(...si ritorna ai QED lapidari, come erano in principio...)
Vi ricordate di quando qualcuno si chiese come mai l'Unione Europea fosse governata da un'istituzione che non aveva più legittimazione politica dei classici quattro amici al bar (pur avendo una maggiore capacità di cambiare il mondo; qui la versione per diversamente europei)? Con il consueto ritardo di fase, che in questo caso è quotato a 1767 giorni (not bad!), oggi se lo chiede anche la prestigiosa stampa anglosassòne (NdCN: da pronunciare come Alberto Sordi quando doppia Oliver Hardy).
Potete essere fieri di essere qui e dovreste considerarlo un privilegio: quello di arrivare 1767 giorni prima, che, per chi se ne rende conto, è una bella opportunità. Io, a mia volta, ci ero arrivato perché questo blog mi aveva messo in contatto, e tutt'ora mi mette in contatto, con i massimi esperti mondiali di questi problemi, che ovviamente arrivano prima di me: sono un nano sulle spalle di giganti.
Con la stampa anglosassòne sappiamo cosa fare. Con l'Eurogruppo e i suoi editti dovremmo fare la stessa cosa, ma mi rendo conto che sia un po' più difficile. Io, ogni volta che sento dire "l'Eurogruppo ha deciso", allungo il numero dei giorni che passerò nel
Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’esser può di nuvol tenebrata.
L'aveva detto uno che se ne intendeva: „Die Literatur ist überhaupt kein Beruf, sondern ein Fluch". Che poi, tradotto in italiano, significa beati voi...
(...dichiaro aperta la discussione generale: è iscritto a parlare Serendippo, ne ha facoltà...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
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martedì 23 giugno 2020
sabato 18 aprile 2020
Come (non) negoziare in Europa
Scusate, molto rapidamente fra una riunione e l'altra voglio mettere nel giusto risalto il commento fatto da un membro di questa community che però (congiunzione avversativa) capisce come stanno le cose:
Mich Don ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Istituzioni europee (ancora sul MES)":
E' proprio così. Non esiste nessuna firma materiale. I termini “firma”, “firmare”, “firmato” sono usati a sproposito (sorprende – o forse neanche tanto - che lo facciano politici, giornalisti, commentatori persino docenti che per mestiere dovrebbero essere informati). Alle riunioni, per prestare il proprio consenso basta stare zitti al momento in cui vengono tirate le conclusioni. Il consenso è l'assenza di un dissenso espresso (storicamente: per facilitare le decisioni, adesso: per...). In pratica: potresti anche parlare e opporti per tutta la riunione, ma se al momento della decisione non alzi il ditino, magari da solo, e non ti opponi apertamente: hai dato il tuo accordo (ma potrai poi dire che non hai firmato, perché materialmente non lo hai fatto, poiché non serviva firmare per essere d'accordo). La decisione del Consiglio Europeo, come ci spiega il Prof. Bagnai, indica solo un indirizzo, una direzione, non è legislativa. I dettagli (cioè tutto quello che veramente conta) verranno elaborati nei Gruppi di Lavoro del Consiglio a livello funzionari, che poi li passeranno per la decisione ai Ministri (EUROGRUPPO, ECOFIN). Ergo, se non stai attentissimo a cosa passa già in gruppo di lavoro, sarai poi fregato alle riunioni ministeriali (provate a remare contro tutti gli altri 26 che ti sfottono perché già c'era un accordo in Gruppo e non sei più in grado di confermarlo). A tutti questi livelli, mai firma, basta stare zitti,e raro anche si arrivi a procedura di voto vera e propria. Se la decisione riguarda il MES, suppongo bisogna passare agli organi del MES (diretto da Regling, il signore che ci hanno detto che si aspetta che noi e gli spagnoli ci presenteremo in ginocchio) e se si tratta di materia di spesa non già regolata dallo specifico trattato MES (inclusa la proclamata eliminazione delle condizioni per i debitori) immagino si debba emendare il trattato e passare dai Parlamenti (anche da quelli che non intendono usare i prestiti, poiché rischieranno i soldi pur se non li prenderanno). Da quello tedesco direi sicuramente sì, dal nostro...
Postato da Mich Don in Goofynomics alle 16 aprile 2020 18:51
Ho messo in evidenza i punti centrali, di cui il secondo è quello determinante ed è meramente psicologico. Mica vai a fare una figuraccia con i tuoi "omologhi", no!? E così quando si arriva al punto decisivo ti trangolli con un bel sorriso la minestra rancida che ti trovi sul piatto, quand'anche tu capisca che è rancida, e amen.
Altro punto psicologico molto importante, che ci mette in condizioni di sistematica inferiorità negoziale. L'atteggiamento italiano (da me riscontrato in numerosi vertici a palazzo Chigi) è sempre: "Eh, ma se su questo diciamo di no poi restiamo isolati, eh, ma non possiamo sempre dire di no, eh, ma su questo ci vengono dietro solo i paesi sfigati...". Il punto è un altro: non dovremmo sempre dire di sì! Un po' come nel bilanciamento fra diritto alla salute e altri diritti costituzionali, così anche nei negoziati a Bruxelles occorrerebbe trovare un equilibrio, decidere dove cedere (nel caso in cui valga la pena per ottenere qualcosa da altre parti), e dove non cedere. Ma questo Governo non sa trovare in nessun caso un punto di equilibrio: la pretesa supremazia del diritto alla salute (quando c'è la salute c'è tutto, signora mia...) è stata il pretesto per instaurare la dittatura di quelli che a inizio febbraio dicevano che non c'era rischio contagio (i virologi); analogamente, sui tavoli europei ogni pretesto è stato colto per cedere irremissibilmente sull'agenda economica, senza che sulle altre eventuali agende si sia visto un bruscolo di progresso (forse perché non lo si voleva ottenere).
Terzo e ultimo punto per spiegarvi certi meccanismi (i punti sarebbero molti di più, ma non posso esaurirli tutti per mancanza di tempo), e in particolare per chiarire il ruolo del deep state. Una volta la classe politica era costituita o da politici o da persone competenti cooptate dalla politica. Il sorteggio degli scappati di casa o la cooptazione dei compagni di merende non venivano contemplati fra le possibilità, o almeno non così apertamente! Di conseguenza, chi accedeva a un tavolo negoziale aveva già maturato rapporti con le sue controparti in occasione delle normali frequentazioni stabilite in seno alle famiglie politiche europee, oppure, in mancanza di questo, almeno aveva per motivi professionali contezza dei dossier. L'aggressione alla politica, in nome dell'onestah, ha raggiunto il suo scopo: sgretolare la politica. I corridoi dicono quindi che oggi chi va a negoziare parte spesso battuto perché gli uffici, anche astraendo dalla nota solfa del "nessuno ci dà la linea" (che nel caso del MES abbiamo riscontrato essere una balla), adottano una strategia di minimizzazione del danno consistente nel dare al politico di turno una posizione negoziale coincidente con il punto di caduta, nella ragionevole presunzione che il politico, essendo ignorante della materia, rischierebbe di cadere in un punto più svantaggioso se gli si desse una posizione iniziale più challenging. Mi spiego: se vuoi ottenere 100, normalmente chiedi 200. Nel fogliettino che gli uffici danno al ministro non scrivono 200 ma 100, per paura che quello torni a casa con zero. Così, invece, torna a casa con 50. Banalizzo, ma questo è ovviamente un tema, e non è strettamente un "tradimentooooooh! Piazzale Loretooooooh!" secondo gli stilemi cari a quelli di voi a me meno cari.
Inutile dire che in tutto questo il mito dell'alternanza, del maggioritario, dell'asso pigliatutto in nome della governabilità fa i suoi danni. Quando l'Italia era "ingovernabile", paradossalmente era governata: Forlani passava dalla Difesa agli Esteri, ecc., ma alla fine quelli erano, quella cultura avevano, quei gabinettisti conoscevano, e quegli ambienti frequentavano. Fra i vari side effects di questa prassi c'è anche quello che i nostri interessi, se non erano difesi meglio di oggi, comunque non erano difesi peggio. Va anche capito che nell'attuale Neue Kurs, tutto onestah e governabilitah, non basteranno due legislature per costruire un tessuto e una sinergia fra parte politica e parte amministrativa tale da consentire una trasmissione fluida dell'indirizzo politico. Naturalmente come lo sappiamo noi, così lo sanno i nostri nemici (vedi alla voce: "infilare il cappio del MES al collo del Paese...").
Adesso cominciate a capire un po' meglio?
(...ah, la congiunzione avversativa ci sta tutta...)
Mich Don ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Istituzioni europee (ancora sul MES)":
E' proprio così. Non esiste nessuna firma materiale. I termini “firma”, “firmare”, “firmato” sono usati a sproposito (sorprende – o forse neanche tanto - che lo facciano politici, giornalisti, commentatori persino docenti che per mestiere dovrebbero essere informati). Alle riunioni, per prestare il proprio consenso basta stare zitti al momento in cui vengono tirate le conclusioni. Il consenso è l'assenza di un dissenso espresso (storicamente: per facilitare le decisioni, adesso: per...). In pratica: potresti anche parlare e opporti per tutta la riunione, ma se al momento della decisione non alzi il ditino, magari da solo, e non ti opponi apertamente: hai dato il tuo accordo (ma potrai poi dire che non hai firmato, perché materialmente non lo hai fatto, poiché non serviva firmare per essere d'accordo). La decisione del Consiglio Europeo, come ci spiega il Prof. Bagnai, indica solo un indirizzo, una direzione, non è legislativa. I dettagli (cioè tutto quello che veramente conta) verranno elaborati nei Gruppi di Lavoro del Consiglio a livello funzionari, che poi li passeranno per la decisione ai Ministri (EUROGRUPPO, ECOFIN). Ergo, se non stai attentissimo a cosa passa già in gruppo di lavoro, sarai poi fregato alle riunioni ministeriali (provate a remare contro tutti gli altri 26 che ti sfottono perché già c'era un accordo in Gruppo e non sei più in grado di confermarlo). A tutti questi livelli, mai firma, basta stare zitti,e raro anche si arrivi a procedura di voto vera e propria. Se la decisione riguarda il MES, suppongo bisogna passare agli organi del MES (diretto da Regling, il signore che ci hanno detto che si aspetta che noi e gli spagnoli ci presenteremo in ginocchio) e se si tratta di materia di spesa non già regolata dallo specifico trattato MES (inclusa la proclamata eliminazione delle condizioni per i debitori) immagino si debba emendare il trattato e passare dai Parlamenti (anche da quelli che non intendono usare i prestiti, poiché rischieranno i soldi pur se non li prenderanno). Da quello tedesco direi sicuramente sì, dal nostro...
Postato da Mich Don in Goofynomics alle 16 aprile 2020 18:51
Ho messo in evidenza i punti centrali, di cui il secondo è quello determinante ed è meramente psicologico. Mica vai a fare una figuraccia con i tuoi "omologhi", no!? E così quando si arriva al punto decisivo ti trangolli con un bel sorriso la minestra rancida che ti trovi sul piatto, quand'anche tu capisca che è rancida, e amen.
Altro punto psicologico molto importante, che ci mette in condizioni di sistematica inferiorità negoziale. L'atteggiamento italiano (da me riscontrato in numerosi vertici a palazzo Chigi) è sempre: "Eh, ma se su questo diciamo di no poi restiamo isolati, eh, ma non possiamo sempre dire di no, eh, ma su questo ci vengono dietro solo i paesi sfigati...". Il punto è un altro: non dovremmo sempre dire di sì! Un po' come nel bilanciamento fra diritto alla salute e altri diritti costituzionali, così anche nei negoziati a Bruxelles occorrerebbe trovare un equilibrio, decidere dove cedere (nel caso in cui valga la pena per ottenere qualcosa da altre parti), e dove non cedere. Ma questo Governo non sa trovare in nessun caso un punto di equilibrio: la pretesa supremazia del diritto alla salute (quando c'è la salute c'è tutto, signora mia...) è stata il pretesto per instaurare la dittatura di quelli che a inizio febbraio dicevano che non c'era rischio contagio (i virologi); analogamente, sui tavoli europei ogni pretesto è stato colto per cedere irremissibilmente sull'agenda economica, senza che sulle altre eventuali agende si sia visto un bruscolo di progresso (forse perché non lo si voleva ottenere).
Terzo e ultimo punto per spiegarvi certi meccanismi (i punti sarebbero molti di più, ma non posso esaurirli tutti per mancanza di tempo), e in particolare per chiarire il ruolo del deep state. Una volta la classe politica era costituita o da politici o da persone competenti cooptate dalla politica. Il sorteggio degli scappati di casa o la cooptazione dei compagni di merende non venivano contemplati fra le possibilità, o almeno non così apertamente! Di conseguenza, chi accedeva a un tavolo negoziale aveva già maturato rapporti con le sue controparti in occasione delle normali frequentazioni stabilite in seno alle famiglie politiche europee, oppure, in mancanza di questo, almeno aveva per motivi professionali contezza dei dossier. L'aggressione alla politica, in nome dell'onestah, ha raggiunto il suo scopo: sgretolare la politica. I corridoi dicono quindi che oggi chi va a negoziare parte spesso battuto perché gli uffici, anche astraendo dalla nota solfa del "nessuno ci dà la linea" (che nel caso del MES abbiamo riscontrato essere una balla), adottano una strategia di minimizzazione del danno consistente nel dare al politico di turno una posizione negoziale coincidente con il punto di caduta, nella ragionevole presunzione che il politico, essendo ignorante della materia, rischierebbe di cadere in un punto più svantaggioso se gli si desse una posizione iniziale più challenging. Mi spiego: se vuoi ottenere 100, normalmente chiedi 200. Nel fogliettino che gli uffici danno al ministro non scrivono 200 ma 100, per paura che quello torni a casa con zero. Così, invece, torna a casa con 50. Banalizzo, ma questo è ovviamente un tema, e non è strettamente un "tradimentooooooh! Piazzale Loretooooooh!" secondo gli stilemi cari a quelli di voi a me meno cari.
