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mercoledì 7 maggio 2025

I sorpassi (ancora sul debito francese)

Poco più di sei mesi fa vi avevo parlato del sorpasso:


Intervengo solo per rettificare il titolo: i sorpassi in effetti erano due. Oggi il Völkischer Beobachter salmonato, per bocca di Marco Fortis, ci fa sapere che:


e quindi sì, in effetti i sorpassi erano due: mentre vi esponevo le ragioni di un possibile sorpasso a sinistra del nostro debito pubblico da parte di quello francese, sorpassavo a destra un collega comme il faut, che mezzo anno dopo scopre quanto voi sapevate mezzo anno prima!

D'altra parte, quando si sorpassa lo si fa perché si vuole risparmiare tempo, o anche per una insopprimibile pulsione interiore, quella che l'amico e maestro Giampiero Di Federico mi ha rimproverato l'unica volta che ho avuto l'onore di essere accompagnato da lui in montagna, infastidito dal mio approccio agonistico: "Albè, sei come gli alpini del Pinerolo: mai niun davanti!".

Un nec pluribus impar diacronico che aggiungiamo a quello sincronico.

Il fatto che io sia arrivato prima ci riconcilia in qualche modo con quella pseudoscienza che va sotto il nome di bibliometria:



Con quattro punti di h-index in più nonostante i miei sei anni anagrafici in meno (che oggi sono venti anni percepiti in più grazie ai postumi del secondo colpo della strega in due mesi...) e il brusco arresto della mia carriera sette anni or sono (sfiga! Sono diventato Presidente di Commissione...), diciamo che la fredda e spesso fuorviante oggettività del dato bibliometrico affidava a me il compito di dire la cosa giusta (do the right thing) al tempo giusto, che in scienza è prima, non dopo, visto che il progresso è fatto, appunto, di sorpassi!

Non vorrei però che queste considerazioni suonassero come denigratorie nei riguardi del collega (in quanto economista) Fortis, che invece vi invito a leggere quando lo incontrate, perché se non è tutto giusto quello che dice, non dice quasi nulla di sbagliato, tant'è che ha attirato su di sé l'attenzione dei drindrini, che lo accusano nientepopodimeno che di "narrazioni distorte sull'economia". Sus Minervulam docet, verrebbe da dire. Tatticamente quindi Fortis è un nostro amico in quanto nemico del nostro nemico, e le posizioni di grande equilibrio che prende (e che potrete facilmente rinvenire sul Völkischer Beobachter salmonato) su temi quali il ruolo delle PMI nell'ecosistema industriale italiano, la proiezione internazionale dell'economia italiana, e, come vedete, anche la sostenibilità del nostro debito pubblico, in effetti ce lo rendono simpatico, e suscitano il nostro stupore nel constatare che il principale nemico delle PMI gli dia spazio sul suo house organ! Ma tant'è: anche e soprattutto loro  (i "confcosi") hanno bisogno di rifarsi una verginità...

Il fatto che abbia una produzione accademica più contenuta della nostra, in altri termini, non è necessariamente segno di una minore brillantezza di analisi, anzi, tutt'altro! Mi sembra più il frutto di una scelta, quella di dedicarsi al meraviglioso mondo della corporate governance pubblica o privata. Per quanto un consigliere di amministrazione abbia più tempo di un parlamentare, se vuole fare bene il suo lavoro non ha tanto tempo da dedicare alla ricerca. La vita è fatta di una pluralità di obiettivi e di risultati: mi sono messo a giocherellare con l'h-index e con il "paper teorico" quando questo tipo di argomenti veniva usato dai cretini per denigrarmi, non voglio essere certo oggi io il cretino che denigra, anzi! Spero sia chiaro quindi che il mio riferimento alla bibliometria (come quelli al pieiccdì o alla pirreviù) era assolutamente ironico. Capita molto di rado che le indicazioni di rango accademico collimino con l'interesse concreto e l'originalità del contributo di uno studioso, e abbiamo avuto infiniti esempi del contrario, a partire dall'ormai mitologica "tabaccaia scalabile" di buona memoria!

(...sì, so che il termine usato non era letteralmente "tabaccaia", cari puntacazzisti, a partire dall'amico Carlo, ma l'immagine felliniana del compassato Luigi che si arrampica su per il seno prorompente di una tabaccaia romagnola non riesco a togliermela dalla testa e mi procura un appagamento intellettuale tale da più che compensare il fastidio arrecatomi dal vostro zanzaresco puntacazzismo...)

Direi quindi che se qualcuno deve avere diritto di tribuna nei quotidiani "autorevoli", molto meglio uno come lui, che, come avrete visto se lo conoscete o vedrete se lo conoscerete, argomenta coi dati, in modo piano e rigoroso. Leggerlo, comunque la mettiate, è un piacere.

Mi rimane solo un dubbio atroce: una persona con questa nitidezza di visione non può non capire qual è la radice del problema che ci affligge.

E allora perché non lo ha mai detto?

Una volta sarei stato feroce verso un comportamento che avrei giudicato indice di ignavia e di conformismo. Ora ho imparato a vedere le cose con maggiore apertura di spirito. Bisogna prendere da ognuno il buono, senza pretendere il nostro ottimo, che magari è solo nostro (e quindi non è un ottimo). Io, dal mio essere esplicito, ho guadagnato (forse) più di quello che ho perso, e comunque è stata una scelta mia, che nessuno mi ha imposto e che non imporrei a nessuno. Già ora, nel ruolo in cui sono, essere più esplicito renderebbe meno efficace la mia azione politica, e infatti che l'euro è e resta un gigantesco problema lo dico solo qui, nel blog che non esiste, così nessuno lo sa, perché nessuno deve saperlo, motivo per cui questo blog non esiste e il Tramonto dell'euro non è mai esistito.

Voi però sapete che io lo so, e io so che voi sapete che io lo so.

E secondo me lo sa anche Fortis.

Tanto basti, soprattutto se questo, come mi pare che anche Fortis intuisca, oggi è più un problema per la Francia che per noi.

Ognuno ha diritto di vivere nel mondo che desidera: anche Macron!

