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giovedì 2 aprile 2026

Occupati: un aggiornamento

Parlando di cose minimamente più serie, ieri sono usciti i dati mensili provvisori dell'indagine sulle forze di lavoro che a febbraio confermano una stagnazione degli occupati, con una diminuzione del -0,1% su base congiunturale (cioè rispetto al mese precedente), se pure in aumento (sempre dello 0,1%) rispetto al precedente "trimestre mobile" e rispetto al mese di febbraio 2025. Forse il modo migliore per leggere questi dati è metterli in prospettiva come avevamo fatto qui usando i dati trimestrali:


e in effetti osservando la serie su un orizzonte più ampio si constata che se da un lato la crescita del tasso di occupazione che registravamo due anni fa si conferma un record storico, dall'altro sta subendo una battuta di arresto, il che potrebbe anche starci, se non fosse che questa variabile, nonostante i progressi, in Italia resta 9 punti al di sotto della media europea (l'Italia si classifica ventisettesima su 27). Questa relativa stasi dell'occupazione in qualche modo è coerente con la relativa stasi dei salari reali che registravamo qui:


Le due cose vanno insieme e naturalmente non sono due cose buone. Va anche detto, per completezza, che il panorama complessivo non è un gran che.

Prosegue però il consolidamento delle posizioni di lavoro, con un'incidenza sempre minore di quelle a tempo determinato:


che erano andate tendenzialmente crescendo in tutto il periodo dell'austerità, da un minimo dell'11,42% del totale nel 2004-01, raggiungendo un massimo pre-COVID al 17,27% nel 2018-12, superato solo dal massimo post-COVID al 17,31% nel 2022-02. Oggi siamo al 12,89%, siamo tornati al periodo precedente la crisi dei subprime, ma c'è ancora strada da fare.

Registro solo i dati.

Per un'analisi ci vediamo con più calma, e se non ci si vede: buona Pasqua!

mercoledì 18 marzo 2026

Referendum e indipendenza: l'elezione del vicepresidente

Su questo blog abbiamo maturato una certa sensibilità circa il concetto di "indipendenza", riscontrando come se in teoria essa dovrebbe essere una relazione simmetrica (se A è indipendente da B, B è indipendente da A), in pratica spesso diventa la foglia di fico di uno squilibrio di poteri macroscopico e inemendabile, tale per cui A è indipendente da B ma lo condiziona senza alcuna possibilità per B di richiamare A alle sue responsabilità. Abbiamo insomma imparato a leggere l'indipendenza come un vacuum di accountability, o come un plenum (visto che parliamo di CSM) di impunità!

Trovo piuttosto divertente, a questo proposito, la pretesa secondo cui la riforma Nordio lederebbe l'indipendenza della magistratura. Per vedere quanto la magistratura sia indipendente dalla politica adesso basta rifarsi alla cronotassi dei vicepresidenti del CSM, che sono i presidenti de facto, dato che il presidente de jure ha anche altri incarichi da assolvere e quindi deve lasciare la gestione ordinaria dell'organo (la convocazione delle sedute, gli ordini del giorno) al vicepresidente (un po' come il vero presidente della Commissione Amore era Verducci, non Segre, coi bei risultati che ricordiamo tutti).

Vi ricordo che ai sensi dell'art. 104, comma 5, della #piùbelladelmondo, "Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i membri designati dal Parlamento". Viene quindi escluso che la vicepresidenza, cioè la presidenza de facto, possa andare a un togato, e questo, evidentemente, per scongiurare una totale autoreferenzialità dell'organo. Una decisione molto sofferta, come si può evincere dai sempre interessantissimi lavori preparatori, nel corso dei quali se da un lato emergeva con chiarezza la volontà di limitare l'autoreferenzialità (con connessa impunità) della magistratura, dall'altra si affermava la volontà di preservarne l'indipendenza (e quindi le fattispecie considerate furono le più varie, dalla doppia vicepresidenza con una delle due conferite a un alto magistrato, alla vicepresidenza conferita al ministro della Giustizia, ecc.).

Ma torniamo all'esperienza attuale. Vi riassumo la situazione dal 1981 a oggi:

1981-1986 Giancarlo De Carolis, già senatore DC per tre legislature.

1986-1990 Cesare Mirabelli, giurista

1990-1994 Giovanni Galloni, deputato DC per sei legislature, già ministro della pubblica istruzione

1994-1996 Piero Alberto Capotosti, giurista

1996-1998 Carlo Federico Grosso, giurista

1998-2002 Giovanni Verde, giurista

2002-2006 Virginio Rognoni, deputato DC per sette legislature, tre volte ministro

2006-2010 Nicola Mancino, senatore DC-Ulivo per nove legislature, ministro, presidente del Senato, ecc.

2010-2014 Michele Vietti, deputato CCD-UDC-Casa delle libertà per quattro legislature, due volte sottosegretario

2014-2018 Giovanni Legnini, senatore DS-PD per tre legislature, deputato PD per una legislatura, sottosegretario ecc.

2018-2023 David Ermini, deputato PD per due legislature

2024-oggi Fabio Pinelli, avvocato

Quindi, riassumendo: il vicepresidente è stato un tecnico per quattordici degli ultimi 45 anni, mentre in tutti gli altri casi è stato un politico di razza, spesso con precedenti incarichi di Governo.

In concreto, visto che dal 1958 in qua l'elezione "da parte del Parlamento in seduta comune delle  due  Camere  avviene  a  scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea" (legge 24 marzo 1958, n. 195, art. 22), dove i tre quinti si riferiscono agli aventi diritto nei primi due tentativi e ai votanti nei tentativi ulteriori, è evidente che in questo più che in altri casi l'immagine del Parlamento come Pentecoste laica cui gli apostoli-parlamentari accedono con animo puro attendendo  in assemblea l'illuminazione dello Spirito Santo sotto forma di libertà di coscienza è particolarmente poco calzante! Mi sembra invece piuttosto ovvio (dovrebbe esserlo anche a chi a differenza di me non ne è stato testimone) che a monte dell'elezione dei membri laici vi sia la "chiusura" di un pacchetto che per essere a prova di franco tiratore (dato che l'elezione è a scrutinio segreto) deve essere condiviso con la minoranza (dato che salvo il caso improbabile di maggioranza compatta al 60% più uno dei parlamentari l'opposizione diventa essenziale per definire un quadro complessivo). Questo è il motivo per cui nelle cinque consiliature precedenti all'attuale il vicepresidente è sempre stato un parlamentare, eletto dai suoi simili parlamentari, a chiusura di un pacchetto condiviso con le minoranze e da queste conseguentemente votato. La sintesi è che è #lapiùbelladelmondo a porre le premesse perché a guida dell'organo di "autogoverno" ci sia un politico, e questo avviene on purpose, proprio per scongiurare la totale autoreferenzialità di questo organo.

Non vorrei che vi sfuggisse un passaggio, che è il passaggio essenziale: l'elezione del vicepresidente avviene in Consiglio, non in Parlamento. Non mi risulta tuttavia che il Consiglio abbia mai smentito una decisione politica presa in Parlamento nel compilare il "pacchetto" dei laici (magari sbaglio...), votandosi un presidente (necessariamente laico) in difformità da quanto previsto in Parlamento. In altri termini, tramite il meccanismo delle correnti, proprio in quanto esse rispondono ai partiti che raggiungono l'accordo sulla componente laica eletta in Parlamento, si garantisce che la votazione del vicepresidente in CSM non smentisca l'accordo politico raggiunto appunto in Parlamento. Chiaro il concetto? Quindi, come dire: è adesso che la connessione funzionale fra politica e "autogoverno" esiste ed è piuttosto cogente. D'altra parte, se "le toghe" decidessero di sconfessare la "chiusura" politica, la vita dell'organo di "autogoverno" diventerebbe, per forza di cose, piuttosto difficile.

Come cambia questa situazione con la riforma?

Il comma 5 del nuovo articolo 104 recita "Ciascun Consiglio elegge il proprio vicepresidente tra i componenti designati mediante sorteggio dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune." Si parla di "ciascun Consiglio" anziché de "il Consiglio" perché i consigli diventano due: uno per i giudicanti e l'altro per i requirenti (com'è noto). La votazione dei due vicepresidenti avviene sempre nei consigli, e l'elettorato passivo è sempre dei membri laici. Il problema, però, è che il Parlamento non vota direttamente il "pacchetto" di chiusura dell'accordo politico, ma vota una lista più o meno ampia di nomi, che, per essere approvata, dovrà necessariamente prevedere una rappresentanza proporzionale delle varie sensibilità politiche (incluse quelle  di opposizione, che altrimenti non la voterebbe). Il "pacchetto" di laici inviato al CSM viene eletto dal caso, con sorteggio. Risulta quindi impossibile che quando il Parlamento vota la lista ci sia già un accordo chiuso su chi andrà a fare il vicepresidente, perché quest'ultimo dovrà essere necessariamente eletto (dal Consiglio) nell'ambito di un "pacchetto" sorteggiato, cioè sottoposto all'arbitrio del caso.

Non riesco quindi a capire, ma sarà un limite mio, come si faccia a dire che la riforma rafforza la presa della politica sull'autogoverno della magistratura! Non può oggettivamente farlo, perché il passaggio intermedio del sorteggio fra il voto parlamentare sui laici e l'elezione di un laico in CSM scombina qualsiasi preventivo accordo. Questo non vuol dire che un accordo non ci possa essere e non ci sarà: ma sarà successivo e in qualche modo "indebolito", essendo preclusa alle forze politiche la scelta della farina con cui impastare il proprio pane (perché rimessa all'arbitrio del caso), ed essendo quindi le forze politiche costrette, nel bene o nel male, a fare il pane con la farina che avranno a esito del sorteggio.

E... attenzione!

