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domenica 7 dicembre 2025

Tre discorsi: "Cosa aspettarsi per il 2026?" (discorso numero tre)


Le previsioni sulla crescita nel 2026 sono già state discusse da chi mi ha preceduto: mi limiterò a un breve riassunto, e mi soffermerò poi su tre punti che dopo diciassette anni di stagnazione economica dovremmo ormai poter considerare acquisiti, e sulle cui implicazioni credo sia utile confrontarsi.

Tutte le previsioni emesse dalle principali organizzazioni sovranazionali alla fine del 2025 hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del nostro Paese per il 2026 emesse nel 2024:

con l'unica eccezione del Fmi, che fra autunno 2024 e autunno 2025 le ha invece riviste al rialzo. La media delle previsioni di crescita per il 2026 era all'1,1% nell'autunno del 2024 ed è scesa a 0,7% in questo autunno, comunque in crescita rispetto al risultato di quest'anno che è atteso attorno allo 0,5%, e resta tale anche dopo la rettifica al ribasso con cui l'OCSE ha allineato le sue previsioni alla crescita "acquisita" calcolata dall'ISTAT:


Siamo (e restiamo) purtroppo ancora sui decimali.

Vorrei partire da una prima riflessione, motivata da un recente comunicato dell'OCSE:


in cui si afferma che nel prossimo anno il nostro Paese farà meno deficit e più debito del previsto. Questa evenienza, qualora si materializzasse, sarebbe perfettamente in linea con quello che oggi sappiamo delle politiche cosiddette di "consolidamento fiscale" (ma visto che qui siamo fra esperti, possiamo risparmiarci gli eufemismi congegnati per impressionare il pubblico generalista, e chiamare queste politiche col loro nome: tagli). Il fatto che i tagli provochino più spesso il dissesto che il risanamento del bilancio pubblico è ormai acquisito: è dall'aprile del 2023 che il Fmi ha pubblicato i risultati di uno studio empirico e teorico che mette questo dato nero su bianco:


Nel grafico di sinistra si vede l'impatto sul debito pubblico di uno "shock da consolidamento", e questo impatto è positivo (le barre sono per lo più sopra lo zero, con l'eccezione di quelle riferite ai Paesi in via di sviluppo nei primi due anni dallo shock). La didascalia lo dice chiaramente: in media, i tagli non fanno diminuire il rapporto debito pubblico/Pil. In effetti, lo fanno aumentare, con un effetto statisticamente significativo al 90% di probabilità dal terzo anno in poi.

Questo risultato non ha nulla di misterioso. La nuvola di formule nel pannello di destra lo spiega chiaramente, e mi sono permesso di evidenziare il punto chiave: se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, come accade sempre più spesso nelle economie avanzate, i tagli hanno effetti perversi sul rapporto debito/Pil, facendolo crescere. Pensate alla frazione 3/2. Se sottraete uno al numeratore e al denominatore ottenete 2/1, che è maggiore di 3/2, nonostante che per ottenerlo abbiate sottratto qualcosa, invece di aggiungerlo! Ovviamente questo esempio presuppone un moltiplicatore fiscale pari esattamente a uno, ma la logica dell'esempio è chiara e non originale. Mi ero permesso, con un divertissement a fini divulgativi, di anticiparla di un po' più di un decennio nel mio blog:


Ora, questo è un punto di grande attualità e di grande polemica nel dibattito attuale, non solo perché le opposizioni, come è naturale che sia, chiedono al Governo di fare di più per la crescita (nonostante che siamo reduci da un decennio e passa di stagnazione in cui la loro performance non è stata stellare...), ma anche perché le stesse organizzazioni sovranazionali che sono consapevoli del fatto che i tagli, compromettendo la crescita, possono portarci al dissesto, ci chiedono però di farli, non consentendoci di venire incontro ai desideri delle opposizioni! Una situazione piuttosto ingarbugliata, nella quale finora il Governo è però riuscito a tenere una rotta compatibile con quanto ci dice la migliore macroeconomia. Lo si vede in questo grafico che confronta due stime della media di deficit e debito sul triennio 2023-2025: quella fatta dal Fmi nell'aprile del 2023 (cioè la prima elaborata dopo l'avvento del Governo Meloni) e l'ultima, quella fatta nell'ottobre 2025:


Nel 2023 il Fmi prevedeva, o prefigurava, per l'Italia un rientro piuttosto rapido dal deficit, che ci avrebbe portato nel triennio a valori attorno al 3%. In realtà nel 2025 constatiamo che il rientro dal deficit è stato più lento, perché il Governo ha opportunamente approfittato della sospensione delle regole di bilancio, disposta fino al 31/12/2023, per spingere il più possibile sulla crescita. Di conseguenza, mentre nel 2023 il Fmi prevedeva un debito che nella media del triennio superava il 139% del Pil, nel 2025 vediamo che il debito si è attestato un po' sotto il 136%. Naturalmente non è un dato rassicurante, ma è un dato che mostra come questo Governo non abbia commesso l'errore del Governo Monti, quello di anticipare oltremisura il rientro verso l'equilibrio di bilancio, come richiesto all'epoca dalla lettera di Draghi-Trichet dell'agosto 2011. I risultati di quella infausta manovra, denominata "Salva Italia", sono retrospettivamente ben visibili:


e credo che possiamo essere tutti grati a questo Governo di aver tratto insegnamenti da questa non distante e non fausta esperienza storica.

