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domenica 27 aprile 2025

Produzione di squilibri a mezzo di squilibri

Parafraso il titolo di un libro che mi venne imposto dal docente di storia delle dottrine economiche quando ero iscritto a filosofia. Potete immaginare quanto riuscissi a capire di un testo così tecnico, ma all’epoca funzionava così, non si era ancora affermata l’ideologia del facilismo, con le sue carte patinate e i suoi box riassuntivi dai colori tenui: i docenti universitari buttavano tutti in piscina e poi si interessavano a quelli che sapevano nuotare. Suona un po’ darwinista, e forse lo è (mi perdonerà Enzo che ho rivisto con piacere ieri sera), ma il fatto è che nella sua apparente scorrettezza quel sistema funzionava.

Oggi però non voglio parlarvi della conversione dei valori in prezzi (quindi non voglio neanche spiegare che cosa sia a chi ha la fortuna di non saperlo), ma di una conversione molto più semplice: quella degli euro in dollari, ponendo qui a voi in modo più articolato e disteso, una domanda che ieri ho posto a un amico in una conversazione privata, e poi, in serata, a una platea ristretta di studenti in un seminario altresì privato, dove ci siamo molto divertiti (nel senso eletto ed etimologico del termine):



La domanda parte dalle osservazioni di Paolo Torp al post su Unione Europea e squilibri globali, e in particolare dalla sua constatazione di quanto lucida fosse la visione che Geithner aveva del tema degli squilibri globali. Come penso di avervi ricordato più volte, e senza nulla togliere alla capacità analitica e alla chiarezza di esposizione di Geithner (o dei suoi stagisti), in tanta consapevolezza non v’era nulla di miracoloso. I global macroeconomic imbalances erano un tema di ricerca assestato e consolidato da anni negli Stati Uniti, arrivato poi qui con il consueto ritardo di fase della nostra produzione accademica, tant’è che due anni prima anch’io mi ci ero buttato per scrivere un lavoro sul ruolo svolto dalla Cina nella loro formazione.

Ora, nel post in questione ironizzavo sul fatto che all’epoca Geithner diceva al G20 quello che oggi Draghi balbetta in audizione.

A parte il ritardo di Draghi, in fondo non è così strano che eventually (che non significa "eventualmente", ma "alla fine", nonostante quello che pensano i colleghi che chiamano il pi greco “Pai” come le patatine e i decenni “decadi”) i due si ritrovino su una diagnosi condivisa. Diagnosi che poi è quella della migliore economia ortodossa ed eterodossa da sempre, e, con maggiore consapevolezza, in particolare dai tempi degli accordi di Bretton Woods, dove, come sapete, il contrasto fra le posizioni americana e inglese verteva essenzialmente su come strutturare il sistema monetario internazionale perché arginasse l’emersione di squilibri globali, ovvero sul tema, oggi di particolare attualità grazie alle posizioni espresse dagli esperti di Trump, della condivisione dei costi di quella struttura cruciale per lo sviluppo economico che è l'architettura finanziaria internazionale (ne parlammo occupandoci di Keynes, Draghi, Gollum e i tassi negativi).

Questa unità di visione attraverso il tempo è tanto meno strana in quanto Geithner e Draghi sono cuccioli più o meno riusciti della stessa nidiata globalista. Eventualmente (nel senso di eventualmente!) può apparire strano che posizioni simili siano espresse dal segretario al Tesoro di Obama e dagli esperti di Trump! Che cosa potrà mai avere in comune il presidente statunitense che Berlusconi definiva “abbronzato“, fulgida icona della globalizzazione, con l’attuale presidente statunitense? La risposta superficiale credo sia “niente!". Penso che ci possano anche essere risposte meno superficiali e più articolate (che però nessuno mi sta dando), ma intanto andiamo avanti con la domanda che ieri ho posto due volte: se per gli Stati Uniti, indipendentemente dall’orientamento politico di chi li conduce, gli squilibri globali sono un problema, è mai possibile che non si siano posti e non si stiano ponendo il tema del ruolo dell’euro?

Mi spiego.

Anche gli squilibri globali sono, a modo loro, un “bene” (cioè un male, un’esternalità negativa), e vale quindi per loro quello che vale per gli altri beni. Esattamente come una Volkswagen, così anche uno squilibrio globale, per poterlo esportare, devi prima produrlo. La fabbrica delle Volkswagen (o almeno la sua principale sede legale) è a Wolfsburg, quella degli squilibri è a Francoforte: è la BCE. Come vi ho documentato nel post sugli squilibri globali, un paio di giorni fa, e nei post cui esso rinvia, la “materia prima“ del colossale squilibrio commerciale esportato dall’eurozona a partire dagli anni '10 è costituita dai tanti squilibri regionali fra Germania e paesi appartenenti al mercato unico. Questi squilibri regionali, costruitisi grazie all’euro, si sono poi riversati sui mercati globali a causa dell'austerità, che aveva prosciugato la capacità del mercato unico di assorbirli. Il punto è che se in primis questi squilibri non ci fossero stati, nessuna austerità avrebbe potuto contribuire a esportarli! Ai neofiti e ai passanti ricordo in sintesi che l'euro ha permesso alla Germania di vendere le proprie auto (e le proprie lavatrici, e i propri sommergibili...) all'Europa periferica a un prezzo relativamente contenuto perché non influenzato dal marco forte, e ai paesi periferici di indebitarsi a tassi molto convenienti per comprare le auto tedesche perché distorti al ribasso dalla "credibilità" dell'Unione economica e monetaria: gli squilibri nascono così, per una duplice inibizione del meccanismo di formazione di un prezzo di equilibrio in due mercati importanti, quello valutario (che avrebbe naturalmente condotto a un cambio tedesco più alto) e quello finanziario (che avrebbe naturalmente condotto a tassi di interessi greci, portoghesi, spagnoli ecc. più alti). Può sembrare strano ai profani che quello che è stato descritto come un bene assoluto (i bassi tassi di interesse) si riveli un male (un incentivo all'indebitamento), ma per i professionisti due principi dovrebbero essere assodati: che non ci sono pasti gratis e che non esistono distorsioni benefiche del mercato...

Ora, qui bisogna rovesciare una frase a me tanto cara di Keynes ne “Le conseguenze economiche di Mr. Churchill”: “chi vuole il fine vuole anche i mezzi per realizzarlo!”. Dobbiamo cioè chiederci se, perché e fino a quando gli Stati Uniti potrebbero volere il mezzo (cioè l’euro) visto il fine che realizza (cioè gli squilibri globali), fine al quale loro si sono sempre detti contrari in un’ottica assolutamente trasversale dal punto di vista degli orientamenti politici.

Ecco: mentre nella conversazione privata con uno di voi sono riuscito ad andare al punto in modo abbastanza rapido, ho seri dubbi che intervenendo al seminario io sia riuscito a farmi capire.  Come vi dicevo in un commento al post precedente, il costo di una accresciuta consapevolezza rischia di essere l'autoreferenzialità. Un costo che forse paghiamo anche qui: per farmi capire da chi è appena arrivato sono costretto a citare altri post di questo blog, il che, mi rendo conto, trasmette un senso di autoreferenzialità (ma ogni post in realtà cita letteratura e dati "esterni"), anche se è semplicemente un modo per tenere insieme il filo del discorso.

Faccio un esempio delle mie difficoltà nel dibattito di ieri sera, partendo da un argomento che ho sentito formulare, quello secondo cui “dobbiamo stare con Trump perché scardina il sistema”, cioè, in sintesi, “il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico”. Ora, non è che io non lo condivida, questo approccio, come sapete! Per me che sono entrato in politica con un unico obiettivo, quello di espellere gli occupanti abusivi del concetto di “sinistra”, qualsiasi cosa li faccia impazzire è naturalmente benvenuta! Tuttavia, mi fa un po’ sorridere che le persone che ragionano così siano le stesse che poi con fare pensoso e riflessivo affermano un’altra banalità, cioè che “di tattica si muore”. Il dibattito fra tattica e strategia ha una lunghissima dignità anche nelle scienze economiche e si riconduce al dibattito se il lungo periodo possa essere o meno considerato come la somma di tanti brevi periodi. Non è di questo che voglio parlare, dovrei studiare molto per aiutarmi e aiutarvi a capire questo dibattito, peraltro irrisolto, ma voglio solo stabilire il punto che “il nemico del mio nemico è mio amico” è un ragionamento intrinsecamente tattico: mi suggerisce come posso fare un danno al mio avversario, ma non mi definisce l’obiettivo che voglio raggiungere, sia esso la vetta del Monte Porrara o una più equa distribuzione del reddito.

