cui quelli per malattia, perché l'influenza gira e chi è esposto al pubblico se la prende) al gruppo mancavano sedici parlamentari. Capirete che non si poteva nemmeno fare una chiamata alle armi, neanche nelle nostre chat interne! Per i motivi che vi ho esposto in una delle ultime dirette, questa:
non era da escludere, in linea di principio, che se si fosse insistito sul messaggio di essere assolutamente in aula (che comunque era già stato dato due giorni prima), magari spiegando perché, qualcuno avrebbe potuto trasferire la notizia a qualche operatore informativo. Meglio non indurre nessuno in tentazione e compattare i ranghi in segretezza e senza particolare enfasi.
Per fortuna potevo contare su due piloni della mischia come Edoardo Ziello e Simona Bordonali, i delegati d'aula. Loro mi hanno aiutato a recuperare alcune delle pecorelle smarrite, e a tenere sott'occhio il pallottoliere, almeno fino a quando la sparata di un invasato dalla voce chioccia, di cui non capivo bene che cosa volesse, ma di cui ricordo bene come ha agito (nella stanza in cui nacque la logigadibaggheddo, che è quella di Chigi angolo via del Corso, eravamo in tre e uno ero io), ci ha finalmente fatto intuire che comunque i numeri li avremmo avuti (cosa che, a dire il vero, il perfido Borghi sosteneva dal giorno precedente: uno dei tanti motivi per i quali ero inquietamente tranquillo).
Bene così.
Ora i biglietti di auguri sono stati spediti (solo 499, perché mi sono dimenticato quello per Pierre Gramegna: rimedierò il 27), i regali scartati, i mittenti ringraziati, il brodo e il ragù sono sul fuoco, la cucina è in ordine (ovviamente la moglie qualcosa di cui lamentarsi lo trova: "Stai scrivendo il post di Natale?" Ma basta passare da Gramegna a Gramuglia per comporre i dissidi), ora che tutto (o quasi) è a posto, insomma, posso tornare qui, nell'infrastruttura del Dibattito, nel blog che non c'è della community che non esiste, ma cui, per fortuna, Claudio con grande intelligenza tattica ha dato visibilità al momento giusto (perché sì, va detto e ricordato: dodici anni di lavoro non sarebbero serviti a nulla se non fossero stati resi visibili al momento giusto, a riconferma del fatto che avere ragione e sapere la "verità" non serve a nulla, di per sé...), posso tornare, dicevo, per mettere qualche puntino sulle "i", per aiutarvi a capire che cosa troverete nell'imballo del regalo che non c'è: il MES, che qualcuno vi avrebbe voluto far trovare sotto l'albero, e che qualcun altro (credo sappiate chi, altrimenti non sareste nei paraggi) ha fatto scomparire.
La disfatta dei disfattisti (aka #ppdm)
Una cosa è certa: dopo il voto del 21 dicembre 2023 i disfattisti non hanno più scuse, e soprattutto non hanno dignità di interlocutori. Le cose stanno esattamente come dice l'Avicenniano:
La convergenza della narrazione zerovirgolista con quella mainstream non deve stupirci: sappiamo riconoscere un gatekeeper quando ne incontriamo uno!
Fu esattamente questo a consentirci ad esempio di intuire che i 5 Stelle non potevano costruire un'alternativa credibile al sistema (ve lo spiegai il 30 luglio del 2012, prendendomi bordate di insulti), che fatalmente si sarebbero alleati con il PD (ve lo prefigurai il 6 settembre del 2016, nell'incredulità generale), e che questo snodo avrebbe esposto il Paese a un serio rischio: e infatti, dopo il Governo giallorosso, arrivò Draghi!