Inutile dire che in tutto questo il mito dell'alternanza, del maggioritario, dell'asso pigliatutto in nome della governabilità fa i suoi danni. Quando l'Italia era "ingovernabile", paradossalmente era governata: Forlani passava dalla Difesa agli Esteri, ecc., ma alla fine quelli erano, quella cultura avevano, quei gabinettisti conoscevano, e quegli ambienti frequentavano. Fra i vari side effects di questa prassi c'è anche quello che i nostri interessi, se non erano difesi meglio di oggi, comunque non erano difesi peggio. Va anche capito che nell'attuale Neue Kurs, tutto onestah e governabilitah, non basteranno due legislature per costruire un tessuto e una sinergia fra parte politica e parte amministrativa tale da consentire una trasmissione fluida dell'indirizzo politico. Naturalmente come lo sappiamo noi, così lo sanno i nostri nemici (vedi alla voce: "infilare il cappio del MES al collo del Paese...").
Adesso cominciate a capire un po' meglio?
(...ah, la congiunzione avversativa ci sta tutta...)
giovedì 16 aprile 2020
Istituzioni europee (ancora sul MES)
"Ha firmatooooooo! Fucilatelooooooo! Processoooooooo! Alto tradimentooooooo!" eccetera eccetera.
Che barba, che noia...
Poi però se vi dico di studiare vi offendete.
Allora, vi ricordo che:
1) l'Eurogruppo (EG) è un organo informale, disciplinato dal protocollo n. 14 al Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), che non ha alcuna funzione, né di indirizzo né legislativa. Il protocollo testualmente dice che "i ministri degli Stati membri la cuireligione moneta è l'euro si riuniscono a titolo informale. Tali riunioni hanno luogo, a seconda delle necessità, per discutere questioni attinenti alle responsabilità specifiche da essi condivise in materia di moneta unica". La fonte è questa, o questa per diversamente europeesi.
2) Il Consiglio europeo, la cui prossima riunione è prevista il 23 aprile prossimo, "1. dà all'Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali. Non esercita funzioni legislative. 2. [...] è composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal suo presidente e dal presidente della Commissione" (art. 15 TUE, il cui testo è qui).
3) Il Consiglio tout court, cioè non il Consiglio europeo, talora detto anche Consiglio dell'Unione Europea, "è composto da un rappresentante di ciascun Stato membro a livello ministeriale, abilitato a impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto". Questo perché il Consiglio "esercita, congiuntamente al Parlamento europeo, la funzione legislativa e la funzione di bilancio. Esercita funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento alle condizioni stabilite nei trattati (art. 16 TUE, il cui testo è sempre qui). Siccome ci sono tanti ministri, perché ci sono tante cose da amministrare, il Consiglio ha diverse composizioni, e quello dei ministri dell'Economia si chiama Ecofin.
Quindi, mettiamola così: l'Eurogruppo è una specie di "preconsiglio" dell'Ecofin. Di per sé non decide nulla, e in teoria non darebbe nemmeno indirizzi politici, ma siccome prepara (insieme con la sua galassia di comitati tecnici: EWG, EFC, ecc.) le carte che poi vanno all'Ecofin, che invece ha funzione legislativa, di fatto comanda lui, in modo improprio e deprecato da tanti, come voi ben sapete, ma questo passa casa.
Capito quindi perché non ha molto senso dire "l'Eurogruppo ha firmatoooooooh! Tradimentoooooh!", come fanno molti espertoni, fra cui, ahimè, alcuni di voi? Perché l'Eurogruppo non firma (il che non vuol dire che non decida: ma non firma - la cosa grave è proprio questa!).
E capito che cosa dovrebbe succedere il 23 aprile prossimo, quando si riunisce il Consiglio europeo, quello che non ha funzioni legislative ma di indirizzo politico ("definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali")? Affinché noi stessimo tranquilli, il capo del nostro Governo si dovrebbe opporre a considerare il MES fra gli strumenti ammissibili per il sostegno ai paesi contro l'emergenza pandemica, secondo la proposta che risulta dal comunicato stampa dell'ultimo Eurogruppo. Ma di firma, in quella sede (che non è una sede né esecutiva né legislativa) non si può parlare, tanto più che, anche se il punto non è affatto chiaro, la proposta dell'Eurogruppo non prevede modifiche del Trattato MES (né le altre modifiche della legislazione europea che sarebbero necessarie a rassicurare chi teme che le condizioni possano essere modificate ex post).
E se non lo fa?
"Norimbergaaaaaa! Piazzale Loretoooooo!" ecc., come alcuni fra i più stupidi ragliano in giro per i social, forse non a titolo gratuito? No, ovviamente no. Il premier si prenderà, consapevolmente e apertamente, la responsabilità di aver attirato l'Italia in una trappola, che è tale per i motivi ampiamente chiariti qui e altrove, come sono stati ampiamente chiariti le ragioni squisitamente politiche di questo suo gesto disperato: infilare la testa dell'Italia in un cappio che il PD potrebbe stringere da Bruxelles quando le elezioni avranno dato al Paese un Parlamento con una maggioranza allineata agli intendimenti politici del corpo elettorale. Questa responsabilità con lui se la prenderanno i suoi sostenitori, fra cui i 5 Stelle, la cui strenua opposizione in capigruppo ci ha impedito oggi di calendarizzare questa mozione.
Ormai lo avete capito, no?
Ma,per cortesia, fatemi un regalo e fatelo anche a voi: andatevi a leggere almeno il Titolo III del TUE "Disposizioni relative alle istituzioni". Non ce la faccio più a sentirvi esprimere con la sciatta superficialità di quei cialtroni degli unionisti! Noi, fra l'altro, non possiamo permettercelo. Loro, se dicono scemenze, hanno dietro l'Invincibile Armata del politicamente corretto, che applicando i saggi insegnamenti di Goebbels trasforma in verità ad uso dei gonzi qualsiasi inverosimile menzogna (come l'idea che in Europa cresca l'albero degli zecchini d'oro). Voi, se sbagliate a citare un comma o un paragrafo di un articolo, fosse pure l'articolo sette (che in effetti molti, troppi citano a sproposito), venite messi in croce dall'orda dei nuovi farisei. E a me dispiace quando vi sbriciolano. Pensate! Vi voglio così bene, che mi dispiace anche quando ve lo meritate, cioè, purtroppo, quasi sempre...
Resta ora aperta un'altra questione: se verrà presa la decisione di indebitarsi col MES, con tutte le conseguenze che sappiamo (di cui la più immediata ma non la meno grave sarà quella di dare un pessimo segnale al mercato, come vi ho sempre detto e come ora vi dicono perfino loro: vedi in particolare il punto 4), se la scellerata decisione verrà presa, il Parlamento sarà chiamato a ratificarla? Secondo me no, ma la questione è controversa. Una possibile base per argomentare la necessità di ratifica è l'art. 80 della Costituzione. Se infatti fosse vero che, come dicono gli unionisti, il MES verrà modificato (e il rifiuto del principio di rigida condizionalità è una modifica in re ipsa), allora la ratifica sarebbe necessaria, per un motivo molto semplice e assolutamente ortodosso, direi germanico. Visto che a noi è stato detto che "siamo d'accordo per consentire l'uso del MES che però non useremo" (questa era una delle quarantasette posizioni che il Governo ha espresso sul tema in qualsiasi sede che non fosse quella deputata a esprimerle, cioè le Commissioni e l'Assemblea), allora è chiaro che i nostri soldi saranno utilizzati da altri, e io, che sono più tedesco di molti tedeschi (diciamo che Goethe lo conosco meglio del tedesco mediano), desidero essere assolutamente certo che essi ci verranno restituiti: quindi, #facciamocome la Germania e portiamo in Parlamento il dibattito, non per piagnucolare, ma per esigere il rispetto delle norme.
E, qualora mi fossi dimenticato di dirvelo: studiate! I testi sono tutti pubblici, e se avete dubbi sapete che qui potete chiedere...
(...ah, un'ultima cosa: come Antistene, anch'io vedo le condizioni, non vedo le condizionalità. Non le vede neanche il correttore ortografico, che infatti mi sottolinea in rosso questa parola, traduzione maccheronica di "conditionality". Questa parola in italiano non esiste. Lasciamo che siano gli unionisti, da bravi ascari, a usare la lingua del loro padrone colonialista. Noi usiamo la nostra, se la sappiamo, e quindi diciamo prestito sottoposto a condizioni. Altrimenti, si può anche tacere: un'opportunità della quale pochi si sono pentiti di essersi avvalsi, in tanti millenni di fonazione umana...)
Che barba, che noia...
Poi però se vi dico di studiare vi offendete.
Allora, vi ricordo che:
1) l'Eurogruppo (EG) è un organo informale, disciplinato dal protocollo n. 14 al Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), che non ha alcuna funzione, né di indirizzo né legislativa. Il protocollo testualmente dice che "i ministri degli Stati membri la cui
2) Il Consiglio europeo, la cui prossima riunione è prevista il 23 aprile prossimo, "1. dà all'Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali. Non esercita funzioni legislative. 2. [...] è composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal suo presidente e dal presidente della Commissione" (art. 15 TUE, il cui testo è qui).
3) Il Consiglio tout court, cioè non il Consiglio europeo, talora detto anche Consiglio dell'Unione Europea, "è composto da un rappresentante di ciascun Stato membro a livello ministeriale, abilitato a impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto". Questo perché il Consiglio "esercita, congiuntamente al Parlamento europeo, la funzione legislativa e la funzione di bilancio. Esercita funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento alle condizioni stabilite nei trattati (art. 16 TUE, il cui testo è sempre qui). Siccome ci sono tanti ministri, perché ci sono tante cose da amministrare, il Consiglio ha diverse composizioni, e quello dei ministri dell'Economia si chiama Ecofin.
Quindi, mettiamola così: l'Eurogruppo è una specie di "preconsiglio" dell'Ecofin. Di per sé non decide nulla, e in teoria non darebbe nemmeno indirizzi politici, ma siccome prepara (insieme con la sua galassia di comitati tecnici: EWG, EFC, ecc.) le carte che poi vanno all'Ecofin, che invece ha funzione legislativa, di fatto comanda lui, in modo improprio e deprecato da tanti, come voi ben sapete, ma questo passa casa.
Capito quindi perché non ha molto senso dire "l'Eurogruppo ha firmatoooooooh! Tradimentoooooh!", come fanno molti espertoni, fra cui, ahimè, alcuni di voi? Perché l'Eurogruppo non firma (il che non vuol dire che non decida: ma non firma - la cosa grave è proprio questa!).
E capito che cosa dovrebbe succedere il 23 aprile prossimo, quando si riunisce il Consiglio europeo, quello che non ha funzioni legislative ma di indirizzo politico ("definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali")? Affinché noi stessimo tranquilli, il capo del nostro Governo si dovrebbe opporre a considerare il MES fra gli strumenti ammissibili per il sostegno ai paesi contro l'emergenza pandemica, secondo la proposta che risulta dal comunicato stampa dell'ultimo Eurogruppo. Ma di firma, in quella sede (che non è una sede né esecutiva né legislativa) non si può parlare, tanto più che, anche se il punto non è affatto chiaro, la proposta dell'Eurogruppo non prevede modifiche del Trattato MES (né le altre modifiche della legislazione europea che sarebbero necessarie a rassicurare chi teme che le condizioni possano essere modificate ex post).
E se non lo fa?
"Norimbergaaaaaa! Piazzale Loretoooooo!" ecc., come alcuni fra i più stupidi ragliano in giro per i social, forse non a titolo gratuito? No, ovviamente no. Il premier si prenderà, consapevolmente e apertamente, la responsabilità di aver attirato l'Italia in una trappola, che è tale per i motivi ampiamente chiariti qui e altrove, come sono stati ampiamente chiariti le ragioni squisitamente politiche di questo suo gesto disperato: infilare la testa dell'Italia in un cappio che il PD potrebbe stringere da Bruxelles quando le elezioni avranno dato al Paese un Parlamento con una maggioranza allineata agli intendimenti politici del corpo elettorale. Questa responsabilità con lui se la prenderanno i suoi sostenitori, fra cui i 5 Stelle, la cui strenua opposizione in capigruppo ci ha impedito oggi di calendarizzare questa mozione.
Ormai lo avete capito, no?
Ma,per cortesia, fatemi un regalo e fatelo anche a voi: andatevi a leggere almeno il Titolo III del TUE "Disposizioni relative alle istituzioni". Non ce la faccio più a sentirvi esprimere con la sciatta superficialità di quei cialtroni degli unionisti! Noi, fra l'altro, non possiamo permettercelo. Loro, se dicono scemenze, hanno dietro l'Invincibile Armata del politicamente corretto, che applicando i saggi insegnamenti di Goebbels trasforma in verità ad uso dei gonzi qualsiasi inverosimile menzogna (come l'idea che in Europa cresca l'albero degli zecchini d'oro). Voi, se sbagliate a citare un comma o un paragrafo di un articolo, fosse pure l'articolo sette (che in effetti molti, troppi citano a sproposito), venite messi in croce dall'orda dei nuovi farisei. E a me dispiace quando vi sbriciolano. Pensate! Vi voglio così bene, che mi dispiace anche quando ve lo meritate, cioè, purtroppo, quasi sempre...
