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giovedì 11 dicembre 2025

La Cina e le leggi sul grano

Sugli operatori informativi mi sono espresso più volte. Da politico è meglio che non lo faccia, ma continuo (silenziosamente) a ritenerli gli assassini della nostra democrazia. Come si fa però a volergli male? Non passa giorno senza che ci regalino momenti di ilarità che per essere involontaria non è meno genuina. Qualche giorno poi la nota agenzia ha superato se stessa, raggiungendo un picco di analfabetismo funzionale che mai avremmo ritenuto potesse essere attinto.

Vediamo che cosa è successo. Il 7 dicembre scorso il nostro amico Emmanuel aveva minacciato la Cina di imporle dei dazi se questa non si fosse adoperata per ridurre il suo gigantesco surplus nei confronti dell'Eurozona. Lo ha fatto in un'intervista al Sòla francese, che si chiama Les Echos, e che trovate qui:


e il cui contenuto è difficilmente equivocabile:


L'Unione Europea ha un gigantesco deficit commerciale di oltre 300 miliardi l'anno nei riguardi della Cina e quindi Macron auspicava che la cosa si potesse sistemare con le buone maniere, o altrimenti sarebbero dazzi.

Articolo pubblicato alle 9:04, ripreso nel modo seguente alle 12:07 dai nostri agenti all'Avana (svegli!):

dove non vi sfuggiranno due assurdità. La prima, che Macron, per quanto sia uno zombie, è lucido, e quindi non ha parlato del deficit della Cina con l'Unione Europea, perché non c'è, ma dell'esatto contrario: del deficit dell'Unione Europea con la Cina o, se volete, del surplus della Cina verso l'Unione Europea.

"E vabbè, deficit, surprus, ma che tte frega? Basta che sse capimo!"

(immagino così, con quel velo di disincanto cialtrone che il romanesco inesorabilmente conferisce, il nostro aspirante Pulitzer).

Eh, no! Non basta "che sse capimo", caro operatore informativo, direi proprio che non basta, per almeno tre ordini di motivi.

Primo, perché a Montesilvano abbiamo appreso da Thomas Fazi quanti milioni ciucci ogni anno all'Unione Europea (cioè alle nostre tasche) per (dis)informarci, e quindi visto che paghiamo vorremmo un po' di qualità (pago preténdo, dicono nella culla del partito in cui mi onoro ecc.).

Secondo, perché chi si impanca a giudice del tribunale della verità poi deve dire la verità, o subire la sanzione del ridicolo.

Terzo, perché non è tollerabile che chi informa sui fatti economici sia così ignorante non dico di economia, ma di logica elementare! Scusate tanto, eh! Ma facciamo finta per un attimo che le cose stiano come dite voi, fonte autentica e incontestabile della Notizia con la "N" maiuscola, e che veramente Pechino abbia un deficit commerciale verso l'Unione Europea, cioè compri da noi più beni di quelli che noi compriamo dalla Cina. Ma scusate: avrebbe un senso chiedere a “Pechino” (e perché non a Shanghai?) di rimediare a questa situazione per noi favorevole? Ma lo connettete il cervello alle dita quando scrivete? Evidentemente no, ed è grave, ma ancora più gravi sono i motivi ideologici di questa svista, che derivano dall'aver creduto a una favoletta che da tempo vi abbiamo sentito diffondere: quella secondo cui i Paesi "virtuosi" dell'Unione Europea sarebbero in surplus con la Cina (che quindi sarebbe in deficit con loro), a differenza di noi pezzenti del Sud che saremmo in deficit con la Cina perché incapaci di sostenere le sfide della modernità e della globalizzazione. Ne deriverebbe, peraltro, che la crisi del modello tedesco non deriverebbe dalle suicide politiche di austerità che hanno distrutto il mercato interno (e quindi dalla Germania), ma dal fatto che la Cina ha preso il sopravvento: quindi "avrebbe stato" la Cina a mettere in crisi la virtuosa Germania.

Questa solenne puttanata notevole imprecisione fattuale fu oggetto, a suo tempo, di un mio commento salace all'indirizzo della seconda Reichlin (il primo è Alfredo e il terzo è lui), ma ho potuto constatare con qualche raccapriccio che nonostante che i fatti la smentiscano, la suadente favoletta ha fatto breccia anche nelle menti di chi una mente ce l'ha. E allora vediamo un attimo come stanno le cose, cominciando con l'aggiornare il grafico del 2012, cioè questo qui:


che all'epoca commentavamo così:

"Su questa parete vedete il surplus della Germania con la Cina, rappresentato dal tratto verde, che è sotto l’asse delle ascisse e quindi è un deficit, come ogni “surplus” negativo. L’autore – la Germania – ha voluto rappresentare in questo dipinto l’inanità del proprio sforzo di competere con un popolo che vanta un anticipo di tre millenni di civiltà. Questa impotenza è plasticamente rappresentata nella parte destra del dipinto, che sembra mostrare un parziale successo teutonico. La débâcle del saldo, che stava precipitando dal 2003, sembra sperimentare nel 2009 una parziale, tardiva resipiscenza: si torna su! Ma l’autore, lucido, impietoso ed implacabile, ci mostra quanto ingannevole sia questo apparente successo, a suo tempo strombazzato dai Tafazzi di tutto il mondo, e ce lo mostra nella parte superiore del grafico. L’inversione del saldo non è dovuta, oh no!, ad un’accelerazione delle esportazioni tedesche (spezzata blu) nel 2009, magari dovuta a investimenti in ricerca e sviluppo o a riforme del mercato del lavoro (tanto per ricordare i mantra tafazziani che aleggiano in altri blog). No, essa è dovuta a un crollo delle importazioni (spezzata rossa). Il critico Bodoni Tacchi (to the happy very few) ci ricorda che in quell’anno il Pil tedesco crollò del 5%. Non è strano che crollassero le importazioni, conciossiacosaché laddove te ttu meno guadagni, e tte ttu meno hai da spendere e spandere per l’universo mondo. Come non è strano che col ripristino di condizioni quasi normali la Germania abbia ricominciato a scivolare inesorabilmente verso il basso. Un senso di inesorabilità che l’autore riesce a rendere con tre soli tratti di matita, in un’opera geniale quanto profetica, nel suo anticipare lo spettacolo di Angela con la coda fra le gambe alla corte dei mandarini”.

Bene. vediamo che cosa è successo nel frattempo. Pare sia successo questo:


La Germania ha avuto un (esiguo) surplus nei riguardi della Cina in tre occasioni: nel 2014, a causa di un vistoso crollo delle importazioni, nel 2018 e nel 2019. In tutti gli altri anni il suo saldo è stato negativo. Credo quindi che nel parlare della Germania si faccia un po' di confusione fra esportazioni lorde e nette: è vero che quelle lorde (la spezzata blu) hanno cominciato a perdere catastroficamente terreno solo nel 2022; ma non è vero che quelle nette siano mai state significativamente positive. La Germania è sempre stata sostanzialmente in deficit con la Cina, e come lei le altre maggiori economie europee:


e incidentalmente faccio notare che al gioco della Cina i più bravi a giocare siamo noi, visto che tendenzialmente eravamo, e siamo tornati, quelli con il minor deficit (se escludiamo l'exploit tedesco del 2012-2019).

Ricordo che quello che conta in termini di impulso alla crescita sono le esportazioni nette, perché se le esportazioni sono domanda per i beni nazionali, le importazioni sono domanda per i beni esteri, sono cioè una dispersione dal circuito del reddito nazionale che va a creare occupazione e valore (Pil) nel resto del mondo. Diciamo che quando le è andata bene, la Germania con la Cina ha pareggiato. Certo, ridurre il contributo negativo della Cina alla crescita tedesca per la Germania è stato comunque un dato positivo, ma anche una strada che, per essere obbligata (dopo la distruzione del mercato unico a botte di austerità) non si è rivelata meno impervia (altrimenti avremmo visto dei sirplus significativi). Questo pro veritate, e così ci siamo sbarazzati (vorrei sperare definitivamente) di una stucchevole favoletta.

