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giovedì 16 luglio 2026

Altre tre interviste

(...fa sempre piacere ricevere un complimento da una signora! Ieri ho incontrato una donna molto importante per me, che mi conosce bene, che sa come sono fatto dentro. Un fugace incontro a pagamento, ma non pensate male: l'appuntamento non era in una casa, era in una clinica. Al termine, mi ha detto che effettivamente i miei 64 non li dimostro né fuori, né dentro, e anche se un po' comincio a sentirli - ad esempio nei tempi di recupero dopo le escursioni - la cosa mi ha fatto piacere. La condivido con voi perché qualcuno, in un commento su X al post precedente, diceva: "Spero che non si dovrà aggiungerne una quarta nel 2030 o pure peggio una quinta nel 2035". Io invece conto di aggiungerne perfino una nel 2062, pensate un po'. Sì può fare...)

Abramo:


Maria:

Ida:


(...le altre sono qui...)

(...per un fenomeno strano, da quando ho perso mio padre mi mancano i miei nonni, soprattutto le mie nonne, perché il nonno materno non l'ho conosciuto - ne porto il nome per un ben preciso motivo - e quello paterno lavorava sempre. Questi video in cui mi sono imbattuto grazie all'algoritmo, che - come ogni regime totalitario - ha fatto anche cose buone, sono una delle cose più poetiche che abbia visto in vita mia: poetiche nella realizzazione, nella delicatezza, nel rispetto, e poetiche nell'intenzione, quella di trasmettere una memoria, una memoria orale. Un po' di aritmetica ci aiuterà. Nel 1926, quando questi centenari nascevano, o trotterellavano per casa sulle loro gambette di quatrani, viene istituita l'Opera nazionale Balilla, e i sindaci sono sostituiti dai podestà. Quando Guernica venne bombardata avevano 11 anni, e quando venne bombardata Ortona ne avevano 17. Quando entrò in vigore la Costituzione ne avevano 22, e quando entrò in vigore l'euro ne avevano 73. Ne hanno viste e capite, o patite, di cose, questi occhi. Quando riflettiamo alle miserie della nostra esistenza, un po' autonomamente, un po' perché condizionati - tutti lo siamo! - dal racconto falso e bugiardo dei nemici della democrazia, che scoprono ora i mali che hanno causato, fermiamoci un attimo e ascoltiamo queste storie. Non solo il Paese, ma anche i suoi abitanti, singolarmente, hanno passato momenti più difficili di questo, schiavitù più dolorose, circostanze più assurde del gigantesco suicidio collettivo che ci sta travolgendo. Perché abbiamo deciso di condannarci alla povertà e all'irrilevanza non mi è del tutto chiaro - il come sì, il perché un po' meno - ma per quanto questo possa sembrare, e in effetti sia, innaturale, la cosa più assurda del mondo resta sempre la morte di un figlio...)

(...dunque, facciamo un po' di conti... Le Guerre dei trent'anni durano trent'anni, quindi se iniziano nel 2018 terminano nel 2048. Nel 2048 sarò un arzillo ottantaseienne: magari non andrò a Monte Amaro, ma al Porrara penso di sì, o almeno al Basilio, sempre che mantenga la testa, che poi è la cosa che mi preoccupa di più. Quindi sì, nel 2030 un'intervista ci sarà di sicuro! Ma non auguratemi che sia l'ultima! Abbiamo ancora molto tempo da passare insieme, anche se confido di passarne un po' coi miei nipoti. Sempre l'aritmetica ci dice che quando nacque er Palla mio padre aveva la mia età attuale. Siamo un po' in ritardo coi nipoti, ma alla fine arriveranno, ed è per loro che mi sto tenendo in forma. D'altra parte, all'età mia mio padre era decisamente meno prestante: smettendo di fumare si era appesantito. Io, per non sbagliare, non ho cominciato, e così un problema l'ho risolto in radice. Certo, a star seduti sulla riva del Sangro il rischio di prendere i reumatismi è concreto: ma io tutti li voglio veder passare, dal primo all'ultimo, e li vedrò: ve l'ho detto che sono paziente!...)

lunedì 26 gennaio 2026

L’orazion picciola (Roccaraso & Rivisondoli)

(…l’impressione che da fuori si è avuta è stata questa: “Mi sono chiesto che tipo di pubblico componesse la platea. Amministratori della Lega o invitati di altre provenienze? Prevalentemente locali o di altre Regioni? Lo chiedo perché, dal video, non si percepiva quella tensione emotiva e partecipativa che solitamente si percepisce nel pubblico che ti ascolta.”…)


...e visto che non si vedevano bene vi metto qui le slides, così potrete seguire meglio:





(fonte)


(...ma caro conoscente! La risposta è nella domanda. Eppure, se ci fai caso, non è andata così male. Ci sono stati applausi e manifestazioni di consenso. La sala, per il resto, non era ovviamente quella di un #goofy. Il popolo che non esiste del blog che non esiste non ha alcun merito se non quello della sua inesistenza nell'esser silenzioso... anche quando è altrettanto e più numeroso! Ma sulla concentrazione e sulla tensione emotiva influiscono in modo determinante, com'è naturale, le motivazioni che spingono le persone a raccogliersi. Noi conosciamo le nostre. Quelle degli altri sono le più varie, e non mette nemmeno conto enumerarle. L'importante è che dopo questo intervento, che mi ha completamente spossato - non so perché! - molti si sono avvicinati per dirmi, e altri mi hanno mandato a dire, che avevo dato loro una visione nuova e illuminante di certe dinamiche. Uno alla volta, uno alla volta, come la goccia che scava la pietra...)

(...il giorno dopo il mio vicesegretario federale mi aveva detto: "Vince la squadra!" - frase che da quando sono in politica ho sentito dire tante volte, suppongo voglia dire che la squadra vince sul righello... - "Quindi niente protagonismi, diamo voce ai territori!" E io, diligentemente, mi sono messo a servizio. Quello che serviva non era un economista ma un musicista, uno che tenesse il tempo. E, modestamente, il tempo l'ho tenuto:il panel da 30 minuti ne è durati 25...)

(...comments welcome...)

(...fra le tante cose su cui la squadra - che non è il righello! - non riesce ad andare d'accordo c'è anche la sorte delle TV locali. Non è il mio dossier, e quindi mi rimetto ai superiori indirizzi che verranno espressi dai membri del righello, pardon!, della squadra cui incombe l'onere di determinarli, ma onestamente in una regione in cui il servizio pubico non mi fa apparire in video da sei mesi - e sì, nemmeno il #goofy, cui hanno presenziato/partecipato amministratori delegati di partecipate pubbliche non banali ha avuto gli onori del servizio pubico! - io vorrei capire perché non dovrei fare qualcosa per aiutare chi mi fa parlare come il servizio pubico dovrebbe far parlare un rappresentante del popolo...)

(...e se siete d'accordo anche voi che la televisione andrebbe fatta così, mettete un like al video, commentatelo, insomma, create engagement in quel canale YouTube: dobbiamo aiutare chi ci aiuta, il fatto di avere ragione non ci obbliga né a essere scortesi e irriconoscenti né a essere autoreferenziali...)

(...e a proposito del fatto che non bisogna essere irriconoscenti...)

Forse qualcuno ricorderà questo dibattito:

Non ho tempo di riascoltarlo, ma sono sicuro che sarebbe divertente e istruttivo. Bei tempi quelli in cui potevo "dibattere". Ora devo fare emendamenti, come questo:

(...premesso che non sarà facile che passi, la difficoltà maggiore non credo sarà ex ante con la Ragioneria, ma ex post con i tanti che "haidatoisoldiaicomunistiiii!111!1!". Voi mettetela come vi pare, ma io sinceramente con comunisti così:


vado molto più d'accordo che con certi ortaggi - e non mi riferisco tanto ar melanzana, soi-disant comunista pure lui, ma al porro...)

sabato 17 gennaio 2026

Il punto

...ma voi veramente volete dirmi che se fosse possibile avere un minimo spazio per esprimersi in questo modo nelle emittenti nazionali:

i telespettatori si annoierebbero? Volete veramente dirmi che la rissa e la sopraffazione (in cui comunque me la cavo abbastanza) sono le uniche modalità di informazione concepite in questa un tempo felice provincia dell'impero? A me non pare proprio, ma questo passa il convento romano. Ci rifacciamo, quando capita, sulle emittenti locali.