"Chi vuole il fine vuole i mezzi per realizzarlo", ricordate?...

mercoledì 4 dicembre 2024

Marine et Emmanuel

Solo per lasciare traccia del fatto che oggi, con una mossa non inattesa, Marine Le Pen ha lasciato a piedi Barnier. La maggioranza del governo francese si reggeva sui suoi voti, su quelli di Marine, e non ci voleva molto a capire come sarebbe finita. A beneficio degli aritmeticamente disagiati, sottolineo come a noi fosse impossibile giocare un simile scherzo al Migliore.

Mazzalai sostiene, non senza fondamento, che la scelta del tempo sia dettata anche dalla necessità per Marine di tornare al voto, in particolare quello presidenziale, prima che l’attacco giudiziario cui è stata sottoposta, arrivi a segno, determinandone l’ineleggibilità.

Il ragionamento ha una sua tenuta, e, purtroppo, anche in questo campo siamo stati precursori. Non so quanto si parlino i due, ma l’esempio di Salvini ha assunto rilevanza internazionale, ed è quindi un monito per tutti i politici europei.

Ma c’è anche un’altra dimensione sotto la quale siamo stati anticipatori, come lo è stato del resto questo blog, e in modo non indipendente dalle ragioni per cui lo è stato questoblog: esattamente come qui abbiamo imparato che nel lungo periodo le politiche di destra favoriscono solo la destra, abbiamo anche imparato che nel breve periodo sostenere la sinistra indebolisce inesorabilmente la destra! Insomma: nel 2011 era facile prevedere che la sinistra, sostenendo Monti, avrebbe consegnato il paese alla destra, e infatti, per dirla come gli scienziati, lo predissimo (😇). Ma nel 2021 era altrettanto facile prevedere che, sostenendo Draghi, avremmo perso supporto. E infatti lo perdemmo (per dirla come le persone normali).

Anche questo è un esempio che deve essere stato ben presente a Marine. Non so molto di diritto costituzionale francese, non so quanto potrà reggere Macron nel suo fortino, so solo che errori di breve periodo possono rallentare, ma non fermare, né invertire, il percorso verso un esito che è inevitabile politicamente perché è inevitabile macroeconomicamente.

Prendiamoci il buono dell’unità europea!

In cosa consiste, chiederete voi? Ma, semplicemente nel fatto che non occorre che voi continuiate a sostenere chi vi ha indicato un percorso di libertà. Se non lo fate voi qui, lo farà qualcun altro da un’altra parte. Del resto, qui come lì, chi ha visto la via di uscita l’ha vista perché qualcuno gliel’ha indicata. 


(…chissà se qualcuno di voi era lì? Io, evidentemente, c’ero, e ne resta traccia. Se il mondo cambierà, potremo dimostrare che un pochino sarà stato anche merito nostro…)



sabato 30 settembre 2017

Solidarietà a Jacques Sapir

Mi ero sempre chiesto cosa fosse quell'"hypothèses" che compariva nell'URL del blog di Jacques Sapir: http://russeurope.hypotheses.org/, ma questo dubbio non era esattamente in testa alla lista delle mie priorità, e quindi non avevo mai approfondito.

Hypothèses, con Calenda, Revues.org, OpenEdition Books, è una piattaforma informatica inserita nel portale francese Open Edition, un progetto il cui scopo è quello di promuovere la pubblicazione e la discussione di risultati scientifici nell'ambito delle scienze umane e sociali secondo i criteri dell'open access. Tanto per placare subito i lettori fallaciati, chiarisco che qui Soros non c'entra molto: anch'io ho pubblicato in open access, tant'è vero che se cliccate qui potete leggere uno dei miei ultimi articoli. Quindi placate i vostri riflessi pavloviani: la open society è un'altra cosa, e andiamo avanti.

Il portale si articola su quattro assi: pubblicazione di riviste on line (Revues.org), pubblicazione di ebook (OpenEdition), una bacheca di eventi scientifici (Calenda), e un aggregatore di blog, appunto, Hypothèses. Quest'ultimo comprende 2408 blog, fra cui anche LEO (L'Edition électronique ouverte), blog di Open Edition che informa sugli sviluppi del progetto. Il 28 settembre questo blog annunciava che il Comitato scientifico di Hypothèses e quello di Open Edition sospendevano il blog di Sapir, aperto cinque anni or sono, a causa della pubblicazione di post privi di attinenza con il contesto scientifico e accademico del blog. I contenuti pubblicati non verranno rimossi, ma a Jacques verrà impedito di pubblicare nuovi post sulla piattaforma.

Voi sapete benissimo come la penso: quando a me accadde una cosa sostanzialmente simile, ne presi atto e reagii con successo. Ma il mio temperamento è portato agli estremi: se subisco un torto, non penso a ottenere giustizia, ma più semplicemente a schiacciare chi me lo ha fatto. Jacques, invece, ha una mentalità più strategica. Pubblicare su Hypothèses, in effetti, ha un suo valore. Il fatto che l'aggregatore raccolga 2408 blog significa che scrivendoci ci si rivolge a un pubblico potenziale di diverse migliaia di persone qualificate (insomma, non vorrei dirvelo: non a dei buzzurri come voi...). Questo spiega, fra l'altro, perché, nonostante Russeurope faccia circa un terzo degli accessi di Goofynomics, Jacques sia (meritatamente) molto più influente in rete di chi vi scrive (un pezzo di questa storia è anche la vostra scelta di farmi scrivere in italiano perché, detto con affetto, siete dei poverini...).

Ieri Jacques ha scritto ai membri del Manifesto di Solidarietà Europea per chiarire la situazione:



Carissimi,

Hypothese.org e Open Edition hanno sospeso l’accesso al mio blog RussEurope. Non posso scrivere più sul mio blog. In una breve lettera pubblicata sul mio blog il direttore di Open Edition, Marin Dacos, spiega che questa misura è stata presa perché i miei ultimi post non sono più “accademici”. In effetti fin dagli esordi del blog ho pubblicato articoli di diverso tipo, che vanno da lunghi articoli scientifici, a pezzi brevi. Questo pezzo del 22 settembre 2012 dà un buon esempio del contenuto “politico” di alcuni miei post.

L’accusa di utilizzare il blog come spazio puramente politico è falsa e tende a occultare il fatto che è impossibile scrivere di economia o scienze politiche senza essere coinvolti in polemiche politiche. Ho sempre rispettato lo statuto di Open Edition e in particolare il suo capitolo 10 che definisce i diritti e gli obblighi degli autori.