E le leggi sul grano?

Le corn laws sono ben note agli studiosi di economia: si trattava di provvedimenti che nel 1815 misero un dazio sul grano importato in Inghilterra allo scopo di proteggere i redditi dei proprietari terrieri. Sapete anche che David Ricardo si scagliò contro di loro, perché rappresentava gli interessi della classe manifatturiera che, se fosse stato possibile importare grano estero a buon mercato, avrebbe potuto pagare di meno i lavoratori, espandendo la propria quota di profitti. Che ci crediate o meno, agli imprenditori non interessava che il povero operaio trovasse il pane a buon mercato: li interessava maggiormente poter pagare di meno il povero operaio, senza che però questo ci rimettesse le penne!

Si chiama legge bronzea dei salari.

Come sapete, alla fine vinsero gli industriali e nel 1846 i dazi vennero tolti. Non sarete stupiti nell'apprendere che siccome lo scopo del gioco non era pagare di più gli operai, ma eventualmente pagarli di meno, nessuno di questi due shock legislativi lasciò particolari tracce nella serie del salario reale. Ci aspetteremmo in teoria una diminuzione o stagnazione di quest'ultimo all'introduzione dei dazi, per effetto dell'aumento del "carrello della spesa" (costo della siasistenza), e un decollo dopo il 1846, per effetto della diminuzione del prezzo del grano e naturalmente dell'aumento della produttività (ça va sans dire). Mi sono cercato qualche studio (se ne trovate altri sono bene accetti) e pare che le cose non siano andate esattamente così.

Crafts, N. F., & Mills, T. C. (1994). Trends in real wages in Britain, 1750-1913. Explorations in Economic History, 31(2), 176-194, giungono alla conclusione che:


cioè che le cose sono andate più o meno così:


e come vedete né l'imposizione né la rimozione dei dazi sul grano marcano un cambiamento strutturale rilevante nella serie del potere d'acquisto dei lavoratori inglesi dell'epoca (60 significa 1760, 80 significa 1780, e via così). La materia è aperta al dibattito, va da sé, ma, vi chiederete voi: "E a noi che ce ne frega degli operai inglesi del XIX secolo, tanto più che stavamo parlando di Cina?"

Ma benedetti ragazzi, devo spiegarvi proprio tutto? Non stavamo parlando di Cina: stavamo parlando di dazi, dazi su prodotti a buon mercato importati.

Ci siamo? Beh, se ancora non ci siete arrivati, vi aiuta questo nostro nuovo amico Lycan:


e così vedete che non c'è nulla di nuovo sotto il Sole. La paccottiglia cinese sta al proletario terziarizzato odierno come il grano statunitense o ucraino stava al proletario del manifatturiero inglese nel XIX secolo!

Si capisce così l'attrazione fatale del progetto europeo per la Cina! La Cina non serve a esportare di più, ma a importare di più!

Chiarisco.

Un progetto intrinsecamente basato sulla deflazione salariale necessita da un lato di importare manodopera a buon mercato per contenere le pretese degli autoctoni: ve lo dice qui al minuto 24 uno che se ne intende:

ma dall'altro, una volta “disciplinati” i salari con le “risorse” o con la flessibilità, abbisogna di paccottiglia a buon mercato per evitare che la compressione salariale risulti nell'inedia (reale o figurata) dei lavoratori! Il libero scambio viene predicato in nome della sovranità del consumatore, cui si promette sussistenza a buon mercato, ma viene praticato in nome della sovranità del capitale, che aumenta i propri margini inseguendo il lavoro a buon mercato.

Qualcuno potrebbe trovare fuori luogo il riferimento alla legge bronzea dei salari, e in qualche modo potrei anche essere d’accordo. Faccio però notare un dettaglio: certo, ora un tozzo di pane ce l'hanno tutti, la sussistenza di per sé è raramente un problema, ma siccome tutti hanno anche un'istruzione (con la possibile eccezione degli utenti Twitter), controllarli è più difficile, quindi devi imporgli lo smartphone, per dirne una, e molti possono permettersi solo quello de “lu cinesə” (come lo chiama il mio amico Giustino). Con l'auto elettrica, poi, abbiamo incautamente creato un altro bisogno che solo la Cina potrà soddisfare. Il discorso potrebbe essere sviluppato ulteriormente, e mi affido alla vostra fertile fantasia, limitandomi ad un'osservazione: capite perché un Paese che, come la Germania, affida il suo successo di esportatore alla deflazione salariale, non può non essere un importatore netto da un Paese come la Cina, dove la forza lavoro è ancora a buon mercato?

Il reale, a differenza degli operatori informativi, è razionale!

Sarebbe naturalmente meglio adottare un modello di crescita wage-led, affidando al cambio , anziché ai salari, l'ammortizzazione degli shock macroeconomici, ma questa felice evoluzione non è dietro l'angolo, nonostante le belle parole di Trump e di Musk, che forse hanno capito che cosa vogliono dall'Europa, ma sicuramente non hanno ancora espresso chiaramente il motivo per cui non possono averlo.

Ma di questo parleremo in altra sede: intanto, godiamoci l'atmosfera piacevolmente dickensiana di questa nuova rivoluzione industriale. Un eterno ritorno dell’uguale la cui lettura è preclusa ai progressisti, cioè agli sciocchi che ideologicamente negano che nel passato possa esserci qualcosa da imparare.

E invece c’è, oh, se c’è!…

martedì 4 novembre 2025

Meno quattro: "noi credevamo..."


(...ieri a Pollutri, in un'atmosfera serena e costruttiva, con oltre un centinaio fra militanti Lega e operai del distretto Val di Sangro. Un'occasione per mettere i puntini sulle "i". Sempre grazie a durezza del vivere, che da otto anni a questa parte ci ha aperto gli occhi su tante cose. Lo vedremo, appunto, al #goofy14...)

(...P.s.: la slide su chi ha votato cosa ve la metto qui, perché secondo me è utile per farsi un'idea:


e il foglio Excel ve lo ingrandisco qui:


perché voglio bene ai vostri occhi, ricordando che il codice colore è quello dell'aula: verde favorevole, bianco astenuto, rosso contrario. I risultati sono cromaticamente controintuitivi, per chi crede ai giornali: la Lega è molto rossa e il PD molto verde! Seguitemi per altri trucchetti!...)



 

lunedì 14 aprile 2025

Ancora sul declino

Ricordate il "grafico della vergogna", quello presentato al #goofy4?

Ve lo riporto qui:

Qualche giorno fa Branko Milanovic ha twittato un grafico simile:


dove le differenze sono due: il riferimento è il Pil mondiale, e viene aggiunta la Polonia. Il messaggio però è lo stesso: il punto di arresto del recupero e quello di inizio del declino grosso modo coincidono.

Mi è venuta voglia di ripetere l'esercizio, e l'ho fatto usando i dati dei World Development Indicators:


Qui si vede in effetti una differenza fra il rapporto al Pil pro capite mondiale e a quello dell'Eurozona. Rispetto all'Eurozona l'arresto (il punto di massimo relativo, quello dove si arresta una lunga serie di crescita) è nel 1988, mentre rispetto al Pil mondiale leggermente dopo, nel 1992; di converso, l'inizio del declino, cioè l'altro punto di massimo relativo (quello dove inizia una lunga serie di decrescita) è nel 2001 in entrambi i casi.

A questo punto, visto che qui desideriamo stare ahead of the curve e che eravamo stati autorevolmente raggiunti, mi è venuta voglia di fare un passo avanti, che sicuramente anche altri avranno fatto da qualche parte, calcolando il rapporto fra il Pil dell'Eurozona (EMU sta per Economic and Monetary Union) e quello mondiale. Il risultato è questo:

e si vedono alcuni dati interessanti: ad esempio, per l'Eurozona il periodo dello SME credibile (dal 1987 in poi) è un momento di grande accelerazione, mentre noi in quel periodo ci fermiamo, il che significa, in sostanza, che la Germania all'epoca ci guadagnò più di quanto noi ci perdemmo, o almeno così sembra. Al contempo, anche l'Eurozona è in declino dall'inizio del secolo, con un massimo relativo nel 2001.