Ora, alcuni #ppdm li conosco personalmente: so quanto valgono (poco), e sarei sinceramente stupito, e anche un po' infastidito, se apprendessi che qualcuno li ha comprati! Ma so che non è così: non funziona così (è questo che, nonostante più di un decennio di sforzi, non riesco a farvi capire). Comprare certa roba non è necessario: non lo è nell'infimo, come in questi casi, né nel meno infimo (pensiamo ad esempio a tutto il mondo degli operatori informativi). Il problema non sono quasi mai le intenzionalità soggettive, genuine o pervertite da moventi venali, delle persone. Il problema sono quasi sempre le dinamiche oggettive, come ad esempio quella che porta gli operatori informativi a diffondere informazioni di qualità scarsa perché solo chi non ha informazioni qualificate ha un incentivo a darsi importanza diffondendo il poco che sa. Quanto ai disfattisti e ai loro partituncoli insulsi, i cui manifesti sono costruiti col copia e incolla dei miei post di undici anni fa, essi sono oggettivamente dalla parte del PD, perché oggettivamente rosicchiano i voti dei più deboli o dei più opportunisti fra i nostri potenziali elettori, aprendo spazio all'elezione di parlamentari piddini. Lo abbiamo visto succedere e sì, le cose stanno come dice Samuele. Hanno molta paura e il loro giochino è chiaro: attirare verso "liste civetta" più o meno allettanti, con lo specchietto per le allodole dell'antipolitica, il maggior numero di voti per sottrarli all'unica forza politica in qualche modo rivoluzionaria, per il semplice fatto che ha coinvolto chi ha capito e vi ha fatto capire come stanno le cose: Antonio, Claudio, Marco, e naturalmente il "gestore dell'infrastruttura" (io).
Ora, fino a prima del 21 dicembre a questa linea argomentativa si poteva opporre il becero argomento del "fate solo chiacchiere, sicceroio..."!
Ma il 21 dicembre abbiamo schiantato, con le nostre "chiacchiere", cioè col nostro lavoro di coinvolgimento culturale e quindi politico, una riforma che tutti ritenevano ormai ineluttabile, e soprattutto, al di là del merito (rilevantissimo) del provvedimento, abbiamo dato plastica evidenza a un essenziale problema di metodo: si può dire di no!
Finalmente trovavano sbocco concreto le parole che avevo sentito, tanto tempo addietro, da un funzionario di Bruxelles: "Qui c'è solo una cosa che li tenga in rispetto: un Parlamento con una maggioranza solida che gli voti contro!"
Quindi ora gli zerovirgolisti del "eh, ma loro fanno solo chiacchiere, sicceroio sì che gliela facevo vedere!" sono morti, rasi al suolo da un doppio controfattuale: al più consueto ("Dimmi, cocco di mamma, com'è che visto che sei così bravo lì non ci sei tu, ma ci sono io?") se n'è aggiunto un secondo, tombale ("Amoruccio di papà, e come avresti raggiunto la maggioranza prescritta con i tuoi quattro parlamentari in croce?").
Morti.
Spiace, ma la vostra unica speranza siamo noi, e chi ci ha coinvolti, ovvero l'impresentabile Salveenee. I presentabili vi avrebbero volentieri venduti: dovrete fare con quello che avete. Teneteci (stavo scrivendo "temeteci") da conto, e sosteneteci, perché da oggi per i disfattisti c'è solo l'alzo zero.
Il tempo e le opere
Non per questo non voglio entrare nel merito delle scemenze particolarmente en vogue nella corte dei miracoli dei trombati non trombanti, degli intellettuali non pensanti, dei capipopolo senza popolo, insomma: dei #ppdm!