Resta ora aperta un'altra questione: se verrà presa la decisione di indebitarsi col MES, con tutte le conseguenze che sappiamo (di cui la più immediata ma non la meno grave sarà quella di dare un pessimo segnale al mercato, come vi ho sempre detto e come ora vi dicono perfino loro: vedi in particolare il punto 4), se la scellerata decisione verrà presa, il Parlamento sarà chiamato a ratificarla? Secondo me no, ma la questione è controversa. Una possibile base per argomentare la necessità di ratifica è l'art. 80 della Costituzione. Se infatti fosse vero che, come dicono gli unionisti, il MES verrà modificato (e il rifiuto del principio di rigida condizionalità è una modifica in re ipsa), allora la ratifica sarebbe necessaria, per un motivo molto semplice e assolutamente ortodosso, direi germanico. Visto che a noi è stato detto che "siamo d'accordo per consentire l'uso del MES che però non useremo" (questa era una delle quarantasette posizioni che il Governo ha espresso sul tema in qualsiasi sede che non fosse quella deputata a esprimerle, cioè le Commissioni e l'Assemblea), allora è chiaro che i nostri soldi saranno utilizzati da altri, e io, che sono più tedesco di molti tedeschi (diciamo che Goethe lo conosco meglio del tedesco mediano), desidero essere assolutamente certo che essi ci verranno restituiti: quindi, #facciamocome la Germania e portiamo in Parlamento il dibattito, non per piagnucolare, ma per esigere il rispetto delle norme.
E, qualora mi fossi dimenticato di dirvelo: studiate! I testi sono tutti pubblici, e se avete dubbi sapete che qui potete chiedere...
(...ah, un'ultima cosa: come Antistene, anch'io vedo le condizioni, non vedo le condizionalità. Non le vede neanche il correttore ortografico, che infatti mi sottolinea in rosso questa parola, traduzione maccheronica di "conditionality". Questa parola in italiano non esiste. Lasciamo che siano gli unionisti, da bravi ascari, a usare la lingua del loro padrone colonialista. Noi usiamo la nostra, se la sappiamo, e quindi diciamo prestito sottoposto a condizioni. Altrimenti, si può anche tacere: un'opportunità della quale pochi si sono pentiti di essersi avvalsi, in tanti millenni di fonazione umana...)
lunedì 9 marzo 2020
MES
Ed eccoci qua:
Vi prego di apprezzare tre dettagli che non sono dettagli.
Primo: la riforma del MES doveva essere firmata ad aprile. Scoppiata l'epidemia, con i Parlamenti nazionali impossibilitati ad operare (ancora non sappiamo se sarà possibile audire il Ministro), l'Eurogruppo l'ha anticipata a marzo. Difficile sfuggire alla sensazione che questa sia una manovra per sottrarre vigliaccamente la riforma all'esame parlamentare, e questo in un quadro in cui il Governo italiano per due volte (a giugno e a dicembre 2019) aveva promesso al Parlamento di lasciarlo esprimere con un atto di indirizzo. Peraltro presso la mia Commissione, come sapete - e da ieri sapete anche come trovarla - la bozza di riforma è incardinata come affare assegnato, relatore D'Alfonso: ma stiamo ancora aspettando che la maggioranza proponga una risoluzione sul punto, e non sembra che lo intenda fare.
Secondo: "Ma un atto di indirizzo è inutile, perché l'accordo è concluso politicamente!", ci è stato detto. Ah sì!? E allora perché all'ordine del giorno dell'Eurogruppo si parla di "avallo politico del pacchetto"? Perché l'Eurogruppo mette all'ordine del giorno una cosa che in teoria dovrebbe già esserci? La risposta è semplice: perché questa cosa non c'è, un po' come la spina dorsale di chi ci governa.
Terzo: Last but not least, per non farsi mancare nulla, i grigi Eichman di Bruxelles prendono una allure da don Vito Corleone, e snocciolano le loro priorità nel seguente ordine: prima il MES, poi il meccanismo di sostegno del sistema bancario, e poi, se resta tempo, parliamo di COVID19. Quindi, se volete misure di sostegno all'economia, non ci fate perdere tempo col primo punto.
Bene.
Queste priorità ritenete siano le vostre? Più precisamente: ritenete che siano le priorità del subcontinente europeo? Lo hanno capito sì o no questi signori che se non facciamo molta attenzione rischiamo di passare momenti molto brutti (non solo noi, anche loro: ormai non lo si può più ignorare, nonostante le loro statistiche sui virus siano affidabili quanto quelle sulle emissioni dei loro diesel)?
Dice: "Ma ci vuole l'unità nazionale!"
Certo! Però, vedete, sono anni ormai che con lo stato d'eccezione, comunque provocato, anzi: reso endemico, si comprime la democrazia. Un'emergenza sanitaria non può diventare un'emergenza autoritaria. Sapete benissimo che io da sinistra deprecai la deposizione di Berlusconi in nome di un'emergenza tutto sommato meno pressante di quella che si sta profilando. Allora, molto semplicemente, se ci vuole unità nazionale, tutti uniti chiediamo all'Europa di concentrarsi sulla vera priorità, la pandemia (cosa che la Lega ha già chiesto civilmente nelle sedi deputate, non venendo ascoltata), e di mettere una sacrosanta moratoria su tutte le altre decisioni non urgenti. In fondo, il MES esiste già. Sulla sua riforma si può discutere: c'è chi dice che lo migliorerà, c'è chi dice che lo peggiorerà, ma presentarla come un'esigenza prioritaria rispetto a quella del COVID19 è un'operazione che giustifica i peggiori sospetti. Quindi, l'unità, chi la chiede, cerchi anche di meritarsela facendo capire agli italiani di essere in grado di parlare con la voce di 60 milioni di persone.
Dice: "Ma state ancora a fare polemicucce politiche? Ma che ci importa del MES: c'è il virus!"
Ah, bè, certo, voi siete quelli dell'antipolitica, voi volete il tecnico. Allora vi informo che i tecnici sono quelli che vi hanno tolto medici e posti letto (qualcuno lo scopre oggi, noi ce ne occupiamo da almeno otto anni), e degli antipolitici mi limiterò a dire che ora alla politica sembrano essersi affezionati anche loro. Lo considero un dato positivo: ci vuole più, non meno politica, quando un Paese deve scegliere in quale direzione andare!
Questo modus operandi è inaccettabile, non da noi perché siamo all'opposizione. Dovrebbe essere inaccettabile da qualsiasi italiano. Non siamo quindi noi a dare un segno di divisione, ma si divide dall'Italia, chi, avendo in questo momento la responsabilità di governarla, non si indigna per un ordine del giorno che inverte le priorità, e non lo respinge al mittente, chiedendo una giusta e sacrosanta moratoria sulla riforma del MES fino a quando il Parlamento non si sarà potuto esprimere.
Chi calpesta il Parlamento calpesta voi. Chi cerca di convincervi del contrario è un nemico della democrazia. Credo che voi, qui, lo abbiate capito. Con delicatezza, se capita, fatelo capire agli altri.
Vi prego di apprezzare tre dettagli che non sono dettagli.
Primo: la riforma del MES doveva essere firmata ad aprile. Scoppiata l'epidemia, con i Parlamenti nazionali impossibilitati ad operare (ancora non sappiamo se sarà possibile audire il Ministro), l'Eurogruppo l'ha anticipata a marzo. Difficile sfuggire alla sensazione che questa sia una manovra per sottrarre vigliaccamente la riforma all'esame parlamentare, e questo in un quadro in cui il Governo italiano per due volte (a giugno e a dicembre 2019) aveva promesso al Parlamento di lasciarlo esprimere con un atto di indirizzo. Peraltro presso la mia Commissione, come sapete - e da ieri sapete anche come trovarla - la bozza di riforma è incardinata come affare assegnato, relatore D'Alfonso: ma stiamo ancora aspettando che la maggioranza proponga una risoluzione sul punto, e non sembra che lo intenda fare.
Secondo: "Ma un atto di indirizzo è inutile, perché l'accordo è concluso politicamente!", ci è stato detto. Ah sì!? E allora perché all'ordine del giorno dell'Eurogruppo si parla di "avallo politico del pacchetto"? Perché l'Eurogruppo mette all'ordine del giorno una cosa che in teoria dovrebbe già esserci? La risposta è semplice: perché questa cosa non c'è, un po' come la spina dorsale di chi ci governa.
Terzo: Last but not least, per non farsi mancare nulla, i grigi Eichman di Bruxelles prendono una allure da don Vito Corleone, e snocciolano le loro priorità nel seguente ordine: prima il MES, poi il meccanismo di sostegno del sistema bancario, e poi, se resta tempo, parliamo di COVID19. Quindi, se volete misure di sostegno all'economia, non ci fate perdere tempo col primo punto.
Bene.
Queste priorità ritenete siano le vostre? Più precisamente: ritenete che siano le priorità del subcontinente europeo? Lo hanno capito sì o no questi signori che se non facciamo molta attenzione rischiamo di passare momenti molto brutti (non solo noi, anche loro: ormai non lo si può più ignorare, nonostante le loro statistiche sui virus siano affidabili quanto quelle sulle emissioni dei loro diesel)?
Dice: "Ma ci vuole l'unità nazionale!"
Certo! Però, vedete, sono anni ormai che con lo stato d'eccezione, comunque provocato, anzi: reso endemico, si comprime la democrazia. Un'emergenza sanitaria non può diventare un'emergenza autoritaria. Sapete benissimo che io da sinistra deprecai la deposizione di Berlusconi in nome di un'emergenza tutto sommato meno pressante di quella che si sta profilando. Allora, molto semplicemente, se ci vuole unità nazionale, tutti uniti chiediamo all'Europa di concentrarsi sulla vera priorità, la pandemia (cosa che la Lega ha già chiesto civilmente nelle sedi deputate, non venendo ascoltata), e di mettere una sacrosanta moratoria su tutte le altre decisioni non urgenti. In fondo, il MES esiste già. Sulla sua riforma si può discutere: c'è chi dice che lo migliorerà, c'è chi dice che lo peggiorerà, ma presentarla come un'esigenza prioritaria rispetto a quella del COVID19 è un'operazione che giustifica i peggiori sospetti. Quindi, l'unità, chi la chiede, cerchi anche di meritarsela facendo capire agli italiani di essere in grado di parlare con la voce di 60 milioni di persone.
Dice: "Ma state ancora a fare polemicucce politiche? Ma che ci importa del MES: c'è il virus!"
Ah, bè, certo, voi siete quelli dell'antipolitica, voi volete il tecnico. Allora vi informo che i tecnici sono quelli che vi hanno tolto medici e posti letto (qualcuno lo scopre oggi, noi ce ne occupiamo da almeno otto anni), e degli antipolitici mi limiterò a dire che ora alla politica sembrano essersi affezionati anche loro. Lo considero un dato positivo: ci vuole più, non meno politica, quando un Paese deve scegliere in quale direzione andare!
Questo modus operandi è inaccettabile, non da noi perché siamo all'opposizione. Dovrebbe essere inaccettabile da qualsiasi italiano. Non siamo quindi noi a dare un segno di divisione, ma si divide dall'Italia, chi, avendo in questo momento la responsabilità di governarla, non si indigna per un ordine del giorno che inverte le priorità, e non lo respinge al mittente, chiedendo una giusta e sacrosanta moratoria sulla riforma del MES fino a quando il Parlamento non si sarà potuto esprimere.
Chi calpesta il Parlamento calpesta voi. Chi cerca di convincervi del contrario è un nemico della democrazia. Credo che voi, qui, lo abbiate capito. Con delicatezza, se capita, fatelo capire agli altri.
domenica 16 febbraio 2020
Democrazia e trilogo
Guardatevi questo video:
Intanto, una semplice considerazione.
Da noi una satira così fattuale e spigliata su temi simili sarebbe semplicemente impensabile, ed è esattamente per questo che siamo una colonia. Senza nominare i nostri giullari di regime, tutti diritti (in)civili e distintivo, che sul tema sono non pervenuti semplicemente perché non ci arrivano, vi lascio solo immaginare il corruccio che dall'Olimpo delle nostre istituzioni calerebbe su noi poveri mortali: roba da far sembrare l'Iliade di Monti un romanzo di Jerome K. Jerome (con la K di Klapka, nel caso qualche ggiornalista tanto colto quanto sensibile vi veda un ammiccamento al Ku Klux Klan). Come minimo, l'AGCOM, quella che tollerò senza fiatare becere menzogne sulla realtà della crisi greca (eh sì, è ancora quella, di proroga in proroga...), comminerebbe (indipendentemente, ça va sans dire...) una bella multa milionaria a chi osasse tanto (sempre che prima qualche Commissione contro l'odio non fosse intervenuta).
In Germania si può fare satira, in Italia no, e quindi non la si fa.