Il fatto che Dacos sia, dai primi di luglio, consulente di un direttore del Ministo dell’Istruzione Superiore e della Ricerca del governo francese potrebbe spiegare perché mi sia stata applicata una simile sanzione. Come minimo, c’è un conflitto di interessi fra la posizione di Dacos come direttore di Open edition e la sua nuova funzione di consulente ministeriale.

Naturalmente è del tutto verosimile che il successo del mio blog, che è passato da 26000 a oltre 200000 connessioni al mese


spieghi perché quello che veniva ritenuto tollerabile nel 2012 non lo sia più nel 2017 sotto il governo Macron.

Questa sospensione è un atto arbitrario di censura politicamente motivata.

Ho già ricevuto il sostegno di diversi professori francesi, fra cui Giavarini, Lecour, Taguiev, Rials, e altri. Chiedo solennemente a Dacos e al suo superiore gerarchico presso il Ministero, Alain Beretz, di garantirmi nuovamente pieno accesso a RussEurope.

Potete inviare le vostre proteste a Dacos (marin.dacos@openedition.fr) e Beretz (alain.beretz@recherche.gouv.fr).

Cordialmente.

Jacques Sapir


Vorrei aggiungere qualche considerazione.

Una si salda al post in cui vi ho riportato l'invettiva di Cesaratto contro la sinistra.

Alla fine anche lui non ce l'ha fatta più. Il mio punto di non ritorno è arrivato un po' prima, e sapete tutti quando: quando all'inizio di quest'anno la sostanziale acquiescenza di Fassina alla decisione di Forenza di escludermi dal Plan B (avrebbe dovuto fare una sana politica della sedia vuota: ma l'ha fatta ugualmente, sedendocisi), preceduta dal diniego suo e di D'Attorre di prestare attenzione al tema delle fake news, e seguita dal convinto sostegno verbale dato da Fassina alle iniziative censorie della terza carica dello Stato (a mio parere potenzialmente eversive, perché tale ritengo l'affidare la definizione di "verità" in ambito politico a enti "tecnici" e ad attori privati per lo più rei di aver scientemente falsificato dati storici - come questo blog ha dimostrato in diverse occasioni - e a esperti dal curriculum quanto meno meritevole di approfondimento...), mi convinsero che queste persone, che erano state alleati piuttosto inefficienti, si stavano trasformando in nemici assolutamente spietati ed efficientissimi dell'unico bene al quale tengo: la mia libertà di parola (e ci tengo perché è la mia libertà che vi ha portato qui). Elogiando le iniziative irresponsabili di chi, in spregio al dettato costituzionale, ha deciso di arrogarsi una funzione di indirizzo politico che spetta al governo, facendo strame della posizione di terzietà che dovrebbe essere assunta e mantenuta da chi dirige il dibattito parlamentare, il gatto e la volpe, l'unico lembo di sinistra col quale mi fosse sembrato possibile costruire qualcosa, si ponevano senza mediazione e senza redenzione oltre la sottile linea rossa.

Per alcuni mesi mi sono chiesto se avessi esagerato.

Quando ho incontrato Fassina a un convegno promosso da Baldassarri mi è venuto abbastanza spontaneo non salutarlo, ritenendo che lui non lo meritasse e sapendo che non avevo nulla da dirgli, né da farmi dire. Eppure, come sapete, io sono un buono: preferisco essere cortese, mantenere le forme, essere amico di tutti. Mi restava il dubbio di essere stato troppo integralista sul tema della libertà di espressione.

Quanto accade a Jacques mi dimostra che purtroppo avevo ragione. Fermo restando che i miei clic (metaforici o reali) sono tutti irreversibili, e tanto più quanto sono più ingiusti (perché servono a insegnarvi che la vita è ingiusta), e dato quindi per assodato che in ogni caso non sarei tornato sulla decisione presa, resta il fatto che nel contesto attuale di spiaggiamento della sinistra, descritto da questi dati:


e spiegato in questo mio articolo:


dove mi ero permesso di chiarire col solito anticipo che la sinistra si stava suicidando a causa della sua adesione al paradigma neoliberista (il fenomeno che Cesaratto chiama: "sinistra monetarista"), questi sviluppi, insomma, ci fanno capire che le socialdemocrazie utili idiote del capitale, che hanno garantito la tenuta sociale di un sistema in cui gli shock si scaricano sui redditi della maggioranza, hanno un'unica possibilità di resistere allo sgretolamento: ricorrere alla violenza della censura.

L'ho detto mille volte, e lo ripeto: quando, per il fatto di aver inibito gli aggiustamenti di cambio, crei un sistema in cui l'unica valvola di sfogo è la compressione dei salari... l'esito inevitabile è la compressione dei diritti politici!

Quindi, no, non credo di aver sbagliato nell'interrompere i rapporti con i complici della censora: ancora una volta i fatto dimostrano che il fronte è dove l'ho individuato, e il nemico è quello che avevo nel collimatore. Il caso di Jacques non è il primo, non sarà l'ultimo, ma è particolarmente significativo.

Ci sono poi alcune considerazioni che riguardano il signor Dacos, che non conosco, ma al quale credo che sarebbe il caso che faceste pervenire una breve nota invitandolo a riconsiderare la sua decisione.

Dacos, in effetti, è quello che in francese si direbbe un pauvre sire: da questa storia lui, con i suoi pennacchi CNRS-ministeriali, esce piuttosto male per almeno tre motivi.

Il primo è adombrato nella lettera di Jacques, ma vale la pena di esplicitarlo: partire dall'assunto che il dibattito nelle scienze sociali debba, o anche soltanto possa, spogliarsi della sua dimensione politica, significa sposare toto corde l'agenda liberista, la cui essenza, come avete potuto apprezzare seguendo questo blog, e come era del resto chiaro anche a Keynes, consiste nel tentativo di trasformare le scienze sociali in scienze naturali, per i noti motivi (ostentare prestigio intellettuale, imporre una narrazione moralistica, perseguire bellezza formale, deresponsabilizzare gli intellettuali, ecc.: tutte cose che trovate qui nel terzo paragrafo). Il povero Dacos si trova quindi in una situazione analoga a quella della terza carica dello Stato: lui dovrebbe garantire il dibattito su una piattaforma aperta (lei in un parlamento), e entrambi lo fanno, o meglio pretendono di farlo, partendo da una forte petizione di principio in favore dei principi neoliberali (sui quali ormai perfino gli economisti cosiddetti mainstream cominciano ad avere qualche dubbio). Sono cose che riconciliano con la morte della sinistra.