Una seconda riflessione riguarda la natura dell'instabilità finanziaria. Sappiamo ormai da dieci anni che la crisi cosiddetta "dei debiti sovrani" in realtà non era una crisi di finanza pubblica, ma di finanza privata, derivante dalle forti esposizioni debitorie degli Stati periferici dell'Unione verso le banche dei Paesi appartenenti al nucleo finanziario dell'Unione (Francia e Germania). Dal 2015 questa è la visione comunemente accettata anche dagli economisti ortodossi:


e il suo supporto era comunque ben visibile nei dati già dal 2011:


quando mi ero permesso di evidenziare nel mio blog un interessante fatto stilizzato: i Paesi che per primi si erano trovati in situazione di sofferenza avevano avuto nel decennio precedente debito pubblico in calo, o non in crescita (come la Grecia), ma tutti (inclusa l'Italia) avevano avuto un incremento sostanziale del debito estero, che, per inciso, non poteva che essere privato (visto che quello pubblico era diminuito). La vera minaccia per la stabilità finanziaria viene quindi dalle esposizioni debitorie private, come del resto appare evidente sulla base di una banale riflessione: negli ultimi vent'anni ha fatto default solo un Governo dell'Eurozona, quello greco, mentre sono fallite, andando incontro a risoluzione o simili procedure, circa una ventina di banche di un certo rilievo, oltre a svariate banche minori (come le quattro cosiddette "popolari" qui in Italia).

Viene allora utile esaminare quale sia la situazione delle esposizioni finanziarie private, almeno a grandi linee, e in questo ci aiuta il rapporto OCSE sul debito globale:


Mettendo insieme gli emittenti pubblici e privati, lo scorso anno sono stati emessi 25 trilioni di dollari di obbligazioni (il triplo che nel 2007), il che ha portato l'ammontare di debito in circolazione a oltre 100 trilioni di dollari (il Pil mondiale, per memoria, sempre nel 2024 era di 111,3 trilioni, quindi lo stock di titoli di debito privati e pubblici a livello globale è pari al 90% del Pil), e infine circa il 40% dei titoli privati e pubblici (quindi 40.000 miliardi di dollari, circa 17 volte il Pil italiano) dovrà essere rimborsato entro il 2027. Una sfida per le finanza pubbliche, ma soprattutto per quelle private, perché:


è sempre l'OCSE a dirci che mentre dopo la crisi del 2008 l'indebitamento privato ha subito una forte espansione, altrettanto non può dirsi degli investimenti produttivi privati, che sono rimasti al disotto del loro trend di sviluppo storico. I debiti sono stati contratti quindi non per "creare" valore, ma per "distribuirlo" agli azionisti, sotto forma di guadagni in conto capitale derivanti da operazioni straordinarie, di acquisto di azioni proprie, ecc. Questo mette in dubbio la capacità del sistema privato nel suo complesso di ripagare i debiti che ha contratto, e ci lascia con le stesse considerazioni che si sarebbero potute fare nel 2010: la vera minaccia alla stabilità finanziaria resta la qualità del debito privato, più che la quantità di quello pubblico.

Concludo su una terza e ultima riflessione. Le politiche di taglio della spesa hanno impattato anche sulla demografia: questo ormai è evidente e contiene una lezione utile su cosa fare per invertire la tendenza:

La crisi demografica ha ormai portato a un'inversione strutturale della piramide, oggetto di studio e di attenzione per molti e in particolare per me nel mio ruolo di Presidente della Commissione di Controllo Enti Gestori. Il problema è tutt'altro che nuovo. Il tasso di fertilità in Italia è stato in caduta libera dal 1966 al 1995, senza che questo destasse una attenzione comparabile a quella che oggi finalmente il fenomeno merita, poi si è lievemente ripreso (lo si vede nel grafico) e ora sta nuovamente precipitando.

Due osservazioni.

