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lunedì 6 aprile 2026

Lavoro e rendita

Mi sono ritirato nelle mie highlands per ragionare un po' sulla nuova edizione del Tramonto. Sto cercando di capire quali grafici aggiornare e quali no. Il mio orientamento sarebbe di lasciare il testo esattamente com'è (grafici compresi), a meno di errori clamorosi che dovessero saltare fuori, ma di inserire nella postfazione le versioni aggiornate di alcuni di essi, in particolare quelli che smentiscono o avvalorano le previsioni fatte nel testo. In generale, non è sempre semplice capire a priori quale grafico può valer la pena di aggiornare. Ad esempio, ieri mi ero annotato di aggiornare la Figura 32 "per vedere come si è andato evolvendo il trasferimento di risorse dall'economia reale alla rendita finanziaria". La Figura 32, ve lo ricordo, era questa:


e il commento era questo:

L’impatto sulla spesa per interessi è notevole come si osserva nella figura 32. A partire dal divorzio (evidenziato dalla retta verticale tratteggiata) possiamo osservare tre fasi principali, evidenziate dall’ombreggiatura. Nella prima fase, dal 1981 alla crisi del 1992, la spesa per interessi decolla verticalmente, raddoppiando dai 6 punti di Pil del 1981 ai 12 del 1993 (ricordate che nell’anno precedente i tassi di interesse erano stati fortemente innalzati, nel tentativo di difendere la parità della lira nello Sme). Simmetricamente, il fabbisogno primario (cioè al netto degli interessi), scende a picco, passando dai 5 punti del 1981 ai -3 del 1993 (un fabbisogno negativo indica un avanzo, cioè lo Stato, al netto degli interessi, stava incassando più di quanto spendeva). I due movimenti si compensano, e quindi il fabbisogno complessivo rimane più o meno stabile attorno a una media di 11 punti di Pil.

È in questa fase che il rapporto debito/Pil esplode, come abbiamo visto in figura 1, nonostante, al netto degli interessi, lo Stato sia diventato un risparmiatore netto. Attenzione: la linea tratteggiata che sale, e quella puntinata che scende, nella zona ombreggiata al centro della figura 32, non sono un mero arabesco, no, sono una cosa diversa: sono un conflitto distributivo. Se nel 1981 lo Stato dava il 5 per cento del Pil ai detentori del debito pubblico (sotto forma di spesa per interessi), e il 5 per cento del Pil alla collettività nazionale (sotto forma di spesa primaria netta), nel 1993, al termine del conflitto, lo Stato dava il 12 per cento del Pil ai detentori del debito, e prendeva il 3 per cento in termini netti dalla collettività nazionale (perché se lo Stato è in avanzo primario significa che i cittadini pagano di tasse più di quello che ricevono per servizi pubblici). E i detentori dei titoli del debito pubblico erano e sono per lo più le grosse istituzioni finanziarie. Chiaro, no? Il divorzio è anche la scelta di trasferire reddito dai contribuenti alle istituzioni finanziarie, una scelta che nelle parole del suo autore appare pienamente consapevole.

Lo sganciamento dallo Sme frena la dinamica dei tassi, e dal 1993 al 2002 la spesa per interessi prima si stabilizza e poi cala. Il fabbisogno totale crolla dai 9 punti del 1994 a un punto nel 2000, fino al 1996 per ulteriori aumenti dell’avanzo primario, e dal 1996 per la diminuzione della spesa per interessi. Questa dinamica favorisce il rientro del debito, che dai 120 punti del 1994 arriva ai 103 nel 2003. Nel frattempo la spesa per interessi si stabilizza attorno al 5 per cento del Pil, e il fabbisogno complessivo tende a crescere (con fasi alterne) seguendo il fabbisogno primario il quale, però, rimane sempre in territorio negativo (cioè rimane un avanzo).

Durante la quotidiana perlustrazione del territorio in compagnia di Rex mi è venuto in mente di provare a vedere quanto ci mettevo ad aggiornare questa figura coi dati fino all'anno in corso. In effetti, le successive revisioni delle varie fonti hanno determinato qualche minimo scollamento fra le serie di quindici anni fa e le versioni attualmente disponibili. Lo si vede ad esempio nella serie del fabbisogno pubblico totale:


L'aggiornamento del grafico porta a questo risultato:

e di commenti me ne vengono solo due: il primo è che un rientro dal deficit rapido come quello sperimentato nel post-pandemia (dal 9,4% del 2020 al 3,7% del 2024) non è un inedito per la nostra economia, perché fu altrettanto rapido (e leggermente più pronunciato) il rientro dal 9,8% del 1993 al 3% del 1997; il secondo è che dal 2010 in poi non è cambiato molto, fatta salva la parentesi della pandemia. Abbiamo sempre una spesa per interessi che, per quanto rientrata dai massimi storici dei primi anni '90, è sempre superiore al deficit complessivo, il che significa che siamo in condizioni strutturali di avanzo primario, cioè di trasferimento di valore alla rendita finanziaria. Non fidatevi troppo quando i "mercati" si lamentano dell'alto stock di debito pubblico dell'Italia! Loro su quell'alto stock ci guadagnano, e quindi non è detto che le loro lamentele vadano prese a valore facciale.

Tornando al punto, però, non mi pare che un grafico come questo aggiunga molto alla nostra conoscenza, nel senso che non mostra una reale evoluzione, una "quarta fase" posteriore alla pubblicazione del Tramonto: l'assetto distributivo determinatosi dopo la crisi del 1992 resta sostanzialmente confermato, se pure su scala inferiore. Per questo motivo, in casi simili, tenderei a risparmiare spazio, evitando di aggiornare grafici che in fondo sono pleonastici.

Voi che ne dite? E ci sono grafici del Tramonto che vorreste vedere aggiornati, o che ritenete possano aggiungere qualche elemento interessante per la postfazione della nuova edizione?

domenica 28 dicembre 2025

Appunti per l'aula

Vi ricordate quelli che avevano abolito la povertà?


Lo avevano fatto nel 2018 (bei tempi quelli!) con un DEF (all'epoca di chiamava così) che prevedeva per il 2019 un deficit del 2,4%:


con un avanzo primario dell'1.3%. Sapete come andò? Andò così:


con un deficit all'1,5% e un avanzo primario all'1,7%! Il Fmi prevede per l'anno prossimo un avanzo primario di un ordine di grandezza decisamente inferiore: 1,1%. Sulla sua opportunità si può naturalmente discutere, ma perché tutto questo stracciavestismo da parte degli abolitori della povertà, visto che hanno fatto molto peggio?

Aggiungiamo un dettaglio al quadro: la spesa per interessi, e quindi l'importo del saldo complessivo:

Mentre scrivevo la mia tesi di dottorato sulla sostenibilità del debito pubblico la spesa per interessi era quasi al 12% del Pil. Fra il 1993 e il 1999 è diminuita di 6 punti percentuali di Pil. Fra il 1999 e il 2025 di 2 punti percentuali di Pil. Il grosso è stato fatto senza euro, e dal 2004 circa viaggiamo attorno ai 4 punti percentuali di Pil di spesa per interessi. Il minimo si è toccato a 3,2% proprio nel 2019, sull'onda dei tassi zero o negativi, e un'opposizione intelligente forse lo rivendicherebbe (anche se poi dovrebbe spiegare perché al tempo del COVID non volle seguire il nostro suggerimento di indebitarsi a tassi sostanzialmente nulli aspettando il soccorso europeo, cioè quel PNRR i cui costi finanziari sono ancora sostanzialmente ignoti). Ovviamente l'aumento nel peso della spesa per interessi rispetto al 2019 è determinato dal forte incremento del rapporto debito/Pil nel periodo del COVID, un incremento sostanzialmente recuperato in tre anni:

perché gestito sospendendo le regole europee, a differenza di quanto successo con i due precedenti incrementi, quello del 2009-2010 causato dalla Grande crisi finanziaria globale e quello del 2012-2014 causato dall'austerità, entrambi gestiti applicando le regole europee. Va da sé che la spesa per interessi è il prodotto degli interessi per il debito, e quando di debito ce n'è di più, a parità di interessi si spende un po' di più.

(...vado in Commissione XIV, poi continuiamo qui di seguito...)

