(...il numero di zeta è a scelta...)
(...sentite: sono diversi mesi - decine - che non mi prendo una settimana di vacanza. Me l'ha chiesta non l'Europa, ma il mio corpo. Quindi le varie email in coda aspetteranno... la pioggia, che arriva domani! Ora desidero rilassarmi e divertirmi con voi, dopo una eroica impresa da 900 metri di dislivello che solo due settimana fa credevo non sarei mai più riuscito a compiere - non mi sentivo benissimo. Vi propongo quindi un quizzzzzone...
...no, il quizzzzone non consiste nell'indovinare il nome di questa montagna! Agli eventuali guardiaparco scampati dalla furia purificatrice di Boldrin vorrei comunque dire che io lì sopra non ci sono andato - anche perché ci saranno stati almeno 45 nodi di vento, che non mi davano proprio sicurezza - mi sono fermato al rifugio dal quale ho scattato la foto. Voi c'eravate? Nel caso, bravi, perché non vi ho visto - vero è che c'era un po' da badare a dove mettere i piedi, come forse avrete notate se invece c'eravate e mi stavate osservando: comunque, sono intero.
Il quizzzzzzzone ve lo spiego dopo aver chiuso la )
Il quizzzzone consiste nell'indovinare l'autore di un articolo sapendo quali sono gli autori che cita nell'introduzione. I lavori citati sono tre, e vi dirò quali sono e perché vengono usati. Vi dirò cioè per avvalorare quale tesi l'autore - che dovete scoprire - usa come auctoritas questi altri autori - dei quali vi fornisco i nomi. Posso anche dirvi l'argomento dell'articolo (ma ovviamente non il titolo, altrimenti...). Il lavoro tratta, loosely speaking, di tematiche legate ai regimi di cambio. Nell'introduzione, che, come chi è del mestiere sa, si scrive alla fine della ricerca, quando i risultati sono noti, per convogliare il messaggio principale del lavoro e invogliare il lettore ad andare avanti - possibilmente senza sacchetti di carta nel sedile davanti - il nostro autore incognito cita questi tre lavori:
[1] Draghi, M. 2011 (intervista rilasciata al Financial Times)
[2] Blanchard, O. 2000. Macroeconomics (il noto manuale)
[3] Blanchard, O., Giavazzi, F., Amighini, A. 2013. Macroeconomics: A European perspective (l'edizione ad usum piddini del noto manuale)
Per la precisione, aggiungerò che l'autore ignoto si autocita in una nota a piè pagina dell'introduzione (devo ovviamente omettere questo riferimento, altrimenti è facile!).
Per vostra informazione, [1] viene utilizzato per avvalorare la tesi che la svalutazione porta "high inflation", mentre [2] e [3] vengono utilizzati per avvalorare la tesi che la svalutazione, attraverso l'aumento dei beni importati, può determinare rivolte di piazza e scioperi.
Questo, nell'introduzione.
Allora: in teoria, essendo un quizzzzzzone, il primo che arriva ha vinto. Tuttavia, a me interessa anche e soprattutto capire se avete una percezione corretta di quanto tragica sia la nostra situazione. Quindi, fermo restando che il vincitore sarà il primo che scopre il nostro incognito, non vi darò la risposta finché sotto a questo post non ci saranno (almeno) 50 voti regolarmente espressi.
Dopo di che farò lo spoglio delle schede (commenti), pubblicherò i risultati, e da essi scopriremo chi, secondo voi, può argomentare così (l'articolo è stato ovviamente scritto dopo il 2013).
Una volta sondata in cotal perfida guisa la vostra percezione, vi darò, con la mia consueta Barmherzigkeit, la risposta corretta (cioè il nome di chi argomenta così secondo lui), e non dubito che si aprirà una interessante e vivace discussione.
Et maintenant, à vous de jouer...
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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mercoledì 26 aprile 2017
domenica 8 novembre 2015
Crescita neoclassica for dummies
(...che poi sareste voi. Se almeno sapeste le equazioni differenziali, questo post avrei potuto scriverlo in cinque righe. Ma per le prossime asfaltate mi tocca farvi studiare un po'. Non sopporto il senso di solitudine che mi opprime nel pensare che solo io capisco quanto sono coglioni certi miei "colleghi". Siete maggiorenni, è ora che lo sappiate anche voi...)