Sembrerebbe di poter dire che quello che ha fatto il male delle parti non abbia fatto il bene del tutto.

Prevengo un'obiezione (in realtà, ce ne sono varie: anche se il 2002 è stato il primo anno in cui abbiamo avuto l'euro in tasca, è pur vero che i tassi di cambio fra valute europee erano fissi irrevocabilmente dal 1999 e sostanzialmente dal 1997, ad esempio): nel 2001, più esattamente l'11 dicembre, è successa anche un'altra cosa, l'ingresso della Cina nel WTO:


Indubbiamente un evento che ha segnato un incremento del peso della Cina nelle relazioni commerciali, e di conseguenza nella distribuzione del Pil mondiale:


Un fattore confondente non da poco, ove si vogliano accertare le responsabilità della moneta unica, e della conseguente necessità di una guerra fratricida sui salari fra Paesi dell'Unione Europea, nel declino che abbiamo documentato.

Restano due considerazioni: la prima è che la progressione della Cina era iniziata prima del nostro declino, e che gli Stati Uniti, nonché il resto del mondo, hanno "tenuto botta" molto meglio di noi rispetto a questa progressiva affermazione della Cina, il che significa, in tutta evidenza, che noi ci abbiamo messo del nostro dotandoci di istituzioni che ci hanno reso più fragili, non più forti, nel panorama della globalizzazione.

La seconda è che, per quel che mi riguarda, io non ho particolarmente voluto né l'ingresso dell'Italia nell'euro né l'ingresso della Cina nel WTO, e non mi sentii all'epoca particolarmente coinvolto in un dibattito circa l'opportunità di favorire questi ingressi. Semplicemente, queste cose accaddero, e solo un ristretto numero di esperti si pose qualche domanda (e fra questi non c'ero io, che all'epoca ancora non mi occupavo di Cina e non partecipavo al dibattito pubblico, né tanto meno potevo ambire a crearlo ove non ci fosse, come poi fu dieci anni dopo).

Resta il punto che forse l'ultimo grafico ci spiega meglio di tanti discorsi quello che sta succedendo oggi (si veda ad esempio l'intervista del da voi vituperato Giorgetti su Libero), e che se continuiamo così fra una ventina d'anni il nostro peso sul Pil mondiale sarà ampiamente sotto la doppia cifra.

Ci saremo condannati all'irrilevanza: il "gigante economico, nano politico e verme militare" sarà diventato un nano economico per essere stato un verme politico (ovviamente restando un verme militare).

Sipario!

(...e buona giornata!...)

sabato 12 aprile 2025

Ma abbiamo anche dei difetti!


“Io più chiaro di così non lo so dire” (cit.), ma “mi verrebbe da dire” (cit.) che gli sforzi di chiarezza fatti a beneficio di chi le cose non vuole capirle sono sempre utili a chi li fa ma mai a chi li riceve! 😉

Dichiaro aperta la discussione generale, ma abbiate pazienza perché devo tornare di corsa a Roma e quindi non potrò partecipare per le prossime due o tre ore.

(…grazie a marco per averci segnalato il perspicuo Miran…)




mercoledì 22 gennaio 2025

La (de)globalizzazione

Scusate, un post rapidissimo, perché fra un po’ sono in onda da Borgonovo, solo per mettere in evidenza un’osservazione forse non molto originale che ho fatto in risposta a Sergio Giraldo in un post precedente. Cresce l’inquietudine per il surplus estero cinese, che comunque solo recentemente è tornato sopra a quello tedesco. A me sembra abbastanza ovvio che se un Paese viene trasformato nella fabbrica del mondo, i beni poi da quel Paese devono in qualche modo uscire! In altre parole, chi ha visto nella globalizzazione l’opportunità di sfruttare una manodopera civilizzata e a basso costo come quella cinese (specifico subito che è un “chi” collettivo, non è un complotto ma lo spirito dei tempi) ha anche voluto regalare alla Cina una posizione di esportatore netto di beni e quindi di capitali. Sotto questo profilo, il ribilanciamento del modello di sviluppo cinese dalla domanda estera a quella interna è più mitologico che logico, perché non puoi pensare che la produzione della fabbrica del mondo sia assorbita dalla domanda di un pezzo, per quanto grande, di mondo. Aggiungo che questo particolare modo di risolvere il conflitto distributivo (delocalizzare dove i lavoratori costano di meno) ha anche posto le basi per regalare a un paese che era eccezionalmente rimasto indietro (eccezionalmente in termini storici, perché, come sapete, negli ultimi due millenni, la Cina ha contato più o meno sempre per circa un terzo del Pil mondiale) l’opportunità di un rapido recupero, regalandole di fatto le nostre tecnologie, nelle quali non ha faticato a  contenderci posizione di leadership. Se è successo ci sarà un perché, probabilmente non poteva andare in modo diverso, ma non dobbiamo stupirci di quella che è una conseguenza logica del modo in cui abbiamo organizzato i nostri rapporti sociali di produzione su scala internazionale. Inutile dire che fra le tante contraddizioni della sinistra c’è quella di aver sostanzialmente avallato questo tipo di processo storico che, fra le varie esternalità negative, ha anche quella di costringere a spostare da una parte all’altra del globo, con tecnologie di trasporto piuttosto inquinanti, una quantità di beni che magari potrebbero essere prodotti in patria, ovviamente se si decidesse di non giocare la corsa al ribasso dei salari. Ma la sinistra, che si è acquistata un salvacondotto vendendo la pelle dei proletari, cioè rinunciando a difenderne il salario (ricordavamo nel post precedente la triste storia degli accordi di luglio), non si è resa conto che, così facendo (cioè avallando la globalizzazione/delocalizzazione in un afflato di cosmopolitismo borghese), poneva le basi per togliere a questi proletari anche il lavoro! L’inquinamento da mezzi di trasporto (e non parlo delle utilitarie diesel Euro 6, ma del grande traffico marittimo) è in effetti uno dei presupposti della delirante rivoluzione green in nome della quale si sta perpetrando la deindustrializzazione dei nostri Paesi. Non stupisce quindi che oggi la sinistra preferisca sorvolare su questa contraddizione fondamentale, dichiarando Musk nemico del popolo ed ergendosi a paladina di pregevoli minoranze arcobaleno (che con Musk sono tutt’altro che in contraddizione)!

La vocazione maggioritaria è solo un ricordo, come lo è la difesa del salario.

RIP.





domenica 5 gennaio 2025

#hastato Lacina! I Kindersoldat e la crisi dell'Eurozona

Su queste pagine ci siamo spesso divertiti osservando i trucchetti da fiera paesana utilizzati dagli economisti "laureati" per mistificare il ruolo dell'economia cinese nelle dinamiche dell'economia mondiale. Ai poveri "Bocconi boys" qui è sempre andata male, perché l'economia cinese, insieme alle dinamiche del debito nei Paesi in via di sviluppo (e quindi nei Paesi europei, per i motivi esposti da De Grauwe qui), è stata uno dei miei campi di specializzazione (ad esempio qui).

Una delle mistificazioni più in voga all'epoca in cui scrivevo i miei papers sulla Cina consisteva nel presentare i saldi delle bilance dei pagamenti di Cina e Stati Uniti in rapporto ai rispettivi prodotti interni lordi. Siccome il Pil cinese era notevolmente inferiore a quello statunitense, adottando questa metrica emergeva un quadro allarmante:


da cui sembrava che la Cina, con il suo surplus mostruoso, fosse il motore primo degli squilibri globali.  "#hastatoLacina!", ragliavano un po' ovunque colleghi a disagio con l'economia quantitativa.