(...XIV fatta, prima avevo fatto la VI. Ovviamente quando posso sostituire dei colleghi lo faccio volentieri, è il minimo che possa fare per farmi perdonare di essere un privilegiato, in quanto Presidente di Commissione, e poi trovo affascinante l'atmosfera dei Palazzi quando sono deserti - meno affascinante dal punto di vista degli assistenti parlamentari avere uno fra i piedi, ma capita! Ora la cosa va così: la discussione generale inizia alle 16 e mi sono offerto per evitare a un collega della V di scendere in anticipo, dato che alle 19 si metterà la fiducia. L'ordine degli interventi è questo:


prima di me ne hanno per circa 152 minuti - diciamo per due ore e mezza - io mi ascolterò gli interventi dal mio studio vista Pantheon:


ma anche vista San Pietro, raccogliendo le idee qui con voi, e verso le 18 me ne andrò in aula per deporre le mie perle di saggezza nello scrigno del resoconto che un giorno qualcuno leggerà, fermo restando che carmina sublimis tunc sunt peritura Lucretii, come sanno quelli di voi che hanno fatto le scuole alte. Riprendiamo il percorso...)

I numeri che vi ho fornito, oltre a smascherare la petulante ipocrisia di certe opposizioni, spiegano forse perché di questa manovra si parli in termini lordi, come fa ad esempio il nostro vecchio amico Cottarelli, sostenendo che il suo importo è di appena lo 0,8% del Pil, sostanzialmente analogo allo 0,9% del 2014. Questo 0,8% suppongo che salti fuori dalla divisione 18,8/2249 = 0,008, ed è già obsoleto, perché nel frattempo l'importo lordo è salito a circa 22 miliardi, e quindi siamo allo 0,9% del Pil. A prescindere dall'entità delle somme, l'argomento a me appare sinceramente grottesco. Quello che conta in termini macroeconomici infatti non è tanto l'entità lorda della correzione rispetto agli scenari tendenziali (cioè, appunto, la manovra), quanto il contributo netto del saldo pubblico alla domanda interna, cioè il deficit di bilancio. Mi spiego: la manovra per il 2019 (nominalmente) correggeva la spesa pubblica al rialzo di 1,3 punti percentuali di Pil, ma a consuntivo è risultata nel deficit più basso dai tempi del secondo Governo Prodi (2007), ed è quindi stata la seconda manovra più restrittiva di sempre (per la precisione, dal 1988).

Come può essere successo? Non è difficile capirlo: un conto è stanziare i soldi (questo fa la manovra di bilancio) e un conto è spenderli. Per spenderli ci vuole un minimo di cultura amministrativa, ed è qui che sono caduti gli asini...

Non è nemmeno colpa loro, poverini. La macchina amministrativa era già stata sufficientemente fiaccata e demotivata dalle politiche di austerità. Per averne un'idea, qui vedete la variazione dei dipendenti pubblici dal 2008 al 2024:

e vedete che grazie all'austerità l'Italia ha fatto la più energica cura dimagrante, con un -17% di occupati nella PA, non avendone di per sé particolare bisogno, dato che la sua percentuale di dipendenti pubblici sul totale dei dipendenti era comunque già sotto la media europea:

a differenza, come credo sappiate, di quanto accade ad esempio in Francia.

Non è stato un segno di grande intelligenza sobbarcarsi la quota più alta di PNRR avendo la macchina amministrativa più logorata dell'intera Eurozona, peraltro, ma all'epoca più che dirglielo non potevamo fare (e ora dobbiamo gestire una situazione piuttosto complessa, che avremmo preferito evitare).

C'è poi un altro dettaglio, più tecnico, che sconsiglia di fare gli sboroni in sede di approvazione del bilancio, ed è la struttura delle nuove regole fiscali, che sono basate, come penso sappiate, sul profilo della spesa netta. Il Regolamento 2024/1263 all'articolo 6, punto c, prevede che la correzione della spesa netta sia lineare e proporzionale lungo tutto il periodo del piano (quadriennale o settennale), il che, in soldoni, significa che se non spendi nell'anno t le somme che nella manovra t-1 hai allocato per l'anno t, riportarle all'anno t+1 diventa rischioso, perché potrebbe esporre a una violazione della regola della spesa (si chiama clausola di no-backloading). Esempio banale: se la Corte dei Conti blocca un cantiere importante, devi tenerne conto nel bilancio, altrimenti rischi di andare in infrazione l'anno successivo. Questo è il motivo sottostante a tante polemiche sui "tagli" dei fondi ad alcuni ministeri (in particolare quello delle infrastrutture), che in realtà sono rimodulazioni volte a evitare che le somme residue vadano in economia (cioè in abbattimento ulteriore del deficit) o mandino il Paese in infrazione.

Aggiungo un'altra osservazione. Non ha particolare senso considerare l'importo lordo dell'aggiustamento, o comunque l'entità della manovra, isolatamente dalle precedenti, per il semplice motivo che queste hanno effettuato interventi strutturali. In altre parole, non è che la riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% cancelli l'abbattimento del cuneo fiscale esteso fino ai 40.000 euro di reddito e reso strutturale nel 2024. Quelli sono oltre 10 miliardi di euro che restavano e restano in tasca ai cittadini, e naturalmente, essendo "strutturali" (cioè "a decorrere") sono incorporati nello scenario tendenziale. Insomma, per farvi capire, se vi leggete il corposo dossier della manovra precedente, non vi sarà difficile verificare che i commi dal 2 al 9 dell'articolo 1 fanno queste cose:


con questi effetti finanziari:


e quindi, banalmente, nel 2026 gli italiani non beneficeranno solo dei 18 miliardi nel frattempo diventati 22, ma anche del 18 miliardi stanziati dalla legge di bilancio per il 2025, visto che l'impatto della riduzione strutturale delle aliquote e dell'abbattimento del cuneo fiscale disposto a dicembre 2024 vale 18 miliardi nel 2026.

Spero che questo punto sia chiaro, perché in effetti è determinante per avere una visione equilibrata.

Quindi, per essere chiari, i 3 miliardi a regime previsti dalla legge di bilancio per il 2026 (quadro di sintesi):


non portano da 18 a 3 i benefici fiscali di cui godranno gli italiani nel 2026, ma li portano da 18 a 21, che diventano 22,4 considerando anche questa misura:


e altre ne potremmo aggiungere (ma mi attengo al saggio principio suggerito da Claudio, quello di guardare solo i numeri grossi).

Spero che questa spiegazione vi sia stata utile.

(... nel frattempo in aula baruffa a causa della richiesta di informativa a Piantedosi da parte di FdI sul caso Hannoun. Ovviamente opposizione in subbuglio e lavori sulla manovra in vacca: d'altra parte, saltare la cena mi farebbe bene, e siamo sulla strada giusta: ora si inizia coi richiami al regolamento, la DG parte come minimo con un'ora di ritardo, quindi io parlerò verso le 20. E che cosa dirò?...)

(…poi alla fine l’ho presa così:


Avevano chiesto di asciugare gli interventi, per evitare di porre la fiducia alle 21 - ma questo non ci risparmierà domani la demagogica sceneggiata della notturna! - e quindi ho parlato solo tre minuti. Avendo già detto a chi poteva capirle - voi - le cose da capire, mi sono limitato a prendere in giro chi non vuole capirle… ma non avranno capito nemmeno questo! Non sono cattivi: sono scarsi…)











martedì 31 dicembre 2024

L'Italietta della liretta, ovvero: il troll è come il maiale

(...non si butta via niente!...)

La premessa di questo post è che presto l'euro tornerà di moda.