Il secondo motivo è anch'esso delineato da Jacques: non è certo la prima volta che l'analisi socioeconomica porta Jacques a criticare un presidente in carica. Hollande ha preso la sua vagonata di sberle, ma nessuno ha mai pensato, per quattro anni, di sospendere il blog di Jacques perché era "partigiano" (nel senso di "di parte" - avversa al presidente). Il fatto che poco dopo la nomina a consulente governativo del direttore della piattaforma parta il provvedimento censorio oggettivamente porta a credere che Dacos stia eseguendo ordini. Magari non sarà così: forse, a dirgli di sospendere Jacques, è stato l'arcangelo Gabriele, o la sua coscienza. Ma il fatto è che in ogni caso sembra così, e bisognerebbe ricordarsi che la moglie di Cesare, così come la terza carica dello Stato, o chi si fa vanto e fregio di promuovere una discussione "aperta", non deve solo essere onesto: deve anche, e soprattutto, sembrarlo.

Del terzo motivo Jacques non parla, per carità di patria, ma possiamo farlo noi. Come dicono a Livorno, Macron ce n'ha per du'... I fondamentali macroeconomici lo condannavano, come abbiamo visto, e la sconfitta della Merkel (più esattamente: la progressione dei liberali) gli danno il colpo di grazia. Il poverino sarà costretto a fare politiche impopolari sul fronte interno, senza nemmeno poter placare gli elettori con qualche scampolo di grandeur acquistato sulla bancarella dell'altra Europa. Quando il governo del fesso megalomane cadrà rovinosamente, il povero Dacos rimpiangerà di aver puntato una somma così elevata di reputazione sul cavallo che tutti noi, qui, grazie al ragionamento scientifico, sappiamo essere quello sbagliato. I fondamentali macroeconomici non perdonano nessuno speculatore: Dacos non sarà certo il primo (né l'ultimo) a prendere una bella lessata, a tempo debito. Si renderà allora conto di avere il vuoto intorno: perché per i perdenti, come lui sarà e ha dimostrato di essere col suo gesto, non c'è solidarietà. Per i combattenti, come Jacques, invece c'è: e sta a voi dimostrarla, come già hanno fatto molti ai quali ho comunicato per le vie brevi. Semplicemente, chiedete che Jacques possa continuare a pubblicare.

A mio parere, Dacos non restituirà i diritti di accesso a Jacques. Farlo sarebbe per lui una terribile sconfitta. Preferirà attendere che gli crolli in testa la Bastiglia (e, del resto, anche al governatore della Bastiglia aprire le porte non portò bene). Ma non sarà inutile far vedere a questa gente che siamo tanti: bisogna che abbiano paura. La mossa intrapresa contro Jacques è già un segno di paura, nella sua irrazionalità. Più paura avranno, più errori commetteranno. E per terrorizzarli non c'è bisogno di molto: basta, con molta cortesia, far notare che noi esistiamo, e non siamo d'accordo. Il resto, poi, lo faranno gli elettori francesi. Nel frattempo, Jacques si sarà aperto un suo blog, e avrà schiacciato la concorrenza, come facemmo noi. Ma aiutarlo a difendere il punto è doveroso, e spero di essere riuscito a spiegarvi perché. Quindi, coraggio: una email ai nostri due nuovi amici, e poi giriamo pagina...

sabato 23 settembre 2017

Macron, Le Pen, e una verità scioccante sull'Eurozona

(...ogni tanto vi do dei compiti da fare, ma poi, siccome devo correggere quelli che sono pagato per correggere, mi dimentico di correggere i vostri. Oggi arriva la correzione. Enjoy!...)


La disastrosa prestazione di Marine Le Pen nel secondo dibattito delle presidenziali ha imposto un cambio di passo al dibattito sull'integrazione europea. Indipendentemente da come lo si consideri (molti lo considerano positivamente), questo autentico suicidio politico ha un che di enigmatico, o forse ci ricorda semplicemente l'importanza del fattore umano. Molti francesi che sarebbero stati disposti a votare anche il diavolo pur di dare un segnale, dopo aver visto la Le Pen farfugliare di doppia moneta, sulla base del precedente (?) dell'ECU che sarebbe stato utilizzato dalle imprese per effettuare i pagamenti (?), hanno reagito come un mio amico di sinistra che ovviamente non posso nominare (apprezzerete il gesto di scrivermi in italiano):


Caro Alberto,

La bionda si è suicidata in diretta alla tv. Da qui, mi viene in mente tre possibilita : (i) Non ha le capacità, (ii) Somiglia al suo padre e non voleva del potere, (iii) E stata creata dal sistema, ne fa parte e serve soltanto per fare paura al francese medio.
Veramente, non c'è nessuno di serio per rappresentarci : ne a destra, ne a sinistra. Domenica andrò a pescare.

La vittoria dell'astensionismo si spiega anche così. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti. Da un lato, con un certo anticipo su quanto avevamo previsto, tutti si stanno accorgendo che Macron non è una soluzione (il che ovviamente non implica sic et simpliciter che Le Pen lo sarebbe stata). Dall'altro, come era facilmente prevedibile, il partito della Le Pen si sta disgregando, il che dovrebbe essere di monito ai leader (o presunti tali) politici nei loro tentativi di mediare fra l'esigenza di restare ancorati ai fondamentali macroeconomici, che inesorabilmente condannano il progetto europeo, e gli umori dell'elettorato, che in questo momento sembrano improntati all'euforia o alla rassegnazione (o almeno così vengono rappresentati dai media ai politici, che, qui come lì, il polso della situazione non ce l'hanno, perché "popolo" per loro non è che un'astrazione...).

La lezione francese è che chi deflette perde: quindi, viene da pensare, meglio perdere con la schiena dritta...

Comunque, visto come vanno le cose, posso riproporvi un paio di slides che avevo preparato nello scorso inverno, così, per divertimento, e poi avevo lasciato lì: servono a illustrare con un semplice disegnino una scioccante verità sul meccanismo con cui l'Eurozona risponde agli shock esterni. Oggi anche Fassina sarebbe in grado di ripetere "se non svaluti la moneta svaluti il lavoro" (e se ha smesso di farlo è solo perché Le Pen ha smesso di farlo; chiaro indice della subalternità del campo "progressista"). Ma fra ripeterlo e capirlo c'è molta strada, e forse vederlo può aiutare a percorrerla più rapidamente. Non credo che Fassina abbia bisogno di aiuto: lui sa sbagliare da solo, soprattutto le proporzioni. Vedo però in giro molte persone che, dopo aver aperto gli occhi qui, ora stanno smarrendo la strada, e forse (dico forse) a loro può essere utile essere richiamati dalla dimensione emotiva della propaganda a quella razionale dei dati di fatto.