Si apre una
settimana pesante per me, ma anche per voi. Siamo alla vigilia del nostro
compleanno, dove saremo più del solito. Resta ancora una cinquantina di biglietti, nel caso ci vogliate pensare all’ultimo
minuto (come è sempre stato negli anni scorsi, quando però la sala era più
piccola, e qualcuno, ahimè, è stato frustrato…). C’è molto da organizzare, ma
c’è sempre anche molto da studiare, per me, e anche per voi. Quest’anno mi sono
messo nella sessione “tecnica” della domenica mattina, e dopo lunga riflessione
ho deciso di parlarvi del mio ultimo lavoro su vincolo esterno e declino
dell’economia italiana. Voi lo conoscete abbastanza bene, perché è frutto di
una riflessione comune, che è partita due anni fa, il primo maggio, ragionando
sulle relazioni fra declino, produttività, flessibilità del
mercato del lavoro e euro. Il succo del lavoro è sostanzialmente tutto lì, ma questo non è un blog
per turisti, e quindi mi piacerebbe guidarvi a un livello di approfondimento
tecnico superiore. Per questo è necessario approfondire il modello di crescita
post-keynesiano, basato sul concetto di vincolo esterno. Nel mio ultimo lavoro mostro come questo vincolo
esterno in Italia si sia andato progressivamente stringendo, comprimendo la
dinamica della nostra produttività. Questo fenomeno fornisce l’unica
spiegazione del declino dell’economia italiana coerente con i dati osservati
(mentre le favolette sul “nanismo” delle imprese, sul “familismo amorale”, su
castacriccacoruzzzzione, sulla superiorità dell’etica calvinista, e via
minchieggiando, hanno fra l’altro il difetto non trascurabile di non spiegare
perché la produttività dell’economia italiana si arresti proprio nel 1997: un’etica
non si costruisce, né si distrugge, in un anno). Anche di questo vi ho già
parlato, ma da dire rimane molto. Dopo cinque anni nei quali sento denigrare
come “teorie di Bagnai” gli argomenti di Feldstein, Meade, Kaldor, Krugman,
ecc., e dopo altrettanti anni di battaglie per chiarire che su tanti temi io non ero particolarmente originale (mentre
erano particolarmente “smemorati”, come avrete capito, i colleghi, quelli che
non riescono proprio a ritrovare il paper proeuro…), magari avrei piacere di
chiarirvi quali sono i due o tre aspetti originali del mio lavoro.
Uno ve l’ho già
messo in evidenza. Il mio ultimo articolo chiarisce che la
deindustrializzazione causata dal cambio sopravvalutato prima, e dall’austerità
poi, necessariamente aumenta la dipendenza del paese dai prodotti esteri, cioè l’elasticità
delle importazioni al reddito, rendendo ancora più stringente il vincolo
esterno. Ve ne ho parlato qui, come ricorderete (forse). La morale
della favola è che quanto più l’austerità si protrae, seguita dalla inevitabile
chiusura di aziende (la distruzione creatrice che piace tanto ai liberisti che
si credono leoni, e invece…), tanto più la fine dell’austerità, se e quando
arriva, si traduce in un maggiore incremento di importazioni (perché i beni che
servono a cittadini e imprese devono necessariamente provenire dall’estero,
visto che all’interno non si producono più), e quindi in un deficit di bilancia
dei pagamenti con connesso aumento dell’indebitamento estero. E il ciclo
ricomincia, ma su un livello di crescita più basso…
Poi,
modestamente, avrei contribuito al pensiero post-keynesiano mettendo in risalto
il fatto che la dinamica dei prezzi relativi (e quindi del tasso di cambio
reale, cioè del rapporto fra prezzi interni e esteri) è rilevante anche per la
crescita di lungo periodo. I keynesiani, porelli, sono anche loro ideologici,
dobbiamo dircelo. Purtroppo non esiste ideologia buona, perché l’ideologia è
nemica del pensiero. Come vi ho detto tante volte, l’ideologia post-keynesiana
procede dal fatto che nel modello del “nemico” (quello neoclassico) i prezzi
contano. Quindi, se sei post-keynesiano, i prezzi non devono contare. Ma il
mondo non funziona così. Per parlarvi di questo, però, mi servono i vostri
amici logaritmi, quindi me lo tengo per dopo.
Oggi volevo
parlarvi di un’altra cosa, del modello di crescita neoclassico (quello del
nemico, appunto). Ho già fatto cenno ad alcune sue caratteristiche strutturali:
per esempio, in Crisi finanziaria e governo dell’economia, parlandovi delle tre leggi
dell’omodossia (rendimenti decrescenti, remunerazione proporzionata alla
produttività, legge della domanda e dell’offerta). E vi ho già proposto un confronto empirico (dichiaratamente sommario) fra questo
modello e quello post-keynesiano.