Non starà a noi parlarne, né sotto il profilo intellettuale (lo abbiamo già fatto con argomenti che ormai sono mainstream) né sotto quello politico (il Paese ora sta relativamente bene: se aveva senso denunciare certi meccanismi prima che venissero applicati, per evitare tanto inutile dolore, ha molto meno senso denunciarli dopo, causando ulteriore stress ai superstiti: ci pensino ora i tedeschi di AfD, noi abbiamo bisogno di meno spread e in generale di meno rotture di coglioni...). In tutta evidenza, non sono solo io a pensare che l'argomento tornerà di moda, e infatti nella cloaca nera è tutto un pullulare di troll, ma anche di brave persone la cui buona fede è ahimè molto superiore alla loro intelligenza, che in ogni caso la buttano sulla "liretta" in un evidente tentativo di rianimare uno spin che solo apparentemente ha fatto il suo tempo, ma che invece è e resta di drammatica attualità. L'idea che col passare del tempo si sarebbe imposta, per motivi demografici, la generazione degli "euronativi", i quali non avrebbero avuto incentivi a riflettere sulle opportunità offerte da un mondo che non avevano conosciuto, in sé era e resta corretta, ma stenta a realizzarsi compiutamente. Quelli che hanno conosciuto un modo normale restano comunque la maggioranza (è la piramide demografica, bellezza!), quelli che hanno conosciuto solo il mondo della svalutazione interna se ne vanno per lo più all'estero, chi resta qui si informa e, se ha i mezzi intellettuali per capire, capisce. Quindi questo new normal fatica a imporsi come tale: vecchi e giovani lo percepiscono per quello che è, per uno stato di eccezione invocato da un sovrano privo di legittimazione, tant'è che non sarei stupito se fra un annetto o due, magari nel corso della prossima crisi finanziaria, il Giavazzo bifronte venisse a spiegarci che il taglio dei salari (svalutazione interna) dipende proprio dall'aver inibito i normali meccanismi del mercato valutario (cioè la cosiddetta svalutazione esterna)!

Comunque, nel frattempo può essere utile studiarsi i troll e il loro argomentare: per noi è un po' un tuffo nel passato, sono scemenze che abbiamo confutato mille volte, ma se, come dice Claudio, dobbiamo ricominciare a spiegare tutto, perché con l'ingresso in politica abbiamo ampliato la nostra platea a migliaia di persone che si sono aggiunte ai nostri follower senza essere parte di questa comunità (e pertanto mancano de #lebbasi), se è così, allora ben vengano i troll! Ci sono cose così cretine che a me , e verosimilmente anche a voi, non passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello di discuterle, ma che possono fare breccia in menti, come dire, più... fresche! Prevenire è meglio che curare, e quindi interveniamo...

Due giorni fa Claudio ha avuto la cortesia di rilanciare il mio post precedente, attirando immediatamente un troll:


Il giorno dopo me ne sono accorto e ho espresso una breve considerazione:


che ha dato la stura a uno scemenzaio di proporzioni ragguardevoli! Non voglio esaurirlo tutto in un singolo post, non ho tempo per farlo e non ne vale la pena, ma due o tre cosette voglio condividerle con voi perché credo siano utili.

Vi risparmierei, ma siccome erano tanti occorre spenderci un po' di tempo, una particolare categoria di analfabeti funzionali, questi:


Non ci sarebbe nulla da replicare a dei fenomeni simili, se non quello che ha replicato Gatta Skogatt con grande compostezza:


In effetti, il mio era uno sberleffo alla stupidaggine di un fesso che si lamentava di quanto fossero onerosi i mutui in un mondo che lui descriveva come di tassi reali negativi (cioè in un mondo in cui la banca ti paga affinché tu ti indebiti: peraltro, questo è stato il mondo dell'eurone fino a pochi anni fa)! Questa valutazione ovviamente prescindeva dalla veridicità di una simile rappresentazione: era solo una verifica della sua coerenza interna, coerenza che ovviamente non poteva esserci! Chi si mette dal lato sbagliato della storia è condannato a vivere nella menzogna. Di fatto, in un mondo di tassi reali negativi sarebbe eventualmente il creditore a doversi lamentare, certo non il debitore! Quindi il buon Gianni letteralmente non capiva che cosa stesse dicendo, e parlava solo per diffondere (come deve fare un troll) una narrazione allusiva e tendenziosa: "con la liretta si stava peggio!" (anche se per farlo esponeva un argomento che astrattamente avrebbe favorito la tesi opposta: se le cose fossero state come le descriveva lui, i debitori sarebbero stati molto meglio)!

Apro e chiudo una parentesi sul povero Painintheass, che, come potrete facilmente constatare scorrendo il suo profilo, ha altri interessi: ci sta che non sia del tutto lucido, la falegnameria è un hobby defatigante...

Tuttavia, esaurito il divertimento per la scemenza di chi parla senza sapere che cosa dice, forse vale anche la pena di fare un vero fact checking di simili idiozie.

C'è mai stato un anno in cui i mutui prima casa erano al 15% e l'inflazione al 18%?

E, più in generale, con la lira l'inflazione è sempre stata in doppia cifra (come i drindrini ripetono)?

Diamo un'occhiata ai dati, partendo, appunto, da quelli sull'inflazione.

Nei 39 anni dal 1960 al 1999 l'inflazione in Italia è stata a due cifre solo per i dodici anni dal 1973 al 1984:

(fonte) quindi per meno di un terzo della sua storia. E qui qualcuno dirà: "D'accordo, la liretta non viaggiava sempre sulla doppia cifra di inflazione, anzi: è stata più spesso a singola che a doppia cifra, ma comunque con l'eurone in doppia cifra non ci siamo mai arrivati, nonostante la tremenda catastrofe determinata da pandemia e guerra!"

Eh, no, le cose non stanno esattamente così, perché le guerre, e i conseguenti shock di offerta, ci sono sempre stati, ma quelli che la liretta ha subito sono stati molto più seri di quelli che ha subito l'eurone. Per verificarlo vi invito a consultare la pagina sui mercati delle merci nel sito della World Bank e, se vi interessa, a scaricarvi il "pink sheet", il foglio Excel con gli indici annuali dei prezzi delle materie prime. Se calcoliamo il tasso di variazione dell’indice iENERGY, che sintetizza l’andamento dei prezzi delle fonti di energia, e lo rappresentiamo insieme al tasso di inflazione italiano otteniamo questo grafico:


dove l'inflazione italiana è rappresentata sull'asse di sinistra e quella dei costi internazionali dell'energia sull'asse di destra (che ovviamente ha una scala molto più estesa). Tenuto conto delle proporzioni, si vede immediatamente che lo shock petrolifero del 1973, quando il prezzo del petrolio quadruplicò, ha comportato un aumento dell'indice iENERGY (indice dei prezzi delle materie prime energetiche) del 230%, pari quasi al triplo dell'ultimo shock da offerta, quello del 2021, quando i prezzi delle materie prime energetiche sono aumentati dell'81%. Fateci caso: con aumenti superiori al 200% dei prezzi delle fonti di energia abbiamo avuto un'inflazione attorno al 20%, e con aumenti dell'80% dei prezzi delle fonti di energia abbiamo avuto un'inflazione attorno all'8%.

Cambiato qualcosa?

Non direi!

Con l'eurone, come con la liretta, circa un decimo degli shock di offerta (misurati dalla variazione dell'indice delle materie prime energetiche) si trasferisce sul tasso di inflazione interno. Si conferma quindi una scemenza quella della monetona fortona che fa da scudo contro l'incremento del prezzo delle materie prime: ma che fosse una scemenza che lo siamo detti mille volte, e il motivo è semplice: come vedete nel grafico, gli aumenti dei prezzi delle materie prime possono essere facilmente anche a tre cifre (superiori al 100%), e sarebbe da idioti pensare che roba simile possa essere compensata rivalutando la propria moneta. Molto semplicemente, se il prezzo del petrolio, o del gas, o in generale dell'energia raddoppia, quella di raddoppiare il cambio della propria moneta rivalutandola del 100% non è una strategia praticabile, perché comporterebbe far pagare il doppio tutti i nostri beni a tutti i nostri clienti internazionali, semplicemente per mantenere costante il prezzo dell'energia in valuta nazionale! Vorrebbe dire uccidere il Paese, e una roba simile può venire in mente solo a un perfetto drindrino! La strategia razionale è quella di comprimere leggermente i margini e di trasferire parte degli incrementi dei costi sui consumatori finali, ovviamente. Ma la cosa relativamente sorprendente, che nemmeno io mi aspettavo, è che il pass-through dai prezzi dell'energia ai prezzi al consumo nazionali in caso di shock di offerta è rimasto più o meno lo stesso, nonostante che nel frattempo siano cambiate tante cose: l'efficienza delle tecnologie, il mix energetico, le istituzioni monetarie, e il mercato del lavoro.

