L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Sì, la baio, sapete quella cosa che i cretini nella cloaca massima intasano di bandierine, dopo averci affastellato scintillanti qualifiche awanagana precedute dall'immancabile "father of two"?
Ecco.
Ovviamente serve (e di corsa pure) anche all'editore (questa cosa sta diventando la novella dello stento), per i suoi stessi venali scopi (convincere una serqua di piddini a distribuire il Malleus piddinorum, che è un po' come aprire una rivendita di aglio di Sulmona in Transilvania). Sarebbero 600 o 700 battute. Quella della prima edizione ve la rimetto qui:
Alberto Bagnai è nato a Firenze e si è laureato in Economia alla Sapienza di Roma, dove ha conseguito il dottorato in Scienze Economiche. È professore associato di politica economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara. Si occupa di economie emergenti e della sostenibilità del debito pubblico ed estero e ha pubblicato saggi su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Il suo blog goofynomics.blogspot.com è diventato un importante punto di riferimento per l’analisi della crisi dell’Eurozona.
(sono 555 battute).
Che dite? Qualcosa credo che bisognerà aggiungere. Mi ci metto, se potete fatevi venire qualche idea anche voi.
Oggi parlavo con un amico che fa un mestiere per certi versi simile al mio: non ha orari, e la gente lo cerca solo quando ha problemi che lui deve risolvere. Siccome in questo momento ho un problema io, ne è nato lo spunto per qualche minuto di allineamento, nel corso del quale gli ho sentito dire una cosa che sarebbe sì ovvia, ma alla quale nessuno mi sembra presti mai sufficiente attenzione. C'è un modo molto semplice per capire se quello che stiamo facendo è utile: vedere se infastidisce il nemico.
Giovedì, ad esempio, sono salito per un momento a quota periscopica e gliene ho sganciato uno che gli ha fatto del male, a giudicare dalle reazioni:
(nell'ordine: Foglio, Repubblica, Verità e Sole 24 Ore).
Il Foglio naturalmente vince a mani basse, come sempre, ma ci sono almeno due livelli di menzogna trasversali a tutte queste prestigiose testate.
e questo per un motivo fattuale e oggettivo: perché nella giornata in cui secondo gli operatori informativi in maggioranza si sarebbe litigato (mercoledì) lui era impegnato in missione col COPASIR in Libia. Una missione, fra l'altro, per nulla segreta, tant'è che gli operatori informativi ne erano a conoscenza, dal che dovremmo forse dedurre che, più saggi (ma solo in questo) di noi, gli OI (operatori informativi) non leggono le stronzate notizie che essi stessi scrivono.
Il secondo e più spudorato livello di menzogna è che mercoledì non lo abbiamo passato a litigare, per il semplice motivo che... non avevamo un testo su cui confrontarci!
Preciso: Claudio, sapendo che non sarebbe stato in Italia quando si presumeva che il testo della risoluzione sarebbe arrivato, mi aveva pregato di stare all'erta (ma lo avrei comunque dovuto fare, visto che si votava prima alla Camera), tant'è che io già domenica avevo chiesto alla nostra chat "Risoluzioni" (una delle tante con cui ci coordiniamo, e una delle poche non messe su da me) se stessero scaldando i motori. Quanto al testo, questa volta non aveva seguito il percorso abituale, che passa per gli uffici legislativi dei gruppi, ma era stato recapitato dai rapporti col Parlamento direttamente ai capigruppo, e a noi era arrivato dopo le 22 di mercoledì. Io me ne stavo beatamente a cena in orario per me inconsueto, e avevo appena mandato a Claudio un invito a uscire dal triangolo dei palazzi, in cui egli si annida per tessere le sue sordide trame, per raggiungerci al Quartiere Africano:
ma lui mi faceva notare che stava appunto atterrando di ritorno dall'Africa e non ne voleva sapere mezza di raggiungermi, avendo cenato appunto in Africa (il che rendeva superflua una cena al Quartiere Africano). Un'ora dopo questo messaggio, in orari in cui di solito mi trovo in fase REM (22:38, sempre di mercoledì), mi arriva un suo messaggio col testo della famosa bozza ricevuta dal suo capogruppo che l'aveva ricevuta dal ministro per i rapporti col Parlamento. Alle 23:07 metto questa bozza tecnica in chat per una valutazione politica, anche il mio capogruppo conferma di averla avuta per la stessa via, e se ne discute un po'. Io crollo (ovviamente), tanto il giorno dopo mi sarei dovuto svegliare presto, ma non prima di constatare alle 23:38 che gli OI ovviamente avevano già ricevuto e pubblicato la stessa bozza, su cui stavano costruendo una narrazione inconsistente (ma questa non è una notizia). In effetti il documento era molto notarile, come ci si aspetta da un documento redatto da tecnici. Tuttavia, non menzionare nemmeno l'eccezionalità della situazione in cui si trova il Paese (la famosa crisi di Schrödinger di cui ho parlato in aula) non sembrava politicamente molto opportuno. Insomma, c'era da ragionarci un po', ma intanto c'era da dormirci sopra.