Tuttavia un
approfondimento tecnico è necessario anche in questo caso. Chiarisco subito il
punto, a scanso di ovvi e ricorrenti equivoci. Il modello di crescita
neoclassico è uno strumento standard di analisi economica: ogni economista, se
non lo usa, quanto meno sa come è fatto. Se qualcuno parla di crescita
ignorando la struttura di questo modello, non è un economista (e quindi se si
propone come tale è disonesto, e se non si propone come tale è ridicolo, come
il simpatico camel fucker che ho incrociato su Twitter). Ora, il punto è che
gli economisti euristi (spiacevole ossimoro) per la maggior parte appartengono
al fronte “omodosso”, cioè neoclassico. Uno dei dettagli che fanno la delizia
dell’intenditore è che questa armata Brancaleone, per difendere la propria adesione
ideologica all’euro, ricorre ad analisi che contraddicono le fondamenta del
proprio pensiero. Alcune di queste contraddizioni sono immediatamente
percepibili, anche a un livello non tecnico. Ad esempio: perché mai un
liberista dovrebbe essere così accanitamente contrario all’esistenza di un
mercato (quello dei cambi)? Altre, purtroppo, sono accessibili solo a chi
faccia un minimo sforzo per approfondire alcuni risvolti tecnici. Uno dei quali
è, appunto, la teoria della crescita neoclassica, che è indispensabile
conoscere non perché sia di per sé preferibile a quella post-keynesiana, ma
semplicemente perché conoscendola è possibile utilizzarla per smontare le
sconclusionate ed ideologiche tesi dei nostri avversari (che ad essa si
rifanno, senza però applicarla in modo coerente).
Apro e chiudo una
parentesi per sottolineare un dettaglio che a volte sfugge.
Il successo di
questo blog e della mia attività di divulgazione è dovuto al fatto di aver dimostrato
che non è necessario essere (o ostentare di essere) “eterodossi”. Il
ragionamento “omodosso” si smonta da sé, perché non è coerente con se stesso, in
quanto meramente ideologico (o opportunistico, come nei tanti casi di persone
che hanno detto “bianco” finché gli è convenuto, e “nero” dopo), e quindi si
nutre di salti logici. Si possono tranquillamente utilizzare strumenti da libro
del primo anno, senza scomodare Marx o Keynes, per distruggere gli europirla.
Questo non vuol dire né che Marx o Keynes siano inutili, né che i libri del
primo anno esauriscano tutta la scienza economica. Vuol dire solo che spesso è
una strategia dialetticamente efficace combattere il nemico con le sue stesse
armi (spuntate): non potrà contestarvi sul piano metodologico, e verrà messo di
fronte alla ridicolaggine delle proprie contraddizioni.
Principi
Il modello
neoclassico di crescita, nella sua versione più semplice, si basa sul principio
dei rendimenti decrescenti: i fattori di produzione sono più produttivi laddove
sono più scarsi. Il principio una sua plausibilità ce l’ha: se due uomini
devono scavare una buca, la loro produttività a mani nude è bassa, con una
vanga cresce, con due cresce ancora, con tre non cresce più (salvo aggiunta di
un paio di braccia supplementari a uno dei due). Quindi le prime dosi di
capitale-vanga hanno produttività maggiore dell’ultima (nota: qui per capitale
intendiamo il capitale fisico, cioè lo stock – dotazione – di beni strumentali:
macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto). Tralascio il fatto, qui citato
per vostra erudizione, che l’idea dei rendimenti decrescenti, per quanto
plausibile, è da tempo soggetta a revisione in letteratura. In effetti,
esistono anche le economie di scala, con implicazioni su aspetti che vanno dal
commercio internazionale (e la loro analisi rese Kruggy famoso nel lontano 1979), alla teoria della crescita, studiata da
Paul Romer (l’amico di Boldrin). I paper ci sono, chi li vuole se li
legge, oggi sto sul semplice, e mostrarvi che esiste altro mi serve a far
capire ai dilettanti che, appunto, c’è dell’altro.