Il dibattito di ieri sera era anche arricchito, e in qualche modo confuso, dall’apporto di diversi geopolitici, categoria che qui abbiamo trattato un po’ come gli ingegneri, liquidandoli affettuosamente e forse un po’ affrettatamente, e di cui mi piace evidenziare un paradosso: a quel che capisco, secondo loro la geografia dominerebbe in quanto determina l’accesso a risorse strategiche per lo sviluppo economico, ma l’economia sarebbe però una categoria trascurabile. Insomma: la geografia ci interessa perché determina l’economia che però non ci interessa. Sul primo pezzo della proposizione non posso che essere d’accordo, da persona che con la geografia lotta ogni settimana sulle creste delle montagne, e che quindi è in grado di capire perché Passo Lanciano o Forca di Penne si chiamino così - anche se oggi pochi li percorrerebbero per raggiungere le rispettive località eponime (sì, perché ci sarebbe anche quell’altro dettaglio: sulla geografia regna la geologia, ma il percorso che porta dai lenti movimenti delle placche tettoniche all’estrema volatilità del tasso di cambio è un pochino troppo lungo e oggi ce lo risparmiamo)! Sul secondo ho qualche dubbio. In effetti, quello che attribuisce a un particolare elemento della tavola periodica lo status di risorsa è la sua capacità di soddisfare bisogni che in alcuni casi sono determinati dalla biologia, ma in molti altri dall'economia. Pensate alle famose terre rare (che rare non sono): quello che le ha fatte diventare così cruciali è stata la risposta statunitense al surplus della Germania, il Dieselgate con il conseguente reindirizzamento dell'automotive tedesco verso il green (e connessa sceneggiata gretina). Come la definiremmo questa dinamica se non economica? E quindi viene prima l'uovo geografico o la gallina economica?

È un po’ come l’altro paradosso, quello secondo cui la volontà di potenza della politica è indirizzata a espandere la propria sfera di influenza economica, ma l’economia non conta perché c’è il primato della politica! Fatto sta che senza sghei non si armano eserciti, e il primato della politica va così a farsi benedire di fronte al primato della contabilità (che ha a più che vedere con l'economia che con la politica).

Non voglio però commettere l’errore dal quale vi metto sempre in guardia, quello per cui se sei un martello ogni problema ti sembra un chiodo. Non mi viene in mente nessun modo consentito dalla legge per vincere una partita a scacchi con un martello (mentre quello non consentito dalla legge è ovvio: suonarlo in fronte all’avversario, che poi è quanto regolarmente avviene sullo scacchiere internazionale)! Non voglio quindi sminuire assolutamente il ruolo di altri approcci analitici, considerando che le categorie economiche in 15 anni di riflessione non mi hanno consentito di trovare una risposta a questa semplice ma fondamentale domanda: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell’euro (e quindi dell’Europa)? È chiaro che a questa domanda non si può trovare risposta nell’ambito della mera ottimizzazione, soprattutto perché la funzione obiettivo ci è ignota, e il contesto è di informazione estremamente asimmetrica. Cercherò di promuovere un dibattito su questo tema coinvolgendo più competenze, ma intanto “mi verrebbe da” (cit.) dirvi in che cosa penso che la dimensione economica possa aiutarci, e per farlo vi ricorderò alcuni "fatti stilizzati" economici che secondo me dovrebbero essere integrati (e non so se lo siano) nel ragionamento "geopolitico" per dargli una piena rotondità. Perché sì, va bene la KernEuropa, vanno bene le "grandi potenze talassocratiche", va bene tutto, ma poi la sera, o almeno a mezzogiorno, qualcosa in tavola ci deve essere, e la categoria rilevante in questo caso è indubbiamente quella di distribuzione del reddito...

Parto da una delle cose in qualche modo “dissonanti“ con le categorie della mia professione che ho sentito ieri: l'idea che la globalizzazione sarebbe stata provocata dal crollo del muro di Berlino, e sarebbe il tentativo di dare una risposta al mutamento degli assetti geopolitici determinato da questo crollo. Ora, gli economisti sono abbastanza d’accordo sul fatto che la terza ondata di globalizzazione sia in realtà iniziata quasi un decennio prima, cioè all’inizio, non alla fine, degli anni ‘80, e si sia manifestata in termini istituzionali sotto forma di una liberalizzazione progressivamente indiscriminata dei movimenti di capitale (le "riforme strutturali", come oggi si direbbe, all'epoca furono quelle). La liberalizzazione era lo strumento che serviva al capitale per sconfiggere definitivamente il lavoro mettendo in concorrenza il penultimo con l’ultimo proletariato (fuori di metafora, portando i capitali a costruire fabbriche dove il lavoro costava di meno). Volendola buttare in politica, questo significa che la tromba della globalizzazione ha squillato non quando il blocco occidentale ha sconfitto i comunisti a casa loro, ma quando il capitale ha sconfitto il lavoro in casa propria. Volendola dire in un altro modo, in questa lettura la terza globalizzazione comincia quando il capitale ha vinto la lotta di classe, non è la battaglia che ha consentito al capitale di vincerla (ricordo agli interessati anche il post in cui abbiamo affrontato specificamente il tema delle caratteristiche strutturali di questa globalizzazione).

Ora, un geopolitico secondo me è assente giustificatissimo dai presupposti di questa interpretazione della realtà. Gli mancano almeno due elementi che noi invece qui possediamo. Il primo è la constatazione di un fatto: la crescita dei salari reali da noi termina alla fine degli anni ‘70 (quando i salari si fermano e la produttività prosegue per un po’ il suo cammino); il secondo è la nozione di che cosa sia la “repressione finanziaria” e di cosa comporti la sua affermazione o il suo smantellamento. Il primo fenomeno ve l’ho messo in evidenza fin dall’inizio e l’ultima volta nel post sull’Italietta della liretta, sul secondo ci siamo soffermati più volte, a partire dal post su produttività, salari, crisi, logaritmi, marxiani, onestà, che è comunque un post fondante di questo blog e che vi consiglio di rileggere anche per capire che il fenomeno dell’arresto dei salari reali non è circoscritto al nostro paese:


ma è un fatto stilizzato, anzi: il fatto stilizzato più significativo per caratterizzare le dinamiche del blocco occidentale, un fatto che non può essere eluso da spiegazioni che ambiscano a fornire basi solide a ragionamenti predittivi.

Mi viene qui in mente un altro paradosso: in tutte le conversazioni “geopolitiche” prima o poi salta fuori il concetto, assolutamente dignitoso e condivisibile, secondo cui l’ordine mondiale proposto, esposto, imposto, dalle cosiddette democrazie liberali non sia assolutamente l’unico modello di democrazia. Il paradosso consiste nel fatto che quelli che affermano questa indiscutibile verità nella stragrande maggioranza dei casi mettono in disparte, o proprio non considerano, il fatto che anche all'interno del perimetro delle democrazie liberali esistono diversi possibili atteggiamenti verso l’egemonia del mercato. Anche qui: non vorrei che l’essere un "martello" docente di politica economica mi facesse vedere ogni problema come il "chiodo" del rapporto fra Stato e mercato. Tuttavia, non porre al centro questo tema quando si ragiona dei rapporti politici in uno Stato o fra gli Stati mi sembra un errore. Ve la dico in un altro modo: magari nell’affermare che un altro mondo è possibile si dovrebbe partire dal chiedersi se un’altra Banca centrale sia possibile, il che presuppone la conoscenza del percorso storico che ha portato a questa indipendenza, e la capacità di trarre un bilancio sull'esperienza dell'indipendenza…

