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giovedì 19 dicembre 2024

L’esegesi di Draghi, parte prima

Ed è finalmente apparso il testo di LVI, sul quale credo che dovremo soffermarci a più riprese.

Oggi è stata una giornata molto lunga, perché alla Camera, a differenza di quanto accade al Senato, per non so quale motivo che approfondirò nel mio testo di antropologia parlamentare comparata, non è possibile scegliere la fascia oraria in cui si preferisce intervenire, né tantomeno saperla prima di aver varcato la soglia dell’AVLA. Quando ieri la capogruppo in commissione bilancio Silvana Comaroli mi ha chiesto se volessi intervenire in discussione generale ho  accettato immediatamente, non per presenzialismo ma per liberare le colleghe e i colleghi della commissione, che si erano tanto spesi nelle notti precedenti, da un impegno ulteriore. Ciò comportava essere lì alle 8:00, Ma questo non è un problema, perché, come sapete, io mi sveglio presto. Per qualche disguido organizzativo però, il governo non era presente in aula e senza governo (cioè senza un sottosegretario - di solito - o un ministro - nelle occasioni particolari) i lavori parlamentari non possono svolgersi. Mettici l’attesa del sottosegretario, mettici le giuste rimostranze dell’opposizione sull’ordine dei lavori (sull’ordine dei lavori può intervenire un rappresentante per gruppo, e quindi: misto, PD, 5 Stelle, Italia Viva, e un altro), Mettici lo svolgimento della relazione, che la relatrice di maggioranza ha semplicemente depositato per tagliare corto, io, che alle 7:55 avevo appreso che avrei parlato intorno alle 9:30, mi sono ritrovato a parlare alle 10:57. Poi c’è stato un giro di auguri di Natale, poi c’è stato un giro di disbrigo di corrispondenza, poi c’è stato un giro di sindaci del territorio (a uno il vento ha scoperchiato una chiesa, e non è una cosa bella; ad altri l’ANAS riprenderà in carico una provinciale che li collega e che la provincia, grazie alla riforma Delrio, non riesce a tenere in ordine, e questa invece è una cosa positiva, non tanto la centralizzazione, quanto il fatto che di una strada che una volta era statale e poi è stata declassata a provinciale, torni ad occuparsi lo Stato che ha un po’ più di risorse della provincia), poi sono passate a visitarmi delle persone, poi mi hanno telefonato altre persone, insomma: la sintesi è che ho dimenticato il pc in ufficio e quindi vi sto scrivendo dal telefonino per cui la faccio molto corta, nel mio perenne scrupolo di essere severo, sì, ma giusto.

L’agenzia che ho citato nel post precedente, infatti, riportava il pensiero del nostro omettendo una parte potenzialmente rilevante, che vorrei utilizzare a suo discarico. Il virgolettato giornalistico (perifrasi per: menzogna) era, lo ricorderete: “tutti i governi disponevano di uno spazio fiscale per contrastare la debolezza della domanda interna, ma almeno fino alla fine della pandemia, hanno preferito non utilizzare questo spazio“. 

Messa così suona veramente assurda, perché, come abbiamo imparato, al punto di intestargli una associazione scientifica che qualcosa ha prodotto, la situazione europea è caratterizzata da asimmetrie rilevanti, per cui suona strano di per sé che tutti i governi possano trovarsi nella stessa posizione. Il testo, in realtà, comincia un rigo sopra. Il virgolettato è tradotto bene, insomma, ma ne manca il primo pezzo, che provo a tradurvi io: “e squilibri commerciali globali molto grandi producevano una pressione al ribasso sui tassi di interesse reali che faceva sì che tutti i governi, ecc.”.

Ora, se dovessi dirvi, io così, a mente, il nesso fra squilibri commerciali (di quale segno?) e pressione al ribasso sui tassi di interesse non riesco a spiegarmelo. Se ci rifacciamo al modello che abbiamo spesso considerato, quello del ciclo di Frenkel, il paese importatore è tale anche perché in esso l’inflazione è più alta, il che determina:

1. uno svantaggio di prezzo dei suoi beni rispetto a quelli dei concorrenti (un apprezzamento del cambio reale);

2. Un tasso di interesse nominale più alto, che ha il duplice scopo di cercare di raffreddare l’inflazione da un lato, e dall’altro di attirare i capitali esteri necessari per finanziare il saldo negativo della bilancia dei pagamenti.