(...p.s.: ho fatto almeno un errore blu: chi se n'è accorto?...)


 

sabato 17 maggio 2025

Immigrazione e sostenibilità del primo pilastro pensionistico

 (...la diretta streaming no - nemo propheta in patria - ma almeno il video in differita sui nostri canali sì! Le slides le avete viste qui, e ora potrete esercitarvi a vedere quanto fedele sia la mia memoria...)


(...dichiaro aperta la discussione generale. Va anche detto che per apprezzare l'intervento si dovrebbe prima sentire quello di Sua Eccellenza Reverendissima l'arcivescovo Bruno Forte, ma ci sarà tempo e modo di farlo...)

 

venerdì 16 maggio 2025

Genova, Firenze, Milano, Ortona, Sulmona…

Questa mattina a Pizzoferrato i termosifoni erano accesi (per gli amanti delle statistiche, il meteo dell’iPhone mi segnalava che eravamo 7° C sotto la media stagionale). Ora a Fiumicino è estate. Sto andando a Genova a sostegno di una candidata Lega, mi fermo a dormire, poi domani a Firenze (sperando che sia primavera) per la prima presentazione del libro di Claudio (lettura consigliata per mettere correttamente in fila tante cose che comunque dovreste già sapere), poi lunedì a Milano per un evento a/simmetrie (riservato ai soci), poi martedì a Ortona per preparare l’arrivo di Matteo mercoledì, e da lì in giornata a Sulmona per la seconda presentazione del libro del Claudio, che si terrà nel comitato elettorale del candidato Tirabassi perché “Vent’anni di sovranismo” è un libro politico e quindi, dato il periodo elettorale, mi è stato riportato che il Commissario prefettizio non ha concesso il foyer del teatro Maria Caniglia (mentre chiaramente il libro “Perché l’Italia è di destra” è un raffinato saggio politologico e quindi gli si può accordare l’aula consiliare: non so il nome della persona per colpa della quale resterete in piedi e se anche lo sapessi non ci sprecherei né un’interrogazione parlamentare né una telefonata al ministero, ma quando scriverò le mie storie della vita di provincia ci sarà anche questa, con nome e cognome: d’altra parte l’argomento del libro di Claudio è esattamente questo, cioè il pervasivo controllo dell’amministrazione da parte di forze politicamente orientate contro la Lega e solo contro la Lega, e quanto questo controllo pervasivo renda impossibile imprimere un indirizzo politico diverso, o anche semplicemente sedersi comodamente ad ascoltare chi vorrebbe imprimerlo…), poi riporto Claudio a Roma, giovedì mattina in aula per il disegno di legge “scomparsi“ e poi rimbalzo su in montagna dove spero di starmene in pace fra cani, lupi, e cani lupi, fino al risultato del primo turno.

Ah, dimenticavo: sabato c’è anche Cantine aperte, quindi calerò dalla montagna per incontrare l’amato popolo, i saggi amministratori, e i seducenti vignaioli della Marrucina. Non si accettano autocandidature: ho già un accompagnatore affidabile! 😉

mercoledì 14 maggio 2025

I migranti ci pagano le pensioni

(...in questo momento sui canali social del mio ateneo potete assistere alla diretta Facebook di questo evento che coinvolge un amico mio e di a/simmetrie, ai cui eventi ha partecipato, il senatore Castelli. Non si rinviene traccia del convegno cui ho partecipato io, per cui vi metto qui al volo le slides dell'intervento, che è stato molto apprezzato, insieme con le parole che mi ricordo di aver detto...)


Ringrazio per l'invito il Prof. Veraldi, che mi fornisce questa opportunità di potermi esprimere nel mio ateneo, occasione piuttosto rara. Agli studenti dell'IPSAR De Cecco, per presentarmi, dirò che io sono uno di quei personaggi nullafacenti, incompetenti e potenzialmente corrotti che vanno sotto il nome di politici: così vi vengono presentati dai media, se li consultate. Saluto il comandante della Legione Abruzzo e Molise, come questa mattina, a Pennapiedimonte, ho salutato i suoi uomini impiegati nelle indagini sul tragico fatto che ha colpito la nostra comunità il 30 aprile scorso. Sottolineo che essendo nato a Raiano, cioè in provincia dell'Aquila, il comandante qui è in qualche modo un migrante, cioè un immigrato, che ha dovuto attraversare ben due frontiere per raggiungerci: quella con la provincia di Pescara e quella con la provincia di Chieti. Chi conosce (e subisce) la forza delle identità locali abruzzesi non può che apprezzarne il coraggio! Nonostante la conquista romana, nonostante il successivo il passaggio di diversi fronti, da quello fra longobardi e bizantini a quello fra canadesi e tedeschi, e l'apporto di diverse comunità, jugoslave (Schiavi d'Abruzzo), greche (pensiamo a San Nicola Greco), l'impronta dei nove popoli abruzzesi (Osci, Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Pentri,  Frentani, Carricini, Sanniti) è ancora molto forte.

Qualcuno ha ricordato che oggi è la giornata dell'Europa. Voglio ricordare che oggi è anche la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, perché 47 anni fa venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, una delle vittime più note di quella tragica stagione. Non è un ricordo estemporaneo: più tardi parleremo di storia italiana, e ha un senso menzionare quel periodo così violento e tragico.

Ringrazio infine Sua Eccellenza per il suo intervento come sempre ricco di stimoli. Abbiamo sentito uomini di scienza esporre giudizi di valore. Sua Eccellenza ha fatto un'operazione di grande rilievo scientifico: ha dichiarato di voler fare un intervento schierato (schierato, aggiungo io, dalla parte di chi per la propria fragilità merita appunto di essere difeso), ha cioè dichiarato le sue premesse di valore. Questa è un'operazione che ogni scienziato dovrebbe fare, perché le parole della scienza, come ci ha insegnato un grande premio Nobel, Gunnar Myrdal, sono portatrici, spesso involontarie, di giudizi di valore, di valutazioni etiche (buono/cattivo), insidiose perché si presentano sotto le mentite spoglie di una falsa oggettività e con l'autorevolezza, che diventa auctoritas, del ruolo scientifico di chi le propone. Trovo illuminante il fatto che per mettere in guardia da questo pericolo Myrdal faccia l'esempio del termine "integrazione economica". La disintegrazione porta con sé una serie di connotazioni aggressive, negative: non per questo però l'integrazione è sempre cosa buona. Ma la scelta dei termini conta.

Il mio ruolo istituzionale è quello di presidente della Commissione di controllo sugli enti pensionistici. Abbiamo appena terminato un'indagine sugli investimenti finanziari delle casse previdenziali, ne stiamo avviando una sulla sostenibilità del sistema, e in quel contesto troverà naturale collocazione una valutazione del contributo che gli immigrati danno al sistema pensionistico. Insisto sul termine immigrati perché migrano anche gli emigrati, che al sistema pensionistico, per ovvi motivi, non danno un contributo (anche se, come ricorderemo più avanti, possono darlo al Paese nel suo complesso). I flussi di uomini, come quelli di capitali, hanno una direzione, e questa direzione è elemento determinante per la valutazione dei loro effetti. L'indagine non è ancora stata svolta e quindi non posso riferirvene i risultati, ma vi fornirò qualche elemento di riflessione per inquadrare l'argomento, e parto ancora una volta da due spunti forniti dall'intervento di Sua Eccellenza.

Nel suo discorso Sua Eccellenza ha ricondotto la motivazione profonda dei flussi migratori all'aspirazione individuale, naturale e insopprimibile, alla felicità. Un'aspirazione così connaturata all'essere umano che alcune costituzioni, in particolare una che potremmo scherzosamente definire più costituzione delle altre, nella fattoria delle costituzioni, pongono esplicitamente la ricerca della felicità fra i diritti inalienabili dell'essere umano. Ora, nessuno di noi è animato da una irrazionale pulsione repressiva verso questo inalienabile diritto. Ci riconosciamo anzi nelle parole dello zio Tobias: "—go, poor devil, get thee gone, why should I hurt thee ?—This world surely is wide enough to hold both thee and me." [NdCN: la citazione di Sterne è solo per voi, ovviamente...].