In Germania, del resto, si può fare anche politica, e quindi la si fa (e i responsabili dello sfascio dell'Europa, cioè i pasdaran del progetto unionista, cominciano a pagare seriamente pegno), mentre da noi qualsiasi manifestazione di dissenso viene criminalizzata come odio e deferita alla psicopolizia (un esito che, per quanto da noi ampiamente previsto, costituisce un lieve ostacolo a una sana dialettica democratica. A proposito, non mi ricordo se vi ho detto che sono membro della Commissione Segre...).
Le considerazioni che precedono hanno la loro importanza, ma quello che più mi colpisce del video non è tanto la dimensione satirica, giocata su una chiave piuttosto ovvia, qui da noi ottimamente interpretata dal Pedante con la sua serie su Maria Antonietta, quanto quella pedagogica. Si dice che Pulecenella pazzianno pazzianno dicette 'a verità. Appunto. Anche Die Anstalt, pazzianno pazzianno, fornisce una spiegazione assolutamente perspicua di come funzionino le istituzioni europee. Perspicua, naturalmente, nei limiti in cui può esserlo la spiegazione di una cosa messa su apposta per non poter essere capita.
Il video non cita lo strano caso del dottor Ecofin e del signor Eurogruppo, di cui in questo blog ci occupammo anzitempo (qui, tradotto qui), ma l'omissione è del tutto scusabile con la volontà di attenersi al quadro complessivo, senza entrare nelle filiere tematiche, e in particolare in quella economica, per quanto importante sia. Quando di questo caso ce ne occupammo noi il tema era molto meno popolare di quanto lo sia diventato adesso, tanto da suscitare perfino l'attenzione della nostra amica Durchsichtigkeit International, che è arrivata con un bel ritardo di quattro anni su Goofynomics a porsi la nostra stessa domanda: who governs the euro area? (e se se la pone un'emanazione del capitalismo tedesco questa domanda ha un peso ben diverso da quando ce la ponevamo noi), e da promuovere negli addetti stampa di Bruxelles una riflessione piuttosto radicale sulla necessità di abolire l'Eurogruppo (è già, ci sono arrivati anche loro, i mitici giornalisti anglosassòni - a me piace pronunciarlo così, come lo avrebbe pronunciato Alberto Sordi doppiando Ollio, soprattutto dopo certe performance all'ultimo "Euro, mercati, democrazia"...).
Ma noi dell'Eurogruppo parlavamo già cinque anni or sono perché noi avevamo letto il libro scritto sei anni fa da Giandomenico Majone: Rethinking the Union of Europe Post-Crisis. Noi siamo già da cinque anni sull'agenda cui i mentecatti (cioè tutti gli altri: duole dirlo, ma è fattuale) arrivano solo oggi, quella dell'irrazionalità e dell'opacità della costruzione europea, ed è per questo che la nostra analisi è più avanzata e credibile: perché quando gli altri erano ancora nella fase della negazione, noi eravamo già in quella dell'accettazione della realtà, che è il presupposto necessario per un reale cambiamento.
Tuttavia, credo di non avervi mai parlato del trilogo, che, ve lo confesso, ho sentito menzionare la prima volta da quando sono parlamentare: sarebbe un incontro informale fra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento (le tre teste del Cerbero legislativo europeo), in cui si raggiunge un accordo politico, che deve poi essere confermato nelle rispettive sedi formali. Fra trilogo e procedura legislativa ordinaria esiste quindi lo stesso rapporto che fra Eurogruppo e Ecofin: c'è una sede opaca in cui si decide, e una sede trasparente in cui si fanno timbri, ceralacche e family photos. Sussistono però due differenze. La prima, ovvia, è che l'Eurogruppo (sede informale di decisione del Consiglio dell'Unione Europea) esiste solo nella filiera economica, o almeno spero. La seconda, meno ovvia, è che, a quanto ne so io, l'Eurogruppo è almeno normato da un protocollo (il che rende ancora più ambigua la sua posizione di organismo "formalmente informale"), mentre il trilogo no. Non mi risulta, ma se sbaglio mi corrigerete, che i Trattati menzionino il trilogo, tant'è che nello spiegone ufficiale sulla procedura legislativa non se ne fa cenno. In effetti l'art. 294 TFUE parla del Comitato di conciliazione, che qualcuno, per confondere le acque, chiama trilogo formale, ma che è un'altra cosa. Protocolli sul trilogo non ne ho visti, ma sarà un limite mio. La sintesi quindi è che in un progetto politico che è principalmente un progetto economico tutte le decisioni hanno un momento di opacità (il trilogo), ma quelle economiche ne hanno due (Eurogruppo e trilogo)!
Naturalmente questo modus operandi non lascia tutti molto soddisfatti. A titolo di esempio, qualcuno (per fortuna, mi piace sottolinearlo, un italiano) ha trovato fastidioso che nel mitologico "documento a quattro colonne" del trilogo la quarta colonna, quella che descrive il compromesso raggiunto dalle tre teste di Cerbero, sia segretata. Ne è sorto un interessante dibattito, anche perché il Tribunale dell'Unione Europea ha dato ragione al ricorrente (i dettagli sono qui).
Quella della trasparenza, come sapete, è una battaglia che ho fatto mia da quando, ignorando buona parte di quanto vi ho raccontato oggi, mi trovai di fronte una certa persona, un certo giorno, in una certa stanza, che mi disse, a proposito di un certo Trattato, che io non potevo visionare le bozze della sua riforma nonostante il premier mi avesse chiesto di farlo perché queste bozze erano segrete (peraltro, questa segretezza è una fandonia, ma di questo parleremo dopo le prossime elezioni).
Intanto, sintetizzo quello di cui abbiamo parlato oggi con le parole di un mio amico giurista:
"mettiamo in piedi un sistema che per numero di stati, maggioranze qualificate, organi, competenze, procedure, etc. è così complicato e farraginoso che il rischio di incepparsi è la regola... quindi per risolvere questo problema di "efficienza decisionale", ci inventiamo dei luoghi "informali", dove prendiamo le decisioni (il trilogo; l'eurogruppo). Cioè: noi viviamo (?!) in un sistema in cui due fra i principali (o forse proprio i principali?) organi decisionali sono "informali". LETTERALMENTE MILLENNI DI CIVILTA' GIURIDICA BUTTATI NEL CESSO. Per i posteri: si direbbe che sia diventato un luogo decisionale così preminente esattamente perché è informale."
Siete d'accordo, vero, che Zingaretti, quando blatera di democrazia, e di Lega pericolosa per la democrazia perché nemica dell'Europa, fa solo tanta tenerezza?
Hanno sostenuto e caldeggiato una mostruosità giuridica che non ha capo né coda, la accettano supinamente, senza adoperarsi per darle un senso (che a mio avviso non può avere: ma è solo cercando di darglielo che lo rendi evidente...), e saranno spazzati via per questa loro incoscienza da apprenti sorcier. Incoscienti pericolosi per la loro inconsapevolezza, e per la loro fredda e lucida determinazione a etichettare come odio qualsiasi tentativo di promuovere consapevolezza, ma in fondo patetici nelle loro insanabili contraddizioni e nel loro tentativo di sopravvivere contro il vento della Storia, che ormai definitivamente spira in direzione a loro contraria. Il 2018 non avrà risolto molto, e nessuno si aspettava, credo, che potesse risolvere tutto, ma ha dato a molti la voglia di partecipare e la speranza di potersi autodeterminare. Questa è la battaglia che qui abbiamo sempre combattuto, e questa battaglia non è stata persa. Per la differenza fra battaglia e guerra vi rinvio comodamente a un qualsiasi dizionario: vanno bene anche quelli dei piddini (che loro leggono senza capirli).
giovedì 6 febbraio 2020
Il Conte del Grillo
Questo il siparietto, e questo il sottotesto a cura di Radio Radicale.
Nota bene: io leggevo da un foglio, come sempre quando i tempi devono essere strettamente contingentati. Il primo ministro (o meglio i suoi uffici) sapeva dalle 12 di ieri che cosa gli avrei chiesto, e quindi si era preparato bene, ma io non sapevo che cosa mi avrebbe risposto (per motivi che forse non devo spiegarvi): però la mia replica (scritta prima di ascoltarlo) combacia perfettamente col suo intervento.
Questo è il dettaglio che ha fatto la delizia degli intenditori, come il nostro capo ufficio legislativo, che mi ha chiamato per chiedermi: "Ma tu come facevi a sapere che cosa avrebbe detto?"
E voi, che dite? Come facevo a saperlo?
Semplice: mi ci sono voluti dieci secondi (e dieci anni di dibattito) a immaginare dove avrei potuto portarlo col mio quesito perché lui confessasse la sua verità, che è una verità dai piedi di balsa, diciamo così. Perché la mia verità è un po' diversa: ora che ci sono dentro, a questa roba, so, e ve lo sto dimostrando, che il problema principale non è nemmeno l'Unione Europea in sé (che comunque resta un progetto irrazionale e fallimentare), quanto il fatto che essa si presti (perché irrazionale e farraginosa) a essere strumentalizzata da una serie di ambiziosi despoti (mancati), la cui massima aspirazione è quella di poter conferire, con un po' di latinorum europeo, una vernice di modernità a un credo politico vecchio come il mondo.
Tant'è che già due secoli fa un grande poeta l'attribuiva ar monno vecchio.
Per ulteriori dettagli, ci aggiorniamo a domani (forse, perché vado in Veneto a parlare di legge di bilancio: informazioni sui miei canali social...).
giovedì 5 settembre 2019
Cronaca di una crisi annunciata
Pur essendo il primo partito della coalizione uscita vincente dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, la Lega non ha ricevuto l'incarico di tentare di formare un Governo. Questo diniego, indipendentemente dalle sue motivazioni e dal loro fondamento, ha dato luogo alla crisi più lunga nella storia della Repubblica: 88 giorni. Durante tutta questa crisi la Lega ha mantenuto un profilo costruttivo e leale, rinunciando a propri candidati alla presidenza delle Camere e attendendo un via libera dagli alleati di coalizione prima di intavolare discussioni con il M5S, uscito come maggiore singolo partito dalle elezioni. Queste discussioni hanno riguardato contenuti programmatici, non nomi, e sono durate quasi un mese, approdando a un documento formale, il Contratto per il Governo del cambiamento, sottoposto all'approvazione delle rispettive basi elettorali.
È stato accettato un Presidente del Consiglio, presentatosi come "avvocato difensore del popolo italiano", che avrebbe dovuto essere di garanzia e mediazione fra i due partiti della maggioranza (e che certamente offriva sufficienti garanzie all'establishment), ed è stata inoltre recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell'economia che non desse "un messaggio immediato di allarme per gli operatori economici e finanziari". Pertanto il Ministro dell'Economia e delle Finanze che, stando agli accordi avrebbe dovuto essere proposto dalla Lega, è finito per essere un "tecnico" senza mandato elettorale. Credo di essere l'unico parlamentare che lo conoscesse.
Va osservato che nel suo intervento del 27 maggio il Presidente della Repubblica dichiarava di aver nutrito "perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento" e di averle poi superate. Si parva licet, perplessità simili potevano essere nutrite anche per un ministro di peso come quello dell'Economia e delle Finanze. Come argomenterò qui di seguito, con alcuni esempi (del contrario, purtroppo!), la natura "tecnica" e non "politica" del ministro Tria avrebbe raccomandato uno sforzo aggiuntivo di coordinamento e condivisione con la parte politica, per verificare che vi fosse sintonia nell'attuazione delle linee programmatiche.
D'altra parte, le evidenti contraddizioni di questa ibridazione "tecno-politica" erano state sottolineate fin da subito anche dalla stampa più allineata. Il problema, tuttavia, era più grave di come veniva rappresentato, ed è lì che vanno ricercate le cause profonde della crisi. Per consentirvi di apprezzarle meglio, di capire quali margini di manovra avessimo, interrompo brevemente la mia cronologia per attirare la vostra attenzione su due elementi.
Il primo è dato dalle conseguenze dell'accorpamento dei quattro ministeri economici (Finanze, Tesoro, Bilancio e programmazione economica, Partecipazioni statali), avvenuto in tre passi successivi nel corso degli anni '90 e culminato con il D. Lgs. 30 luglio 1999 sulla riforma del Governo. Il nobile intento suppongo fosse quello di risparmiare ed "efficientare". Il risultato è stato una compressione della politica. Dove prima avevamo quattro ministri, dotati di un mandato politico e soggetti a responsabilità politica (ovvero: se qualcosa non va, il Parlamento ti toglie la fiducia e te ne vai...), dopo abbiamo avuto tre funzionari a capo di tre ministeri formalmente declassati a "dipartimenti" (Tesoro, Finanze, Ragioneria dello Stato - corrispondente al vecchio ministero del bilancio), responsabili, in quanto funzionari, solo verso il loro superiore (il ministro del Tesoro) e non soggetti a responsabilità politica (ovvero: se qualcosa non va, resti comunque lì finché non scade il contratto, ferma restando la possibilità, se si insedia un nuovo Governo, di esercitare lo spoils system nei limiti della L. 15 luglio 2002, n. 145 sul riordino della dirigenza statale).