Il primo, francamente, è ridicolo: l'idea che "eh, ma poi dopo le elezioni europee ce lo ripresenteranno e allora lo voterete!" Di tutti i modi per dimostrare che non si capisce di cosa si stia parlando questo è il più degradante per chi vi indulge. Dopo le elezioni europee ci saranno intanto da costituire i gruppi parlamentari, operazione non scontata i cui dettagli sono esposti qui (almeno 25 parlamentari eletti in almeno un quarto degli Stati membri, ecc.: insomma, un bel sudoku). Poi bisognerà votare per il Presidente della Commissione, e ci sarà quindi da vedere chi voterà per la fallimentare von der Leyen, e che strada seguirà per giustificarlo ai propri elettori. Poi ci saranno da scegliere i Commissari Europei, che dovranno avere il gradimento delle Commissioni. Poi ci sarà da votare la fiducia alla nuova Commissione. Poi arriverà l'estate, e poi la legge di bilancio. E voi credete veramente che una Commissione neoeletta si metta a insistere, quand'anche fosse tecnicamente possibile, su un tema su cui una Commissione così autorevole (come ci viene raccontata) sta ancora raccogliendo i denti da terra, dopo lo sberlone che ha preso? Suvvia, cari: significa non capire come va il mondo, e significa anche non leggere Goofynomics. Il MES, fra tanti difetti, ha almeno il pregio dell'inutilità. Per questo i mercati non ne piangono la mancata riforma e non ne piangeranno la liquidazione: perché la gente di mercato è gente pratica, gente che sa come stanno le cose. Ove scoppi una vera crisi, l'unico meccanismo di stabilità è quello dotato di potenza di fuoco illimitata, quello che esiste in ogni Paese civile, e quello che quando le cose si mettono male siamo costretti a usare anche qui: la Banca Centrale (vi ho spiegato qui, al punto 3, che questa consapevolezza è chiaramente espressa anche dalle istituzioni europee). Il MES era solo uno strumento per imporre condizioni alle politiche economiche nazionali, ma anche in quello è superato: ora c'è il PNRR. Quindi, sinceramente, anche basta scemenze, no!?
Poi c'è l'altra linea argomentativa dei "sicceroi", gli eroi del "sicceroio": "Eh, ma avete venduto il Paese accettando una riforma del Patto di stabilità molto penalizzante, sarebbe stato meglio barattare la riforma del MES in cambio di regole di bilancio meno penalizzanti! Sicceroio...". Meglio mi sento! Partirei dal presupposto che qualsiasi regola, che l'esistenza stessa della nozione di regola, è di per sé disturbante, è un fallimento della ragione e della politica. Un fallimento della ragione, perché il dibattito scientifico su "rules vs. discretion" è un dibattito antico, molto anni Settanta, un dibattito che oggi fa un po' sorridere, come farebbero sorridere, fuori da un cosplay, i pantaloni a zampa d'elefante, e che comunque non ha raggiunto conclusioni definitive. Un fallimento della politica, perché tutta la solfa sulle regole si riconduce sostanzialmente a un punto: la diffidenza degli elettorati del Nord verso gli altri popoli europei. Sulla base di questa pretesa differenza ontologica, che ha radici culturali lunghe e risalenti, è naturalmente impossibile costruire alcunché di solido. Finché qualcuno chiederà regole, per il fatto stesso che le starà chiedendo, avremo quindi la certezza che il progetto europeo sia di corto respiro, e questo in modo assolutamente indipendente e preliminare rispetto alla qualità delle stesse regole (cui aggiungerei per completezza anche l'altra parola totem: le riforme), e quand'anche la regola propugnata fosse "fate come vi pare!" e la riforma auspicata "siate voi stessi!"
Ma capisco che questa sembra filosofia, e quindi vado sul concreto. Non dovete spiegare a noi che queste regole sono penalizzanti per l'Italia (e per altri Paesi), o almeno tali sembrano a questo stadio del negoziato (ci deve ancora essere un trilogo, ecc. ecc.: se volete fare gli informati, informatevi!). C'è però un dettaglio che mi pare sfugga a molti. L'alternativa era scegliere fra una minaccia concreta e immediata e una minaccia eventuale e differita. La riforma del MES dava elementi per un attacco immediato al debito pubblico italiano, come sapete (i dettagli sono qui, ma in sintesi: nel nuovo MES la ristrutturazione del debito pubblico italiano era più agevole, i mercati lo sapevano e avrebbero cominciato a scaricare i nostri titoli, ci sarebbe voluto molto poco a innescare un attacco). Le nuove regole vedremo cosa saranno quando entreranno in vigore. La nostra manovra 2024 è a prova di regole vecchie e nuove (non capisco chi parla di manovrina estiva, sinceramente: ma sbaglierò certamente io...), poi ci saranno le elezioni, poi vedremo. Sono stati i francesi a chiedere un periodo di "grazia" di quattro anni, in un disperato tentativo di Macron di non farsi radere al suolo a scadenza, considerando che la situazione dei loro fondamentali è pessima e quindi anche a loro dovrebbero applicarsi misure restrittive. A scadenza naturale Macron sarà raso al suolo ugualmente, ma intanto noi possiamo tirare avanti. Sicceravate voi, lo so, avremmo traslocato tutti in cima al Paradiso terrestre. Siccome c'eravamo noi, abbiamo fatto quello che si poteva, e credo che per il momento sarà abbastanza.