In realtà, come vi spiegai qui tre anni or sono, questa rappresentazione era artatamente distorta. Per analizzare il ruolo dei tre poli dell'economia globale (Usa, Cina, Ue) sugli squilibri globali di bilancia dei pagamenti bisognava usare una metrica comune, e i rispettivi Pil non lo erano per l'ovvia ragione che erano diversi!

Un quadro più veritiero emergeva riportando i dati in miliardi di dollari:


(o, volendo, in percentuale del Pil mondiale). Da questa rappresentazione si vedeva che lo squilibrio maggiore e precedente era il deficit della potenza imperiale (come è anche corretto che sia, visto che essa per definizione e in virtù del suo ruolo importa strutturalmente capitali).

Oggi sta circolando una narrazione fasulla della crisi dell'Eurozona che in parte si basa sullo stesso tipo di artifizio. Prima di esporvela, vi ricordo che la narrazione corretta l'avevamo avuta fin dall'inizio (qui e) da De Grauwe:


(correva l'anno 2012). In De Grauwe c'era quasi tutto, tranne quello che all'epoca vedevamo solo noi, cioè che questa asimmetria dell'Eurozona (tale per cui si imponeva ai Paesi deboli una svalutazione interna - taglio dei salari - anziché praticare una rivalutazione interna - aumento degli investimenti pubblici - nei Paesi forti) non era un gioco a somma nulla, ma a somma negativa. Insomma, quella storia che nel 2011 sul manifesto avevo espresso come "La Germania segherà il ramo su cui è seduta", e che nel 2013 espressi così in quella che ora è la mia Commissione alla Camera.

Nel frattempo, il pezzo che a De Grauwe mancava lo ha aggiunto Draghi (a noi non serve nulla, Presidente, le faremo sapere, chiamiamo noi...):

(correva l'anno 2024).

Ricordo a me stesso che la "domanda interna" è una componente del Pil e che l'offerta (produttività) dipende dalla domanda, ma su questo ci soffermeremo con calma un'altra volta. Quello che voglio evidenziare è che anche i maggiori economisti, sia in termini di capacità scientifica (De Grauwe) che in termini di percorso istituzionale (Draghi) quando non hanno fin dall'inizio sostenuto la tesi di questo blog sono comunque stati costretti a seguirla a danno fatto, perché, lo ricordo, la tesi di questo blog è banalissima ECON102.

Bene.

A fronte di una narrazione così incontrovertibile, come il 28 aprile del 1945 era incontrovertibile che Čujkov si trovasse nei pressi della Belle-Alliance (oggi Mehring) Platz di Berlino, la risposta del regime è, inevitabilmente, la solita:


schierare i Kindersoldat, mandare loro a schiantarsi contro i carri armati russi, dopo che i generalissimi si sono trincerati nel bunker di una verità tanto postuma quanto inoppugnabile.

Succedono quindi cose come questa, dove alcuni imberbi vogliono convincerci che la colpa della crisi dell'Eurozona sarebbe stata, udite udite!, del costo dell'energia (inutile dire che la produzione industriale tedesca era in caduta libera dal 2017, cioè da quattro anni prima della crisi dell'energia: che vuoi che ne sappiano dei bambini che all'epoca avevano otto anni!), ma soprattutto della Cina! Quello che si vuole insinuare è la solita balla smentita qui in tempi risalenti, occupandoci di una collega tanto affascinante quanto distratta: quella secondo cui i Paesi virtuosi (la Germania) sarebbero stati esportatori netti nei riguardi della Cina, che quindi avrebbe sostenuto la loro crescita, ma ultimamente la Cina sarebbe riuscita a rovesciare la situazione, mandando in deficit la Germania e causando il rallentamento della  sua e della nostra nostra economia.

Per dimostrare questa scemenza asserzione eroica, i soldatini, invece che con Panzerfaust, vengono equipaggiati con grafici tipo questo:

da cui il lettore dovrebbe trarre una suggestione: siccome le importazioni tedesche (o europee) dalla Cina sono aumentate, e le importazioni cinesi dalla Germania, cioè le esportazioni tedesche verso la Cina, diminuite, la Germania sarebbe passata da una situazione di surplus commerciale nei riguardi della Cina a una situazione di deficit commerciale, perdendo lo stimolo derivante dalla domanda estera cinese. Mi riferisco ovviamente ai due grafici inferiori: nei due grafici superiori si suggerisce la stessa cosa, con riferimento all'intera Eurozona: anche questa, si vuole suggerire, starebbe soffrendo avendo perso il "traino" del surplus verso la Cina (cioè delle importazioni cinesi di nostri prodotti).

Bene.

Le cose però non stanno così, e il trucchetto è sempre il solito: quello di utilizzare due metriche diverse (i rispettivi Pil nazionali), aggravato da quello di utilizzare due scale verticali diverse. Mi soffermerò, da qui in giù, sul caso tedesco, per semplicità, perché a stare male è la Germania, e perché le dinamiche dell'Eurozona sono largamente determinate da quelle tedesche.

E quindi, dico io: se interessa veramente capire qual è stato l'andamento dell'interscambio commerciale fra Germania e Cina, perché non fare quello che feci (o fecqui?) io nel 2012 rispondendo alla gentile collega Reichlin, e non prendere sic et simpliciter il saldo commerciale bilaterale fra i due Paesi? Non è una cosa difficilissima, i dati sono qui! Tanto per fissare le idee, all'epoca la situazione era questa:

(come ricorderete dal già citato post). Quello che gli eroici combattenti vogliono farvi capire è che dopo questo evidente deficit la situazione si sarebbe rovesciata due volte: una prima per portare la Germania in surplus per decine di miliardi di dollari (o di euro) di esportazioni nette verso la Cina, e una seconda per riportarla in deficit, causando il raffreddamento della sua economia.

Ma è andata così?

Intanto, replichiamo il grafico del 2012 coi dati disponibili nel 2025:

giusto per essere sicuri che stiamo parlando della stessa cosa (e la risposta è sì, con l'unica differenza che questi dati sono misurati in milioni di euro anziché in miliardi di dollari), e poi estendiamo il grafico per vedere come si è sviluppata la situazione negli ultimi anni:

Dunque...

Da quando l'avevamo osservata noi, la situazione del saldo bilaterale merci Germania-Cina è in effetti migliorata, avvicinandosi al pareggio e addirittura andando in moderato surplus (2 miliardi di euro nel 2014). Questo risultato era stato ottenuto in parte con una accelerazione delle esportazioni per 19 miliardi (il balzo verso l'alto della spezzata blu), ma soprattutto con una frenata delle importazioni per circa due miliardi (la diminuzione della spezzata arancione). Nonostante queste due correzioni, un marcato surplus della Germania nei confronti della Cina non c'è stato mai, e con la pandemia le cose sono bruscamente tornate sulla loro tendenza storica (che era di scambi commerciali deficitari).

Alla luce del post di due giorni fa, non stupisce, ovviamente, che il saldo con la Cina sia migliorato dalla crisi dell'Eurozona in poi: questo perché a quella crisi la Bce ha risposto con una colossale svalutazione competitiva! Lo si vede un po' qui:

(quando l'euro si apprezza - il cambio sale - i conti con l'estero peggiorano - il saldo scende, e viceversa), e un po' meglio qui, usando una misura più accurata della competitività di prezzo tedesca, cioè il tasso di cambio reale (fonte Eurostat):

Quindi il miglioramento del saldo bilaterale con la Cina è in buona parte spiegabile con una svalutazione reale di circa il 10%, a sua volta guidata dalla svalutazione nominale dell'euro, che però non riesce a portare la Germania in surplus.

Quindi: questi vi fanno vedere dei grafici da cui sembra che la Germania sia passata da un surplus con la Cina a un deficit, e la realtà è che è stata in minimo surplus solo nel 2014 e nel 2018, in virtù di una svalutazione di cui abbiamo beneficiato anche noi, ma che non riesce, ora, a contrastare le due scelte suicide dell'establishment tedesco: quella di distruggere il mercato interno con l'austerità, e quella di distruggere l'industria europea col green.