Mentre sopra vi ho chiarito che oggi è appunto il meccanismo delle correnti a garantire la tenuta dell'accordo politico sulla vicepresidenza (perché è quel meccanismo a far sì che anche i togati si compieghino a votare il laico designato dal negoziato parlamentare), domani, qualora il sorteggio della componente togata facesse saltare il ruolo delle correnti, diventerebbe molto ma molto più complesso per #aaaaabolidiga dire la sua sul vicepresidente, non solo perché questo verrebbe necessariamente eletto da un sottoinsieme di sorteggiati sottratto al di lei controllo, ma anche perché chi materialmente dovrebbe procedere all'elezione, cioè i membri laici e togati del CSM, non avendo vincoli di appartenenza né partitica né correntizia, sarebbe esso stesso sottratto al di lei controllo.

Chiaro?

Insomma: mentre oggi al peón arriva il fogliettino con su scritti i due nomi da votare, e ai piani alti si sentono ragionamenti del tipo "allora, ci danno la vicepresidenza del CSM se in cambio gli diamo due membri nell'Authority tal dei tali", un domani al peón non arriverà nessun fogliettino, e ai piani alti la vicepresidenza sarà sottratta ad accordi preventivi. 

E quindi sì, lo avete capito: dire che con questa riforma l'indipendenza della magistratura sarebbe compromessa è un po' come dire che con l'unione monetaria i salari cresceranno più in fretta! L'analogia, del resto, è completa, perché sapete bene che chi oggi difende l'euro, ieri sapeva che avrebbe compromesso gli interessi dei lavoratori salariati, e chi oggi attacca la separazione delle carriere, ieri la proponeva nei suoi programmi di governo, e difendeva il sorteggio come strumento di indispensabile (ahimè) moralizzazione della magistratura.

Che è un po' come dire "ego sum disputatio tua, qui eduxi te de terra Piddinorum, de domo servitutis. Non habebis disputationem alienam coram me."


(... poi fate come vi pare...)

giovedì 16 gennaio 2025

Renzi avrebbe fatto anche cose buone

L’epitaffio di cotanto contadino (Rignano è nel contado) lo fecquimo (sic) qui e non ci torniamo su. Ci vogliamo tuttavia crogiolare nell’illusione di aver contribuito anche noi, coi nostri umili scritti, al plateale fallimento di quella spregiudicata scommessa (persa) che fu il referendum. Del resto, erano ancora recenti gli anni in cui il #goofy nei trending topics superava la Leopolda. Ma non è di questo che voglio parlarvi ora (ho deciso di tornare qui, perché mi sono reso conto che iTagli™️ sono un lavoro piuttosto lungo). Volevo solo condividere una considerazione sul significato di una proposta riformatrice di Renzi che credo di aver fatto spesso a voce, anche in pubblico, ma di non aver mai messo qui a verbale. Mi ha condotto a pensarci questo scambio in uno dei post precedenti:


La riduzione del numero dei parlamentari, in effetti, ha inflitto un vulnus significativo alla loro capacità di incidere, non solo negli organi parlamentari di controllo, ma in generale in tutti gli ambiti in cui si esplica la loro attività. Tuttavia, c’è un’altra cosa che impedisce ai parlamentari di lavorare bene sotto il profilo dell’attività legislativa, e che condiziona pesantemente il tempo che hanno da dedicare alle altre attività di vigilanza, controllo, inchiesta, eccetera.

È l’abuso della decretazione d’urgenza.

Apprendo da letture casuali che Mortati era scettico sull’inserimento del decreto-legge in Costituzione, prevedendo che di questo strumento si sarebbe abusato. La conseguenza di questo abuso, però, forse non è chiara a tutti. L’abuso di decreti legge si traduce in un monocameralismo di fatto. Formalmente il sistema rimane caratterizzato da un bicameralismo paritetico (non direi perfetto, perché i due rami del Parlamento hanno regolamenti interni diversi, ma questo dibattito nominalistico non mi interessa, e non ho neanche le competenze per sostenerlo). Praticamente, l’obbligo di conversione entro 60 giorni fa sì che nella prassi la legge di conversione venga esaminata approfonditamente solo da un ramo del parlamento, e arrivi, come si suol dire, “blindata” all’altro ramo del Parlamento, che, nei fatti, non può modificarla (cioè non può emendare il decreto legge), e anzi deve approvarla in fretta e furia con un voto di fiducia che si traduce nell’ennesimo sfogatoio delle opposizioni (sfogatoio che sarebbe anche giustificato, se non fosse che gli addetti ai lavori hanno memoria abbastanza lunga per ricordarsi che quando le opposizioni erano al governo, facevano anche di peggio).

Ora, in questo senso la riforma di Renzi avrebbe fatto anche una cosa buona, un’operazione di onestà intellettuale: adottare un monocameralismo de iure, laddove tanto il regime è monocamerale de facto. È un po’ il discorso che abbiamo fatto tante volte rispetto alla Presidenza della Repubblica: siamo in una Repubblica presidenziale de facto, il che, se da un lato ci consente di crogiolarci nella illusione di essere in una Repubblica parlamentare (luogo in cui solo i gonzi credono di vivere!), dall’altro ci priva dei contrappesi che il potere della Presidenza incontra nelle repubbliche presidenziali de iure, e non mi riferisco tanto all’ipotesi melodrammatica di impeachment, quanto alla più banale responsabilità politica derivante ad esempio da una elezione diretta. Probabilmente un giurista sorriderà della rozzezza del mio ragionamento, ma io continuo ingenuamente a pensare che sia meglio allineare le due Costituzioni, quella formale e quella materiale. Questo perché all’interno di una Costituzione formale è più facile esplicitare e quindi più probabile che esistano delle garanzie, appunto, formali, di equilibrio fra i poteri.

Così, in un sistema che fosse presidenziale anche de iure, quella che sempre più platealmente si configura come la detentrice ultima dell’indirizzo politico, cioè la Presidenza della Repubblica, verrebbe soggetta ad una responsabilità politica, ad esempio attraverso il meccanismo di elezione diretta del suo vertice. Non accadrebbe così, come ho visto accadere nella mia breve esperienza politica, che l’attività di un Parlamento restasse bloccata per circa un semestre nel tentativo di scongiurare che un parlamento di sinistra eleggesse con una elezione di secondo livello un presidente di sinistra in un Paese di destra. In questo senso, il riallineamento della costituzione formale a quella materiale consentirebbe ai detentori della sovranità di ristabilire loro un certo equilibrio fra i poteri.

Un ragionamento simile si può fare per il monocameralismo. Soprattutto dopo il taglio dei parlamentari, ma in realtà anche prima, un passaggio esplicito al sistema monocamerale avrebbe allungato in modo significativo i tempi dell’unico passaggio parlamentare cui un decreto è sottoposto. Risparmiando la decina di giorni dedicati alla pulcinellata della fiducia sul decreto blindato nell’altro ramo per dedicarli a ulteriori approfondimenti sul testo, ulteriori confronti col governo, ulteriori attività di audizione e di emendamento, in un sistema monocamerale de iure il Parlamento potrebbe arginare e indirizzare in modo più efficace l’attività legislativa d’urgenza di iniziativa governativa. Anche in questo caso, un riallineamento della Costituzione formale a quella materiale consentirebbe un migliore equilibrio fra i poteri. 

Notate che escludo la possibilità di riallineare la Costituzione materiale a quella formale: il meccanismo del piano inclinato non vige solo nei rapporti con l’Europa, vige anche nei rapporti fra le istituzioni repubblicane. La Presidenza della Repubblica per un verso e il Governo per l’altro ormai hanno esondato, e qui si pone, e come se si pone, un problema di tubetto e dentifricio! Possiamo crogiolarci nell’idea di riavvolgere il nastro, ma non funziona così. Sarebbe meglio riconoscere pragmaticamente che, se le cose si sono spinte troppo oltre, va creata una nuova linea di difesa. Forse nelle proposte riformatrici di Renzi (mi riferisco in particolare al monocameralismo) era presente anche, in parte, uno spirito simile. E quindi forse, ed è un gigantesco forse, Renzi avrebbe fatto anche cose buone, se ci fosse riuscito.

Ma perché non ci è riuscito?

Direi per narcisismo, cioè perché non ha capito quanto lui di persona personalmente stesse sui coglioni alla maggioranza degli italiani, che quindi gli hanno votato contro semplicemente per scrollarselo di dosso, nella speranza, rivelatasi poi vana, che lui tenesse fede alla promessa fatta di andarsene, se avesse perso. Lo chiamerei, se non temessi di nobilitare troppo il contadino, l’effetto Rostov: ricordate quando alla sua prima carica il giovane ussaro si rende conto che i nemici gli stanno sparando addosso e si chiede perché mai ce l’abbiano con lui, perché dovrebbero uccidere un giovane cui la sua famiglia vuole tanto bene?

Al netto dei dati caratteriali, gli italiani stupidi non sono, e non potevano non vedere come un nemico chi li aveva privati di salario e diritti. Questo ha senz’altro giocato un ruolo, ma un ruolo altrettanto determinante è stato giocato da una comunicazione truffaldina che ha spostato l’attenzione su un falso problema, quello della “navetta”. Qui forse hanno preso il sopravvento i comunicatori, che in ossequio al mitologema della sciura Maria devono aver spiegato agli alti vertici che il passaggio al monocameralismo andava giustificato in ragione della maggiore speditezza derivante dalla singola lettura. Il problema era esattamente opposto: era l’eccessiva speditezza di una singola lettura delle leggi di conversione dei decreti in un sistema che continua a dover far finta di fare due letture. Può darsi che questo la sciura Maria non lo capisca, e magari che io non sia riuscito a farlo capire a voi. Ma può anche darsi che raccontando le cose come stanno, anziché inventarsi balle per il piacere di inventarle e venendo smentiti dalle statistiche sarebbe servito a far capire prima anche a me che una persona che non merita attenzione stava portando avanti proposte che meritavano una riflessione.

Ma appunto, se quella persona avesse meritato attenzione, sarebbe stato un testimonial meno pessimo di simili proposte, e forse la storia avrebbe preso comunque un’altra piega.

Che è poi un modo per dire, concludendo, che Renzi avrebbe fatto anche cose buone se non fosse stato Renzi, cioè una persona da cui nessuno comprerebbe un’auto usata e nemmeno una riforma nuova.