Questo ovviamente non esaurisce il discorso.

Il grafico mostra anche che per tutti gli anni '70 l'inflazione in Italia è stata piuttosto persistente, restando a due cifre anche fra 1975 e 1978, quando l'incremento del prezzo dell'energia era sceso a una cifra. Si può ragionare su quanto questa persistenza sia dovuta alla presenza di istituzioni che tutelavano il potere di acquisto dei salari, come l'indicizzazione salariale (la cosiddetta "scala mobile"), istituzioni che, si dice, avrebbero innescato una "spirale prezzi-salari".

Il fatto è che gli anni dell'inflazione a due cifre sono stati, come qui ben sapete, anni di crescita del salario reale:


il che naturalmente rende surreale l'affermazione di Gianni, il nostro troll, secondo cui una famiglia il cui salario cresceva più dell'inflazione si sarebbe trovata in difficoltà a pagare un mutuo il cui tasso era inferiore all'inflazione! Ma questo fatto, cioè la coesistenza di salari reali crescenti con la persistenza del processo inflattivo, corrobora di per sé l'affermazione che la tutela del potere d'acquisto delle famiglie mediante meccanismi di indicizzazione rendesse persistente l'inflazione? Forse bisogna prestare attenzione alle unità di misura. In effetti, il rientro dallo shock del 2021 è stato rapido, ma non esclusivamente né necessariamente perché non c'era più la scala mobile! Semplicemente, nel 2023 i costi delle materie energetiche sono diminuiti del 30% (per l'esattezza: -29.9%) e quindi nel 2024 abbiamo avuto un'inflazione attorno a 1.3%. Questo però succedeva anche con la liretta! Nel 1983 ci fu un "controshock" del -10% (meno deciso di quello del 2023), seguito nel 1984 da un altro controshock del -4%, e nel 1985 l'inflazione tornò a una cifra. Insomma: oggi come ieri il rientro dall’inflazione appare guidato da shock di offerta favorevoli (diminuzioni più o meno drastiche del costo dell’energia).

Quindi, alla fine, il mondo non è poi cambiato così radicalmente, se non per una cosa: le istituzioni monetarie e le riforme del mercato del lavoro che non ci hanno reso meno vulnerabili agli shock esterni (come vi ho documentato) sono però servite a fermare la crescita dei salari (come vedete nell'ultimo grafico e come oggi Draghi lamenta, poverino...). È un’applicazione del noto principio “se non serve a nulla [a far diminuire l’inflazione o la sua persistenza] serve a qualcos’altro [a redistribuire reddito a vantaggio del capitale finanziario]”.

Resta da factceccare un'altra affermazione del nostro simpatico troll: quella che con l'inflazione al 18% i tassi di interesse fossero al 15%. Si fa subito, perché tassi di inflazione al 18% si sono avuti solo nel 1981 (17.96%). Basta controllare sulle International Financial Statistics com'erano messi i tassi in quell'anno lì:


(quindi un punto sopra, e non tre punti sotto l'inflazione), ma io ricordo una storia un po' diversa, che ancora per un po' trovate sul sito della Banca d'Italia:


con tassi sui prestiti attorno al 25% (quindi sette punti sopra l'inflazione), e tassi sui depositi al di sotto (o molto lievemente al disopra) del tasso di inflazione.

Il motivo è molto semplice: nel 1981 c'era già stato il Volcker shock, la stretta di politica monetaria statunitense che aveva fatto cambiare segno ai tassi di interesse reale in tutto il mondo, nel quadro di una generale strategia di abbandono della cosiddetta “repressione finanziaria” (cioè della regolamentazione del mercato internazionale dei capitali). L'abbiamo vista ad esempio nel working paper di Reinhardt e Sbrancia più volte citato:


Quindi il mondo di Gianni è un mondo in cui lui sarebbe stato molto bene, se solo fosse esistito! (mi riferisco sia al mondo che a Gianni). 

Bene: ora passo a occuparmi di altro, altrimenti questa notte non riesco a pubblicare. Come vedete, i troll non sono così inutili come sembrano. Ma... lasciateli a me!


(...il discorso di fine anno quest'anno lo posterò ad anno nuovo, subito dopo la mezzanotte, se ci riesco. I discorsi che parlano del futuro vanno fatti all'inizio, non alla fine...)

domenica 9 luglio 2023

QED 103: la pioggia di miliardi non è gratis!

Lo avevamo detto qui, ricordato qui, preannunciato qui, ed eccolo qui:


Mentre i coglioni commentatori superficiali continuano a parlare di #ingentirisorsedelPNRR gratuite (anzi: graduide, come capita di sentire), i fatti dimostrano che avevamo ragione noi. Se debito doveva essere, come ora quasi tutti capiscono:


lo si sarebbe dovuto fare quando costava zero, cioè subito, cioè nel 2020, cioè senza aspettare che l’elefantiaca burocrazia europea partorisse il PNRR (o meglio, che camuffasse da PNRR il vetusto e sgradito BICC). Non è stato necessario che, come temevo, scoppiasse una crisi finanziaria per mettere in difficoltà la raccolta di risorse sul mercato da parte della Commissione; è stato sufficiente che, come prevedevo, arrivasse un “Volcker moment” (impennata dei tassi per contrastare l’inflazione).

E quindi ora siamo al bivio, anzi: al trivio. Per pagare gli interessi sui suoi debiti (quelli che trasforma in nostri debiti trasferendoceli come PNRR) ora la Commissione potrebbe indebitarsi, o utilizzare risorse destinate ad altro (cioè tagliare altre spese), o mettere nuove tasse europee sui cittadini degli Stati membri. E siccome le prime due cose non si possono fare, la soluzione del trivio è trivial, cioè banale (non triviale, come traducono gli ignoranti economisti): tasse. Chi parla dei vantaggi finanziari del PNRR d’ora in avanti dovrebbe tenere conto di questo svantaggio, ma ovviamente non lo farà.

Solo per ricordare che la Veritah e la sua cugginetta (sic), la Raggioneh, non servono a nulla se non sono assistite dalla forza, e quella dovreste darcela voi, se non fosse che siete troppo furbi per fidarvi di uno che vi dice sempre prima quello che succederà dopo e che vi ha spiegato che cosa vuole fare e perché vuole farlo.

Ci deve essere un gran gusto nell’affidarsi a chi sai che vuole fotterti, o comunque a chi sai che non può impedirglielo, perché si è troppo furbi per rafforzare la squadra di chi ti spiega da dodici anni come ti stanno fottendo! Io non riuscirò mai a capirlo, ma è ovvio che quello limitato sono, appunto, io.

lunedì 3 luglio 2023

"E l'America?" Ancora sull'irresponsabilità della Banca centrale.

Il post sull'irresponsabilità della Banca centrale ha suscitato nei social reazioni riconducibili a due categorie.

La più diffusa, ma meno interessante, è di tipo decerebrato analfabeta funzionale grillino, tipizzata dal raglio inquisitorio: "Ma voi siete al governoooh, che cosa state facendoooh!". Qui, dove non c'è il dolo, c'è una povertà culturale che farebbe quasi tenerezza, se non facesse rabbia. Manca, ad esempio, la nozione che la Banca centrale è indipendente dal Governo, e che quindi chi è al Governo (che poi sarebbe una cosa diversa dal Parlamento, ma per capire questo ci vogliono tre neuroni e quindi mi fermo) non può fare nulla se considera sbagliata una politica monetaria, tranne criticarla. Oddio, a dire il vero non è così, è peggio di così: perché una cosa la si potrebbe fare, la potrebbe fare anche il Parlamento, e se la sapete è grazie a me: lasciarsi dietro le spalle il feticcio dell'indipendenza della banca centrale (che poi è connesso a quello dell'esogenità della moneta merce) e tornare a un diverso rapporto fra politica monetaria e politica fiscale. Questo, la prima volta che siamo stati al Governo, abbiamo provato a farlo con gesti concreti. Un pezzo del non esserci riusciti sono i nove voti DECISIVI dei grillini, per cui, sinceramente, che ora dei relitti ortotteri vengano a chiedere a me "che cosa sto facendoooh!" me li fa anche un pochino girare, credo lecitamente (ma si possono avere altre opinioni, e le si possono anche esprimere da un'altra parte), visto che se non riesco a fare tutto quello che vorrei è sostanzialmente per colpa di rimbambiti come loro.