Il modello
neoclassico si basa, ovviamente, sul solo lato dell’offerta/produzione (per i
neoclassici/libberisti la domanda non conta, perché è l’offerta a creare la
propria domanda: il reddito distribuito come risultato del processo produttivo
viene necessariamente speso assorbendo la produzione posta in essere). Il
messaggio fondamentale del modello è che economie a diversi livelli di sviluppo
(misurato dal reddito pro capite) tenderanno a convergere verso il medesimo
livello di sviluppo (convergenza). Questo perché le economie meno sviluppate
sono tali perché hanno una dotazione di capitale scarsa. Ma, proprio per
questo, in esse il capitale è molto produttivo (rendimenti decrescenti).
Quindi, in queste economie, il capitale a parità di quantità di fattore lavoro
produce relativamente più reddito/prodotto (in un’economia di mercato il
prodotto corrisponde a un reddito, perché si produce per vendere). Siccome
stiamo ragionando a parità di stock di lavoro (cioè di bocche da sfamare,
ovvero di livello di consumo aggregato), nelle economie arretrate il maggior
reddito prodotto si traduce in un flusso comparativamente maggiore di
risparmio, e quindi di investimento (cioè di spesa per acquisto di beni
capitali), il che determina un aumento dello stock di capitale. Alla fine del
ciclo, l’economia “arretrata” si trova a disporre di più macchine, e quindi i
suoi lavoratori sono più produttivi: il reddito pro capite aumenta, l’economia
arretrata è meno arretrata, e il ciclo ricomincia, fino a quando tutte le
economie non hanno il medesimo livello di capitale (e quindi di reddito) pro
capite.
Prima di entrare
nei dettagli, vi prego di tener presente il messaggio fondamentale: le economie
arretrate hanno una tendenza endogena a crescere più in fretta, determinata dal
fatto che in esse è più rapida l’accumulazione del capitale (perché il capitale
“produce di più”, e quindi il sistema dispone di un maggior reddito da
destinare a risparmio e investimento). Ripeto: le economie arretrate (minor
reddito pro capite) crescono di più (maggior tasso di crescita medio). Quindi
alla fine chi sta indietro recupera posizione (catch-up) e converge con chi sta avanti.
Fico, no?
Fine dei
conflitti internazionali! Lasciate che il capitale (finanziario) scorra dove
vuole per favorire l’acquisto da parte delle imprese di capitale (fisico), e
alla fine staremo tutti ugualmente bene. Cosa che, peraltro, è sotto gli occhi
di tutti.
E ora, un po’ di
algebra.
La funzione di produzione neoclassica
Per i
neoclassici, che sono offertisti, la testata d’angolo del modello è la
cosiddetta funzione di produzione: una formula matematica che lega le quantità
di “input” (i fattori di produzione) all’”output” (il prodotto). Questa
relazione viene normalmente spacciata per puramente tecnica, e il motivo c’è:
riducendo il processo produttivo a un dato tecnico, si elimina dalla scena
qualsiasi riferimento al conflitto sociale. Comunque, prendiamo per buona
questa storia. Dal punto di vista matematico, possiamo rappresentarla così:
Y = F( K, L )
che si legge: il
prodotto (Y) è una funzione F del capitale K e del lavoro L; cioè, in pratica:
quanto produci dipende da quante persone lavorano e da quante (e quali)
macchine hanno a disposizione. Qui entra in gioco il discorso dei rendimenti di
scala. Il modello standard prevede che essi siano costanti. Cosa significa?
Significa che se moltiplichi per lo stesso numero gli input, anche l’output
aumenta nella stessa proporzione.
In termini
incomprensibili si scrive così:
zY = F( zK, zL )
cioè: se
moltiplico Kapitale e Lavoro per z, otterrò z volte il prodotto iniziale. Per
facilitare la vita ai diversamente algebrici lo scrivo così vi faccio un
esempio con z = 2:
2Y = F( 2K, 2L )
che significa che
se raddoppio il Kapitale (la quantità di macchine) e il lavoro (la quantità di
occupati) raddoppio anche il prodotto. Ovviamente non sempre è così: la
presenza di economie di scala può determinare rendimenti crescenti, per cui
potrebbe capitare che:
3Y = F( 2K, 2L )
(raddoppiando gli
input triplichi l’output: numeri messi assolutamente a caso, solo per farvi capire
il concetto). Ora, considerando che nel mondo osserviamo una concentrazione
progressiva del processo produttivo (le imprese tendono a fondersi, la
struttura dei mercati è tendenzialmente oligopolistica), questo suggerisce che
la presenza di economie di scala/rendimenti crescenti rischia di essere più la
regola che l’eccezione. Però per il momento la teniamo da parte, perché i
rendimenti costanti ci fanno molto comodo, semplificandoci la vita (e la vita
dell’economista è, come sapete, così difficile: sta cazzo di realtà che proprio
non vuole saperne di conformarsi ai modelli!).