Intanto, bisogna capire cosa intendiamo per "shock esterni". In parole povere, per shock esterni noi qui, in Europa, intendiamo recessioni provenienti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti restano, ad oggi, di gran lunga la prima economia mondiale:


(...questi sono i dati del 2016, misurati come devono esserlo se quello che interessa è valutare la capacità di spesa di un'economia sui mercati globali, piuttosto che il benessere  - ovvero il potere d'acquisto - dei suoi cittadini. Nel primo caso, che è quello che ci interessa, visto che le economie interagiscono tramite il commercio - cioè attraverso quanto i loro cittadini comprano a casa altrui, non a casa propria! - occorre far riferimento ai dati misurati a prezzi correnti e convertiti al tasso di cambio di mercato nella valuta utilizzata per gli scambi internazionali, che è sostanzialmente il dollaro. Così facendo si misura quanto la singola economia può comprare - se cresce - o smette di comprare - se cala - dai suoi partner commerciali. Non sarebbe invece corretto utilizzare in questa valutazione misure del Pil a parità dei poteri di acquisto, che servono a capire quanto i cittadini di un paese possono comprare a casa loro, non sui mercati internazionali. Questo punto regolarmente sfugge nel dibattito, regalandoci quei titoloni insensati delle nostre gazzette, secondo cui la Cina avrebbe superato gli Usa in termini di Pil. Naturalmente siccome con un dollaro Usa compri più riso a Shanghai che a New York, e siccome i cinesi sono un po' più degli americani, se misuri il Pil in "riso acquistabile pro capite" (ovvero, a parità di poteri d'acquisto) e poi moltiplichi per gli abitanti ottieni risultati molto incoraggianti per la Cina! Se però avete avuto l'impressione che in media sia meglio vivere a New York, posso confermarvi che non avete avuto torto. La disuguaglianza c'è ovunque, ma trovarsi dalla parte sbagliata di essa in Cina è molto peggio che trovarcisi negli Usa. Chiusa la parentesi metodologica...)

Non solo: gli Stati Uniti sono molto più interconnessi con noi, in termini di flussi finanziari e di flussi di investimenti in genere, della Cina. I dati per l'Eurozona e per i suoi paesi membri sono qui e questa è una schermata riassuntiva:



Non so se è chiaro: stiamo parlando di investimenti diretti (questi sconosciuti...) ed è assolutamnte evidente che non solo la posizione netta dell'Eurozona verso gli Stati Uniti è fra le tre e le cinque volte quella verso la Cina, ma soprattutto che le rispettive esposizioni lorde sono infinitamente più grandi nel caso degli Usa: a spanna, gli europei investono negli Usa (e gli statunitensi in Europa) circa venti volte più di quanto lo facciano i cinesi (i dati cambiano di trimestre in trimestre, ma gli ordini di grandezza sono questi...).

Capite bene quindi perché personalmente sbuffi con insofferenza quando il cretino di turno cerca di farmi paura con la Cina! L'elefante nella cristalleria globale, o, per dirla con Bersani, la megattera nello sciacquone, non è certo la Cina (che comunque prima o poi del male ce lo farà): sono gli Stati Uniti.

Questa riflessione è utile perché le esperienze storiche degli ultimi decenni ci consentono di osservare cosa accade all'economia europea quando gli Stati Uniti vanno in recessione, confrontando cosa accade in regime di cambi aggiustabili, o in regime di cambi irrevocabilmente (?) fissi (cioè sotto l'euro). Insomma: osservando i dati storici dagli anni '90 ad oggi siamo in grado di vedere come reagisce a uno shock l'Eurozona, e come reagiva il Sistema Monetario Europeo (SME), in cui le parità erano aggiustabili. A gennaio di quest'anno mi ero trovato a fare questo esercizio per la Francia, partendo da un dato di fatto che regolarmente sfugge ai commentatori dilettanti: le due più gravi crisi europee di bilancia dei pagamenti degli ultimi trent'anni (quella del 1992-93 e quella del 2009-10) sono state entrambe precedute da uno shock esterno, cioè da una recessione Usa.

Tutti ricordano che nel 1992 le economie europee erano state messe sotto stress dalla politica tedesca di alti tassi di interesse. I nostri fratelli tedeschi volevano alti tassi per risolvere un loro problema, la riunificazione tedesca, il cui impatto è ben descritto qui. Gli alti tassi, come immaginate, servivano loro per attrarre capitali i capitali necessari all'Anschluss, ma erano molto meno opportuni per le economie europee più indebitate, come la nostra, cui rendevano più onerose le condizioni di finanziamento del debito, e sottraevano (convogliandoli in Germania) i capitali necessari per il rifinanziamento. Il decoupling della Germania dagli Usa si vede bene qui:


Prima del 1989 il tasso sui prestiti (lending rate) tedesco si muoveva più o meno di conserva con quello Usa (si farebbe prima a dire: quello mondiale, dato che oggi come ieri la piazza finanziaria di gran lunga più importante a livello globale resta Wall Street - con buona pace degli imbecilli che "oggi c'è la Ciiiiina!"). Dal 1989 in avanti è evidente una grande divergenza che arriva fino al 1992, per poi ricomporsi quando la Germania, dopo aver costretto i suoi confratelli europei più deboli a svalutare (per rianimare le proprie economie compresse dai tassi di interesse troppo alti), dovette a sua volta ridurre i tassi di interesse (per rianimare la propria economia messa in difficoltà dal tasso di cambio troppo alto).

