sabato 7 maggio 2022

Domandare è lecito (le portinaie)…

(...non rispondere sarà un'ammissione di colpevolezza...)


BAGNAI – Ai Ministri dell’istruzione e della salute

Premesso che:

lo stato di emergenza dichiarato con deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020 e da ultimo prorogato con l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 221 del 2021, convertito dalla legge n.11 del 2022, fino al 31 marzo 2022, non è stato ulteriormente rinnovato, con conseguente cessazione dello stesso alla data del 31 marzo 2022 e introduzione nell'ordinamento di nuove disposizioni ai fini del superamento delle misure di contrasto alla diffusione della pandemia;

in ottemperanza alle disposizioni previste dal decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, recante “Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”, per il personale docente ed educativo della scuola, “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni” (ai sensi del comma 2 dell’articolo 4-ter.2 del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76, come modificato dal decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24) fino al 15 giugno 2022; la predetta norma ha abrogato tacitamente la precedente disposizione che prevedeva la sospensione dall’attività lavorativa del docente inadempiente e della relativa retribuzione;

in particolare, dal 1°aprile 2022 e fino al termine delle lezioni dell’anno scolastico 2021/2022, il personale docente inadempiente sarà destinato ad attività di supporto all’istituzione scolastica, la cui discrezionalità operativa è in capo ai singoli Dirigenti scolastici;

nel frattempo le linee operative del Ministero della Salute hanno sostanzialmente equiparato gli effetti dell'evento "vaccinazione" agli effetti dell'evento "guarigione da Covid-19", come è dimostrato dal fatto che entrambi gli eventi sono condizione sufficiente per ottenere il cd. green pass rafforzato, come risulta ad esempio dal sito https://www.dgc.gov.it/web/faq.html;

ciononostante, risulta all’interrogante che alcuni dirigenti scolastici, col sostegno degli Uffici Scolastici Regionali, stanno propugnando un’interpretazione restrittiva del citato disposto del DL 24 marzo 2022, n. 24, in virtù della quale al personale docente in possesso di una certificazione verde da guarigione (e quindi di un green pass rafforzato), ma privo di vaccinazione, viene preclusa l’attività di docenza frontale;

a parere dell’interrogante, vista anche l’assenza di un’espressa previsione normativa, l’esclusione dall’insegnamento che riguarda specificamente i lavoratori non vaccinati ma guariti dal COVID-19, e quindi dotati di green pass rafforzato, è illegittima nella sua applicazione, poiché il soggetto non è giuridicamente inadempiente all’obbligo vaccinale;

inoltre, l’infezione da virus SARS-CoV-2 determina un differimento dell’applicazione del suddetto obbligo, secondo i termini temporali indicati dalla circolare del Ministero della salute del 3 marzo 2021, prot. n. 8284, e dalla circolare del Ministero della salute del 21 luglio 2021, prot. n. 32884, parzialmente modificativa della prima circolare; sulla base di queste circolari, ai fini della determinazione della decorrenza dell’obbligo in oggetto, si fa in genere riferimento, in via interpretativa, al termine di sei mesi dalla guarigione;

pertanto, il presente quadro normativo genera una disparità di trattamento fra soggetti vaccinati e soggetti guariti dall'infezione, equiparati solo per l'ottenimento di una certificazione amministrativa, ma impossibilitati a svolgere la medesima mansione lavorativa, sulla base di tempistiche dettate dal Ministero della Salute nelle circolari sopra richiamate;

questa interpretazione è avvalorata dalla giurisprudenza, che si sta orientando nel senso di ripristinare la parità di trattamento fra tutti i docenti dotati di green pass rafforzato, comunque conseguito, come dimostra la sentenza R.G. n. 203/2022 del 3 maggio 2022 emessa dal tribunale del lavoro di Grosseto.

è chiaro, pertanto, che l’attuale assetto normativo non solo non abbia prodotto gli effetti sperati, ma ha dato luogo a diverse storture del sistema post-emergenziale: ne è un esempio la Circolare 461 del Ministero dell'Istruzione del 1° aprile 2022, nella parte in cui si rappresenta “In ogni caso, per tutti l’accesso alle strutture scolastiche è subordinato, fino al 30 aprile 2022, al possesso del green pass base ed è consentito, fino al 15 giugno 2022, lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni soltanto al personale docente ed educativo non inadempiente con l’obbligo vaccinale, che risulti quindi in possesso di green pass rafforzato, nonché ai soggetti esentati dalla vaccinazione.”;

si chiede di sapere:

valutati gli effetti applicativi delle disposizioni in materia, se intendano intraprendere delle iniziative urgenti, anche di carattere normativo, al fine di rimuovere ogni forma di disparità di trattamento tra docenti, al fine di garantire lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni sia per i docenti vaccinati sia per coloro che risultano guariti dall'infezione da COVID-19.


(...in verifica presso il nostro legislativo e i colleghi della Commissione 12a, perché in fondo questa non sarebbe la mia materia, anche se lo è dovuta diventare, perché la mia materia siete voi. Ma è cazzo possibile che io debba distruggere tempo, mentre il Paese è sotto altri attacchi, in questo modo, perché burocrazie incompetenti si muovono solo se portate in Tribunale? Certo che è possibile, e per noi, purtroppo, non è una novità! Vi dice niente la parola "aiuti di Stato"? Ma il dato nuovo e antropologicamente devastante della pandemia - perché un dato nuovo, oggettivamente, c'è - è quello di aver dato poteri troppo grandi a persone troppo piccole, a partire dalla più piccola delle persone grandi, quella che in aula non risponde, e di aver trasformato una pletora di presidentucoli di ordinicchi, dirigentucoli di ufficiastri, e via delirando, nella tanto archetipica quando indimenticabile portinaia di Aldo, Giovanni e Giacomo. Essi sono Legione, e essi sono il Male, un male per cui non ci sarebbe prevenzione se non il voto, perché in fondo è il male radicale del grillismo, l'invidia sociale nemica della libertà, che pervade questi ominicchi di un piacere quasi erotico nel comprimere i diritti altrui. Ma non è detto che a questo male, di cui è largamente responsabile chi ha votato ortottero, non ci sia una cura. Ci stiamo lavorando...)

domenica 1 maggio 2022

La questione salariale (il mio primo maggio)

 (...come sa chi c'era, qui abbiamo spesso festeggiato il primo maggio.

Nel 2013, ponendo il tema della produttività del lavoro nei suoi corretti termini scientifici [astenersi "-ini"], che poi sarebbero diventati un paper: "Italy's decline and the balance-of-payments constraint".

Nel 2014, per litigare con uno che poi è diventato un amico, e affermare un principio che mi veniva contestato, e ora tutti riconoscono, perfino il salmonato britannico: l'euro non si è affermato come valuta di riserva internazionale:


[qui], come avevo scritto nel 2012:


e naturalmente i motivi di questo insuccesso temo somiglino molto a quelli che ci dicemmo all'epoca. Al post del 2014 ci fu un seguito, originato da una vostra osservazione.