Di lui, quindi, possiamo tornare a non occuparci senza eccessivi rimpianti (rimpiango solo le spille della Lega che Sua Puerilità mi ha sottratto)! Del principio stabilito però, cioè del fatto che astrattamente penso sia preferibile allineare la Costituzione formale a quella materiale, forse dovremmo continuare ad occuparci, anche perché non escludo che abbia ulteriori declinazioni, oltre a quella di riflettere sulla Repubblica presidenziale e sul sistema monocamerale (che se esistono de facto forse sarebbe meglio che esistessero de iure). 

Aggiungo una considerazione. Se i Governi abusano della decretazione d’urgenza, è perché qualcuno glielo permette, e chi dovrebbe impedirglielo, secondo una certa dottrina, è proprio la presidenza della Repubblica. Qui non si tratta di contestare il potere di iniziativa legislativa del Governo. Qui si tratta di rivendicare, salvo casi realmente eccezionali, dei tempi umani di analisi dei provvedimenti governativi da parte del Parlamento. Si tratta cioè di rispettare un’esigenza di equilibrio fra i poteri, perché il vero problema nella grammatica dei nostri poteri costituzionali non è quello della separazione, ma quello dell’equilibrio. A voler essere maliziosi, ma sapete che io non lo sono, si potrebbe quasi pensare che questo abuso, in quanto si traduce in una ulteriore compressione dei poteri effettivi nei vostri rappresentanti, sia allegramente tollerato da una istituzione che, nella fattoria delle istituzioni tutte uguali, molto evidentemente aspira con successo ad essere più uguale delle altre.

Ma perfino io, che sono una brutta persona, non riesco a pensare a un simile atteggiamento tattico!

Concludendo: le strade attraverso le quali potreste, potrete (?), tornare a incidere sono plurime. Non possiamo escludere che una ci sia stata indicata dal simpatico smargiasso che continua a dare pessimi consigli, non potendo più dare un pessimo esempio. Ci va comunque fatto un pensiero…

sabato 1 aprile 2023

Per Non Rendersi Ridicoli...

 ...i nostri gentili interlocutori dovrebbero pesare le parole quando si esprimono in pubblico, far precedere le loro valutazioni da uno studio attento, e se ne avessero l'opportunità consultare o almeno ascoltare i colleghi più esperti.

A questo proposito, cioè a proposito di PNRR, vi riporto una succinta antologia dei miei interventi in merito, ordinati per data, virgolettando i messaggi essenziali. Sono convinto che servirà, che potrà essere una tappa importante del nostro percorso, fino al 2026 e oltre. Sono anche convinto che se queste parole, dette in luoghi abbastanza pubblici (l'aula del Senato, reti televisive nazionali, primarie emittenti locali, testate giornalistiche...), fossero state ascoltate anche da altri, sarebbero potute essere loro di qualche utilità, avrebbero potuto scongiurare certi goffi turbamenti, certe sorprendenti sorprese cui assisto in questi giorni, e che presumo si faranno più frequenti a mano a mano che il quadro si preciserà e che l'alluvione della propaganda, che aveva esondato dagli argini del buonsenso, rientrerà nell'alveo del reale, che era quello descritto dai documenti ufficiali e da noi fedelmente riportato nei suoi non molti pregi e nei suoi non pochi limiti, molto prima che scoppiasse la guerra. 

Date un'occhiata...

20 maggio 2020: diretta dal Senato

"Il fondo del problema è che non si tratta altro che di prestiti per lo Stato italiano, prestiti che arriveranno tardi... Il testo è abbastanza esplicito sul fatto che al di là delle condizionalità macroeconomiche, che potrebbero comportare rimettere in discussione Quota 100, il fondo sarà soggetto alle solite regole del bilancio europeo... La verità è che tutto il discorso dei fondi europei andrebbe rivisto per capire che tutto sommato non abbiamo un grande interesse a dare 15 per riottenere 10 con in più aggiunta la condizione che dobbiamo spendere questi 10 nei campi che ci vengono indicati dall'Europa".

27 maggio 2020: diretta dal Senato

"Si tratta di centinaia di miliardi teorici, che arriveranno, se arriveranno, solo a partire dal 2021, che sono a fondo perduto solo in teoria, perché poi nella proposta è chiaramente spiegato che dovremo restituirli direttamente o indirettamente fino all'ultimo centesimo, e che per di più non potremo neanche spendere non solo rapidamente, ma neanche per quelle che noi consideriamo le priorità del nostro Paese perché essendo inseriti nel quadro del cosiddetto semestre europeo questi soldi andranno avviati alle riforme che l'Europa si proporrà di attuare, e quindi si parlerà del solito verde e del solito digitale, che sono le due parole d'ordine dietro le quali si nasconde fondamentalmente il bisogno di Francia e Germania di convertire la loro industria automobilistica dal diesel all'elettrico. Questa novità, che non è una novità, non ci lascia particolarmente soddisfatti, dal momento che noi, Paese fondatore e contribuente netto al bilancio europeo, ci saremmo aspettati dei gesti veramente "ambiziosi". Oggi l'unico gesto veramente ambizioso sarebbe lasciare che la Banca Centrale Europea funzionasse da Banca centrale [NdCN: un po' come la Banca Centrale Svizzera, per darvi un esempio di attualità] anziché far indebitare i Paesi membri con prestiti più o meno camuffati da elargizioni, ma tutti sottoposti al principio che i soldi vengono dati solo se qualcun altro, che non siano i cittadini residenti nel Paese, decide come spenderli..."

27 maggio 2020: Zapping

"Fondo perduto non suonerebbe malissimo se fosse veramente quella roba lì... Non sono tantissimi, non sono a fondo perduto, e soprattutto che li danno se li spendiamo come dicono loro... Quello che doveva essere un meccanismo di coordinamento fra le politiche è diventato un meccanismo di controllo delle politiche nazionali: quindi questi fondi rientrerebbero in questo quadro... Anche i soldi a fondo perduto vanno restituiti, non direttamente, ma indirettamente sì, e come? Attraverso nuove tasse europee... e in parte attraverso il contributo nazionale al bilancio dell'Unione Europea... Non verrà deciso secondo le priorità nazionali come spendere questi fondi, ma secondo le priorità europee, e le faccio un esempio pratico: il nuovo bilancio europeo toglie risorse alla PAC e alle politiche marittime perché naturalmente verranno destinate nuove risorse alla transizione verde... La proposta italiana... era già un arretramento... noi già ci siamo messi in scia alla proposta tedesca perché lo scopo del Governo era poter dire di aver vinto presentando lui la risposta dell'avversario... I margini andavano costruiti con maggiore fermezza... La mia sensazione continua ad essere che i partiti di sinistra volessero l'accesso al MES perché l'Italia fosse messa sotto tutela qualora un Governo di centrodestra arrivasse..."

29 maggio 2020: RadioRadio

 

"Vedo che dal Messaggero, a Milano Finanza, tutta una serie di organi di stampa generalmente allineati all'Europa mettono in evidenza una serie di criticità fondamentali dell'iniziativa europea... i soldi sono pochi, arriveranno tardi, e ci verrà detto come spenderli... Il Governo, invece di procedere, come poi ha dovuto fare, a collocare titoli sul mercato, un mercato liquido con tassi di interesse molto bassi in questo momento, ha aspettato Bruxelles, e Bruxelles è arrivato in ritardo. Ma Bruxelles, poverino, non può non arrivare in ritardo..."

2 ottobre 2020: Omnibus

"Non ci sta arrivando un effettivo aiuto, è un prestito a condizioni economiche tuttora da specificare, ma le condizioni politiche sono molto chiare: con questo metodo l'Europa ci imporrà le sue priorità, che sono anche rispettabili: il green, il digitale... Io credo che l'approccio green che ci viene proposto dall'Europa... sia semplicemente il desiderio di finanziarie con i nostri soldi la riconversione dell'automotive tedesco dal diesel all'elettrico... A me non preoccupa che in Europa altri Paesi facciano i loro interessi, a me preoccupa che l'Italia continui a non fare i suoi, tutto qui..."

(...in questo intervento apprezzabile il cameo della virostar, che venne costretta ad ammettere in TV che c'era un problemino nella raccolta delle statistiche sulle vittime del COVID, e credo possiate anche notare il mio tentativo di parlare a giugno 2020 di terapie, per motivi che qui non sto a spiegarvi, a voi che credete di sapere tutto prima di me...)

(...ah, naturalmente 390 giorni dopo qualcuno si accorse che l'addio al diesel era un suicidio per l'Europa - cioè per i propri associati! Sempre un filo in ritardo: per forza poi bisogna salvarli... da loro stessi!...)

15 luglio 2020: dichiarazione di voto sulle Comunicazioni sul Consiglio Europeo

"Adesso non voglio ritornare sulle cifre e sui numeri, anche perché queste cifre non le ha nessuno. Lei ci ha spiegato che vuole più grant, più sovvenzioni: ma, la vogliamo fare un'operazione di verità? In ogni caso non sono soldi regalati; in ogni caso sono soldi che vanno rimborsati attraverso i contributi al bilancio comunitario, attraverso risorse proprie che sono nuove imposte, che è nuova taxation without representation. Eh, quanto è dura questa propaganda!" (qui).

21 luglio 2020: conferenza stampa con Matteo Salvini


"Rischio di austerity: non è un rischio, è una certezza: c'è scritto!" (Matteo)

"Scusate, non vorrei togliere l'ultima parola al mio segretario federale, ma vorrei aggiungere un dettaglio. Come avrete capito leggendo le carte, qui il dominus del processo diventa la Commissione, e in particolare la DG ECFIN, quella che si occupa dei fatti economici. Quella direzione è stata per molto tempo di un italiano, Marco Buti, che poi se n'è andato perché fa il capo di gabinetto di Gentiloni. Forse ormai saprete (quando l'ho saputo io il ministro Gualtieri ancora non lo sapeva) che il nuovo direttore di quella direzione economica è un olandese, casualissimamente... quindi questo, a mio avviso, per chi conosce i meccanismi del palazzo come tutti voi che siete giornalisti parlamentari, lascia presagire una pessima aria per come verrà gestito questo processo di assegnazione e di verifica dei fondi..."