Il secondo elemento è la struttura del negoziato in Europa. I non addetti ai lavori possono pensare che questo venga condotto dal Ministro per gli affari europei. Le cose però non stanno così. Il Ministro per gli affari europei è un ministro senza portafoglio a capo del Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un "ministero" che ha funzioni di monitoraggio (ad esempio, segue e trasmette agli organi parlamentari competenti le direttive e i regolamenti prodotti dall'Unione), di coordinamento (ad esempio, coordina nelle varie sedi parlamentari il recepimento delle direttive europee), e soprattutto di gestione del contenzioso (cioè segue le famose procedure di infrazione), ma non entra strettamente nel merito dei vari negoziati, salvo, marginalmente, in quelli aventi per oggetto le politiche del mercato interno. Tutta la "ciccia" del negoziato sui temi veramente rilevanti (in particolare, sull'Unione bancaria), resta di competenza del MEF.
Sintesi: con l'Unione Europea, che è un'espressione economica, negozia il Ministero dell'economia e delle finanze. In quali sedi? In teoria, in una sede formale, il Consiglio dell'Unione Europea, che in ambito economico si chiama Ecofin, e al quale partecipano i ministri competenti, quelli dell'economia. "Quindi - direte voi - su temi rilevanti come l'Unione bancaria o la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) il Governo del cambiamento si affidava a un tecnico, il ministro Tria?"
Ecco, le cose stanno peggio di così, per due motivi, uno dei quali vi è già noto: il vero negoziato avviene in una sede informale, l'Eurogruppo, con i problemi evidenziati qui (e in italiano qui). Voi direte: ma che ce ne frega se la sede è formale o informale, questi sono dettagli! Santa ingenuità! Immaginate di essere un parlamentare che sostiene un "governo politico con un ministro tecnico" (parafrasando il Capo dello Stato). Come fate, da parlamentari, a verificare che questo tecnico sia fedele al suo mandato politico se le decisioni vengono prese in riunioni in cui non c'è verbale - per cui non si sa chi ha detto cosa - e non ci sono votazioni formali - per cui non si sa chi è stato favorevole o contrario a cosa?
Di fatto, l'Ecofin ratifica le decisioni prese nell'Eurogruppo, che, a loro volta, sono la sintesi dei lavori preparatori condotti nell'Eurogroup working group. Insomma, il lavoro vero, quello sulla zona euro, e più in generale sugli assetti economico-finanziari dell'Unione, si fa nel "gruppo di lavoro sull'Eurogruppo": mi sembra perfettamente logico! Ma c'è un problema: a questo gruppo di lavoro pressoché sconosciuto, che poi è quello che prende le decisioni vere, che definisce i contenuti tecnici degli accordi, chi ci va? Il ministro? No. Il direttore del Dipartimento del Tesoro (un funzionario).
Sintesi delle sintesi, prima di riprendere la cronaca della crisi: per il Governo del cambiamento le decisioni importanti in Europa venivano prese da un funzionario che rispondeva solo a un tecnico. Notate che questo non è un giudizio sulle persone. C'è però un enorme problema di metodo, che, peraltro, anche il Capo dello Stato aveva messo in evidenza, come vi ho sottolineato sopra: in caso di coesistenza di una parte politica e di una parte tecnica, la parte politica ha tutto il diritto di accertarsi che la parte tecnica e quella burocratica siano fedeli all'indirizzo politico che la parte politica esprime in virtù di un mandato ricevuto dal popolo sovrano.
In parole povere: in un ibrido tecno-politico bisognerebbe parlarsi di più, non di meno, e io so di aver dato il buon esempio. Di converso, in un simile contesto ibrido il buon senso dovrebbe suggerire che il ragionamento "queste decisioni incombono al ministro quindi faccio come mi pare", quand'anche sia formalmente corretto, è politicamente scorretto.
Riprendiamo la cronologia...
Tanto perché il buon giorno si vedesse dal mattino, a luglio venivano riconfermati a capo dei dipartimenti economici tre funzionari espressione di una passata stagione politica. Il ministro decideva quindi di non applicare lo spoils system, decisione che può anche avere avuto ottimi motivi (anche la continuità ha i suoi pregi...), ma che non mi risulta venisse particolarmente condivisa con la parte politica (per quel che mi riguarda, è una delle tante cose che ho appreso dai giornali, dopo che per un certo periodo di tempo fonti dei nostri alleati mi avevano indicato che sarebbe stata presa un'altra strada). Certamente non venne condivisa con nessuno, causando qualche problema politico e diplomatico, la successiva decisione del ministro di nominare Domenico Fanizza rappresentante dell'Italia presso il Fondo Monetario Internazionale. Nel breve giro di due mesi si insediavano in importanti sedi negoziali funzionari scelti da un tecnico con condivisione scarsa o nulla con la parte politica, che non aveva potuto in alcun modo verificare la loro consonanza con la rinnovata sensibilità per l'interesse nazionale espressa dal nuovo Parlamento (o almeno dal 17% di esso).
Non stupisce quindi che con l'entrata in vigore della nuova legge di bilancio si evidenziassero tensioni con il Ministro dell'Economia, il quale sembrava restio a seguire il mandato delle forze di maggioranza (ad es. sui risarcimenti ai truffati delle banche, impegno comune dei due leader politici).
In questo contesto in cui la Lega, ma più in generale la maggioranza, non trovava una collaborazione sufficientemente elastica nell'attuazione della propria agenda economica (per motivi magari anche validi, ma che si sarebbero dovuti condividere), i media, in seguito ai diversi successi nelle elezioni regionali, chiedevano ripetutamente a Matteo Salvini quando avrebbe pensato di "staccare la spina" al Governo per tornare ad elezioni, allo scopo di ottenere una maggioranza più omogenea. Salvini ha sempre risposto in modo pacato e costruttivo, negando di voler capitalizzare opportunisticamente il proprio consenso.
I toni sono degenerati rapidamente con l'inizio della campagna elettorale per le elezioni europee. In un momento in cui il nostro principale avversario, il Partito Democratico, si trovava in oggettiva difficoltà a causa di uno scandalo rilevantissimo, quello sulla gestione della sanità in Umbria (l'altro scandalo devastante, quello sulle ingerenze nel Consiglio Superiore della Magistratura, sarebbe esploso subito dopo le elezioni), e in cui, a prescindere da queste considerazioni tattiche, si sarebbe dovuto parlare di Europa, il nostro alleato giocava tutta la sua campagna elettorale su un violento attacco denigratorio alla Lega e a Salvini, culminato in quella che personalmente percepii (e non fui il solo) come una indiscriminata dichiarazione di guerra. Salvini evitava di rispondere agli attacchi, evidenziando solo come in alcuni Ministeri in quota M5S vi fossero atteggiamenti ostruzionistici rispetto a politiche concordate nel contratto di governo.
Tuttavia, all'interno dei gruppi parlamentari cresceva la preoccupazione verso certi atteggiamenti, e in particolare verso i riferimenti al lavoro dei magistrati. Questo lavoro, che andrebbe rispettato in primo luogo non strumentalizzandolo, veniva invece invocato esplicitamente come strumento per arginare una crescente perdita di consensi ("votateci perché gli altri non sono onestih..."). Diventava difficile credere che "dopo" sarebbe stato possibile ricominciare a collaborare, indipendentemente dai risultati delle elezioni: se queste fossero state un successo per la Lega, come i sondaggi indicavano, l'azione politica dei nostri alleati sarebbe stata volta a creare problemi a noi (magari per interposta magistratura), più che a risolvere i problemi del Paese...
Le elezioni confermarono i sondaggi portando a un successo della Lega e una sconfitta della linea dell'alleato. Si determinava così una situazione, ampiamente discussa nel diritto costituzionale, in cui, in un contesto di democrazia rappresentativa, il Parlamento si trovava a non rappresentare più gli orientamenti politici del corpo elettorale. La situazione era incresciosa anche per un altro motivo. A detta di autorevoli commentatori, il Presidente del Consiglio aveva deciso, verso la fine della campagna elettorale, di deporre la sua terzietà, salendo sul carro dei futuri perdenti (dal quale forse non era mai sceso), e questo oggettivamente rendeva difficile ricomporre le fratture che parole avventate avevano creato.
Tuttavia Salvini decideva di mantenere fedeltà all'alleato, nella speranza di ricucire gli strappi, nel frattempo incontrava tutte le parti sociali, trovandole unanimi nel richiedere un importante taglio delle tasse per lavoratori e produttori.
Diventava così chiaro a tutti che per danneggiare politicamente Salvini, impedendogli di consolidare il suo consenso, si sarebbero dovuti frapporre ostacoli alla riforma fiscale, invocando in primo luogo il rispetto letterale dei vincoli europei. Nel frattempo, in coerenza con la linea euroscettica, e in dissenso verso il "cordone sanitario" al Parlamento Europeo la Lega non votava la candidata presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, espressione dell'accordo Merkel/Macron. I voti del M5S di rivelavano quindi decisivi a darle la fiducia, quando la Commissione avrebbe potuto subire una immediata e dura battuta d'arresto, che avrebbe potuto indurre un ripensamento serio di un certo approccio, più di tante dichiarazioni su eventuali pugni da sbattere su un tavolo.. che non c'è!
Nel frattempo Salvini aumentava la pressione sui tecnici del Governo per ottenere una legge di bilancio espansiva per il 2020 con tanti investimenti e un corposo taglio di tasse, mentre al Presidente del Consiglio e al Ministro dell'Economia veniva dato più volte esplicito mandato formale per bloccare in Unione Europea qualunque riforma del MES che potesse danneggiare l'Italia (ricordiamo che, già all'epoca del governo Monti, l'Italia aveva dovuto sborsare oltre 50 miliardi per questo fondo europeo). In particolare, con la risoluzione del 19 giugno 2019 il Presidente del Consiglio aveva preso l'impegno, poi non onorato, a "render note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato". Più in generale la Lega, sulla base della accresciuta responsabilità derivante dal 34% ottenuto alle europee, sollecitava ripetutamente Presidente del Consiglio e Ministro dell'Economia a condividere e concordare la strategia negoziale in UE e ad mostrare la volontà di impostare una legge di bilancio espansiva e coraggiosa. Nonostante i solleciti, il Presidente del Consiglio chiedeva di non disturbare le trattative e poi sottoscriveva, insieme con il Ministro dell'Economia un impegno con la UE a rinnovata austerità fatta di tagli e riduzione deficit. Parallelamente il Ministro dell'Economia non solo in intervista negava la possibilità a realizzare flat tax, minibot e deficit espansivo, ma nemmeno aggiornava il Parlamento sugli impegni assunti con l'Unione Europea. Il presidente della Commissione Bilancio della Camera e poi lo stesso Salvini criticavano il Ministro dell'Economia per l'opacità delle trattative in Europa e per la resistenza alle necessarie politiche di bilancio espansive, cercando il supporto dell'alleato, che invece chiedeva le coperture per la flat tax e dichiarava incondizionata fiducia nel Presidente del Consiglio e nel Ministro dell'Economia.
Si arriva dunque alla crisi, dovuta, come dovrebbe essere ormai chiaro, all'arresto della spinta propulsiva, e anzi alle varie retromarce del Governo soprattutto in tema economico, retromarce che in sede di legge di bilancio avrebbero comunque portato a una rottura, o si sarebbero risolte in un tradimento del patto fra la Lega e i suoi elettori.
Il 20 agosto il Presidente del Consiglio dichiara al Senato di dimettersi, rivolgendo a Salvini così tante accuse da chiedersi perché fino ad alcuni giorni prima avesse avallato tutte le proposte del Ministro dell'Interno. Il Presidente della Commissione Finanze del Senato in quelle circostanze sottolineava al Presidente del Consiglio la mancata trasparenza sul negoziato della riforma Meccanismo Europeo di Stabilità. Vista l'espressione della volontà di dimettersi del Presidente del Consiglio, la Lega ritirava la mozione di sfiducia nei suoi confronti, in quanto non più necessaria.
Il resto è storia recentissima: in due sole settimane, i tanto reciprocamente vituperati M5S e PD hanno trovato un accordo su un nuovo Governo che mantiene lo stesso Presidente del Consiglio ma con una diversa maggioranza (caso limite, nell'Italia repubblicana), senza produrre un chiaro e definito equivalente del contratto di Governo 2018, ma solo una ventina di generici punti formulati dai vertici del M5S e sottoposti al PD. Un Governo che si basa su un unico reale punto programmatico forte: impedire al partito di maggioranza relativa di governare il Paese, e, in particolare, blindare con una maggioranza parlamentare "progressista" l'elezione del prossimo Presidente della Repubblica, in un Paese che, in tutta evidenza, sta esprimendo un orientamento politico conservatore.
Simili atteggiamenti sono espressione di un teppismo istituzionale che indebolisce importanti organi costituzionali dello Stato. Può benissimo darsi che nei prossimi tre anni l'attuale maggioranza riesca a far piacere agli italiani le politiche che finora non sono piaciute loro, a partire dall'eccessiva subalternità alle logiche europee. Purtroppo queste politiche non piacciono perché sono sbagliate, e nulla lascia presagire che perseverando nell'errore si ottengano risultati positivi. Mi è quindi difficile immaginare fra tre anni un'Italia tutta "bella ciao" e aumenti di imposte (ecologiche, naturalmente!), insomma, un'Italia maggioritariamente e convintamente progressista. Se invece diventasse prevalente l'orientamento politico favorevole alla Lega, la maggioranza degli italiani a quel punto saprebbe che nella partita delle istituzioni l'arbitro parteggia per una squadra: quella che ha perso la partita elettorale, ma vuole a tutti i costi vincere la partita del potere. Insomma: la figura del prossimo Presidente della Repubblica ne uscirebbe gravemente indebolita, con seri danni per tutti.