Nel 2015, quando, avendo ormai preso le misure dell'enorme, insormontabile problema culturale che il Dibattito poneva, volli mettere in evidenza un vostro commento sui nostri nemici di classe, i semicolti, la cui Halbbildung veniva stigmatizzata da tal Pinocchio [chissà se è ancora qui? Lui aveva capito, non era della generazione "punturina", quindi forse potrebbe essere nei paraggi...]. La frustrazione di Pinocchio è quella in cui ci riconosciamo ancora oggi tutti noi:


ora che la Storia si sta ripetendo, senza che appaia immediatamente evidente quale sia il turno: quello della tragedia, o quello della farsa? Come nel 2014 c'era stato un sequel, così nel 2015 c'era stato un prequel, in cui argomentavo di non essere un "politico" ponendo una questione politica che è e resta sempre attuale, questa:

[che se volete è legata al tema della "punturina" come non-strumento di risveglio delle coscienze, ma anche abbastanza legata al tema sollevato ieri da Claudio nella sua diretta, quella sui babà...].

Nel 2016, quando ragionammo di terza globalizzazione, tirando le fila dei primi cinque anni di percorso fatto insieme, e descrivemmo quella spirale di avvitamento verso il basso:


oggettivamente difficile da arginare, nella generale inconsapevolezza, di cui presto rischiamo di percorrere un altro anello.

Nel 2017, per celebrare la bellezza del creato.

Nel 2018 arrivai in ritardo.

Nel 2019 fui tecnico.

Molto di quanto c'era da dire, del resto, era stato detto, e non tutto poteva essere né detto né ripetuto [e quindi spiaceva tantissimo per chi non fosse stato qui da subito]. Sì, perché naturalmente sbaglio anch'io, se pure meno della media, e fra i miei errori di prospettiva ce n'era stato uno cruciale: il non aver capito che il mio ruolo politico, se pure avrebbe tutelato formalmente la mia libertà di espressione del pensiero, libertà di cui vi avevo ampiamente annunciato le inevitabili restrizioni, d'altra parte l'avrebbe limitata sostanzialmente, perché condizione necessaria per l'efficacia di ogni azione politica, in generale di ogni gioco strategico, è che le proprie mosse non siano disvelate all'avversario, e anche perché la credibilità e la fiducia reciproca nei rapporti politici si costruisce, come in tanti rapporti di lavoro, sulla reciproca riservatezza [vi fidereste di un avvocato che vi racconta le vicende degli altri clienti? Io capirei solo che agli altri racconta le mie...]. Quindi, dato che il periodo era difficile, con Conte che si teneva le deleghe agli affari europei per negoziare la sua pace separata sul MES, ecc., ovviamente preferivo stare zitto, pensando che chi avesse potuto capire, avrebbe capito.

Poi il mondo cambiò, ovviamente restando quello di prima.

Ma nel 2020 e nel 2021, preso da mille beghe, non ebbi tempo da dedicare a voi.

Dobbiamo però tornare a celebrarlo insieme, il primo maggio, e a farlo, come qui abbiamo sempre fatto, con la piena legittimità che ci deriva dall'aver iniziato questo progetto in difesa della democrazia, cioè degli umili (perché i superbi si difendono da sé in qualsiasi regime), in difesa della loro common decency orwelliana, e in risposta a una loro domanda: perché stiamo sempre peggio?

La risposta a questa, come ad altre domande, era già scritta, ma nessuno leggeva per voi le pagine cui era stata consegnata.

Questo è quello che mi sono limitato a fare, e tanto è vero che l'economia è una scienza, che il mero affermarne le leggi inesorabili - ancorché non deterministiche - mi ha permesso, ci ha permesso di anticipare tante volte gli eventi. Se non ad altro, questo ci è servito ad apprendere che essere preveggenti non è condizione sufficiente per un'efficace azione politica: la saetta previsa vien più lenta, ma arriva, e nella vita l'importante è arrivare al momento giusto - come ognuno di voi riscontrerà ricordandosi di come ha conosciuto l'uomo o donna della sua vita. Semplicemente, per quanto il tempo sia una risorsa preziosa, spesso prima è semplicemente il momento sbagliato, tanto quanto dopo. Abbiamo dovuto imparare a convivere anche con questa dolorosa consapevolezza e ce ne siamo fatti una ragione, per il semplice motivo che, giusto o sbagliato, il tempo è comunque dalla nostra parte, come credo di avervi spiegato tante volte, e non ho alcuna difficoltà a ripetere...).


Oggi i nostri futuri fieri e fedeli alleati di centrodestra, attualmente (a Roma) fieri e leali oppositori di destra (ma da altre parti sono altre cose, perché i livelli di governo sono tanti, e ognuno ha la sua geografia politica), hanno concluso - o iniziato, non so - una conferenza programmatica. Come avrete capito dall'introduzione, se già da scienziato avevo fatto del dubbio un metodo, da politico sono stato costretto a farne qualcosa di più: uno strumento di sopravvivenza! Quindi, certezze non ne ho, ma di una cosa sono sicuro: in quella, come in altre conferenze programmatiche, di tutto si sarà parlato tranne che della strada che abbiamo di fronte a noi. Il motivo è semplice: quella strada è difficile da intravvedere senza le necessarie categorie culturali, e quando anche la si intraveda, si tende a distogliere lo sguardo, perché essa conduce in un luogo che fuori da qui non si hanno gli strumenti per gestire, né in termini di sostanza, né in termini di comunicazione.

A voi, che siete qui da tanto, basterà riassumerla in un tweet, questo:


...e potremmo anche chiuderla qui, visto che sono cose di cui abbiamo parlato mille e una volta.

Vale però la pena di farla, qualche sottolineatura, a beneficio dei latecomers.

La questione salariale ovviamente preesisteva allo scoppio dell'inflazione da offerta (che a sua volta preesisteva alla guerra). Qui vedete alcuni dati recenti:


e qui uno dei primi post sull'argomento.

Ripercorrendo al contrario questa catena di eventi, la guerra consente al PD di parlare di inflazione senza ammettere le responsabilità della disfunzionale costruzione europea nell'alimentarla (mi riferisco, in particolare, alle scelte improvvide in tema di approvvigionamento energetico che vi ho illustrato qui). A sua volta, l'inflazione consente al PD di toccare il tema dei salari senza ammettere le proprie responsabilità: in particolare, quella di aver propugnato un sistema in cui l'equilibrio esterno (quello dei conti con l'estero) può essere conseguito solo attraverso la deflazione (salariale), cioè solo attraverso la svalutazione del salario (non essendo più disponibile l'aggiustamento del cambio nominale), come vi ho illustrato tante volte, l'ultima delle quali qui (ma se volete approfondire il tema, e dovreste volerlo, perché vi riguarda, trovate tanto da leggere o rileggere qui).

Detta semplice: la guerra permette al PD di atteggiarsi con una certa credibilità a difensore dei lavoratori, nella misura in cui permette al PD di dire ai lavoratori che se stanno male la colpa è della guerra, non del PD! (Rectius: del sistema politico rappresentato e difeso dal PD).