21 luglio 2020: intervista a Radio Radicale

"Trovo che sia un po' sleale, e anche una forma di crudeltà nei riguardi degli italiani, illuderli del fatto che domani ci saranno 750 miliardi, come è un po' nel racconto che viene fatto da alcuni (a dire il vero non tutti) i mezzi di stampa... Noi avremmo preferito poche misure, chiare, incisive e finanziate il giusto..."

22 luglio 2020: discussione generale informativa Conte su esiti del Consiglio

"Può anche darsi che questi prestiti aiutino a risolvere un problema di liquidità, ma sono comunque prestiti che paghiamo; nessuno ci sta regalando niente. Un certo tono trionfalistico verso un'Europa che non sarà più come prima risulta, quindi, a mio parere, smentito... Abbiamo quindi un prestito che non risolve i nostri problemi di liquidità, ma questo è anche abbastanza normale, perché il piano che l'Europa propone è intitolato all'Europa della prossima generazione. Quello che noi vorremmo capire è come arriviamo alla prossima generazione nel quadro di disfacimento del tessuto socio-economico del Paese che tanti colleghi hanno evidenziato..." (qui)

29 luglio 2020: discussione generale sul PNRR

"Ieri in audizione è stata data una notizia che non dev'essere passata sotto silenzio: tutte le forme di prestito che arriveranno dall'Unione europea - quindi non solo i fondi del MES, ma anche quelli del Sure (Support to mitigate unemployment risks in an emergency) e della recovery and resilience facility - avranno lo stato di creditore privilegiato... Non è una grandissima novità, perché l'ha evidenziato la letteratura scientifica fin dal 2014, il fatto che, in queste circostanze, i creditori subordinati - quelli che sanno di venir pagati per secondi - chiedono un premio per il rischio (tassi d'interesse più alti). E quindi, come già sostenuto da tanti studiosi anche nel dibattito attuale, in particolare da Daniel Gros e altri autorevoli economisti, questo tipo di struttura del finanziamento e questo andare col cappello in mano in Europa, quando in realtà i nostri titoli hanno mercato, si risolveranno in un tragico aggravio del costo del debito, su quella parte di debito di cui evidentemente si dichiara in modo implicito il declassamento.

Andiamo a ragionare su cosa si dovrebbe fare con i soldi raccolti: nelle pieghe del PNRR è nascosta la patrimoniale, attraverso le Country specific recommendations del 2019 - parlo così perché almeno so di essere compreso dal Governo - che le Country specific recommendations del 2020 recepiscono e che, come sappiamo, dovranno essere recepite dal Piano nazionale per la ripresa e la resilienza. Cosa dice quella raccomandazione (che naturalmente Germania e Francia fanno per il nostro bene, perché la prima è veramente nostra amica)? Che dobbiamo rivedere i valori catastali... Sappiamo allora che in realtà questa revisione maschera il desiderio di aumentare la tassazione sugli immobili, che sarebbe un errore tragico." (qui)

11 novembre 2020: debito senza Stato (discussione generale proroga misure COVID)

"Due giorni fa Mersch, che è un rappresentante del direttorio della Banca centrale europea, ha detto che se gli Stati membri non accetteranno di indebitarsi con la Commissione, prendendo fondi o dal Sure o dal MES, o dal recovery fund, la Banca centrale europea potrà rifiutarsi di acquistare i loro titoli... Le istituzioni europee stanno sfruttando questo momento, questa grave pandemia, per portare avanti il progetto politico con la loro solita logica, quella del ricatto... Come in un altro noto episodio quando si è creata una moneta senza Stato, ora si vuole andare avanti sulla stessa strada, creando un debito senza Stato e il debito senza Stato dovrebbe far sorgere delle domande in ognuno di noi. La domanda è: chi lo gestisce, come e con quali criteri? Questa domanda nessuno se la pone, come nessuno si pone la domanda di quale responsabilità politica abbia un burocrate che vuole dettare, con l'arma del ricatto, le politiche finanziarie e le politiche per lo sviluppo e per la ripresa dei singoli Stati, decidendo lui a quale mix di risorse i singoli Stati debbano ricorrere per finanziarle." (qui

23 dicembre 2020: Video Backlight


1 aprile 2021: relazione sul PNRR

"Vorrei partire, innanzitutto, da una frase che tutti credo apprezzammo, perché era di buon senso, nel discorso del signor Presidente del Consiglio. Cito testualmente, scusandomi se leggo, ma la mia memoria ormai è quella di un anziano: «La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo strumento per la ripresa e la resilienza, dovrà anche essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica»... Avevo inteso, in questa frase del signor Presidente del Consiglio, che egli intendesse dire che, siccome i prestiti del recovery fund sono debiti del nostro Stato e il nostro è uno Stato abbastanza indebitato, ci sarebbe stata una valutazione quantomeno sulla convenienza. Qui fideisticamente si assume che indebitarsi con la Commissione sia necessariamente più conveniente che indebitarsi con i mercati. Può anche darsi che lo sia, almeno nella dimensione molto limitata del tasso di interesse, ma la convenienza di un prestito ha tante sfaccettature e, quindi, le parole del signor Presidente del Consiglio mi sembravano particolarmente sagge. Per questo motivo sono rimasto sinceramente sorpreso dall'acribia, dall'acrimonia, quasi dall'acredine con cui nelle Commissioni riunite, sia al Senato che alla Camera, si è eliminato qualsiasi possibile riferimento alla possibilità di valutare la convenienza dei prestiti erogati dal recovery rispetto alla convenienza dei prestiti disponibili sul mercato.

La richiesta della Lega era semplicemente di fare una valutazione. Teniamo presente un dato banale, che è certamente noto a qualunque economista qui presente che abbia studiato la materia negli ultimi trent'anni e, quindi, conosce il ruolo delle aspettative nell'economia, ovvero che l'Italia finora è l'unico Paese che ha dichiarato di voler accedere a quei fondi. Questo, dal punto di vista del mercato, è il segnale che l'Italia pensa di avere bisogno di una forma di prestito particolarmente agevolato, cioè indirettamente pensa che sul mercato troverebbe delle condizioni peggiori. Questa - lo dico veramente con tutto il cuore e senza voler criticare nessuno - è una ammissione abbastanza pericolosa, perché rischia di generare previsioni autoavveranti. Poi però non diamo la colpa ai sovranisti - tra l'altro è una parola che detesto - se qualcosa va storto: diamola anche a certi meccanismi anche di comunicazione.

Vengo al secondo punto. Prima, dal lato dei puri, mi è giunta la parola "regalo", ci avrebbero regalato non so quanti miliardi. Se è un regalo, desidero capire come mai la Corte costituzionale tedesca il 30 marzo ha detto «No, grazie»... Il semplice fatto che abbia avuto l'idea di farlo vuol dire che regali non sono. Una Corte costituzionale non si muove per rifiutare un regalo e infatti non sono dei regali. Ci sono le famose risorse proprie di cui non si parla. Noi le abbiamo ratificate per decreto, mentre mi risulta che l'Olanda, nella Eerste Kamer - ossia l'equivalente del nostro Senato, perché rivendicando la nostra primazia sulla Camera bassa, diciamo che la loro prima Camera è il Senato - ha aggiornato al 13 aprile la discussione sulla ratifica delle risorse proprie, in quanto aspetta di vedere cosa succede in Germania. Gli olandesi sembrano non essere abbastanza smart da capire che in Germania non succederà niente, ma è anche un gesto di rispetto verso gli elettori aspettare la decisione di un Paese egemone prima di assumere una linea di azione. Come ho già detto, noi possiamo volere tutte le Europe federali del mondo. Ma, finché non le vuole la Germania, dobbiamo stare attenti alla strada che scegliamo - in termini sia di comunicazione che di sostanza - nell'impostare una partecipazione e una comunicazione su questo progetto." (qui)

22 aprile 2021: dichiarazione di voto sul DEF

"Sei giorni fa abbiamo appreso che la sostenibilità del debito pubblico non dipende più, come in passato, dall'andamento dei tassi di interesse che permettono di servire i costi della raccolta, ma dalle prospettive di crescita. Ecco, quest'affermazione, sempre del Presidente del Consiglio, è interessante, anche se tutto sommato mette in evidenza aspetti che finora, nel dibattito sulla dinamica e sulla sostenibilità del debito pubblico, erano stati sottaciuti: per esempio, il ruolo che l'esplosione del costo del debito, verificatasi all'inizio degli anni Ottanta, ha avuto nel determinare il raddoppio del rapporto debito-PIL in circa dieci anni. Eppure, non si tratta di enormi novità, da un punto di vista concettuale.

Voglio fare una citazione: si spera che questo articolo abbia dimostrato che quello dell'onere del debito è essenzialmente il problema della crescita del reddito nazionale. Questa citazione viene da un articolo del 1944 di Evsej Domar, un economista keynesiano. Non abbiamo quindi fatto una grande scoperta, scoprendo che la crescita economica è fondamentale nel garantire la sostenibilità del debito. La domanda, in questo come in altri casi, è perché ora: nel 1944, che è anche l'anno della Conferenza di Bretton Woods (un altro dato storico che spesso viene evocato), si stava concludendo, come sappiamo, una guerra. È veramente triste constatare che, per arrendersi all'ovvio, gli esseri umani prima debbano combattersi tra loro o, come nel caso attuale, essere sopraffatti da catastrofi naturali che nel linguaggio corrente continuiamo a paragonare a un evento bellico: sono ad esso paragonabili non solo e non tanto nel tributo di vittime umane, cui deve andare il nostro ricordo, quanto nelle conseguenze economiche.

Il debito oggi è a volumi postbellici; più esattamente, però, lo era anche prima della crisi pandemica. Pertanto, se, da un lato, non è strano che oggi si riscoprano le ragioni della crescita, come si scoprivano nel 1944, lo è che si sia aspettato fino ad oggi per affermare l'esigenza della crescita e che, per tanti anni, si sia continuato sulla strada dell'austerità.