In effetti, se i
rendimenti di scala sono costanti, riusciamo a toglierci dai piedi una
variabile.
E come?
Bè, pensate a
cosa succede se come fattore di scala z prendiamo 1/L (uno diviso per il numero
di lavoratori). Succede questo:
Y/L = F( K/L, L/L
)
Ma L/L è uguale
sempre a uno, cioè non è una variabile: è una costante. Quindi la funzione di
produzione, nel caso di rendimenti costanti, diventa a due variabili:
Y/L = F( K/L )
Il prodotto pro
capite dipende dal capitale pro capite. Quanto guadagna il lavoratore dipende
da quante macchine ha a disposizione (i sindacati, come vedete, non c’entrano
nulla). Per rendere la cosa più semplice, possiamo usare le lettere minuscole
per indicare le variabili pro capite, e quindi:
y = Y/L
k = K/L
e così la nostra
funzione di produzione, la testata d’angolo del nostro modello, diventa
semplicemente:
y = F( k )
Certo che
l’eleganza neoclassica non si batte! Vuoi mettere questa nitida formula con il
fumo dei lacrimogeni?
Esempio
Dai, vi faccio un
esempio numerico, così forse vi aiuto, o magari vi mando definitivamente nel
panico.
Considerate
questa funzione di produzione:
Cioè: il prodotto
(inteso come output) è la radice quadrata del prodotto fra capitale e lavoro (cioè del prodotto degli input). E che significa? Bè,
significa che se abbiamo K =2 e L = 2 (due unità di capitale e due unità di
lavoro) il prodotto è due (perché 2x2 = 4, e la radice quadrata di quattro è
due):
Questa funzione
ha rendimenti costanti? Sì, e per vederlo basta raddoppiare capitale e lavoro,
cioè portarli da due a quattro: 4x4 = 16, e la radice quadrata di 16 è?
Quattro! Quindi
raddoppiando gli input è raddoppiato l’output.
Quindi questa
funzione può essere espressa in termini pro capite? Certo. La cosa funziona
così:
E, per esempio,
nel secondo caso, con quattro di capitale e quattro di lavoro abbiamo che 4/4 =
1, e la radice quadrata di uno è uno, per cui, appunto:
Nota bene: la
stessa cosa vale anche con due di capitale e due di lavoro:
Anche in questo
caso il prodotto pro capite è uno. Il prodotto pro capite, ovviamente, aumenta
se aumenta il capitale pro capite. Quindi, per dire, se il lavoro resta 2, ma
il capitale passa da 2 a 8, allora:
(cioè se il
capitale pro capite quadruplica, passando da uno a quattro, il prodotto pro
capite raddoppia).
Torno a ribadire
che i post tecnici li volete voi…
Disegnino
Dai, facciamo
anche il disegnino, prendendo come riferimento l’esempio numerico. Non è
difficile, si tratta di rappresentare la funzione
ovvero: il
prodotto pro capite è la radice quadrata del capitale pro capite. Specifico,
per chiarezza, che non deve sempre
essere così. Questo è solo un esempio, scelto perché la sua semplicità (cos’è
una radice quadrata più o meno lo sapete tutti) e perché nella sua semplicità
rispecchia la caratteristica tipica di una funzione di produzione neoclassica:
i rendimenti decrescenti, cioè la concavità. Che c’entra la concavità? Si vede dal
disegnino:
Qui l’asse
orizzontale misura il capitale pro capite, e quello verticale il prodotto pro
capite.
Vi faccio notare
che:
a) a un capitale
pro capite di uno corrisponde un prodotto pro capite di uno:
b) a un capitale
pro capite di quattro corrisponde un prodotto pro capite di due:
Fino a qui ci
siamo, ma notate anche un’altra cosa: se aumento il capitale pro capite di una
unità, da uno a due, il prodotto pro capite aumenta di 0.414214 (da 1 a
1.414214)
Quindi per k=1 la produttività marginale del capitale, cioè l’aumento di prodotto (pro capite)
rapportato all’aumento di capitale (pro capite) è 0.414214/1 = 0.414214.