Le inqualificabili scemenze sul fatto che ora le trattative sarebbero più difficili non vorrei nemmeno commentarle: è solo facendosi rispettare che si ottiene il rispetto. La naturale inclinazione del PD verso la flessione a novanta gradi non ha portato alcun beneficio tangibile al Paese, che io ricordi. Se avete ricordi diversi, potete correggermi nei commenti.
Import-export
Come ho chiarito a Radio Cusano:
non è su questi controfattuali insulsi che bisogna soffermare l'attenzione, ma sull'interazione fra la geografia politica del Parlamento europeo e di quello italiano. Il Governo Draghi era stato un tentativo di importare in Italia lo schema Ursula. Quello che il PD voleva (e io lo so perché uno di loro venne mandato a dirmelo, sì, mandato da me, dall'irrilevante parlamentare che nessuno considera... ma di cui non solo i giornalisti hanno timore!) era che noi ci astenessimo sulla fiducia e restassimo fuori. In questo modo FI avrebbe potuto saldarsi senza troppe remore alla sinistra, con un'operazione à la Nazareno, e il PD sarebbe affondato nelle vostre libertà e nei vostri portafogli come una lama calda nel burro. Noi questo lo abbiamo impedito: il tentativo di importazione è fallito quando l'ingresso della Lega ha creato una dialettica fra centrodestra e centrosinistra "di Governo". Ci è costato molto. Alcuni, più avvezzi a misurare il consenso dalla lettura dei quotidiani, questo costo esorbitante non se lo aspettavano. Io sì, con pochi altri in segreteria politica (Siri e Ceccardi, fra quelli che si espressero). Proprio perché me ne aspettavo i costi prima, sono in grado di vedere con precisione dopo i vantaggi di questa esperienza, perché ci sono stati anche vantaggi. Con FI in maggioranza e noi all'opposizione la riforma del catasto sarebbe passata, e questa non è fantasia né ideologia: sono numeri.
Ora lo schema si è completamente ribaltato: fallito grazie a noi il tentativo di importare la maggioranza Ursula in Italia, vediamo se riuscirà grazie a noi il tentativo di esportare la maggioranza di centrodestra (a tre partiti) in Europa. Non dipenderà solo da quanto succederà qui in Italia, dove è ovvio che le migliori speranze di cambiamento le dà solo chi ha dimostrato di avere, oltre a una ultradecennale capacità di analisi, anche un minimo di capacità politica. Dipenderà anche da quanto succederà negli altri Paesi, dove i nostri alleati all'interno del gruppo ID stanno crescendo nel consenso, mentre altre frange del centrodestra si trovano in maggiore difficoltà. Sappiamo bene che al Governo in Germania c'è un socialdemocratico che un domani passerà alla storia come quello che avrà sbriciolato il proprio partito (segnatevelo, così se non succede potrete rinfacciarmelo). Certo però che fintantoché questo non succede, resta il problema, cui vi ho più volte accennato, dell'estrema difficoltà di un disallineamento fra il colore del Governo nella potenza egemone e quello della Commissione. Un problema che, in quanto emerga con evidenza, avrà almeno il merito di chiarire ai tanti ignari in che mondo siamo: in un mondo in cui tutti gli elettori sono uguali, ma alcuni elettori (quelli tedeschi) sono più uguali degli altri, anche se nel frattempo hanno cambiato idea e oggi voterebbero maggioritariamente AfD!