Ora, torno al punto cui volevo condurvi: la lettura secondo cui la terza globalizzazione inizia alla fine degli anni  ‘80 può naturalmente convivere con la datazione che del fenomeno danno economisti, se si aggiunge un passaggio, ipotizzando che l’Unione Sovietica fosse già tecnicamente morta all’inizio degli anni ‘80. In questo caso, però, il crollo del muro da elemento "fondativo" della terza globalizzazione andrebbe letto come evento di enorme portata simbolica (quella è innegabile), ma che i capitalismi occidentali non hanno avuto bisogno di aspettare per regolare i conti con i loro proletariati, o almeno per porre le basi istituzionali che consentissero loro di regolare questi conti in modo più spiccio (l’indipendenza della Banca centrale si afferma infatti all’inizio degli anni ‘80). Tuttavia, e qui vado al punto, per capire se sulla relazione con Trump si debba costruire una tattica o si possa articolare una strategia, cioè, in altri termini, per capire se Trump sta veramente scardinando l’ordine mondiale instauratosi alla fine degli anni ‘70 con la sconfitta del lavoro, cioè della classe media, e la vittoria del capitale, cioè del capitalismo dei fondi, credo sia fondamentale avere un’idea condivisa e argomentata di quando è iniziato questo ordine mondiale e in che modo. In altre parole, ho qualche difficoltà con chi mi dice che la terza globalizzazione è finita grazie a Trump, o comunque che Trump vuole porre fine ai suoi giorni (per quanto io possa trovare auspicabile questa prospettiva), ma non mi fornisce una datazione del suo inizio collimante con l’evidenza che vi ho mostrato, cioè con i principali fatti stilizzati riferiti alla distribuzione del reddito nel "primo" mondo!

L’argomento che pure ieri ho sentito, cioè che Trump vorrebbe scardinare tutto in quanto ha preso sul personale il fatto che gli abbiano sparato addosso, non mi sembra molto convincente, non ne fa di per sé “uno di noi”. Questo non tanto perché a quasi nessuno di noi (spero) qualcuno ha sparato addosso, quanto perché, come ampiamente dibattuto al tempo dei "punturini" parlando di quanto la storia insegna, la minaccia esistenziale diretta è comunque un fondamento molto labile per la costruzione di una solidarietà di classe. Sparare addosso a un miliardario non ne fa necessariamente un paladino della classe media, indipendentemente dal fatto che il colpo vada a segno o meno...

Insomma, non sono riuscito a capire bene, ma è un limite mio, in base a quale ragionamento datino ad oggi la fine della globalizzazione quelli che ne datano l’inizio dalla caduta del muro (e che quindi non riescono a spiegarci come mai la quota salari nei paesi occidentali sia scesa in picchiata dieci anni prima che il "comunismo" venisse sconfitto). Quello che so, però, e che qui credo sappiamo tutti, è che il dato veramente segnaletico non è tanto quello su cui, tanto per cambiare, i media vogliono che voi concentriate la vostra attenzione (“dazi sì, dazi no”), quanto il tema più complessivo del rapporto di questa amministrazione con le istituzioni della globalizzazione, e in particolare con l’indipendenza della Banca centrale.

Quella è la battaglia da seguire.

Qui abbiamo ampiamente discusso sul ruolo che l'indipendenza della Banca centrale gioca nell'orientare la distribuzione del reddito a vantaggio della rendita finanziaria (ad esempio, alle pagg. 267 e seguenti de Il tramonto dell'euro). Basti pensare che da noi l’indipendenza ha condotto alla lunga stagione degli avanzi primari, che sono stati altrettanti trasferimenti di risorse dei contribuenti ai percettori degli interessi sul debito (categorie che in alcuni casi possono coincidere, ma che proprio nel meraviglioso mondo dell'indipendenza si sono progressivamente disaccoppiate). Oggi il fronte di questa eterna lotta è destinato a scaldarsi ancora di più, per il semplice motivo che sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea gli orientamenti politici necessariamente conducono a tensioni inflazionistiche: non credo di dovervi spiegare nulla circa le tensioni inflazionistiche intrinseche nella strategia Green in cui l’Europa ha cercato salvezza e che rilutta ancora ad abbandonare in modo chiaro e definitivamente segnaletico, e penso di non dovervi spiegare che voler rimpatriare le fabbriche negli Stati Uniti, in cui il tasso di disoccupazione è vicino ai minimi:


significa accettare il rischio che ci siano tensioni inflattive, per l'operare della curva di Phillips, di cui parlammo spiegando lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro, e su cui siamo tornati recentemente per spiegare come si fa a far scendere i salari.

La domanda quindi diventa: questa promozione, consapevole o meno che sia, di un ambiente di crescita (nel caso degli Stati Uniti) o decrescita (nel caso dell'Unione Europea) moderatamente inflazionistica verso quale scenario ci porta? Per usare le categorie di Reinhart e Sbrancia, stiamo aprendo a una "liquidazione del debito pubblico" (e non solo pubblico), realizzata tramite la promozione di una crescita moderatamente inflazionistica e della regolamentazione dei mercati dei capitali, cioè della "repressione finanziaria", con il conseguente abbandono del dogma dell'indipendenza della banca centrale e la riappropriazione dello strumento monetario da parte dei governi, o ci trincereremo dietro il dogma dell'indipendenza (per quanto la sua applicazione non abbia praticamente mantenuto alcuna delle tante promesse fatte), innalzando i tassi di interesse e conducendo il sistema economico a un progressivo soffocamento (cioè giapponesizzandoci, per usare l'espressione di Krugman che vi ho ricordato parlando dei negazionisti del declino)?

La battaglia è questa, come ben sapete: nei miei testi e in questo blog il tema dell'indipendenza della Banca centrale (ma più in generale dell'esistenza di istituzioni indipendenti dall'espressione della sovranità popolare) e la sua declinazione locale, cioè il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, è sempre stato centrale, perché indissolubilmente legato a una domanda che non è parente così distante di quella da cui siamo partiti: chi deve decidere sulla distribuzione del reddito? Questa decisione è tecnica o politica? Spetta a burocrati non eletti e privi di responsabilità politica o a rappresentanti dei cittadini, soggetti alla volontà popolare attraverso il processo elettorale (cioè quella cosa da cui Monti voleva proteggere le decisioni importanti, che per lui andavano appunto riposte "al riparo dal processo elettorale")?

Non sono mai riuscito a capire (per mia superficialità, s'intende) quanto i geopolitici "mettano a tema" (come credo direbbero) questa domanda, che però è la domanda fondativa del vivere comune. Fatto salvo Robinson Crusoe, che non aveva motivi di porsela (e che non a caso è diventato paradigma economico del modello neoclassico - quello che nel becero e disinformato dibattito nostrano viene chiamato "neoliberista"...), chiunque non se la ponga non è un cittadino particolarmente consapevole né uno studioso particolarmente illuminante dei processi sociali.

A questa domanda è legata la domanda da cui siamo partiti: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell'Europa? Immagino che i geopolitici (o i politologi, o gli ingegneri, o gli editorialisti dei grandi giornali in caduta libera) abbiano lettura diverse e tutte interessanti del significato del Trattato di Maastricht, ma dal punto di vista tecnico è piuttosto evidente che "la ciccia" è nell'articolo 104, quello che ha istituzionalizzato e formalizzato il "divorzio", cioè l'indipendenza della Banca centrale dal potere esecutivo. Quanto reggerebbe l'Occidente (immaginando che esso si componga di America settentrionale ed Europa) nel caso in cui gli Stati Uniti rinunciassero all'indipendenza della Banca centrale, per assicurare un regime di crescita moderatamente inflazionistica, e l'Europa reprimesse la propria crescita sotto la sferza di alti tassi di interesse? La repressione della crescita significa, come sapete, repressione delle importazioni, quindi promozione di surplus di bilancia dei pagamenti, quindi, ancora una volta, per finire da dove abbiamo cominciato, produzione di squilibri (commerciali) a mezzi di squilibri (istituzionali).