Giovedì mi sveglio presto e, legittimato dal mio ruolo di responsabile economico del partito, faccio un rapido giro di consultazioni per capire se e con chi dovevo parlare. Alle 6:05 mando un messaggio al capo, alle 6:14 a Giancarlo, alle 6:18 a Riccardo, alle 8:08 a Foti, e alle 9:08 a Ciriani. Non entro nei dettagli, ma to make a long story short emerge (in ordine inverso) che Luca mi dice di non aver preso né dover prendere parte all'elaborazione del testo, Tommaso idem, Giancarlo mi chiede la cortesia di suggerire qualche revisione che precisi il senso secondo quello che lui aveva detto in audizione (dato che lui era già in aula ad ascoltare la DG), io eseguo, lui valida (come ha detto alla stampa), e poi io mi incarico di consultare i capigruppo di maggioranza perché si sentissero fra loro, dato che l'ultima parola naturalmente doveva essere loro. Il tutto in tempi molto risicati perché il testo andava consegnato alle 10:20. Alla fine i capigruppo, che sono ovviamente i responsabili dell'indirizzo politico di maggioranza, trovano accettabile il lavoro fatto e decidono loro di firmarlo e depositarlo nei tempi previsti.
Questa è la storia delle bozze avvelenate e dell'area inquinata, in cui il mio unico ruolo è stato quello di aiutare il centrodestra a evitare di fare una figura barbina non menzionando in alcun modo il bailamme che sta succedendo sui mercati internazionali.
Ora, qui ci sarebbero alcune considerazioni di merito e di metodo da fare. Anzi, ce ne sarebbero di infinite, ma proverò a farne solo alcune, nella speranza che possano aiutarvi a essere meno emotivi (o semplicemente meno sciocchi), o meglio a non farvi trascinare da qualche furbastro sull'insidioso terreno dell'emotività e del complottismo, dove gli OI vi attendono per fiaccare il vostro morale (bene prezioso in battaglia)!
Non so se riuscirò a gerarchizzarle nel modo corretto: diciamo che intanto procederò in no particular order, poi se mai vi aiuterò a prioritizzare.
Punto primo: il documento in oggetto era la risoluzione di maggioranza sul DFP 2026 (Documento di Finanza Pubblica). Secondo il rito europeo, questo documento, elaborato dal MEF, è presentato dal Primo ministro e dal Ministro dell'Economia e delle Finanze al Consiglio dei ministri che lo approva. L'approvazione aveva avuto luogo il 22 aprile (il mercoledì precedente). Sul valore e sul ruolo di questi documenti ci siamo più volte esercitati: la mia visione non è così radicalmente negativa come quella di Claudio, nel senso che penso che comunque un quadro programmatico di riferimento possa essere utile, anche se necessariamente, non fosse che per l'ovvio problema metodologico consistente nel fornirle in forma puntuale anziché intervallare, tutte le previsioni in esso contenute saranno false e non andrebbero quindi elevate a feticcio. Ma questo agli sciamani di Bruxelles non possiamo chiederlo. Fatto sta che l'onere di definire una programmazione economica spetta all'esecutivo, che il documento non è di per sé emendabile perché non è prodotto dal lavoro parlamentare, e che il Parlamento è chiamato a esprimersi solo con una risoluzione, cioè con un documento di indirizzo in cui indica al Governo in quale modo desidererebbe che il programma venisse realizzato, con quali accortezze, con quali priorità. Questo era appunto il documento di cui io avrei "spacciato bozze avvelenate".
Ora, non vi sfuggirà questa simpatica differenza fra la teoria e la pratica.
Esattamente come nel caso dei pareri sugli emendamenti, che a ogni votazione in Commissione o in Assemblea vengono dati prima dal relatore, per segno di rispetto verso il Parlamento, e poi dal sottosegretario in nome del Governo (ma in realtà è il sottosegretario che li ha portati al relatore, e quindi in seduta il Governo si conforma al parere che ha imposto al Parlamento, e il Parlamento non ha praticamente mai la forza di votare contro il Governo, anche se ne avrebbe in teoria la potestà), anche per le risoluzioni, che sarebbero atti parlamentari, è il Governo a scrivere il testo (cioè ad accettare di farsi dare dal Parlamento l'indirizzo che ha deciso di darsi da solo).
Fino a qui tutto bene, come disse quello che cadeva da un palazzo di 50 piani.
