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sabato 17 maggio 2025

QED 111: Produzione di debito a mezzo di debito

"A chi fa il male torna indietro!"

Questo il sordo commento a mezza bocca profferito dal mio neoborbonico preferito sul palcoscenico di uno Stato membro dell'Unione Europea la cui valuta è l'euro. Il refrain di una cantata di Scarlatti era stato disturbato da uno schiocco sordo: il cantino del primo violino aveva ceduto. Mentre il secondo violino sostituiva in corsa il collega, suonando la sua parte, io con la destra suonavo al clavicembalo la parte del secondo violino, e il primo violino cambiava di corsa il suo mi (show must go on), il mio compagno di continuo non si era potuto trattenere dal vedere nell'insolito incidente una punizione divina per la tritatura di gonadi cui il primo violino ci aveva sottoposto alla prova generale. Forse non c'era #nessunacorrelazione, o forse sì... In ogni caso, pensarlo era tanto liberatorio!

Posso dare anche ampi esempi del contrario, posso cioè dimostrare che torna indietro anche il bene che si fa.

Il modo più semplice e più efficace di fare del bene al prossimo è mostrargli rispetto e considerazione. Solo nelle ultime due settimane mi è capitato di farlo due volte e di avere un immediato ritorno. La prima la settimana scorsa, andando alla presentazione del disegno di legge di un collega. Un gesto compiuto per affetto nei suoi riguardi (lo merita), da cui è scaturito l'incontro con un'altra persona molto interessante, anche lei presente in sala, che mi ha risolto un problema con cui mi stavo confrontando. La stessa cosa è successa ieri andando a Genova a sostenere i candidati della Lega, per affetto verso Edoardo Rixi e verso Genova: in una interminabile coda di un'ora a Fiumicino mi è capitato di rivedere un funzionario di profilo elevatissimo, che mi onora della sua da me immeritata stima, e col quale ci siamo intrattenuti parlando del più e del meno. Una conversazione interessantissima che molto ha aggiunto alle mie conoscenze (e al mio piacere di rivedere Edo a Genova).


Non è essenziale che vi dica chi è questo funzionario, non vorrei esporlo politicamente (sono pur sempre un pericoloso - tanto più in quanto subdolo - noeuro!), ma è utile che vi riferisca succintamente quello che mi ha detto. Utile pro futuro (estote parati quia nescitis hora crisis ventura est...), ma anche utile retrospettivamente, per valutare un tema che ho portato tanto tempo fa alla vostra attenzione, e ieri alla sua (a proposito, aspettate un attimo che gli mando il pdf...), e che si ripresenta quindi come QED.

Dunque, la storia va così: l'OCSE ha pubblicato il Global Debt Report 2025, i cui numeri chiave sono: 

  • 25.000 miliardi di obbligazioni pubbliche e private emesse nel 2024 (tre volte il volume del 2007);
  • 100.000 miliardi di obbligazioni pubbliche e private in essere;
  • 40% delle obbligazioni esistenti in scadenza entro il 2027 (andranno cioè rinnovati 40.000 miliardi di debito).

Ora, già questi sono numeri da tenere in mente. Ci eravamo già intrattenuti poche settimane fa sul fatto che il debito pubblico (obbligazioni emesse dal settore pubblico) avesse raggiunto dimensioni storicamente fuori scala:

e avevamo collegato questo sviluppo preoccupante alle caratteristiche intrinseche della terza globalizzazione, in particolare all'abbandono della cosiddetta "repressione finanziaria", abbandono che da un lato aveva determinato un'impennata dei tassi di interesse, e dall'altra una frenata della crescita, contribuendo significativamente a una crescita strutturale del cosiddetto snowball factor (la discussione la trovate nel post su 130 anni di debito pubblico).

Oltre a confermarci che in effetti di bond (obbligazioni, titoli di debito) in giro ce ne sono parecchi, il rapporto fa un'altra sottolineatura importante riferita ai titoli di debito privato, questa:

Le emissioni di obbligazioni private si sono scostate significativamente al rialzo dal loro trend storico, ma a questo scostamento non ha corrisposto un simile scostamento verso l'alto degli investimenti privati:

Ora, due considerazioni rapide, una di metodo e l'altra di merito.