La posta in gioco è questa. Trump ha bisogno di una Banca centrale accomodante per realizzare il suo progetto di reindustrializzazione degli Stati Uniti, i cui sistemi d'arma, mi dicono gli esperti, dipendono ormai in modo preoccupante dalle tecnologie cinesi. Se il rimpatrio delle catene del valore strategiche, con le conseguenti tensioni inflazionistiche, venisse stroncato da politiche di alti tassi di interesse, l'intento strategico sarebbe frustrato. Lo sarebbe però anche se qui da noi si continuasse a esportare squilibri, magari sotto forma di carri armati VW!

Ecco: io alla domanda che da anni mi pongo (e che ieri ho posto due volte con scarso successo) ancora non so rispondere, ma qualcosa mi dice che vivrò abbastanza da vedere quale sarà la risposta della Storia. Come vedete, i temi posti tredici anni fa nel Tramonto dell'euro e più in generale nel corso della nostra lunga conversazione mantengono la loro centralità anche oggi che la crisi non si presenta sotto le categorie dell'economico (non è fallita nessuna grande banca, non si parla di spread, ecc.) ma del politico (la richiesta esplicita di Trump all'Unione Europea di scegliere in quale campo stare). Almeno in questo senso il tanto lavoro fatto e il tanto tempo passato insieme non sono stati inutili.

Buona domenica!

sabato 26 agosto 2023

I Golgota


(...sentivo gli oboi da caccia...)














(...ieri era giorno di "riposo" - in senso atletico - e l'ho dedicato a una cosa che desideravo fare da tempo: visitare le estreme propaggini meridionali del mio collegio. Il comune più a Sud, come certamente saprete, è Schiavi di Abruzzo:


e per me che quando insegnavo ho risieduto nel comune più a Nord:


e da quando "sono in politica" ho la mia base nel secondo comune più a Nord:

anche se ora vi sto scrivendo da un comune del Sud:


(vediamo chi li indovina) rendere visita all'estremo opposto del collegio mi sembrava un atto doveroso ed era da tempo desiderato.


Lo vedete qui, in fondo, al centro dell'immagine, su uno sperone a 1127 metri sul livello del mare, vertiginosamente a picco sulla confluenza del Sente nel Trigno, in posizione dominante, con una prominenza di quasi mille metri, rispetto alla valle attraversata da questo viadotto, che non a caso è il ponte stradale più alto d'Italia, e per il quale stiamo cercando di #farequalcosa. Volevo anche dare un'occhiata a questo ponte, per rendermi conto della sua effettiva utilità, e direi che un'idea me la sono fatta: per girargli intorno devi fare chilometri e chilometri di provinciali non esattamente in ottime condizioni, per motivi oggettivi: la cosiddetta abolizione delle province, chiesta come sapete dalla cosiddetta Europa, e prima ancora la geologia, che non è una scienza esatta, nel senso in cui la intenderebbero i lattonzoli pieiccdì, ma come tutte le scienze non esatte regna sulle umane cose: dalla Maiella in giù è una specie di millefoglie di strati di calcare con interposti strati argillosi, che nel contrasto fra placca euroasiatica e placca africana si sono inclinati, qualche volta arrivando a emergere in verticale dal terreno circostante (sono le morge, come questa). Se l'argilla fra due strati di calcare in qualche modo si infiltra di acqua, se c'è pendenza, se c'è erosione, parte la frana, e si va giù.

Non mi è venuto mai così spontaneo rispettare i limiti di velocità!...

Come avrete intuito dall'ultima cartina, per arrivare giù al Sud ho dovuto attraversare un pezzo di Molise, di cui non sto ora a dirvi le bellezze (cercatevi ad esempio Pescopennataro), per poi rientrare in Abruzzo nel comune di Castiglione Messer Marino, in corrispondenza appunto delle sorgenti del Sente. Il paesaggio ovunque dominato dalle pale eoliche, su tutte le creste, quasi come nel subappennino dauno. Salito in cima a Castiglione Messer Marino, dove il castellone, che una volta forse c'era, magari al tempo del ducato di Benevento, oggi non c'è più, ho fatto lo scatto che vedete sopra, colpito dalla presenza di un Calvario fra tante cime calve e brulle. Solo dopo ho visto che nella foto si fronteggiavano due atti di fede: a sinistra, in primo piano, quella in Dio, oggi un po' démodé; a destra, sullo sfondo, quella nel "green", oggi in gran voga, che si traduce in un calvario per il paesaggio, con ritorni ridicoli per il territorio. Da questo stupro i sindaci non traggono nemmeno le risorse necessarie per tenere in ordine le strade comunali (ci sono anche quelle, e sono soggette alla stessa geologia), tanto più che le royalties devono essere reinvestite in transizione. Ecologica, ça va sans dire, anche se per questo territorio la transizione geologica, i cui tempi non sono stabiliti dalle reghiulescion di qualche Eichmann europeo, è la vera emergenza. Sempre, non solo quando qualche episodio acuto, come questo o questo, riportano la nostra attenzione su quanto non sappiamo e non riusciamo a prevedere della nostra Terra.

Lezione che sfugge a chi oggi pensa di sapere tutto.

Io, invece, tante cose non le so.

Ad esempio: mentre per crocifiggere Nostro Signore bastarono, così recita la tradizione, due pezzi di "sequestratori di carbonio" (fu quindi a modo suo una fine "sostenibile", per usare il gergo attuale), per tirar su il Golgota moderno, le orripilanti pale, per crocifiggere il paesaggio, quante materie prime occorrono? Quanta energia si assorbe per metter su un patibolo del genere? Quanta CO2 si emette? Tutti ci raccontano quante energia produce una pala, nessuno ci racconta con quanta energia si costruisce una pala. Eppure sarà misurabile! Sono sicuro che il bilancio sia largamente positivo, ma averne esatta contezza rassicurerebbe. Un po' come le auto elettriche: certo, non sono maleodoranti mentre le usi, non "emettono". Ma l'elettricità da dove arriva? Da Castiglione Messer Marino? E il litio, da dove arriva, e dove va?

Si potrebbe anche parlare degli aspetti economici: dei canoni per l'uso del suolo comunale, delle royalties e dei loro vincoli, ma la sintesi è quella che vi ho detto sopra.

Emergono su tutto due dati: la capacità indiscutibile degli altri di appropriarsi di una dimensione simbolica, archetipica, e di converso il rischio che le loro narrazioni fasulle ci spingano a gettare il bambino con l'acqua sporca, in un contesto in cui io però, sinceramente, vedo solo acqua inquinata dalla propaganda e da svariati livelli di opacità.

Qualcuno mi aiuta a vedere il bambino?

Io vedo solo la croce: Paesi dotati di vento e privi di paesaggio impongono a Paesi privi di vento e dotati di paesaggio di deturpare se stessi, non sia mai qualcuno capisse che la prima delle strategie di mitigazione è venire a vivere nelle terre alte. Ma io sono una brutta persona: aiutatemi voi a migliorare...)

martedì 11 luglio 2023

La constituency (aka er teritorio)

Perdonate se vi trascuro: voi siete il mio collegio digitale, ma da quando è iniziato il cinema che sapete, e di cui vi avevo avvertito qui, io ho anche un collegio analogico, che come sapete coincide sostanzialmente con l'Abruzzo Citra, una entità amministrativa con 750 anni di vita propria, e quindi, capirete, con una forte identità, non così forte però da cancellare le identità delle tribù preesistenti: Marrucini, Frentani, Pentri (con una spruzzatina di Sanniti, anche se Canosa Sannita in realtà è nella Marrucina, ed è stata fondata nove secoli dopo la dissoluzione dei Sanniti). Diversi, ma uniti dal desiderio di difendersi da Roma, tant'è che in Abruzzo nacque la Lega (che poi andò a finire maluccio, a dimostrazione del fatto qui più volte attestato che "uniti si perde"), e in qualche modo in Abruzzo la Lega rinacque, se pure, come sapete, "a nostra insaputa", cioè attuando un fine che non era parte delle nostre intenzioni dell'epoca.