Poi c'è stato un altro tipo di reazioni, più erudite, riconducibili a: "E l'America?".

Beh, parliamone!


(i dati sull'inflazione vengono da qui e quelli sul tasso di interesse da qui).

Qui abbiamo l'andamento di tasso di inflazione e tasso di interesse di policy (il federal funds rate) negli Stati Uniti. A colpo d'occhio è molto simile a quello dell'Eurozona, ma qualche differenza c'è e possiamo provare a intuirla da questo grafico, dove l'Eurozona è "puntinata":


o anche, per una diversa e forse migliore leggibilità, "spacchettando" le due inflazioni:

e i due tassi di interesse:


Partendo dall'inflazione, se osservate il grafico noterete che l'inflazione Usa e quella dell'Eurozona si muovono in modo molto simile, ma la prima sembra anticipare un po' la seconda. In altre parole, l'inflazione dell'Eurozona sembra più correlata con l'inflazione Usa di qualche mese precedente, che con quella contemporanea. In effetti, una rapida verifica dimostra che in media è così:

La correlazione più forte è fra l'inflazione europea corrente e quella Usa di quattro mesi prima (al ritardo -4). Quindi sapere che cosa succede di là ai prezzi mediamente ci informa su che cosa succederà di qua fra pochi mesi. Ovviamente, è una relazione statistica: nulla di scolpito nella pietra (ma qualcosa di abbastanza evidente nel pattern dei dati).

Per quel che riguarda i tassi di interesse, invece, negli anni della prima crisi globale (sostanzialmente dall'inizio del grafico al 2013) notiamo un atteggiamento di politica monetaria più aggressivo (un tasso di interesse più alto) nell'Eurozona rispetto agli Usa, che sono arrivati prima ai tassi zero. Il contrario succede dal 2016 al 2020: gli Usa tirano su i tassi, fino al 2,5%, mentre l'Eurozona li tiene a zero (nonostante un'inflazione prossima al 2%). Ovviamente questo è il periodo della svalutazione competitiva dell'euro, guidata dalla manovra dei tassi. Per capire bene questo punto, ricordiamo che:

  1. il tasso di cambio è il prezzo di una moneta in termini di un'altra (ad esempio, il prezzo dell'euro in dollari) e soggiace come tutti i prezzi alla legge della domanda e dell'offerta, per cui sale se c'è domanda di euro, e scende se la domanda non c'è;
  2. una valuta viene domandata o per comprare beni i cui prezzi sono definiti in quella valuta, o per comprare prodotti finanziari emessi in quella valuta;
  3. i capitali cercano a parità di rischio la remunerazione migliore, per cui si spostano dall'Eurozona verso gli Usa quando il tasso di interesse statunitense è più alto di quello europeo, andando in cerca di titoli statunitensi definiti in dollari, e viceversa quando i tassi sono più alti nell'Eurozona;
  4. di conseguenza, se il tasso di interesse Usa sale rispetto a quello dell'Eurozona, il prezzo dell'euro in dollari scende, e viceversa se il tasso di interesse dell'Eurozona sale rispetto a quello Usa.

Questo fenomeno si vede abbastanza bene se rappresentiamo nello stesso grafico lo scarto fra tasso Usa e tasso dell'eurozona (spezzata arancione) e il tasso di cambio EURUSD (spezzata verde):


Si vede bene che la correlazione è inversa (se sale uno, scende l'altro) ed è abbastanza forte (per i tecnici: -0,72). Dal gennaio 2009 al luglio 2019 il differenziale fra tasso Usa e EZ è andato crescendo di oltre quattro punti, da -2 a +2, prima per la discesa dei tassi europei da circa 2 a zero, e poi per la crescita dei tassi statunitensi da zero a oltre 2. In tutto questo periodo il dollaro si è rafforzato rispetto all'euro, e quindi l'euro ha progressivamente perso terreno rispetto al dollaro, il che, come abbiamo detto tante volte, ha reso i beni tedeschi eccessivamente a buon mercato per gli acquirenti statunitensi, con le note conseguenze (l'accusa di svalutazione competitiva da parte degli Stati Uniti verso l'Eurozona). 

Col Covid ci siamo trovati in sincrono sul tasso zero, fino all'ultima impennata, che converrà zoomare:


Negli Usa l'inflazione è partita prima e ha raggiunto il picco prima. Nell'Eurozona questa storia è sfalsata di quattro-cinque mesi. Quando a giugno 2022 l'inflazione era al 9% in entrambi i Paesi, negli Usa il tasso di interesse era a 1,68%, e da noi ancora a zero. Diciamo che probabilmente la Bce aveva un'idea un po' "rampiniana" dell'inflazione (pensava che sarebbe stata poco persistente).

Ve la metto in un altro modo. Vi ricordate di quando vi dicevo che mi preoccupava il livello particolarmente basso che i tassi di interesse reali avevano raggiunto? Con i dati fino a metà 2022 si vedeva questo:


(sono tassi diversi, ma il succo della questione è il medesimo) e la mia preoccupazione espressa all'epoca (novembre 2022) era che storicamente una situazione di questo tipo comporta una brusca correzione, un "Volcker moment". Ora la brusca correzione c'è stata, si vede, ed è di un ordine di grandezza che in effetti ci riporta all'inizio degli anni '80:


Negli Usa è stata più tempestiva e più incisiva (i tassi di interesse reale sono tornati in territorio positivo). Nell'Eurozona meno tempestiva e tutto sommato, per ora, relativamente meno violenta. Il punto però è che il tessuto produttivo dell'Eurozona è sfibrato da tutto quanto ormai sapete bene. Un "Volcker moment", noi, non possiamo permettercelo, ma anche gli altri non più di tanto: il debito non è solo pubblico e non è solo italiano.

Ma c'è di più.

L'analisi che abbiamo fatto sopra della relazione fra tasso di interesse e tasso di cambio ci fa riflettere sul fatto che per la Bce non seguire la Fed sulla strada dei rialzi significa lasciar scivolare il cambio verso il basso, alimentando ulteriori squilibri globali, e provocando ulteriori ritorsioni da parte degli Stati Uniti. Anche perché, passata la sberla derivante dai costi del gas, l'Eurozona è tornata a dare il suo significativo contributo a questi squilibri, ritornando sulle posizioni di surplus strutturale quo ante:


Detto in un altro modo: siamo di fronte a un ulteriore fallimento dell'assetto one-size-fits-all delle nostre istituzioni monetarie (cioè, per dirla in breve: della moneta unica). Si è molto riflettuto, per lunghi decenni, sul fatto che un tasso di interesse unico (al netto degli spread) avrebbe determinato inefficienze in presenza di quelli che gli economisti chiamano shock asimmetrici (e i normodotati shock simmetrici, come ho spiegato qui), cioè nelle non infrequenti situazioni in cui (come ora) alcuni Paesi (noi) sono in espansione e altri (la Germania) in recessione. La questione veniva messa così: se un Paese cresce e l'altro cala, la Bce che cosa deve fare? Frenare il Paese che cresce tirando su il tasso, o aiutare quello che cala, tirandolo giù? Ma nessuno o quasi, che io sappia, ha insistito sul risvolto internazionale della questione, che poi sarebbe stato quello determinante, dato che, come altri fatti di cronaca dimostrano, nel contesto occidentale l'UE è satellite della potenza imperiale Usa (lo considero un fatto e non mi interessa giudicarlo): se c'è un Paese in surplus di bilancia dei pagamenti, e uno in deficit, la Bce che cosa deve fare? Tirare su il tasso di interesse per far crescere il cambio e attenuare il surplus del primo, o tirare giù il tasso di interesse per far cedere il cambio e attenuare il deficit del secondo? Il problema è che tirare giù (o non tirare su) il tasso di interesse significa mettere un dito in un occhio agli Stati Uniti, per i motivi che vi ho spiegato (il cambio cede, il surplus europeo "schizza", gli Stati Uniti si irritano).