E così, sospinti dall'inesorabile logica delle cose, e aiutati da una sfortunata (per gli altri) catene di circostanze, nonostante che a febbraio il loro organo di indirizzo politico li avesse ammoniti ad "evitare la futile rincorsa fra prezzi e salari" (lo avevamo commentato qui), i politici del PD scoprono, tutt'a un tratto, che occorre aumentare salari fermi da ormai trent'anni in termini di potere d'acquisto (come vi mostra il grafico qua sopra)! E perché lo scoprono proprio ora, non venti (come in Dumas), ma addirittura trent'anni dopo? Non è strano? No che non lo è: è del tutto semplice e naturale! Perché prima dell'immensa cortina fumogena sollevata dalla guerra, si sarebbero risi in faccia da soli, loro, che sono quelli del jobs act, quelli che si erano fatti scrivere il programma di austerità dalla Bce, a fare un discorso simile! Ora, sotto l'usbergo di un risolutivo e inoppugnabile #hastatoPutin, non c'è piroetta che non riesca a sembrare credibile all'occhio di un lettore distratto, fra cui, devo dire, molti lettori o ex lettori di questo blog.

E quindi arriva Misiani, arriva Orlando, arriva Sala...

In nome del "tutto è cambiato" (frase passepartout di particolare efficacia, perché dispensa dal dire che cosa è cambiato: "ma come cosa è cambiato: tutto, non lo vedi?"), ricostituitisi in difensori della vedova e dell'orfano i nostri amici "de sinistra" ci forniscono la loro soluzione, adeguare i salari, che sarebbe anche giusta (se non altro perché possiamo dare per scontato che le indicazioni che vengono da Bankit siano invece sbagliate!), ma per essere convincente dovrebbe essere assortita dalla risposta a due altre domande: il problema della difesa del potere d'acquisto non era stato risolto adottando l'euro? E se adeguiamo i salari, come risolviamo il problema della competitività?

Sul primo punto non mi dilungo. Archeologia del Dibattito. Solo persone del tutto digiune di economia hanno potuto raccontare da un lato, e credere dall'altro, che ci si potesse difendere rivalutando il cambio dagli incrementi del prezzo delle materie prime, che spesso e volentieri viaggiano sulle due o tre cifre! Oggi, per dire, con un incremento dell'indice dei prezzi delle fonti di energia pari a oltre il 350% rispetto a due anni fa


rivalutare del 300% l'euro significherebbe certo compensare in larga parte questi incrementi, ma significherebbe anche quadruplicare il cartellino del prezzo delle nostre merci per gli acquirenti extra-eurozona. Siamo sicuri che sarebbe una buona idea? Direi che è abbastanza facile capire che non lo sarebbe.

Poi c'è l'altro problema, quello della competitività. Il trade-off (alternativa, dilemma) è questo: se non adegui i livelli dei salari, scarichi tutto il costo dell'inflazione importata sulle spalle dei lavoratori (la soluzione preferita dal dottor Visco), ma riesci a contenere almeno il costo del lavoro (visto che quello delle materie prime non dipende da te). Questo significa che da un lato uccidi la tua domanda interna (perché i lavoratori, con l'aumentare dei prezzi, devono ridurre i loro acquisti), ma dall'altro mantieni quote di mercato all'estero. Se invece adegui il livello dei salari, il costo dell'inflazione importata si distribuisce fra salari e profitti, la domanda interna tiene, ma naturalmente rischi di perdere quote di mercato all'estero e di ridurre il tuo surplus, o aumentare il tuo deficit, di bilancia dei pagamenti.

Un economista direbbe che ci troviamo di fronte alla scelta fra un modello di crescita export-led (non adeguo i salari perché rinuncio alla domanda interna e perseguo un modello mercantilista di crescita guidata dalle esportazioni, cioè dalla domanda altrui, alla tedesca), e un modello di crescita wage-led (sostengo la domanda interna per non far dipendere la mia crescita da quella estera).

Nel modello Bagnai-Rieber (questo qui) abbiamo dato una veste formale sufficientemente complicata da soddisfare i palati fini a un paio di verità sufficientemente semplici da poter essere apprezzate da chiunque. In una unione monetaria, se il Paese meno competitivo adotta politiche di moderazione salariale si ritrova in un equilibrio in cui il tasso di crescita è minore e la disoccupazione maggiore di prima. Il disegnino, se interessa, è questo:


(ma ovviamente senza paper non ci fate niente: lo metto qui in memoria di quando queste cose mi sembravano difficili: ora affronto altri livelli di difficoltà), mentre lo spiegone è relativamente ovvio. La moderazione salariale aumenta la quota di profitti e incentiva gli investimenti, ma d'altra parte deprime la domanda di beni di consumo, e il secondo effetto generalmente prevale sul primo.

Quindi, come dire: una strategia di questo tipo è ottima per i nostri concorrenti, ma non particolarmente eccelsa per noi (che verremmo a dipendere ancora di più da loro).

Ovviamente, per vedere le cose così bisogna essere disposti ad ammettere quello che per Adam Smith era ovvio, ovvero che la produttività dipende anche e soprattutto dalle condizioni della domanda (che stimola l'offerta). Se invece sei nel mondo fatato in cui l'offerta crea la domanda, allora auguri!... In questo senso, quindi, Visco non ha ragione e Sala non ha torto: i salari vanno adeguati.

Resta però un problema, anzi, ne restano almeno tre: a livello microeconomico, l'aumento del costo del lavoro non rischia di mettere fuori dal mercato le aziende?  E a livello macroeconomico non rischia di deteriorare la competitività? E la maggiore domanda interna (i soldi in tasca alle famiglie) non rischiano di rivolgersi a beni prodotti all'estero (aumentando le importazioni e contribuendo a un ulteriore deterioramento dei conti esteri)?

Chi vuole proporre una politica di crescita wage-led deve essere in grado di rispondere a queste tre domande, e per questo credo che sia inutile rivolgersi a chi non può capirle. Se invece restate un attimo qui, vi do qualche elemento per costruire insieme una risposta.

Partendo dalla fine: in questo momento l'Italia è un paese in forte surplus estero. Vi ricordate certamente che sottolineai questo punto in un momento particolarmente difficile. Siccome siamo in forte surplus, e abbiamo riequilibrato la posizione finanziaria sull'estero:


margine per politiche espansive ne abbiamo. Vogliamo lasciare che sia il PD ad approfittarne tatticamente, presentandosi come salvatore di quella Patria che con tanta alacrità ha contribuito ad affossare, e costringendo gli altri partiti nel ruolo dei difensori dei padroni o padroncini? Non credo che sarebbe una buona idea far privatizzare al PD il profitto politico dell'immenso costo sostenuto dal Paese, da tutti voi, a causa delle politiche deflazionistiche (austerità) degli ultimi dieci anni.

Resta il livello microeconomico.