Insomma, un collegio interessante, dove sono successe e succedono così tante cose che, per averne contezza, per apprezzarne l'insieme, richiedono distanza e prospettiva storica e geografica (quella distanza che non sempre gli autoctoni possono avere o acquisire). Ma poi, per assaporarle, occorre la vicinanza, cui i miei rappresentati non sono avvezzi, a quanto mi pare di capire. A molti di loro sembra strano che un deputato sia presente, partecipi, e in effetti è strano: è tanto strano quanto il fatto che un docente universitario faccia divulgazione, tenga un blog. Ma io sono strano. Né la presenza sul territorio (per un politico), né l'attività di divulgazione (per un accademico) sono funzionali ad una carriera più rapida e fluida, e questo lo so bene. Conoscete le vicende della cosiddetta "abilitazione scientifica", e conoscete anche i miei due assiomi fondamentali sull'emendamento:

Assioma 1: nessun emendamento è a costo zero o "porta gettito", altrimenti l'elettore non lo chiederebbe (atteso che il gettito per lo Stato sono soldi che escono dalle sue tasche).

Assioma 2: nessun emendamento porta un singolo voto (per il semplice motivo che quando le cose vanno bene il cittadino - con un qualche elemento di fondatezza - ritiene che ciò gli sia dovuto).

L'idea che la normalità (una strada senza buche, o un ponte che non crolla, ad esempio) non sia qualcosa che scaturisce spontaneamente dal fluido concatenarsi degli eventi, ma sia il risultato della diuturna guerra di trincea di qualcuno, questa idea, al cittadino, non viene in mente, anche se la sua stessa vita è così, la vita di ognuno di noi è così. Questo dipende un po' anche da come raccontiamo, o meglio non raccontiamo, il nostro lavoro. Condividevo questa riflessione, che poi è una riflessione sui danni dell'antipolitica, con uno dei quattro sindaci che ho visitato nell'ultimo weekend, quello di Paglieta, dove ho assistito al raduno degli alpini, un'occasione per studiare la madre dell'economia, cioè la geografia (niente è tanto pedagogico quanto capire che seccatura sia il crollo di un ponte, ad esempio: e tra le tante lezioni apprese c'è anche quella sull'importanza dei sindaci, sentinelle del territorio, talvolta a costo della vita, come nel tragico ed eroico caso di Donato Iezzi: chiudere un ponte prima che qualcuno ci passi sopra in teoria a qualcuno sembrerà normale, ma in pratica richiede attenzione e sacrificio) e la sua figlia, la storia (una storia passata un po' sotto silenzio, nonostante tanti atti di eroismo, e tanti atti di barbarie).

Mentre voi attendevate il post tecnico io viaggiavo per apprendere, e così da un altro sindaco, quello di Frisa, ho avuto una lezione privata di geologia, la madre della geografia, e quindi la nonna dell'economia e la bisnonna della storia, promossa dalla mia domanda su quanto il suo paese fosse esposto a fenomeni di dissesto (un pochino: alla strada da cui ero arrivato mancava un pezzo, e ho così imparato anche quanto costa rifare dieci metri di strada...). Ho appreso quello che in effetti potevo intuire, cioè che la Maiella una volta era una barriera corallina, come questa qui, e che la stratigrafia geologica risente dell'energia progressivamente più intensa del moto ondoso a mano a mano che il fondale emerge: perché a 500 metri di profondità il moto ondoso si avverte meno che sulla spiaggia, dove la risacca trascina i ciottoli, e da questo deriva, pensate un po', che lo strato più superficiale, cioè l'ultimo a emergere, sia di materiale più incoerente (ghiaia, per capirci), mentre il più profondo di materiale fine che si è deposto in assenza di moto ondoso (argille). Ovviamente noi non possiamo ribaltare la geologia, e quindi costruiamo (da secoli) sull'incoerente: qualche volta va bene, qualche volta meno bene, anche perché le barriere coralline non emergono senza brontolare.

Ma prima ero stato da un altro sindaco, quello di Rapino, a tagliare un nastro: anche nel collegio reale, come in quello virtuale, ci sono momenti di festa ai quali fa piacere partecipare (e un altro di questi momenti di gioia mi è stato partecipato da uno di voi a Torino di Sangro, nella lecceta).

E prima ancora da un altro sindaco, quello di Silvi, reduce da una bella riconferma, per sapere come stava, e in che modo potessi aiutarlo (e anche per stare tre ore in spiaggia all'ombra a messaggiare con Matteo: il sole l'ho preso a Paglieta insieme agli alpini).

E poi a Francavilla al Mare, dove per tanti anni ho vissuto durante l'insegnamento, a incontrare il responsabile dei giovani del mio partito, assente giustificato dalla storia di questo blog, cui però tanti suoi coetanei hanno partecipato.

Ecco, funziona anche così. Si viaggia per apprendere, ma anche per far sapere che cosa è stato fatto, e che cosa si può fare ora, a Roma. Perché qualche progresso, rispetto a dodici anni fa, lo abbiamo fatto, nella conoscenza, nella comprensione, e nell'indirizzo della macchina. Non tanto quanto potremmo desiderare, ma molto di più di quanto potessimo ragionevolmente aspettarci.

E ora che ho approfittato di un provvidenziale rinvio della convocazione vi lascio e torno al mio lavoro, non avendovi detto nemmeno un quarto di quanto ho imparato in quattro giorni di "territorio".

Fate i bravi, risponderò quando potrò.

sabato 12 settembre 2015

Perché le donne non fanno più figli (una storia europea)

Filiberto di Chalon, principe di Orange, signore di Arlay, Nozeroy,  Rougemont, Orgelet e Montfaucon, conte di Charny e Pentièvre, visconte di Besançon, principe di Melfi, duca di Gravina, e vicerè del Regno di Napoli (queste tre ve le spiego dopo) nacque il 18 marzo del 1502 a Lons-le-Saunier. Sarete stupiti di apprendere, dopo questa orgia di titoli feudali, che in questa cittadina della Franca Contea sarebbe nato, 258 anni dopo, Claude Joseph Rouget de Lisle, che, come tutti voi europei sapete, è l'autore della Marsigliese, e un altro paro de cent'anni dopo vi avrebbe trascorso la sua infanzia Jean-Luc Mélenchon, che, come gli europeisti non sanno, è un perdente.

Filiberto invece no. Era figlio di Giovanni IV di Chalon-Arlay, quarto del suo casato, la cui attività riproduttiva era stata piuttosto laboriosa.

La prima moglie, Giovanna di Borbone, figlia di Carlo I di Borbone (a sua volta bisnonno di Francesco I di Francia e dell'imperatore Carlo V, dettaglio che ci tornerà utile in seguito) e di Agnese di Borgogna (e per quella via nipote del duca di Borgogna Giovanni senza paura), era morta nel 1483, dopo 16 anni di matrimonio, senza dargli figli.

Andò meglio la seconda volta, con Filiberta di Lussemburgo, figlia di Antonio di Lussemburgo, che era stato nominato ciambellano di Francia da Luigi XII di Valois, dopo aver cambiato casacca. Sì, perché Antonio, che sarebbe il nonno materno del Filiberto dal quale siamo partiti, aveva prima combattuto Luigi XI nei ranghi della Lega del bene pubblico, una specie di fronda ante litteram. Ma un soggiorno nella torre di Bourges, dopo la sconfitta un battaglia a Guipy (nel 1475, come ogni europeista sa), indusse in lui un subitaneo amore per la casa di Francia.

D'altra parte, il doppio gioco, o, come si direbbe oggi, il "ribaltone", era nel suo DNA. Il padre di Antonio (e quindi il nonno di Filiberta e il bisnonno di Filiberto), Luigi di Lussemburgo, nonostante fosse conestabile di Francia, aveva a lungo fatto il doppio gioco, aiutando un po' Luigi XI, e un po' Filippo il Buono di Borgogna. Ora, Filippo il Buono (figlio di Giovanni senza paura, che era il nonno di quella Agnese di Borgogna dalla quale Giovanni IV di Chalon-Arlay, il padre di Filiberto, non aveva avuto figli) era buono di nome e di fatto. Certo, un po' di ruggine coi francesi c'era. Basti pensare che Filippo il buono aveva iniziato a regnare a 23 anni perché il delfino Carlo (futuro Carlo VII di Francia) aveva avuto l'ottima idea di far pugnalare Giovanni senza paura. Scambi di cortesie fra capi di governo. Ma il doppio gioco di Luigi di Lussemburgo lo aveva tollerato. Il successore di Filippo nel ducato di Borgogna, però, aveva un ben altro carattere, e infatti lo ricordiamo come Carlo il Temerario. Nel 1471 Carlo decise di mettere il suo avversario (Luigi XI) al corrente del doppio gioco di Luigi di Lussemburgo. Questo, da buon lussemburghese, non si fece né in qua né in là, e passò al triplo gioco, appellandosi a Edoardo IV di York, re d'Inghilterra. Solo che quest'ultimo si mise d'accordo con Luigi XI, e a Luigi di Lussemburgo non restò altro da fare che rifugiarsi dal suo ex alleato Carlo il Temerario. Pessima idea, perché fu proprio lui a consegnarlo a Luigi XI, che gli fece tagliare la testa nel luogo a ciò deputato (Place de la Grève, come voi europei sapete: quella dove d'inverno montano il pattinatoio).