Ancor meno si è riflettuto (da parte degli economisti "bravi", quelli della tabaccaia scalabile, per intenderci) sulle interazioni fra queste due dimensioni (quella interna e quella internazionale) della politica monetaria. Ancora una volta ci aiuta l'attualità, che presenta una situazione piuttosto intricata, perché il Paese più Paese degli altri, nella Fattoria degli animali europea, cioè la Germania, è in recessione, e quindi avrebbe bisogno di tassi di interesse bassi (per favorire l'erogazione di credito interno), ma è anche tornata sul suo surplus siderale:


e quindi, laddove intendesse tornare verso una posizione più equilibrata nei confronti dell'estero, avrebbe bisogno di tassi di interesse alti (per innalzare il livello del tasso di cambio e conseguentemente frenare le esportazioni - anche se il post precedente ci ha mostrato una situazione più articolata). Ma naturalmente un Paese abituato a campare coi soldi degli altri (le esportazioni di un Paese sono spesa - soldi - di altri Paesi) ha difficoltà oggettive nel cambiare traiettoria, nonostante gli appelli dei banchieri centrali a favore di una crescita più wage-led. Se a questo aggiungiamo le considerazioni sui rapporti di forza fra l'efficiente potenza federale Usa e l'inefficiente "potenza" unionale, fiaccata da una somma di divergenze e tensioni interne, prima fra tutte quella fra l’orientamento politico sovranazionale e i processi democratici nazionali, capite bene che invertire la rotta degli aumenti dei tassi non sarà semplicissimo, e che, alla fine, la lotta all'inflazione c'entra il giusto. Più che a quella, bisognerebbe forse guardare al tasso di cambio, e alla situazione debitoria dei diversi Paesi. Perché alla fine la chiave di lettura della situazione in cui ci troviamo va cercata nel trilemma di Reinhart e Sbrancia qui più volte esposto: default, iperinflazione, o crescita?

Ovviamente scegliere non tocca a noi: avremo però modo di tornare sull'argomento, e in questo senso qualche barlume di speranza ci viene dal Fmi. Ne parliamo presto.

martedì 20 giugno 2023

L'irresponsabilità della Banca centrale

All’inizio di giugno 2022 il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento al sistema bancario, quello praticato dalla Bce alle banche che le chiedono liquidità, era ancora pari allo 0%. Un anno dopo, con effetto da domani, a seguito di una raffica di aumenti senza precedenti, lo stesso tasso raggiungerà il 4% (i dati dell'inflazione sono qui e quelli dei tassi di interesse qui).

I risultati non si sono fatti attendere:


(i dati del Pil vengono da qui e i tassi di interesse sono espressi come media trimestrale).

L’Eurozona ha prima visto dimezzare la sua crescita dallo 0,8% della primavera 2022 allo 0,4% dell’estate, poi dall’autunno è entrata in recessione (quella recessione che i media pudicamente qualificano di "tecnica", quasi a sminuirne l'importanza), in controtendenza rispetto ai Paesi OCSE non europei, dove la crescita prosegue a tassi trimestrali attorno allo 0,6%.

Il capolavoro della Bce risalta meglio zoomando sugli ultimi trimestri:


Questo risultato fatalmente danneggerà un Paese come l’Italia, che grazie alla resilienza del proprio sistema produttivo ha finora stupito in positivo tutti i previsori internazionali. Ma è soprattutto un risultato di cui non si capiscono né la tempistica, né la logica. L’inflazione dell’Eurozona è aumentata di 9 punti dalla fine del 2020 al giugno del 2022. Perché la Bce non è intervenuta prima, in modo graduale, anziché applicare all’ultimo momento una terapia d’urto, per di più mentre l'inflazione stava rientrando? Forse perché non ha capito la natura del processo inflattivo in atto. I prezzi sono mossi dalle forze della domanda e dell’offerta, e in questo momento i commentatori più autorevoli vedono l’origine del processo inflattivo nei vincoli di offerta, nella mancanza di investimenti in ambiti come quello delle fonti di energia e delle infrastrutture. Ma la Bce, invece di creare un ambiente favorevole agli investimenti, mantenendo i tassi di interesse a un livello sostenibile per imprese e famiglie, ha deciso che l’unico rimedio contro una inflazione da offerta è strozzare la domanda, col rischio di creare condizioni di insolvenza per famiglie, imprese, istituzioni finanziarie. Il risultato sarà che domanda e offerta si incroceranno a un livello più basso: sarà cioè una recessione strutturale.

Sono loro a dirlo, seguiti dallo stormo dei pappagalli commentatori: bisogna raffreddare la domanda (un proposito insensato, quando in tutta evidenza il problema non è l'eccesso di spesa ma la carenza di alcuni beni: prima le fonti di energia, ora le materie prime necessarie per la transizione ecologica). Significa, in pratica, che l'unica soluzione che la Bce ha da offrirci per combattere l'inflazione è lasciar crescere la rata del mutuo delle famiglie, costringendole a spendere di meno, così che il negoziante non venda e pur di liberare gli scaffali abbassi i prezzi. In sintesi: affamare la famiglia e far fallire il negoziante. Lo stesso ragionamento vale per le imprese e la loro domanda di beni (che in macroeconomia si chiama "investimenti fissi lordi", cioè spese per formazione di capitale fisso: macchinari, capannoni industriali, mezzi di trasporto, ecc.).

In sintesi: l'induzione deliberata di una recessione è l'unico strumento di cui disponga la Bce.

Decenni di elaborazioni teoriche raffinatissime, ispirate a un altezzoso disprezzo delle teorie keynesiane, viste come semplicistiche e non al passo coi tempi, ci restituiscono come unico risultato la saggezza popolare dei keynesiani anni '50, quelli che dicevano che non puoi spingere un oggetto con una corda (per significare che con la corda della politica monetaria non puoi spingere la crescita, ma solo tirarla indietro, cioè, appunto, impiccare l'economia). Tanti studi, tanta spocchia, tante brillanti carriere accademiche costruite inanellando banalità col latinorum dell'analisi funzionale, per poi ritrovarsi nel momento del bisogno alla casella di partenza dell'elaborazione macroeconomica postbellica!

L'inflazione viene spesso paragonata alla febbre. Se un paziente ha la febbre, ucciderlo è un modo efficace per riportare la sua temperatura sotto controllo, e l'impiccagione è una delle possibili strade. Chi usasse questo metodo però non vorrebbe considerato un medico, ma un assassino (indipendentemente dalla sua laurea). Se la Bce non sa proporre altri antipiretici, occorrerà necessariamente aprire un dibattito sul suo ruolo. Un'istituzione che imposta le proprie politiche su previsioni la cui comica fragilità e fallacia hanno meritato una menzione di disonore negli annali della statistica:


un'istituzione sistematicamente incapace di raggiungere e mantenere quell'obiettivo di inflazione al 2% che non i Trattati, ma lei stessa si è data (manifestando così uno spettacolare quanto inquietante difetto di prudenza e lungimiranza), sarà chiamata, se non dai cittadini e dai loro rappresentanti, dalla Storia, a fare un passo indietro. Per quel poco che valgono le correlazioni, e avendo sempre riguardo alla loro natura meramente descrittiva, è interessante notare che la correlazione fra tasso di inflazione e tasso di interesse nel primo grafico è positiva e significativa (a 0,46), mentre quella fra tasso di inflazione e tasso di crescita nel secondo grafico è negativa (a -0,10), ma sale a un simmetrico -0,46 se si elimina il vistoso evento anomalo determinato dalla pandemia (che ovviamente inquina la stima del coefficiente).

Paperoga Bce funziona quindi solo a metà come i libri di testo dicono che dovrebbe funzionale: se da un lato i suoi aumenti del tasso di interesse mandano l'economia in recessione (in pieno accordo con la teoria economica standard), dall'altro non frenano, ma accompagnano, l'inflazione (in totale disaccordo con la teoria economica standard). Abbiamo a che fare con un problema culturale (la fallacia della teoria tautologica secondo cui l'inflazione "è un fenomeno monetario") che diventa un problema politico di prima grandezza.