Possiamo immaginare che un discorso uguale e contrario valga per il paese esportatore, che intanto riesce ad esserlo in quanto controlla i prezzi, controllando i salari (e questo pezzo del ragionamento Draghi non riesce più a nasconderlo e lo svolge molto bene), il che gli consente di tenere bassi i tassi di interesse e quindi, in ipotesi, di creare spazio fiscale, cioè, spazio di manovra per la politica di bilancio (posto che questo spazio non si crea solo con bassi tassi di interesse, ma anche con alti tassi di crescita).

Insomma: nella versione abbreviata il discorso di Draghi non gira ed ha anzi il sapore acre di una atroce beffa a chi ha subito un danno superiore a quello di un conflitto mondiale. Nella versione estesa, però, non è che giri molto meglio. A mio sommesso avviso, ma può darsi che mi sbagli, girerebbe meglio se fosse scritto così: “surplus molto grandi di bilancia dei pagamenti producevano in alcuni Stati una pressione al ribasso sui tassi di interesse reale, che creava uno spazio fiscale per contrastare la debolezza della domanda, ma almeno fino alla pandemia in Europa gli Stati in surplus hanno fatto la scelta deliberata di non utilizzare questo spazio”.

Così il discorso fila, e diventa quello a noi ben noto del partigiano Joe, ma anche di quello che, all’inizio del Blog, chiamavamo affettuosamente l’hidalgo de la Sierra, e che il senatore Garavaglia all’epoca chiamava il “ragioniere Monti”. Un discorso meno beffardo (perché accusare l’Italia di non aver speso da parte di chi gli aveva proibito di spendere sarebbe oggettivamente un’atroce beffa), ma non meno fallace sotto almeno due ordini di considerazioni.

Intanto, la storia che abbiamo sentito più volte, anche dall’Hidalgo, secondo cui la Germania avrebbe dovuto, dovrebbe, dovrà, spendere di più per sostenere la crescita europea, è abbastanza futile sotto il profilo politico, rientrando in quella categoria di fallacie logiche che in questo blog abbiamo definito pinball theorem (il teorema del flipper: se mio nonno avesse cinque palle sarebbe un flipper). L’Hidalgo, se ricordate, la enuncia nel famoso video sulla distruzione della domanda interna. Dice, l’Hidalgo: “Abbiamo distrutto domanda interna per ristabilire la competitività e quindi ci dovrà essere un rilancio della domanda europea”. Ora, esistono 200 casi di poliorchia attestati in letteratura, ma non si va oltre le quattro palle. Mi affretto ad aggiungere che non è solo per questo, e non è neanche principalmente per questo, che un nonno non è un flipper. Di converso, sappiamo che esistono molti tedeschi generosi: lo sono, ad esempio, quelli che generosamente finanziano le navi delle ONG al nobile scopo di destabilizzare politicamente il nostro paese. Tuttavia, desumere da questo che la Germania possa avere una fiscal stance generosa sarebbe da ingenui, per restare in argomento. Di ingenui ne conosciamo almeno due: uno è il partigiano Joe, e l’altro è l’Hidalgo. Se ci dovessimo aggiungere anche Draghi, sarebbe poliorchia. Una posizione fiscale austera serve al capitalismo tedesco a regolare i conti coi propri lavoratori, e quindi difficilmente la prenderà indipendentemente dal fatto che al governo ci siano socialisti, democristiani, verdi, gialli, neri, rossi o blu. Semplicemente, i loro rapporti sociali di produzione funzionano in quel modo lì, da secoli, e chi tentasse di contrastare una tendenza simile manderebbe il sistema in una contraddizione tale da restare stritolato (e fra un po’ avrete conferma di quello che vi sto dicendo).

Supponiamo, però, che il ragionamento di Draghi sia effettivamente questo, che lui abbia voluto fare quello che in realtà non ha fatto, cioè rimproverare alla Germania quello che praticamente tutti gli altri le hanno rimproverato, cioè di essere la causa della crisi europea, il tumore del nostro sistema economico e politico. Se fosse così, il suo pensiero odierno non andrebbe in contraddizione con la sua lettera del 2011, perché andrebbe letto nel senso che l’Italia, essendo un paese in deficit estero, spazio fiscale non ne aveva, e quindi non doveva usarne. Ma questo aprirebbe a due altre considerazioni. Intanto, si chiarirebbe una volta per tutte che la misura dello spazio fiscale non è il deficit pubblico ma quello estero: posso spendere, e quindi spingere sulla crescita, finché non vado in deficit di bilancia dei pagamenti. Significherebbe cioè dare ragione a chi proponeva, nei lontani anni 10 di questo secolo, un external compact come cardine della politica di bilancio degli Stati membri. Cioè, a me. Qualcosa (compresi gli sguardi a 0 K) mi dice che non fosse questa la principale motivazione dello scritto del presidente Draghi. 