Questo molti lo ricordano, ma non molti ricordano invece che un pezzo delle tensioni che mandarono in cocci lo SME proveniva dagli Stati Uniti. Lo vedete qui, dove ho riportato la crescita del Pil statunitense (barre azzurre) insieme con la disoccupazione francese (in arancione) e tedesca (in grigio):



Il 1991 fu negli Usa un anno di recessione (come lo sarebbero stati il 2001 e il 2009), il che spiega due cose: perché il tasso di interesse Usa diverge vistosamente verso il basso fra 1991 e 1992 (arriva una recessione, la Fed abbassa i tassi), e perché noi ci trovammo in difficoltà coi conti esteri nonostante stessimo facendo "le riforme strutturali" (che poi sapete che il nesso è un altro: si viene messi in difficoltà per fare le riforme strutturali...).

Certo che il mondo è proprio cambiato! Pensate! Alla fine degli anni '80 ai tedeschi facevano comodo tassi di interesse più alti (mentre ora...), mentre gli Stati Uniti rispondevano a una crisi della propria economia abbassando i tassi (mentre ora...).

Come dite?

Non è cambiato niente?

Sicuramente non è molto: le tensioni hanno origine e segno molto simili, il che, in fondo, serve a ricordarci che la storia ha sempre qualcosa da insegnarci, soprattutto se parliamo di pochi anni fa, non del Pleistocene (con tutto il rispetto per il Pleistocene, si intende). Ma qualcosa, come vedremo, è cambiato.

Ragioniamo allora sui tassi di disoccupazione dei paesi europei.

In seguito allo shock del 1992, vediamo che il tasso di disoccupazione aumenta in Francia e in Germania, di conserva, e di conserva si riduce a partire dal 1997. In seguito allo shock del 2009, invece, il tasso di disoccupazione tedesco e francese divergono: il primo si riduce, e il secondo aumenta.

Perché?

Per capirlo, dobbiamo dare un'occhiata al tasso di cambio reale bilaterale fra Francia e Germania, che possiamo approssimare come rapporto fra i rispettivi tassi di cambio reali effettivi (sul senso di questa misura e su possibili alternative ci siamo confrontati qui, parlando del fallimento di Macron).

La situazione è questa:

L'economia francese rispose alla crisi del 1992 con una rilevante svalutazione in termini reali rispetto a quella tedesca. Il tasso di cambio nominale del franco rispetto all'Ecu, in effetti, non cedette (come molti ricorderanno):


Al contrario, se nel 1991 per acquistare un Ecu ci volevano 6.95 franchi, nel 1993 ce ne volevano solo 6.57, a indicare che il tasso di cambio nominale bilaterale fra franco e Ecu si era rafforzato (il franco valeva di più). Tuttavia, pur avendo entrambe difeso la parità nominale con l'Ecu, Francia e Germania dopo la crisi si trovarono in condizioni molto diverse in termini di competitività misurata dai costi del lavoro relativi, come si vede qui:


Lo RNULC (relative unit labour cost) della Germania con la crisi aumenta del 16% fra 1991 e 1994 (passando da 99.67 a 115.28), mentre quello della Francia resta stabile attorno a 109 (sono numeri indici a base 2005=100). In effetti, la svalutazione dei PIIGS dell'epoca (Inghilterra e Italia) aveva reso i loro beni molto più convenienti, e questo aveva messo fuori mercato più della Francia la Germania (che competeva con i PIIGS in particolare nel settore della meccanica, come abbiamo recentemente ricordato).

Quella che si vede in giallo nel grafico precedente quindi, più che una svalutazione in termini reali della Francia, è una rivalutazione in termini reali della Germania, determinata dal movimento complessivo delle valute dello Sme, pur in assenza di un riallineamento francese. Insomma: si torna alla solita storia che lo scopo dell'euro non è impedire all'Italia di svalutare, ma alla Germania di rivalutare, e questo non solo e non tanto rispetto all'Italia, ma in generale (perché se l'Italia svaluta, una vettura italiana non diventa più conveniente solo per un tedesco, ma anche per un francese)!

Dopo il 2009, invece, il tasso di cambio reale resta stabile fra Francia e Germania, e le conseguenze si vedono se si combinano le informazioni dei grafici precedenti in modo da mostrare lo scarto fra i tassi di disoccupazione e di cambio reale:


Nel 1992, in seguito allo shock, la Francia aumentò la propria competitività relativa rispetto alla Germania (perché la Germania peggiorò la propria competitività rispetto alla Francia), il che le consentì di ridurre (se pure lievemente) lo scarto fra la propria disoccupazione e quella tedesca. Nel 2009 la Francia peggiorò lievemente la propria competitività rispetto alla Germania, il che mandò da meno di due a più di cinque punti lo scarto fra disoccupazione francese e tedesca. Nel primo caso possiamo dire che la svalutazione del cambio nominale dei paesi periferici, data la struttura del commercio intra-zona, evitò alla Francia di svalutare troppo il lavoro. Nel secondo caso, viceversa, l'implosione dei paesi periferici sta per costringere la Francia a una svalutazione massiccia del lavoro (svalutazione interna, taglio dei salari), nella speranza di tenere sotto controllo la disoccupazione, rianimando l'economia con la domanda estera (esportazioni).

Questo grafico esprime quindi una verità perfettamente nota sul funzionamento dell'Eurozona, che però deve essere ritenuta molto scioccante, tant'è che i media ve la nascondono: se l'aggiustamento non può avvenire sul cambio (al ribasso), avviene sulla disoccupazione (al rialzo). Certo, dire: "La moneta unica metterà a rischio il tuo posto di lavoro!", se pure più onesto intellettualmente, non sarebbe stato altrettanto efficace politicamente. La disoccupazione ai ricchi non dispiace: gli serve a mantenere la propria supremazia, come ormai avrete capito. L'euro a questo serviva, e per questo lo volevano. Il lungo periodo è sempre un problema altrui (finché non arriva)!

Qualcuno dirà: "Ma se proprio quest'anno la disoccupazione francese è prevista a una cifra, per la prima volta dal 2013?"

Certo! Infatti tutti sono convinti che la crisi sia finita, che gli "antieuro" (?) siano sconfitti, che Macron risolverà la situazione... e questo perché tutti dimenticano un dettaglio: nel Secondo dopoguerra negli Usa si sono verificate 11 recessioni, spaziate di circa 5 anni l'una dall'altra. L'ultima dicono sia finita nel 2009. La prossima non tarderà ad arrivare. Quando l'ultima arrivò, la disoccupazione in Francia era al 7.43%. In cinque anni salì a più del 10% dove restò per quattro anni. Ora è al 9.63%. Chiaro qual è il punto?