Errare è umano, perseverare è Lagarde: indipendenza non può voler dire irresponsabilità, una moderna democrazia semplicemente non può permettersi una simile gigantesca mancanza di accountability. Quello che oggi diciamo solo noi qui inascoltati diventerà presto una richiesta corale: un'istituzione che si pone al di sopra di tutte le leggi, tranne quella di Murphy, è una minaccia seria e attuale alla stabilità economica e sociale del nostro lembo di terra emersa.

sabato 5 novembre 2022

La situazione è grave, ma non è seria

 (...rieccoci qui dopo una lunga parentesi. Il convegno di quest'anno è stato, a detta dei 299 partecipanti - 300 porta un po' male, come le Termopili e Sapri insegnano - il più appassionante di sempre. A beneficio di chi non c'era stiamo pubblicando i video sul nostro canale YouTube. Ci siamo emozionati alla rilettura di Flaiano da parte di Fabrizio Masucci, abbiamo riso alla rievocazione di due anni di delirio da parte di sua eminenza Osho, abbiamo apprezzato la fredda lucidità di Davide Tarizzo, abbiamo accolto con rispetto e attenzione anche compagni che sbagliano come l'amico Enzo Pennetta. Ma non è di questo che volevo parlarvi oggi. Oggi, come spesso abbiamo fatto qui, volevo mettere le cose in prospettiva...)


Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco


(secondo cui "le prospettive dell'economia non preoccupano molto") manifestano una beatitudine su cui ci sarebbe da interrogarsi. Nella migliore delle ipotesi si potrebbe pensare che l'apparato "tecnico" voglia giocare un giochino piuttosto scontato: quello di lasciar credere che "il migliore" ci avesse posto su un sentiero virtuoso, in modo da poter addossare a chi gli è succeduto (noi) la responsabilità dei tempi grami che inevitabilmente ci attendono. Ma può anche darsi che un simile intento malizioso non ci sia, e questo è forse lo scenario peggiore. Quando l'anno prossimo saremo in recessione, voi avrete la bontà di ricordarvi che qualcuno ve l'aveva annunciata all'inizio di quest'anno, sulla base di una semplice analisi economica da libro di testo. Insomma, è la solita storia: nelle élite italiane qualcuno che ha letto il Dornbusch-Fischer c'è, ma è rara avis, e tendenzialmente non viene ascoltato, per il semplice motivo che la logica economica cozza contro certi "sogni" ideologici. Dal negazionismo verso la semplice aritmetica di ECON102 consegue un degrado generalizzato dei cosiddetti tecnici, che è forse la spiegazione più razionale di certe affermazioni avventate.

Cerchiamo allora, per l'ennesima volta, di mettere in prospettiva gli ultimi dati macroeconomici, per riflettere su quanto ci aspetta e per ribadire qualche punto di metodo.

Il Pil

...e partiamo da lui, dal Pil, il nemico ideologico degli sciroccati decrescisti. L'ultimo dato disponibile è la "stima flash" uscita il 31 ottobre scorso. I commenti evidenziano la sorpresa positiva (siamo cresciuti invece di calare), e il rapporto dell'ISTAT ci consegna una ulteriore buona notizia:


L'indice del Pil è al livello più alto dal 2010, e il suo valore in miliardi al suo valore più alto dal 2018:

(437.7 miliardi di euro).

Quindi "dall'inverno semo fora"?

No, naturalmente.

Per rendersene conto basta andare sul sito dell'Istat e ricostruire la serie partendo dal primo dato attualmente disponibile, che attualmente, per voi profani, è quello del primo trimestre 1996:

Questa semplice operazione ci permette di accertare che:

  1. il dato stimato per il terzo trimestre (estate) del 2022, cioè 437.7 miliardi, ci riporta indietro al primo trimestre del 2006 (437.9 miliardi), ovvero: siamo dove eravamo 67 trimestri fa (cioè un po' più di 16 anni fa);
  2. l'ultimo dato è inferiore del 3.5% al massimo storico raggiunto il primo trimestre del 2008 a 453.4 miliardi.

E già così si capisce che la situazione è estremamente grave. Ma quello che dovrebbe colpire nell'ultimo grafico è che vi si osserva una variabile che oscilla in un range fra i 350 e i 450 miliardi, e quindi manifesta un ciclo, senza mostrare alcuna particolare tendenza. Insomma: una variabile senza crescita di lungo periodo (in effetti, il tasso di crescita medio trimestre su trimestre è dello 0.15%). E la famosa crescita economica (che è crescita del Pil) dov'è?

Per vederla bisogna allargare lo zoom, e questo purtroppo voi non potete farlo, ma chi vi scrive sì. Usando l'edizione 1998 della contabilità nazionale trimestrale è possibile mettere questi dati in prospettiva, ricostruendo tutta la serie fino al 1970 (operazione che abbiamo fatto altre volte):

La parte evidenziata nel riquadro tratteggiato è quella che vedete nel grafico precedente. Come si intuisce, è l'ultima porzione di una storia di crescita che andava avanti da almeno 38 anni, e che nel 2008 si interrompe.

Qui ci sta un rapido approfondimento tecnico: potrebbe infatti sembrare che fino al 2008 le cose siano andate sostanzialmente bene, perché quella che si osserva è una crescita lineare con lievi oscillazioni cicliche. In effetti, le cose non stanno così, per il solito problema: 1 è l'1% di 100, ma il 10% di 10. Che cosa voglio dire? Che un aumento di 2.1 miliardi come quello del terzo trimestre del 1971 era un aumento dell'1% (perché il Pil trimestrale era poco sopra 200), mentre lo stesso aumento oggi è un aumento di circa lo 0.5% (perché il Pil trimestrale è di poco sopra 400). In altre parole, la storia che osservate non è una storia di crescita costante, ma di crescita a ritmi decrescenti, che dal 2008 diventa una storia di stagnazione.

Se aguzzate gli occhi, vedete anche bene il disastro austerità, che spezzò le gambe alla ripresa del 2011, e dal quale siamo usciti solo per cadere nel disastro COVID:


Ve lo evidenzio con un rettangolo arancione: sono cose che sapete, ma qualcuno è qui per la prima volta e ripassarle male non fa. Giusto per ricordare a chi vorrebbe percorrere la stessa strada che i salvataggi di Monti non ci hanno salvato...

Inflazione

Di questa abbiamo parlato da poco, ma ci sono aggiornamenti. L'Istat ha pubblicato i dati provvisori di ottobre: abbiamo quattro osservazioni da aggiungere, e il nostro grafico ora si presenta così:

Il giochino "mai così alta dal..." ci fa arretrare lungo l'asse dei tempi dal gennaio del 1986 al marzo del 1984 (un balzo indietro di due anni). Ma la cosa interessante non è questa, non è il giochino che interessa ai giornalisti, bensì un'altra: fra ottobre e settembre l'inflazione è aumentata di tre punti percentuali (da 8.9 in settembre a 11.9 in ottobre): un'accelerazione fortissima, la più rapida degli ultimi 66 anni. La seconda accelerazione più rapida si verificò nel settembre 1974, e portò l'inflazione al 23% dal 20.2% di agosto, con un aumento di 2.8 punti, e la terza accelerazione più rapida nel marzo del 1976, e portò l'inflazione al 13.9% dall'11.8% di febbraio, con un aumento di 2.1 punti.

Se confermata, questa accelerazione eccezionale non lascia presagire nulla di buono. La soglia del 15% è lì, a un passo, e poi, come ben sapete, e come del resto si vede anche nel grafico, i prezzi crescono più rapidamente di quanto scendano. C'è tanta letteratura su questa asimmetria, e anche noi abbiamo contribuito, portando in classe A un articolo nato su questo blog. Questo significa che le due cifre ce le terremo per un po' (se va bene, per almeno un annetto: ma deve andare bene), e al target della Bce, il 2%, ci torneremo forse in quattro o cinque anni (nella più rosea delle prospettive).

Il che mi porta a insistere su quello che da un po' vedo come il vero problema (confortato dal fatto che non mi pare che nessuno ne parli, qui da noi: il che significa che il problema è lì...).

Il tasso di interesse

La vulgata sui benefici dell'euro, una volta sfrondata dalle scemenze sui settant'anni di pace, si riconduce a due argomenti gemelli: l'euro ci avrebbe protetto dall'inflazione, e ci avrebbe assicurato bassi tassi di interesse.