Insisterei soprattutto sul primo punto. Rispetto alle dinamiche degli scambi con la Cina, mi sembra più plausibile che la differenza l'abbia fatta l'appiattimento delle esportazioni verso l'Eurozona, che vedete qui, e che è appunto il risultato della distruzione del mercato interno:


Insomma: quello che è mancato all'Eurozona non è la domanda estera cinese, che non c'è mai stata (se non in forma sottrattiva, come importazioni nette), ma la domanda interna dell'Eurozona, che per un lungo periodo è stata distrutta da politiche dissennate di deflazione salariale. Ve lo diceva Bagnai nel 2011 e ci sta che non lo ascoltaste: Bagnai poi non è rancoroso, è paziente... Ma ora ve lo dice Draghi, brutti fessi stimati colleghi, e ancora volete convincerci che l'Eurozona è morta per il raffreddamento della domanda cinese!?

Tanto vi dovevo per oggi.

Domani è un altro giorno, e se Dio vuole lo passerò al freddo.

Se incontro il lupo ve lo saluto.

mercoledì 6 novembre 2024

Global imbalances

Gli squilibri globali di bilancia dei pagamenti sono stati a lungo un mio tema di ricerca. A quelli che "allora vuoi l'autarchiaaaaah!111!" ricordo che di per sé non c'è nulla di intrinsecamente errato o pericoloso nel fatto che un Paese voglia mantenere una posizione di surplus strutturale di bilancia dei pagamenti. Basta che si disponga a capire che in tanto lui può avere un surplus in quanto uno o più altri possono avere un deficit, dal che consegue:

1) che il surplus non è più glorioso di quanto il deficit sia ignominioso, perché sono le due facce della stessa medaglia;

2) che il surplus puoi averlo finché qualcuno finanzia gli altrui deficit (e i deficit altrui li può finanziare solo chi è in surplus!)

Quando un Paese si mantiene, ad esempio facendo dumping valutario, salariale, energetico, in una posizione strutturale di saldo attivo di bilancia dei pagamenti, ma non vuole prestare soldi ai Paesi in deficit, il sistema salta, e non è detto che a quel punto i "virtuosi" ne escano meglio dei "viziosi". Sarebbe opportuno evitare di arrivare a quel punto, cioè evitare di accumulare stock di debiti/crediti esteri così ingenti da essere difficili da rifinanziare nel caso in cui qualcosa vada storto.

Comunque, per articolare un ragionamento vi fornisco qualche dato sugli squilibri esterni fra i maggiori poli dell'economia globale. Qui li vedete in miliardi di dollari:


e vista così la situazione degli Usa fa paura (mille miliardi di dollari di deficit estero, di indebitamento verso il resto del mondo...), mentre qui li vedete in percentuale del Pil mondiale:


e il quadro che ne emerge è lievemente diverso (ma più corretto): il punto di maggior squilibrio esterno gli Usa lo hanno toccato nel 2006, quando il loro deficit esterno (di bilancia dei pagamenti) aveva sorpassato l'1.5% del Pil mondiale. Ora sono attorno all'1% del Pil mondiale e se in valore assoluto il loro deficit sembra sprofondare è solo perché l'inflazione ha gonfiato tutte le grandezze nominali, Pil compreso.

In questi grafico si distinguono abbastanza bene tre fasi:

1) quella in cui il cattivo era il Giappone:


2) quella in cui cattiva era la Cina:


3) quella in cui i cattivi siamo stati (e tuttora siamo) noi:


dove per "cattivo" intendesi: esportatore netto, verosimilmente nei confronti degli Usa, che da potenza imperiale devono adattarsi a esercitare un ruolo con cui mal convivono: quello di acquirente netto di ultima istanza dei surplus produttivi altrui. Perché se da un lato esercitare questo ruolo è necessario per tenere in piedi la baracca, se da un lato esercitarlo a loro non costa molto perché il commercio internazionale si svolge in dollari, valuta di cui gli Usa dispongono a profusione per ovvi motivi, dall'altro i beni prodotti all''estero  hanno un unico difetto (diceva un amico): sono prodotti all'estero e quindi non creano lavoro all'interno.

Le svalutazioni competitive dell'euro hanno reso la Germania un paese "canaglia", e la risposta è arrivata (Dieselgate, gasdotti, ecc.). Come andrà avanti questa storia? A tendere, l'antagonista, la fonte dei squilibri, sarà nuovamente la Cina?

Ora ci dormo sopra perché sono esausto.

Comments welcome (ovviamente, tutto questo ha e avrà a che vedere con Trump...).

venerdì 28 aprile 2023

Sull'idraulica della globalizzazione

(...scrivo questo post ascoltando le strabilianti fesserie dei colleghi di opposizione sulle #ingentirisorsedelPNRR: ""Come sò ste risorze?" "Ingenti..."...)

Due giorni fa Michael Pettis, professore di finanza all'università di Pechino, ha riassunto magistralmente in un thread una serie di considerazioni che in plurime occasioni abbiamo svolto qui, dopo esserci permessi (umilmente) di anticiparle nella letteratura cosiddetta "scientifica":


nel lontano 2009.

Il thread di Pettis è qui, riassume le considerazioni svolte nel suo articolo dell'ottobre scorso "Will the Chinese renmimbi replace the US dollar?". Il fulcro dell'argomento, a mio avviso, è in queste considerazioni:


che riprendono in modo più esplicito le mie del 2009, e si riassumono in una: non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Chi pontifica sulla fine del dollaro dovrebbe chiedersi quanto questa fine sia desiderata (e desiderabile) da parte dei (teorici) beneficiari. Chi conta sulla domanda (deficit) Usa per sostenere la propria crescita, cioè chi  affida le sorti della propria economia al proprio surplus estero, non può opporsi alla circolazione dei dollari nell'economia globale, per la contradizion che nol consente. L'iniezione di dollari nel circuito della liquidità globale è infatti la controparte necessaria dell'acquisto da parte degli Usa di beni prodotti dall'economia globale. Il fatto che se ti compro dei beni ti do dei soldi è, cioè dovrebbe essere, un dato acquisito dalla fine della mitologica "economia di baratto" (che come sappiamo non è mai realmente esistita nel modo in cui la raccontano i manuali universitari), e quindi è tanto vero oggi quanto lo era nel 2009 o nel 1009 (incluso il 1009 a.C.).

Queste considerazioni ci riguardano, perché tratteremo il tema della "dedollarizzazione" dell'economia globale nel nostro prossimo convegno annuale (a scanso di dolorosi equivoci vi ricordo le date: 25 e 26 novembre 2023), e perché ribadiscono con eleganza nel contesto globale le considerazioni sulla fase attuale che abbiamo svolto tante volte (le trovate qui).

Chi avesse difficoltà a comprenderne il senso troverà aiuto nei tanti post sui saldi settoriali. Forse uno dei più sistematici, e anche dei più attuali, è quello del 2015 sulla Francia. Poi torneremo sull'argomento, ma intanto scrivo a Pettis per congratularmi con lui.


(...e ora vi lascio: la sinistra va sull'Aventino, e io vado a Siena...)

martedì 19 luglio 2022

Ingengngnieri alla riscossa

Luca ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il cambio euro dollaro":

Certo che come Senatore della Repubblica e Professore Universitario hai una bocca sporca e un cattivo comportamento, comunque: no, non sono un giornalista, sono un ingegnere elettronico, lavoro da oltre 30 anni nello sviluppo di applicazioni informatiche. Al momento sto lavorando ad un progetto per il Ministero della Difesa Britannica che coinvolge tutte le nazioni. Ovviamente e' difficile trattare con Russia e Ucraina, entrambe affermano che certi territori solo loro, lo stesso vale tra Cina e Taiwan. Capisco che la Lega e' stato l'unico partito a sposare le tue idee sull'uscita dall'euro. Dopo tutti questi anni non ti senti preso in giro? La Lega non parla piu' di queste cose da anni. Non pensi che sarebbe ora di aggiornare queste teorie e di passare a qualcosa di piu' concreto, come per esempio si dovrebbe bloccare l'import da quei paesi che non condividono gli stessi ideali di democrazia nostri. Per esempio la Cina non puo' considerarsi una democrazia, ma bensi' uno stato autoritario governato da una dittatura. Lo stesso vale per la Russia. Che senso ha finanziare questi paesi se poi i soldi li usano per armarsi ed invadere il vicino di casa? Vedi appunto i casi Russia/Ucraina e Cina/Taiwan.