Tanto è chiaro, che negli Usa i bravi economisti democratici già mettono le mani avanti, vaticinando una crisi "come quella del 1929", e precisando che in ogni caso, qualsiasi cosa accada, #avràstatoTrump (qui un deludente - per i suoi standard elevatissimi: ma la politica corrompe tutto e tutti - Robert Shiller). Insomma, il mercato Usa sarebbe sopravvalutato per colpa dei populismi, che consisterebbero nel promettere tagli di imposte ai ricchi (che sono il popolo?), e non perché la Fed ha cercato di rianimare l'economia mettendo in circolo quantità siderali di monetà, che son finite ad acquistare attività finanziarie anziché beni reali (prevalentemente perché in fin dei conti sono capitate in mano ai sopracitati ricchi...).

Ma a noi di quale sia la genesi della prossima crisi statunitense in fondo interessa anche poco. Quello che ci interessa è che ci sarà: e in quel momento chi ora ha tassi di disoccupazione sotto le due cifre, li vedrà rinforzarsi, e chi già li ha sopra le due cifre li vedrà esplodere, in un contesto in cui i tassi di interesse non potranno scendere ulteriormente (posto che ciò serva a qualcosa) e in cui il tasso di cambio potrà solo salire (perché se ci sarà una crisi è difficile che gli Stati Uniti rivalutino, mettendo se stessi in difficoltà: molto più probabile che svalutino, mettendo in difficoltà noi)! Quindi, come vedete, non è del tutto esatto dire che la storia si ripete, che le dinamiche in atto sono identiche a quelle già sperimentate. La situazione è molto simile, ma il contesto molto peggiore. Come i migliori economisti avevano previsto e continuano a dire, anni di moneta unica hanno portato deflazione, e questa in re ipsa ha sottratto ulteriori gradi di libertà ai politici europei. In un contesto deflattivo, la politica monetaria è impotente. Se quella fiscale ti viene impedito di farla, ecco che la strada può essere percorsa solo in discesa, che per chi, come noi, nella scala dei redditi è piuttosto in basso, somiglia tanto a una salita.

Quindi, se incontrate uno di quelli che "ne siamo fuori, arrendetevi, la vostra battaglia non ha senso", dategli una carezza, e ditegli che è la carezza di Bagnai. Quella della realtà non arriverà molto dopo. Voi cercate di resistere...

domenica 18 giugno 2017

QED 76: Euro e democrazia (Macron)

...scusate: vi ho detto che non avevo altro da aggiungere, ma non era vero. Avrei da dire una cosa che in realtà non aggiunge nulla di sostanziale alle nostre conoscenze (è l'ennesimo punto allineato lungo la solita retta, del quale potremmo fare anche a meno: a molti di voi saranno bastati i primi due!), ma ha il pregio di legare in modo elegante i due ultimi post ricordandoci che l'eurismo non è solo incoerente (cioè incompatibile con la logica): è anche incompatibile con la democrazia.

In effetti, molti di voi hanno notato la sbalorditiva sicumera con la quale il professor Guerrieri si attende una palingenesi dell'Europa (cioè, ricordiamolo ogni tanto: dell'Unione Europea) dal giovine Macron. Apro e chiudo una parentesi per esortarvi ad essere meno urticanti, ma tant'è: chi intraprende un certo percorso deve avere o farsi una scorza dura, come è dura la testa dei fatti.

Ora, i fatti che Macron deve prendere in considerazione noi li avevamo squadernati in questo post: un compitino nel quale siamo andati a verificare se Hollande avesse mantenuto le promesse che nel decimo QED avevamo detto non avrebbe mantenuto. Ovviamente Hollande ha fallito, e la logica dell'unione monetaria, come ormai nessuno, nemmeno i più farisaici fra gli euristi, rinnega, implica che il suo successore dovrà tagliare salari. Basta andare a rileggersi il principe dei nuovi farisei, De Grauwe, nel dibattito sul Sole 24 Ore. Il passo chiave è questo:


De Grauwe dice che è essenziale che in una unione monetaria un paese che perde competitività attui una svalutazione interna: Grecia, Irlanda e Spagna sono state brave e lo hanno fatto, noi no. E cosa sarebbe la svalutazione interna? "Politiche finalizzate a ridurre i salari". Perché anch'io (come Platone) non credo nella democrazia - ma non ci giro intorno col dialogo? (A beneficio delle maestrine con la penna nera, chiarisco che lui non credeva nella sua e io non credo nella mia, come dovrebbe essere sufficientemente ovvio). Ma è semplice. Perché le parole di De Grauwe a voi, che siete qui da tempo, possono sembrare banali: voi infatti sapete grazie a me che questo è materiale standard dei manuali di macro. Tuttavia, in un paese conforme al modello teorico di democrazia che ci viene raccontato, il fatto che il principale quotidiano economico nazionale pubblichi (senza renderne conto) qualcosa che suona come: "siete in un sistema nel quale per sopravvivere dovete accettare di impoverirvi, e siete peggio di greci e spagnoli che ci sono riusciti meglio di voi", dovrebbe suscitare una rivolta! Queste parole dovrebbero essere dirompenti, dopo che per anni ci è stato detto il contrario (cioè che l'euro ci avrebbe reso prosperi, e che la rigidità del cambio era una opportunità e non richiedeva sacrifici).

Invece niente.

Questo, naturalmente, può dipendere da un fatto molto più banale: la gente si rivolterebbe, se leggesse quelle parole, che però non legge perché... il quotidiano in questione ha perso lettori dicendole, come dire, un po' fuori tempo massimo! Gli auguriamo ogni bene, ma il punto resta.

Perché dico che De Grauwe è farisaico? Ma perché non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di notare che l'Italia ha rispettato scrupolosamente le regole europee ed è ora in surplus di partite correnti, mentre la Francia no. Questo significa che la svalutazione interna, cioè le "politiche finalizzate a ridurre i salari", ora toccano a lei, e le toccano sia se la sua classe dirigente è collaborazionista (Macron come Pétain), sia se è vittima della propria sicumera che già in passato le ha dato l'illusione di poter controllare il capitalismo tedesco (Macron come Mitterrand). Non importa cosa soggettivamente pensi il fantoccio che la guida: la Francia è su quel binario.