La politica si svolge nel tempo storico e gli scenari controfattuali (cosa sarebbe successo se...) lasciano il tempo che trovano, in virtù del noto principio secondo cui la storia non si fa coi se. Tuttavia, dal racconto qui svolto, e dai fatti che ho citato, emergono alcuni dati: la volontà di danneggiare Salvini ha spinto la componente "tecnica" del Governo (il cosiddetto "terzo partito") a cercare sponda in Bruxelles per una finanziaria che impedisse a Salvini di mantenere le sue promesse, anche a costo di rovinare il Paese; nelle partite relative alle nomine la componente "tecnica" si è mossa in totale autonomia, e tutto lascia supporre che avrebbe continuato a farlo, dato lo stato di litigiosità della parte politica; più in generale, le dinamiche politiche interne alla maggioranza avevano tolto alla Lega, forza critica e di rottura verso certi assetti costituiti, il necessario sostegno del movimento da molti ritenuto "antisistema" (ma che forse, se dobbiamo giudicare dai risultati, e fatto salvo il travaglio individuale dei tanti colleghi che conosco e apprezzo, oggettivamente non è poi stato così "anti"...).
Fra i due litiganti, il terzo partito stava già godendo e avrebbe continuato a godere, e gli italiani a soffrire. Fare chiarezza è stato un passo rischioso ma necessario.
Ora sappiamo di aver sostenuto un Governo ad personam, il cui obiettivo era contrastare Salvini. Obiettivo, intendiamoci, assolutamente lecito in democrazia se agito in modo esplicito e all'interno delle regole del dibattito democratico, ma un po' meno apprezzabile se perseguito surrettiziamente e sotto la regia di un primo ministro che a un certo punto aveva smesso di essere terzo, o forse non lo era mai stato:
Valeva comunque la pena di provarci, ma di questo parleremo un'altra volta.
Intanto, spero di avervi fatto comprendere meglio perché andare avanti così era, nei fatti e nelle cose, sostanzialmente impossibile.
mercoledì 19 agosto 2015
Why is the Eurogroup ruling Europe?
Let us
suppose that the executive members for finance of Manchester, Glasgow,
Nottingham, and Oxford city councils meet by chance at Bristol beach (UK). They
decide to have a beer together, and during this informal meeting they take
another, less irrelevant, decision: to raise your tax rate. Yes, I mean
precisely yours, even if you live in London, or Smarden, or Edinburgh, or
wherever in the UK...
What would
be your reactions next year, when the happy moment would come to pay taxes? I
suppose that you would be disappointed. But, over and above that, you would
probably ask yourself an obvious question: “Who or what on Earth gave to these
guys the right to raise my tax rate?”
The answer
is: nothing. I am quite sure that nothing in the British (or French, or German)
Constitution grants to an informal
meeting of local politicians the
right to raise taxes at the national, or even at the local, level. Such a
decision, would it be enforced by some authority, would immediately provoke an
upheaval.
Yet, this
is exactly what is happening in Europe now, without people opposing, or even
noticing it.
During the
last weeks everyone has heard of the Eurogroup. The Greek crisis has been
managed mostly by it: the Eurogroup has taken decision, has proposed or
rejected “rescue” packages, has conceded or refused delays, and so on. But what
is the Eurogroup?
According
to the website of the Council of Europe, “the Eurogroup is an informal body where the ministers of the
euro area member states discuss matters
relating to their shared responsibilities related to the euro” (emphasis added).
Is the Eurogroup mentioned in the Treaties, and where? Are there any rules
disciplining its competences, its functioning, and its agenda setting? Is it
really needed? How is it possible that such important decisions as the rescue
plans for a sovereign state be taken by an informal
body whose task is to discuss, not to
decide? Is this a good thing?
Before
answering these important questions, let us put them in perspective.
As it
happens, the story of the Eurogroup is a very interesting one: Lakoff would
probably call it a metaphor of the European integration model and of its
shortcomings.
The creation
of the Eurogroup was advocated by France in 1997, at the time the Stability and
Growth Pact was introduced. French motivations were the usual ones: to get rid
of (what French perceived as) German tyranny. Let us move a little step backward
(reculer pour mieux sauter). Everybody knows that the euro was advocated by
France (and Italy) on the purely delusional assumption that, being managed by a
“European” bank, the single currency would put an end to Bundesbank’s hegemony.
As a matter of fact, free capital movements and quasi-fixed exchange rates (i.e.,
the need to “defend” the Exchange Rate Mechanism – ERM – central parities) had
deprived the European Monetary System – EMS – participant of their (national)
monetary policies. Just as in any entry-level textbook version of the
Mundell-Fleming model, EMS countries were forced to stick to the German
interest rate, in order to avoid disruptive capital movements, and excessive
swings in their exchange rates. In particular, if Germany raised its interest
rates, the other countries were forced to follow suits, even if the conditions
of their economies would advise against this move, or capital would have moved
to Germany.
It is frequently
stated by amateur economists that the euro is dysfunctional because it implies
a “one-size-fits-all” monetary policy. This statement is extremely naïf. As
shown above, the European monetary policy was “one-size-fits-all” well before
the euro, because of the ERM-plus-capital-mobility mix (as implied by Mundell-Fleming
model). It is precisely in order to get rid of such a policy constraint that
the adoption of the euro was fostered. The French (and Italian) reasoning was:
“Ok, financial markets are integrated, and for that reason we cannot really
manage our ‘national’ interest rate anymore: henceforth there will be only one
European interest rate dynamics (levels may differ because of the spread, but
the movements will be synchronized). As of now, interest rate dynamics is
chosen by the Bundesbank. Let’s merge our currencies, and the decisions about
the interest rate will become collegial. It will still be a dysfunctional
setting, but less than the present one, where only Germany decides. Perhaps we,
the French, we will be able to induce some moderation in German decisions, and
to obtain an interest rate dynamics closer to the interests of our economy”.
Two things
were wrong with this approach.
Firstly,
the Machiavellian French politicians were apparently unable to imagine the
obvious: it was really easy to predict that any European collegial body would
have been dominated by a majority corresponding to the members of the former
“DM-area”. Let’s excuse them (the French, I mean): in order to have “esprit
florentin” you must be born in Florence (in which case you are unlikely to
become a French minister: Mazzarino himself was born in the Abruzzese mountains...).
However, in case you are an énarque
(the French version of Ottoman eunuch),
have a look at Jens Weidman answer here:
Question: uestion: Today it is even harder for
the Bundesbank to assert its influence as it is just one of 17 central banks in
the Eurosystem. What impact does this have on your work?
Weidmann:
Even though what you say is correct in terms of shares of voting rights, I certainly would not say that we are
“just” one of 17 central banks. We are the largest and most important
central bank in the Eurosystem and we have a greater say than many other
central banks in the Eurosystem. This means that we have a different role. We
are the central bank that is most active in the public debate on the future of
monetary union. This is also how some of my colleagues expect it to be.
(emphasis added... by Weidmann!)
Secondly, the
desire to keep money under French (or whatever) political control was
frustrated by the fact that there was no credible political counterpart of the
ECB, and this is where the Eurogroup comes into the picture.
Let’s go
back to basics. Dependence is a relation, and so is independence. You depend on
something (or someone), and are independent from something (or someone). It was, and it still is, unclear, from what
institution the ECB is or should be independent. The usual dialectic
between Treasury and Central Bank does not make sense at the European level,
for the very reason that there is no European Treasury (because there is no
European government, no European budget, no European state, no European people,
no European language, no European politics, and so on – even though there is an
European history that nobody wants to learn). The obvious conclusion was that
the ECB would have operated in an absolute
political vacuum, which is something very different from independence, and
it is something very worrying. So worrying that, lest the European citizens
noticed it, Dominique Strauss-Kahn proposed the creation of the Eurogroup, on
the wise ground that “in the absence of a visible and legitimate political
body, the ECB might soon be regarded by the public as the only institution
responsible for macroeconomic policy” (cited in Majone,
p. 34). The Germans opposed this project: as we all know here, they were very
reluctant to entrust any political body with the responsibility of managing
money (albeit indirectly).
As a
result, they obtained a completely emasculated Eurogroup: an informal,
consultative body, without any definite competence. Only a half of DSK wishes were
achieved: the Eurogroup was visible. The other half was not achieved: the
Eurogroup was not legitimate (besides being powerless). The Treaties did not consider nor
discipline it. It was unclear what its power were (for instance, it had no
power to fine countries breaching the SGP rules, not to say to guide the ECB),
it was unclear at what majority it decisions should be taken (and in fact regular
voting was taking place only in the ECOFIN meetings), and so on.
This
situation lasted until the Lisbon Treaty came into force at the beginning of
December 2009 (twelve years later)! Since the reform of the Treaties, the
Eurogroup is still not mentioned among the European institutions (in the Title
III of the Treaty on European Union). Yet, Protocol 14 of the Treaty
kindly informs us that:
Article 1
The
Ministers of the Member States whose currency is the euro shall meet
informally. Such meetings shall take place, when necessary, to discuss
questions related to the specific responsibilities they share with regard to
the single currency. The Commission shall take part in the meetings. The
European Central Bank shall be invited to take part in such meetings, which
shall be prepared by the representatives of the Ministers with responsibility
for finance of the Member States whose currency is the euro and of the
Commission.
Article 2
The
Ministers of the Member States whose currency is the euro shall elect a
president for two and a half years, by a majority of those Member States.
No
information on the agenda setting, on the powers, on the voting procedures,
basically: on anything but a mention to the informal
nature and to the need of meeting when
necessary (very reassuring, given the evident far-sightedness of our
governments).
By the way
(and keeping in mind my negative assessment of the French “strategy”), upon
reading the Treaties, one realizes that the
Eurogroup is a useless body. Its relevance is at best transitory (“pending
the euro becoming the currency of all Member States of the Union”, as specified
in the premises to Protocol 14). Moreover, back in 1998 the
European Parliament itself recognized that “all decisions on economic
policy, multi-lateral surveillance, and the Stability and Growth Pact will be
taken within EcoFin, as the only legally constitutional body under the Treaty to
have the necessary powers”. However, “in
practice the Euro-11 Council [i.e., the Eurogroup] is likely to take
decisions on economic integration which will be specific to the Euroland
countries”, and “because of the qualified majority situation, [Ecofin] would
have little difficulty in endorsing them”.
This
situation did not change substantially later on, when the Eurogroup was legitimated
ex post by Lisbon Treaty. The Article
136 of the TFEU (in the Chapter 4 “Provisions specific to member states whose
currency is the euro” of the Title VIII “Economic and monetary policy”)
specifies that:
1. [...] the
Council shall [...] adopt measures specific to those Member States whose
currency is the euro:
(a) to
strengthen the coordination and surveillance of their budgetary discipline;
(b) to set
out economic policy guidelines for them, while ensuring that they are
compatible with those adopted for the whole of the Union and are kept under
surveillance.
2. For
those measures set out in paragraph 1, only members of the Council representing
Member States whose currency is the euro shall take part in the vote.
A qualified
majority of the said members shall be defined in accordance with Article
238(3)(a).
(i.e., “55
% of the members of the Council representing the participating Member States,
comprising at least 65 % of the population of these States”: not a detail, see below).
One may
discuss whether the concept of “economic policy guidelines” encompasses “rescue
packages” (it will certainly do under an extensive interpretation). My point,
however, is rather different. In both the ex-ante
assessment by the European Parliament, and the ex-post
provisions of the Lisbon Treaty, the Eurogroup appears to be useless. It has no
legitimate power to decide, and the body which has this power, the Ecofin:
(a) can
discuss the same matters as the Eurogroup (and hence, no need of the latter),
and:
(b) will
necessarily reach the same decisions as the Eurogroup, because non-Eurozone
members are not
allowed to vote (and hence, once more, the Eurogroup is an
unnecessary duplication).
Summing up
the discussion so far, the Eurogroup was born basically as an unnecessary
non-entity, set up for purely cosmetic reasons on French demand, and deprived
of any real meaning by German will.
Let me add
some reflections on this point. This paradoxical creature is the result of a
specific feature of the European integration process: the tendency to favor
process over outcomes, stressed by Majone
following a distinction introduced by Bhagwati.
In short, European politicians have always favored what they could display as
an immediate result (the signature of a new treaty, and hence the integration
process per se), over the future results
of the integration process (i.e., over the goals the new treaty was supposed to
achieve). This behavior has simple motivations: the process (i.e., the
signature) takes place now, in front of the cameras; the supposed results instead
will arrive in an uncertain future, and every politician discounts the future
very heavily. The politicians' intrinsic short-sightedness has originated a
huge “political economy” literature (think for instance of the political
business cycle hypothesis). In the case of European integration, the
primacy of process over outcomes has led to two unfortunate and eventually
self-defeating features. Since what matters for politicians was always to reach
an agreement (rather than what results this agreement would bring about), in
order to speed-up the procedure (1) contentious issues were mostly side-stepped,
and (2) any precaution principle, involving the definition of rules and
institutions devoted to crisis management, was ignored.
As
mentioned above, the Eurogroup is precisely the outcome of side-stepping the political
contentious issue about who or what would be the political institution in
charge of macroeconomic policy in the Eurozone (the “Treasury” from which the
ECB would have been independent).
These reflections allows us to answer the
question as to why such a political freak is ruling Europe, taking important
decisions such as whether and how to rescue sovereign states.