Come metodo, ci rassicura che anche l'OCSE consideri lo scostamento dal trend storico un valido strumento di statistica descrittiva. Si tratta dello stesso strumento che qui abbiamo usato per mettere in evidenza la stasi della crescita italiana dalla crisi finanziaria globale in avanti:


incorrendo nelle critiche di qualche sciocchino su Twitter. Ricorrere a un simile strumento non significa ipotizzare che il processo generatore dei dati, cioè il "modello vero" del Pil, sia una tendenza deterministica (una retta tirata col righello). Nel caso delle serie di debito e investimento prodotte dall'OCSE si vede a occhio, e un banale test di radici unitarie lo confermerebbe, che la loro tendenza è stocastica (un tema di cui ci siamo occupati undici anni or sono parlando delle passeggiate aleatorie). Questa osservazione tecnica nulla toglie alla validità dell'estrapolazione di una tendenza deterministica come strumento descrittivo, come indicatore di un'anomalia, sia essa la rottura del trend deterministico, o una raffica di shock aleatori prevalentemente al rialzo. Questo però è tecnichese che a pochi di voi non servirà perché sono sufficientemente competenti, mentre alla stragrande maggioranza non servirà perché per loro è arabo (e razionalmente preferiscono dedicare il tempo ad altro).

Il punto più importante è quello di merito. Il risultato che l'OCSE evidenzia non dovrebbe sorprenderci, perché appare come una conseguenza diretta del fatto che il nostro capitalismo finanziario funziona esattamente nel modo descritto da Julie Froud e dai suoi coautori in Accumulation under conditions of inequality, un saggio che mi era servito nell'elaborare Crisi finanziaria e governo dell'economia, e sul cui contenuto vi avevo estesamente riferito in questo post di dieci anni fa.

Cosa dice infatti l'OCSE nel ritaglio che ho riportato? Dice che “invece di finanziare investimenti produttivi [NdCN: acquisti di macchinari, attrezzature, impianti, capannoni industriali, ecc.], una gran parte delle recenti emissioni di obbligazioni private è andata a finanziare operazioni puramente finanziarie come il rifinanziamento di posizioni debitorie e pagamenti di dividendi (o riacquisto di azioni).”

Insomma, esattamente quello che l'articolo di Froud prevede che accada nel cosiddetto coupon pool capitalism:


Ovviamente non vi rimetto qui tutta la spiegazione di come si passi da un capitalismo "produzionista", dove il debito va a finanziare investimenti produttivi, al capitalismo finanziario in cui il debito crea valore per gli azionisti (che si intascano i soldi raccolti a debito) ma non per il sistema economico nel suo complesso (che non beneficia di un effettivo aumento di capacità produttiva a fronte dell'aumento di debito). Chi vuole può rileggersi l'articolo del 2015. Qui mi limito ad andare alla conclusione, che è molto semplice: siccome questo debito non va a finanziare investimenti produttivi, è improbabile che generi un flusso di rendimenti sufficiente a ripagare se stesso (con gli interessi). Più facile che lo si rifinanzi con altro debito, alimentando un gigantesco Ponzi game (e questo è, del resto, uno degli scenari prefigurati da Froud et al., come potrete constatare nel post del 2015). Produzione di debito a mezzo di debito, appunto.

E quindi?

E quindi bisogna fare attenzione: con 40.000 miliardi di titoli di debito pubblico e privato da rifinanziare, e un debito privato contratto secondo le logiche che abbiamo descritto, non si può escludere che la bolla esploda, anche perché il debito che dovremmo rifinanziare entro il 2027 è per lo più debito contratto prima del 2021, cioè nel meraviglioso mondo dei tassi zero sulla cui logica c’eravamo intrattenuti ad esempio qui. Ora, al netto delle motivazioni per cui i tassi erano scesi a zero, e delle valutazioni su quanto sano fosse quel mondo, resta il fatto che ora quel mondo non c’è più, e che quindi da qui al 2027 40.000 miliardi di debito andranno rifinanziati a tassi significativamente più alti, cioè sottoponendo a uno stress significativamente più alto il conto economico delle entità emittenti. Se aggiungiamo che una parte significativa di questo debito non genererà grandi ritorni per i motivi specificati sopra (perché non corrisponde a investimenti produttivi) è chiaro che qualche motivo di attenzione c’è.