Immagino che a qualcuno di voi questa sembrerà una intollerabile violazione delle prerogative parlamentari, e, se evoluto, della sua propria sovranità di elettore, cioè di elemento di quel popolo cui la sovranità appartiene. Bene! Ma se aveste voluto contare qualcosa (per interposto rappresentante) vi sareste dovuti opporre all'abolizione dei vitalizi (che ha reso i parlamentari ricattabili dal Governo, perché se il Governo va a casa a seguito di un incidente parlamentare chi lo ha causato rischia di restare senza indennità!) e all'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti (che ha reso i parlamentari dipendenti dal Governo, perché i partiti non hanno più, non potendole remunerare, le competenze necessarie per scrivere un testo di legge che abbia una sua tenuta). Tolti questi due presidi di democrazia, ora la democrazia funziona così, cioè al contrario: la Repubblica non è più parlamentare ma governativa. Questo è necessariamente un male? Non direi. Il problema, eventualmente, è un altro: che purtroppo esiste un livello superiore, quello europeo, che solo il Governo può effettivamente gestire! Sono i ministri che vanno ai Consigli dell'Unione Europea (Giorgetti all'ECOFIN), ed è il premier ad andare al Consiglio Europeo. Loro sanno che cosa succede lì, non possiamo andarci tutti e seicento, per ovvi motivi. Ne consegue, però, che visto che noi più di tanto non possiamo sapere che cosa succeda su quei tavoli, ovviamente dobbiamo fidarci di chi ci mandiamo, il che presuppone, ad esempio, che se in un momento delicato come questo a livello internazionale occorre redigere un documento politicamente sensibile, sia il Governo a prendere l'iniziativa di proporne una bozza, visto che è il Governo che sa quale negoziato sta facendo in Europa, quante partite sono aperte, e quali reazioni può suscitare una parola fuori posto.
E qui già immagino che avrò perso per strada molti di voi, che obietteranno (nei commenti). Non prevengo le obiezioni altrimenti perdo tempo, preferisco enumerare gli altri punti.
Punto secondo: nelle condizioni delicate in cui siamo, il mio intervento correva il rischio di essere inopportuno e di suscitare gelosie (e a giudicare dai commenti direi che il rischio potrebbe essersi materializzato). Perché? Perché la tempistica con cui la risoluzione era stata consegnata ai capigruppo lasciava intendere che, nonostante che questo non fosse stato esplicitato, il documento andasse considerato "blindato". Lo indicava anche un altro dato procedurale, cioè il fatto che fosse stata recapitata ai capigruppo senza passare dagli uffici legislativi di maggioranza, cui quindi implicitamente era stato chiesto di non apportare modifiche. Perché se è fisiologico che il Parlamento non possa nemmeno far finta di scrivere un documento che non tocca a lui scrivere (cioè il DFP), è viceversa abituale che faccia finta di scrivere il documento che tocca a lui scrivere (cioè la risoluzione), motivo per cui il testo normalmente arriva un pochino prima. Ad esempio, la bozza di risoluzione votata in aula mercoledì 11 marzo in vista del Consiglio Europeo del 19 marzo, in occasione della quale feci questo intervento in DG:
ci era arrivata dal Senato alle 18:11 del 9 (quindi due giorni prima, non la notte prima)! Inutile dire che in questi casi il giovane ed impulsivo Borghi si infiamma (il senile e mellifluo Bagnai tende a prenderla con più filosofia...). Ora, qual era il rischio che correvo intervenendo giovedì scorso? Che se in qualche modo l'intervento fosse stato considerato come una "riapertura" di un testo blindato, tutti i legislativi avrebbero voluto metterci becco, cosa di per sé assolutamente positiva, ma nelle circostanze specifiche poco pratica, perché su una somma di proposte le più disparate non si sarebbe mai trovata la quadra e quindi ci saremmo trovati con il testo base, sinceramente un po' anodino, nonostante che comunque menzionasse la flessibilità delle regole. Quindi dovevo farlo abbastanza tardi perché non si riaprissero le danze, ma abbastanza presto per non dover scavalcare il giudizio dei capigruppo, e in modo abbastanza incisivo perché il testo avesse un significato politico, ma non troppo incisivo per evitare che si alzasse un fuoco di sbarramento dalla forza europeista o da quella austera. Questo è il motivo per cui la parola "scostamento" (cioè deficit spending) non l'ho voluta scrivere (anche se necessariamente si finirà lì), e mi sono limitato a menzionarla nel mio discorso, e questo nonostante che qualche collega (indovinate un po' chi?) mi avesse detto di metterla come posizione negoziale (alla Trump), per poi tornare indietro alla versione più palatable. Ora, a parte il fatto che la mia indole è refrattaria al levantinismo, non amo mercanteggiare, e anche nel negoziato politico cerco di mettermi al posto dell'altro, di immaginare un possibile punto di caduta, e poi vado al tavolo con quello e cerco di non perdere tempo (non credo sia il modo migliore di procedere, comunque...), in questo caso, se anche avessi voluto entrare in modalità casba, di mercanteggiare non avremmo avuto tempo. Quindi, perché inserire termini controversi? Perché suscitare inutili polemiche qui e inutili allarmi altrove? Alla fine tutto è andato come doveva andare, chi nella Lega ha voluto parlare di vittoria Lega ha potuto farlo, e chi ha voluto dire di aver tenuto il punto lo ha detto. Non è meglio quando si è tutti d'accordo (ma il risultato lo si è portato a casa)?