Indubbiamente, un aggravio dei costi salariali piacere non lo fa, a nessuno. Ma d'altra parte l'equilibrio di un'azienda è fatto di tante cose. Ad esempio, se crediamo ai testi di economia, gli imprenditori che in giro per l'Italia abbiamo visto concedere integrazioni dei salari ai lavoratori (da Siro Della Flora a Andrea Beri, ma il fenomeno è stato piuttosto esteso) non hanno compiuto un gesto irrazionale, non sono stati travolti da un empito romantico di filantropia, ma hanno agito, magari senza esserne consapevoli, in modo perfettamente razionale, applicando la teoria dei salari di efficienza, secondo cui la produttività di un lavoratore è correlata positivamente al livello della sua remunerazione. Eh già: perché nell'equilibrio economico di un'impresa rientra anche la produttività, rientra anche il non perdere un lavoratore sul quale si è investito in termini di capitale umano, rientrano molte cose, non riconducibili al mero discorso (che pure ha una sua logica) secondo cui "se dopo le materie prime aumentano anche gli stipendi qui tiriamo giù la clèr". Questo è senz'altro un aspetto del problema, ma solo uno dei tanti, come dimostra il fatto che se tante imprese hanno premiato i loro lavoratori in anni difficili come questi, e lo hanno fatto senza fallire, è stato non solo perché sentivano di doverlo fare, ma anche perché potevano farlo.

Questo non significa che gli imprenditori non chiedano aiuto, né che si debbano scaricare sulle loro spalle le conseguenze di quanto sta accadendo! Questo nessuno lo pensa (per primi credo che non lo pensino i loro dipendenti) e nessuno lo vuole.

Quello che molti di loro chiedono è che si intervenga con maggiore decisione, con un intervento all'altezza delle circostanze, sui costi dell'energia. Da molti mi sono sentito dire che se si potesse intervenire calmierando come in Francia l'incremento dei costi dell'energia, allora un adeguamento dei salari all'inflazione sarebbe sostenibile. E se si vuole un intervento fiscalmente progressivo, allora resta sempre ferma la proposta di far recuperare potere d'acquisto alle classi meno agiate abolendo l'IVA sui beni di prima necessità (un'altra cosa che quando la chiedevamo noi veniva accolta a pernacchie, ma che poi incontrò generale approvazione quando la fece la Germania due anni fa).

Certo, non si può fare un discorso generalizzato: ma proprio per questo non si può e non si deve nemmeno reagire alle provocazioni (intellettuali e politiche) dei nostri alleati pro tempore con argomenti frontalmente opposti. Si può fare di più. Sarebbe un grave errore lasciare la razionalità economica in mano a quella sinistra che per tanti anni si è accanita contro di essa. Sarebbe un grave errore lasciare che chi ha creato in Italia una questione salariale sia libero di atteggiarsi a  suo risolutore, e lo sarebbe soprattutto perché noi qui sappiamo che all'interno di un certo schieramento, quello "progressista", non si è ancora, e non si sarà mai, disposti a fare i conti con i vincoli oggettivi che ci impediscono di progredire da un modello di crescita export-led verso un modello wage-led.

Eppure, di questo c'è bisogno, e non solo per motivi di equità sociale, ma anche, banalmente, per motivi di sicurezza nazionale.

Tutti vedono, oggi, che è un problema dipendere dalle altrui esportazioni: importare il gas dalla Russia può essere oggettivamente imbarazzante se questa, per qualsiasi motivo, non vuole più esportarcelo (e andare in giro per il mondo a cercare fornitori di risorse che rispettino i canoni ESG è impresa impervia, atteso che in giro per il mondo quasi tutti i Paesi ricchi di risorse sono stati o sono oggetto di attenzioni coloniali o neocoloniali, che generalmente si estrinsecano nell'imposizione esogena di Governi non esattamente ai massimi standard di democrazia...). Pochi vedono (anche se è un po' che lo andiamo dicendo), che è un problema dipendere anche dalle altrui importazioni: perché quando vivi esportando prodotti in un Paese (torno a prendere ad esempio la Russia), può accadere per i più svariati motivi (instabilità politica altrui, sanzioni, ecc.) che a un certo punto quel flusso di domanda si interrompa.

Qui il tema è di ordine più generale: il PD non è attrezzato culturalmente per evitare che le vittime della globalizzazione (da lui gestita qui in Italia) non siano ulteriormente schiacciate dalla deglobalizzazione. La sicurezza strategica di un Paese richiede, per dirne una, che oggetti come l'umile (e da voi odiata) mascherina chirurgica non siano più prodotti in un unico Paese (quello da cui partono i virus, per capirci), ma siano prodotti anche in Patria. Ma questo però comporta che costino di più, e l'equilibro economico richiederà quindi che sia possibile pagarle di più, da parte di lavoratori che sono pagati meglio. La corsa verso il basso della globalizzazione deve essere invertita, per motivi di sicurezza nazionale prima di tutto, ma può esserlo veramente solo se tutti noi ci chiariamo su un punto: perché questa inversione sia sostenibile occorrerà che ci attrezziamo tutti a ragionare in termini di corsa verso l'alto, a esigere la qualità (anche della nostra vita), a sostenerne il costo, e a pretenderne la remunerazione.

Non credo che possiamo chiedere questo sforzo ai profeti del mondo senza frontiere, né, per altri versi, a quelli della decrescita. 

(...avrei da aggiungere due paroline a beneficio di quei nostri amici, bucce d'uomini che Goofynomics ha sputato, cui ieri Claudio si è rivolto con liberatoria franchezza. Ma devo occuparmi di altro. Non mancherà occasione e non perderete niente nell'attesa...)

lunedì 18 aprile 2022

Stiamo lavorando per voi...

La vita è una: o la si vive, o la si racconta. Una volta la mia vita era il Dibattito. Ne ero totalmente assorbito, resto impressionato dalla mia e vostra produttività. Ora la mia vita è un'altra. Oggi, ad esempio, mi sto occupando di questo problema, ma se vi racconto come (e con chi) me ne sto occupando, semplicemente non mi avanza il tempo per scrivere un testo 2 di questo emendamento, che si ponga come alternativa a questo emendamento.

E l'"infamelasciapassareverdeehhhh11!1!"?

Beh, che cosa c'entrino questi emendamenti col tema a tutti noi caro credo di avervelo spiegato, ma, come l'ultimo post dimostra, se non è chiaro non mi preoccupo, perché certe cose può non capirle solo chi non vuole capirle, e in democrazia la volontà dell'individuo va (o andrebbe) rispettata, il che non significa che si debba perder troppo tempo ad argomentare con chi sa di sapere, come l'amico Luca. Ogni stagione ha il suo grillismo, e quale sia il grillismo di stagione ormai lo abbiamo capito tutti (quelli che volevano capirlo, ovviamente).

Ci vuole molta pazienza, e capisco perfettamente chi non ce l'ha.


mercoledì 6 aprile 2022

Maieutica

(...discours de la méthode...)


Voi dite che io sono cattivo, ma non è vero e ve lo dimostro.

A seguito del post precedente, un amico intelliggente (non è un errore d'ortografia, è un errore politico riassumibile in questa sentenza), per dare la stoccatina, cita un suo condivisibile contributo. Segue dialogo (perché io con quelli veri dialogo)




Visto? Io non sono cattivo. Sono gli altri che si mettono paura. Perché?