La prima è che se dagli anni '90 fino a pochi anni o mesi or sono di demografia si è parlato troppo poco  credo sia anche perché attorno alla riforma Dini del 1995 è stata creata una narrazione volontariamente o involontariamente fuorviante: quella secondo cui col metodo di calcolo contributivo ogni lavoratore si sarebbe finanziato da sé la propria pensione accumulando un tesoretto di contributi versati di cui beneficiare in vecchiaia. Le cose non stanno proprio così, perché un conto è il metodo di calcolo della prestazione, un ben altro conto il sistema di finanziamento della prestazione. Quest'ultimo è e rimane a ripartizione, per tutti gli enti di primo pilastro, il che significa, in buona sostanza, che i contributi di ogni lavoratore vanno a pagare le pensioni dei pensionati attuali, non di quelli futuri (incluso il lavoratore che versa i contributi). Il passaggio al metodo di calcolo contributivo, in altre parole, non ha significato, e non è logicamente connesso in alcun modo, al passaggio a un sistema di finanziamento a capitalizzazione, dove ogni lavoratore ha il proprio "zainetto" o "tesoretto" di contributi investiti da qualche parte, e a fine corsa può decidere se riscuoterli come rendita o come capitale! D'altra parte, lo stesso contributo versato dal lavoratore o va a finanziare, per ripartizione, le pensioni dei pensionati attuali (nel qual caso non può entrare nello "zainetto a capitalizzazione" di chi versa), o viene accumulato nello "zainetto" o "tesoretto" contributivo di chi lo versa, nel qual caso fin dal 1995 i pensionati dell'epoca si sarebbero viste decurtate le pensioni e si sarebbero recati, muniti di forconi, a Palazzo Chigi. Il fatto che questo non sia successo è la migliore dimostrazione del fatto che il sistema è rimasto a ripartizione.

Ne consegue che la demografia continua a essere dannatamente importante anche in un metodo di calcolo integralmente contributivo (e, aggiungo io, lo sarebbe comunque, anche se il sistema di finanziamento fosse a capitalizzazione, perché per ottenere rendimenti sotto forma di interessi e dividendi occorre che qualcuno crei valore, e il valore non può essere né trasferito né creato da lavoratori che non ci sono).

La narrazione del "mi pago la mia pensione coi miei contributi" (affine a "io c'ho il diesel" del noto comico teatino Maccio Capatonda) temo abbia avuto come infausto effetto collaterale quello di distrarci dal fatto che dal 1976 il tasso di fecondità totale (fertility rate) delle donne italiane è sotto il valore di rimpiazzo di 2,1:


Il sistema contributivo, in definitiva, serviva solo ad arginare questa situazione abbassando il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra la prestazione pensionistica e l'ultima retribuzione percepita. Serviva, insomma, a tagliare le pensioni, come si evince del resto dalle preoccupazioni espresse dallo stesso Dini, che nella relazione introduttiva alla sua riforma si premurava di definire come "socialmente irrinunciabile" un tasso di sostituzione del 61,4% (sappiamo che invece in particolare nel primo pilastro privatizzato i tassi di sostituzione sono in alcuni casi inferiori, e da qui deriva il forte impegno a promuovere forme di previdenza complementare).

Tuttavia, e questo è il punto che voglio evidenziare, quando la piramide demografica è completamente rovesciata, la prospettiva di restituire sostenibilità al sistema pensionistico con tagli delle prestazioni potrebbe rilevarsi illusoria, così come quando il rapporto debito/Pil diventa una frazione impropria è illusorio pensare di ridurlo con tagli alla spesa pubblica. Il motivo è molto semplice: quando la piramide demografica si rovescia, per definizione l'incidenza dei redditi dei pensionati sul totale della domanda aggregata aumenta, e quindi un taglio delle pensioni comporta in re ipsa uno shock negativo su quella domanda interna su cui, secondo le più recenti analisi del Presidente Draghi, sarebbe invece opportuno incentrare, alimentandola, un modello di sviluppo equilibrato. Del resto, se le pensioni scendono al di sotto di un livello "socialmente sostenibile", la differenza si scarica comunque sul bilancio pubblico sotto forma di prestazioni assistenziali. Bisogna quindi riflettere serenamente sul fatto che quando una situazione si è spinta troppo oltre, nonostante che da un lato ciò aumenti l'urgenza di porvi mano, dall'altra può darsi che quella che in tempi ordinari sembrerebbe la soluzione più intuitiva (i tagli) si riveli alla prova dei fatti la meno opportuna. Anche in questo occorrerà esercitare la massima prudenza, e il Governo in carica possiamo dire che finora ha dato prova di averne.


(... questo discorso l'ho fatto in due occasioni, qui e qui, di fronte a platee tanto qualificate quanto ortodosse: asset manager di grandi fondi internazionali, presidenti di casse previdenziali e fondi pensione, e così via. Inutile dire che anche solo tre anni fa una slide come quella sui reali effetti del Governo Monti sarebbe stata accolta da un sordo brusio di riprovazione. Mi ha stupito però vederla accolta da un sollevato mormorio di consenso, che poi più di uno mi ha espresso anche di persona. Questo cambiamento nella communis opinio della gente che conta a cosa è dovuto? A due cose che in linea di principio non vi piacciono - almeno, questo traspare dalla cloaca social: alla nostra persistenza al potere, e al posizionamento del Governo. Non credo dipenda invece dal fatto che finalmente viene ora compreso quello che era tanto semplice, e sarebbe stato tanto opportuno, comprendere ex ante! Su questo, illusioni non me ne faccio: del resto, le stesse organizzazioni sovranazionali che esortano il Governo a fare di più per la crescita poi gli chiedono tagli, e in questa schizofrenia muoversi con accortezza diventa veramente complesso. Registro però il fatto che si comincia a poter dire la verità, anche appoggiandosi ai lavori di chi di questa verità è stato nemico: il Fmi, Uva, ecc. Quello che vi ho sempre detto: sfruttare la forza dell'avversario! Ora bisogna insistere, bisogna che il senso comune diventi quello espresso dalla genuina teoria macroeconomica, anziché dalle squinternate teorie degli sciamani che finora hanno avuto tirannico ed esclusivo diritto di tribuna. Per questo, come vedete, continuo ad accettare inviti in giro per il Paese. Ora è il momento di far riflettere sulle nostre ragioni, visto che per imporle possiamo contare non solo sulla nostra forza, ma, appunto, anche su quella dell'avversario. Questo, e un Signor Presidente della Repubblica non organico al PD, potranno fare molto quando il progetto andrà in decomposizione, come mi pare stia già largamente andando, ed esattamente per i motivi che avevamo prefigurato. Ma di questo parleremo in un altro post...)