Sul perché il primo argomento fosse fasullo ci siamo soffermati diverse volte, e ora che tutti possono vedere che avevamo ragione, possiamo tornarci sopra molto rapidamente:

  1. l'euro non poteva proteggerci (e non ci sta proteggendo) da una delle principali cause di inflazione, l'aumento dei prezzi delle materie prime, semplicemente perché questi aumenti sono spesso a tre cifre (dal 100% in su) ed è semplicemente impossibile pensare di compensarli con una pari rivalutazione del cambio (ne avevamo parlato appunto nel già citato post e altrove); il ragionamento è semplice: se il prezzo del petrolio in dollari raddoppia, per acquistare un barile con la stessa quantità di euro occorre che il valore dell'euro raddoppi: ma questo significherebbe far pagare il doppio i beni europei a tutti gli acquirenti esteri, uccidendo l'economia dell'Eurozona. Quindi, l'euro non può proteggere da shock da offerta come quello che stiamo subendo.
  2. Non solo: per essere sostenibile per tutti i Paesi dell'Eurozona, l'euro era destinato a svalutarsi, cioè ad andare nella direzione contraria di quella necessaria per contenere l'inflazione. Ne abbiamo parlato tante volte, ad esempio qui.

Ma era intrinsecamente fasullo anche il secondo argomento, quello sui bassi tassi di interesse, e per un motivo ben più insidioso: non perché i tassi non si sarebbero abbassati, ma perché in questo modo sarebbero usciti dal loro valore di equilibrio, diventando, in particolare, troppo bassi per i Paesi più fragili, e inducendo così in questi Paesi un eccessivo indebitamento pubblico e privato (ne abbiamo parlato ad esempio qui e in sedi scientifiche qui).

Comunque, queste cose le sapete. La sintesi è che ci troviamo con tassi di interesse che erano sostanzialmente fuori dall'equilibrio (depressi) già prima della crisi, e con un'inflazione estremamente elevata e persistente.

Questo significa che il tasso di interesse reale, cioè la differenza fra il tasso pattuito e l'inflazione, è in terreno negativo. Ve la dico semplice: chi presta soldi al 5% con l'inflazione al 10% ci rimette, perché è sì vero che gli verrà restituito il 5% in più di quanto ha prestato, ma nonostante quel 5% in più coi soldi che gli restituiranno comprerà il 5% di beni in meno. Per farvela capire meglio, un semplice esempio:

A inizio anno il filetto costa 30 euro al chilo, quindi con 30 euro si compra un chilo di filetto. Se Tizio si fa prestare da Caio 30 euro al 5%, compra subito un chilo di filetto, e a fine anno restituisce 31.50 euro. Peccato che se l'inflazione è al 10%, a fine anno il filetto è salito a 33 euro al chilo, e quando Caio va a comprarsi un filetto con 31.50 glie ne danno 950 grammi invece di un chilo (il 5% in meno).

Per questo motivo è indispensabile, nel ragionare sulla convenienza delle scelte finanziarie, considerare il tasso di interesse reale, cioè quello depurato dall'inflazione. Se lo facciamo, ci rendiamo immediatamente conto del fatto che la situazione odierna è assolutamente fuori scala:

I tassi di interesse reali oggi sono a un minimo storico, intorno al -10%. Dal 1975 in qua non si è mai vista una cosa simile, e quando si è visto qualcosa che gli somigliava (con i tassi reali intorno al -5% alla fine degli anni '70) è scattata in tempi relativamente brevi la correzione, sotto forma di brusco rialzo dei tassi nominali. Si vede abbastanza bene qui:

(guardate ad esempio il tasso a breve, in giallo, che passa da poco sopra il 10% alla fine degli anni '70 a oltre il 20% verso il 1982).

Con tutte le cautele del caso, fra cui l'osservazione che queste sono variabili riferite alla sola Italia (mentre la nostra politica monetaria è centralizzata a livello europeo), è evidente che gli incrementi di tassi praticati finora dalla Bce rischiano di essere solo l'antipasto. Nel 2022 il tasso sui depositi presso la Bce (quello che la Bce paga alle banche che depositano liquidità presso di lei) è aumentato di due punti da -0.5 a 1.5, e un incremento parallelo si è avuto per il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale (quello che la Bce richiede quando presta soldi alle banche). Non è improbabile che nel 2023 si vada per la stessa strada, animati dal pio desiderio di "ancorare le aspettative", ottenendo come unico risultato quello di zavorrare l'economia. Non ci sarebbe nulla di strano: nel 2007 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento (che oggi è al 2%) era al 5%, e quello sui depositi (che oggi è all'1.5%) era al 3%. Se anche l'anno prossimo la Bce portasse i suoi tassi al 5% o al 6%, non si tratterebbe quindi di valori "fuori scala" in termini storici. Ma:

  1. nel 2007 l'inflazione viaggiava attorno all'1.8% e oggi intorno al 12%, quindi oggi una correzione al rialzo di altri quattro o cinque punti sarebbe verosimilmente insufficiente, mentre d'altra parte:
  2. oggi abbiamo un'economia depressa, che avrebbe un disperato bisogno di investimenti già in condizioni normali, e ha un disperatissimo bisogno di investimenti perché costretta a finanziare la transizione ecologica. Un innalzamento dei tassi di quattro o cinque punti sarebbe esiziale.

Conclusioni

Sarà che sono un dilettante, ma a differenza dei professionisti citati in apertura sono molto preoccupato. Come ho cercato di farvi capire fin dal primo post di questo blog, in economia non esiste nulla di intrinsecamente buono o cattivo: dipende dalle circostanze e dai punti di vista.

Ad esempio: i bassi tassi di interesse di cui abbiamo beneficiato fino all'anno scorso erano sì fuori dall'equilibrio, ma questo in fasi diverse ha avuto (o avrebbe avuto) esiti diversi. Se all'inizio del secolo i tassi "troppo" bassi sono stati nefasti, perché hanno indotto il settore privato a indebitarsi senza che ve ne fosse una reale necessità (alimentando bolle immobiliari), durante il COVID e fino all'anno scorso erano un'opportunità, perché avrebbero consentito il settore pubblico di indebitarsi in una fase in cui ve n'era un'estrema necessità. Il 19 maggio 2020 quelli bravi ci dicevano sul loro giornale quello che noi da qualche mese stavamo ripetendo inascoltati in aula:

Il problema di quelli bravi è che ognuno pensa di essere migliore degli altri, e quindi fra loro non si ascoltano. In ogni caso, il "più migliore" (cit.) di questo saggio avviso non ne ha fatto nulla, e ha rinunciato a indebitarsi a tassi convenienti (cioè a tassi reali negativi), forse (!) per i motivi adombrati in questo tweet:

D'altra parte, i tassi di interesse reali negativi redistribuiscono risorse dal creditore al debitore, il che li rende particolarmente odiosi al creditore, ma li rende anche un'opportunità imperdibile  (che noi abbiamo perso grazie al "migliore") per il debitore pubblico che debba "liquidare" un ingente stock di debito, come qui abbiamo imparato anni fa grazie al lavoro di Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (uno dei tanti lavori che ho imparato a conoscere da voi, quando questo non era un blog di pandemici, ma di gente di buonsenso e buone letture). Girarci intorno è inutile, le cose stanno come le mettono le gentili autrici di questo utile saggio. Quando il debito raggiunge certi livelli, per uscirne ci sono tre strade: il default, l'iperinflazione, o la crescita moderatamente inflazionistica. Oggi che veniamo da decenni di contesto macroeconomico relativamente ordinato, e che quindi sarebbe relativamente facile "ingegnerizzare" la soluzione meno traumatica, cioè la terza, flirtiamo pericolosamente con la prima soluzione, la più traumatica, semplicemente perché chi ha saldamente in mano un capo della corda vuole tirarla senza se e senza ma dalla parte sua, pensando che se ci sarà una crisi, se la corda si spezzerà, in terra ci finirà qualcun altro.

Un meccanismo psicologico e una dinamica sociale che qui abbiamo descritto tante volte, e che determina l'avvitamento verso il basso di cui parlammo qui.

Nel frattempo, è uscita la NADEF e me la vado a leggere. Ne parliamo appena possibile...