Punto terzo: ma di che stiamo parlando da quasi un mese a questa parte? L'Italia è in procedura di infrazione perché l'ISTAT ha deciso così in base alla sua autonomia di giudizio (vedremo poi come andrà a finire e magari faremo un post di approfondimento sulla veridicità delle previsioni primaverili del nostro bell'istituto). Ora, l'infrazione è un carattere binario: o ci sei, o non ci sei. Non esistono cinquanta sfumature di infrazione, come ho ricordato in questa intervista:
Atteso quindi che noi siamo in infrazione, un eventuale scostamento di bilancio deciso dal Parlamento nazionale (perché è al Parlamento nazionale che incombe approvarlo) non ci metterebbe in infrazionissima! Sempre in infrazione saremmo. Di converso, atteso che le clausole di salvaguardia servono a evitare che eventuali extra-deficit conducano in infrazione un Paese che non è in infrazione, allo stato attuale la loro utilità per noi, che in infrazione ci siamo, è piuttosto dubbia. Ad esempio, se noi non fossimo in infrazione, potremmo beneficiare della clausola di esenzione nazionale per fare fino all'1,5% del Pil di extradeficit per quattro anni, senza finire in infrazione purché lo dedicassimo a spese militari. Ma siccome già ci siamo, in infrazione, non vedo logicamente perché dovremmo preoccuparci di non finirci!
Sbaglio?
Quindi, se ci fate caso, tutto, ma proprio tutto, il frame del dibattito pubblico italiano è ancora una volta totalmente fuori centro (e devo dire che parlare di "uscita unilaterale dal Patto" non ha aiutato tantissimo a rimetterlo in asse...). Il nostro problema non è se finire o meno in infrazione (perché ci siamo). Il nostro problema è se finire o meno in recessione, e se vogliamo evitarlo, atteso che per lo scostamento occorre una votazione a maggioranza assoluta, e che poi, superato questo scoglio, bisogna scrivere e farsi convertire un decreto per decidere come spendere i soldi, e che i tempi di conversione di un decreto sono di 60 giorni, qui le chiacchiere stanno a zero: o entro il 15 maggio la guerra finisce, perché Trump e Xi scrivono il nuovo Trattato di Tordesillas e fanno suonare la campanella della fine della ricreazione, con annesso controshock petrolifero da sfaldamento dell'OPEC, lupo che dorme insieme all'agnello, e Montepulciano d'Abruzzo che scorre nel torrente Parello (in alternativa al latte e miele), oppure, visto che questo non sembra probabilissimo, a inizio giugno bisognerà fare il decreto (per convertirlo entro inizio agosto) e quindi nella seconda metà di maggio si dovrà votare uno scostamento. E questo non succede perché "Cagliostro avvelena l'area"! Succede perché è in corso un oil shock.
Punto quarto: in politica esistono dei ruoli. Esercitarli quando li si hanno e rispettarli quando non li si hanno non solo fa parte di un galateo essenziale ma è anche condizione necessaria per ottenere qualcosa. Chi non esercita il ruolo che ha (esempio: quello di responsabile economia) o non rispetta il ruolo che hanno gli altri (esempio: quello di ministro) tendenzialmente non va da nessuna parte, quand'anche questo suo sconclusionato comportamento eccitasse la lascivia di tutte le Marie Barbise di Twitter (da SabrySocial a Saracomeme)! E qui si viene al punto dolente (per voi). La narrazione di una Lega "lacerata" da tensioni fra il discolo Borghi e il subdolo Bagnai da un lato, e il responsabile Giorgetti dall'altro, da chi vi viene ammannita? Dagli OI (operatori informativi). Questo significa una cosa sola: che non è vero, e che se anche fosse vera sarebbe vostro interesse smentirla, perché spaccare il nostro fronte è il primo obiettivo di qualsiasi nostro nemico. A questo proposito, mi duole dirlo, ma ho visto dei commenti di un tale livello di cretinismo politico da far cadere le braccia! E, diciamocelo pure francamente, qui nel blog che nessuno legge: un cretino non può essere nostro alleato, non tanto e non solo per un fatto estetico (di solito i cretini sono anche brutti, anche se oggi non si può più dire...), ma soprattutto per un fatto funzionale: un cretino ci danneggia in termini di immagine e di sostanza anche e soprattutto quando la pensa come noi (per il semplice motivo che essendo cretino non ha un cervello, il che rende totalmente randomico e imprevedibile il suo agire).