(...otto ore dopo sono ancora senza risposta, nonostante l'abbia sollecitata. Allora. Quando dicevo che sulla punturina non si costruiva nessuna coscienza di classe non stavo sminuendo il tema degli effetti collaterali, come qualche cretin* sta ragliando in giro per il web, e credo di averlo dimostrato atteso che penso di essere uno dei pochi con voglia di lavorare - cioè non disposti a pensionarsi nel paradiso dei narcisisti, aka gruppo misto - ad averlo sollevato in aula a un ministro piuttosto afasico. Intendevo dire quello che piano piano state vedendo: cioè che quel bacino di scontenti per giustificati motivi sarebbe diventato alimento di un potenziale grillismo 4.0 - anche perché gli ortotteri scemi non sono, ed esattamente come i "migliori", di cui sono la versione economy, usano un tema per noi divisivo per dividerci - sorprendente, no? Il lavoro che stiamo facendo ci espone a questo rischio, come non capisce chi non vuole capirlo. Diciamo che dopo questo post non credo di dover più accordare il beneficio del dubbio agli interlocutori. Se non si capisce così, non so come farlo capire. Va anche detto che quando un uomo con l'intelliggenza (sic) incontra un uomo con la maieutica, l'uomo con l'intelliggenza resta muto. La risposta all'ultima domanda è ovvia: per costruire una classe dirigente bisogna fare dei sacrifici, bisogna sacrificare il consenso degli elettori, cioè entrare nel Governo rinunciando a vellicare il loro narcisismo, invece di restarsene fuori a gloglottare bargigli al vento, alfieri pennuti di un'idea malappresa e maldigerita! Ma questo il buon Luca, con tutto che è un amico, non vuole ammetterlo, nonostante lì conduca il suo stesso ragionamento, perché preferisce restarsene nel suo simpatico circoletto di amanti tradite, eheh, e consimili residui di Casabau. De gustibus non est disputandum. Spero però che anche voi riconosciate - perché Luca lo spiega bene - che se non si entra si è inefficaci, perché non si è in grado di costruire una classe dirigente. Con queste premesse: voi, da me, de preciso, che cazzo volete che faccia?...)

(...chiedo scusa per la parolaccia, ma è una citazione, e le esigenze della filologia hanno prevalso su quelle del bon ton. Aspetto comunque risposta...)

martedì 5 aprile 2022

Indipendenza e come sbarazzarsene

Quello dell'indipendenza è un tema piuttosto centrale in questo blog, almeno con riferimento alle banche centrali (qui trovate un po' di post che se ne sono occupati). Più in generale, l'indipendenza di certe autorità (le AAI, Autorità Amministrative Indipendenti) è stato per anni uno dei temi del mio insegnamento, per il semplice motivo che di queste autorità, dei motivi e dell'ambito della loro indipendenza si parla, o si dovrebbe parlare, in qualsiasi corso decente di politica economica (e il libro di testo che adottavo, questo, gli dedica un paragrafo, il 5.8). Ne discendeva la domanda tanto temuta dagli studenti, perché semplice: "Quali sono le tipologie e le funzioni delle autorità indipendenti?" (se avete il libro, potrete constatare a pag. 155 che Bagnai è buono: dà solo esercizi riportati dal testo). Seguiva (o meglio non seguiva, perché alle domande semplici, per motivi imperscrutabili, gli studenti non sanno rispondere, un po' come voi, del resto, non vedete le cose ovvie - ad esempio il fatto che se tutti sparano addosso alla Lega significa che la Lega è l'unico partito che dà fastidio...), seguiva, cioè non seguiva, la risposta, che più o meno avrebbe dovuto essere una cosa di questo tipo:

"Ci sono tre gruppi di AAI (per gli amici, authorities): le autorità di garanzia, quelle di vigilanza e quelle di regolamentazione. Le prime (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato o AGCM,  Autorità Garante della Privacy,...) tutelano interessi di rilevanza costituzionale, con poteri quasi giurisdizionali (funzioni arbitrali) e poteri sanzionatori, che utilizzano per garantire il rispetto delle regole. Le seconde (Banca d'Italia, Consob) svolgono anche compiti normativi e di regolazione, oltre a esercitare la vigilanza sui rispettivi segmenti di mercato finanziario. Infine, le autorità di regolamentazione sono state pensate per favorire liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, regolamentando le tariffe, le condizioni di accesso ai mercati, gli standard qualitativi, e ci rientrano ad esempio l'Autorità di Regolamentazione dei Trasporti, detta ART, e l'Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente, detta ARERA".

Col senno di poi devo scusare il "povero studente" che regolarmente si andava a schiantare contro questa domanda la cui semplicità è più apparente che reale. Basti pensare che abbiamo a che fare con enti che tutelano interessi costituzionalmente garantiti (come la privacy, art. 13 e 15 Cost. - e probabilmente anche altri - o la libertà d'iniziativa economica, art. 41), ma non hanno rilievo costituzionale, nel senso che la Costituzione non li disciplina, e con enti che entrano in modo penetrante in campi disparati ma estremamente sensibili della nostra vita concreta: dalle tariffe autostradali alla sicurezza delle comunicazioni digitali, alla sicurezza dei nostri risparmi, all'accesso alle reti elettrica e del gas...

Naturalmente, in questo come in altri casi, una domanda è d'obbligo: indipendenti da chi? 

E qui il piccolo grillino che è in tutti voi avrà la risposta pronta! "Indipendenti da #aaaaabolidiga!", ça va sans dire...

Bè, non è che le cose stiano proprio così, per il semplice fatto che "la politica" non esiste (come non esiste "la Germania", per dire...). Esistono le varie articolazioni degli organi costituzionali dello Stato: il Parlamento, il Governo, la Presidenza della Repubblica, gli organi ausiliari (CNEL, Consiglio di Stato, Corte dei conti, art. 99 e 100 della Costituzione), la magistratura... Da chi sono indipendenti le autorità amministrative indipendenti?

Sono indipendenti dal Governo.

Quindi non da #aaaaabolidiga, ma da una articolazione di essa: il potere esecutivo, di cui si suppone debbano essere un ausilio ma anche un contrappeso, tant'è che svolgono funzione consultiva o autorizzativa rispetto a provvedimenti governativi.

Ne deriva il fatto che la nomina di queste autorità, che per forza di cose è politica, prevede di norma un ruolo essenziale per il Parlamento, tranne in un caso, quello della Banca d'Italia, che sostanzialmente si "autonomina" attraverso un percorso tortuoso e autoreferenziale che costituisce un unicum nel quadro legislativo europeo e che forse non è estraneo ai notevoli successi mietuti dall'istituto negli ultimi dieci anni. Per questo motivo nel contesto della maggioranza giallo-verde avevamo cercato di adeguarne le procedure di nomina agli standard europei con un apposito disegno di legge, cui prima o poi bisognerà rimettere mano, ma di questo parleremo in altra occasione.

La situazione è ovviamente piuttosto ingarbugliata, come ci si poteva aspettare da realtà che si sono infilate furtivamente fra gli organi costituzionali dello Stato in diversi periodi storici, e la trovate riassunta molto bene (se interessa) a pag 168 di questo dossier del nostro Servizio studi.