Si pone però un problema. Non credo lo sappiate, ma da quattordici anni tengo un blog, un blog di cui questo ateneo dovrebbe essere fiero, visto che la terza missione riceve sempre più attenzione, poiché non è cosa usuale che il blog di un economista batta per due anni di file il Sole 24 Ore alla Festa della Rete! L'articolo più letto del mio blog però non parla di economia: riferisce il dialogo che ho avuto con un africano che mi chiedeva l'elemosina. La cosa più evidente era che a questa persona era stata data un'idea assolutamente fuorviante del nostro Paese, gli era stato dipinto come un Eden, e non gli era stato fornito un dato fondamentale: che da noi il tasso di disoccupazione era (all'epoca) il doppio di quanto non fosse a casa sua, per cui molto difficilmente avrebbe potuto trovare un lavoro compatibile con la sua formazione (era un parrucchiere, a suo dire). Ecco: la ricerca della felicità non andrebbe costruita sulla prima manifestazione del Maligno, la menzogna! Eppure, è un dato di fatto che chi lucra su certi fenomeni diffonde menzogne sulle condizioni del nostro Paese, descrivendolo come un Eden, per renderlo più attrattivo. Credo sia invece importante che tutti, a partire da noi, abbiamo del nostro Paese un'immagine oggettiva, basata sui dati, e lo scopo del mio intervento è esattamente quello di fornirvela.

Infine, ho particolarmente apprezzato il richiamo di Sua Eccellenza alle parole di Benedetto XVI sul diritto a non emigrare, a non essere costretti ad avventurarsi in terre lontane e potenzialmente inospitali in cerca della propria felicità. Qualsiasi forma di costrizione, implicita o esplicita, è comunque incompatibile con una piena realizzazione dell'essere umano, e va evitato che la mobilità del lavoro diventi, nelle parole del Pontefice scomparso, un calvario per la sopravvivenza. Queste parole acquistano una grande pregnanza in Abruzzo, che che conta una comunità estera di numerosità quasi pari a quella della popolazione residente. Qui in Abruzzo, e in particolare qui, nella nostra provincia di Chieti, è vivo l'allarme per la diminuzione della popolazione, in gran parte dovuta al fatto che i nostri giovani, i giovani formati nelle nostre eccellenti università, sono costretti a cercare miglior fortuna altrove, come prima di loro i loro padri e i loro nonni. Intendiamoci: fare un'esperienza all'estero, laddove sia una scelta, è un fatto positivo, entusiasmante, che arricchisce innanzitutto umanamente e culturalmente. Sono tanti gli abruzzesi che hanno illustrato nel resto del mondo il nome della nostra Regione, grazie al loro ingegno, alla loro creatività, alla loro tenacia, alla loro capacità inesauribile di impegnarsi per raggiungere obiettivi. Ce ne sono, in particolare, nella professione che alcuni di voi intendono intraprendere. Tuttavia, in quanto vi mostrerò oggi oggi troverete anche le spiegazioni del perché, pur non volendolo, potreste essere costretti ad andarvene altrove.


In questo grafico sono rappresentati gli ultimi 76 anni di Pil italiano. Ricordo brevemente ai non specialisti che in una economia di mercato si produce per vendere e si vende per guadagnare. Questo significa che il Pil non è solo il valore di tutti i beni prodotti e i servizi erogati in una certa unità di tempo (in questo caso un anno), ma è anche la somma delle remunerazioni corrisposte Al lavoro e al capitale impiegati per produrli, ed è anche la somma delle varie voci di spesa effettuata per acquistare questi beni e servizi.

Il grafico riporta in blu i valori storici, mentre in arancione la retta che interpola i dati dal 1950 al 2007, e poi, in tratteggio, la sua estrapolazione dal 2008 al 2025. Naturalmente questa semplice estrapolazione statistica non ha alcun particolare valore scientifico. Non vi annoio con la teoria dei processi stocastici, ma rivendico la validità di questo strumento come ausilio per una analisi descrittiva dei dati. Prima abbiamo parlato del tragico sequestro Moro, di quegli anni di fortissima conflittualità sociale,ma avrei potuto parlare delle guerre che in questo periodo hanno sconvolto il mondo, a partire da quella del Vietnam, avrei potuto parlare delle crisi energetiche degli anni 70, quando il prezzo del petrolio decuplicò, avrei potuto parlare delle grandi crisi finanziarie, la crisi asiatica, ad esempio. Ecco, attraverso questo periodo scosso da turbamenti politici ed economici di scala tutto sommato non inferiore a quelli attuali il valore della nostra produzione, la somma delle nostre remunerazioni, è andata crescendo in modo più o meno costante. Dal 2007 in poi invece questa crescita si è arrestata. C’è stata sì una grande crisi finanziaria, quella del 2008, come ce ne erano state altre. Quella che è mancata però è stata la ripresa. Solo nel 2024 siamo tornati a un volume di reddito analogo a quello del 2007. Il paese ha perso 17 anni di crescita. Si tratta di un evento epocale, nel senso etimologico del termine: un evento che marca un’epoca. Noi non ne siamo consapevoli, ma fra due o tre secoli, e poi nei lunghi secoli a venire, gli storici si interrogheranno su che cosa è successo al nostro paese in questi 17 anni. La risposta non è difficile, e dipende da una scelta (sbagliata) di politica economica:


Questo grafico mostra l’andamento tendenziale e effettivo degli investimenti pubblici. Ricordo ai non esperti che in macroeconomia per investimento si intende l’acquisto di beni capitali, di macchinari, di attrezzature, di mezzi di trasporto industriali, insomma, di manufatti che servono a produrre altri beni, o di infrastrutture, come le strade, i ponti, eccetera. Non si intende per investimento quello finanziario, cioè l'acquisto di un prodotto finanziario (titolo pubblico, azione, quota di fondo comune, polizza assicurativa, ecc.) coi propri risparmi. Il taglio degli investimenti pubblici, cioè delle infrastrutture, delle scuole, dei ponti, degli ospedali, delle strade, in una fase in cui l’economia non stava andando bene dopo la crisi finanziaria scoppiata nel settembre 2008, ha ampliato e reso persistenti gli effetti di quella crisi. Si diceva che questo era necessario per ridurre la spesa pubblica, e si sosteneva che la spesa pubblica spiazza quella privata. L’argomento è che quando fa ricorso ai mercati, indebitandosi, per finanziare i propri investimenti, lo Stato fa alzare il tasso di interesse, e in questo modo scoraggia gli investimenti privati. Ci dovremmo quindi aspettare che a fronte di questo calo drastico degli investimenti pubblici ci sia stato un aumento degli investimenti privati che abbia tenuto il totale degli investimenti più o meno in linea. Invece è andata così:


Stranamente, per chi crede all’economia terrapiattista insegnata in certe università, il più protratto calo del Pil nell’intera storia dell’Italia unita è andato insieme al più protratto calo degli investimenti fissi lordi nella storia dell’Italia unita!

Ora, in effetti non è assolutamente strano che sia così, se ci pensate bene, perché le scelte di investimento Dei privati, cioè la scelta se ampliare o meno uno stabilimento, la scelta se localizzarlo in una o in un’altra provincia, la scelta di acquistare un macchinario capace di produrre un maggior numero di prodotti nell’unità di tempo, dipendono anche dal tasso di interesse, non esclusivamente dal tasso di interesse (come nel modello terrapiattista). Sono molto importanti, nelle scelte degli imprenditori veri (non di quelli raccontati dalle televisioni o dalle associazioni di categoria) anche altri fattori. Vi faccio un esempio utilizzando un bene che probabilmente tutti avrete visto una volta in vita vostra, la bottiglia da 33 cl di una nota marca di birra italiana. Forse non lo sapete ma se non tutte, quasi tutte queste bottiglie vengono prodotte da una azienda abruzzese. Visitando quella azienda ci è stato detto che non riuscivano ad aumentare il volume della produzione, cosa che avrebbero potuto e voluto fare, semplicemente perché non veniva fatta una bretella che avrebbe collegato il loro stabilimento al casello autostradale senza passare per un paese vicino, il cui traffico era già sufficientemente congestionato. Era il numero di camion che potevano entrare o uscire dall’azienda a limitarne il potenziale produttivo, e questo numero di camion dipendeva non dal tasso di interesse, ma dal fatto che si facesse o meno un investimento pubblico: una corta bretella autostradale.