Di converso, però, sappiamo che il ragionamento secondo cui chi è in deficit deve tirare i remi in barca, vale solo in determinate circostanze. Siccome, con buona pace degli economisti della troika, il moltiplicatore keynesiano esiste, l’idea di tirare i remi in barca quando si è in deficit estero funziona solo finché il rapporto debito/Pil è inferiore a uno. Se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, invece, questa idea è sbagliata, come io vi dissi nel 2012 in un post che vale sempre la pena di rileggere e far leggere, e che ha ricevuto dal Fondo monetario internazionale una autorevole conferma (di cui 11 anni dopo non ci facciamo un cazzo di niente): i riferimenti estesi li trovate in questo post sugli spingitori di austerità.

Insomma, tiriamo le somme che domani è un’altra giornata lunga: o non capisco io, e ci può stare, perché la bibliometria non è una scienza esatta, oppure il discorso che Draghi conduce è spiacevolmente reticente e ambiguo. Lo spazio fiscale ce l’avevano tutti gli Stati (ma allora perché hai fatto quel cazziatone a noi?) o solo quelli in surplus? E se l’interpretazione è quest’ultima, siamo sicuri che gli Stati in deficit non avessero spazio per fare politiche espansive, visto che impedirgli di farle ha portato il loro debito a crescere, nel nostro caso dal 120% al 135% del Pil?

Insomma, come la metti la metti, in questo discorso c’è sempre qualcosa che non torna, e solo due cose sono assolutamente nitide ed evidenti: la prima è che tutte queste seghe mentali argomentazioni sono solo un gigantesco spot pubblicitario per la CMU. La seconda è che da quest’ultima dovremmo stare ben distanti in base al principio timeo Danaos et dona ferentes. Niente di personale, naturalmente, ma se chi ci dice di mettere nella cassa comune i nostri risparmi è la stessa persona che ci dice che seguendo i suoi consigli abbiamo determinato una massiccia fuga di capitale all’estero, se chi ci chiede di mobilitare la nostra liquidità oziosa è la stessa persona che quando ci diceva di tirare i remi in barca, sbagliava, che ne fosse consapevole o meno, allora forse è meglio che i nostri risparmi ce li teniamo per noi e la nostra liquidità la mobilitiamo se ci va e quando ci va e agli scopi che decidiamo noi.

E, ancora una volta, se sbaglio certamente mi correggerete. Ma, come vi dicevo, su questa seconda parte dovremmo intrattenerci un po’ più.

Per questa sera è tutto, ci vediamo domattina a Coffee Break.


venerdì 29 dicembre 2023

Delors e Schäuble

Due giorni fa ci hanno lasciato Jacques Delors e Wolfgang Schäuble, personaggi noti, soprattutto il secondo, ai lettori di questo blog.

Non mi sono particolarmente addentrato nella rassegna stampa (magari lo farò dopo) per consultare le editorialesse, che immagino copiose, stimolate da questa singolare coincidenza. L'unico articolo che ho letto mi è arrivato per Whatsapp, è di uno di noi (Durezza del vivere), e posso facilmente presumere che sia l'unico a dire qualcosa di sensato. Sergio attira l'attenzione su una semplice verità: tutti imputano  a Schäuble il macello della Grecia, su cui esiste dovizia di dati statistici e di evidenza aneddotica, più o meno romanzata, ma i più sorvolano sui guai che ha causato alla Germania. Se la Germania è, di nuovo, il malato d'Europa, questo dipende dal fatto che le politiche mercantiliste promosse da Schäuble negli otto anni in cui è stato in carica come ministro delle finanze (dal 2009 al 2017) conducevano naturalmente a un livello di investimenti fissi lordi inferiore alle necessità del Paese. L'illustre scomparso era in carica da quattro anni come ministro delle finanze del suo Paese quando facemmo notare che l'idea di una Germania competitiva, che esportava molto "perché investe molto" fosse radicalmente errata: la Germania esportava molto perché investiva poco. Il dato facilmente era desumibile, anche prima di consultarlo, dalla semplice identità di contabilità nazionale X - M = S - I. Se vuoi un X (esportazioni) maggiore di M (importazioni), devi avere un I (investimenti) inferiore a S (risparmi), e visto che la competizione con le economie emergenti comprime verso il basso i redditi, e quindi i risparmi, l'unico modo per avere un saldo attivo è comprimere di pari passo gli investimenti, fino all'implosione.

Inutile sottolineare che le difficoltà (autoinflitte) della Germania non devono rallegrarci.