Faccio un esempio: mi spiegate come mai, in quale dimensione e in quale metrica sarebbero in contrasto la mia affermazione che le politiche di austerità hanno fatto crescere il rapporto debito/Pil con l'affermazione del ministro che un elevato livello di debito/Pil condiziona le politiche di un Paese? Cioè, fatemi capire: io dovrei dire che Monti ha fatto bene al portare il debito pubblico dal 119% al 131% perché debbitopubblicobellotantocepenzalabbancacentrale? Eh, no, non funziona così e non ha mai funzionato così, perché anche al tempo della lira e prima del divorzio se il rapporto debito/Pil fosse andato a livelli simili il Paese sarebbe naturalmente stato ulteriormente vincolato. A me non sembra un risultato molto brillante quello ottenuto da Monti. A voi sì? E certo che lo spread non dipende dal debito, ma dal comportamento della Banca centrale: lo abbiamo visto benissimo, altrimenti sotto COVID col debito al 150% del Pil avremmo dovuto avere lo spread a 700! Ma è altresì vero che il rapporto al Pil della spesa per interessi, quello sì che dipende dal rapporto debito/Pil, e i soldi per corrispondere gli interessi ai creditori lo Stato non li ottiene dalla Banca centrale (perché non può), ma dalle vostre tasche. Quindi sì, sarebbe meglio per tutti noi che il rapporto debito/Pil fosse più basso. La contraddizione non c'è, o, per meglio dire, non è al livello cui la vedete voi. Si può discutere sul concetto di avanzo primario come "dovere morale", si può discutere su quanto comprimere il denominatore sia la strada maestra per ridurre un rapporto, soprattutto quando è una frazione impropria (e anche di questo abbiamo parlato), ma bisognerebbe sempre ricordare che la funzione di un ministro è anche quella di lanciare segnali a quella accozzaglia di cretini specializzati che è il mercato, e che proprio se e perché devi fare uno scostamento, è tuo interesse non lanciare messaggi allarmanti.
Voi direte: eh, sì, ma anche agli elettori bisogna lanciare messaggi!
A parte il fatto che lo abbiamo appunto fatto (come dice Repubblica mentre dice il contrario), io vorrei che rifletteste su quale può essere lo scopo di questo stuolo di feticisti della dichiarazione. Un po' come quegli sciroccati che non vengono se non li si insulta, alcuni cretini social non sono appagati se chi è in posizione rilevante e sta conducendo trattative delicate non si esprime con la rozzezza da taverna con cui si può esprimere chi, ritenendosi un raffinato economista, è invece per lo più uno scemo che non capisce e non conta un beneamato cazzo! Perdonate la franchezza, ma non vorrei che qualcuno si facesse delle illusioni. Chi sta cercando sistematicamente di raccontarvi la favoletta di Bagnai e Borghi irrilevanti perché conculcati da Giorgetti (o di Giorgetti irrilevante perché bullizzato da Borghi) lo fa per indebolire la Lega, e chi propala questa narrazione non lo fa per amicizia verso la Lega. Lasciando poi da parte la Lega (cioè il dato politico), io vi dirò che quando il cretinismo supera una certa soglia tendo a prenderla sul personale.
Il problema è molto semplice: io qui da quindici anni mi faccio il mazzo per spiegarvi prima quello che succederà dopo. In questo momento per rendere più efficace il mio messaggio mi è utile che il partito in cui milito (perché voi mi avete chiesto di militare politicamente) sia il più forte possibile. Vogliamo continuare con questa solfa che mi indebolisce? Per me va anche bene. Mi limiterò a farvi osservare che se non siamo fuori da tutto, come fa finta di volere chi gioca questo gioco (e voi boccaloni che gli andate dietro...) è semplicemente perché la maggioranza degli italiani non l'ha voluto, e la maggioranza di quelli che fanno finta di volerlo passano intere giornate a smerdare l'unico partito seriamente euroscettico. Ora, non c'è nulla di male a essere europeisti! Basta non venire a fare lezioni di euroscetticismo (e di politica, e di economia...) a me!
Ora si è fatto tardi e la chiudo qui. Sono sicuro che i commenti mi daranno modo di precisare ulteriormente il mio pensiero, perché si sa: nonostante la crisi demografica, alcune madri sono sempre incinte. Aspettiamo qui con fiducia la loro prole...
(...prevenire è meglio che curare, ma curare è molto più divertente...)
Molto rapidamente.
Io non ho amici. O meglio: non sono sicuro di averne. Però so quando saprò di avere amici, e sarà quando non conterò più un cazzo (o comunque verrò percepito come irrilevante)! Il momento cruciale potrebbe essere ad esempio l'uscita dal Parlamento (posto che, se non un potere, il Parlamento almeno ti dà un ruolo tale da attirare le invidie di tanti, anche qui fra voi, cari amici...). A quel punto, la cappa mielosa e soffocante di tanti inviti, di tanti buongiornissimo, di tante blandizie, di tante lusinghe, si dissolverà, e tornerò a respirare aria pura. Io continuerò a non aver bisogno di nessuno (pare sia una caratteristica di tutti i sagittari), e potrò serenamente prendere atto di chi (e perché) continuerà ad avere bisogno di me. Uno scolarizzato nel XX secolo possiede un fornitissimo toolbox per gestire situazioni simili.
Purtroppo però ho molti conoscenti. Il mio numero di telefono ce l'hanno 4976 persone (in realtà molte di più perché c'è sempre qualche imbecille che ti inserisce senza consenso in chat popolatissime: 4976 sono quelli che ho registrato io nella mia rubrica), ce l'hanno anche molti di voi, cari conoscenti, e capisco il sottile brivido che pervade il membro della community nel disporre di un filo diretto col proprio adorato guru.
Tutto comprendere è quasi tutto perdonare.
Quasi tutto.