Si va dai casi in cui i membri sono eletti in Parlamento (con voto limitato, come nel caso del Garante della Privacy, o con maggioranza qualificata di due terzi, come nel caso dell'Autorità Garante per le Comunicazioni, per gli amici AGCOM), ai casi in cui le Commissioni parlamentari competenti esprimono a maggioranza qualificata un parere vincolante su una nomina di iniziativa governativa (e questo accade per l'ARERA, per l'ANAC, per l'ART), ai casi in cui le Commissioni competenti esprimono un parere non vincolante (come accade per la CONSOB e per la COVIP), ai casi in cui il Parlamento entra in gioco attraverso i Presidenti dei due rami, cui incombe il potere di nomina (e questo vale per l'AGCM e per la Commissione di garanzia per il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali).

Le fattispecie però non sono solo queste quattro (elezione in Parlamento, nomina governativa con parere vincolante o non vincolante delle Commissioni, designazione da parte dei Presidenti dei due rami del Parlamento), perché c'è il dettaglio non irrilevante della nomina del Presidente.

Ad esempio, nei due casi in cui il Parlamento elegge i membri (ricordate: Privacy e AGCOM), la nomina del Presidente, che ovviamente ha un'importanza determinante, segue due percorsi diversi: in Privacy è eletto dai quattro componenti, in AGCOM è nominato dal Governo (rectius: nominato con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio), con il parere non vincolante a maggioranza qualificata di due terzi delle Commissioni Parlamentari competenti.

Insomma: abbiamo 50 sfumature di nomina per enti che in effetti sono abbastanza diversi, pur essendo anche abbastanza simili.

Una logica in questo guazzabuglio si intravede. Ad esempio, a me sembra perfettamente logico che le procedure di nomina delle autorità "garanti" (Privacy, AGCOM, AGCM) siano maggiormente radicate in Parlamento, perché ha senso che sia l'espressione diretta della sovranità popolare a scegliere chi deve occuparsi di garantire diritti costituzionalmente tutelati. Mi sembra anche sensato che nelle autorità di regolazione (ART, ARERA) il processo di nomina abbia impulso all'interno del Governo, originando da una proposta del ministro competente (salvo avere, a valle, il filtro del parere vincolante e a maggioranza qualificata delle Commissioni competenti).

Più in generale, anche se forse 50 sfumature di nomina sono troppe, mi sembra assolutamente fisio-logico che autorità che ricadono in tipologie diverse e tutelano interessi distinti abbiano diversi percorsi di nomina, alcuni più "sbilanciati" verso il Parlamento, altri più sbilanciati verso il Governo.

Fatto sta che questo Governo, che già si era distinto a ottobre con l'articolo 9 del decreto "capienze" per il tentativo, parzialmente respinto, di intervenire sull'autorità Garante della privacy circoscrivendone i poteri ed esponendo quindi i cittadini a qualsiasi arbitrio da parte delle pubbliche amministrazioni (un Governo che interviene per decreto su un'autorità indipendente dal Governo: ma vi rendete conto? Sarebbe questa l'indipendenza!?), nel disegno di legge sulla concorrenza torna alla carica con un articolo, il 32, che qui vi riporto:

Art. 32.

(Procedure di selezione dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti)

1. Al fine di rafforzare la trasparenza e l'imparzialità nelle procedure di nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti di cui all'articolo 22, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, ogni soggetto competente alla nomina istituisce una « Commissione tecnica per la selezione delle candidature a presidente e componente delle autorità amministrative indipendenti », di seguito denominata « Commissione ». Il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure di nomina di rispettiva competenza.

2. Ciascuna Commissione è composta da cinque membri scelti tra personalità di indiscussa indipendenza, moralità ed elevata qualificazione professionale nei settori di rispettiva competenza, nel rispetto del principio della parità di genere.

3. La Commissione, anche sulla base delle manifestazioni di disponibilità ricevute, a seguito di un avviso pubblico, dai soggetti competenti alla nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità di cui al comma 1, verifica la sussistenza dei requisiti previsti dalla normativa vigente in relazione alla nomina dei componenti di ciascuna autorità e trasmette ai soggetti competenti alla nomina una lista di almeno quattro candidati per ciascun membro da nominare, dotati di comprovata competenza ed esperienza nel settore in cui opera l'autorità, oltre che di notoria indipendenza e di indiscussa moralità, nel rispetto del principio della parità di genere. Ai fini di cui al presente comma, la Commissione può procedere ad audizioni dei candidati. Al fine di consentire il perfezionamento della procedura di nomina non oltre tre mesi antecedenti alla data della scadenza del mandato del presidente o del componente in carica, l'istituzione della Commissione e la trasmissione della lista di cui al primo periodo devono avvenire con congruo anticipo.

4. Ferme restando le specifiche disposizioni di legge che disciplinano le competenze per la nomina dei membri di ciascuna autorità di cui al comma 1, i soggetti competenti nominano il presidente e i componenti tra i candidati individuati nella lista trasmessa ai sensi del comma 3.

5. La partecipazione alla Commissione è a titolo gratuito. Ai membri della Commissione non spetta alcun compenso, indennità, gettone di presenza, rimborso di spese o emolumento comunque denominato.

6. I presidenti e i componenti delle autorità di cui al comma 1 in carica alla data di entrata in vigore della presente legge proseguono nelle funzioni fino al termine del loro mandato.

Vale la pena di elencare quali sono le Autorità coinvolte dalla norma (cioè quelle di cui all'articolo 22 comma 1 del DL 90/2014:

1) AGCM

2) CONSOB

3) ART

4) ARERA

5) AGCOM

6) Privacy

7) ANAC

8) COVIP

9) CGS (Commissione di Garanzia dell'attuazione della legge sullo Sciopero nel servizi pubblici essenziali)

Come vedete, resta fuori la Banca d'Italia (turris eburnea).

Fatta salva la considerazione più ovvia (che cosa c'entra un articolo che disciplina autorità indipendenti diverse dall'AGCM in un disegno di legge che si occupa di concorrenza?), le finalità di questo articolo sono tanto chiare quanto irricevibili: comprimere il raggio di azione parlamentare (e quindi, senza lasciarlo vedere, ampliare quello del Governo) nel potere di nomina delle autorità "indipendenti dal Governo", col risultato di minarne non solo l'indipendenza, ma anche la trasparenza della procedura di selezione, cioè, in definitiva, rendendo più "politica" una scelta che si finge di rendere più tecnica.

L'escamotage è nel comma 3, dove si stabilisce che la Commissione tecnica per la selezione delle candidature "trasmette ai soggetti competenti alla nomina una lista di almeno quattro candidati per ciascun membro da nominare". Di fatto quindi la Commissione decide chi non nominare, effettua cioè una scelta politica (ammantandosi nell'afflato purificatore e insindacabile della sua tecnicità): la scelta di sottrarre alcuni soggetti dal novero di quelli nominabili dagli organismi a tal scopo preposti. In questo modo però il lezzo corruttore della #aaaaabolidiga non viene affatto mondato, ma solo spostato un passo più in là: perché, come chiarisce il comma 1, la Commissione "tecnica" è di nomina politica: deve cioè essere nominata dal soggetto competente alla nomina. Quindi la "politica" non nomina i membri, ma in qualche modo nomina i "nominatori", o meglio quelli cui viene dato il potere di decidere chi non nominare. Mi sembra ovvio che la ratio legis si basa su un presupposto: il Parlamento non è in grado di scegliere i membri delle Autorità perché è inadeguato sotto vari profili, devono intervenire i tecnici.