Posso quindi immaginare che le editorialesse della sinistra "de sinistra" traggano spunto dall'infausta coincidenza per articolare un confronto fra le due Europe: quella dei "padri fondatori" (espressione da non usare mai!), cioè quella di Delors, e quella dell'austerità, cioè quella di Schäuble, annaffiando il tutto col solito pianterellino sull'austerità brutta e cattiva. Schäuble il fisico del cattivo ce l'aveva, non certo per sua colpa, ma per le conseguenze di un tragico evento di cui era stato vittima, e così veniva in qualche modo incontro a questa puerile personificazione dei processi in atto, a quella tabe del pensiero che consiste nel rifiutarsi di ragionare in termini di dinamiche oggettive, derubricandole a complottismo: una tara mentale che fin da subito abbiamo individuato come tomba del pensiero di sinistra. Fatto sta che non solo le analisi di studiosi autorevoli come Giandomenico Maione, non solo quelle di politici di rilievo come Vaclav Klaus, ma anche la cronaca quotidiana, ci illustrano come in realtà un'altra Unione Europea non sia possibile: la prevalenza, nei fatti, del "cattivo" Schäuble sul "buono" Delors, cioè la prevalenza della logica dell'austerità su quella degli investimenti, non dipende dalla sfortuna, dal destino cinico e baro, ma dal fatto che, per il mero dato contabile che abbiamo ricordato qua sopra, un'Europa mercantilista non può e non potrà mai essere un'Europa degli investimenti, quella vagheggiata da Delors. Ripeto: se vuoi un grande X - M devi avere un basso I e conseguentemente una bassa crescita (e infatti, come ricorderete, a dispetto del coro unanime dei cretini mediatici, la Germania non era stata, fino alla crisi, la locomotiva dell'Eurozona)!

La domanda quindi diventa, necessariamente: è possibile un'Unione Europea non mercantilista?

La risposta è abbastanza chiaramente no. L'Unione Europea non può non essere mercantilista. Il mercantilismo è saldamento iscritto fra i suoi principi costitutivi, che parlano di "economia sociale di mercato fortemente competitiva", ponendo a fulcro della costituzione economica il concetto di competitività, cioè di saldo commerciale attivo, e questo non è certo un caso. L'idea che la competitività, e non, poniamo, la crescita, debba essere al centro del progetto ha radici culturali profonde, sulle quali Orizzonte48 si è lungamente esercitato.

Una di esse risiede nell'arretratezza culturale del modello di sviluppo della potenza egemone. Come ci ha spiegato Wolfgang Münchau a Montesilvano, la Germania si basa ancora oggi su un modello di crescita più consono al XIX che al XXI secolo, un modello che insiste su un settore secondario ipertrofico e ipersussidiato, su una manifattura che, in un contesto di repressione strutturale della domanda interna, è perennemente in caccia di mercati di sbocco, un modello che necessariamente conduce a un'antropologia rudimentale e perdente, in cui l'umanità è divisa in due: gli Übermenschen che vendono, e gli Untermenschen che comprano. Non che questa distorsione sia da imputare esclusivamente alla Wille zur Macht connaturata ai nostri fratelli tedeschi. In qualche modo essa è iscritta nel (dis)funzionamento del sistema monetario internazionale così come si è sviluppato dagli accordi di Bretton Woods in avanti. In questo sistema prevale una destabilizzante asimmetria tale per cui il Paese esportatore, che è parte degli squilibri tanto quanto il Paese importatore, viene visto come vincente e meritevole, a differenza dell'importatore visto come perdente e biasimevole. Che un minimo di simmetria vada ristabilito è cosa nota e accettata perfino dalle istituzioni europee, tant'è che una parte generalmente disapplicata della governance economica europea prevede sanzioni per Paesi che hanno surplus esteri eccessivi (è la cosiddetta MIP, Macroeconomic Imbalances Procedure, di cui abbiamo parlato qui e altrove). Perfino l'UE sa che il mercantilismo è autodistruttivo, e cerca di porvi rimedio: ma non ha la forza politica per sostenere coi fatti questa intuizione, per motivi su cui tornerò più avanti,