Nessun allarmismo, naturalmente (io comunque nel mio ruolo non potrei!), ma al contempo evitiamo la dabbenaggine di chi ci ha predicato la “fine della storia“ o di chi ci ha raccontato che “questa volta è diverso“. No, non è diverso. Purtroppo l’unica correzione efficace delle storture strutturali del sistema sono le rotture di sistema, e questo vale tanto per il sistema finanziario, quanto per il sistema sociale nel suo complesso. Ne parlavo oggi a pranzo a Firenze con uno di voi, uno storico, da cui ho imparato altre cose interessanti. Per oggi, però, accontentiamoci di riflettere su questo QED, che è da un lato conferma del fatto che Froud e i suoi coautori avevano ragione nello scrivere quello che hanno scritto, e dall’altro che io non avevo torto nel dedicare un po’ di tempo a spiegarvelo dieci anni fa e a rispiegarvelo oggi.

Resto  a disposizione per approfondimenti.









mercoledì 19 marzo 2025

Risposte?


Gli amici di RadioRadio sono familiar with the matter e si vede: hanno preso gli spezzoni più pertinenti della risposta del Peggiore. Ai fini del mio godimento personale, questo video sarebbe eventualmente perfettibile solo inserendo lo spezzone che attesta il raggiungimento del mio scopo: quello in cui l’illustre collega, stanato sulla partita tripla, replica con stizza “col permesso del senatore Bagnai” (un pensiero mi ha traversato la mente: “per colpa tua, deputato!”). Magari mi eserciterò a tempo perso con CapCut…

Non volevo comunque la sua risposta, volevo solo fargli del male e la sua insofferenza, la sua balbuzie, hanno odore di vittoria.

Dice: “Ma è importante che abbia ammesso!”

Ma importante cosa? Importante de che!?

Le cheerleader di cotanta viltà (abbiamo, pensavamo,…) non hanno capito le domande, figurati le risposte! Perché per ritenere credibile un simile executioner bisogna essere imbecilli, e non poco, o pagati per non capire, come gli operatori informativi cui ha salvato coi soldi vostri le laute pensioni retributive.

E quindi?

E quindi l’ha detto un economista gigantesco e ve l’ha riferito uno minuscolo: it must be war. Una guerra proporzionata ai Churchill che abbiamo a disposizione: in economia hanno fatto esattamente gli stessi danni del loro predecessore e esattamente nello stesso modo (con un aggancio valutario improvvido al preciso e deliberato scopo di disciplinare i lavoratori). Ma la statura umana ovviamente è diversa: Winston non sarebbe mai venuto in aula a recriminare piagnucoloso e apologetico sul latte versato, non avrebbe mai preferito passare per un apprendista che andava a tentoni, per un dilettante dell’economia, piuttosto che per un willing executioner. Sarebbe stato ugualmente incapace di ammettere un errore, ma con grandeur, non come un Fonzie qualsiasi.Chissà come tanta miseria umana, così apparentemente (ma tatticamente) disconnessa dal principio di realtà, saprà gestire la guerra cui la sua auri sacra fames (per restare a Keynes) ci condanna?

Perché ormai la strada è delineata, con buona pace di quelli che, quando il nostro percorso è iniziato, non ci credevano.

Ricordate?

“Dopo cinquanta anni di integrazione fiscale nell’Italia (monetariamente) unita abbiamo le camicie verdi in Padania: basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania.”

Era l’agosto del 2011, sul Manifesto. Di anni ne sono passati quattordici, da allora, ma questa frase non sta invecchiando malissimo, con un doppio paradosso.

Il primo è che a essere convinti della sua veridicità dovrebbero essere in primo luogo proprio quelli che all’epoca negarono la fondatezza dei miei argomenti e che oggi, confermandosi degli imbecilli, identificano AfD con le camice brune! A loro mandiamo un abbraccio: quando non ce ne sarà più per nessuno, possiamo pensare che si comincerà dagli imbecilli, possiamo cioè illuderci che la guerra agisca sull’umanità così come, secondo gli economisti bravi, un cambio sopravvalutato agisce sull’economia: con un selection effect che colpisce per prime le aziende meno produttive. Chissà, forse il progresso così tormentato ma apparentemente almeno inesorabile dell’umanità è dovuto al fatto che in guerra muoiono prima gli imbecilli, gli uomini meno produttivi di pensiero… Non ne sarei così certo: 15 anni fa volevo mettermi in salvo, ma tutta una serie di considerazioni su cui non mi attardo ci spinsero a non farlo.

E poi in salvo dove?