Gira che ti rigira, siamo al solito grillismo, qui nella versione in giacca e cravatta: il nemico è #aaaaabolidiga intesa come Parlamento. Perché c'è un dettaglio che a tutti sfugge: l'antiparlamentarismo accomuna (al fascismo) due realtà antropologicamente molto distanti: il grillismo nella versione "economy" (quello del "vaffa") e il grillismo nella versione "business" (quello dei "competenti"). La linea di attacco nel primo caso è "castacriccacoruzzione, scaldate la poltronaaah", nel secondo caso è "sono incompetenti, rispondono a logiche di appartenenza e non di promozione del merito". Ma nonostante siano due linee di attacco diverse, ed entrambe con la loro parvenza di plausibilità, l'obiettivo su cui convergono è uno: annichilire il raggio di azione del Parlamento, cioè dei vostri rappresentanti, cioè vostro. Mentre è chiaro perché "i competenti" (cioè i poteri forti) non desiderino il Parlamento fra i piedi, è un po' meno chiaro perché non lo desiderino quelli del vaffa, anche se noi qui una risposta ce la siamo data, ed era corretta. In qualche modo, è nei risultati che si vogliono conseguire, e che derivano dal legame organico (che mi pregio di aver portato alla vostra attenzione in tempi non sospetti) fra grillismo (sanculotto o in grisaglia) e PD. Per una serie di complessi motivi socioantropologici (la storica prevalenza della sinistra all'interno del bacino dei dipendenti pubblici e quindi delle pubbliche amministrazioni, la capacità della sinistra di organizzare le filiere accademiche di "produzione" di tecnici, in particolare infeudando stabili baronie accademiche nell'ambito del diritto amministrativo, ecc.) in Italia quando si scrive "tecnico" si legge "PD". Chi tifa "tecnica" (anche in nome del mantra castacriccacoruzzione) quindi, oggettivamente tifa PD. La maggioranza "giallorossa" una sua logica ce l'aveva. In altre parole, la deriva antiparlamentare, vagamente assonante a ideali grillini (o di altro ventennio a scelta), come risultato oggettivo consegue quello di mettere le nomine in mano a una "Commissione PD per la selezione delle candidature a presidente e componente delle autorità amministrative indipendenti". Non prendete questa considerazione oggettiva come un segno di faziosità: io ammiro, come ben sapete, i colleghi del PCI e della DC per la loro capacità risalente di esercitare sulle istituzioni un'egemonia gramsciana. Cerco di imitarli, nel mio piccolo.

Certo però che se la contendibilità della classe dirigente (la possibilità di coinvolgerla, di stabilirci un'interlocuzione, di farla accedere a incarichi di rilievo) viene sostanzialmente limitata ex lege, tutto diventa più difficile!

Peraltro, questo antiparlamentarismo è talmente viscerale, talmente accecato dal proprio odio o dal proprio terrore verso l'eventualità che voi possiate esprimervi (o talmente ignorante: pensavamo che l'epoca delle norma scritte con parti del corpo diverse dalle mani fosse finita col Conte 2), da scoprire le proprie carte producendo una norma sbilenca! Infatti, come vi ho spiegato all'inizio, alcune autorità elencate (con rinvio) nel comma 1 sono in effetti di nomina governativa: ANAC, ARERA, ART, CONSOB, COVIP. In questi casi il Parlamento interviene a valle, con un parere non sempre vincolante. In altri termini, in questi casi la Commissione "tecnica", che però è politica, è il Governo! Non si capisce quindi perché solo "il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure di nomina di rispettiva competenza" (comma 1). Perché il Governo no? Se la norma fosse simmetrica, anche il Governo, in quanto organo politico, dovrebbe nominare una Commissione tecnica per filtrare le nomine politiche del Governo! Ma voi ce lo vedete un Governo che autolimita se stesso mentre si dedica al nobile intento di limitare il Parlamento?

Appena me ne sono accorto sono andato nella Commissione di merito intervenendo in discussione generale. Date le premesse, mi aspettavo che il mio intervento suscitasse una levata di scudi. Paradossalmente, invece, ha suscitato molta attenzione e consenso, al punto che il relatore del PD ha proposto che venisse riaperta la discussione generale per confrontarsi sul merito (proposta rifiutata per condivisibili motivi procedurali dal presidente).

A questo punto abbiamo proceduto a emendare la norma con alcuni emendamenti. Noi abbiamo presentato in particolare un soppressivo e un sostitutivo. Il soppressivo, come sapete, viene in cima al fascicolo, perché se accettato ovviamente rende inutile modificare un articolo che... non c'è più. Lo vedete qui:

32.1

Marti, Mollame, Pianasso, Pietro Pisani, Bagnai, Ostellari

Sopprimere l'articolo.

Il sostitutivo viene un po' dopo, e lo vedete qui:

32.3

Marti, Mollame, Pianasso, Pietro Pisani, Bagnai, Ostellari

Sostituire l'articolo, con il seguente:

        «Art. 32.

(Procedure di selezione dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti)

        1. Al fine di rafforzare la trasparenza e l'imparzialità nelle procedure di nomina dei presidenti e dei componenti delle autorità amministrative indipendenti di cui all'articolo 22, comma 1, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, a decorrere dalle nomine successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, i candidati a tali incarichi devono essere eletti tra coloro che presentano la propria candidatura nell'ambito di una procedura di selezione il cui avviso deve essere pubblicato nei siti internet del soggetto competente alla nomina e dell'autorità interessata, almeno sessanta giorni prima della nomina. Le candidature devono pervenire almeno trenta giorni prima della nomina e i curricula devono essere pubblicati negli stessi siti internet. Le candidature possono essere avanzate da persone che assicurino indipendenza e che risultino di comprovata esperienza nel settore di competenza dell'Autorità interessata.

        2. Il presidente della Camera dei deputati, il presidente del Senato della Repubblica e le Camere provvedono, nell'ambito della loro autonomia costituzionale, a disciplinare le procedure funzionali agli adempimenti di rispettiva competenza.

        3. I presidenti e i componenti delle autorità di cui al comma 1 in carica alla data di entrata in vigore della presente legge proseguono nelle funzioni fino al termine del loro mandato.».

Col sostitutivo si chiede sostanzialmente che in tutte le procedure di nomina (incluse quelle governative) sia seguita la prassi della Privacy, che richiede la pubblicazione dei CV dei soggetti interessati, per assicurare la trasparenza della procedura.

Più interessante e articolato un altro sostitutivo, presentato da un illustre collega, che vedete qui:

32.2

Zanda

Sostituire l'articolo, con il seguente:

        «Art. 32.