(...vabbè, io vado a cucinare: per uno strano allineamento degli astri, più difficile da ottenere dell'avere i partiti euroscettici al 30% nei principali Paesi dell'UE, questa sera siamo tutti a casa...)

mercoledì 3 dicembre 2025

I negazionisti dell'austerità

Ogni genocidio ha i suoi negazionisti.

Poteva l'austerità mancare all'appello?

Mi sono imbattuto nella cloaca di Twitter in un didascalico e sussiegoso divulgatore:

il cui specifico ambito di expertise mi sfugge, ma che non manca di buona volontà. Egli desidera illuminarci sul nostro futuro e a questo scopo ha scritto un libro che vuole vendere. A servizio di questo lecito scopo, srotola thread dai toni protrettico-parenetici, ghirlande di riverite opinioni e di risaputi grafici che male non fanno, anzi!, pur non essendo sempre illuminanti come l'enfasi di chi ce li propone vorrebbe lasciarci supporre.

Uno degli ultimi è qui e riguarda un tema da noi spesso affrontato, quello della natalità. Me lo sono letto, mi suonava vuoto, pensandoci un attimo ho capito che cosa non mi convinceva e l'ho detto (si può, vero?):


Le querimonie sulla natalità che non tengano conto del più violento e protratto shock economico subito dal nostro Paese dall'Unità in poi mi lasciano in effetti se non freddo, tiepido. La risposta del Leonardi, a dire il vero non piccata e costruttiva (l'uomo ha un buon carattere, io no), mi lascia ulteriormente perplesso: mucho texto e una implicita accusa di cherry picking che però denotano solo una certa ignoranza dei fondamentali e la necessità di un supplemento di istruttoria.


Insomma, il nostro amico ci dice che l'economia non c'entra, che il problema è più complesso e guidato da i dettami della Modernità (con la maiuscola), dall'individualismo, dalla secolarizzazione (con o senza la prima "e"), dal benessere, e così via, in un affastellamento di cause spirituali tutte esteticamente plausibili, nobilitate come sono dall'essere platonicamente astratte dalle contingenze materiali.

Peccato che, nel far questo, l'amico mostri un grafico che evidenzia esattamente il problema che cercavo di fargli capire: come mai le nascite, che in Italia erano sostanzialmente stabili dal 1985 (pensa un po' le coincidenze: da quando l'inflazione tornò a una cifra!) crollano dal 2012 in poi? Per non rispondere a questa domanda il buon Leonardi usa un espediente dialettico furbesco: risponde a una domanda che non ci eravamo posti, cioè perché le nascite calino dal 1964 al 1984. Nice try! Al bar di Lettomanoppello (o di Macchia Scandona, o di Monticchiello...) potrebbe funzionare, ma questo bar, il nostro bar, è molto mal frequentato (da noi), e chi ci entra deve fare attenzione.

Vediamo perché, dividendo il problema in due...

Dal 1964 al 1984

Sui motivi che hanno determinato il calo demografico in questo periodo ci siamo già esercitati ad esempio qui, evidenziando come in particolare da noi, ma non solo da noi, appaia una correlazione piuttosto forte fra la diminuzione strutturale delle nascite e l'aumento strutturale della disoccupazione, legato come sapete al rafforzarsi dell'integrazione monetaria (la necessità di competere al ribasso sui salari è necessità di competere al rialzo sulla disoccupazione):


Ora, questa è naturalmente una delle spiegazioni possibili, che non pretende di essere esaustiva. In generale osservo che questo dibattito non è fra chi dice che solo una variabile economica spieghi tutta la varianza delle variabili demografiche, e chi più saggiamente afferma che il fenomeno è multifattoriale. No, funziona al contrario: il dibattito è fra chi strenuamente negaziona la rilevanza dei fondamentali economici, e chi invece desidererebbe che venissero considerati anch'essi, tanto più che molte spiegazioni asseritamente alternative (la modernità, la sociologia, l'individualismo...) in realtà sono anch'esse esprimibili e misurabili in termini macroeconomici.

