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venerdì 24 aprile 2026

I segreti della nonna (e del nonno)

Una cortese utente della cloaca si è posta una questione non peregrina, che credo tutti noi ci siamo posti:


Mi sono permesso di risponderle così:


citando un grafico tratto da questo post.

Sono poi intervenuti sciapetti vari, ma, com'è vero che dal letame può nascere un fiore, anche dagli sciapi può nascere un pensiero: ovviamente non loro, nostro!

Cosa determini l'arresto delle retribuzioni reali lo sappiamo noi oggi come lo sapevano i comunisti ieri: l'integrazione monetaria, che, per i Paesi deboli, si traduce nella famigerata politica del "cambio forte" come strumento di disciplina salariale. Non è complottismo, è politica economica, è scritto sui manuali di quella materia:


(qui il solito Acocella), e non ci vuole molto a capire come funziona. Con mobilità internazionale dei capitali e cambio fisso il discorso è molto semplice: se l'operaio non accetta salari più bassi per compensare la mancanza di flessibilità del cambio, l'imprenditore delocalizza ed è finita la commedia. Non ve ne eravate accorti?

Quindi l'integrazione monetaria è un ovvio strumento di compressione salariale, e l'euro, che ne è il compimento, è solo la cristallizzazione di rapporti di forze che si sono venuti configurando all'inizio degli anni '80 (nella piena consapevolezza e altrettanto piena inerzia della sinistra).

Colgo l'occasione per rispondere alla solita obiezione: ma l'euro ce lo hanno anche gli altri! Perché solo noi ci avremmo rimesso?

Ma santi numi! Quanto ci vuole a capire che quella che per un Paese debole è una politica del cambio forte, per un Paese forte è una politica del cambio debole? Ci siamo talmente fatti condizionare dal discorso (dilettantesco) secondo cui l'euro sarebbe stato fatto per impedirci di svalutare, che non ci siamo accorti che in realtà era stato fatto per consentire alla Germania di svalutare!

E infatti, se prendiamo i quattro principali Paesi dell'Eurozona, e replichiamo il grafico dell'andamento del salario reale (sempre dal solito database AMECO Online), ponendo i salari uguali a 100 nel 1980 vediamo questo:



L'inizio della terza globalizzazione, cioè la fine della "repressione finanziaria", frena un po' tutte le economie, e questo non stupisce, visto che la vittoria della rendita sul lavoro si realizzò grazie a (e si concretizzò in) un drastico aumento dei tassi di interesse reale:


(come ci ricordano Reinhart e Sbrancia), ma qui da noi i Paesi periferici (Italia, Spagna), cioè quelli per cui l'integrazione monetaria significava adottare un cambio forte, vedono i loro salari reali più penalizzati dei paesi centrali (Francia e Germania), quelli per cui l'integrazione monetaria significava adottare un cambio debole (specifico: per la Francia questo vale fino a un certo punto, e infatti la Francia ha compensato e sta compensando con debito pubblico). Quindi i salari reali nostri (e spagnoli) si sono praticamente fermati perché occorreva comprimere i salari nominali per tenere il passo con gli altri Paesi cui eravamo legati, mentre quelli tedeschi e francesi hanno avuto più spazio per crescere.

Ma è così difficile da capire?

"Anche gli altri hanno l'euro gnegnegnè!" Quante volte abbiamo sentito questa obiezione? E bisogna essere molto ma di molto cretini per non capire che se la forza di un cambio (quello dell'euro) riflette la media ponderata della forze delle economie che lo adottano, per le economie sopra la media sarà debole e per quelle sotto la media sarà forte. Il problema dell'euro, e delle "unioni" così come le intende l'Europa in generale, è appunto questo: che essendo unioni fra disuguali non creano condizioni di parità, ma consolidano squilibri!

Ma il pensiero magico europeista è e resta quello degli sprovveduti secondo cui si può (e quindi si deve) essere tutti "sopra la media". C'è tanta povertà etica ma soprattutto intellettuale in questo modo di porsi!

Comunque: l'integrazione monetaria fa male a tutti, perché anche se appartieni ai "forti", il massimo che poi ottenere con la svalutazione competitiva praticata adottando una moneta per te debole è lo svuotare di potere d'acquisto i mercati dei vicini, quindi a priori direi che è decisamente meglio starne fuori, e i dati lo confermano. Guardate ad esempio come si è comportata la Norvegia, un Paese che ha saggiamente deciso di farsi i fatti suoi:


Diciamo che è passata abbastanza indenne dallo shock dei primi anni '80, anche se ha patito molto l'ultimo shock inflazionistico. E qui quelli bravi diranno: "Per forza! Dall'inizio degli anni '70 ha il petrolio, e poi non è mai entrata nell'Unione Europea!". Come la Svezia?