Va detto - e lo dico con un'amara e sofferta ironia - che in questo senso il Covid-19 ha dato una ragionevole via di fuga ai nemici dell'ovvio, cioè agli amici dell'austerità, perché consente di dire che, siccome oggi è tutto diverso, allora finalmente si può fare quello che in realtà si sarebbe dovuto fare già da prima, però scordiamoci il passato e ci permettiamo di esprimere minime critiche, pur nel giudizio positivo che diamo all'intervento del Governo; infatti - e voglio che rimanga agli atti - a noi sembra che non venga compreso un dato che pure dovrebbe essere evidente. Ricordiamo il tempo in cui si rimproverava ai Governi di avere il pilota automatico e che i mercati li avrebbero costretti a procedere comunque sulla strada delle riforme, che poi erano i tagli (quelli che servivano a consegnare in mani private pezzi crescenti di stato sociale e di intermediazione del risparmio)? Esiste, però, un'eterogenesi dei fini, una nemesi: oggi è la Banca centrale europea ad avere il pilota automatico. Sono sempre i mercati a indurre questo regime e sono sempre loro, in qualche modo, gli artefici del pilota automatico, per il semplice motivo che, ove la BCE smettesse di sostenerli acquistando i titoli del debito pubblico, crollerebbero, il che, oltre a essere un problema per tutti noi, lo sarebbe anche per la BCE, che ha il compito istituzionale di garantire la stabilità finanziaria. Questo meccanismo dovrebbe essere capito e quindi si dovrebbe (perché si può) osare di più." (qui. E voi direte: e che c'entra? C'entra, perché ricorda che un'alternativa c'era: la Banca centrale...)

29 maggio 2021: Coffee Break

"Sono totalmente d'accordo con il direttore Napoletano e anche con il presidente Sileoni su un fatto: qui ci sono diverse riforme da fare, e la più urgente, assolutamente, è quella della, diciamo così, burocrazia: snellire gli adempimenti burocratici. Ed è la più urgente per due motivi: primo, perché credo che sia la meno divisiva; secondo, perché se noi non ci mettiamo presto d'accordo su come spendere i soldi del PNRR, se e quando arriveranno, noi rischiamo di non rendicontarli entro il 2026..." (...poi non dite che non lo avevamo detto...)

2 giugno 2021: TV6 

"Noi manteniamo anche in maggioranza alcune perplessità che avevamo all'opposizione, le manteniamo cercando di gestirle... Per quel che riguarda infrastrutture come viadotti, gallerie, autostrade, strade nel recovery non c'è nulla ma sapevamo che non c'era nulla... In generale la struttura che gestirà questi fondi mi sembra un po' pletorica rispetto all'entità delle risorse... Che si possano fare delle riforme efficienti in fretta e con una maggioranza così variegata è una questione aperta al dubbio... Oggettivamente c'è stata una distorsione propagandistica: bisogna riportare le cose nell'equilibrio e nella verità delle cifre, che sono 30 miliardi l'anno... Il recovery non ci dà risorse per fare la riforma fiscale, come appurato su nostra precisa richiesta ormai da un anno..."

20 agosto 2021: Sky Economia


"Io andrei a interrogarmi sulla filosofia di questo programma di aiuti. Vede, la retorica delle riforme ci suona nelle orecchie da tanti anni, e "le riforme" era uno degli altri nomi dell'austerità, che è figlia di nessun padre oggi, ma che dieci anni fa... quello che manca, secondo me, e di cui i mercati si dovrebbero preoccupare e si preoccuperanno, è: perché questa Europa che chiede tante riforme a noi non ci sta facendo capire come vuole riformare se stessa?..."

21 settembre 2021: Omnibus

Il video è qui (non riesco a "embeddarlo").

"Pongo una domanda sul PNRR: ma voi lo sapete quanti Paesi europei ancora non hanno un PNRR approvato? Nove. E sapete quanti non l'hanno proprio presentato? Due, l'Olanda e l'Estonia. L'Olanda è senza governo da marzo... L'Italia è uno dei quattro Paesi che hanno deciso di prendere soldi in prestito dall'Europa: Italia, Grecia, Cipro e Portogallo... Noi abbiamo cercato di inserire nell'atto di indirizzo al Governo il principio secondo cui si sarebbe potuto valutare caso per caso se sussistevano effettivamente condizioni di convenienza... Scettico una volta era una scuola filosofica, oggi è diventato un insulto: io direi che sono prudente, nel senso che le condizioni di convenienza di un prestito un Paese forse può provare a valutarle. In questo momento le condizioni sono relativamente convenienti, ma bisogna vedere come evolverà la situazione: magari lo saranno di più, magari lo saranno di meno..."

13 ottobre 2021: Accademia dei Lincei

"Effettivamente i fondi del PNRR dedicano all'istruzione una quota consistente, intorno ai 30 miliardi, che poi sono sostanzialmente quello che si sarebbe speso in Italia negli ultimi dieci anni se la spesa per l'istruzione avesse seguito la dinamica dei nostri partner europei... Voi sapete che il tema del capitale umano rispetto al PNRR è proprio il fatto che dieci anni di austerità hanno comportato un depauperamento molto significativo del capitale umano delle nostre amministrazioni locali... Questo ci impone uno sforzo di recupero... Il PNRR, ad avviso di chi vi parla, avviso modestissimo, suffragato dai dati (poi, come per tante altre cose, bisognerà vedere, far passare il tempo, basta avere un po' di pazienza per vedere come stanno le cose) più che essere un'occasione importante dal punto di vista delle risorse che mette a disposizione, su cui tanto prima o poi un'operazione di verità verrà fatta dalla logica dei numeri, dal mio punto di vista è un'occasione importante perché ci impone uno sforzo progettuale, e questo indipendentemente da chi e come lo finanzierà..."

23 dicembre 2021: Senato

"Fra due giorni scarteremo i regali sotto l'albero di Natale e oggi scartiamo in aula questo pacchetto di provvedimenti che giunge in qualche modo anch'esso come una sorpresa, nel senso che con tutta la migliore buona volontà, essendo stati assorbiti dalla legge di bilancio, pochi di noi hanno potuto scrutare al suo interno...

Continuiamo a non ritenere molto opportuno presentare il recovery plan come l'unica soluzione, forse neanche come la soluzione decisiva alla crisi economica scaturita dalla pandemia. Si tratta naturalmente di uno strumento da sfruttare, visto che c'è, ma con piena consapevolezza non solo delle sue opportunità, ma anche dei suoi limiti; questa consapevolezza in Europa esiste.

Continuiamo a essere perplessi sulla scelta fatta dal nostro Paese, con pochissimi altri e non fra i Paesi leader, di accedere allo strumento dei prestiti. La funzione dei prestiti è anticipare spese che non si hanno i mezzi finanziari per sostenere, ma in tutta evidenza - lo riconoscono anche i documenti della Unione europea, come le in-depth analysis sul Piano di ripresa e resilienza, pubblicate dalla Commissione - le tempistiche ridotte del recovery mettono di fronte tutti i Paesi, non solo l'Italia, a un trade-off particolarmente insidioso, quello fra non assorbire tutte le risorse del recovery o farne un uso improprio, con sprechi e malversazioni, nel tentativo di spenderle comunque. Il decreto-legge all'esame incide con intelligenza su questi aspetti. Tuttavia vorrei qui valorizzare l'esigenza espressa dal collega Stefano di evolvere verso una visione programmatica di lungo periodo (lui ha parlato di vent'anni), sottolineando il dato che questa aspirazione, assolutamente legittima e motivata, non può però essere risolta, banalmente, da uno strumento che ha un orizzonte temporale di sei anni. (Applausi).

Quindi, resta il punto che in questa fase il problema per il nostro Paese non è reperire mezzi finanziari, perché l'affidabilità internazionale di questo Governo ci tutela a sufficienza; il problema è spenderli e non è detto che la soluzione a questo problema possa arrivare per decreto-legge. Faccio un semplice esempio: ci sono voluti cinque mesi per trovare una governance alla principale stazione appaltante del Paese, l'ANAS, dopo l'infausto esordio di agosto che ricorderete. Questi sono problemi che oggettivamente incidono anche sulla capacità di spendere. Molto di quanto c'è da fare per sostenere la crescita del Paese, quindi, non dipende dagli altri e dalla loro supposta generosità, se tale è; dipende da noi, dalla nostra capacità di attivare finalmente un dialogo costruttivo e privo di pregiudizi tra la classe politica e la classe dirigente, che alcuni chiamano la classe tecnica del Paese. Un decreto-legge non può risolvere questo problema - che è culturale - ma può essere un'occasione per porlo, come ho fatto in questo intervento, sperando di non aver abusato del vostro tempo.

(qui)

E, fra gli ultimi, quando ormai i nodi stavano venendo visibilmente al pettine, qui:

29 novembre 2022: discussione generale della mozione sul MES

Qui si ignorano le lezioni che abbiamo appreso dalla storia, ma si ignorano anche le lezioni che stiamo apprendendo dall'attualità. Io non so se voi state seguendo la vicenda della collocazione dei bond europei destinati al finanziamento del PNRR. Ve la dico - sperando di non fare la stessa fine - come la disse un altro molto più bravo di me sotto questo profilo: "Ich bin ein Berliner”. Se Christian Lindner, il Ministro delle Finanze tedesco, ci spiega che il debito nazionale è più conveniente del debito comune europeo, forse una riflessione dovremmo farla. E, naturalmente, la prima riflessione quale sarebbe? Lui ha i Bund, che sono così belli e così appetibili, quindi vende a tassi bassi o negativi e non vuole mischiarsi con chi, come noi, ha dei tassi alti. Poi Il Sole 24 Ore ci spiega che perfino i BTP hanno tassi più bassi dei titoli che la Commissione cerca di collocare per finanziare il PNRR e, allora, a me viene in mente una riflessione, che è la seguente. In un contesto sufficientemente turbolento il vero dramma di questi strumenti, su cui noi stiamo esercitando la nostra dialettica, è che diventano tragicamente inutili. In altri termini, noi non possiamo aspettarci che il MES ci offra delle condizioni di finanziamento per i nostri squilibri interni più convenienti di quelle che ci offrirebbe il mercato, per il semplice motivo che già oggi stiamo vedendo che, in contesti meno drammatici, un esperimento di mutualizzazione del debito ci sta offrendo tassi di interesse meno vantaggiosi di quelli che avremmo potuto cogliere, intervenendo con strumenti di debito nazionale. Queste sono le questioni sulle quali dovremmo veramente esercitarci! Poi, volendo, si potrebbe anche fare accademia su tutta una serie di altri aspetti. Ragioniamo sul fatto, per esempio, che la Grecia si è presa i suoi bei miliardi all'1,23 per cento, comincerà a restituirli nel 2032 e in questo momento l'inflazione è a due cifre: noi i soldi ce li abbiamo messi e ce li ridaranno parecchio svalutati. Non lo dico per acrimonia, per acredine, nei riguardi dei fratelli greci; lo dico solo per far capire che gli italiani sono un popolo generoso e che questi meccanismi, però, drammaticamente non funzionano. (qui)

Ma poi, alla rinfusa, anche quiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiquiqui (scusatemi, non ce la faccio a fare un editing più accurato, e tanto poi è sempre la stessa cosa).