L’investimento pubblico quindi non sempre spiazza: in molti casi incentiva l’investimento privato. D’altra parte, pensateci: si producono beni per venderli, ma se non si riesce a portarli al mercato, che li si produce a fare? E la prima delle infrastrutture che uno Stato assicura è appunto quella di trasporto. Capito perché tagliando gli investimenti pubblici si sono tagliati gli investimenti privati e quindi si è abbattuta la capacità produttiva, la produttività del paese? Ma la storia naturalmente non finisce qui, visto che, come ci siamo detti, il Pil non è solo il valore della produzione, ma anche il valore delle remunerazioni corrisposte a chi l’ha posta in essere, e in particolare ai lavoratori. Che cosa è successo a queste remunerazioni? È successo questo:


Dato che il Pil è il valore della produzione ed è anche il totale delle remunerazioni dei fattori produttivi, fra cui le retribuzioni dei lavoratori , esattamente come il valore della produzione si è scostato verso il basso dal suo tendenziale, anche il valore delle retribuzioni dei lavoratori si è scostato verso il basso dal suo tendenziale. Sono praticamente la stessa cosa, si sono comportati nello stesso modo. E qui ci avviciniamo al discorso pensioni, naturalmente, perché visto che i contributi sociali, cioè la quota di retribuzione che viene trattenuta per corrispondere le pensioni, sono proporzionali alle retribuzioni, anche il gettito contributivo si è scostato verso il basso dal tendenziale. Sì, avete capito bene: esattamente quelle politiche di austerità fatte per salvare le generazioni future, fatte per alleviare il peso del debito e delle pensioni sulle vostre spalle, hanno reso più oneroso, più difficile da soddisfare, questo impegno, perché hanno prosciugato la fonte del suo finanziamento. Chi vi ha raccontato che stava facendo qualcosa per voi, in realtà stava lavorando contro di voi. E a proposito di generazioni future, c’è anche un altro dettaglio che andrebbe messo in evidenza. Retribuzioni basse, precarietà economica, impediscono di mettere su famiglia. Il risultato è questo qui:

Per 15 anni, dal 1995 al 2010, il numero di nati vivi in Italia era andato crescendo, seppure lievemente, in Italia. Dall’inizio della stagione dell’austerità si evidenzia un cambiamento strutturale molto appariscente, con un brusco calo dei nati vivi e un crollo della fertilità al valore attuale di 1,2 bambini per donna, assolutamente insufficiente, come è ovvio, ad assicurare il mantenimento della popolazione a un livello costante (per ottenere questo risultato il tasso di fertilità deve essere pari a 2,1). E infatti, la popolazione italiana è in drastico calo dalla stagione dell’austerità in qua.

Correlazione non vuol dire causazione, va da sé. Però questo:

cioè, il fatto che il brusco calo dei nati vivi sia contemporaneo al brusco scostamento del Pil dal suo tendenziale, è un fenomeno che va spiegato. Non vogliamo imporre l’idea che sia il calo del Pil ad aver determinato il calo delle nascite, ma se non è stato questo, che cosa è stato? Se non è stata la difficoltà di trovare lavoro e metter su famiglia a compromettere la demografia del nostro paese, che cosa può averla compromessa? Si accettano spiegazioni, di qualsiasi tipo, purché compatibili con l’andamento dei dati. Non credo che se ne troveranno di più convincenti di questa però.

C’è poi un altro aspetto. La sostenibilità del debito e del sistema pensionistico si misura ovviamente in rapporto al Pil. Perché? Perché il Pil è la somma dei redditi.in un paese dove si guadagna bene, si raccolgono molti contributi, e si possono pagare delle pensioni decenti. Se invece nel paese si comincia a guadagnare male, il peso delle pensioni sul Pil aumenta rendendo più difficile mantenere il patto di solidarietà intergenerazionale. Ora, il drastico calo del tasso di crescita del Pil dovuto alle politiche di austerità ha determinato una impennata del rapporto al Pil della spesa pensionistica. Lo vedete in questo grafico dove in blu è rappresentato l’andamento storico del rapporto spesa pensionistica/Pil e in arancione l’andamento che si sarebbe manifestato se il tasso di crescita del Pil fosse rimasto quello precedente alla stagione dell’austerità:

Insomma, tirando le fila del discorso, la sintesi di quanto ci siamo detti finora è questa:

E anche qui, sì, avete capito benissimo! Sono state esattamente le politiche messe in opera per farlo diminuire, cioè le politiche di austerità ad aver invece fatto aumentare il rapporto fra spesa pensionistica e Pil. Non è un risultato paradossale. In un rapporto il calo del denominatore Determina una esplosione che in circostanze piuttosto comuni può sovrastare quella di un pari ricavo del numeratore. Quindi, le politiche di austerità, cioè politiche che tagliano gli investimenti pubblici quando l’economia va male, cioè le politiche che assecondano la fase negativa del ciclo economico, che la accentuano, cioè le politiche, come dicono gli economisti,  procicliche, sono la causa della compromissione del sistema pensionistico, e quindi della compromissione del vostro futuro. E questo non ve lo dice un docente di questa università. Questo ve lo dice niente meno che il presidente Draghi, anche nessun giornale ha mai attirato la vostra attenzione sul significato delle sue parole:


Non ve le tradurrò, per il semplice motivo che, come avrete capito, il risultato delle politiche fatte per “salvarvi“ dai vostri genitori cattivi e che voi ve ne dovrete andare in giro per il mondo, quindi l’inglese è meglio che lo impariate subito, se già non lo sapete, e questo può essere un testo interessante sul quale esercitarsi, anche perché vi riguarda direttamente.

Quindi, voi ve ne andrete, e al vostro posto probabilmente verrà qualcun altro. La domanda che ci poniamo un po’ tutti è: ma chi verrà al posto vostro, darà un contributo al sistema sufficiente per renderlo sostenibile?

Vi fornisco qualche elemento di riflessione, visto che, come ho detto in premessa, conclusioni precise non ne ho, dal momento che l’indagine su questo aspetto ancora non l’ho effettuata. Intanto, una prima domanda che ci potremmo porre è se l’arrivo di persone appartenenti a popolazioni diverse dalla nostra possa dare un contributo significativo al tasso di fertilità nel nostro paese. La risposta è no, per un motivo molto semplice, che vedete in questo grafico:

In questo grafico vedete rappresentato il tasso di fertilità di alcuni paesi. La linea rossa tratteggiata è posta a 2,1 figli per donna, il tasso di fertilità che, come vi dicevo, consente di mantenere la popolazione costante, tenuto conto della mortalità infantile. Il tasso di fertilità dell’Italia è la barra in rosso ed è 1,2, sotto il livello di rimpiazzo.

Ora, naturalmente, sappiamo che avere un tasso di fertilità così basso crea dei problemi, ma non è detto che avere un tasso di fertilità molto alto sia necessariamente una soluzione. Ad esempio, il paese con il tasso di fertilità più alto al mondo è la Somalia, un paese in cui, se lo conoscete, difficilmente potreste aver voglia di trasferirvi: povertà, conflitti etnici, un quadro disastroso sotto il profilo economico ed umanitario. D’altra parte, il paese con il tasso di fertilità più basso è Macao, una ex colonia portoghese in Cina, un paese relativamente tranquillo, in crescita, forse non in testa ai vostri desideri, ma sicuramente un posto dal quale, se ci andaste, torneresti indietro vivi. La Cina ha un noto problema di fertilità, a causa della “politica del figlio unico“. Le autorità cinesi infatti per lungo tempo hanno proibito alle coppie di avere più di un figlio, perché temevano di non riuscire a sostenere la crescita esponenziale della popolazione, temevano che non ci fossero sufficienti risorse per sfamarla, e nel sistema di economia collettivista dell’epoca forse questo timore era fondato. Fatto sta che aver impedito alle donne di fare più di un figlio ha causato, da qualche anno a questa parte, un brusco calo della popolazione cinese che infatti è stata recentemente superata da quella indiana, e ora la Cina ha il problema opposto a quello che pensava di avere e cui ha ovviato in modo troppo drastico.

Questa cosa ci riguarda? Un po’ sì, perché una delle comunità più presenti in Italia è quella cinese, cioè una comunità che ha un tasso di fertilità più basso di quello delle donne italiane. Lo stesso vale per la comunità più presente in Italia, quella rumena, e anche per altre comunità straniere presenti in Italia. Di fatto solo la comunità pakistana ha un tasso di fertilità significativamente superiore al tasso di rimpiazzo (3,5). La maggior parte delle altre etnie presenti condividono con gli autoctoni il fatto di avere un tasso di fertilità inferiore a 2,1, e quindi la fertilità delle donne straniere in Italia è di 1,9, cioè non raggiunge il livello di rimpiazzo. Con l’occasione vi faccio notare che in media mondiale, il tasso di fertilità è 2,2, il che significa che la popolazione mondiale sta ancora crescendo, ma che è abbastanza vicina a stabilizzarsi, contro le previsioni catastrofiste dei maltusiani.