Chi non vorrebbe vivere in un mondo così?
Sempre meno persone, ritengo.
Sta a noi aiutarle.
Mi avvio a concludere...
Il voto del 21 dicembre 2023 è stato un voto storico. Non si ricordano altri casi di un "no" pronunciato dal Parlamento italiano su materia di simile importanza, né, a dire il vero, su materia di importanza minore, fatti salvi alcuni voti in Commissione XIV, cui le sedi europee rispondono abitualmente con uno sberleffo. Ma di una mancata ratifica non si può non prendere atto.
"MES" è il ventunesimo tag per importanza nel nostro tagcloud, dopo "elezioni" e prima di "ortotteri": tutti i post con tag MES li trovate qui.
Il più vecchio è del 19 dicembre 2015, ed era stato originato da un'intervista di una persona che non voglio nemmeno nominare, avendo ricordato in aula lo spessore della sua etica professionale, a Lars Feld. In quell'intervista Feld affermava che per risolvere la crisi del sistema bancario italiano innescata dalle decisioni della Vestager su Tercas, decisioni poi reputate illegali dai tribunali della UE in due gradi di giudizio, l'Italia avrebbe dovuto attingere al MES (che allora esisteva solo nella versione attuale, non riformata). Vi suggerirei proprio di rileggerlo, quel post.
Il risultato che abbiamo conseguito abbattendo la sua riforma, sottoponendo al "processo elettorale" un'istituzione che se ne credeva schermata e che nasceva, in fondo, per inibirlo, ha dell'incredibile, se visto con gli occhi di allora. Ieri sera l'algoritmo mi ha portato qui, e, si parva licet, ho visto una logica, o forse un'analogica, in questa casualità. Ma la lezione più importante che traiamo da questo successo è che perché le cose avvengano bisogna crederci.
Qui ci abbiamo creduto, ed è soprattutto per questo che, per una volta, sento di dovervi ringraziare: è un dato oggettivo che senza il vostro sostegno, sul blog, nei social, nelle strette di mano ai nostri convegni, o semplicemente in mezzo alla strada, io per primo non avrei avuto la forza di crederci, di sostenere lo sforzo estenuante che Goofynomics mi è costato, uno sforzo di cui mi rendo conto solo ora, quando constato che per scrivere poche righe leggibili devo profondere un tempo e una concentrazione che mi stupisco di aver avuto in passato (e non mi soffermo sullo sforzo per organizzare la nostra vita in comune, a partire dai #goofy). Certo, nella mia vita precedente scrivere mi procurava piacere, ed è forse per questo che leggermi ne procurava a voi. Me ne procuravano, del resto, anche suonare, o andare in barca a vela. Sono una persona curiosa, e ho, o almeno avevo da meno anziano, un certo talento nell’affrontare nuove sfide. Ma come ho abbandonato la carriera musicale (quella che più mi avvicinava alle verità cui tengo), o quella filosofica (quella che più mi avrebbe avvicinato alla piddinitas), sostanzialmente per aver avuto più curiosità di nuovi orizzonti che fiducia in me stesso, così, se la vostra risposta al grido di dolore lanciato con Goofynomics non fosse stata così immediata e corale, non avrei mai avuto la forza di persistere. Quello che mi ha consentito di andare avanti, di espormi, di mettermi contro la mia professione, di mettermi contro il mio ambiente, maggioritariamente composto di secredenti intellettuali "de sinistra", quello che mi ha consegnato all'imperativo morale di difendere questa trincea, è stato leggere le vostre parole, capire che questa battaglia non era solo mia, e trarne le dovute conseguenze.
Nostra è stata la battaglia, nostra è la vittoria. E ora riposiamoci, perché la guerra non è finita.
Tanti auguri di buon Natale a tutti, e di buone vacanze a chi può farne.
Se Dio vorrà, ci rivedremo per il post di fine anno.