Il problema naturalmente non è AfD ma il modo in cui il capitalismo regola le proprie crisi di domanda o, se volete, quella che chiamo affettuosamente la caduta tendenziale del saggio della libido. Il nostro problema, insomma, è la mancanza di fantasia del nostro nemico di classe: alla fine la soluzione è sempre quella, la distruzione di capitale fisico e umano. 🍇 non ne aveva distrutto abbastanza: incapace anche in questo!

L’altro paradosso è che io, che all’epoca avevo una visione macchiettistica della Lega (le camicie verdi!), perché questa mi era stata subdolamente instillata dai nemici della democrazia, dagli operatori informativi, che restano i veri responsabili di ogni disastro e di ogni miseria umana cui siamo andati e andremo incontro, oggi milito nella Lega, e contribuisco con le mie poche forze residue a farle dire parole di buon senso, destinate in quanto tali a essere inascoltate e verosimilmente travolte dalla SStoria. Devo quindi riconoscere che il mio giudizio all’epoca era ingeneroso, o, se volete, che avevo (non “avevamo”) sbagliato.

Purtroppo, non mi capita tanto spesso quanto vorrei.

Buona giornata!

(… per inciso, la risposta a tutti quelli che accorati e concitati, spinti dal giustificato allarme che i progetti di unione del mercato dei capitali o di unione del risparmio degli investimenti mi chiedono: “ma allora dove mettiamo i nostri soldi?” è quella consegnataci dalla saggezza secolare della plebe romana: “le casse da morto nun c’hanno saccocce”…)

(… più tardi abbiamo in audizione Elkann: che volete chiedergli?…)

giovedì 1 agosto 2024

A mente fresca

 


Immagino che possiate essere scettici, eppure (non potreste supporlo!) questo testo è una buona occasione per tornare sui temi che qui ci hanno appassionato e ci appassionano. Chi verrà non se ne pentirà, non fosse che per la temperatura...

domenica 17 settembre 2017

La sinistra e l'istruzione

(...fra poche ore ho un concerto a Frascati. Poi proseguo per Pescara, dove, lunedì mattina, inizio un breve corso di quattro ore per quattro giorni sull'analisi delle serie storiche. Penso di partire dalle nozioni elementari sui processi stocastici, e di arrivare, se il Signore mi assiste, allo studio dei filtri lineari nel dominio delle frequenze. Mi sono chiesto se fosse il caso di preparare slides. Mi sono risposto di no. Nel mondo, chi sa fa e chi non sa insegna. All'università, chi sa insegna e chi non sa fa slides. Il flusso ottimale dell'erogazione didattica è quello del gessetto sulla lavagna. Il pennarello già non va bene, è troppo veloce, e troppo colorato. I poveri dottorandi si annoieranno? Fatti loro! Sono il penultimo anello della catena alimentare accademica, e anche se io non sono certo il primo, a loro toccherà subire. Sono proprio curioso di vedere come la prenderanno. Lego questa mia decisione a due fatti recenti. Ieri sera Roberta a cena ricordava l'idea bislacca di diseducare i ragazzi allo studio individuale, commentando che la mossa era politicamente azzardata, perché rendeva evidente la volontà dei nostri governi, da quello dove si distinse Luigi Berlinguer in giù, di distruggere il nostro sistema di istruzione. I nostri politici si lamentano, con lacrime di coccodrillo, del fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all'estero, ecc. A parte che chi li costringe sono loro, i politici, con le loro scelte dissennate - questo blog nacque per denunciarle - il punto è che fra un po' giovani migliori non ce ne saranno più: un anno di istruzione superiore in meno, niente compiti a casa, presidi sceriffo e precariato diffuso, programmi infestati dalla propaganda (Giulia inizia studiando l'identità europea!) e scritti dai pedagoghi diversamente ligi al fisco dell'OCSE (vi pare normale che al linguistico - o anche a ragioneria - si studi analisi matematica? Quella è roba da scientifico, cari...). Questa è una aggressione coordinata e continuativa a un modello che funzionava, perché insegnava a pensare, e perché portava i nostri studiosi in posizioni di eccellenza non solo scientifica ma anche accademica in tutto il mondo. Perché la sinistra vuole distruggere la nostra cultura? Parte della risposta temo sia nel post precedente: per gli stessi motivi per i quali è passata da una giusta, vibrante difesa dell'indipendenza nazionale, a una squallida, gesuitica subalternità a potenze straniere. Essere indipendenti significa in primo luogo pensare con la propria testa: e per poterlo fare, occorre essere avviati all'uso di quello strumento critico che il capitalismo massimamente teme: il libro senza figure. Se solo oggi un pedagogo capisce cosa io abbia inteso, sottolineandovi per anni l'importanza di questo strumento, devo pensare che la maggior parte di voi non lo abbia ancora capito e non lo capirà mai...)