L’aumento del prodotto, d’altra parte. Lo potete calcolare facilmente:
Se facciamo la
stessa operazione per k = 4, andando
a misurare di quanto aumenta il prodotto (pro capite) quando il capitale pro
capite aumenta di una unità (cioè aumenta da 4 a 5), registriamo un aumento
inferiore:
E il disegnino vi
dovrebbe far capire perché:
In buona
sostanza, la funzione di produzione è crescente (cioè: più macchine pro capite
ci sono, maggiore è il reddito pro capite), ma muovendo verso destra (cioè
verso una maggiore quantità di macchine pro capite) è sempre più schiacciata.
La produttività marginale è decrescente: se portare il capitale pro capite da 1
a 2 fa aumentare il prodotto di 0.4 (arrotondando), portarlo da 4 a 5 fa
aumentare il prodotto di 0.2 (circa la metà), cioè la produttività marginale, passando
da k = 1 a k = 4 praticamente si dimezza. Potete calcolare da voi cosa succede
per valori più elevati di k.
Il fatto che la
produttività marginale decresca con l’aumentare del fattore di produzione
considerato (qui il capitale pro capite, k)
è appunto la traduzione “tecnica” della legge dei rendimenti decrescenti. In
termini grafici, una funzione con questa proprietà sarà concava (verso il
basso).
Riassumiamo fino
a qui: più tecnologia (un maggiore k,
capitale pro capite) fa stare meglio (un maggiore y, reddito pro capite), ma oltre un certo limite gli aumenti di k producono aumenti di y irrisori. Ora il problema diventa:
posto che vogliamo stare meglio, dovremo incrementare k, cioè occorre che gli imprenditori acquistino più macchine,
ovvero che ci sia un flusso di investimenti tale da garantire una sufficiente accumulazione
di capitale. L’idea (nel modello neoclassico) è che gli imprenditori finanziano
gli investimenti utilizzando, attraverso il circuito del mercato finanziario, i
risparmi delle famiglie. Le famiglie, a loro volta, risparmiano se guadagnano,
e guadagnano di più se l’economia è più tecnologicamente avanzata (k più elevato). Quindi tutto bene: più
guadagni, più risparmi, più investi, più capitale accumuli, più guadagni, più
risparmi, ecc. Questa è in effetti l’idea che del modello di crescita hanno i
simpatici Savonarola che ci siamo tolti di torno fin dall’inizio, come
ricorderete (e che hanno in comune col camel fucker il fatto di non sapere cosa
sia il PIL).
Solo che il
sistema non funziona così, perché le macchine si rompono…
L’accumulazione nel modello classico: investimenti
lordi e netti
Cerchiamo di fare
ordine, con un po’ di algebra.
Intanto, il
modello è in economia chiusa, e possiamo immaginare che non ci sia settore
pubblico (il sogno del libberista…). Se le cose stanno così, allora la
produzione andrà o in consumi, o in investimenti:
Y = C + I
Questa relazione,
come al solito, descrive l’equilibrio fra offerta di beni (Y, la produzione
aggregata) e domanda di beni (la spesa delle famiglie in beni di consumo C, e
quella delle imprese in beni strumentali, I, cioè gli investimenti lordi).
Come al solito,
sottraendo al reddito i consumi otteniamo il risparmio: S = Y – C. La relazione
di equilibrio può quindi essere espressa anche come:
S = I
ovvero: l’offerta
di fondi (S) da parte delle famiglie (il loro risparmio) è uguale alla domanda
di fondi da parte delle imprese per finanziare l’acquisto di beni strumentali
(I, gli investimenti lordi).
Vale il solito
discorso “keynesiano” (sì, nel modello neoclassico c’è un pezzo keynesiano…)
secondo cui i consumi sono una proporzione costante del reddito. Quindi:
C = c Y
(c è la
propensione marginale e media al consumo, come sapete) e di conseguenza:
S = Y – C = Y – c
Y = (1 – c) Y
Diciamo che se in
media il 70% del reddito va in consumi (cioè c = 0.7), allora il 30% andrà in
risparmi. Ma in questo modello, che è chiuso agli scambi con l’estero, i
risparmi possono essere investiti solo nel paese, cioè si trasformano tutti in
investimenti nazionali. Gli investimenti nazionali quindi sono uguali a:
I = (1 – c) Y = S
Finora abbiamo
lavorato su variabili pro capite, esprimendole in lettere minuscole. Diciamo
allora che gli investimenti lordi pro capite sono uguali a i, e possiamo quindi
scrivere:
i = (1 – c) y
Ricordiamo poi
che y, il prodotto pro capite, è una funzione F del capitale pro capite.