(…chiedo scusa per il ritardo nella pubblicazione dei video del #goofy12: ci sono problemi tecnico-culturali non ancora compiutamente gestiti, ma riusciremo a venirne a capo…)
Dagli insalubri effluvi della Xloaca (suona azteco, ma insomma ci siamo capiti) apprendo che secondo l’eminente economista la soluzione è semplice e a portata di mano: l’UE deve diventare uno Stato. A chi come noi segue (o meglio: precede) da anni il dibattito sull’Unione Europea, sulla sua genesi (forse il più infimo momento di subalternità dei popoli europei), sulla sua evoluzione, sulle sue prospettive, a chi si è confrontato su questi temi con studiosi come Luciano Canfora o Giandomenico Maione, con analisti come Roger Bootle o Jens Nordvig, con politici come Laszlo Andor o Frits Bolkestein, queste parole non possono che suonare ingenue, espressione di un dilettantesco “ottimismo della volontà” totalmente ignorante degli ovvi motivi che precludono la costituzione di uno Stato europeo, ma soprattutto delle evidenti ragioni logiche che ne sconfessano la razionalità.
Oggi uno Stato europeo servirebbe solo a salvare dalla propria insostenibilità l’istituzione che ci siamo dati raccontandoci che ci avrebbe condotto naturaliter allo Stato europeo: la moneta unica. Per motivi sufficientemente intuibili ex ante, e riassunti ex post in questo mio articolo (e in tanti altri, beninteso), questa istituzione ci sta allontanando dall’obiettivo politico che ci si prefiggeva adottandola. Una specie di catch-22. Dato che quell’obiettivo è intrinsecamente ademocratico (la creazione di uno Stato a prescindere da un demos non può che essere ademocratica, è un banale dato semantico) allontanarsene è in sé più un bene che un male. Ma al contempo il fatto che l’obiettivo irraggiungibile perché assurdo, e assurdo perché irraggiungibile, by definition non sarà raggiunto non deve rassicurarci più di tanto. Come ci siamo detti mille volte molto ma molto prima che certe dinamiche recenti agissero da lente d’ingrandimento, nei convulsi conati di creare a colpi di propaganda il “demos che non c’è” germina la malapianta del totalitarismo, della negazione del dibattito, della propaganda squadrista e violenta, quella che procede dalla delegittimazione, con l’accusa di “disinformazione”, di ogni voce critica. E poi, naturalmente, non dispiaccia a chi mal sopporta l’egemonia dell’economico nelle dinamiche dei corpi sociali, il perseguimento ultra vires di un disegno economicamente irrazionale non può che lasciare morti e feriti, più o meno metaforici, sul suo malfermo cammino. Ed è questo il vero dato politico. Non #liperinflazzionediWeimar, come ripetono i cretini, ma l’austerità ha condotto al nazismo, come dimostrano studi scientifici.
Si torna sempre al solito punto: l’atto di sfiducia nel mercato consistente nell’inibire l’aggiustamento degli squilibri esterni tramite i prezzi relativi implica logicamente il ricorso a un aggiustamento tramite le quantità: l’austerità è questo, il taglio (svalutazione) del salario reso inevitabile, prima o dopo una crisi, dall’assenza di un aggiustamento meno traumatico, quello attraverso la manovra del cambio nominale. Ma questo l’eminente economista fa finta di non saperlo: ci parlava in aula di irreversibilità del progetti, pensando di urticarci, e noi sorridevamo sotto i baffi pensando alla sostenibilità politica di quel progetto, e quindi al (breve) futuro politico di quell’eminente economista. Finché ci sarà l’euro, cioè l’austerità, la destra si troverà di fronte praterie sterminate: i piddini li chiamano “costi politici dell’austerità”. Strano come un costo per il PD visto dalla Lega somigli a un’opportunità! Sorridiamo di compassione a chi, contro ogni evidenza, contro i risultati di studi scientifici accurati, continua a raccontarci la fola delle grandi praterie del centro, dell’anelito degli italiani verso la moderazione. Non è questo che dicono le urne, perché non è questo che leggiamo nelle più importanti riviste scientifiche internazionali!