The Eurogroup
rules, despite being an informal body, because the strategy of side-stepping contentious
issues and of ignoring the precaution principle has left a huge political
vacuum in the European integration process. Once the crisis arrived, it was not
clear who and how should manage it. At the same time, Germany, after
consolidating thanks to the euro its hegemonic status, was not puzzled anymore
by this supposed “counterbalance” of the by now blatantly German ECB. Quite the contrary: using the crisis as a “window
of opportunity”, a decision was apparently taken to endow an informal body,
completely controlled by creditor countries, with the power to rule over
Europe. This is the European federalist’s dream (as described by Roberto
Castaldi): to use a crisis as a window of opportunity to take outside any
democratic control a decision that the constituency would otherwise not take,
such as the decision to be ruled by an informal comité d’affaires of local, possibly unelected, politicians.
This may
seem an abstract and largely irrelevant question. The same argument I used in
order to show that the Eurogroup is a useless duplication of the Ecofin, could
be reversed to demonstrate that my concerns are misplaced. After all, if both
bodies would reach the same conclusions, who cares about what body takes
ultimate decision?
Yet, even
if we would be willing to disregard the importance to
abide by the rules in a democracy, the resurgence of the Eurogroup as the “leader of an
European awakening” (in Alberto
Quadrio Curzio’s words) has practical implications that should not be
underrated. In particular, much in the spirit of European federalism, this
outcome results in a dangerous compression of democracy. I give you two
examples of what I mean.
Firstly, we
received already a serious warning on June 27th, when the Eurogroup decided
to convene itself without the representative
of a member country (yes: Greece). This decision has been commented
extensively by both Varoufakis and Jacques Sapir. While agreeing
with Sapir analysis, I allow myself to disagree on a detail. According to Varoufakis, he was told
that:
“The
Eurogroup is an informal group. Thus it is not bound by Treaties or written
regulations. While unanimity is conventionally adhered to, the Eurogroup
President is not bound to explicit rules.”
The
argument was that the body is
informal, not, as Sapir writes, that the meeting
was informal. And unfortunately this argument, as the previous discussion
demonstrates, is correct: the Eurogroup is an informal body, and as such it is not bound by rules. After all, the
four executive members of my first example could have chosen to drink cider,
instead of beer! The danger of entrusting an informal body with momentous
decisions is evident. At any crucial moment, it can decide to give itself rules
that deprive of voice one of the parties concerned by its decisions. Hence, in
a sense the situation is even worse than the one depicted by either Sapir or
Varoufakis. The questions then arises as to who, when and how entrusted the
Eurogroup with the task of managing the “rescue” of Greece (i.e., of Greece’s
creditors, as we all know here). Sapir affirms that it was the European
Council, but, while trusting him, I was unable to find evidence of this
decision. It would be extremely interesting to see in what terms the Eurogroup
received its mandate.
Another
example. Being an informal body, the Eurogroup has no definite voting
procedure. We can assume by analogy that it would adopt the voting procedure of
the Ecofin council, disciplined by Article 16(4) of the Treaty on European
Union as well as Article 238(2) of the TFEU. However, we could also have
assumed by analogy that the Eurogroup could not convene itself without a member
country, and it did. If the Eurogroup did not exist, any decision would be
taken by the legitimate body, the Ecofin. Interestingly enough, the voting
calculator shows us that under the current rules, the four “Club Med”
countries constitute a blocking minority for Eurozone-related issues, under
both qualified majorities envisaged after the reform in November 2014. In other
words, if you
(1) exclude
from the vote Bulgaria, Croatia, the Czech Republic, Denmark, Hungary, Poland,
Romania, Sweden and the United Kingdom (as envisaged by Article 136(4) of the
TFEU), and
(2) Greece,
Italy, Portugal and Spain vote against
the criterion
of “at least 65% of the population” will not be met. This is what would happen
by following the rules. I will not go as far as to say that the Eurogroup was
somehow entrusted with the task of solving the crisis because it is not bound to follow this rule. Yet, the argument that, being an informal body, it is
not bound by any rule has already been used. I maintain that a political solidarity
between debtor countries is impossible. Everyone thinks that its situation is
better than that of its neighbor, and all of them are ruled by commissioners of
the creditor countries (Tsipras, in my opinion expressed
here, could be a good example). However, once the informal Eurogroup (instead of the formal Ecofin) becomes the institution
for the discussion of economic affairs, any political solidarity among Club-Med
countries could be easily circumvent, by adapting the “informal” voting procedure.
Yes, I
know: I am too “florentin”. This is because I am actually Florentine. But think
about it. Are you able to find a sensible reason for entrusting an informal
body with crucial decisions? My take is that this choice is political, not
technical, and it aims deliberately at repressing democracy (which is what
the euro was made for).
And yours?
(...apologies for my poor English. I hold the opinion that the hegemonic language is doomed to be badly spoken and poorly written. This is what happened to Latin, and what’s now happening to English. For that reason, although I am quite a careful writer in Italian, I do not really care a lot about reaching an impossible task: write a correct English. The half-full glass is that I am quite sure that those who wish to understand, will. The other will not, but they would not even if Shakespeare had written this post. However, unlike Shakespeare, I had this post grammar-checked by Words...)
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sabato 15 agosto 2015
QED 55: Passera, la Cina, e il "dark secret" dell'Eurozona
Un gentile lettore su Twitter mi ha fatto notare che quanto sta accadendo al cambio cinese in effetti è un QED. Purtroppo le perle di saggezza che profondo sono talmente tante che non riesco a tenerne l'inventario, ma per fortuna ci siete voi! Riguardatevi er contribbuto dalla reggìa:
Vi propongo di degustarlo a ritroso, partendo dalla spettacolare boria di Passera che al minuto 11:35 mi si rivolge dicendo: "Come sa, il mondo è costellato di economisti che pensano di avere il modello sicuro." Cosa aveva motivato questo scomposto accesso di qualunquismo da bar? La mia ovvia osservazione che la svalutazione dell'euro non sarebbe stata risolutiva perché avrebbe "suscitato reazioni nel resto del mondo", espressa a 11:20. Le reazioni erano prevedibili, per il semplice motivo che una svalutazione da parte di un paese in surplus (e l'Eurozona lo è molto più della Cina, come vi ricordavo ieri sul Fatto Quotidiano) corrisponde a una dichiarazione di guerra valutaria. Immancabilmente, le reazioni ci sono state, come sapete e come abbiamo visto nei post precedenti.
D'altra parte, era del tutto chiaro a chiunque non fosse un dilettante che la mossa della Bce, priva di qualsiasi logica economica, e dettata solo dalla logica politica di assicurare la propria (della Bce) sopravvivenza, ci avrebbe messo nei guai, sempre al nobile scopo di salvare l'euro (da noi).
La logica della decisione era politica: si trattava di tentare di alleviare le sofferenze dei paesi della periferia europea e di indurre una parvenza di ripresa economica che supportasse i governi che "avevano fatto la cosa giusta" (cioè massacrato diritti dei lavoratori e stato sociale), per evitare reazioni troppo violente in vista delle elezioni greche e spagnole. La cosa giusta però era sbagliata: noi l'avevamo detto, 362 giorni dopo lo dicono tutti, ma questo rafforzava l'esigenza di nascondere il danno fatto! L'indebolimento dell'euro doveva appunto permettere in qualche modo alle economie devastate dall'austerità di recuperare competitività sui paesi terzi (Stati Uniti ed emergenti), alleviando il costo delle scelte politiche sbagliate.
Purtroppo questa decisione, meramente politica, avrebbe messo in ulteriori guai economici l'Eurozona, perché la Cina prima si sarebbe trovata in difficoltà (e un calo della sua domanda si sarebbe trasformato in una prima frenata delle nostre esportazioni - a danno della stessa Germania) e poi avrebbe svalutato, per recuperare un valore del cambio reale più compatibile con la sua strategia di rivalutazione continua e moderata (descritta nel post precedente). Senza contare che, come previsto dal modello di a/simmetrie, la svalutazione ovviamente non sarebbe stata risolutiva nei confronti dell'Eurozona, cioè del nostro maggiore partner commerciale (cosa che altresì avevo evocato in trasmissione: lo testimonia il video).
Spettacolare boria, ripeto, cui il dilettante, ex post, rimedia con questo simpatico pezzo di arte povera: le deliranti parole in libertà di un prigioniero dell'ideologia.
Ma tant'è: come ha detto giustamente Claudio Borghi, Passera è uno che alle elezioni non supererebbe la soglia di sbarramento nemmeno se questa non ci fosse. Gli vogliamo bene, però, perché lui, come il suo consigliere economico, ci regalano momenti di ilarità.
Lasciamoci ora Passera alle spalle, per recuperare un minimo di serietà. Per non parlare sempre delle stesse cose, note, stranote e arcinote a chi ci segue dall'inizio, e a chi ha la buona volontà di documentarsi prima di intervenire, vi aggiungo un dettaglio illuminante, sul quale ho riflettuto grazie al libro di Giandomenico Majone (il quale, peraltro, sarà al #goofy4).
Passera dice: "Gestire il cambio come è stato fatto saggiamente dalla Bce"...
Ma...
Chi è responsabile della gestione del tasso di cambio dell'euro?
Ecco, bella domanda. La risposta, però, non c'è (anche se i dilettanti non lo sanno).
Come nota Majone, l'art. 109 del Trattato di Maastricht era sufficientemente ambiguo, tanto che, come notava l'eurista Wyplosz (non uno di passaggio) l'euro aveva bisogno di competenze più chiare: in particolare, chi ne gestisse il valore esterno restava un oscuro segreto. Non è male, vero, aver fatto una moneta unica senza nemmeno stabilire chi, come e perché ne gestisca il cambio?
La situazione non è cambiata poi molto con il successivo Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. Il suo articolo 127, nel definire le competenze della Bce, rinvia all'articolo 219 che contiene lo stesso pastrocchio giudicato ambiguo da Wyplosz (eurista) e da Majone (europeo). Quindi la riforma dei trattati effettuata nel 2007 si è ben guardata dal far luce sull'oscuro segreto.
Perché?
Come mette in evidenza Majone, questa ambiguità, e omissioni consimili (ad esempio, l'assenza di qualsiasi meccanismo decente di gestione delle crisi, che si è manifestata puntuale con la prima crisi), non sono il risultato di una cattiva stesura dei Trattati, quanto di un fondamentale disaccordo politico fra le parti contraenti. L'impossibilità di risolvere questo disaccordo ha portato a soluzioni di compromesso nelle quali una serie di questioni cruciali vengono semplicemente omesse. Si ottiene così l'obiettivo politico a breve termine di non scontentare nessuno, ma si pongono le basi per successive catastrofi.
La natura del disaccordo è nota, ma vale la pena di rammentarla. Il punto di fondo, qui, è sempre il contrasto franco-tedesco, e in particolare l'insofferenza francese verso la "German dominance", verso la tirannia del marco, ovvero verso la necessità, per il paesi dello SME, di adeguarsi alla politica monetaria della potenza egemone, salvo subire movimenti di capitale destabilizzanti. La crisi del 1992 era stata esemplare: essa dipendeva anche dal fatto che nel periodo precedente molti paesi europei, a partire dal nostro, erano stati costretti ad adottare tassi di interesse troppo alti per le condizioni della loro economia e della loro finanza pubblica, semplicemente perché se non lo avessero fatto i capitali sarebbero fuggiti in Germania, dove i tassi si erano alzati per sovvenire al bisogno di finanziare la riunificazione tedesca.
Durante tutto il percorso verso l'euro i francesi (e i loro satelliti) hanno adottato la visione che Majone chiama "monetarista": "Facciamo subito la moneta unica (che potremo controllare collegialmente, diluendo l'influenza tedesca). Le economie si coordineranno da sole e la politica seguirà". Lo scopo di questa visione delirante era l'urgenza di sottrarre la gestione del Sistema Monetario Europeo alla Germania (l'abbaglio del quale abbiamo parlato qui). Secondo i francesi (ma anche secondo Modigliani) la moneta unica avrebbe operato sotto il controllo politico di tutti i paesi europei (in particolare francese), cosa che, evidentemente, in Europa non poteva accadere finché comandava la Bundesbank! Un'aspirazione di per sé nobile a una maggiore simmetria, che però veniva perseguita nel modo sbagliato (e anche qui sappiamo perché, e sappiamo che l'errore era prevedibile: il modo sbagliato era funzionale a giustificare le politiche di repressione salariale nei paesi periferici - "ce lo chiede l'Europa!" - mentre il fallimento era prevedibile perché era chiaro che il consiglio della Bce sarebbe stato dominato dal blocco coeso dei paesi dell'ex area del marco).
La Germania invece era fautrice della visione che Majone chiama "economicista": "Prima facciamo convergere le economie, e poi uniamo la moneta, perché a noi di pagare il vostro conto non va" (e anche qui ci sarebbe da discutere su chi e come in Germania sostenesse questa visione, che comunque è agli atti delle varie discussioni).
Il punto è che la fuga in avanti verso l'unione monetaria, alla fine accettata dalla Germania (cui faceva comodo per togliersi di mezzo un concorrente scomodo: noi) lasciava un vuoto politico. I francesi, nel propugnarla, volevano però evitare di rendere troppo evidente un dato ovvio, ovvero che la Bce non è semplicemente "indipendente", come lo sono molte banche centrali (fra crescenti contestazioni) dal proprio interlocutore politico. La Bce questo interlocutore politico (ipoteticamente, il Ministero del Tesoro) semplicemente non lo ha, il che significa che comanda da sola.