Non vi pesi l'indice: cliccate e vi sarà dato...


Riassumendo

Quindi, riassumendo: vi abbiamo sempre detto che il PNRR non era lo strumento adatto, che il suo scopo non poteva (razionalmente) essere quello di salvarci dalla pandemia del 2020, perché sarebbe arrivato nel 2021, che la sua impostazione era fallace, perché non si concentrava, anzi, non poteva concentrarsi, su pochi interventi riferiti ai veri assi strategici prioritari per il Paese (primo fra tutti quello delle infrastrutture stradali), che la sua gestione era troppo farraginosa ed esponeva a serio rischio di ritardi, anche a causa del depauperamento di risorse della Pubblica Amministrazione, cui veniva chiesto di sopportare uno sforzo che non era in grado di sostenere, nonostante i vari poltronifici piddini vagamente denominati "cabine di regia" ecc., che la strada avrebbe dovuto essere un'altra, che prendere tutto il debito teoricamente disponibile era un errore sia in termini di annuncio dato ai marcati, sia in termini di mera valutazione economica, perché nulla garantiva che quel debito sarebbe stato offerto a condizioni realmente vantaggiose, soprattutto qualora si fossero scontati i costi vivi burocratici derivanti dalle rigide tabelle di marcia imposte e quelli derivanti dagli obiettivi prefissati, non funzionali a un reale sviluppo del Paese, ma solo alla follia del "green" che poi è "yellow", è mettersi in mano alla Cina, contro cui non ho nulla di particolare, ma alla quale non può consegnarci mani e piedi legati chi dice di voler essere "atlantico" (c'è una lieve contraddizione, no!?).

Insomma: vi abbiamo detto che il PNRR non serviva a salvare il Paese, ma a qualcos'altro. A che cosa servisse ve lo abbiamo anche detto: a commissariare il Paese, imponendogli delle priorità di politica economica funzionali non alla mitica crescita della produttività (che, come qui sappiamo, non è un fenomeno esclusivamente "di offerta"), quanto alla riconversione di o alla ricerca di mercati di sbocco per alcune filiere produttive dei Paesi del Nord e dei loro amici (scomodi), i Paesi del Lontano Est. L'Italia fa già paura così ai suoi concorrenti! Figuriamoci se funzionasse meglio! L'idea che qualcuno possa spiegare a noi come far funzionare meglio il nostro Paese non conoscendolo, e avendo tutto l'interesse a indebolirlo, è un'idea talmente ridicola che non vale nemmeno la pena di commentarla.

E qui si apre tutto il capitolo del "ma voi eravate al Governo e non avete governato, ma voi eravate all'opposizione e non vi siete opposti!" Un ritornello stucchevole che con me non attacca perché al Governo e all'opposizione ho tenuto sempre lo stesso discorso, quello che vi ho riassunto qua sopra.

Dopo di che, può essere utile ricordare che in democrazia contano i numeri, e quindi si può essere in minoranza anche all'interno della propria maggioranza, che è esattamente quello che è successo a noi nel primo e nel terzo Governo della scorsa legislatura. A mero titolo di esempio, è agli atti parlamentari che nel terzo governo della precedente legislatura noi abbiamo chiesto che non si accedesse a tutto il debito PNRR, ma che si valutasse, se mai, caso per caso l'eventuale convenienza di accedere a quel debito, piuttosto che al mercato (guardate qua sopra il mio intervento in aula di due anni esatti or sono). È altresì agli atti parlamentari che su questa battaglia di mero buonsenso siamo stati sconfitti dal fronte piddino, ansioso di legare al collo del futuro Governo di centrodestra la macina da mulino non tanto del #debbitopeeggenerazzionifuture, quando dei vincoli commissariali sull'utilizzo delle risorse (utilizzo tutto distorto a vantaggio dei loro amici cinesi).

Sia come sia, ad oggi l'eventuale convenienza di questo debito (che come ricorderete era il cavallo di battaglia degli entusiasti del recovery) è semplicemente impossibile da valutare (si accetta con gratitudine la prova del contrario).

Intanto, a differenza di quanto accade in paesi come il Portogallo, il loan agreement fra Italia e Commissione non è pubblico: se vai alla pagina sul recovery plan italiano e provi a scaricare gli accordi operativi:

succede questo:


dal che si evince che un documento controfirmato (dal Governo Draghi) esiste, ma si è ritenuto di non renderlo pubblico in questo Paese, ovviamente non a causa di questo blog (che non esiste) né del suo autore( che "ha traditoooohhh!11!1"). Volendo arrivare per via induttiva ai costi effettivi del debito con la Commissione (costi che in Parlamento non sono mai stati specificati), si può consultare la Decisione di esecuzione (UE, Euratom) 2022/2545 della Commissione del 19 dicembre 2022 che istituisce il quadro per l’attribuzione dei costi collegati alle operazioni di assunzione di prestiti e di gestione del debito nel contesto della strategia di finanziamento diversificata. Una lettura appassionante di cui mi limito a fornirvi uno squarcio:

più informativo sul mio stato d'animo che si quanto ci smeniamo. 

Fatto sta che tutta questa convenienza è facile che non ci sia, o almeno che non sia così determinante se rapportata all'aumento di costi  che il commissariamento e le sue scadenze portano con sé (in termini di necessità di interventi legislativi di "manutenzione" del Piano, di ingolfamento dei vari livelli di burocrazia, di sforzo progettuale sostenuto dalle amministrazioni locali per partecipare a bandi da cui poi sono esclude, ecc.). Il dato è che l'UE, che due anni fa si finanziava allo zero per cento, ora si finanzia a circa a più del 3%, ma quando ci gira queste somme ci carica dei costi di transazione di importo ignoto o comunque estremamente complesso da appurare (come abbiamo visto sopra), ma che presumibilmente portano il costo per lo Stato italiano attorno al 4%. Di converso, se lo Stato italiano accede direttamente ai mercati riesce a spuntare ancora tassi intorno al 4,2%:

col vantaggio, non irrilevante, di non doversi poi conformare alla burocrazia europea, ma semplicemente rapportare col mercato. Resta quindi drammaticamente attuale la domanda (da noi sempre posta) se il gioco valga la candela, considerando che, siano soldi che corrispondiamo al bilancio comunitario, o siano soldi che prendiamo in prestito, alla fine sempre soldi nostri sono, e quello di averli indietro solo se li spendiamo come decide qualcun altro si sta rivelando un onere sempre più insostenibile, a mano a mano che le priorità di quell'altro (siano l'auto elettrica, siano la casa "green" - cioè "yellow") si dimostrano insostenibili per la nostra economia!

E se le cose stanno così già ora, figuriamoci come staranno quando la crisi finanziaria ci costringerà a riorientare ulteriormente le nostre priorità, ricacciando lo "yellow" (pardon: il "green") nel libro dei sogni condivisibili, e influendo sulla credibilità di istituzioni, come quelle europee, che in condizioni di stress hanno ripetutamente dimostrato di non saper dare il meglio di sé!

Ma anche questo era stato detto.

La mela marcia non cade mai lontano dall'albero tarlato. Possiamo (e, per sensibilità istituzionale o per convenienza tattica, in molti casi dobbiamo) raccontarcela come una storia di successo, ma non è colpa nostra se le cose stanno come razionalità economica aveva ampiamente preannunciato, se "er proggetto europeo nun delivera", come dicono i nuovi barbari. Certo, non dobbiamo nemmeno rassegnarci allo stucchevole ruolo di Cassandre. Fatto sta che anche i giganti sulle cui spalle siamo appollaiati hanno condiviso questo triste destino. Non a caso la traduzione italiana degli Essays in persuasion (testo sulla cui attualità ho più volte richiamato la vostra attenzione) è: Esortazioni e profezie. Quello che ha reso ex post calzanti le esortazioni e le profezie fatte ex ante in questo blog è stato semplicemente l'aver approfondito le lezioni della Storia, anche e soprattutto grazie all'analisi proposta da Keynes. Di "senno di poi" in dodici anni di blog ne avete visto poco. Di "senno di prima" molto, a partire da quando nel terzo posto di questo blog segnalammo che il tema del decennio sarebbero state le crisi bancarie aggravate dalle politiche di austerità (perché era evidente che sarebbe stato così, ma nessuno ne parlava perché l'obiettivo era imporre l'austerità).

Visto che le lezioni della storia ci interessano, visto che abbiamo rifiutato la cecità ideologica progressista, quella che guarda avanti per non guardare indietro, quale lezione dobbiamo trarre da questa storia, dalla nostra storia, dalla storia di questo blog che non esistendo non ha potuto influire sulla storia del Paese?

Lo chiedo a voi.

La storia del PNRR è tracciata: diventerà un problema europeo quando diventerà un problema tedesco, e la soluzione che sarà escogitata sarà ulteriormente penalizzante per noi.

E la nostra storia? 