Ad esempio, gli anni cui ci riferiamo sono stati anche anni di profondo cambiamento strutturale dell'economia:


ed è sufficientemente ovvio che nel periodo di cui trattasi il passaggio da un'economia rurale (con una diminuzione di oltre 8 punti percentuali della quota di Pil del settore primario) e la terziarizzazione dell'economia urbana (con un aumento di oltre 15 punti della quota di Pil dei servizi), che sono misurabili in termini di variabili macroeconomiche, sostanziavano appunto quel transito verso la modernità di cui parla il nostro nuovo amico. Io però non userei per la modernità la "M" maiuscola di Messia, ma la "m" minuscola di merda, perché alla fine questa modernità altro non è stato che il riuscito tentativo di convincere le donne a lavorare con l'illusione di emanciparsi, affinché un nucleo familiare potesse sopravvivere percependo due mezzi stipendi al posto di uno, in un'epoca in cui il potere d'acquisto dei salari smetteva di crescere:


(una cosa che secondo me ha più a che fare con la schiavitù che con l'emancipazione, ma io sono strano).

Dal 1985 in qua

Ora, cari amici, il punto qual è?

Che dato per riconosciuto e assodato ciò che è ovvio, ovvero che fino alla metà circa degli anni '80 il cambiamento strutturale è una concausa delle dinamiche demografiche, e quindi se volete un fattore confondente nella relazione causale fra alcuni fondamentali macroeconomici (come gli investimenti pubblici) e la demografia, a partire dagli anni '90 il cambiamento strutturale sostanzialmente è avvenuto: l'inurbamento e la terziarizzazione non dico si arrestino, ma procedono in modo sostanzialmente impercettibile, la crescita della produttività si arresta anch'essa, come quella dei salari, la configurazione degli altri fondamentali si stabilizza come sapete (se avete dubbi o domande siamo qui), e così si stabilizzano i nati vivi, fino al 2011:

Questo sostanzialmente significa che lo shock causato da Monti nel 2012 non solo è il più rilevante nella storia del Paese, ma è anche il primo a poter essere osservato "in purezza", come direbbe il nostro amico Riccardo, ovvero ceteris paribus, come diciamo noi economisti. Nel 2012 la modernità con la "m" di merda era già arrivata da un bel pezzo ed era quindi ampiamente scontata nelle aspettative di chi avesse voluto progettare una famiglia. Quello che nessuno poteva aspettarsi era quello che non c'era mai stato: il dimezzamento degli investimenti pubblici lordi con rovesciamento di segno degli investimenti pubblici netti!

Più in generale, visto che un gruppo di controllo può senz'altro aiutare a evidenziare il fenomeno, è difficile negazionare che l'austerità sia un problema se si confrontano le dinamiche demografiche dei Paesi che l'hanno implementata con quelle dei Paesi che glie l'hanno imposta, e farlo è facile, ad esempio usando i dati del grafico qua sopra:


Occorre commentare?

In Grecia, Italia e Spagna si partiva da un trend più o meno debolmente crescente, e dal 2011 il crollo è di circa un terzo dei nati vivi. In Austria, Germania, Olanda il trend invece era negativo e si inverte (come in Germania) o si arresta (come in Austria) o prosegue più o meno allo stesso ritmo (come in Olanda) ma da nessuna parte si accentua drammaticamente al ribasso come nei Paesi cui è stata imposta l'austerità.

Conclusioni

Vedo affacciarsi al Dibattito tanti giovani volenterosi, che vanno senz'altro incoraggiati nel tentativo di trasformare il loro dibattito in un Dibattito. Vanno però anche messi in guardia! Chi il Dibattito l'ha frequentato sa che uno dei punti di minore decenza è stato toccato qui:

Per anni abbiamo ritenuto che non si potesse andare oltre questo culmine di slealtà intellettuale deontologicamente raccapricciante, e non vorremmo pensare che invece lo zelo del neofita spinga alcuni a superare tanto orrore! Perché questa persona che non nomino, e che non ho nominato nemmeno in aula quando ho ricordato la sua prodezza nella mia dichiarazione di voto contrario al MES, per quanto sia non è arrivato fino al punto di negazionare che l'austerità abbia ucciso dei bambini. Il nostro nuovo amico, invece, sembrerebbe (ma sicuramente ho capito male io, e ora che mi sono spiegato meglio probabilmente mi aiuterà a cambiare idea) che voglia negazionare quello che perfino coso qua sopra non ha avuto il coraggio di negazionare. Ecco: facciamo attenzione, perché qui non c'è solo un problema che è oggettivamente serio per il futuro del Paese (e occuparmene è il mio lavoro, e su questo stiamo facendo un'indagine conoscitiva). Qui ci sono anche le sensibilità giustamente esasperate di chi sa riconoscere una strage degli innocenti quando la incontra.

La modernità con la "m" di merda non deve, o meglio non dovrebbe, obliterare l'umanità con la "u" di uomo.