Posto che la capacità delle donne immigrate di alimentare la popolazione residente non è poi così determinante, veniamo a un altro aspetto: quanto contribuiscono gli immigrati al mercato del lavoro? Qui vedete qualche dato:

La maggior parte dei permessi di soggiorno non viene rilasciata per motivi di lavoro, ma per ricongiungimenti familiari o per protezione umanitaria. Questo significa che chi viene in questo paese necessita in larga parte di usufruire del nostro sistema educativo, sanitario, ma non necessariamente contribuisce a sostenerlo (su questo vi darò qualche dato più sotto). Il tasso di disoccupazione dei lavoratori stranieri è quasi il doppio di quello degli italiani, mentre le loro retribuzioni in media  sono quasi la metà di quelle degli italiani. In effetti, nonostante i lavoratori stranieri siano il 10% degli occupati, l'INPS certifica che essi contribuiscono solo per il 6% al totale del monte contributivo. Si tratta di un contributo importante, ed è meglio averlo che non averlo, naturalmente, ma è evidente che affermazioni semplicistiche come “i migranti ci pagano le pensioni“ sono fattualmente infondate. Non lo fanno perché non possono farlo, e anzi, purtroppo, verosimilmente non riescono neanche a pagare le loro, e comunque, se e quando le riceveranno, non è detto che poi le spenderanno nel nostro paese (ma anche di questo vi dirò meglio dopo).

Non mancano studi dettagliati che cercano di dimostrare come l’apporto degli immigrati regolari al bilancio pubblico sia positivo. Inutile dire che questo nulla toglie al danno che gli immigrati clandestini viceversa apportano, non fosse che per l’esigenza di mantenere una struttura piuttosto costosa per garantire la sicurezza loro e della popolazione residente. Qui vi faccio vedere le conclusioni cui giungono sul blog della Bocconi alcuni economisti:


La sintesi è che gli immigrati regolari contribuirebbero al bilancio pubblico con 4 miliardi, che è una cifra ragguardevole (ci si potrebbe tranquillamente finanziare la rottamazione quinquies e un ulteriore taglio delle aliquote IRPEF, per dire). Notate però che per arrivare a questo risultato gli autori fanno una serie di ipotesi. Sarebbe interessante verificare la robustezza di questo risultato rispetto a piccoli scostamenti aleatori delle singole voci dalla loro valutazione puntuale fornita nella tabella. Potrebbe essere un esercizio divertente, ma me lo sono risparmiato perché il punto su quale vorrei attirare la vostra attenzione è un altro: per quanto si possa argomentare che il contributo del lavoratori immigrati al bilancio dello Stato sia positivo, fatto sta che il contributo dei lavoratori immigrati alla bilancia dei pagamenti è senz’altro negativo. La Banca d’Italia ci dice che le rimesse degli immigrati, cioè i soldi che i lavoratori stranieri presenti nel nostro paese inviano ai loro paesi di origine, si situano intorno ai 9 miliardi, appesantendo i conti con l’estero. Nel grafico qua sotto il fenomeno è registrato dalle barre gialle, che infatti sono in territorio negativo, e che rappresentano il saldo dei cosiddetti redditi secondari della bilancia di pagamenti, cioè dei redditi derivanti da operazioni di redistribuzione (e mandare una parte del proprio stipendio alla propria famiglia nel paese di origine è una operazione di redistribuzione): 


Noi dovremmo essere ben consapevoli di questo fenomeno, atteso che la prima industrializzazione dell’Italia, quella dell’inizio del secolo scorso, è stata finanziata largamente con le rimesse dei nostri emigrati, che erano gli immigrati nelle Americhe (non solo Stati Uniti, anche Argentina, Brasile, eccetera). Quindi, dall’esportazione di lavoratori si può trarre un reddito (le rimesse degli emigrati), esattamente come dall’importazione di lavoratori bisogna essere consapevoli che si sosterrà un costo come sistema paese (le rimesse degli immigrati), un costo che si riflette sulla bilancia dei pagamenti.

La situazione italiana non è fuori controllo sotto questo profilo. Va molto peggio in altri paesi come la Francia, che essendo ex potenze coloniali hanno un flusso di redditi secondari in uscita molto più cospicuo, come potete vedere da questo grafico.



Resta il punto che vale per il lavoro quello che vale per l'altro fattore di produzione: il capitale. Esportarlo contribuisce positivamente alla bilancia dei pagamenti (dai capitali esportati si percepiscono interessi e dividendi, dai lavoratori esportati si percepiscono rimesse), importarlo contribuisce negativamente (vale il ragionamento uguale e contrario).

Ecco, il mio scopo era solo fornirvi qualche dato e qualche elemento di riflessione. Non c'è nulla di intrinsecamente vantaggioso o svantaggioso in economia, e non c'è nulla di gratuito. Come tante altre cose, anche i flussi di lavoratori in entrata (o in uscita) non sono un pasto gratis: suggerirlo è diseducativo e politicamente inopportuno.

Spero che questi elementi di riflessione possano aiutarvi, e vi auguro per il vostro futuro in questo o in altri Paesi tutto il bene possibile.

martedì 13 maggio 2025

Monday night fever

…dopo essermi riguardato questa mattina, risparmiandomi il compito di parlare a chi, come notava Andreas Schmidt, non vuole capire (per i più svariati, insondabili e insindacabili motivi) ho preso coraggio e sono venuto a Sulmona ad accogliere l’amico Ostellari (tutte queste cose, se vi interessano, le trovate sulla pagina FB). Ora sto rientrando: domattina Sky Start. Gli argomenti? Esteri (Ucraina, Gaza), difesa, referendum, MES, dazi… L’interlocutore? Misiani.

Io preferirei stare qui con voi a portare avanti il discorso sui salari, ma mi tocca il dialogo fra sordi, seguito alle 12 dall’informativa del MIMIT appunto sui dazi, in cui mi è stato chiesto dal capogruppo di intervenire. Qui l’argomento mi pare che lo avessimo chiuso. Ci sono cose che vorreste che io dicessi a Misiani o in aula?

Eventualmente, le leggo domattina prima di andare… 😉


(…ah, e sì, la febbre se n’è andata! Evidentemente era solo stanchezza. Mi faccio vecchio, cari miei…)

lunedì 12 maggio 2025

Chiuso per stanchezza

Nel post precedente, qualcuno di voi proponeva un interessante esperimento sociale: quello di far vedere ai gestori delle casse previdenziali il grafico della vergogna, per raccogliere le loro reazioni. Qualcosa di simile a dire il vero lo avevo già fatto, ma con riferimento al primo pilastro pubblico. Forse vi ricorderete il mio intervento alla presentazione della relazione del CIV dell’INPS. Comunque, oggi sarei dovuto andare proprio da loro, dalle casse, per un incontro Chatham House, ma non ce l’ho fatta.

Nicola me l’aveva detto: “Albè,  Hai la faccia stanca, c’hai due borse sotto gli occhi! Ti devi riposare. Ma non vi fermate mai?”

In effetti, Nicola negli ultimi due anni ha un po’ cambiato la sua percezione di cosa sia un parlamentare. Mi vede arrivare di gran carriera direttamente dal parlamento, tutto ingiaccato e incravattato, schizzo su in camera, scendo con gli scarponi, parto e me ne sto quattro ore in giro per i boschi col cane, torno, corro su nella mia stanza come Superman nella sua cabina, esco in tuta da parlamentare (completo blu, cravatta, spilletta), e vado a qualche incontro a 60 o 70 km di distanza, “non aspettarmi, domattina facciamo colazione alle sette, va bene?“,  e poi via…

Perché a me arrivare in ritardo non piace, la trovo una scortesia che non infliggerei neanche al mio peggior nemico, e quindi neanche a un compagno di partito!

E Nicola, che giustamente verrebbe farsi quattro chiacchiere, sconsolato, commenta: “Ma voi parlamentari, non state mai fermi?” Di mattina, a colazione, finalmente parliamo un po’: storie di politica, di paese, e della Fiat (chiamiamola così), che in Val di Sangro è un pezzo importante della vita di tutti. Gli racconto un po’ di fatti miei e mi racconta un po’ di fatti suoi: uno scambio paretianamente vantaggioso.