Qualora vi fosse mai capitato di volere la testa di un lussemburghese, ecco, ora sapete che il vostro desiderio non è particolarmente originale: ma sapete anche che per realizzarlo dovreste essere re di Francia.

Formato da questo insegnamento, il figlio di Luigi di Lussemburgo, cioè Antonio di Lussemburgo, cioè il nonno paterno di Filiberto, dopo la legnata presa a Guipy e la prigionia a Bourges restò fedele alla casa di Francia, e ben gliene incolse, perché nel 1504, quando Filiberto aveva due anni, Luigi XII gli restituì i suoi beni (sì, perché Luigi XI a Luigi di Lussemburgo non aveva tolto solo la testa, ma anche i feudi: e del resto, che te ne fai di un feudo, se non hai più la testa per amministrarlo)?

Insomma, con Filiberta le cose andarono bene, e Giovanni IV di Chalon-Arlay ebbe da lei ben tre figli. Quattro anni prima del Filiberto del quale vi sto parlando (e voi vi chiederete perché...), aveva avuto Claudia, che sarebbe andata in sposa a 17 anni (nel 1515) al conte Enrico III di Nassau-Breda, al quale avrebbe dato un figlio, Renato di Chalon. Dopo Claudia, Giovanni IV ebbe da Filiberta un Claudio, il quale, però, ebbe l'infausta idea di morire a un anno. Fu gioco forza riprovarci (magari era anche piacevole: non ho trovato ritratti di Filiberta), e nacque così Filiberto, il de cujus, che si trovò così ad essere l'unico discendente maschio del casato di Chalon-Arlay, e pertanto erede dell'antico titolo di principe di Orange.

Apro e chiudo una parentesi per segnalarvi che quindi, quando Filiberto morì, questo titolo passo al suo nipote, al figlio di Claudia, cioè a Renato, che diventò anche principe di Orange. Alla morte di Renato il titolo sarebbe poi passato a suo cugino (eh sì, anche lui aveva un cugino), Guglielmo il Taciturno, Statolder d'Olanda e stipite della casa di Orange-Nassau. E da lì, giù per li rami, sarebbe arrivato fino a Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau, che, come gli europeisti non sanno, è l'attuale re di Olanda (c'è di mezzo anche il congresso di Vienna, ma non vorrei annoiarvi).

Bella la Storia, vero?

Allora: con Filiberta Giovanni IV aveva risolto (o meglio: credeva di aver risolto) il problema della sua discendenza. Notate: lui pensava di aver messo le cose a posto con due figli maschi, ma poi il suo titolo è arrivato fino a oggi grazie alla sua figlia femmina (Claudia). Ma quello della riproduzione era solo uno, dei problemi. Poi c'era anche quello di decidere da che parte stare. Ma anche questo problema si risolse da solo. Avrete capito che fra la casa di Francia e quella di Borgogna non correva ottimissimo sangue. Ora, credo intuirete (siete uomini di mondo) che se uno va d'accordo coi Francesi, certo non chiede in sposa come prima scelta la nipote di Giovanni senza paura (da non confondere con Giovanni senza terra, ma questo lo sapete). Quindi Giovanni IV di Chalon-Arlay stava coi borgognoni (e del resto, anche geograficamente, gli conveniva: ma non entriamo anche in questo).

Purtroppissimo come la storia finì lo sapete: voi siete europei, quindi Rilke l'avete letto:

"Aber am nächsten Morgen, dem siebenten Januar, einem Dienstag, fing das Suchen doch wieder an. Und diesmal war ein Führer da. Es war ein Page des Herzogs, und es hieß, er habe seinen Herrn von ferne stürzen sehen; nun sollte er die Stelle zeigen. Er selbst hatte nichts erzählt, der Graf von Campobasso hatte ihn gebracht und hatte für ihn gesprochen. Nun ging er voran, und die anderen hielten sich dicht hinter ihm. Wer ihn so sah, vermummt und eigentümlich unsicher, der hatte Mühe zu glauben, daß es wirklich Gian-Battista Colonna sei, der schön wie ein Mädchen war und schmal in den Gelenken. Er zitterte vor Kälte; die Luft war steif vom Nachtfrost, es klang wie Zähneknirschen unter den Schritten. Übrigens froren sie alle. Nur des Herzogs Narr, Louis-Onze zubenannt, machte sich Bewegung. Er spielte den Hund, lief voraus, kam wieder und trollte eine Weile auf allen vieren neben dem Knaben her; wo er aber von fern eine Leiche sah, da sprang er hin und verbeugte sich und redete ihr zu, sie möchte sich zusammennehmen und der sein, den man suchte. Er ließ ihr ein wenig Bedenkzeit, aber dann kam er mürrisch zu den andern zurück und drohte und fluchte und beklagte sich über den Eigensinn und die Trägheit der Toten. Und man ging immerzu, und es nahm kein Ende. Die Stadt war kaum mehr zu sehen; denn das Wetter hatte sich inzwischen geschlossen, trotz der Kälte, und war grau und undurchsichtig geworden. Das Land lag flach und gleichgültig da, und die kleine, dichte Gruppe sah immer verirrter aus, je weiter sie sich bewegte. Niemand sprach, nur ein altes Weib, das mitgelaufen war, malmte etwas und schüttelte den Kopf dabei; vielleicht betete sie."

Eh sì, forse pregava.

Carlo il Temerario (quello che aveva consegnato il bisnonno di Filiberto a Luigi XI) era morto, il 5 gennaio del 1477, alla battaglia di Nancy. Renato II di Lorena gli aveva fatto un certo scherzetto, coi suoi mercenari svizzeri (mi piacerebbe fornirvi le technicalities, ma non c'è tempo). Il suo cadavere fu ritrovato "am nächsten Morgen", come dice Rilke - anche se a me risulterebbe essere il sei e non il sette gennaio - sfigurato dai lupi, su indicazione di un paggio, e poi finì per vie traverse a Bruges, dove ebbi modo di riverirlo.

Pare che l'esito letale sia stato provocato da quello che un politico chiamerebbe un "difetto di comunicazione":  "Nul ne peut dire avec certitude qui, dans la soldatesque anonyme, lui porta le coup fatal mais la tradition relate qu'un obscur soldat nommé Claude de Bauzémont se serait jeté sur lui sans le reconnaître ; Charles aurait crié « Sauvez le duc de Bourgogne ! », mais ce cri, compris comme « Vive le duc de Bourgogne ! » aurait entraîné la mise à mort immédiate de Charles par ce soldat". Ce soldat non aveva capito di aver trovato la gallina dalle uova d'oro: sai che riscatto avrebbe potuto chiedere? Ma vabbè, sono errori che si fanno.

E notate il dettaglio: il buffone di Carlo si chiamava Louis-Onze.

Chissà perché...

Del resto, anche oggi circolano buffoni di corte con nomi regali...

Ai fini politologi: chi ci guadagnò da questo epico scazzo fra le case di Borgogna e di Lorena? Ma è semplice! La casa di Francia. Morto Carlo il Temerario, Louis-Onze, quello vero, fece filotto, e in particolare confiscò tutti i beni della casa di Chalon-Arlay. Povero Giovanni IV! Ma la soluzione era a portata di mano: cambiare casacca, ovvero saltare sul carro del vincitore. Così fece Giovanni, che, se ve lo andate a cercare su Wikipedia, in effetti ne fece di ogni pure lui - ma ebbe il privilegio, rispetto a Luigi di Lussemburgo, di essere impiccato solo in effigie! In ogni caso, i beni gli ritornarono. Notate, quindi che il nostro Filiberto aveva ricevuto l'allele del bandwagoning sia da parte di madre (ricordate i principi di Lussemburgo?), che da parte di padre.