(...and woman...)

lunedì 26 maggio 2025

Austerità e fertilità

La cloaca, infrastruttura di rete deputata al trasporto di pacchetti di materiale organico (Synchronous Transmission Relay Of Non-Zero Information), pullula di forme di vita infestanti. Ieri le abbiamo viste particolarmente infastidite da questo grafico:

per il quale si sono affrettati a trovare una serie di esilaranti confutazioni (la maggior parte delle quali derivanti dalla loro ignoranza del fatto che il contrario di "reale" in economia non è "immaginario"...), ma c'è un altro grafico che gli ha fatto molto male, questo:


che del precedente è una conseguenza. Anche qui abbiamo sentito appassionate invocazioni alla complessità del reale, dotte disquisizioni sull'analisi delle serie storiche, acute requisitorie sul cherry picking, tutte a base di "legaiolo, insegni a Pescara, non sei un economista..." ecc., pronunciate da una corte dei miracoli lombrosiana di analfabeti funzionali che ci lascia esterrefatti di fronte al miracolo della democrazia: se degli imbecilli simili votano, è un miracolo che non siamo sprofondati nel Mediterraneo (qualcuno potrebbe invece dire che siamo sprofondati perché quegli imbecilli votano, ma spero che non lo faccia perché avrei difficoltà a confutarlo).

Ora, che ci sia un problema è ovvio e se n'è accorto anche lui:


come pure è ovvio che non ci sia una sola causa. Siamo tutti consapevoli del fatto che le famiglie del 1960 non sono quelle superstiti nel 2025, che una serie di fattori sociologici fra cui l'accresciuta  (se pure sempre insufficiente) partecipazione femminile al mercato del lavoro possono aver influito sulle scelte di maternità, ecc. Immagino che ci saranno ponderosi saggi di esperti del settore che ci illuminerebbero su questo punto. Io posso solo farvi vedere i (pochi) dati che sono riuscito a reperire per chiarirvi il mio pensiero. Qui, ad esempio, vi rappresento per il periodo in cui sono disponibili il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro (proveniente da ILOSTAT) e il tasso di fertilità (proveniente dai World Development Indicators):


Si intravedono benissimo tre periodi. Nel primo, che arriva al 1991, le due variabili si muovono per moto contrario, con una correlazione pari a -0.86. Nel secondo, che arriva fino al 2011, si muovono per moto parallelo (e quindi sì, è stato possibile partecipare al mercato del lavoro e procreare...), con una correlazione pari a 0.87. Poi, dal 2012, qualcosa cambia, e le due variabili ricominciano a muoversi per moto contrario, con una correlazione di -0.71.

Che sarà mai successo fra 2011 e 2012?

I dati del WDI arrivano fino agli anni '60 (ma non quelli sulla partecipazione al mercato del lavoro, che sono di fonte ILO), e quindi posso farvi vedere l'evoluzione nel lungo periodo del tasso di fertilità (bambini per donna) in Italia e in Europa:


Mia madre ne ha fatti tre, quindi era sopra la media per i suoi tempi, ma quello che volevo farvi notare è che tutto sommato gli andamenti sono piuttosto simili. L'Italia scende più rapidamente dell'Europa in due periodi, come si vede meglio prendendo il rapporto fra i due tassi:


Fra il 1973 e il 1986, e poi dal 2012 al 2021 (nel 2022 e 2023 c'è un rimbalzo determinato dal crollo della fertilità altrui: chissà perché, visto che la Germania è in recessione e quando si è disoccupati si ha tanto tempo libero...).

Che sarà mai successo fra 2011 e 2012?

Come al solito, i cantori della complessità del reale contraddicono se stessi incorrendo in un simpatico negazionismo selettivo. Qui nessuno nega che anche altri fattori sociologici influenzino e soprattutto abbiano influenzato il tasso di fertilità: ma bisogna essere ben imbecilli per negare che un ben preciso fattore economico lo abbia influenzato a partire dal 2012! Questo fattore (la depressione più prolungata dell'intera storia italiana):


ha delle caratteristiche di persistenza e di eccezionalità tali che possono benissimo aver determinato un cambiamento di struttura nella relazione fra ciclo economico e scelte di procreazione. Un conto è prendere certe decisioni in un'annata cattiva (come ce ne sono state tante fra A e B), un conto quando non hai un futuro davanti (come fra B e D).

Tutto qua...

Poi naturalmente usciranno dalla cloaca i ratti a ruttarci le loro banalità. Ma desidero sappiate che sulla relazione fra austerità e fertilità esiste una discreta letteratura: come al solito, qui non ci inventiamo nulla, e la nostra unica abilità, a volercene proprio riconoscere una, è quella di toccare con precisione i nervi scoperti del nemico.

venerdì 14 marzo 2025

Due slides…

… dalla presentazione di domani, dove mi dicono che nell’aria si avvertirà la metaforica fragranza del prosecco tiepido e del lompo rancido (e io naturalmente porterò, a nome vostro, una parola di moderazione, di quella moderazione che, come è noto, ci fa tanto crescere nel consenso).

Una è questa:


Niente di particolarmente originale, ma qualcosa che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini ignora, il che non le preclude il diritto all’elettorato passivo e soprattutto a quello attivo.