Non ce l'aveva nemmeno l'Inghilterra al tempo di Bretton Woods, e infatti la proposta di Keynes uscì sconfitta (ne abbiamo parlato  tra l'altro qui e qui): in estrema sintesi, Keynes proponeva un sistema di regolazione degli scambi internazionali in cui i Paesi in persistente surplus estero venissero penalizzati come quelli in persistente deficit, ovvero in cui vi fosse un incentivo simmetrico alla composizione degli squilibri commerciali internazionali. Fatto sta che il mercantilismo l'Europa (non l'Unione Europea: l'Europa) poteva permetterselo quando lo concepì, nel XVII secolo, e questo per un banale dato geografico: c'erano ancora tanti Paesi che potevano essere utilizzati come sbocco. Il serbatoio degli Untermenschen, o presunti tali, era o sembrava inesauribile. Già nel XX secolo, però, a terre emerse praticamente tutte scoperte e repertoriate, l'applicazione di questa filosofia politica conduceva inevitabilmente a spiacevoli inconvenienti: gli Untermenschen bisognava fabbricarli, in qualche modo. Nel XXI secolo, poi, la cosa si mette anche peggio, perché c'è un forte rischio che gli Untermenschen siamo noi! Non noi italiani, come ancora raglia qualche macchiettistico editorialista tedesco: noi europei, che ci siamo resi irrilevanti economicamente e geopoliticamente dopo esserci suicidati con l'austerità, diventando così mercato di sbocco e parco a tema degli Übermenschen emergenti.

Una simmetria degli aggiustamenti non è proponibile, però, nel microcosmo europeo, come abbiamo visto, perché non è proponibile nel macrocosmo globale. Non è poi così strano, né particolarmente originale: quando si parla di riformare in senso simmetrico il circuito monetario internazionale c'è sempre qualcuno contrario, ed è, ovviamente, il Paese, o il blocco di Paesi, che si aspetta di essere esportatore netto nel prossimo futuro. A Bretton Woods furono gli Stati Uniti, oggi potrebbero essere alcuni emergenti, quelli che detengono le materie prime strategiche. A noi europei manca ormai non solo la supremazia economica e politica, ma anche, per quanto non ce ne rendiamo conto, quella culturale per poter proporre alcunché.

Non è però solo questo tipo di cortocircuito a impedire che l'Europa "buona", quella dei "padri fondatori", quella di Delors, della crescita, degli investimenti, prevalga su quella "cattiva" dell'austerità. Ci sono anche dei cortocircuiti di carattere più squisitamente "politico". Due giorni fa ricordavo che:


e questo è ovviamente uno fra i principali motivi per cui in un Paese come l'Italia l'appartenenza a un sistema di governance sovranazionale è disfunzionale e può mettere a rischio la democrazia in un modo particolarmente insidioso, cioè rendendola odiosa! Ma a questa patologia, che da quanto so dell'Europa è specifica del nostro Paese, se ne affianca un'altra: la tendenza dei politici del Nord ad additare ai loro elettorati i popoli del Sud come cause delle difficoltà in cui le economie del Nord si trovano (difficoltà che invece, da lì siamo partiti, sono prevalentemente autoinflitte)!

Anche qui, spiace per i cretini (le maggioranze vanno tutelate!), ma il discorsetto "i vostri amici sovranisti in Europa sono ostili al nostro Paese gnegnegnè" non funziona: i governi "frugali" sono o socialdemocratici (come in Germania) o di ispirazione popolare (come era Rutte in Olanda prima di cadere), quindi il discorso non tiene. Non c'entra il sovranismo. C'entra la disfunzionalità di una costruzione sovranazionale disallineata con un qualsiasi "demos", che è quindi costretta a mantenere il circuito della legittimazione democratica a livello delle sue componenti, gli Stati membri. Questi, in un contesto simile, ben lungi dal dissolversi, acquisiscono solo un maggior potere di ricatto, con in più un'aggravante: l'interesse immediato dei Governi nazionali è quello di essere rieletti, non quello di alimentare la solidarietà fra i popoli europei. Se indicare un nemico ha un valore elettorale, alimentare la diffidenza, l'inimicizia, l'odio fra i popoli europei diventa uno sbocco naturale. E non lo fanno i cattivi sovranisti: lo fanno anche e soprattutto i buoni socialdemocratici e gli ottimi popolari. Non è niente di personale: funziona semplicemente così.

Del resto, ce lo siamo detto e vale la pena di ripeterlo: l'Europa delle regole è sostanzialmente l'Europa del sospetto, l'Europa della diffidenza degli elettorati del Nord verso i cittadini del Sud, una diffidenza alimentata da un resoconto mediatico della realtà che non è molto più equilibrato di quello che riceviamo qui, a casa nostra, dai nostri media. State pur tranquilli che una sparutissima minoranza a una cifra in Germania sa che l'Italia è un contribuente netto al progetto europeo, e che per finanziare il loro connaturato e reiterato Drang nach Osten noi ci abbiamo smenato un bel po' di soldi che avremmo potuto utilizzare meglio a casa nostra (invece di finanziare Paesi che ci fanno concorrenza sleale mantenendo sovranità monetaria e ricevendo sussidi da noi)!