Ora quindi sono preoccupati.
Lo mostrano le esternazioni scombiccherate da cui siamo partiti, che se non sono (e potrebbero anche esserlo) il sintomo di una miserevole ignoranza dei fatti (inclusi i risultati di ricerche scientifiche), sono il tentativo di precostituire una narrazione autoassolutoria. Quando le cose si metteranno male, la colpa sarà stata del popolo bue che non avrà voluto, oh umana ingratitudine!, lo Statone europeone che rende sostenibile la monetona pesantona (o meglio, millantata per tale…), non di chi ha voluto condurlo verso questo obiettivo assurdo col manganello dell’euro, cioè dell’austerità.
Lo si vede dagli articoli “di colore” che fanno ironia livida e a denti stretti sull’evento di Firenze.
Ma chi ha un minimo di dimestichezza col Dibattito lo vede anche da altri segnali deboli, come il riaggallare di nani e ballerine di varia risma, scorie di un passato da cui pensavamo di esserci depurati: dagli orologiai del debito pubblico, ai guitti di “memmeta” (la MeMMT: se non sapete o non ricordate che cos’è non perdete nulla), alla vari umanità in “in”, “ini”, ma soprattutto “oni” con cui a suo tempo ci divertimmo. Se rischierano (o comunque se riappaiono) questi Kindersoldat è chiaro che si prevede turbolenza!
I sondaggi dicono che se il PPE uscisse dal centrosinistra, alle prossime elezioni il centrodestra avrebbe la maggioranza al Parlamento europeo. Questo esercizio intellettuale, tuttavia, è piuttosto futile, per almeno due ordini di motivi: primo, il Parlamento Europeo conta il giusto; secondo, le sue maggioranze sono il risultato di due ordini di considerazioni: politiche, e nazionali. Sì, per uno strano paradosso (che tale non è, come qui sappiamo) l’istituzione in cui le nazioni dovevano dissolversi le ha potenziate e ne è diventata ostaggio.
(…arrivo a Firenze…)
(…riparto da Firenze…)
Non è quindi concepibile un radicale disallineamento politico fra la guida (il Führer) della nazione più nazione delle altre, la Germania, attualmente in mano ai socialdemocratici, e la presidenza della Commissione Europea; o, se volete, di converso, per aversi un vero cambiamento in UE, bisognerà aspettare che AfD diventi maggioritaria in Germania. Non siamo poi così distanti da questo obiettivo: nei sondaggi attuali AfD è seconda in Germania, e RN (la Le Pen) prima in Francia. Dice “ma oggi l’elettorato è liquido!”. Rispondo: sarà, ma l’alveo del fiume è tracciato (dai nostri avversari), e questo fluido scorre verso destra (vedi l’articolo sui “costi politici dell’austerità” citato sopra). Così, la risalita di ID dal sesto al terzo posto nello schieramento dei gruppi parlamentari a Bruxelles, o magari al secondo, sarebbe già un passo nella direzione giusta, e un eventuale mancato rovesciamento del fronte per la non improbabilissima défaillance del PPE, che in presenza di una Germania a trazione socialdemocratica preferirebbe verosimilmente fare da stampella al PD (ai socialdemocratici), sarebbe comunque un dato positivo, un elemento di chiarezza, perché metterebbe in forte imbarazzo i vari gruppi “popolari” nazionali, i cui elettori potrebbero pensare che se avessero voluto essere guidati dal PD, avrebbero votato direttamente per lui, cioè per la carne “coltivata”, per l’eutanasia, per l’auto elettrica, ecc.
Nel sacco ci si sono messi da soli.
Identificare l’Unione Europea con l’euro, cioè con l’aggiustamento di reddito (insomma: con l’austerità), ha inevitabilmente fatto emergere e sta rendendo nitida per tutti la “contraddizione principale”, che qui e ora non è quella fra destra e sinistra, fra capitale e lavoro, ma quella fra più o meno Europa, intesa, ovviamente, come Unione Europea, cioè quella fra più o meno austerità. Dalla logica economica non si sfugge: se voti Europa, voti austerità e muori, o imponi austerità agli altri e li fai morire (cit.)!