La vicenda della creazione dell'Eurogruppo è eloquente in questo senso.
Esso nasce dal desiderio francese di fornire una controparte "politica"alla Bce: il gruppo dei ministri del Tesoro dell'Eurozona (una caricatura del naturale interlocutore politico di una banca centrale). Strauss-Kahn (quello che se sò bbevuto nel modo che sapete) all'epoca (1997) sosteneva che "in assenza di un organo politico visibile e legittimo, la Bce rischierebbe di essere presto vista dal pubblico come l'unica istituzione responsabile della politica economica europea" (Majone, p. 34). La dialettica fra francesi e tedeschi all'epoca fu rivelatrice, perché i tedeschi, di un simile interlocutore politico, non volevano saperne nulla. Lo spazio che l'Eurogruppo si è conquistato nella gestione dell'ultima eterna crisi è la conseguenza di un cambio di atteggiamento tedesco, motivato dalla certezza di aver ormai assunto uno status di egemonia tale che un organo "politico" dello spessore dell'Eurogruppo (carta velina) non può contrapporsi dialetticamente alla Bce (con la quale infatti va d'amore e d'accordo, cosa che i francesi non volevano quando lo hanno proposto).
Di fatto, anche l'Eurogruppo non è un organo previsto dai Trattati e non ha poteri definiti (motivo per il quale Trippas avrebbe tranquillamente potuto non andarci a parlare, peraltro).
Lascia quindi stupefatti l'entusiasmo col quale Alberto Quadrio Curzio lo definisce il nuovo regista del risveglio europeo. Veramente non si capisce in quale modo possa essere visto come un passo avanti il fatto che un ruolo così importante sia stato giocato da un organo la cui natura informale viene chiaramente esplicitata dai siti ufficiali, e le cui competenze, a differenza di quello che sembra pensare Quadrio Curzio, non sono chiaramente definite (e non lo sono per i motivi che specifica Majone: omissioni determinate dalla mancanza di accordo politico fra i due attori principali dell'Eurozona).
Il fatto che l'Eurogruppo sia diventato così rilevante certifica il fallimento, non il risveglio dell'Europa, perché indica chiaramente come le istituzioni e le regole che essa si è data siano insufficienti a garantirne una ordinata gestione in caso di crisi. Questo, ovviamente, dipende anche e soprattutto dalle regole che non si è data (come quelle su chi gestisca effettivamente il tasso di cambio dell'euro), e dai motivi per i quali non se le è date: il fondamentale e irrisolto conflitto franco-tedesco.
Suppongo che il dr. Passera si sia perso parecchie righe fa. A voi, che mi avete seguito fin qui, spero di aver dato qualche utile spunto di riflessione.
(...oltre ad avervi dato ulteriore riprova della differenza fra un professionista e un dilettante...)
Vi propongo di degustarlo a ritroso, partendo dalla spettacolare boria di Passera che al minuto 11:35 mi si rivolge dicendo: "Come sa, il mondo è costellato di economisti che pensano di avere il modello sicuro." Cosa aveva motivato questo scomposto accesso di qualunquismo da bar? La mia ovvia osservazione che la svalutazione dell'euro non sarebbe stata risolutiva perché avrebbe "suscitato reazioni nel resto del mondo", espressa a 11:20. Le reazioni erano prevedibili, per il semplice motivo che una svalutazione da parte di un paese in surplus (e l'Eurozona lo è molto più della Cina, come vi ricordavo ieri sul Fatto Quotidiano) corrisponde a una dichiarazione di guerra valutaria. Immancabilmente, le reazioni ci sono state, come sapete e come abbiamo visto nei post precedenti.
D'altra parte, era del tutto chiaro a chiunque non fosse un dilettante che la mossa della Bce, priva di qualsiasi logica economica, e dettata solo dalla logica politica di assicurare la propria (della Bce) sopravvivenza, ci avrebbe messo nei guai, sempre al nobile scopo di salvare l'euro (da noi).
La logica della decisione era politica: si trattava di tentare di alleviare le sofferenze dei paesi della periferia europea e di indurre una parvenza di ripresa economica che supportasse i governi che "avevano fatto la cosa giusta" (cioè massacrato diritti dei lavoratori e stato sociale), per evitare reazioni troppo violente in vista delle elezioni greche e spagnole. La cosa giusta però era sbagliata: noi l'avevamo detto, 362 giorni dopo lo dicono tutti, ma questo rafforzava l'esigenza di nascondere il danno fatto! L'indebolimento dell'euro doveva appunto permettere in qualche modo alle economie devastate dall'austerità di recuperare competitività sui paesi terzi (Stati Uniti ed emergenti), alleviando il costo delle scelte politiche sbagliate.
Purtroppo questa decisione, meramente politica, avrebbe messo in ulteriori guai economici l'Eurozona, perché la Cina prima si sarebbe trovata in difficoltà (e un calo della sua domanda si sarebbe trasformato in una prima frenata delle nostre esportazioni - a danno della stessa Germania) e poi avrebbe svalutato, per recuperare un valore del cambio reale più compatibile con la sua strategia di rivalutazione continua e moderata (descritta nel post precedente). Senza contare che, come previsto dal modello di a/simmetrie, la svalutazione ovviamente non sarebbe stata risolutiva nei confronti dell'Eurozona, cioè del nostro maggiore partner commerciale (cosa che altresì avevo evocato in trasmissione: lo testimonia il video).
Spettacolare boria, ripeto, cui il dilettante, ex post, rimedia con questo simpatico pezzo di arte povera: le deliranti parole in libertà di un prigioniero dell'ideologia.
Ma tant'è: come ha detto giustamente Claudio Borghi, Passera è uno che alle elezioni non supererebbe la soglia di sbarramento nemmeno se questa non ci fosse. Gli vogliamo bene, però, perché lui, come il suo consigliere economico, ci regalano momenti di ilarità.
Lasciamoci ora Passera alle spalle, per recuperare un minimo di serietà. Per non parlare sempre delle stesse cose, note, stranote e arcinote a chi ci segue dall'inizio, e a chi ha la buona volontà di documentarsi prima di intervenire, vi aggiungo un dettaglio illuminante, sul quale ho riflettuto grazie al libro di Giandomenico Majone (il quale, peraltro, sarà al #goofy4).
Passera dice: "Gestire il cambio come è stato fatto saggiamente dalla Bce"...
Ma...
Chi è responsabile della gestione del tasso di cambio dell'euro?
Ecco, bella domanda. La risposta, però, non c'è (anche se i dilettanti non lo sanno).
Come nota Majone, l'art. 109 del Trattato di Maastricht era sufficientemente ambiguo, tanto che, come notava l'eurista Wyplosz (non uno di passaggio) l'euro aveva bisogno di competenze più chiare: in particolare, chi ne gestisse il valore esterno restava un oscuro segreto. Non è male, vero, aver fatto una moneta unica senza nemmeno stabilire chi, come e perché ne gestisca il cambio?
La situazione non è cambiata poi molto con il successivo Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. Il suo articolo 127, nel definire le competenze della Bce, rinvia all'articolo 219 che contiene lo stesso pastrocchio giudicato ambiguo da Wyplosz (eurista) e da Majone (europeo). Quindi la riforma dei trattati effettuata nel 2007 si è ben guardata dal far luce sull'oscuro segreto.
Perché?
Come mette in evidenza Majone, questa ambiguità, e omissioni consimili (ad esempio, l'assenza di qualsiasi meccanismo decente di gestione delle crisi, che si è manifestata puntuale con la prima crisi), non sono il risultato di una cattiva stesura dei Trattati, quanto di un fondamentale disaccordo politico fra le parti contraenti. L'impossibilità di risolvere questo disaccordo ha portato a soluzioni di compromesso nelle quali una serie di questioni cruciali vengono semplicemente omesse. Si ottiene così l'obiettivo politico a breve termine di non scontentare nessuno, ma si pongono le basi per successive catastrofi.
La natura del disaccordo è nota, ma vale la pena di rammentarla. Il punto di fondo, qui, è sempre il contrasto franco-tedesco, e in particolare l'insofferenza francese verso la "German dominance", verso la tirannia del marco, ovvero verso la necessità, per il paesi dello SME, di adeguarsi alla politica monetaria della potenza egemone, salvo subire movimenti di capitale destabilizzanti. La crisi del 1992 era stata esemplare: essa dipendeva anche dal fatto che nel periodo precedente molti paesi europei, a partire dal nostro, erano stati costretti ad adottare tassi di interesse troppo alti per le condizioni della loro economia e della loro finanza pubblica, semplicemente perché se non lo avessero fatto i capitali sarebbero fuggiti in Germania, dove i tassi si erano alzati per sovvenire al bisogno di finanziare la riunificazione tedesca.
Durante tutto il percorso verso l'euro i francesi (e i loro satelliti) hanno adottato la visione che Majone chiama "monetarista": "Facciamo subito la moneta unica (che potremo controllare collegialmente, diluendo l'influenza tedesca). Le economie si coordineranno da sole e la politica seguirà". Lo scopo di questa visione delirante era l'urgenza di sottrarre la gestione del Sistema Monetario Europeo alla Germania (l'abbaglio del quale abbiamo parlato qui). Secondo i francesi (ma anche secondo Modigliani) la moneta unica avrebbe operato sotto il controllo politico di tutti i paesi europei (in particolare francese), cosa che, evidentemente, in Europa non poteva accadere finché comandava la Bundesbank! Un'aspirazione di per sé nobile a una maggiore simmetria, che però veniva perseguita nel modo sbagliato (e anche qui sappiamo perché, e sappiamo che l'errore era prevedibile: il modo sbagliato era funzionale a giustificare le politiche di repressione salariale nei paesi periferici - "ce lo chiede l'Europa!" - mentre il fallimento era prevedibile perché era chiaro che il consiglio della Bce sarebbe stato dominato dal blocco coeso dei paesi dell'ex area del marco).
La Germania invece era fautrice della visione che Majone chiama "economicista": "Prima facciamo convergere le economie, e poi uniamo la moneta, perché a noi di pagare il vostro conto non va" (e anche qui ci sarebbe da discutere su chi e come in Germania sostenesse questa visione, che comunque è agli atti delle varie discussioni).
Il punto è che la fuga in avanti verso l'unione monetaria, alla fine accettata dalla Germania (cui faceva comodo per togliersi di mezzo un concorrente scomodo: noi) lasciava un vuoto politico. I francesi, nel propugnarla, volevano però evitare di rendere troppo evidente un dato ovvio, ovvero che la Bce non è semplicemente "indipendente", come lo sono molte banche centrali (fra crescenti contestazioni) dal proprio interlocutore politico. La Bce questo interlocutore politico (ipoteticamente, il Ministero del Tesoro) semplicemente non lo ha, il che significa che comanda da sola.
La vicenda della creazione dell'Eurogruppo è eloquente in questo senso.
Esso nasce dal desiderio francese di fornire una controparte "politica"alla Bce: il gruppo dei ministri del Tesoro dell'Eurozona (una caricatura del naturale interlocutore politico di una banca centrale). Strauss-Kahn (quello che se sò bbevuto nel modo che sapete) all'epoca (1997) sosteneva che "in assenza di un organo politico visibile e legittimo, la Bce rischierebbe di essere presto vista dal pubblico come l'unica istituzione responsabile della politica economica europea" (Majone, p. 34). La dialettica fra francesi e tedeschi all'epoca fu rivelatrice, perché i tedeschi, di un simile interlocutore politico, non volevano saperne nulla. Lo spazio che l'Eurogruppo si è conquistato nella gestione dell'ultima eterna crisi è la conseguenza di un cambio di atteggiamento tedesco, motivato dalla certezza di aver ormai assunto uno status di egemonia tale che un organo "politico" dello spessore dell'Eurogruppo (carta velina) non può contrapporsi dialetticamente alla Bce (con la quale infatti va d'amore e d'accordo, cosa che i francesi non volevano quando lo hanno proposto).
Di fatto, anche l'Eurogruppo non è un organo previsto dai Trattati e non ha poteri definiti (motivo per il quale Trippas avrebbe tranquillamente potuto non andarci a parlare, peraltro).
Lascia quindi stupefatti l'entusiasmo col quale Alberto Quadrio Curzio lo definisce il nuovo regista del risveglio europeo. Veramente non si capisce in quale modo possa essere visto come un passo avanti il fatto che un ruolo così importante sia stato giocato da un organo la cui natura informale viene chiaramente esplicitata dai siti ufficiali, e le cui competenze, a differenza di quello che sembra pensare Quadrio Curzio, non sono chiaramente definite (e non lo sono per i motivi che specifica Majone: omissioni determinate dalla mancanza di accordo politico fra i due attori principali dell'Eurozona).
Il fatto che l'Eurogruppo sia diventato così rilevante certifica il fallimento, non il risveglio dell'Europa, perché indica chiaramente come le istituzioni e le regole che essa si è data siano insufficienti a garantirne una ordinata gestione in caso di crisi. Questo, ovviamente, dipende anche e soprattutto dalle regole che non si è data (come quelle su chi gestisca effettivamente il tasso di cambio dell'euro), e dai motivi per i quali non se le è date: il fondamentale e irrisolto conflitto franco-tedesco.
Suppongo che il dr. Passera si sia perso parecchie righe fa. A voi, che mi avete seguito fin qui, spero di aver dato qualche utile spunto di riflessione.
(...oltre ad avervi dato ulteriore riprova della differenza fra un professionista e un dilettante...)
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