 (...credo di aver dimenticato qualcosa, ma diciamo che se non c'è tutto, c'è abbastanza. A me non interessa più di tanto che il mio ruolo - sia quello di responsabile economia di un partito, sia quello di intellettuale che ha aperto il Dibattito - venga rispettato: metto così tanta attenzione a rispettare il ruolo altrui che non mi resta tempo per verificare la reciprocità. Chi non la applica la fa a suo rischio e pericolo, perché se fa affermazioni trionfalistiche e fuori linea poi sarà costretto a rettificare certo non da me ma dai fatti e non ne uscirà benissimo - considerazioni speculari si applicano al pattume che va in giro a spiegare a me e a voi cose che già sappiamo perché erano tutte scritte qui! A me non interessa che tutti capiscano subito: se non capiscono subito, capiranno dopo. A me non interessa avere nessun consenso e nessun plauso, né il vostro, né quello di altri: a me interessa che mi vengano attribuite solo le mie parole. A me non interessa che chi sbaglia linea comunicativa o politica venga chiamato alle sue responsabilità: non amo i tribunali del popolo. A me interessa che non mi venga attribuita la responsabilità di dichiarazioni altrui. Qui ci sono le mie, di dichiarazioni, e me ne assumo la responsabilità: tutto quello che ho detto dal 2020 in poi su questo tema o si è verificato, o si sta verificando, o si verificherà. Come al solito: non dovreste esserne stupiti, no? Ma quello che vi chiedo di capire, a voi che con tanta entusiastica partecipazione siete pronti a acclamare il primo gallo che sale in cima al pagliaio del gruppo misto per lanciare il suo chicchirichì - generalmente copiato da queste pagine - è che se volete che i problemi si risolvano, dovete avere la pazienza di farci porre i presupposti perché si risolvano. Fare l'outsider è una manna per il proprio narcisismo, ma non aiuta né a conoscere i meccanismi interni, né a costruire un minimo di influenza su di essi. Quindi, al netto del fatto che i tanti "chicchirichì" che ascolto con simpatia e nostalgia non riusciranno, per mancanza di originalità e di carisma nei galletti di turno, a coalizzare un grande consenso, vi chiedo di interrogarvi su che cosa desiderate. Desiderate un partito del 99% capace solo di far rimbalzare la massa del suo enorme consenso sul muro di gomma dei palazzi? In altri termini: desiderate perdere? Beh, non so come dirvelo: qui non siete a casa di uno che ami perdere, quindi forse non siete a casa vostra. Se invece volete avere qualche remota possibilità di contribuire a una minima variazione di rotta del sistema, o anche di avere un minimo controllo sulle sue rotture, dovrete rassegnarvi a capire una cosa molto semplice: il percorso più breve per attraversare il Pamir non è la linea retta - so che non ci credete, voi che siete tanto bravi e che al mio posto avreste fatto questo e quello, ma siccome la vita è ingiusta, è ingiusta anche l'orografia - e il modo più efficace per combattere in Vietnam non è indossare la giubba rossa e segnalare ogni due per tre la propria posizione, ma mettersi la mimetica e stare zitti. Io, sinceramente, non so più come dirvi cose così ovvie. Trovo umiliante per voi, e quindi anche per me, continuare a spiegare l'ovvio e quindi non credo che continuerò. Chi ci arriva farà da sé...)

sabato 6 agosto 2022

Grillo e i suoi derivati

Per capire quanto siano stati avvelenati i pozzi vi propongo questo breve scambio tratto dal social azzurro cesso:


L’intento dell’Ambruosi è chiaro: accreditare l’idea demagogica del parlamentare che “non lavora”. Peccato che con me gli sia andata male:


Eh già! Perché quella riforma è anche opera mia, cosa che l’Ambruosi ignorava. Indegnamente, mi pregio di aver portato a quel tavolo, ottenendoli con pazienza e un minimo di capacità politica, l’abolizione dell’IRAP per i contribuenti persone fisiche e una estensione della no tax area anche per gli autonomi (a sinistra volevano intervenire solo sulle detrazioni dei loro presunti elettori: dipendenti e pensionati). Inutile, anzi: utilissimo, ribadire che a quel tavolo non avrei ottenuto niente se non avessi avuto dietro di me la formidabile squadra dell’unità fisco: Bitonci, Cavandoli, Gusmeroli e tutti gli altri. Superfluo, anzi necessario, far notare che a quel tavolo in cui si trattava la materia per cui i Parlamenti sono nati (il fisco: i Parlements nella Francia del Re Sole erano gli equivalenti delle nostre Commissioni tributarie regionali) il mio partito aveva mandato me, il parlamentare che secondo certi gegni del social azzurro cesso non conta nulla nel suo partito…

E qui vi faccio notare rapidamente due cose.

Primo: perché blaterare di Commissioni se la politica non la si segue o non la si capisce? Semplice: perché non tutti hanno avuto la fortuna di passare da qui, di capire come funziona (gli accordi vengono presi ai tavoli politici, il lavoro parlamentare avviene comunque a valle, non è tanto importante chi schiaccia il tasto quanto chi lavora su quale tasto schiacciare, ecc.). Voi questa fortuna l’avete avuta e so che l’apprezzate, perché vi permetterà di fare una scelta elettorale consapevole dei limiti e delle opportunità che l’attuale meccanismo di rappresentanza democratica offre.

Secondo: le querimonie del collega Marattin, che ci accusa di avere infranto un sogno (il suo: quello di passare alla posterità come il Vanoni o il Visentini del XXI secolo) sabotando (?) la delega fiscale sono totalmente infondate. Lo dimostra il fatto che la delega avevamo già cominciato a realizzarla, a piccoli ma significativi passi, da prima che fosse approvata! Questo non significa che se e quando la delega fosse approvata non si potrebbe procedere più speditamente. Significa però che se se la vuole prendere con qualcuno per non aver messo la sua firma sotto qualcosa, sarebbe più giusto che se la prendesse col passato Governo, che in un non inconsueto gesto di arroganza ha inserito nella legge delega una cosa che quasi nessuno voleva (la riforma del catasto) e ha tolto dalla stessa legge una cosa che volevamo noi, l’estensione della flat tax già approvata in legge di bilancio 2019 e poi abrogata dal PD e dai suoi useful idiots! Ricordo che i nostri ministri reagirono a questa provocazione uscendo dal Consiglio, e che lì inizio la lotta eroica dei colleghi della finanze Camera (Gusmeroli, Centemero, Cavandoli, Ribolla, ecc.) per raddrizzare questa stortura.

Le leggi di iniziativa governativa non decadono con la legislatura. Ora pareggiamo i conti con gli arroganti, poi passaggio in Senato, lettura definitiva alla Camera, e la delega ci sarà. Con la flat tax, che forse andrebbe conosciuta, prima di nominarla a razzo.

Ma di questo parleremo con più calma…









lunedì 17 gennaio 2022

Meno sette: flessibilità!

Rodion Romanovic ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "È la flessibilità, bellezza... (MMT vs. Phillips)":


Buonasera Professore, dov'è che posso trovare i dati completi sulla flessibilità del lavoro? Sul database OCSE le serie sulla protezione del lavoro dipendente risalgono indietro al massimo fino al 1985. Dove si possono trovare i dati dei due decenni precedenti che lei ha utilizzato per stimare il modello?

Inoltre, non riesco bene a capire com'è che sia stata ricavata la serie "FLEX" da lei utilizzata, forse facendo una media dei quattro indicatori forniti dal sito OCSE? Perché mi sembra dal grafico (forse ci vedo male) che abbia un andamento diverso rispetto alla serie "Temporary Constracts".

La ringrazio molto in anticipo. Un caro saluto!

Postato da Rodion Romanovic in Goofynomics alle 5 aprile 2020 20:36


Rodion Romanovic, fra i protagonisti di questo blog, è quello che ho più amato: non solo per la sua indimenticabile prestazione in Eurodelitto ed eurocastigo, ma anche per la scialba comparsata nel suo sbiadito prequel, Преступление и наказание, uno di quegli inutili e tediosi libri senza figure di cui voi, che essendo di destra non siete culti e leggete solo fotoromanzi, non credo abbiate sentito parlare. Non vi siete persi niente. Ma Eurodelitto ed eurocastigo, invece, consiglio spassionatamente di leggerlo, e di farlo ora (se non vi è capitato prima)...

Per un autore è un'inesprimibile emozione incontrare un proprio personaggio, anche quando è un personaggio altrui!

Un po' per questo, un po' perché il 5 aprile 2020 ero piuttosto impicciato nella lavorazione del "Cura italia", nonché in vigilante attesa (ma senza Tachipirina) del "Liquidità" (se pure nel comodo ruolo di oppositore, quello dal quale ora tronitrueggiano gli amici di Fratelli d'Italia), e un po', infine, perché la domanda era molto circostanziata, ed esigeva una risposta altrettanto circostanziata, mi ero lasciato questo lavoro indietro, nella coda di moderazione, ma non me lo ero dimenticato (io non dimentico e soprattutto non perdono). Torno ora a soddisfare la lecita curiosità di Rodka, sperando di arricchire le vostre (e senz'altro le mie) conoscenze.

Ma prima di entrare nel merito, devo fornire ai niubbi un po' di background information. Di che cosa stiamo parlando? Perché ci interessa? E perché non mi è stato possibile rispondere subito?

Stiamo parlando di una cosa di cui avete sentito parlare decine di volte, non nella vostra esistenza: oggi. Ogni giorno, ogni singolo giorno che Dio mette in terra, per decine di volte al giorno, sentite parlare di riforme. La journaille può accontentarsi dello slogan. Gli científicos, invece, per sembrare tali, le riforme devono misurarle! Gli indicatori di cui parla Rodja, quelli di flessibilità del lavoro, sono appunto destinati a misurare la madre di tutte le riforme: la riforma del mercato del lavoro! Lo scopo di queste riforme, generalmente, è quello di risolvere il padre di tutti i problemi: come pagare di meno il lavoro per recuperare competitività di prezzo (e quote di profitto). Siamo nel meraviglioso mondo dei tecnici "offertisti", gli unici tecnici di cui disponiamo, quelli per cui se c'è carenza di domanda, bisogna comunque flessibilizzare l'offerta, per produrre di più a minor costo. Difficile capire come questo possa risolvere il problema di domanda, perché abbassare i salari significa in effetti ridurre ulteriormente la domanda aggregata (i soldi che circolano), e su questo ormai direi che un effimero consenso si è raggiunto (evaporerà, ma per ora c'è).