Pubblicato da Luca su Goofynomics il giorno 15 lug 2022, 15:54


(...a star is born! Qui ci divertiamo più che con awanagana, e del resto il tipo umano è quello...)


Caro Luca,

con gli ingengngnieri qui ci siamo lungamente intrattenuti (alcuni esempi), affascinati dal loro singolare comportamento. Alla fine abbiamo capito il loro dramma: quello di essere persone che siccome hanno studiato (a fatica) cose che sembravano difficili alla loro fidanzatina, si sentono intitolati a metter bocca in qualsiasi ambito dello scibile umano, presumendo che saper eseguire cose difficili (o meglio, saperle far eseguire a una macchina) implichi il capire cose semplici. L'esito più probabile di questo paralogismo è il ridicolo, ovviamente. Qualche volta va bene, qualche altra meno bene: dipende dal tempo a disposizione. Oggi è tutto fermo nell'attesa degli esiti della capigruppo, quindi siamo decisamente nel secondo caso: posso dedicarmi a darti una succinta spiegazione del perché le tue parole, tanto supponenti e tanto ingenue, sono una collezione di lievi imprecisioni (tutte peraltro ampiamente sviscerate in questo blog).

Intanto, grazie per averci informato del fatto che fra Russia e Ucraina ci sono delle rivendicazioni territoriali. Non ce ne eravamo accorti ed è una cosa che probabilmente potrebbe tornarci utile.

Mi dispiace doverti ringraziare per questa premura facendoti notare che non esistono "le mie idee" sull'insostenibilità della moneta unica: l'insostenibilità di una moneta unica in un insieme di Paesi che non è e non riesce a diventare un'area valutaria ottimale è un dato ampiamente assodato nella letteratura scientifica, e chi è qui lo sa da undici anni (ed è rimasto qui undici anni, che sono quelli per i quali tu dovresti lurkare, perché lo ha imparato qui). Venendo al caso che ti interessa, quello dell'euro, chi ci ha segnalato che esso è irreversibile (come lo sono state o sembrate tante altre cose) lo ha fatto per evitare di assicurarci che esso sia sostenibile. Se lo fosse, saremmo i primi a esserne lieti. Ma siccome non lo è perché non può esserlo (l'economia purtroppo è una scienza) noi siamo piuttosto preoccupati e vorremmo che anziché rifugiarsi nel pensiero magico (come è accaduto, in tempi più recenti, per le terapie vaccinali), si attivasse un serio dibattito su come renderlo tale o su come gestire i problemi senza che il costo cada sempre sui soliti noti (noi).

Quindi, ripeti con me: "Non esistono le teorie di Bagnai: esiste la teoria delle aree valutarie ottimali".

Poi prendi un fiatone, e ripetilo per un altro centinaio di volte.

Fatto?

Sicuramente no, perché tu sei, appunto, un ingegnere (rectius: ingengngniere) e non un fisico. Il fisico e l'ingegnere hanno approcci diversi: li abbiamo descritti qui. Diciamo che non ti difetta l'ottimismo della volontà... e diciamo che abbiamo capito perché le "applicazioni informatiche" quotidianamente ci danno tante soddisfazioni: perché dietro c'è gente come te, che se la crede molto ma che letteralmente non sa che terra la regga.

Ne vuoi una prova?

Trovo molto interessante la tua idea di scatenare una guerra commerciale contro Paesi che "non hanno gli stessi ideali di democrazia nostri".

Il tuo ideale di democrazia, in effetti, è abbastanza palese: "Io so io e voi non sete un cazzo". Credo che per affermarlo dovrai fare la guerra al mondo (cominciando dalla tua famiglia) e ti faccio tutti i miei migliori auguri. Questa cosa dovrebbe preoccuparti più di quello che invece tanto ti angustia, ovvero il fatto che il mio partito, che mi ha fatto responsabile nazionale economia (poi se hai tempo ti spiego che cosa significa), non mi starebbe a sentire, perché nella sua attuale comunicazione politica insiste su altri temi. Grazie per avermi informato su come il partito di cui sono responsabile economia imposta la comunicazione sui temi di economia: è un aiuto che sinceramente apprezzo, ma per la seconda volta mi trovo costretto a ringraziarti smentendo una tua affermazione (ofelè fa el to mesté, si dice nella culla del movimento in cui mi onoro di militare): quella di scatenare una guerra commerciale contro "i Paesi che non ci hanno la democrazia" (quella che secondo te invece in Italia ci sarebbe) non è una buonissima idea, per svariati motivi logici e pratici.

In termini logici, mi limito a dire che non si può essere, come tu sei, un europeista a 24 carati, cioè sostenere un progetto che trae la propria legittimazione dall'idea che il commercio internazionale sia un fattore di pace e di progresso a prescindere, salvo poi quando le cose vanno meno bene portarsi via la palla come un bambino dispettoso sul campetto dell'oratorio. Vedi, mi hanno affascinato queste tue parole:

"Gettare benzina sul fuoco all'Unione con la scusa di rendere l'Italia piu' competitiva sta sconfiggendo lo scopo dei padri fondatori che l'hanno creata per evitare un futuro conflitto europeo che e' pure arrivato. Ora i paesi dell'Unione possono trattare con Putin con una singola voce. Singolarmente dubito che avrebbero fatto qualcosa."

(qui).

Sorvolo sul lessico ("sconfiggere lo scopo"? "gettare benzina sul fuoco all'Unione"?) e sulle incoerenze interne ("l'hanno creata per evitare un conflitto che è arrivato". Appunto! E quindi?...).

Non posso però non rimarcare la fallacia della tua idea che esistano "economie di scala" in politica, e non posso non essere sbalordito della tua totale astrazione dalla realtà che ti circonda. I paesi possono trattare con Putin con una sola voce? Ah, perché lo stanno facendo!? Non me ne ero accorto. E sta servendo a qualcosa!? Non se ne è accorto nessuno. La guerra commerciale che tu propugni si chiama, in questo caso, sanzioni, e sta funzionando ma purtroppo principalmente contro di noi. Quello che servirebbe è la pace, dalla quale, come tu stesso confessi, purtroppo alcune attuali dinamiche del progetto europeo ci stanno allontanando, anziché avvicinando.

Aggiungo un dettaglio che a tutti sfugge: i "Paesi che ci hanno le risorse" generalmente ne hanno tutte tranne una, la democrazia, per il semplice motivo che la loro particolare condizione li ha resi oggetto degli appetiti coloniali dei Paesi europei, appetiti dai quali molti non sono ancora riusciti a liberarsi, e vanno così allegramente di governo fantoccio in governo fantoccio (c'è una lunga letteratura, qui ne abbiamo parlato tanto), mantenendo al massimo qualche labile parvenza di democrazia (tipo: eleggendo lo stesso presidente della Repubblica per 42 anni - e poi vi lamentate del nostro Presidente!).

Quindi se un Paese trasformatore come il nostro dovesse pensare di aiutare il processo democratico in altri Paesi rifiutandosi di avere rapporti con loro, sarebbe bene che assumesse parecchi poliziotti, perché la pace che non riuscirebbe a imporre all'estero si trasformerebbe immediatamente in guerra in casa propria quando le fabbriche cominciassero a chiudere.

E questi sono appunto i risvolti pratici, che però non ti toccano, perché tu sei fico, sei indernescionàl, non hai mica una fabbrica o un negozio.

Quindi gli altri si fottano (che poi è la base del tuo pensiero).