Alla fine, questo è il motivo per cui la parte più sensata della governance macroeconomica europea, la MIP di cui parlavamo sopra, non ha mai trovato concreta attuazione. Un'Europa della crescita sarebbe possibile: basterebbe sostituire al fiscal compact un external compact, ovvero misurare lo spazio fiscale non sul saldo del bilancio pubblico, ma su quello della bilancia dei pagamenti, incentivando i Paesi in surplus estero a espandere i propri investimenti pubblici. Una proposta vecchissima, che feci nel Tramonto dell'euro (è descritta qui), e che già all'epoca non era nemmeno particolarmente originale: più o meno nello stesso periodo ne parlava anche Stiglitz, per quanto in modo poco strutturato, cioè non ponendosi la questione di tradurre questo suggerimento in un insieme di regole (visto che l'UE non può essere che una UE delle regole, data la diffidenza verso il Sud alimentata dai politici "solidali & inclusivi" del Nord). Nessuno lo ha mai fatto, in effetti, questo esercizio di immaginare un diverso insieme di regole, neanche quando è stato chiaro che la crisi dell'Eurozona non fosse una crisi di debito pubblico ma di debito estero (cosa che qui sapevamo dall'inizio): abbiamo continuato a utilizzare la politica fiscale in modo asimmetrico, per attenuare i deficit di bilancia dei pagamenti, senza sfruttarla per attenuare i surplus. Tecnicamente, si tratterebbe di dare alla MIP la centralità che oggi ha lo SGP. Ma ovviamente non se ne parla! Lo sappiamo tutti che la soluzione in cui, fin che era in tempo, la Germania avesse fatto investimenti, sarebbe stata una soluzione superiore per tutto il sistema: a chi piacciono le equazioni differenziali può interessare questo, ma anche gli elettori tedeschi che votano per AfD lo hanno capito senza scomodare la scienza! Fatto sta che ora siamo andati un po' troppo oltre. Insidiati dai cattivi "populisti", i governi del Nord si arroccheranno nella loro fortezza di teorie economiche vetuste e di proclami demagogici. Marceremo così al passo dell'OCA (optimum currency area) verso la prossima crisi, che risolveremo coi soliti strumenti: austerità per i perdenti, Banca centrale per i vincitori.

Intuirete l'importanza di essere dalla parte dei vincitori!

Insomma, e in sintesi: due giorni fa non sono morti due interpreti di due diverse Unioni Europee. Sono morti due protagonisti dell'unica Unione Europea possibile. Sappiamo come funziona, sappiamo che non può funzionare che così: sta a noi evitare che ci massacri, rovesciando i rapporti di forza.

(...il 31 parliamo con calma del grafico della vergogna: ci sono un po' di cose che vorrei farvi vedere...)

giovedì 27 dicembre 2012

Zero per zero uguale zero: l'agenda Monti


(devo aggiungere altro? Non credo. Sono come sempre riconoscente, incredulo e commosso quando sollecitate la mia opinione su qualcosa, ma sulla cosiddetta "agenda Monti" non vorrei più esprimermi. Vedete? Il gioco è molto chiaro anche ai pubblicitari romani, che ci ironizzano sopra col consueto cinismo di chi ha visto cadere ben altri imperi. Per quel che mi riguarda, era già tutto in questo mio articolo di novembre 2011, un articolo che per molti varrà sicuramente la pena rileggere, e, forse in modo ancora più lungimirante sotto il profilo politico, in questo articolo di Claudio Borghi dello stesso periodo. Quello che Claudio vedeva molto bene già a novembre 2011, io l'ho visto poi con sufficiente lucidità a gennaio 2012, rispondendo a una domanda di Marino Badiale, che mi chiedeva: "Alberto, ma se la Germania è nostra concorrente, perché ci chiede di fare riforme che aumentino la nostra competitività? Non va così contro i propri interessi?". Ottima domanda, e la risposta credo la sappiate: il problema è nel manico. Una volta intrappolati in una unione monetaria, i paesi periferici hanno due strade: o rassegnarsi all'annessione, o uscire. Normalmente l'esito è il secondo, come ci ricorda il romanzo di centro e di periferia. Ma le politiche di "riforma strutturale" e di "austerità" non hanno certo lo scopo di renderci più competitivi. Hanno quello di sbriciolare la nostra industria, la nostra economia, perché sia poi più facile per la Germania acquisirla e soprattutto gestirla (secondo un modello già sperimentato con l'annessione della Germania Est), e hanno lo scopo di restituire soldi ai creditori tedeschi - magari via Spagna, come MES vuole. Quella che ci aspetta è una nuova guerra di indipendenza, dove chi ci governa sarà, come era a Milano nel 1848, dalla parte dello straniero. La strada dell'euro porterà fatalmente a questo esito. Chi realmente crede nei valori di pace e prosperità iscritti nei Trattati europei deve adoperarsi perché l'euro venga superato. L'unica reale prospettiva di integrazione europea è quella dell'"External compact", e per assicurarlo, cioè per garantire che la crescita dei paesi europei possa avvenire senza generare squilibri esterni, l'unica strada è il ripristino della flessibilità del cambio, da ristabilire come misura difensiva, mentre si intraprende la necessaria sincronizzazione delle economie reali, e si accerta la reale volontà di cooperazione dei partner europei. Ecco, parliamo di questo: è nel libro e sarà in un prossimo post. Ma non parliamo della turpe "agenda" dell'hidalgo de la Sierra. Ad prevedibilia nemo tenetur...).