Quindi per noi è solo questione di tempo. La rabbiosa reazione identitaria delle sinistre piueuropeiste sul verde, sull’immigrazione, sui diritti cosmetici, ci aiuta, perché aiuta tutti gli elettori a vedere l’UE per quello che è: una minaccia.
Una minaccia per i cittadini, e una minaccia per l’Europa.
Come è stato bello e confortante constatare che in tutti i discorsi ascoltati a Firenze si distingueva accuratamente fra Europa e Unione Europea, fra un dato culturale e di civiltà e la più incivile e destabilizzante delle istituzioni concepibili! Quanta speranza ci ha dato vedere che così tanti leader europei distinguono accuratamente e motivatamente due concetti che qui da noi i cialtroni confondono con intenzione maliziosa!
Magari la von der Leyen avrà una maggioranza nel prossimo Parlamento (evitarlo sta a noi), ma chi gliela dovesse garantire non potrà sfuggire allo stigma di aver tenuto in vita il simbolo di tutto quello che di più assurdo e odioso l’UE ha prodotto nella sua non lunga storia: dalla fuga in avanti sui temi ambientali, reazione disperata e scomposta di un capitalismo tedesco sconvolto per essere stato chiamato dagli Usa a pagare il prezzo della propria arroganza, agli SMS scomparsi fra Ursula e Pfizer, un caso di scuola di cattura del regolatore, che tante nefaste conseguenze ha avuto sulla vita di tante persone.
E se anche fosse, se anche Ursula la spuntasse, se anche questa volta trovasse nove voti DECISIVI, beh, meglio così!
Come diceva Céline?
Pour que dans le cerveau d’un couillon la pensée fasse un tour, il faut qu’il lui arrive beaucoup de choses et de bien cruelles.
Un perfetto allineamento degli astri, che veda un Parlamento Europeo a maggioranza patriottica e governi nazionali patriottici in ogni Paese membro (e quindi una Commissione Europea composta da patrioti) non è imminente, forse non è possibile, e probabilmente nemmeno necessario.
Certo, esiste una contraddizione intrinseca in una coalizione di partiti che in nome dell’interesse nazionale si uniscono per accedere alle istituzioni unionali. All’opposizione questa contraddizione è meno visibile, in maggioranza diventerebbe probabilmente più evidente: l’interesse del Sud, si può sostenere, diverge da quello del Nord, e un conto è rivendicare l’interesse nazionale quando tanto non puoi farlo, un conto quando puoi farlo, ma contro quello dei tuoi alleati. Tuttavia, questa contraddizione è più apparente che reale, e certamente chi da noi la enfatizza è piuttosto disinformato. Intanto, Nord e Sud in questa fase di fallimento del globalismo un interesse in comune ce l’hanno, ed è riprendere il controllo di quanto avviene in casa propria. Poi, che lo si sappia, lo si capisca, lo si ammetta o meno, noi siamo molto più Nord di tanti altri, semplicemente perché siamo contribuenti netti, e perché le nostre riforme le abbiamo fatte (Germania e Francia sono due esempi di Paesi che devono ancora farle, al costo, laddove non se ne rendano conto, di inciampare sulla montagna di polvere nascosta sotto il tappeto). Quindi, come dire: sarebbe azzardato assumere che un confronto coi nostri alleati ci veda necessariamente in una posizione di svantaggio.
L’UE non diventerà mai uno Stato. Come abbiamo visto oggi a Firenze, a ognuno (inclusi quelli che ne sono stati pesantemente sussidiati) puzza questo barbaro dominio. La soluzione delle sue contraddizioni non potrà quindi essere l’ennesima fuga in avanti. La storia dei prossimi anni deve ancora essere scritta: la matita con cui scriverla ve la presteranno il 9 giugno prossimo.