Che cosa vuoi che ti dica?

Io ai lettori mi affeziono, e sono sicuro che diventeremo grandi amici. Nonostante l'età, hai una freschezza che ti invidio: tutto è facile, e tu lo hai capito. L'unica cosa che proprio non capisci (e si vede che ti dispiace) è perché gli altri non riescano a capire una cosa così facile. Te lo dico io: perché è difficile. Ma per accorgertene dovresti aprire gli occhi. Tranquillo: non devi fare alcuno sforzo. Te li aprirà la realtà, e contestualmente ti insegnerà il rispetto (quello vero).

Poi torna a trovarci.

P.s.: tendenzialmente non affastello congiunzioni avversative: "ma bensì" è pleonastico. Gli ingegneri amano l'esattezza. Gli ingnengngnieri amano se stessi. Non è detto che i due amori siano compatibili.

martedì 7 giugno 2022

Friendshoring

 Un paio di giorni dopo l'ultimo post, il Wall Street Journal prestigiosamente ci conferma che il "reshoring" costituisce una forma di pressione inflazionistica strutturale, aggiungendo un pezzo che nel nostro ragionamento avevamo dato per scontato, ovvero il fatto che uno dei motori del "reshoring", forse il più potente, non è tanto la constatazione dell'oggettiva fragilità "tecnica" di catene logistiche lunghe (quello che abbiamo chiamato l'effetto Ever Given), quanto la constatazione della loro fragilità geopolitica.

L'approccio sanzionatorio adottato in occasione del noto conflitto ha spaccato il mondo in due, credo deliberatamente, il che pone l'ovvio problema di comprare dagli amici e non dai nemici, per finanziare i primi e non i secondi:

Non si tratta quindi solo di riportare a casa le catene di produzione, ma anche, in subordine, di dislocarle presso Paesi "amici" (amici per quanto non è dato saperlo, ma questa è ovviamente un'altra questione), e un discorso analogo vale (ed è molto più evidente), anche per gli approvvigionamenti di materie prime.

Comunque, il Wall Street Journal è proprio preoccupato del fatto che con questo andazzo i Paesi occidentali rischiano di non poter più importare deflazione (dei prezzi) dalla Cina (non la nominano, ma sappiamo che parlano di lei):


il che ci pone di fronte alla solita domanda, quella che dovreste porvi tutti e sempre, e che invece non si pone nessuno, quasi mai: se preoccupa loro, dovrebbe preoccupare anche noi?

La risposta è nei grandi classici dell'economia, quella con la "E" maiuscola, a partire da altri dibattiti con la "D" maiuscola (bisogna risalire di almeno un secolo per trovarne), come questo. Grattando la deflazione dei prezzi si trova sempre quella dei salari. Ma senza andare tanto indietro, senza interrogarci su quanto la legge ferrea dei salari sia ancora attuale, e su quanto l'importare deflazione sia eventualmente stato funzionale a implementarla, basterebbe ricorrere al buonsenso: se una cosa preoccupa loro, non credo debba preoccupare noi.

E, del resto, qui ci siamo detti tante volte che non è forse un caso che il boom economico si sia avuto quando eravamo divisi da una cortina di ferro (oggi di seta), essendo ovviamente (questo va detto) dal lato relativamente fortunato della cortina.

Quello dei Friends, of course...

martedì 30 agosto 2016

Il partigiano Joe: una recensione di Charlie Brown

(...ricevo da Charlie Brown, che non sono io, ma è lui, per lo stesso motivo per il quale lui non sono io, che poi sarebbe, se volete, riconducibile al fatto che io non sono lui, questa interessante recensione del libro del partigiano Joe, che tanti entusiasmi sta suscitando a sinistra - o forse no, perché sinceramente me ne infischio di seguire il dibattito dei dilettanti. Credo che offra interessanti prospettive, e il primo commento che mi è venuto in mente è questo: sono loro che sono americani...)

Sono subito andato alla parte "come lo aggiustiamo e perché ".

In queste poche paginette Joe spiega perché er proggggettto europeo è moltisssssimo minchisssimo  importantissimo assai:

1) contenere la Cina sul piano ambientale usando l'ambientalismo europeo come ariete. Sappiamo che gli USA sono il primo inquinatore globale quindi hanno bisogno di un mandatario presentabile. Confonde l'ambientalismo con l'Illuminismo. Tanto sono tutti "ismi"... uniamoli con un bel tubo Made in USA. 
 
2) avere una piattaforma militare compatta per gestire le campagne militari USA in Asia Centrale, scaricando una buona fetta di costi sugli "europei" ("balanced and effettive global response"). Corri, vice idraulico Merkel, corri! 
 
3) assorbire meglio le masse di profughi in fuga dalle sopra menzionate campagne. "Humanitarian principles and freedom of mobility" , ma non per gli europei: per i profughi esterni Made in USA. Gli USA non li vogliono gestire: pag. 320 in alto. "The World needs a united Europe to formulate a humanitarian response to this migrant crisis". ( omette: " which WE DEMOCRATS created").

Agghiacciante nel suo sfacciato candore.

Tutto compatibile con la mente piddina, arrogante nel suo animobellismo e livida di revanchismo di quarta potenza segata con delirio di onnipotenza regionale in nome degli ideali della megliogioventù "illuminata"

Cristo, che situazione!


(...per chi non si fida, la fonte






Bene: ora non dite che non ve lo avevo detto - come al solito, prima! Da una pianta simile, che frutti possono nascere? Si apra, anche qui, la discussione...) 

Addendum delle 14:44: in effetti Charlie è severo ma un po' ingiusto. Joe a pag. 20 in alto ammette le responsabilità americane in alcuni episodi di destabilizzazione del Medio Oriente (quelli per i quali i suoi referenti politici hanno già chiesto scusa, cioè sostanzialmente l'Iraq). A parte questo, mi sembra che Charlie centri alcuni punti interessanti.

Faccio comunque un'osservazione di principio: credo, o quanto meno auspico, che noi qui si sia oltre la favoletta di Hitler che era cattivo dentro perché la mamma non gli dava il bacio della buonanotte, e degli americani che ci hanno liberato perché erano buoni e amavano la libertà. Suppongo che qui qualcuno si renda conto del fatto che esistono cose chiamate capitalismo, rapporti di forza, ecc. Di conseguenza, per quanto sordidamente usacentrica sia o sembri l'analisi del partigiano Joe, non è tanto questo a scandalizzarmi, quanto la sua mancanza di lucidità (evidenziata da alcuni di voi). Anche su quest'ultima tuttavia bisogna avere un giudizio articolato: chi ha lavorato con un editor che ha in mente un prodotto per un certo mercato (che magari poi non esiste, ma questo glielo dicono i dati dopo) può rendersi conto di certe dinamiche. Insomma: francamente in certi passaggi riportati il libro sembra idiota, questo è innegabile, ma sarebbe stupido e un po' arrogante pensare che necessariamente lo sia l'autore. Semplicemente, potrebbero avergli chiesto di scrivere un libro "a prova di idiota". Voi siete abituati, e mi avete abituato, a un altro livello di analisi. Ma siete pochi, e parlate una lingua non diffusissima. Il mio giudizio netto, ai nostri fini, resta negativo. Però esorterei a non commettere noi lo stesso errore che commette lui: giudicare col metro della nostra cultura il prodotto di un'altra cultura. 