Di petrolio svedese non ho mai sentito parlare, mentre ricordo quando la Svezia entrò nel sistema monetario europeo, e si vede bene nel grafico come questo frenò la sua dinamica salariale. Poi però decise di non entrare nell'euro, e i risultati mi sembrano abbastanza eloquenti.

Ma naturalmente c'è sempre il cretino per cui questi risultati dipendono dal colore dei capelli: si sa, i biondi sono disciplinati e virtuosi (qui un noto esempio)! E allora come me la spiegate questa?


La Finlandia non entrò negli accordi di cambio dello SME (e si vede: guardate come vanno dritti i suoi salari negli anni '80!), poi entrò nell'UE a metà anni '90 (e si vede già una frenata) e fu socia fondatrice dell'euro. Infatti, dal 2011 (crisi del debito) i suoi salari reali sono andati decrescendo, come quelli dell'Italia, con una possibile inversione di tendenza dopo il COVID (di questa roba avevamo già parlato qui).

Insomma: l'economia sicuramente non è una scienza (così facciamo contenti gli ingenui...), ma stranamente quello che sta scritto nei suoi manuali tende a succedere nel mondo reale, indipendentemente dal colore della chioma di chi lo popola (problema che comunque, come sapete, non mi riguarda). Ed ecco spiegato il segreto della nonna (e del nonno): loro vivevano in un mondo in crescita, in cui la distribuzione del reddito non era pesantemente alterata a svantaggio del lavoro da una delle più potenti alleate del capitale finanziario: la Banca centrale indipendente! Non è un gran segreto, a dire il vero, e a me non sembra nemmeno così tanto difficile da capire. Tuttavia, lo spostarsi dell'agenda su altri temi ha il vantaggio di rendermi indulgente: ogni volta che devo farmi rispiegare da Sergio il meccanismo di formazione del prezzo marginale nei mercati energetici scuso tutti quelli che, quarantasette anni dopo, non hanno ancora capito il meccanismo di adeguamento dei salari in un mercato valutario drogato dal cambio fisso!

Solo che... dopo un annetto io sto cominciando a capire!

E gli altri?

giovedì 2 gennaio 2014

QED n. 25: la Finlandia e l'acqua calda

Un'altra sorpresona, vero? Una delle tante per chi segue questo blog...

Ma come "la crisi arriva in Finlandia"? Arriva? Scusate: vogliamo dare un'occhiata, così, tanto per gradire, alla Fig. 2 de Il tramonto dell'euro? Ve la riporto qui di seguito insieme con il breve testo che la commenta:

Figura 2 - Posizione finanziaria netta sull'estero dei principali paesi dell'Eurozona nel 2007 (punti di PIL)



La figura 2 mostra che nel 2007 solo due fra i principali Paesi dell’Eurozona erano creditori esteri netti: il Belgio e la Germania. Tutti gli altri erano debitori esteri (se pure di pochissimo, come la Francia), e i Paesi in crisi più profonda (Spagna, Portogallo, Grecia) erano anche quelli con il maggior debito estero netto, nonostante due di essi avessero debito pubblico esiguo (Spagna) o nella norma (Portogallo).
Se usiamo come metro il debito estero, la Finlandia viene a trovarsi in mezzo al gregge delle “pecore nere”, il che, per inciso, fa sospettare che certi atteggiamenti intransigenti dei suoi governanti (“pignorare il Partenone”, per chi se lo ricorda; Letizia, 2011) potrebbero essere dettati dalla consapevolezza di non essere in ottime acque.



La crisi non è arrivata in Finlandia. La Finlandia era già in crisi. Puntuale come un orologio svizzero (fuori dall'Eurozona due più due continua a fare quattro) la non trascurabile posizione debitoria netta della Finlandia (peggiore di quella dell'Italia, nel 2007), ha cominciato a mietere vittime: la Nokia, ad esempio. Il Sole 24 Ore, giustamente, la metteva in chiave aziendalistica: "er modello de bisnes, er probblema de bbrend" e supercazzole manageriali varie assortite. Va benissimo. Anzi: so far so good, come direbbe un economista.