lunedì 10 dicembre 2012

L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci

Tesi

luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":

Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....

Antitesi

Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:



E dopo che si fa?

Proviamo allora a unire i puntini.

Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.

Il quadro sopra delineato chiarisce che l’uscita dall’euro, di per sé, non risolverebbe tutti i problemi. Ma questo nessuno potrebbe pensarlo, nessuno l’ha mai né creduto né detto né in Italia né altrove. Le analisi dei possibili percorsi di uscita dall’euro abbondano e sono facilmente consultabili su Internet. Da inventare c’è veramente poco, e nessuna fra le analisi proposte, che esamineremo in dettaglio, considera l’uscita dall’euro come risolutiva. Chi sostiene il contrario è disinformato o in cattiva fede.

Se abbiamo unito bene i puntini, l’agenda mi sembra sia evidente: bisogna smontare pezzo per pezzo le istituzioni partorite dai paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la nostra economia e soprattutto la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:

1)      Uscire dall’euro, come affermazione di sovranità e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria.

2)      Ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere esecutivo, e non un potere indipendente all’interno dello Stato.

3)      Riprendere il pieno controllo della politica fiscale, non più costretta ad agire in funzione prociclica (cioè a rispondere alle crisi con tagli).

4)      Adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti dei partner commerciali, e propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di scambi con l’estero basata sul principio che squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cioè siano essi surplus o deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che abbiamo definito dell’External Compact.

Queste quattro linee guida hanno una serie d’implicazioni. Precisiamo subito le più importanti.

Riprendere il controllo della politica valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il tasso di cambio nominale torni a un valore più allineato con i fondamentali dell’economia. Per l’Italia, oggi, ciò implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza verosimilmente inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dall’euro nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti storici l’Italia è stata devastata dall’iperinflazione. Discuteremo fra breve, razionalmente, quale sarebbe l’impatto di questo provvedimento sul nostro tenore di vita. Ma riprendere il controllo della politica valutaria significa anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di difendersi da shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il risultato di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti abbiamo visto esempi dell’uno e dell’altro caso).

Riprendere il controllo della politica monetaria significa:

1)      Rifiutare il dogma dell’indipendenza della Banca centrale, e quindi l’art. 104 del Trattato di Maastricht, il quale al primo comma recita:

È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle Banche centrali nazionali.

Se ciò comporti un’uscita dall’Unione, o solo una sospensione dell’applicazione del Trattato, è materia controversa, la cui soluzione dipende comunque dall’atteggiamento delle controparti europee (ne parleremo più avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo detto finora, l’Italia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione, non può più permettersi di aderire a un progetto d’integrazione continentale fondato sul principio antidemocratico della costituzione di un “quarto potere” monetario indipendente. L’insofferenza crescente nelle sedi internazionali verso questo principio e verso l’ideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare atteggiamenti interlocutori alle controparti europee.

2)      Rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando il concetto di banca “universale” o “mista”, di derivazione tedesca, da essa introdotto, e ristabilendo la separazione delle funzioni fra banca commerciale e banca d’affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936. Quest’ultima si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il sistema bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori (ad esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono all’abrogazione del Glass-Stegall Act una responsabilità diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei paesi anglosassoni è animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni)[1].

3)      Reintrodurre il “vincolo di portafoglio”, cioè l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo scopo di contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne abrogata nel 1983, “anche grazie all’incessante pressione di Mario Monti” (Zingales, 2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di “divorzio” prevedeva la “costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali”, ma che “i tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’Italia preferì procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste”. Prevalse insomma la “linea Monti”, che, come sempre, aveva motivazioni ideali “alte” (favorire l’efficienza allocativa del mercato), e conseguenze politiche più spicciole (orientare il conflitto distributivo). Vedremo che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le proposte più sensate di smantellamento dell’euro, sia che provengano da economisti di sinistra come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunità finanziaria come Bootle (2012).