Un’altra è questa:


E questa probabilmente è un po’ più criptica. Fatto sta che la produzione industriale della Germania sembra muoversi insieme alla domanda di prodotti tedeschi da parte dei mercati del sud dell’Eurozona. Potremmo chiamarla la slide del ramo segato. Poi, con un minimo sforzo di immaginazione, facendo appello a un minimo di capacità di astrazione, potremmo immaginare di chiamare Germania il mitologico Nord dei ceti produttivi (aka prosecco tiepido), e il resto lo lascio immaginare a voi.

Il succo del discorso è che proprio perché vediamo quanto sia stato grande l’errore commesso dalla Germania nel distruggere il suo mercato di sbocco naturale, cioè il mercato unico, cioè il mercato interno dell’eurozona, dovremmo stare molto attenti a non commettere qui in Italia lo stesso errore, distruggendo il mercato interno italiano. Non dovremmo, o meglio non avremmo dovuto, trovarci di fronte al crollo di un importante mercato estero, quello tedesco, così come la Germania si è trovata ad affrontare la chiusura dei suoi mercati di sbocco esteri (Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina) dopo aver bucato il salvagente del mercato interno (quello unico).

Tutto qua.

Con tutto il rispetto e tutta l’umiltà possibile: secondo voi, in una sala di 300 persone, da quanti riuscirò a farmi capire? Ma soprattutto: quanto è importante riuscire a farsi capire? Perché in fondo noi una cosa dovremmo averla capita, almeno una: la nostra libertà dipende molto meno dalla nostra capacità di far capire le nostre ragioni che dall’incapacità degli altri di comprenderle. Le illusioni illuministiche le abbiamo deposte, contiamo sulla capacità della storia di fare il lavoro sporco e faticoso al posto nostro, utilizzando la sua capacità persuasiva, quella che ci ha regalato i trent’anni gloriosi, e anche i settant’anni di pace. Poi, naturalmente, siccome siamo tutti animati da spirito agonistico, continueremo ad impegnarci pensando di essere migliori dei tanti che ci hanno preceduto, e che non sono riusciti, come non riusciremo noi, a evitare che le cose vadano come devono andare.

Good night and good luck!


domenica 7 gennaio 2024

Demografia ed educhescion (che sarebbe l'istruzione)

 (...alla fine la risorsa più preziosa del blog siete voi. Parliamo allora di risorse...)

Ciao Alberto

Il grafico è quello degli studenti per anno scolastico e livello scolastico, compilato con i dati dei rapporti statistici annuali del Ministero, dal 2013/14 (che viene assunto come base=100) fino al 2023/24.


Si vede un forte calo delle iscrizioni alla primaria che inizia nel 2017-18 (ragionevole, visto che i bambini la iniziano a 6 anni e quelli che la iniziavano nel 2016 avrebbero dovuto essere concepiti nel 2010-11 e magari "messi in cantiere" almeno un anno prima).

Dopo 3 anni, nel 2020-21, il forte calo comincia a trasferirsi sulla media, ragionevole visto che un po' di calo c'era stato anche prima del 2017-18 e dopo una metà del ciclo della primaria ci si può aspettare che l'effetto in uscita si avverta sul ciclo successivo.

I dati sono reperibili nei rapporti disponibili qua https://www.miur.gov.it/web/guest/pubblicazioni. Non sono dati consolidati, perché i rapporti vengono stilati all'inizio dell'anno scolastico, ma se ci sono errori o approssimazioni, è ragionevole assumere che si ripercuotano nello stesso modo su tutti gli anni, per cui le tendenze non dovrebbero essere alterate.

La domanda: perché non si vede un calo sulla superiore? Da dove vengono gli studenti che non ci sono più nel sistema negli anni precedenti? Non ho un'ipotesi ma è certamente un fatto curioso.

La constatazione agghiacciante: se togliamo dal conto degli studenti quelli con cittadinanza non italiana, che in questo periodo di tempo sono aumentati, abbiamo perso in 10 anni 600 mila studenti italiani, la dimensione di una città tipo Genova o Palermo.

Ovviamente è un fenomeno che conosci bene, ma volevo condividere il dolore di aver toccato con mano la misura di questo (ennesimo) orrore (tra l'altro, si tratta di una cosa in cui mi sono imbattuto abbastanza per caso, perché cercavo sul sito del Ministero tutt'altri dati...).


In effetti in quel grafico qualquadra non mi cosa. Le superiori, fino a prova contraria, sono ancora scuola dell'obbligo, quindi non è pensabile che ad esse acceda una "clientela" schermata dalle conseguenze economiche della crisi, e in quanto tale capace di riprodursi!