Perché se volete parlarmi del primo dentino di vostro figlio, della crisi (o della felicità) della vostra coppia, se volete condividere con me un momento di sconforto, se avete una difficoltà di qualsiasi natura cui io possa cercare di ovviare, anche semplicemente dandovi un ascolto che magari altrove non trovate, direi perfino se volete parlarmi del campionato di calcio, e direi financo se volete darmi una lezione di economia, io ci sarò sempre.
Ma se vi azzardate a rispondere in privato su WhatsApp a un quesito che pongo pubblicamente sul blog, io blocco (come il compianto Faletti, per capirci), e blocco senza remissione, senza pietà, senza spiegazioni e, con un'unica eccezione, senza avvertimento, ma, lo confesso, con un discreto piacere.
Il motivo è molto semplice, e dovreste apprezzarlo voi per primi: se io sollevo una discussione in seno a questa bella d'erbe famiglia e di conoscenti, desidero appunto che essa sia una discussione pubblica, affinché ciascuno possa prendere atto dei contributi dati dagli altri, col duplice beneficio di evitare duplicazioni e di contribuire all'avanzamento della risposta collettiva. Essere nani sulle spalle di nani è sempre meglio che esserlo al livello del suolo, non trovate? Se la risposta mi arriva in privato, tutto questo viene naturalmente a mancare. Mi pongo quindi il problema se trascrivere io il contributo in un commento del blog, o bloccare chi aggira la pubblica agorà, e scelgo la cosa più rapida, forte del fatto che se nessuno è indispensabile (nemmeno io, pensate un po'!), il tempo resta però una risorsa scarsa: si può quindi rinunciare a un contributo non indispensabile, soprattutto se, da sagittari, si possiede una curiosità selettiva e controintuitiva (mi commuove ogni giorno da quando sono in politica la mia sterminata capacità di appassionarmi di cose di cui non me ne fregherebbe nulla, e di converso una cosa che mi interessa suscita la mia curiosità solo se mi viene presentata seguendo le mie regole).
Perché poi, in definitiva, qual è il punto di non scrivere sul blog?
Non essere tracciati.
Ora, chi esprime questa peraltro lecita, condivisibile, incoraggiabile aspirazione, d'altra parte, non gira senza carta di credito, senza telefono cellulare o smartphone, non paga tutto in contanti né si muove solo con mezzi propri ecc. Quindi è tracciato. E se sono io il primo a dire a molti di voi (a seconda del ruolo che rivestono) che sarebbe meglio per loro usare uno pseudonimo per intervenire in pubblico (e il più autorevole esempio di questa prassi è Luciano Barra Caracciolo, che qui si palesò con lo pseudonimo di Quarantotto, quello che poi divenne il titolo del suo blog; preciso che non gli consigliai io di usare uno pseudonimo perché prima che intervenisse qui non lo conoscevo: se lo consigliò da solo perché è persona di viva intelligenza, come sapete, cui sono anche molto grato per avermi suggerito il titolo de Il tramonto dell'euro, come forse non sapete), se sono quindi io il primo a dire (ovviamente inascoltato, ti pare...) che comunque in certi casi è meglio pseudonimizzarsi, in altri casi direi che tentare di coprirsi dietro una barriera più impenetrabile di quella di uno pseudonimo è un pochino grottesco, perché temo sia impossibile. Non che la cosa mi piaccia, non che non sostenga qualsiasi tentativo per mantenere uno spazio di riservatezza, ma ormai lo avete capito: l'unica speranza che abbiamo di non essere tracciati è non entrare nel radar, cioè (e qui si torna a bomba) non contare un cazzo!
Quindi, perso per perso, perché non contribuire (con le dovute minime preoccupazioni) a questo bello e unico esperimento di intelligenza collettiva, anziché aggiungere un WhatsApp alla lista di chi già tanti ne deve gestire, e che quando ha qualcosa da chiedere a voi personalmente, per una risposta altrettanto personale, ve lo chiede in privato e non in pubblico?
Quindi la regola è: domanda pubblica, risposta pubblica; domanda privata, risposta privata.
Scusate, incoraggiato dai vostri ottimi suggerimenti sul sottotitolo (devo ancora rispondere a tutti), vi chiedo un altro aiuto: per andare in libreria a ottobre bisogna presentare il testo alla rete di vendita entro maggio. A tal nobile scopo occorre un breve testo che spieghi alla rete (che immagino piddina, ma venale) perché mai dovrebbe esporre nelle sue librerie il libro, e il motivo principale resta che se lo esponesse lo venderebbe, perché questo libro è stato molto significativo per una delle prime, più significative e più nutrite comunità digitali (e analogiche): voi!
Ricordiamoci infatti che la prima volta il libro non venne venduto solo da chi non lo proponeva! La prima stampa andò esaurita prima che il testo fosse disponibile su Amazon (e tenne la testa della classsifica generale per settimane), ma l’editore non stampava! Il nuovo editore sembra consapevole, e la tecnologia nel frattempo ha fatto progressi, ma la rete potrebbe non essere altrettanto accorta, perché la storia di questo libro, come quella di tutti i libri veramente scomodi, gli operatori informativi (quelli che hanno promosso il generale, per capirci) non l’hanno mai raccontata…
Sarebbero 1250 caratteri, trattabili fino a 1300.