Questo ovviamente non significa che il mercato del lavoro debba essere sclerotico, che un rapporto di lavoro debba richiedere, per essere sciolto, una quantità ingente ma imprevedibile di soldi e la consulenza di un avvocato rotale! Vuol dire solo che ci sono problemi che possono essere risolti agendo sull'offerta e la sua eventuale rigidità, e problemi che possono essere risolti agendo sulla domanda e la sua eventuale carenza: risolvere i secondi (poca domanda) con la ricetta utile per i primi (maggiore flessibilità) non rende l'economia più forte né la crescita più rapida, un po' come amputare la gamba sana crea più problemi di quanti non intenda risolvere.

Misurare la flessibilità quindi è interessante, esattamente come chiedere "riforme" può essere giustificato. Poi bisogna valutare il contesto. In un contesto di austerità, cioè di domanda deficiente, solo un deficiente può pensare che il problema possa essere risolto dal lato dell'offerta, cioè con riforme e "flessibilità". Questo è il film che abbiamo visto negli ultimi dodici anni, un film che nonostante l'indubbia qualità dei suoi personaggi ci ha fatto ridere ben poco.

Prima di ragionare sul come si misuri la flessibilità, vi chiarisco un punto che credo possa interessarvi. L'OCSE, che produce dati, ma talvolta anche opinioni travisate da dati, per qualche strano motivo dal 2013 aveva smesso di aggiornare le serie di questi indicatori. Il mio educated guess, espresso implicitamente qui


era che questa scarsa solerzia dipendesse da uno spiacevole incidente di percorso, questo:


Nel 2013 il mercato del lavoro italiano era diventato meno "protetto", e quindi più flessibile, di quello di Germania e Francia (linea verde sotto le linee nere e blu). Si può ragionare se questo risultato, determinato dalla "riforma Fornero" del mercato del Lavoro (legge 28 giugno 2012 numero 92) sia stato un bene o un male. Diciamo che fra il 2012 e il 2013 il tasso di disoccupazione passò dal 10.9 al 12.4, quindi, come dire, questo booster di flessibilità sembrava non aver dato i risultati sperati...

Ma se per l'Italia questo risultato non era esattamente un bene, per l'OCSE e i suoi willing executioner era decisamente catastrofico!

Pensate!

Che cosa si fa quando una riforma, o in generale una politica (anche sanitaria) visibilmente non funziona? Ma è semplice: si dice che ce ne vuole di più (più "dosi", più "riforme ", più "flessibilità" ecc,)! La colpa non è mai del medico ma sempre del paziente, perché non ha fatto sufficienti compiti a casa.

Bene.

Ma nel momento in cui i dati indicavano che l'intensità delle "riforme" italiane era superiore a quella delle riforme francesi e tedesche, che cosa restava da fare ai simpatici amici dell'OCSE? Semplice: mutismo e rassegnazione! Non potevano certo dire di fare più riforme a un Paese che aveva dimostrato di essere più realista della Germania, cioè più tedesco del re, cioè, scusate: più realista del re.

Per sei (6) lunghi anni le statistiche non vennero aggiornate. Ogni volta che andavo a Parigi, e quando ero un uomo libero ci andavo spesso, mi ritrovavo a cena con gente di quel milieu e con un fare un po' narquois, fra un os à moelle e una svogliatura di Pont-l'Évêque, dopo aver ascoltato qualche aneddoto divertito e divertente degli allievi di cotanto maestro (la vita è una cosa meravigliosa...), lasciavo cadere nel discorso una frasetta del tipo "Ma flessibilità ne abbiamo? Ma i vostri amici quando li escono questi dati?"...

Seguiva un certo imbarazzo (ampiamente previsto)... perché non c'era una ragione precisa per non produrre quei dati, e quindi, come dire, il mio educated guess restava l'unica opzione valida in campo (una storia che, se ci fate caso, ricorda molto questa:


cioè la prima di una serie di spiacevoli vicende in cui il ministro Speranza si è andato a cacciare, dopo aver adottato misure che evidentemente non danno fastidio solo a noi - il riferimento letterario è a questo thread). Un po' come Speranza vorrebbe smettere di conteggiare i contagiati per raccontarci che le sue misure rapsodiche e infondate sono state efficaci, così l'OCSE aveva smesso di misurare la flessibilità per non dover ammettere che le politiche da lei raccomandate avevano fallito.

Uguale, no?

Capito perché non mi sorprendo se non di una cosa: della vostra sorpresa? Si fa così, sono i ferri del mestiere: quando le opinioni si rivelano sbagliate, si cambiano o si occultano i fatti:


Datovi nel modo più circostanziato possibile il quadro politico, entro nel quadro tecnico: come si misura la flessibilità (cioè come la misura l'OCSE)? Come era costruita la variabile FLEX usata nel modello costruito nel 2014 con l'aiuto di Mongeau Ospina?

Sul primo punto (come si misura la flessibilità), ora che ha ripreso a pubblicare gli indicatori, posso rinviarvi al sito dell'OCSE sugli indicators of employment protection. In buona sostanza, l'OCSE sintetizza in un unico indicatore numerico, dopo averle in qualche modo standardizzate, una serie di variabili quantitative che indicano il grado di rigidità (se crescono) o flessibilità (se calano) del mercato del lavoro. La descrizione tecnica è in questo capitolo dell'Employment Outlook del 2020, che annuncia la ripresa della pubblicazione dopo questa prolungata eclissi, e per capire come funzionano gli indicatori basta dare uno sguardo alla Tavola 3.1:


Le variabili considerate sono roba tipo la durata del preavviso richiesto per il licenziamento (ovviamente, più il preavviso è lungo più il mercato è rigido), la possibilità di essere riassunti in caso di licenziamento senza giusta causa (se questa possibilità esiste, il mercato del lavoro è più rigido), l'entità del TFR, ecc.

Diverte molto apprendere nel Par. 3.2 dagli economisti dell'OCSE che i loro indicatori sono fondamentali per lo studio dell'economia, ma siccome purtroppissimo per sei anni hanno avuto lezione di judo, non hanno potuto pubblicarli perché boh:


Non è bellissimo?

Se il mio educated guess fosse stato corretto, le nuove serie, per essere "migliori" (cioè più funzionali alla narrazione) sarebbero state costruite in modo da occultare quello spiacevole incidente (l'Italia più "brava" della Germania!? Impossibile...).

Comunque: dopo avervi detto come l'OCSE misura la flessibilità, devo dire a Rodka come è costruito l'indicatore FLEX: come media ponderata dell'indicatore riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti regolari (a tempo indeterminato) e di quello riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti a tempo determinato (indicatori epr_v1 e ept_v1), scelti perché solo per questi la versione precedente del database forniva una serie sufficientemente lunga (dal 1985 al 2013), utilizzando come peso l'incidenza dei rispettivi tipi di contratti (a tempo indeterminato e a tempo determinato). Quindi, ad esempio, l'indicatore FLEX dell'Italia veniva fuori da questo calcolo:


dove t.d. è la percentuale di lavoratori a tempo determinato, epr l'indice riferito ai contratti a tempo indeterminato, ept quello riferito ai contratti a tempo determinato, e FLEX la media ponderata (che potete verificare). Quindi, per capirci, e con riferimento alla prima riga, l'indicatore composito FLEX deriva dall'operazione: 2.76 x (1-0.062) + 4.75 x 0.062 = 2.89 (con un lieve errore di arrotondamento). Dato che i contratti a tempo determinato sono una percentuale ridotta, se pure crescente nel tempo, l'andamento della serie è dominato dall'indicatore epr (flessibilità degli impieghi "regolari", cioè a tempo indeterminato), e in particolare il "salto" verso la minore rigidità (con passaggio da 2.66 a 2.44 dell'indicatore medio FLEX dipende dal salto da 2.76 a 2.51 dell'indicatore epr.

E con questo termina la mia risposta a Rodja.

Ora mi devo togliere una curiosità, e me la tolgo qui, in diretta con voi. Che una organizzazione sovranazionale rinunci per ben sei anni a pubblicare un dato così centrale nella narrazione che lei stessa porta avanti ("Le riformeeeeeeeh! La flessibilitaaaaaah!") è, lo capite bene, un'anomalia piuttosto vistosa. Il dubbio è che questi sei anni siano serviti a trovare il modo di "raffinare" i #datigrezzi pubblicati fino al 2013, in modo da piallare la fastidiosa eccezione data dal fatto che nel 2013 l'Italia aveva fatto più riforme della Germania, o quanto meno possano essere serviti a riprendere la pubblicazione in un anno in cui l'evoluzione dei dati consentisse di sostenere la narrazione moralistica delle "riforme" (vedremo che entrambe le cose sono vere).

Per verificarlo, nella Tabella precedente aggiungo la Germania:


e poi replico gli stessi calcoli prendendo i dati estratti dall'ultima edizione (quella del 2021):


e il risultato è una cosa del genere:


dove, con scarsa sorpresa, vediamo che truccando misurando in modo più accurato i dati l'OCSE può raccontarci che l'Italia ha sempre dominato strettamente in termini di (maggior) rigidità del mercato del lavoro la Germania, cioè ha sempre avuto bisogno di "riforme", anche nel 2013, dopo la legge Fornero, con una sola eccezione dal 2016 al 2018 (dovuta al famigerato jobs act). Ovviamente la pubblicazione dei dati è ripresa nel 2020 (evidentemente in smart working i nostri funzionari lautamente remunerati si annoiavano), anche perché siccome il Decreto dignità (DL 96/2018) ha disciplinato in modo più restrittivo i rinnovi dei contratti a tempo determinato (la storia è qui), l'Italia dal 2019 è di nuovo più "rigida", e quindi dal 2020 è di nuovo possibile invitarla a fare "le riforme" (senza che qualcuno faccia notare che le riforme sono già state fatte).

Io i complimenti dal 2016 al 2018 per le riforme fatte però non me li ricordo (a me facevano abbastanza schifo, ma questo è un altro discorso)!

Capito che cosa significa essere padroni della narrazione?

Ma possiamo anche consolarci dicendoci che quando l'unico elemento tattico su cui contare è la forza dell'avversario, avere a che fare con un avversario così ingenuamente prevedibile probabilmente è un vantaggio...