Non c'è quindi da stupirsi se anche il nostro Filiberto, che aveva avuto un'infanzia difficile (suo padre era morto a 49 anni quando lui aveva 21 giorni...), cercava di destreggiarsi come poteva fra i due nuovi poli della politica europea: i due bisnipoti del padre della prima moglie di suo padre: Francesco I di Valois e Carlo V d'Asburgo (eh già: gira che ti rigira, è sempre Francia contro Germagna...).

Ma insomma, a un certo punto una scelta bisogna farla. L'adesione della sua stirpe alla casa di Francia non era stata il massimo della spontaneità, e forse anche per questo nel 1524 Filiberto passò decisamente dalla parte di Carlo V, che nel 1516 lo aveva insignito (segretamente) dell'ordine del Toson d'Oro. D'altra parte, pare che Francesco I avesse trattato Filiberto con estrema supponenza quando questi era andato a lamentarsi per uno sconfinamento dell'esercito francese nel principato di Orange. Che è sì, geograficamente e oggi, in Francia, ma che allora era un principato sovrano (chiaro il concetto)? Però Francesco I era più forte e se ne batteva (quindi non è cambiato niente).

Filiberto era bravo. Certo, qualche rovescio capitò anche a lui. Ad esempio, Andrea Doria lo fece prigioniero davanti a Marsiglia nel 1524. Ma per fortuna Carlo V fece prigioniero Francesco I a Pavia nel 1525, e con il Trattato di M... Trattato di Ma...

(...no, non di Maastricht, non quell'infamia che passerà alla storia solo per essere vituperata nei secoli come passo decisivo nel processo di distruzione della nostra civiltà...)

...con il Trattato di Madrid, nel 1526, Filiberto tornò libero e felice, a fare il suo mestiere, quello delle armi, un mestiere al quale gli uomini sono comandati qualche volta dalla stirpe (e questo era il suo caso), e altre volte dalle circostanze.

E così, un anno dopo, nel 1527, vi ricordate cosa successe? Ma quello che sta succedendo ora, pari pari!

Il sacco di Roma.

Un papa fiorentino (Clemente VII), preoccupato per l'affermazione di Carlo V (sapete, anche lì c'era una vecchia ruggine, quella fra papato e impero), promosse la Lega di Cognac, sfruttando il risentimento dei francesi, e mettendo su contro Carlo V una variopinta congerie di milanesi, veneti, genovesi e fiorentini. Praticamente, un "movimentodalbasso" di Stati sovrani. Carlo V, per non sbagliare, prima sguinzagliò i Colonna contro il papa, e poi gli mandò 12000 lanzichenecchi assoldati fra Bolzano e Merano da Georg von Frundsberg (e qui so che all'amico Jorg verserà una lacrimuccia), ma guidati dal conestabile di Borbone: Carlo III di Borbone, conte di Montpensier, delfino di Auvergne, conte di Clermont e di Sancerre, e signore di Mercoeur e Combraille. Un altro "de passaggio", che fra l'altro era un cugino di quarto grado del Carlo I di Borbone bisnonno di Francesco I e di Carlo V (nelle famiglie si litiga) e padre della prima moglie del padre di Filiberto. Nel "board" degli assalitori figuravano anche il nostro Filiberto, e Fabrizio Maramaldo (napoletano). Come andò lo sapete: un fiorentino di buon gusto stese con un'archibugiata il conestabile di Borbone. Le truppe allo sbando acclamarono come loro comandante il nostro Filiberto, anche perché il Frundsberg aveva nel frattempo marcato visita. Le cronache riportano che Filiberto cercò di placare i lanzichenecchi. Ma, forse perché non parlava la lingua (che in effetti è un po' ostica), non riusci a convincerli. E così Roma sperimentò quello che oggi sperimenta la Germania: una crisi demografica che la portò da 55000 a 30000 abitanti.

E ora parliamo d'altro.

L'altopiano delle Cinque Miglia è un altopiano carsico lungo circa 9 km, situato in provincia dell'Aquila fra la valle dei Gizio (affluente del Pescara) a Nord e quella del Sangro a Sud. A est lo delimita lo costiera del Rotella, a ovest un gruppo di montagne che culminano nel massiccio del monte Greco: i monti di Roccaraso, quelli dove si scia, per capirci. Da secoli l'altopiano è una importante via di comunicazione fra l'Aquila e Sulmona da una parte, e le città del Sud dall'altra, e infatti ancora oggi è attraversato dalla SS 17 dell'Appennino Abruzzese ed Apulo-Sannitica, che unisce l'Aquila a Foggia (insomma: la versione moderna del Tratturo l'Aquila-Foggia). L'altopiano è un posto un po' freschetto. D'inverno facilmente la temperatura arriva a -25. Niente male, no? Sarà per questo che ieri, sul monte Greco, che è mille metri più alto, avevo tanta nostalgia del mio PC... D'altra parte, se intorno ci si scia, tanto caldo non potrà farci...

E ora torniamo al nostro Filiberto.

Il quale, dopo aver preteso nel giugno del 1528 la capitolazione del papa, viene mandato da Carlo V a Napoli (c'è sempre tanto da fare), dove nel frattempo il viceré Hugo de Moncada y Cardona (nato a Valencia) si era preso anche lui un'archibugiata nella battaglia navale di Capo d'Orso, al largo di Salerno, da una flotta nemica comandata da Filippino Doria (il nipote di Andrea, quello che aveva fatto prigioniero Filiberto). Carlo V quindi inviò prontamente Filiberto a fare il viceré (ricordate: qui saltano fuori i titoli di viceré di Napoli, principe di Melfi e duca di Gravina). Insomma, non c'è che dire: la meritocrazia è una bella cosa. Guardate Filiberto! A 26 anni promosso viceré sul campo, per merito. Mica come voi, che aspettate dalle amicizie e dalle parentele l'occasione per procurarvi un posto fisso!

La situazione a Napoli era quella che era. I francesi avevano assediato la città, la volevano per loro. E occorrevano rinforzi. Così Filiberto chiamò un contingente di 500 tedeschi per sostenere la città, stretta d'assedio e dal blocco navale, per rompere il quale il suo predecessore aveva trovato la morte. E i tedeschi si incamminarono lungo la strada che da Nord porta a Sud. Ebbero però l'idea non brillante di passare per l'altopiano delle Cinque Miglia. Li colse una tormenta, e morirono in cinquecento (ti ci voglio vedere a -25°). Che poi, a dirla tutta, il problema è solo che loro non avevano, come oggi i migranti, gli smartphone. Altrimenti, andando su Google, avrebbero visto che l'anno prima, nello stesso posto, erano morti 300 mercenari che invece andavano da Sud a Nord, perché Venezia li aveva assoldati per combattere contro Carlo V. E avrebbero evitato.

Conoscere la storia eviterebbe tanti disastri...

Voi direte: sì, affascinante, ma debbase che ce ne frega?

E ora ve lo spiego.

Nel suo blog Quarantotto ha espresso qualche perplessità sull'idea che "abbiamo bisogno" dei migranti - cioè di immigrati, per parlare italiano - perché non facciamo figli. Le sue perplessità derivano dal fatto che questo argomento è sostenuto dai media con dati quanto meno incoerenti. Non discuto ora i dati, ma aggiungo, ed evidenzio, due altri aspetti che credo siano cruciali. Nei nostri media nessuno si pone due domande cruciali: perché i siriani scappano? E perché gli italiani fanno pochi figli?

Qui mi soffermo sulla seconda, tanto la risposta alla prima la sapete.