Addendum del 31/8, ore 10:47: Charlie Brown mi fa notare di aver omesso un "DEMOCRATS": "which WE DEMOCRATS created". Oddio, non è che i repubblicani siano stati molto più "dovish" in politica estera. Tuttavia, è un dato di fatto che gli ultimi casini, quelli dei quali patiamo le conseguenze, sono tautologicamente stati fatti dalle ultime amministrazioni, quelle con le quali Stiglitz teoricamente si trova in sintonia. Anche qui, come dire: omettere indicazioni di partito può essere un dato tattico, nel tentativo di parlare a un pubblico più ampio possibile, ma può essere anche visto come un atteggiamento farisaico (e così lo vede Charlie Brown, che però è tendenzialmente conservatore). Non è facile giudicare. Torno sul punto: per quel che ci riguarda, il testo non credo possa presentare alcuna novità in termini scientifici. Il problema dell'euro non ha una dimensione scientifica: nessun economista ha mai detto che sarebbe stata una buona idea, con la limitata eccezione di alcuni economisti finanziati dalla Commissione Europea, che poi hanno parzialmente ritrattato. Detto questo, la dimensione politica del problema, dal nostro punto di vista, dovrà necessariamente essere valutata in termini del contributo che questo testo darà qui da noi all'avanzamento del dibattito. Al momento è presto per valutare. Ribadisco che la mia valutazione è un po' pessimistica, ma vedremo...

lunedì 7 marzo 2016

I goti, i siriani, e la Cina

(...home, sweet home. Frate Alberto è nella sua cella, al quinto piano della facoltà. Sotto, quattro piani deserti e, come oggi si dice, allarmati, non nel senso che siano in allarme, ma nel senso che sono sotto allarme. Come facilmente immaginate, sono molto meno connesso qui che in Cina, e ne approfitterò per disintossicarmi. Da fare ce n'è: devo completare il paper sull'uscita dell'Italia; devo fare la revisione di un benza paper esteso, più un altro sul mercato USA; devo occuparmi con Arsène di un simpatico modellino kaleckiano centro-periferia; devo occuparmi con Anh-Dao della relazione fra diversificazione dei prodotti e crescita di lungo periodo nelle economie in via di sviluppo; e poi ci sarebbero anche due o tre libri da scrivere. Riuscirò a fare un decimo di tutto questo, ma sarà sufficiente. Intanto, per tenervi occupati, vi sottopongo un commento del nostro porter. Se c'è uno storico in sala, sarei lieto che intervenisse a dirci se le cose stanno come le rappresenta Barbero, che sulla carta non mi sembra l'ultimo arrivato...)


porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La crescita del 2015: alla guerra dei decimali per...":

Consiglio la lettura di "9 agosto 378 il giorno dei barbari" di Alessandro Barbero, Laterza.
Illuminante stabilire le analogie con la situazione odierna: quella sì che non fu un'invasione, ma una migrazione permessa, anzi favorita dall'Impero.
Barbero ricorda come tutta la corte e l'alta burocrazia imperiale fossero consapevoli dell'assoluta necessità di braccia per l'agricoltura e per l'esercito che l'Impero, in crisi demografica, non riusciva più a trovare al suo interno.
La varie tribù di Goti, guidate da Fritigerno, sotto la pressione degli Unni, implorarono l'imperatore di accoglierli, disposti a servire nell'esercito e a coltivare le terre del demanio: molti Goti già servivano nell'esercito, e poiché erano buoni soldati, Valente ne aveva radunati parecchi in Siria per una progettata campagna contro i Parti.
Fu la flotta del Danubio a traghettarli, e Valente ordinò di allestire campi e prevedere rifornimenti per accoglierli, in attesa di destinarli all'interno dei territori dell'impero.
A fronte del magnanimo messaggio dell'Impero che sarebbe stati accolti e sfamati, tutte le tribù (anche quelle che non avevano negoziato con l'Impero il passaggio del fiume), si precipitarono al fiume.
La pressione era tale che i traghetti non erano sufficienti e molti si avventurarono nell'attraversamento del Danubio su mezzi improvvisati, con relative tragedie (ricorda qualcosa)?
La solita storia di castacriccacoruzzzzione intorno all'accoglienza dei "profughi" (ricorda qualcosa?) e l'aperta ostilità della popolazione romana della Tracia causarono prima il malcontento e poi l'aperta rivolta dei Goti, quindi Adrianopoli ecc. ecc.
 

Verstanden, Fräulein?
Postato da porter in Goofynomics alle 7 marzo 2016 18:10 


(...cosa c'entrino i siriani coi goti a questo punto dovreste averlo capito. Se Barbero ha ragione, e non vedo perché non dovrebbe averne, visto che questa roba qui si trova anche sui libri di scuola, nonché su Wikimm... pedia, allora qualcuno, ad esempio la nostra Angela, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta. Ci sono almeno due lezioni di ordine generale da trarre da questo resoconto, lezioni che mi permetto da non storico di sottoporre al vaglio degli storici che qui pullulano - oltre agli arrotini come quello di Kalergi o quello di Friedman visti nei post precedenti.

La prima è che la storia ha lezioni da darci (oltre a quella che gli uomini queste lezioni non le imparano: ma il compito di non impararle possiamo lasciarlo agli altri: noi siamo gli happy few). Si suole dire che la storia si ripete, ma non credo sia corretto metterla così. Mi sembra più costruttivo far notare che l'uomo "storico" - per distinguerlo da quello "preistorico", cioè quello del quale sappiamo quello che riusciamo a capire con metodi da CSI - non è poi cambiato così drasticamente negli ultimi 3000 anni, che sono, come credo sappiate, a spanna, una cosa intorno al 2% della sua vicenda terrena. Ad esempio: noi parliamo di "rivoluzione industriale", e certo che all'inizio del XIX secolo la tecnologia ha cambiato la nostra esistenza - avevo appena iniziato il libro di Galbraith padre, "La società opulenta", ma l'ho lasciato a Roma perché pesava troppo: chi l'ha letto sa perché lo cito in questo contesto. Tuttavia, anche ora che ci sono le macchine servono braccia, esattamente come servivano, a maggior ragione, quando le macchine non c'erano, e le strutture economiche vedevano un peso preponderante del settore primario. Quindi questo dato non è cambiato, come non sono cambiate, par di intuire, le dinamiche attraverso le quali i sistemi maturi, che hanno bisogno di forza lavoro, si mettono nei casini cercando di attirarla dalla loro periferia. Chissà se Angelina sa la storia di Adrianopoli?

La seconda lezione che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione - e che, se interiorizzata, ci eviterebbe tante, ma tante chiacchiere da bar a proposito de "la Germagna/la Merika/er Bilderbegghe che non ce lo farà fare" e via minchieggiando, è che la storia è non lineare. Questa la capisce solo l'intersezione - prodotto logico - degli insiemi degli storici e dei matematici, che rischia di essere un insieme non molto più abitato della facoltà a quest'ora. Ma qualcuno capirà. Per chi non rientra nell'intersezione, mi limito a ricordare cosa mi ha detto Jacques Sapir dell'URSS negli anni '80: "Tutti sapevano due cose: che il sistema non poteva funzionare, e che sarebbe durato per sempre".

Chiaro?

E la Cina che c'entra? Bè, la Cina c'entra sempre, è come il prezzemolo. Quando vogliono impedirvi di leggere nella Storia la nostra storia vi dicono che "oggi è diverso, oggi c'è la Cina". Da oggi, però, voi potrete rispondere: "Ma ieri c'erano i Goti. E succedeva esattamente quello che succede adesso. So what?")

mercoledì 17 febbraio 2016

Dalla beauty farm...

L'unico modo per stare a dieta è avere il frigo vuoto, l'unico modo per avere il frigo vuoto è non riempirlo, e l'unico modo per non riempire il frigo è non sapere la lingua! Per il resto, il concetto di fornacella è un universale platonico, lo street food è economico (e io economista lo nacqui, a mia insaputa) e sano (perché pyr kaiei, quindi Martinetus: stai tranquillo). Tornerò in ottima forma, che per un uomo non è la sfera ma il canone (di Policleto), e anche di ottimo umore (ma di questo parliamo dopo)...




P.s.; lo sapevo. Martinetus è proprio convinto che io pisci dalle ginocchia (vedi suo commento). A Martiné, ma che probblema c'è? L'acqua è bbona, viene dallo Huangpu, che ha quel bel colore nero di seppia... Dopo aver mangiato lo spiedino, bevi dar nasone, e poi te ne vai a letto tranquillo, no?