Chi vuole cimentarsi?
La vera difficoltà è dare la misura e il significato di un’esperienza unica, per evitare che gli operatori editoriali vengano per la seconda volta colti di sorpresa…
Dilettissima comunità, emerge un altro problema: a quanto sembra, onde rimarcare il fatto che si tratta di una seconda edizione (se pure nel senso minimalista che ci siamo detti: una nuova introduzione, mantenendo la vecchia, tutto il testo originale coi grafici riproporzionati e i refusi corretti - aspetto indicazioni, e una corposa postfazione di una settantina di pagine con una quindicina di grafici fra nuovi e rinnovati), pare occorra modificare il sottotitolo.
Quello precedente, ve lo ricordo, era: "Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa" (84 battute). Non mi pare che questo titolo abbia perso di attualità, tutt'altro! Direi che gli evidenti ricatti cui sono stati sottoposti governi "eurizzati" come quello greco (nel 2015, tre anni dopo la pubblicazione del saggio) hanno se mai aggiunto alle preoccupazioni che quel titolo esprimeva, anche se, come abbiamo visto, il problema ha dimensioni più ampie di quello monetario: basta vedere in che modo elettorati "non eurizzati" come quello ungherese sono stati ricattati con la minaccia di non ricevere... i vostri soldi! Il problema di democrazia esiste ed è più ampio, e il crollo dell'unione monetaria resta una condizione necessaria ma non è mai stata una condizione sufficiente, anche se la sintesi del sottotitolo sembrava suggerirlo, e su questo aspetto all'epoca si scatenarono infinite (e infime) polemiche di chi, attaccandosi all'unica cosa che aveva letto, ci imponeva sermoni intrisi di un trito benaltrismo d'accatto.
In effetti quindi la necessità di ritornare su quel sottotitolo, non fosse che per eliminarne l'ambiguità, è senz'altro uno stimolo positivo. Va anche detto che dopo quasi quindici anni l'euro è ancora con noi (il Signore ce lo conservi!): sono però sempre meno con noi il benessere e la democrazia, il primo schiacciato dalle rigidità dell'Unione economica e monetaria, e la seconda schiacciata dalla necessità di sedare il dissenso che il malessere economico porta naturaliter con sé. Probabilmente bisognerebbe partire da qui, cioè dall'idea che stiamo sacrificando il nostro futuro al Moloch di un'idea i cui evidenti rischi erano chiari fin dall'inizio (anzi: fin dal 1957, come sa chi non ha letto solo il sottotitolo)!
Avete proposte?
Perché tutti anelate a fare qualcosa: ma la bacchetta magica per farvi scomparire, quando occorre sospendervi per eccesso di petulanza, è proprio questa: chiedervi di fare qualcosa...
Ci siamo detti che Il tramonto dell'euro è un classico, e quindi il testo non va toccato (e non sarà toccato, con l'eccezione della rimozione di alcuni refusi che vorrete segnalarmi). Però, proprio perché è un classico, merita che i suoi grafici vengano riproporzionati da così:
a così:
cioè usando il buon vecchio 1,618 che se andava bene a Fidia per il timpano del Partenone, può andar bene a Bagnai per il debito della Grecia. Tra l'altro, questo lascerà più spazio per le cosette che voglio raccontarvi nella postfazione... e ce ne sono!
(...poveri operatori informativi, come ci sono rimasti male! Ma di loro su questo blog abbiamo parlato fin troppo. Oggi si sono esibiti in tutto il loro repertorio: inventando balle, storpiando nomi, inseguendomi coi loro microfonini... Eh, porelli! Gli era proprio piaciuta la bozza che avevano in qualche modo estorto agli uffici! Ma il mondo è di chi si sveglia presto, e di chi ha il dono del kairòs. Loro, pore stelle, non hanno né l'uno né l'altro, e così il risultato finale gli è spiaciuto, perché è un risultato che riflette l'interesse del Paese, di quel Paese che loro odiano, perché loro vi odiano, e mica si nascondono dietro un dito! A proposito, se vi pungesse vaghezza di ringraziarli per tutto il bene che ci hanno fatto in questi anni, qui avete un'opportunità da cogliere, non fosse che come valore segnaletico: Basta soldi ai giornali! Si tratta dell'ennesima opportunità che vi viene offerta per fare un gesto significativo contro nemici del Paese e della vostra prosperità, ma sarà anche l'ennesima opportunità che vi lascerete sfuggire, naturalmente... dando la colpa a #aaaaabolidiga! Che ci volete fare? Io ormai vi conosco. Se mi guardo indietro, se penso a quando ho aperto questo blog, come grido di disperazione, mai e poi mai avrei pensato di esercitare un giorno la mia concinnitas in simili aule. Invece è successo. Succedono, in effetti, anche cose inattese. Basta lasciar lavorare la vita, e la morte...)