Comunque, io a riposarmi ci ho provato!

Ieri sera sono rientrato alle 22:30, mi sono buttato a letto, e questa mattina mi sono svegliato tardi, verso le nove. Pare che il mucco (maschile di mucca, sarebbe il gatto della mia povera suocera) sia entrato dalla finestra saltando sul letto, e io non me ne sono neanche accorto, tanto profondo era il mio sonno! Eppure, al risveglio, mi sembrava di aver dormito di un sonno leggero, non ristoratore. Fatto sta che, per quanto nel weekend mi fossi sbattuto in su in giù per la mia bella regione, sentirsi così non era normale e quindi alla fine mi sono misurato la febbre.

Come ogni vero uomo, al di sopra di 37:1 entro in agonia. Quindi, questa sera niente post tecnici, niente correzioni al disco, ma solo un po’ di svacco guardando un episodio di CSI particolarmente macabro.

E a Nicola ho mandato un messaggio per completarmi del suo occhio clinico: effettivamente, qualcosa che non andava c’era. Ma domani andrà, perché deve andare: il mio tempo non mi appartiene, e quindi neanche la mia salute.

Intanto, buona notte!

sabato 10 maggio 2025

L'Avello

Avello, per la nostra amica Three dogs, è "tomba, sepolcro". Parola foscoliana, ma anche boccaccesca ("in uno avello d’una chiesa ivi vicina dopo molto pianto la seppellirono"), e prima dantesca ("ché tra li avelli fiamme erano sparte, per le quali eran sì del tutto accesi, che ferro più non chiede verun’arte"). "Scendere nell'avello" sta per: morire.

L'Avello è un fiume che sgorga dal versante orientale della Maiella, sotto la cresta che unisce il Blockhaus al Focalone, e scorre nel fondo di una forra impenetrabile allo sguardo:


la Valle dell'Avello, che qui vedete a maggio dell'anno scorso. Vedete anche sulla destra il tracciato di una strada sterrata che passa in quota, la strada di servizio di un acquedotto, che parte dal Balzolo di Pennapiedimente. Ho percorso più volte a piedi questa strada verso la madonnina del Linaro, verso le gobbe di Selvaromana, addentrandomi in questo ambiente di una maestosità e di una severità impressionanti, sempre sul ciglio di, o dominati da, balzi di roccia vertiginosi, verso la parete nord delle Murelle:


memorabile impresa del nostro amico Giampiero.

Ieri sera, a Pennapiedimonte, un anziano del paese (che credo non legga questo blog: e come potrebbe leggerlo, se non esiste? Solo per questo lo definisco anziano...) diceva: "Si vede che non erano pennesi: qui a Penna i vecchi ci hanno sempre detto che nella forra non si scende: e infatti nessuno ci va!"

Qualche giorno fa, come sapete, quattro giovani sono scesi nell'Avello, e due sono morti, giusta la definizione della Treccani.

Ieri la luce della gola era livida, fredda:


o forse così sembrava a me, che sapevo che cosa era successo.

Il posto è unico:

e si capisce che possa attirare gli amanti del genere. Fatto sta che il video che vedete è stato girato a settembre scorso, quando la montagna, in quota, era così:


e io, che ho tanti nemici da sotterrare, avevo avuto paura di fare da solo perfino il tratto turistico della forra, la discesa che porta qui.

Ora provate a immaginare quel video in un giorno di disgelo primaverile dopo un inverno in cui, se c'erano due metri di neve alla Polledrara, nel deserto che vedete qua sopra ce n'erano almeno quattro, che si stavano sciogliendo appunto come neve al sole.

Immaginate il volume di acqua?

Tanta adrenalina, suppongo.

Ma troppa acqua.

Una tragedia.

Giovedì ero a Chieti ai funerali, perché pensavo di doverci essere, non tanto da parlamentare, quanto da montanaro (pauroso, ma montanaro). C'era tanta gente, c'erano anche loro. Non ho però avuto il coraggio di assistere a tanto dolore: alla fine della celebrazione sono uscito dalla cripta e sono scappato a Penna a scrivere slides per il giorno dopo (ma questa è una storia che saprete lunedì). Forse era mio dovere far sentire che lo Stato c'era, forse...

Ma in tutta onestà: in una storia simile, lo Stato, che c'entra?

Poi le storie si intrecciano: conosco tanti che li conoscevano, sono tanti i dettagli, non vi annoio.

Resta il fatto che i vecchi di Penna avevano ragione: non si scende nella forra. Io al disgelo non vado da nessuna parte. Il terreno è fangoso, le rocce sono instabili. Se succede qualcosa, poi, la colpa è del sindaco (che è uno dei motivi, il principale, anzi, per cui non capisco come mai la gente si candidi).

Ieri scendendo nuovamente a Chieti per il convegno (vedi sopra alla voce slides) ho incontrato i carabinieri. Presentazioni di rito, e poi: "Siete qui per le indagini?" "Sì, stiamo aspettando il magistrato".

C'è un magistrato che ci aspetta tutti, vivos et mortuos. 

Nel frattempo, fate attenzione.

Non c'è fretta.


(...sono finalmente atterrato a Pizzoferrato, nel mio buen retiro, e mi torna in mente questo. Mi chiedo cosa io stia inseguendo, per queste provinciali degne di maggiore attenzione, ma forse sto solo fuggendo da qualcuno, verosimilmente da me stesso, so brennen meine Wunden. Domani niente sveglia, e poi vediamo. Qui la quota è bassa, si può fare qualcosa, ma devo anche fare le correzioni dell'ultimo disco, o il neoborbonico mi scuoia vivo. Insomma: non solo la montagna presenta dei pericoli. Buona notte!...)

giovedì 1 maggio 2025

San Domenico (il mio primo maggio)

 


(…ci riferiamo all’abate, cioè al noto fondatore di community del X secolo, che è passato anche per il mio feudo, dietro al monte omonimo. E anche da questa vita operosa ci sarebbero molte lezioni di politica da trarre…)

mercoledì 30 aprile 2025

La durezza del vivere

...eggnente!

Mi volevo rilassare un'oretta con voi prima di una riunione, e tanto per cambiare, appena aperto il computer, scoppiano due casini, uno qui, e uno qui (e più non dimandate).

C'è tanta manovalanza da fare, con senso di responsabilità, discrezione, e amore per il Paese. Ma soprattutto, come dico ai miei ex colleghi (accademici) per cercare di spiegare com'è cambiata la mia vita: qui è come essere in un pronto soccorso! Ogni due per tre arriva qualcuno con un problema inaspettato, spesso incomprensibile nella genesi e nella gestione (tipo questi o questi, o giù di lì...), tutti caratterizzati da somma urgenza (ci mancherebbe!), con i codici verdi che si lamentano cinque volte più dei codici rossi (ma solo perché hanno cinque volte più energie per farlo, ovviamente), e con l'aggravante che in undici casi su dieci tu avevi saggiamente e discretamente avvertito l'interessato di pensarci prima! Per non parlare di quello che ti cerca per dirti una cosa che tu già sai ampiamente, e siccome ti dedichi ad altri di cui invece non conosci i problemi ti fa cercare dal collega autorevole... Quello che chiamo l'effetto "oblò della lavatrice" (quando una persona ti si affaccia anche dallo sportello della dispensa, trasformando all'istante il tuo blando apprezzamento umano e professionale in un viscerale e sordo sentimento di odiosa ripulsa...).

Ma è vita questa?

Naturalmente sì, è la nostra vita, a modo suo appassionante (non vorrei dire divertente...): è un onore essere a supporto di chi le scelte deve prenderle, ma deve necessariamente delegare ad altri i compiti istruttori o di rappresentanza, esattamente come io delego alla mia squadra, che mi sono costruito con fatica nel tempo, il compito di istruirmi certe pratiche e di tenere aggiornati certi dossier, per poter a mia volta dare risposte fondate ai livelli superiori.