Per noi che umilmente e grossolanamente ci atteniamo alla chiave di lettura macro, le cose stavano in termini molto più semplici: sai com'è, se come paese hai debiti, come paese devi realizzare, cioè vendere qualcosa a chi ti fa il favore di comprarselo. Quod factum est, ipsum est quod faciendum est: nihil sub sole novum, diceva un trader del terzo secolo avanti Cristo. La cessione della Nokia era un chiaro segnale: se cominci abbiando che vuoi il Partenone, finisci con la coda fra le gambe cedendo la prima azienda del paese (la seconda essendo gli zanzarifici, che però, stranamente, nessuno desidera. Dice: ma fa freddo. Sì, però fa anche umido...).

Per voi che amate le figurine,ve ne faccio vedere un paio, così capite anche meglio il senso dell'articolo dell'Indro (in particolare, il riferimento alla precedente crisi finlandese). Intanto, qui avete crescita e inflazione nel paese delle zanzare dal 1980 a oggi (fonte: WEO):



dove si vede che in effetti nel 1991 la Finlandia si prese una bella legnata, non dissimile da quella presa nel 2009: -6% di crescita nel 1991, -8.5% nel 2009. Guarda caso, la legnata del 1991 arrivò al termine di un periodo di crescita e inflazione crescente. Vi ricordate quella storia del centro e della periferia? Prima della crisi, in un paese periferico, aumentano crescita e inflazione, perché l'economia cresce drogata dal capitale estero.

"Eh, ma i finlandesi sono biondi, quindi sono virtuosi, quindi da loro le cose saranno andate in modo diverso!", dirà il piddino, nel suo delirio di autorazzismo deliziosamente dadaista, dove i "quindi" vengono randomizzati sulla pagina con esiti sempre esilaranti.

Invece no: mi dispiace, piddino, ma ha ragione la Bibbia. Nihil sub sole novum. E infatti guardati i saldi settoriali della Finlandia:


Che succede prima del 1991? Ma la solita cosa, caro piddino! La vedi la linea rossa, gli afflussi di capitali esteri? Va su, arrivano soldi da fuori. La vedi la linea blu, il saldo pubblico? Va su, il governo è tanto bravo, taglia tanta spesapubblicaimproduttiva, e soprattutto, siccome l'economia cresce al 5% (vedi sopra) incamera tante belle imposte. E naturalmente, la vedi la linea verde, il risparmio netto del settore privato? Va a picco. Quindi? Quindi la solita storia: anche la Finlandia del 1991 stava seguendo la traiettoria di ogni paese periferico prima di una crisi finanziaria: conti pubblici in ordine e capitali esteri che arrivano per finanziare il settore privato.

Cosa succede dal'euro in poi?

Intorno al 2000 la Finlandia era esportatrice netta di capitali (linea rossa sotto zero: un afflusso negativo è un deflusso) e il settore pubblico stava di nuovo con i conti a posto (surplus intorno al 5% del Pil, linea blu), con un settore privato moderatamente in surplus anche lui.

Ricordate? L'importazione netta di capitali è il riflesso dell'importazione netta di merci. Quindi nel 2000 la Finlandia era esportatrice netta di merci, ma con l'entrata nell'euro la situazione si è progressivamente e inesorabilmente deteriorata.  La linea rossa sale. È un bene? No, è un male, perché significa che la Finlandia si sta avviando da una situazione di esportazione netta (deflusso) di capitali a una di importazione netta (afflusso) di capitali. In altre parole: nel 2000 la Finlandia era esportatrice netta di capitali per quasi il 10% del suo Pil (la linea rossa sotto zero), e quindi esportatrice netta di merci per lo stesso importo (cioè aveva un surplus delle partite correnti del 10% del Pil). Nel 2010 è diventata importatrice netta di capitali per circa il 2% del Pil, cioè ha un deficit delle partite correnti di pari importo.

Il 2% del Pil è poco, direte voi.

Superficiali! Non riesco proprio a farvi entrare in testa che in economia quello che conta è la dinamica. Se parti da un surplus di 10 e arrivi a un deficit di 2 vuol dire che in dieci anni hai perso più di un punto di Pil all'anno di surplus verso l'estero, e questo significa una cosa sola: che l'euro non te lo puoi permettere. Punto.

Come si risolve la situazione?