Poco fa abbiamo ragionato sui possibili effetti sulla produttività dell'Eurozona del Patto di stabilità, della sua natura prociclica, della sua tendenza a reprimere gli investimenti. I dati sono impietosi.
Ma il Patto è almeno servito a farci indebitare di meno? E quali sono stati i Paesi più virtuosi?
Anche in questa dimensione, come sapete, le prestazioni del Patto lasciano a desiderare. Se facciamo pari a 100 il debito nel 1995, negli ultimi 30 anni le cose sono andate così:
Va da sé che non ha molto senso esaminare nello stesso grafico la dinamica di Paesi che hanno avuto traiettorie storiche e hanno tuttora dimensioni molto diverse. L'esplosione del debito in Estonia, per dire, non suscita particolare preoccupazione, date le dimensioni infime del Paese rispetto all'aggregato dell'Eurozona, e dato il punto di partenza particolarmente basso del debito pubblico (che è arrivato a poco più del 23% in rapporto al Pil). Ha più senso confrontare il contributo dei singoli Paesi alla crescita del debito totale, magari dal 1998 (cioè dall'anno successivo alla stipula del Patto di stabilità) ad oggi. Il risultato è questo:
e non ci riserva grandi sorprese. I Paesi piccoli hanno dato un piccolo contributo alla crescita del totale, che è stato di circa il 200% (cioè il debito in valore assoluto è triplicato), e fra i Paesi grandi quello che ha contribuito di più alla crescita complessiva è stato la Francia, il cui incremento spiega il 27% dell'incremento totale (cioè poco più di un quarto). L'Italia, che pure ereditava una situazione molto più preoccupante, spiega solo il 19%, che certo non è poco (poco meno di un quinto), ma è poco distante dal 17% della Germania (poco più di un sesto).
Ne avevamo parlato anche qui e qui, quindi per voi non sono novità. Aggiungo, a beneficio dei perfettini, che so bene che il problema non è il debito pubblico, ma quello privato estero. D'altra parte, se voi lo sapete è perché ve l'ho insegnato io nel 2011 (o dopo il 2011 ve l'ha insegnato qualcuno che l'ha imparato da me): quindi, se ve lo ricordate voi, perché dovrei essermene dimenticato io che ve l'ho insegnato?
Bene.
E ora, visto che a voi la politica interessa tanto: quali sono secondo voi le implicazioni politiche di questo freddo dato statistico?
Dal dibattito sul Patto di stabilità e crescita è assente una domanda fondamentale: il Patto ha funzionato?
Perché prima di chiedersi se e quanto difenderlo perinde ac cadaver, o se e quanto sospenderlo (e per fare cosa), magari sarebbe utile sapere se e quanto esso ci abbia garantito crescita e sostenibilità. A questa domanda si può rispondere solo con una analisi di medio-lungo periodo. La risposta voi la sapete, ma ve la rimetto qui, visto che il tema è diventato di attualità.
La figura rappresenta la produttività oraria nella zona Euro e negli Stati Uniti. La spezzata tratteggiata marca la data dell'adozione delle regole pro-cicliche note come "Patto di stabilità". Prima dell'adozione di queste regole i Paesi europei stavano recuperando il loro gap tecnologico rispetto agli Stati Uniti: era cioè in atto un processo di catch-up che aveva portato i livelli di produttività a coincidere. Dopo l'adozione di queste regole l'Eurozona ha cominciato a falling behind, a perdere terreno rispetto agli Stati Uniti. I numeri sono abbastanza eloquenti:
Il tasso medio di crescita della produttività nell'Eurozona è passato dall'essere il doppio all'essere meno della metà di quello degli Stati Uniti. L'impossibilità per i bilanci nazionali di svolgere una funzione di stabilizzazione anticiclica, e la compressione degli investimenti pubblici netti:
(di cui abbiamo parlato qui), conseguenza del non aver mai voluto escludere le spese produttive dal computo dei parametri di bilancio (cioè dell'aver sempre rifiutato la golden rule), spiegano questi risultati deludenti, che non sono conseguenza del destino cinico e baro, ma di precise scelte di politica economica incorporate nel quadro istituzionale europeo.
Vale la pena di difendere queste regole?
Per quanto queste parole possano sembrare forti, l'alternativa non è fra derogare al Patto o applicarlo rigorosamente. L'alternativa è fra derogare al Patto (e possibilmente abrogarlo) o scomparire.
Ricordo infatti che il Patto viola una delle caratteristiche fondamentali del progetto di moneta unica così come era stato a suo tempo concepito e proposto in One market, one money: la capacità dei bilanci nazionali di rispondere a shock nazionali e regionali (cioè che colpissero l'intera zona) attraverso i meccanismi dello stato sociale e altre politiche:
Privando i bilanci nazionali di questa flessibilità, il Patto di stabilità è stato un tradimento fondamentale del progetto di moneta unica. Quali siano i motivi che hanno portato a proporre e accettare un simile tradimento ora poco importa: a distanza di trent'anni dobbiamo guardare avanti e riportare le cose in un alveo di razionalità, ponendo fine al lento suicidio europeo.