Stefano Longagnani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La retorica dell'eccellenza":

Prendo spunto dal post su Facebook, dove a proposito di questo post Alberto scrive «oggi niente grafici», per condividere con voi una (tarda e triste) illuminazione.

Oggi su Amazon ho letto un commento di uno studente universitario, tale Rob, che recensiva un testo di storia che ha acquistato, indicatogli come testo di studio dal proprio professore.

E leggendo ho capito. Ho finalmente capito l'insistenza di Alberto sui " libri senza figure".

Lo studente nella sua recensione ha assegnato un giudizio pessimo al testo d'esame soprattutto perché «E' quasi assente un qualsiasi tipo di aiuto mnemonico(riassunti, schemi, linee del tempo, esercizi)e le cartine sono poche e in toni di grigio (!)» (il punto esclamativo tra parentesi e la mancanza di spazi sono nell'originale). E ha ribadito che tale libro «come manuale è decisamente sconsigliabile (opinione condivisa da tutti gli studenti universitari con cui mi è capitato di parlarne)», ma che «il libro non è pensato come manuale, ma per come testo per lettori interessati alla materia» (errori già presenti nella recensione originale).

Capite?!

Non si tratta di un testo idoneo allo studio, dato che è scritto per lettori "interessati"!

Questi poveri ragazzi sono talmente abituati ai libri scolastici odierni, pieni zeppi di premasticati "aiuti mnemonici", che si abituano alla presenza di tali "aiuti". E senza tali "aiuti" fanno fatica ad approcciare un libro "senza figure". Arrivano a considerare tali aggiunte un supporto INDISPENSABILE al "proprio" pensiero, non accorgendosi che di "proprio" nella loro testa rischia di non esserci più nulla.

Non si rendono conto di aver studiato per anni su riassunti, schemi, mappe, ecc. elaborati da altre teste, non dalla propria.

Infatti i riassunti, gli schemi, le mappe concettuali già a disposizione, oltre ad effettuare una selezione del materiale secondo i criteri di chi li crea, inibiscono la capacità di ragionare con la propria testa, proprio perché esternalizzano il pensiero, e quindi dispensano dallo scegliere ciò che è importante ricordare e collegare.

Senza individuare autonomamente i concetti chiave, senza evidenziare da sé le relazioni che li legano e quindi senza produrre in proprio i supporti alla memorizzazione (ed alla comprensione), il pensiero critico semplicemente non c'è.

...

Pev non pavlave delle cavtine in scala di gvigi...! Che ovvove!


Postato da Stefano Longagnani in Goofynomics alle 17 settembre 2017 10:19



(...bravo, Stefano, bravo: meglio tardi che mai...)

sabato 21 novembre 2015

La bustineide (ovvero: aridatece Boldrin!)

Premessa: il capitalismo ha bisogno delle sue Pearl Harbor. Se sei marxista come Vlad Tepes dirai che servono a distruggere capitale, onde rialzare il saggio di profitto (nessuno è neoclassico quanto un marziano); se sei keynesiano, dirai che servono a fare la cosa giusta (politiche di bilancio espansive) nel modo sbagliato (bombardando qualcuno).

Attiro la vostra attenzione sul fatto che nessuno sta dicendo che l'unica cosa da fare sarebbe monetizzare il deficit, cioè abolire il "divorzio" fra Tesoro e Banca centrale. Questo è l'unico modo di sostenere la domanda con effetti espensivi su output e prezzi sufficientemente ampi e rapidi. Ma si sa, il divorzio è un diritto civile, quindi è "de sinistra" per definizione: per questo a sinistra si inventano qualsiasi cosa pur di non abolirlo. Anche quelli mediamente lucidi, tipo Wren-Lewis, parleranno di "helicopter money" (dimenticando che se usi il linguaggio del nemico hai già perso), o di "QE for people", e ti faranno così capire da che parte stanno: dalla parte di chi vuol dare "ar popolo" una mancetta (via banca centrale o via reddito della gleba), anziché un lavoro.