Nel 1991 è stata risolta come razionalità vuole che si risolvano situazioni di questo tipo:


Una bella svalutazione del 25% (a spanna) e via andare. Qui vedete il tassi di cambio effettivi (cioè la media ponderata dei tassi di cambio della Finlandia verso i principali partner commerciali) sia nominali che reali (vi ricordo che il cambio reale è il rapporto fra prezzi finlandesi e prezzi dei partner espressi in una comune unità di misura). Come al solito, la svalutazione nominale (cioè il deprezzamento della valuta) ha praticamente coinciso con quella reale (cioè con il recupero di competitività) per il semplice motivo che come al solito una svalutazione del 25% non si è tradotta in una inflazione del 25% (come al solito, cazzo, come sempre, cazzo, lo volete capire? Non è mai andata in un altro modo perché non può andare in un altro modo, con buona pace degli informatori cialtroni o diversamente intelligenti!)

Come al solito  dopo il riequilibrio dei rapporti di cambio la crescita è ripartita e l'inflazione diminuita arrivando quasi a zero. Come al solito!

Poi arriva l'imbecille in prima forma canonica, quello che dice: "Bagnai, tu la fai facile, ma nel 1992 l'inflazione in Italia non è aumentata perché abbiamo fatto austerità...". Sì, io la faccio facile, traditore e porco, ma tu mi spieghi come mai in Finlandia l'inflazione non è aumentata nonostante il saldo del bilancio pubblico sia precipitato fra 1990 e 1992 di più di 11 punti di Pil (da un surplus del 5% a un deficit del 6%)? La vedi la linea blu nella seconda figura? Ti sembra austerità quella?

Scusatemi, non dovrei lasciarmi andare, ma non ce la faccio più...

Comunque, lasciamo un attimo da parte gli imbecilli (era il senso del mio post del 31 dicembre) e cerchiamo di capire cosa ci dicono questi dati.

Nel 1991 il deleveraging (vedete, so parlare da economista anch'io) del settore privato fu favorito da una politica fiscale attiva, e il riequilibrio dei conti esteri da una pesante svalutazione nominale.

Oggi il cambio nominale non è più un'opzione (se non nel senso che il comportamento della Germania tende a farlo sopravvalutare danneggiando praticamente tutti gli altri paesi dell'Eurozona). La "svalutazione interna" ha determinato un miglioramento della competitività (flessione del cambio reale) del solo 5%, che non ha minimamente invertito la tendenza infausta del saldo delle partite correnti. Le politiche fiscali espansive, a loro volta, sono solo un ricordo. I virtuosi finnici hanno approfittato dello spazio fiscale che Maastricht lascia loro, portando il saldo pubblico dal +4% nel 2008 al -3% nel 2009, ma questo non è stato abbastanza per invertire la tendenza negativa del risparmio netto privato (la linea verde), che da un massimo del 10% del Pil, raggiunto dopo la svalutazione del 1991-92, si trova ora in zona retrocessione, vicino o sotto allo zero (cioè il settore privato finlandese si sta indebitando con l'estero). Lo Stato finlandese non può indebitarsi abbastanza da aiutare famiglie e imprese finlandesi a rimettere i propri debiti.

Essere biondi non basta.

E l'acqua calda cosa c'entra, direte voi?

Vi faccio un regalo. Qui trovate un articolo che scrissi il 26 febbraio 2010 per il Centro di Pescara, articolo nel quale dicevo che la variabile più importante per monitorare lo stato di salute di un paese è il suo indebitamento estero. Va bene, voi lo sapete, e oggi lo sanno quasi tutti. Nel 2010 era una cosa un po' più di nicchia, ma nemmeno tanto. Si era ai tempi in cui il Centro pensava di farmi un favore pubblicandomi! Oggi forse ho più lettori io...

Guardate poi questo. Eh, già, tre anni dopo ci è arrivato anche l'Economist.

Ora, una cosa che non è drammaticamente originale se pubblicata sul Centro nel 2010, ne converrete, diventa la scoperta dell'acqua calda se pubblicata sull'Economist nel 2013. Ma siccome gli italiani sono esterofili, voi non citate il Centro: citate l'Economist. L'autorazzismo del piddino se ne compiacerà. Tanto, chiunque sia a dirgliele certe cose, lui non le capirà mai. E a noi piace ricordarlo così...



(e la morale della favola qual è? Quella che dice il ministro finlandese. La Finlandia l'euro non se lo può permettere. Essere biondi non basta, e quindi alla Finlandia uscire conviene, oh, se conviene! E non in compagnia della Germania, come pensano alcuni...)