Possiamo quindi scrivere:
i = (1 – c) F(k)
Nota: possiamo
anche fare un disegnino! Se, come suggerivo, la propensione al consumo c è 0.7,
allora la funzione dell’investimento pro capite è uguale al prodotto pro capite
moltiplicato per 1-0.7, cioè per 0.3. Una cosa di questo tipo:
dove il reddito
(cioè il prodotto) è in blu, e gli investimenti sono il suo 30% (rappresentati
in rosso).
Ora: gli
investimenti sono acquisti di beni capitali da parte delle imprese. Questo
significa, in linea di principio, che un flusso positivo di investimenti fa
aumentare lo stock di beni capitali delle imprese, cioè che gli investimenti
sono uguali alla variazione del capitale fisico. Posso allora scrivere:
No, non funziona
così.
E questo perché
in ogni ciclo di produzione una certa percentuale di macchinari si rompe, o
diventa vecchia, ovvero, come dicono gli economisti, obsolescente. Quindi una
parte del flusso di investimenti non va ad aumentare lo stock di capitale, ma
semplicemente a rimpiazzare macchine (attrezzature, capannoni, mezzi di
trasporto) obsolescenti. Questa parte è l’ammortamento, e possiamo pensare che
una percentuale più o meno costante del capitale. Quello che fa crescere il
capitale è l’investimento netto, cioè
l’investimento lordo meno gli
ammortamenti. Quindi in effetti l’accumulazione è regolata da un’equazione di
questo tipo:
dove il delta minuscolo indica il tasso di ammortamento. Supponiamo che
ogni anno vada rimpiazzato il 15% del capitale. Ovviamente se il capitale pro
capite è 1, l’ammortamento (pro capite) sarà 0.15, ma se il capitale pro capite
è 10, l’ammortamento sarà 1.5. Insomma: più macchine ci sono, e più siamo
produttivi, però più macchine ci sono, e più macchine si rompono. Ci siamo?
Possiamo rappresentare anche l’ammortamento nel nostro grafico:
È la retta
grigia.
Ora, attenzione.
L’investimento lordo è una
percentuale del prodotto lordo, che a sua volta è una funzione concava del
capitale. In parole povere, al crescere del capitale (cioè spostandoci verso
destra), l’investimento lordo (rosso) cresce, perché cresce il reddito (blu) e
quindi il risparmio (uguale all’investimento per la condizione di equilibrio).
Ma l’investimento lordo cresce a un tasso decrescente (la funzione
dell’investimento, la curva rossa, si appiattisce procedendo verso destra).
L’ammortamento
invece è una percentuale fissa del capitale: più macchine ci sono, più macchine
si rompono, e questa relazione è inesorabilmente lineare,
Di conseguenza,
come vedete, muovendo da sinistra (cioè dalla situazione in cui il capitale è
zero) verso destra, inizialmente il risparmio lordo (la curva rossa) sta sopra
all’ammortamento, poi diventa uguale (nel grafico questo succede quando k = 4), poi passa sotto.
Quindi, in una
prima fase abbiamo:
Ovvero:
l’investimento lordo (gli acquisti totali di macchine) sono maggiori degli ammortamenti
(dei rimpiazzi di macchine) e quindi lo stock di capitale aumenta.
Poi si arriva in
un punto in cui:
Ovvero,
l’investimento lordo è uguale agli ammortamenti e quindi lo stock di capitale
(pro capite) smette di crescere. Naturalmente, se un’economia, per qualsiasi
motivo, si trovasse a essere sovracapitalizzata, succederebbe che:
Cioè gli
investimenti lordi sarebbero inferiori agli ammortamenti, e quindi
l’investimento netto sarebbe negativo, cioè lo stock di capitale diminuirebbe.
Che significa? Significa che non ci sarebbero abbastanza soldi (risparmi) per
sostituire tutte le macchine rotte. Questo, nel grafico, accade nei punti a
destra di 4.
La morale della
favola è che, data una certa tecnologia, caratterizzata da una certa funzione
di produzione e da un certo tasso di ammortamento, il sistema tenderà
naturalmente a un certo valore di stock di capitale pro capite (cioè di k), quello al quale l’investimento netto
diventa naturaliter pari a zero e
quindi il capitale pro capite (e il prodotto pro capite) smettono di crescere.
Quel punto è
quello che in economia della crescita si chiama un equilibrio di stato
stazionario, o di crescita bilanciata.