L'idea che viene diffusa dai media tutti è quella colpevolizzante (manco a dirlo): le italiane, abituate alla mollezza e agli agi della vita da single, sarebbero ormai moralmente degenerate. La durezza del vivere di schioppiana memoria essendo per loro solo un ricordo, esse non desiderano che un fastidioso marmocchio le distolga, coi suoi balocchi, dai loro profumi, e così non si concedono ai loro compagni se non in accoppiamenti sterili, per evitare che la petulante presenza di un marmocchio disturbi le loro pratiche lussuriose. Certo, creature così egoiste non meritano che lo stato si occupi di loro, magari provvedendole di quei servizi sociali che le allontanerebbero vieppiù dalla salutare e pedagogica durezza del vivere: ospedali dove partorire, asili nido dove lasciare i neonati... E quindi ben venga chi da altri paesi, mosso da spirito di solidarietà, viene qui a lavorare per pagare la pensione a queste ingrate che, a ben vedere, nemmeno lo meriterebbero...

Ma siamo sicuri che sia così?

Preciso: fare figli non è obbligatorio. È biologia, ma l'uomo (cioè la donna) può tranquillamente fottersene della biologia (mentre non dovrebbe fottersene della Storia). Così come noi, a differenza dei cervi, non siamo obbligati a darci appuntamento ogni settembre in Vallelunga per fare a cornate, altrettanto le nostre gentili compagne potrebbero scegliere di non volere figli, e questa scelta, se tale è, cioè se è libera e non necessitata da logiche altrui, va rispettata. Potrebbe dipendere da mille e un motivo: non aver trovato la persona giusta, non sentirsi pronte o disposte, e via dicendo. Però io giro tanto, e forse sarò sfortunato, ma incontro tante persone per le quali questa scelta è una non scelta. Se per campare devi avere due stipendi e con la gravidanza arriva il licenziamento, ecco che la libertà di scelta è, come dire, lievemente coartata. Questo non è un problema? Certo, è un problema meno urgente di quello di salvare e accogliere chi sta rischiando la sua pelle.

Ma meno urgente non significa meno grave.

Apro e chiudo una parentesi per sottolineare che l'argomento secondo il quale "abbiamo bisogno" dei migranti perché le nostre donne sono, in sintesi, "troppo emancipate" per mettersi a fare figli, è diventato, in seguito alla crisi umanitaria che stiamo vivendo, il cavallo di battaglia della sinistra, cioè di quella parte politica che ha giustamente fatto della lotta per l'emancipazione femminile una sua bandiera... salvo ora rimproverare alle emancipate di non conformarsi al saggio e teutonico principio jedes Jahr ein Kind!

Ma questo è uno schema mentale al quale ormai siamo abituati: i progressisti di questa risma sono anche quelli che difendono a costo della nostra vita un sistema monetario basato sulle regole di un consulente di Pinochet (la crescita dell'offerta di moneta al k%), cioè su quel monetarismo friedmaniano che molti di loro mi insegnavano a valutare criticamente negli anni '80, in quanto intrinsecamente conservatore e strutturale a un certo tipo di capitalismo finanziario. Oggi invece il k% è diventato di sinistra! Pinochet diventa un modello, e l'emancipazione femminile (il controllo della donna sul proprio corpo) diventa deprecabile... Che strana sinistra!

Ma il fatto è che in molti casi i figli non si fanno perché il controllo sul corpo della donna non ce l'ha (ancora) lei, ma (sempre) il capitale.

Per un esempio, torniamo a Filiberto, anzi, ai suoi mercenari.

Vi scrivo da Barrea, che rientra nell'ASL Abruzzo 1 dell'Aquila e di Sulmona. Ovviamente qui se succede qualcosa devi andare a Pescasseroli (il pronto soccorso è lì). Son 20 chilometri, in 27 minuti si fanno. A Roma può capitare di metterci di più per arrivare a un pronto soccorso. E se devi partorire? Bè, prima c'era il "punto nascite" all'ospedale di Castel di Sangro. Bisogna scavallare verso Alfedena, d'inverno ci vogliono le catene, ma si resta sempre nell'ambito della mezz'oretta. Poi, però, siamo dovuti diventare virtuosi. E quindi il punto nascite, mi dicono, è stato chiuso: oggi se vivi a Barrea partorisci a Sulmona. E qui le cose si complicano: sono una sessantina di chilometri, ma per farli ci vuole più di un'ora, e da dove si passa? Dall'altopiano delle Cinque miglia.

Ora, abbiamo detto che della biologia, in quanto vertici del creato (secondo noi) potremmo fottercene, e che della storia non dovremmo fottercene. Ma della geografia non possiamo fottercene. Barrea dista da Sulmona poco più di 35 chilometri in linea d'aria: diciamo quanto Francoforte da Wiesbaden (voi siete europei, mi capirete). Però cosa manca, fra Francoforte e Wiesbaden? La Genzana (2170 metri) e il Greco (2285 metri). E per aggirarli si passa in un posto dove d'inverno non fa 1°, come a Francoforte, ma può anche fare -25°: in confronto Tromsø è Gran Canaria!

Ci siamo?

Poi, certo, una quando si avvicina il termine può sempre andare a stare in albergo a Sulmona. E del resto chi te lo fa fare di vivere in montagna?

Ecco, a me di tutta l'ipocrisia pelosa, di tutta la patente manipolazione nella quale siamo immersi, una cosa dà soprattutto fastidio. L'assoluta certezza che quando nelle famose sedi "europee" vengono prese da burocrati non eletti le decisioni intese a "moralizzare" le nostre economie, certi dettagli strutturali non vengano nemmeno presi in considerazione. L'Europa, loro, non sanno proprio com'è fatta. E non mi riferisco alla sua storia e alla sua cultura. Mi riferisco proprio alla sua conformazione fisica, alla sua geografia. Non capire che andare da Barrea a Sulmona non è come andare da Wiesbaden a Francoforte è grave, mi direte. Ma sono sicuro che quando certe decisioni vengono prese, su dettagli così banali nessuno riflette. "La densità media per chilometro quadrato", "il numero di posti letto per abitante"... le famose statistiche che ci vengono elargite da quel paradiso fiscale che è l'OCSE, per capirci, sono prive di senso se messe a contatto con l'unica vera durezza del vivere: quella del territorio (che vi ho mostrato nei post precedenti).

Ma naturalmente si può sempre pensare che anche quello di voler vivere dove si è nati sia un deplorevole eccesso di mollezza, e che tutti dovrebbero, per "razionalizzare", darsi al nomadismo per confluire in poche grandi città: sostanzialmente, nei capoluoghi di regione, che poi potremmo a loro volta accorpare, per risparmiare, sopprimendo le regioni, e costruendo poche megalopoli in modo da "ottimizzare" l'offerta di servizi pubblici, non disperdendola su un territorio troppo ampio e frastagliato. In fondo, in Cina fanno così: la popolazione italiana entra nelle loro prime quindici città!

Sono sicuro che nella famosa spending review saranno stati compresi anche provvedimenti di questo tipo. E va bene così: trasformiamo il nostro paese in un deserto (e poi diamo la colpa ai suoi abitanti se non si riproducono). Tutto questo, come abbiamo visto più e più volte, a lode e gloria di quelle banche cialtrone e dissennate che prestando in modo malaccorto si sono messe nei guai. E babbo Stato, tanto deprecato dai liberisti, deve ora togliere ospedali (e asili, e pensioni, e stipendi) a noi per dare a loro, direttamente o indirettamente.

Ma la colpa, va da sé, è delle donne, che preferiscono andare al cinema anziché cambiare pannolini.

Quanto può continuare?




(...Filiberto continuò per poco. Alla battaglia di Gavinana, nel 1530, si prese un'archibugiata pure lui - cose che a quel tempo capitavano, come avrete capito. Sì, è la stessa battaglia dove Maramaldo illustrò il suo nome uccidendo Francesco Ferrucci, che stava dalla parte dell'imperatore, e che quindi si trovò a mal partito quando il suo comandante in capo venne abbattuto. Ripeto: cose che capitano. Ma ora che abbiamo abolito i confini non capiteranno più: per i pensatori secondo i quali l'economia non dipende dalla geografia fisica, l'antropologia dipende dalla geografia politica! State sereni e buona notte...)

(...metamorale: capito perché a me viene da ridere quando mi parlano del Bilderberg?...)