Voi avete un'idea di che cosa significhino queste tendenze? In particolare, forse sarebbe utile aggiungerci il dettaglio della cittadinanza, ma anche qui non si capirebbe come mai il livello delle iscrizioni alle superiori sarebbe sostenuto da studenti non italiani, mentre alle medie e alle elementari no. Io però devo occuparmi di altro. Se il tema interessa, ci torniamo con più calma.

giovedì 2 novembre 2023

La fertilità del kazako

 (...se avessi bisogno di trovare passatempi, voi sareste un passatempo divertente e istruttivo. In realtà di cose da fare ne ho tante, ma quando qualcuno di voi dice qualcosa di stimolante non rinuncio a dargli retta...)

AR ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Disoccupazione, fertilità, pensioni":

Manca ancora un pezzo. L'africa non ha mai smesso di avere TFR molto alti.

Il Kazakistan invece è sceso con la fine dell' unione sovietica e poi risalito; cosa che non è riuscita ad altre ex RSS.

Magari è dovuto solo all'emigrazione di etnie a basso TFR (tedesca e russa). Ma merita l'approfondimento perché è un successo.

Pubblicato da AR su Goofynomics il giorno 2 nov 2023, 15:15


Non per altro, ma perché una certo dis-ortografia (africa...) rinviava a bassa scolarizzazione o bassa attenzione ai dettagli, sono voluto andare a verificare questa storia dei kazaki che si riproducono come leprottini... I dati sono qui:


e in effetti confermano che in Kazakistan il tasso di fecondità totale, dopo aver toccato un minimo alla fine degli anni '90, ha ripreso quota. Fatto sta che la stessa cosa è successa, in varia misura, ai kirghisi, agli uzbeki, ai turkmeni (o turcomanni che dir si voglia), insomma, un pochino a tutti, e che con tutta questa ripresa i kazaki hanno raggiunto il livello dei tagiki, che sono sempre rimasti saldamente in testa alla classifica. Molto diversa la situazione di ucraini e azeri, ad esempio.

Ma torno su un punto: noi che lezioni possiamo trarre da Paesi così diversi dal nostro e che sono passati attraverso un processo di disgregazione dell'entità sovranazionale che li opprimeva? Forse che la fecondità totale è correlata all'altezza media sul livello del mare? O forse, più plausibilmente, che simili processi di disgregazione sono costosi nel breve periodo in termini economici e sociali, ma poi restituiscono un minimo di dignità e prospettiva alle singole comunità nazionali.

Una lezione che avevamo già appreso ed evidenziato seguendo tanti altri percorsi.

Ecco, come vedi ti ho dato retta, caro AR. Ma sinceramente continui a non convincermi.

Buon proseguimento.

martedì 14 dicembre 2021

Natalità

Si avvicina il Natale, si allontana la natalità:

 


(...tutti i particolari in cronaca...)

domenica 20 giugno 2021

Perché le donne non fanno più figli (sei anni dopo)

Ci è capitato diverse volte di affrontare il tema del calo della natalità nel nostro Paese, in particolare qui, con QED pubblico qui (il settantatreesimo) e QED privato di cui vi parlerò se ne avrò tempo.

Ah, per inciso il QED 73, come ancora si può verificare (finché non decideranno di terminarmi), recitava:


e diciassette giorni dopo averlo scritto accadde questo, che a parte la località (Ovindoli invece di Roccaraso), riprendeva con dolorosa evidenza un punto che nel mio scritto adombravo con delicatezza: se sostituisci ospedali con elicotteri, per un po' risparmi, fino al punto in cui non ti capita di ammazzarne cinque per salvarne uno (che aggiunto ai cinque fa sei). Ma ricordo che in quei giorni eravamo tutti scossi da un'altra tragedia assolutamente fuori scala, per quanto verosimilmente evitabile, questa, a sua volta concausata dal lungo seguito di un'altra tragedia, questa, di cui avevamo parlato qui. Il dolore era opprimente, e comunque un ragionamento razionale sulle cause prossime e remote di certi eventi avrebbe potuto essere interpretato come sciacallaggio, motivo per cui mi privai, senza alcuna esitazione e senza alcun rimpianto, dell'unica soddisfazione di cui allora potessi godere: quella di dire: "l'avevo detto"! Fatto sta che chi mi aveva scritto per insultarmi dopo il post del 2015, mi scrisse per scusarsi dopo quello del 2016. Non c'era nemmeno stato bisogno di spiegare quello che era così evidente. 

Ma insomma, per tornare al punto, l'idea dei sociologi da bar Sport secondo cui "signora mia, oggi ai ggiovani non je va più de fa i fiji perché vonno fa a bbella vita..." (o anche "penzeno solo a 'a cariera...") qui non ci ha mai molto convinto. Vedevamo alcuni problemi oggettivi, strutturali, dei quali uno, che probabilmente non era il più influente, ma neanche il più irrilevante, era appunto il fatto che, come ci è stato recentemente ricordato, "si chiudevano gli ospedali":


con un raffinatissimo uso della particella pronominale fra l'impersonale e il riflessivo, come se gli ospedali si chiudessero da soli. Ma naturalmente di motivi strutturali ce ne sono anche tanti altri, e ne parleremo domani in un evento moderato da un nostro bravo assessore, che è anche il capodipartimento economia della sua bella regione:


Vi aspetto domani...