Per capire come
funziona la storia possiamo considerare cosa succede a un paese “arretrato”, il
cui stock di capitale, cioè, non sia ancora arrivato allo steady state (stato
stazionario).
Lo vedete in
questo grafico:
All’anno zero
abbiamo un capitale k0, cui corrisponde un reddito y0, e un investimento lordo
superiore all’ammortamento. L’investimento netto quindi è positivo, ed è il
segmento verde che va dalla retta grigia alla curva rossa. Nel corso dell’anno
zero il capitale aumenterà in pari misura, fino al punto k1, cui corrisponde un
reddito (pro capite) y1. In k1 l’investimento lordo è ancora maggiore dell’ammortamento,
ma un po’ di meno, cioè l’investimento netto è inferiore a quello dell’anno
precedente. Il capitale (pro capite) quindi crescerà, ma un po’ di meno,
arrivando in k2. E via così: il ragionamento l’avete capito, il disegnino ve l’ho
fatto.
Steady state e dinamiche di transizione
Ovviamente,
finché un’economia è “a sinistra” del punto di stato stazionario, il suo
reddito pro capite crescerà, con una caratteristica: la crescita sarà più
rilevante nelle economie meno capitalizzate, per il duplice motivo che in esse
il capitale è più produttivo (la funzione di produzione non si è ancora
“schiacciata”) e gli ammortamenti sono relativamente pochi (non ci sono molte
macchine che possano rompersi), per cui l’investimento netto è piuttosto sostenuto.
Detto in un altro modo, i paesi più poveri (con y più basso perché k è
più basso) tenderanno naturaliter a
crescere più in fretta. L’ultimo grafico lo mostra bene: l’incremento di y fra il tempo zero e il tempo uno è
maggiore di quello fra il tempo 2 e il tempo 3.
Un’ultima
osservazione: e quando si arriva allo stato stazionario? Non si cresce più?
Attenzione! Il
modello è espresso in termini pro capite, e ipotizza una tecnologia costante. Questo
significa due cose. La prima è che in stato stazionario non cresce più y, ma Y,
se i lavoratori L aumentano, cresce. In altre parole: la stazionarietà del
reddito pro capite non è stazionarietà del reddito assoluto: se la popolazione cresce,
affinché il reddito pro capite rimanga costante, evidentemente il reddito deve
crescere. La seconda cosa è che c’è il progresso tecnico. Se le macchine “migliorano”,
i lavoratori diventano più produttivi e guadagnano di più. Un miglioramento
delle macchine potete quindi immaginarlo come una rotazione verso l’alto della
funzione di produzione (ma ci sono modi meno barocchi di rappresentarlo: per
oggi teniamoci questo mondo a tecnologia costante).
La morale della
favola quindi è che c’è crescita del PIL anche in stato stazionario, una
crescita determinata da demografia e da progresso tecnico. Il punto, però, è
che prima di raggiungerlo la crescita è comunque più rapida, perché determinata
da tre fattori: demografia, progresso tecnico, e catch-up, cioè adeguamento dello stock di capitale (per via del
flusso positivo di investimento netto), come abbiamo visto nell’ultimo grafico.
Questo fatto
stilizzato è conforme alla logica del modello ed è quindi del tutto
fisiologico. Un economista (omodosso) non dovrebbe stupirsi del fatto che un’economia
a basso reddito cresca rapidamente, e non dovrebbe nemmeno stupirsi del fatto
che, diventando più ricca, la stessa economia tenda a mostrare dei tassi di
crescita meno sostenuti. Ripeto: è fisiologico. Del resto, anche voi siete
cresciuti del 100% entro il vostro quinto mese di vita, ma er Palla entro il
terzo, e perché? Perché pesava due chili. Chiaro il concetto? Per chiarirlo
meglio: provate a pensare di raddoppiare il peso entro febbraio! Sarebbe una
buona cosa? Sarebbe fisiologico? Possibile forse sì (con Natale di mezzo), ma
buono direi di no.
Quindi, come
dire, la metafora espressa dal modello di crescita neoclassico una sua
plausibilità, direi una sua “naturalezza”, ce l’ha.
Eppure, come
vedremo nelle prossime puntate, sono proprio gli economisti neoclassici a non
venire a patti con questa semplice, naturale caratteristica del loro modello. In particolare, alcune fra le più abominevoli minchiate sul declino dell'economia italiana sono state dette da persone che utilizzavano questo modello senza capire troppo bene come funzionasse.
E voi, l'avete capito?
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