Ora, come anche sapete, la Francia è un paese lacerato da mille altre tensioni: eredita dal passato coloniale una serie di paesi satellite fornitori di materie prime, ma anche di problemi di integrazione e quindi di malcontento sociale diffuso che puntualmente saltano fuori. Fare "svalutazione interna" in Francia è come fare un barbecue in una polveriera: cosa può andare storto? Ma il professor Guerrieri ha fiducia, e lui è uomo d'onore (e noi siamo qui per seppellire Macron, non per lodarlo, e lo abbiamo già fatto...).

La bottom line (come dicono quelli fichi) resta la solita: quello che il fariseo non capisce (o finge di non capire: altrimenti, che fariseo sarebbe!?) è che purtroppissimo i salari da ridurre sono il reddito della maggioranza, che non ha alcunissima intenzione di farseli ridurre, dal che consegue che in democrazia puoi fare svalutazione interna solo sospendendo i diritti civili e a lungo andare anche quelli politici (che per lo più si autosospendono con l'astensione) dei cittadini.

Against this backdrop (come dicono quelli fichi) qualche giorno fa mi sono imbattuto su Twitter in un tweet veramente efficace, questo:


Non ho idea di chi sia questo signore né se i numeri che dava fossero esattissimi, ma le cose stavano (e stanno, perché oggi c'è il secondo turno) andando più o meno così. Tuttavia, anche se magari il suo autore è un piddino che non capirà mai cosa c'entrino certe dinamiche politiche da lui tanto icasticamente stigmatizzate con certe dinamiche economiche (la necessità di evitare che i poveri difendano i propri interessi), il tweet mi era piaciuto così tanto che lo avevo rilanciato così il giorno dopo:


riprendendo un concetto espresso in tante tristi circostanze. Ora, non sapevo che Macron aveva già pensato a quello cui non si poteva non pensare. Le Monde del giorno successivo infatti ci spiegava che "la futura legge antiterrorismo rispetterà lo stato di diritto". Eh già! Perché il 7 giugno il governo aveva presentato un disegno di legge che de facto isttuzionalizza lo stato di emergenza.

Il QED era già arrivato (a mia insaputa)! 

A cosa serva lo stato di emergenza lo si era visto lo scorso anno (magari voi no, ma io con la Francia ho una certa consuetudine per lavoro): a impedire di manifestare contro la riforma del mercato del lavoro. Certo, anche in Francia (come in Italia) c'è una Corte Costituzionale che, un anno dopo (perché la Corte Costituzionale, un po' ovunque, tranne che in Germania, arriva dopo) fa sapere che in effetti non è proprio correttissimo l'uso dello stato di emergenza contro i diritti dei lavoratori.

Ma le Corti Costituzionali, a buon bisogno, si possono anche imbavagliare. E questo il professor Guerrieri lo sa bene, visto che lui è il secondo firmatario del Ddl S 1952 "Modifiche alla legge 11 marzo 1953, n. 87, e alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, in materia di istruttoria e trasparenza dei giudizi di legittimità costituzionale" (il fascicolo è qui), il cui scopo, come illustra Vladimiro Giacché alle pagine 72 e seguenti del suo testo Costituzione italiana contro trattati europei, è sostanzialmente quello di permettere al governo di applicare à sa façon (cioè di non applicare) sentenze della corte costituzionale, laddove l'Ufficio Parlamentare di Bilancio (che è un posto in cui lavorano economisti convinti che il moltiplicatore sia 0.4!) faccia una sua relazione, beninteso tecnica e indipendente (ma senza peer review perché nessuna rivista pubblica più roba simile!) affermando che la sentenza della suprema Corte viola l'art. 81!

Non ci credete? Ma io vi ho dato il fascicolo: leggete Giacché, o leggete il fascicolo, dove troverete che:


Come dite? Il disegno è abortito? Meno male. Resta il fatto, rilevato da Giacché, che la Corte Costituzionale, intimorita da questo tentativo di imbavagliarla, se con la sentenza 70/2015 di aprile aveva smantellato retroattivamente alcuni pezzi della riforma Fornero, quando poi si è trattato di pronunciarsi sulla legittimità del blocco dei contratti del pubblico impiego, a pochi giorni dalla presentazione del disegno di legge (avvenuta il 9 giugno 2015) ha preferito, chissà perché (certo non perché era il 24 giugno 2015!) non parlare di retroattività.

Ora, io su questa storia sono in conflitto di interessi (e anche il professor Guerrieri, ma solo in quanto docente universitario: solo che ora è senatore...), quindi può essere che abbia preso un po' d'aceto. Luciano Barra Caracciolo ha dedicato al tema ampie riflessioni, chiarendoci che sentenze simili o sono retroattive, o non sono, perché se chi governa sa di poterti danneggiare economicamente... pardon: di poter rispettare il sacro principio (dis)economico del pareggio di bilancio, e poi tanto alla fine "abbiamo scherzato" e lui i tuoi soldi se li tiene invece di ridarteli, è chiaro che farà sempre così, e che noi passeremo una vita a invocare sentenze perennemente tardive, vedendo le nostre vite slittare verso l'indigenza.

Quindi, ricapitolando: alle Corti Costituzionali si arriva a un'età in cui abbonda la saggezza, ma difetta il coraggio. In Francia la Corte costituzionale ha manifestato opposizione all'uso fatto dello stato di emergenza (determinato dai noti fatti terroristici) per reprimere il dissenso dei lavoratori (determinato dai noti fatti economici). Ora starà a Macron minacciarla, e vedremo come reagirà. Chissà: forse la fiducia del professor Guerrieri nel fatto che Macron riuscirà a abbassare i salari in casa propria (perché questo è quello che deve fare: per favore, non prendiamoci in giro con la fanfaluca secondo cui lui sarebbe tanto smanioso di incrementare gli investimenti a casa altrui!), forse questa fiducia deriva dal fatto che quando lui è corso in sostegno del suo governo, la Corte Costituzionale ha fatto un passo indietro, e i cittadini sono stati buoni, perché abbindolati da sindacati collaborativi, e perché non leggono la migliore stampa economica.

Forse lui sa qualcosa che noi non sappiamo: e in effetti mi ha detto che sarò stupito, e che si vedrà entro febbraio se l'Europa dirà di no a Macron. Il termine lo ha posto lui: sono solo pochi mesi.

Ora vi lascio, che questa sera devo fare un barbecue: non in una polveriera, come Macron, ma in terrazzo. In ogni caso, serve combustibile (e quello, come avrete capito, in Francia non manca)...