Vedrete: fra un paio di anni lo diranno tutti, e, come al solito, voi saprete perché.

Comunque, sia come sia, adesso il capitalismo la sua ricorrente Pearl Harbor l'ha avuta. Il modo per ottenerla è, naturalmente, sempre il solito: abbassare la guardia (qui). Fatto sta che io sono sempre in giro: a inizio mese ero, come sapete, a Rouen, ed ero partito con un solo bagaglio a mano, corredato da quei simpatici ammennicoli che distinguono l'uomo dalla bestia: deodorante, dentifricio, et similia, amenamente riposti nel bagaglio, senza alcuna bustina di plastica né altro. In teoria, avrebbero dovuto buttare tutto. In pratica, no. Perché io penso positivo, e perché la guardia era bassa. Tant'è che io, che sono umano e curioso, all'ultimo passaggio alla sicurezza di Fiumicino chiesi: "Ma com'è che oggi va tutto così liscio?" Risposta: "I livelli di allarme dipendono dalle destinazioni".

E Parigi era un luogo sicuro, come i fatti hanno dimostrato.

(...per i coglioni: non sto dicendo che i terroristi volano con EasyJet...)

A Pearl Harbor avvenuta, riparto per Parigi per un giorno con bagaglio minuscolo, e disposto a stivarlo per non avere rotture di cazzo ai controlli. Tuttavia, dato che il volo è in ritardo, una volta in aeroporto cerco di capire se posso portare il bagaglio in cabina, per non perdere tempo all'arrivo. Prevedendo una certa suscettibilità della security (porta sprangata a buoi scappati, secondo la migliore tradizione), cerco le mitiche "bustine di plastica trasparente sigillabili"...


Canto primo
Mi accosto al desk Vueling e alle sue splendide bigliettaie, e chiedo: "Scusate, so che non è compito vostro, ma... potreste dirmi dove trovo le famose bustine? Altrimenti mi tocca stivare un dentifricio". (la scusa più stronza...). Ed esse benignamente mi rispondono: "Veramente noi non sappiamo nulla, ma dovrebbe averle la security, dietro l'angolo".

Nota: sono anni che non vedo (e quindi non lo vedete nemmeno voi) distribuire bustine dalla security.

Giro l'angolo, e trovo le malebolge. Di bustine nemmeno l'ombra: una fila di dannati in coda verso il metal detector. A questo punto mi rassegno e procedo a stivare.

Canto secondo
Al check-in: "Signore, questa è la fila per la priority". E io: "Guardi che sono in priority: paga il Parlamento Europeo". Poi mi accosto, e dico: "Scusi, ma le famigerate bustine? Se non le trovo, devo stivare un bagaglio 10x20x30. Non mi sembra razionale". E la giovine: "Noi non le abbiamo, forse potrebbe averle la Feltrinelli, al piano di sotto." E io, dopo aver apprezzato fra me l'involontaria ironia consistente nell'associare il nome di Feltrinelli a delle operazioni di sicurezza, constato: "Sì, forse potrebbe: ma se poi non ce le ha, io come minimo mi faccio due volte la coda, e come massimo perdo il deodorante, che è una cosa utile. Possibile che non ci sia un distributore, qualcuno, qualcosa che le dia? Più in generale: possibile che uno debba perdere tutto sto cazzo di tempo perché un simpatico buontempone ha deciso di ricongiungersi con Allah?" E lei: "Mi dà un documento?" E io: "Volentieri!"

(...volentieri è scritto in una singola riga, quindi non si può leggere fra le righe. Tutto questo con un meraviglioso sorriso. Ah, a proposito: cara Vueling, il tuo nome è "mai più"!...)

Canto terzo
Stivato il microbagaglio, rigiro l'angolo, e trovo una piacente vigilante (la mia giornata fortunata). Con il mio miglior sorriso, deferente, moderatamente ammirato (ma sotto la soglia del viscido), cordiale (da "core", vedi alla voce L. Reichlin), chiedo: "Scusi, a me servirebbero le famose bustine. Secondo lei, dove posso trovarle?" E lei: "Ma, in teoria dovrebbero averle al banco del check-in, oppure ci dovrebbe essere qui uno prima dell'ingresso." E io: "La ringrazio. Sa, sono un ricercatore, a me le teorie appassionano molto. In pratica ho stivato il bagaglio". Sorriso di solidarietà, ciaone, e coda.