Una catena di affetti che è opportuno non interrompere (semicit.)! Una caterva di rogne da sistemare di cui, quand'anche non fosse impossibile parlare per motivi di riservatezza, non sarebbe comunque possibile dare una compiuta descrizione per vincoli di tempo, perché le vicende umane non sono solo private: sono anche incredibilmente complesse e piene di dettagli

Aiutare a risolvere un problema concreto dà una soddisfazione superiore rispetto a quella, puramente narcisistica, di pubblicare sulla rivista "importante". Ci sono però dei momenti in cui ti fermi e realizzi che essersi messo a servizio degli altri significa non essere più padroni del proprio tempo, ad esempio del tempo di rispondervi o anche semplicemente di leggervi con attenzione (per non dire di leggersi un libro o di fare gli ascolti di un disco), e questo un po', inevitabilmente, lo si rimpiange. Ma poi vedi come si spendono tutti gli altri compagni di squadra (per non parlare del capo), capisci che essere coinvolto è un privilegio, e ti rimetti a testa bassa a smussare gli angoli, perché si trovino le soluzioni migliori, perché si faccia il miglior pane con la farina che si ha.

Quindi, cari amici, la spiegazione di come ho fatto il grafico dei salari reali è rimandata a più tardi, ma se me ne dimentico ricordatemela. Di salari si parlerà molto, e la maggior parte delle volte a vanvera, quindi ci terrei a darvi delle solide basi statistiche.

E ora torno alle mie tempeste in un bicchier d'acqua (o di Montepulciano), che comunque, per chi ci è coinvolto, una loro pregnanza ce l'hanno, e ogni sensibilità va rispettata.

Questa è la durezza del vivere.

venerdì 25 aprile 2025

Moro river (il mio 25 aprile)

Non poteva che finire così: l'autore del blog che non c'è non poteva che diventare il rappresentante di una Regione che non c'è, la cui arte, geografia, storia non fanno parte del bagaglio culturale dell'italiano colto. Dell'orso sanno tutti, delle piste da sci troppi, degli arrosticini molti, i più ardimentosi si spingono fino ai trabocchi, i più appassionati ricordano gli alianti di Skorzeny, i più dotti (forse) Bominaco, o Saturnino Gatti, o (ma la vedo difficile) Andrea De Litio, e poi, va da sé, qualcuno conosce Flaiano, molti credono di conoscerlo, e tutti conoscono D'Annunzio (o pretendono di conoscerlo).

Dimentico qualcosa, di quanto sapete voi?

Lo confesso: all'inizio (e parlo quindi di vent'anni fa, perché sono ormai vent'anni che lavoro in Abruzzo, e sette che indegnamente lo rappresento), quando giravo per certe città o paesi di questa Regione (di cui comunque preferivo, nella mia connaturata misantropia, le creste e gli altopiani isolati) non potevo nascondere un sentimento di sufficienza nell'imbattermi in spiacevoli soluzioni di continuità: talvolta un rudere diroccato, o un cumulo di macerie, o ancora qualche palazzina moderna, tutta cemento, intonaco e alluminio anodizzato. Lacerazioni vistose del tessuto architettonico dei centri storici, niente a che vedere col travertino di Montepulciano o col cotto di Pienza, i paesi della mia infanzia, pressoché intatti nella nitidezza del loro disegno rinascimentale; episodi che prima facie se non a trasandatezza o scarsa attenzione delle amministrazioni, potevano rinviare a storie di povertà, economica o culturale che fosse. Solo da poco ho capito una cosa che non sarebbe poi stato così difficile intuire, soprattutto a conoscere la storia dell'Abruzzo: se tanti borghi hanno perso in tutto o in parte il loro fascino antico, i loro palazzi gentilizi, le loro chiese, le loro case dagli infissi squadrati in pietra scolpita dagli scalpellini di Pennapiedimonte, le loro ringhiere in ferro battuto dagli artigiani di Guardiagrele o di Pescocostanzo, se il loro tessuto urbano è così dolorosamente lacerato, se presenta cicatrici così mal rabberciate e risarcite, un motivo c'è, ed è un motivo commovente e angoscioso, che mi fa guardare con affettuoso e coinvolto rispetto, considerandolo come testimonianza di un impreveduto e immeritato martirio, ciò da cui prima distoglievo un po' altezzosamente lo sguardo.

La Regione che non c'è è stata vittima della sua geografia che nessuno conosce, ma che la Wehrmacht conosceva bene. Si vis pacem, para bellum, e i tedeschi, in questo affini al vostro autore preferito, pensando che se qualcosa avesse potuto andar male lo avrebbe fatto, prima che le cose cominciassero ad andar male avevano mandato, travisati da turisti, dei loro cartografi a zonzo per l'Italia centromeridionale, alla ricerca di linee che si prestassero a organizzare una difesa. The Hamptons is not a defensible position, ma la sinistra orografica del Sangro (sarebbe il versante Nord, per quelli meno addentro) lo è, oh se lo è!, soprattutto, ça va sans dire, se la potenziale minaccia si immagina possa arrivare da Sud. E così i monti Pizzi, e in particolare Pizzoferrato, da dove si vede tutto, da Vasto alle montagne dello spartiacque, attrassero la loro attenzione, quella dei cartografi, e qui venne attrezzata la linea Gustav, dove vi ho portato in più di una diretta Facebook. Più in generale questa Regione, fatta di fiumi (Trigno, Sinello, Sangro, Aventino, Moro, Foro, Alento, ecc.) che scendono a pettine dalle montagne verso il mare, perpendicolarmente, creando altrettante trincee, fu il luogo dove si combatté una battaglia di ferocia uguale a quella combattuta a Ovest della cresta spartiacque, ma totalmente caduta nel dimenticatoio. Di Montecassino saprete tutti, ma della battaglia del Sangro credo sappiano pochi. La cosa che perdevo di vista era appunto questa: quello che ha fatto perdere a tanti paesi il loro antico fascino, preservato integralmente in pochi casi (Pescocostanzo fra tutti), è proprio questo: i Liberator dei liberatori, e gli Immergrün degli invasori.

Città come Orsogna, o Castel di Sangro, o la stessa Ortona


vennero completamente piallate dall'artiglieria, mentre i tedeschi resistevano alla pressione dell'ottava armata inglese di Montgomery, e dei reparti alleati: canadesi, neozelandesi, poi polacchi. E certo oggi Tommaso riposa in una diversa basilica:


che ma un motivo c'è, e va ricercato nella storia.

Una storia cui si intrecciano tante altre storie di eroismo e di viltà, fra cui suggerirei, per chi non la conoscesse, quella della brigata Maiella, che ha avuto uno dei suoi episodi culminanti proprio nella chiesa in cui ho inciso il mio ultimo disco:


(se ingrandite, vedrete nell'abside i fori delle pallottole, che i cittadini di Pizzoferrato non hanno voluto stuccare - e hanno fatto bene!).

Qualche mese fa (era a gennaio), salendo lungo la costa a Ortona da San Vito, dove ero stato a incontrare un collega per apprendere da lui alcune delle mille storie del mio collegio (perché anche questo fa parte dell'impegno che ho preso con i miei elettori: avere l'umiltà di ascoltare chi ne ha viste più di me), avendo, per una volta, tempi non troppo contingentati, mi sono lasciato tentare da una deviazione:


Their name liveth for evermore! 

Quando c'è, perché alcuni sono ignoti, cioè, come si dice nella loro lingua:

Known unto God (ed ho imparato che questa formula così ispirata ed espressiva era stata scelta da un poeta nominato dalla Imperial War Graves Commission: ci sono anche burocrazie che funzionano...). Tirava un vento porco, ma non sentivo freddo (era l'11 gennaio e poi l'avrei pagata). Erano i canadesi: passavo in rassegna smarrito e colpevole il loro schieramento:

più ordinato e solenne di quello dei miei VAM di Torricola, e pensavo che l'inglese, in fondo, è una bella lingua:


o almeno così risultava, in quelle lapidi, al confronto con la da me tanto amata e frequentata lingua francese. La sintesi e la concisione conferivano alla lingua imperiale una potenza certo amplificata dalla sacralità del luogo.

Poi, a Ortona, a casa di un altro rispettabile politico di lunga esperienza, mi sono imbattuto in un bel libro sulla battaglia di Ortona, apprendendo così dell'esistenza del "Moro river":


oggi piuttosto malridotto. Gli italiani nemmeno sanno che esista, ma gli inglesi sì e per un buon motivo: perché nonostante sia poco più di un rigagnolo, oggi maleodorante, l'Ottava Armata ci aveva messo un bel po' a superarlo.