Riprendere il controllo della politica fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare valore economico, come quelle stabilite dal Fiscal Compact. Ciò posto, la politica fiscale dovrebbe: 

1)      Nel breve periodo, stimolare l’economia attraverso una politica di piccole opere volte:
a.       alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico e archeologico, ecc.);
b.      alla messa in sicurezza del territorio (viabilità locale, monitoraggio e gestione del rischio idrogeologico, ecc.);
c.       all’integrazione e riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione, stabilizzando le posizioni precarie, normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di reclutamento.

Queste misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare l’occupazione, riportando rapidamente il tasso di disoccupazione sotto al 6%, e riattivando il tessuto economico del paese, tramite la valorizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese.

2)      Nel medio-lungo periodo, finanziare e gestire misure che favoriscano la crescita sostenibile e la competitività del paese, da orientare secondo i seguenti assi prioritari:
a.       Definire le linee di un piano energetico nazionale che affronti il tema del contenimento degli sprechi e dell’incentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il paese alle best practices europee, con l’obiettivo minimo di rispettare l’obiettivo definito dalla strategia europea 20-20-20 (Parlamento Europeo, 2008), rispetto alla quale l’Italia si trova in ritardo (Deutsche Bank, 2012), e l’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza da fonti fossili, che vincola la crescita del paese.
b.      Adeguare, anche in questa ottica, gli investimenti in istruzione e ricerca al livello dei partner europei, portando la spesa in ricerca e sviluppo dall’1% al 2% del Pil, riaffermando il ruolo chiave dello Stato nell’incentivazione e nella tutela della ricerca fondamentale.
c.       Recuperare il digital divide (ritardo nell’uso delle tecnologie digitali) che separa l’Italia dagli altri paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando il paese ai requisiti dell’Agenda Digitale Europea (Unione Europea, 2012c; Messora, 2011).
d.      Adeguare la dotazione infrastrutturale del paese, con particolare riguardo alle reti di trasporto locale.
e.       Promuovere una riforma strutturale della Pubblica Amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle società a partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di legittimità sugli atti, ecc.), e su quella delle autonomie locali attuata con la riforma del Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).

Certo, immagino le perplessità: queste sono solo affermazioni di principio, ma poi, le difficoltà pratiche, le ritorsioni degli altri paesi, l’Italia è piccola, la liretta, il mutuo di casa, l’iperinflazione... Giusto! Si tratta, in effetti, di affermazioni di principio, che devono essere precisate nel contenuto (ma questo è un compito politico, e questo non è un programma elettorale), e, soprattutto, che lasciano indietro due ordini di problemi: come gestire in pratica l’uscita (cosa succede al mutuo, ecc.), e come guidare il paese nella fase di transizione (come contenere l’inflazione, come comportarsi rispetto ai partner europei, ecc.). Ne parleremo, promesso. Prima, però, sgombriamo il campo da equivoci pericolosi.

(ndC: e il resto lo trovate nel libro tutto insieme, e ne parliamo, o ne abbiamo parlato qui, un pezzo alla volta) 

Sintesi

L'intersezione fra:

1) la frase di Grignani (Bagnai ha avversione per la sovranità monetaria) e

2) le linee più volte esposte in questo blog e sintetizzate ne "Il tramonto dell'euro" (punto primo, ripristino della sovranità valutaria e monetaria)

è, evidentemente, l'insieme vuoto. Plastica rappresentazione della volta cranica del suddetto Grignani. A queste persone rimane solo l'attacco personale e la maldicenza. Che tristezza... Dopo l'idea che se non starnazzi non sei efficace in televisione (e si è visto), adesso abbiamo anche l'idea che se non starnazzi sei neoliberista. Insomma: il criterio è lo starnazzamento! Ma come si fa?

Perdonatemi, ma avevo promesso al Grignani di pubblicare i suoi interventi. Questo è il migliore. Gli altri vi interessano? Oppure andiamo avanti con qualcosa di più costruttivo, e magari parliamo di questi punti, che a differenza di quelli di Mammeta non sono fondati sull'idea pinochettiana che la moneta "crei" l'inflazione...

Ditemi voi cosa preferite, tanto io poi faccio come mi pare.




[1] La Commissione indipendente per la riforma del sistema bancario, nominata dal governo britannico, ha emesso nel giugno 2012 un libro bianco (HM Treasury, 2012) che dedica un intero capitolo al ring fencing.