Canto quarto
A metà della file, controllo del boarding pass (questo lo scrivo così per Fausto: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché). Al simpatico giovine dal capello alla moda chiedo: "Ma scusi, per curiosità, le bustine famose, chi dovrebbe averle?" E lui: "Ma, secondo me le trova al banco delle informazioni". E io: "Grazie!"

Rasserenato, comincio a intravedere una logica: forse, se avessi chiesto l'informazione alle informazioni, avrei avuto la bustina. Ma in realtà la composizione di questo delirio in una superiore razionalità arriva nel prossimo canto.

Canto quinto
Arrivo alle vaschette: tolgo cintura, apro borsa PC, ecc. (mentre il pirla davanti a me cerca la carta d'imbarco, della quale evidentemente non aveva intuito la ratio - da pronunciare, naturalmente, rescio). Approfittando di questo contrattempo, chiedo al baldo giovine dal capello non alla moda: "Ma scusi, giusto per sapere: le famose bustine, nelle quali in teoria dovrei mettere anche l'alimentatore del PC, in pratica dove le avrei dovute trovare?" (notate che formato dalle precedenti esperienze separavo accuratamente il livello teorico da quello pratico).

Risposta: "Ma guardi, veramente non servono a niente: basta che tiri tutto fuori".

E io: "Lo avevo sospettato: la settimana scorsa mi sono imbarcato al terminal 2 con pochi liquidi, ma rigorosamente in valigia, e non hanno detto niente".

E lui: "E a Parigi?"

E io: "Nemmeno a Parigi. Ma siccome poi è successo tutto sto casino, temevo che oggi voi voleste rendervi utili".

Ri-ciaone, e passaggio sotto il metal detector, che fischia per colpa delle Church (ste cazzo di scarpe extra-Eurozona...). Passo scalzo e procedo verso la "lange".

Morale
La morale è semplice. Voi Michele non l'avete saputo capire. Aveva ragione lui (solo in questo): come minchia si fa a vivere in un paese che detta regole, senza che vi sia un enforcement deterministico (ho detto enforcement per Fausto, ancora una volta), ma solo uno sporadico e aleatorio controllo, e senza che si sia messi in condizione di rispettarle? Se gli stessi controllori ti dicono che le regole non servono a una beneamata faba (è latino), capisci bene che tanto lontano non si andrà.

Dopo di che, ovviamente Michele, che è un intenditore (e ce ne siamo accorti), ha torto su tutto il resto.

L'unico modo di ovviare a una crisi di domanda con politiche dal lato dell'offerta è distruggere sufficiente offerta. Questo lo ricordo, con tanti auguri e un sorriso affettuoso, agli imprenditori che difendono l'euro. Quando schianterete (perché schianterete) sulla vostra tomba non ci sarà il mio fiore, ve lo dico subito: io nel mercato ho fiducia, quindi non contesto le sue decisioni. Se schianterete, vorrà dire che ve lo meritavate, e io il perché lo so. Perché mediamente vi credevate leoni, e invece eravate qualcos'altro: quello che pensavate fossero i tanti vostri colleghi che avete visto schiantare senza esprimere un minimo non dico di solidarietà, ma di preoccupazione.

Allo Stato dovreste chiedere di pagarvi "stampando moneta", come dite voi. Invece gli chiedete di scomparire. Ottima scelta: siete pesci piccoli, tolto di mezzo lo Stato i pesci grossi vi mangeranno.

Ecco: bisognerebbe che il vivere in un paese kafkiano (quello che la bustineide descrive, quello dove le cose dipendono sempre da un altro, e i controlli si fanno a simpatia...) non ci facesse mai perdere di vista il quadro generale.

Noi siamo qui per non perderlo di vista...

(...e ora qualcuno - lei sa chi è, lei sa perché, lei sa cos'è - andrà dall'ultimo dei moicani, Dal chiodo al computer, a comprare le cazzo di bustine, perché la prossim volta ritardo non si aggiunga a ritardo. Ringrazzziando anticipatamente...)

(...la mia allergia nei confronti della mia professione ha raggiunto livelli preoccupanti. Ormai mi stanno talmente sul cazzo tutti, che alla fine mi torna simpatico Boldrin. Ho fatto il giro...)