Chissà che età aveva il ragazzo della prima foto, chissà se ha portato la pelle a casa, se ha ancora un nome, o se è noto solo a Dio. Chissà che cosa stavano osservando i suoi occhi sgranati sotto al Brodie. Chissà se ci era voluto venire, sulla sponda Sud del Moro river, o se ce lo avevano costretto, o se non si era posto troppe domande, nel partire, ritenendo che quello fosse un suo dovere, o magari ignorando che cosa questa decisione, presa o subita, significasse: fango, sangue, terrore... Noi oggi non possiamo concepire, perché non vogliamo vedere. Sta succedendo ancora, non ha mai smesso di succedere, quelli che ci hanno propinato il mito irenico dell'Europa sono gli stessi che non hanno voluto, e tuttora non vogliono, fare i conti con quello che è successo, perché vogliono rimuovere quanto sta succedendo, e soprattutto il perché stia succedendo, e il perché potrebbe succedere di nuovo (cioè il perché potrebbe succedere a noi, perché è sufficientemente chiaro, e la storia dei punturini ce lo ha definitivamente chiavato in testa, che finché non succederà a noi non capiremo che la Storia non è finita).

Vorrei dirvi molte altre cose, ma devo dormire. Non mancheranno occasioni.


(...oggi, rientrando da Pizzoferrato verso Fortunati con Rex,


a Casale Greci - c'è anche Casale Turchi, Pizzoferrato è stato costretto all'inclusività dalla sua lunga storia - due cani ci hanno aggredito. Pareva ce l'avessero con lui, che non si sottraeva. Devo dire che la mia prima reazione è stata quella di lasciare che se la spicciassero da soli. Ho sempre avuto paura dei cani: l'appostismo non è una loro virtù, la troppa confidenza con l'uomo li rende pericolosi. Quando poi ho capito che Rex era in difficoltà, ho pensato che fosse troppo facile abbandonare al suo destino qualcuno che aveva avuto la cortesia di accompagnarmi dove avrei preferito non essere solo, e allora ho fatto l'uomo: ho deciso che comandavo io, che in cima alla piramide alimentare c'ero io - anche se a mani nude avrei potuto essere smentito - e mi sono convinto di avere coraggio, "facendo brutto" ai due aggressori. Ripristinata la gerarchia naturale - cioè artificiale - delle cose, Rex si è venuto immediatamente a rifugiare fra le mie gambe, come mi hanno detto che facciano i cani quando sentono il lupo - o una sua convincente imitazione - mentre io invitavo col mio proverbiale garbo i suoi distanti cugini ad andarsene per i fatti loro. Evidentemente sono riuscito a convincerli che non mi spaventavano, ma non era così. D'altra parte, Rex è community, ormai - e qualcuno di voi sa che per quanto vi possa trovare appiccicosi e indigesti, quamdiu fecistis uni de his fratribus meis minimis, mihi fecistis. Entro certi limiti, non sempre gestibili, la paura è una scelta. Sarebbe bello non dover sondare questi limiti, ma purtroppo, come ci ricorda questo racconto, e la sua foto d'apertura, questo non è sempre possibile. Non abbiate paura... o almeno non fatelo vedere!...)

domenica 2 marzo 2025

TikTok

Mi sono messo su TikTok. Chi lo desidera mi trova qui. Penserete che sia per parlare ai ggiovani, e pensereste male. A me la retorica delle generazioni future dà un immenso fastidio, superato solo da quello cagionato, appunto, dalle generazioni future. Credo che lo scandalo USAID, una volta fatta chiarezza, ci consentirà di riabilitare e vedere nella giusta prospettiva un governante che ha immeritatamente goduto di pessima stampa.

Il fatto è che c'è una cosa che non sapete: oggi TikTok è il social dei vecchi!

Me ne sono accorto parlando con un militante abruzzese al tempo del grande scandalo suscitato dal nuovo codice della strada (a proposito, se ne parla più? Mi pare di no. Vedete che quando gli altri strepitano basta tenere botta?). Mi chiedeva argomenti, e io glieli davo. A un certo punto, visto che lui si profondeva in ringraziamenti, je sò ditte: "Scusa, però: queste cose sono nei social di Matteo, li ha postati su Twitter e su Facebook, e poi Claudio Borghi su Twitter ha fatto una spiegazione accuratissima di cosa cambia e cosa non cambia, e ha spiegato che queste sono fake news, e per finire l'ufficio stampa ha fatto delle infografiche che vi ho anche distribuito in chat regionale. Ora: non dico star dietro a tutte le chat, non dico seguire i parlamentari più rilevanti, non dico seguire il parlamentare del tuo collegio, ma almeno Matteo!..."

Risposta: "C'hai ragione onoré, ma io su Twitter non ci sto perché non riesco a seguirlo, su Facebook non ci sta più nessuno, e a me queste notizie false me le aveva dette mio suocero perché le aveva viste su TikTok!..."

Replica: "Fai bene a non stare su Twitter, e ti prometto di mettermi su TikTok!"

Promessa mantenuta!

(...per parlare ai suoceri, in attesa di pubblicare "Contro i giovani", progetto editoriale al quale mi dedicherò dopo la ristampa del Tramonto e il quindicennale di Goofynomics...)

lunedì 24 febbraio 2025

Uscita

Precipito nel vuoto assoluto. Non tocco la roccia: qui è tutto strapiombante.

Davanti a me scorre velocissima la parete poc’anzi salita. Sento ancora quell’odore del calcare in frantumi, un odore acre che mi darà in seguito sempre fastidio. Da allora lo assocerò sempre al sangue e alla morte.

Immediatamente, mentre precipito ancora, mi rendo conto che è finita.

Se non succede qualcosa, subito, adesso, è finita.

Intanto, mentre cado, avviene una cosa che ancora oggi mi lascia allibito, un fatto molto semplice e agghiacciante al tempo stesso: "esco" dal mio corpo.

Qualcosa, l’anima o qualcos’altro che la sostituisce, insomma "io", il vero "io", esce dal mio corpo.

Divento improvvisamente uno spettatore, interessato, ma comunque spettatore. E penso. Velocemente, molto velocemente.

In quelle poche frazioni di secondo, vedo, come in un film, la mia (ancora) breve vita scorrermi davanti rapidamente, eppure nei minimi dettagli.

Gli attimi del volo, nel volo, si dilatano, diventano ore, mesi, anni. Una vita.

La mia mente, ora lucidissima, viaggia ad una velocità impensabile, una dimensione diversa con altri ritmi, con altri tempi.

E’ netta la sensazione di essere fuori dal mio corpo: lo guardo che cade, abbandonato al suo destino di morte, un insignificante insieme di carne ed ossa.

Lo vedo distintamente che scende a tutta velocità come qualcosa di vecchio, una sorta di rottame. Lo guardo, va giù sempre più giù. Ma "io" non provo paura. Sono sereno, solo dispiaciuto. Ricordo quegli strani pensieri soprattutto uno: non mi piaceva l’idea di concludere, così, a vent’anni, la mia vita, di abbandonare, di non essere più presente. Ma non ero sconvolto o spaventato. Provavo una sensazione di tranquillità. Stava accadendo qualcosa che non temevo perché "io" non c’ero, non c'ero più.

Avvertivo, però, che quella era la morte, che con tutta probabilità stavo morendo e che, se non succedeva qualcosa SUBITO, sarei morto davvero.

Eppure avevo un’idea della morte che coincideva con il dolore, la tragedia e il terrore, ma mi sbagliavo. Forse lo è per chi guarda, per chi ci vuole bene, per chi è ancora vivo, forse lo sono i momenti precedenti.

Ma soprattutto, non pensavo alla morte. Era qualcosa che non mi riguardava.

Era un problema di altri, non mio. Ora invece, la cosa mi riguardava.

E maledettamente! Fino al collo…

Improvviso il colpo! Secco, pulito.

Uno strattone violento che mi fa spremere dall’imbracatura, come un limone.

E’ come un violento schiaffone che mi sveglia, che mi riporta nella dimensione reale. E solo adesso, lentamente...e con prudenza rientro nel mio corpo.

Ed è subito un altro mondo, più lento, più farraginoso, più doloroso, più "vecchio".


(…si può uscire in tanti modi e da tante cose. Questa è un’uscita particolarmente impegnativa, e se ne volete conoscere il protagonista - io ve lo consiglierei! - potrete raggiungerci qui:


Ricordatevi di scrivere alla mia segreteria…)