(Norme generali in materia di Autorità amministrative indipendenti)

        1. Il presente articolo stabilisce princìpi e norme generali sull'organizzazione e sulle funzioni delle autorità indipendenti di cui al comma 2, di seguito denominate ''autorità''. Restano ferme, in quanto compatibili con il presente articolo, le discipline di settore relative a ciascuna delle autorità dettate dalle rispettive leggi istitutive. Le autorità sono costituite e disciplinate dalla legge, con compiti di regolazione e di controllo del mercato al fine di assicurare la promozione e la tutela della concorrenza, la garanzia dei diritti dei consumatori e degli utenti, la protezione di diritti ed interessi di carattere fondamentale stabiliti dalla Costituzione e dai Trattati sull'Unione europea e sul funzionamento dell'Unione europea. Ai fini di garantire la loro indipendenza di giudizio e di valutazione, le autorità sono dotate di autonomia organizzativa, funzionale, contabile e gestionale.

        2. Sono autorità ai fini del presente articolo:

            a) l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, istituita dalla legge 10 ottobre 1990, n. 287;

            b) la Commissione nazionale per le società e la borsa, istituita dal decreto-legge 8 aprile 1974, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 giugno 1974, n. 216;

            c) l'Autorità di regolazione dei trasporti, di cui all'articolo 37, comma 1, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni;

            d) l'Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, istituita dalla legge 14 novembre 1995, n. 481;

            e) l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, istituita dalla legge 31 luglio 1997, n. 249; il Garante per la protezione dei dati personali, istituito dalla legge 31 dicembre 1996, n. 675;

            g) la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, istituita dal decreto legislativo 5 dicembre, 2005, n. 252;

            h) la Commissione di garanzia per il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, istituita dall'articolo 12 della legge 12 giugno 1990, n. 146.

        3. Ciascuna autorità è organo collegiale composto dal presidente e da due membri, fatta eccezione per l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, composta dal presidente e da quattro membri. I componenti delle autorità sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con i Ministri competenti, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. La proposta del Presidente del Consiglio dei ministri è sottoposta al parere preventivo e vincolante della Commissione parlamentare competente, espresso a maggioranza di due terzi dei componenti, previa pubblicazione del curriculum vitae e audizione delle persone designate. Il Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con i Ministri competenti, sceglie il nominativo da sottoporre alla Commissione parlamentare competente, affinché questa esprima il parere, tra i soggetti che abbiano presentato la loro candidatura nell'ambito di una procedura di sollecitazione pubblica avviata con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di un bando predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. La procedura di selezione è avviata due mesi prima della data di scadenza del mandato dei componenti delle autorità in carica con la pubblicazione del bando di cui al presente comma. I componenti delle autorità sono scelti tra persone di indiscussa moralità e indipendenza e di comprovata esperienza e competenza nei settori in cui operano le stesse autorità. Il curriculum dei componenti delle autorità è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in allegato ai decreti di nomina. Non possono essere nominati componenti coloro che nell'anno precedente alla nomina hanno ricoperto incarichi elettivi politici o hanno ricoperto cariche di amministrazione o controllo, oppure incarichi dirigenziali, in imprese regolate o vigilate, nonché coloro che sono stati componenti del collegio di altra autorità. Restano ferme altresì le incompatibilità per i titolari di cariche di governo previste dalla normativa vigente.

        4. I componenti delle autorità sono nominati per un periodo di quattro anni e possono essere confermati nella carica una sola volta. In caso di gravi e persistenti violazioni della legge istitutiva, di impossibilità di funzionamento o di prolungata inattività, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, può deliberare la revoca del collegio, previo parere favorevole espresso a maggioranza di due terzi dei componenti della Commissione parlamentare competente. La revoca del collegio è disposta con decreto del Presidente della Repubblica. Per l'intera durata dell'incarico, i componenti delle autorità non possono esercitare, a pena di decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, essere amministratori o dipendenti di soggetti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura, compresi gli incarichi elettivi o di rappresentanza nei partiti politici, né avere interessi nelle imprese operanti nei settori di competenza delle autorità. All'atto di accettazione della nomina, i componenti delle autorità, se dipendenti di pubbliche amministrazioni, sono collocati fuori ruolo o in posizioni analoghe rispetto a tali impieghi, per i quali, in ogni caso, non hanno diritto ad assegni o emolumenti di alcun genere. Il rapporto di lavoro dei dipendenti privati è sospeso e i dipendenti stessi hanno diritto alla conservazione del posto. Per un periodo di un anno dopo la cessazione dalla carica, i componenti delle autorità non possono intrattenere, direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o di impiego con imprese nei cui confronti sono state adottate misure specifiche o nei cui confronti siano state aperte istruttorie di vigilanza dell'autorità presso cui hanno svolto il mandato, né possono esercitarvi funzioni societarie. Il suddetto termine è esteso a due anni per i soggetti che sono stati nominati per un secondo mandato. Per i medesimi periodi, i componenti delle autorità di cui al comma 2, lettere c), d), e) e g), non possono intrattenere, direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o d'impiego con qualsiasi impresa operante nel settore di competenza, né esercitarvi funzioni societarie. Ferma restando la responsabilità penale ove il fatto costituisca reato, la violazione di tali divieti è punita con una sanzione pecuniaria pari, nel minimo, alla restituzione del corrispettivo percepito e, nel massimo, a quattro volte tale cifra. Ferme restando le altre disposizioni previste dagli ordinamenti di settore, all'imprenditore che abbia violato le disposizioni del presente comma si applicano le sanzioni previste dall'articolo 2, comma 9, della legge 14 novembre 1995, n. 481.

        5. Le disposizioni di cui ai commi 3 e 4 si applicano a decorrere dalla data di scadenza del mandato del presidente e dei componenti in carica alla data di entrata in vigore della presente legge.

        6. All'amministrazione, al funzionamento dei servizi e degli uffici e all'organizzazione interna di ciascuna autorità è preposto il segretario generale. Il segretario generale è nominato dal collegio, su proposta del presidente dell'autorità, tra i soggetti che abbiano presentato la loro candidatura nell'ambito di una procedura di sollecitazione pubblica avviata con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale di un apposito bando. Il segretario generale dura in carica quattro anni e la sua carica è rinnova bile una sola volta, salvo revoca per giusta causa. Al segretario generale si applicano le norme sui requisiti soggettivi, sulle incompatibilità, sui divieti in corso di carica e sui divieti successivi alla scadenza della carica di cui ai commi 3 e 4.

        7. Le autorità riferiscono al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti presentando una relazione annuale alla Commissione parlamentare competente. Alla relazione è allegato un elenco delle decisioni assunte dall'autorità, delle istruttorie aperte e delle decisioni di non procedere a istruttoria. La relazione di cui al presente comma è illustrata nel corso di una o più audizioni del presidente dell'autorità, il quale illustra l'attività svolta, le principali scelte regolatorie e le principali decisioni. Le autorità possono presentare al Parlamento e al Governo. segnalazioni e, su richiesta, esprimono pareri in ordine alle iniziative legislative o regolamentari necessarie alla promozione della concorrenza e al perseguimento degli obiettivi stabiliti dalle leggi istitutive. Le autorità trasmettono al Parlamento i regolamenti che disciplinano le procedure di analisi di impatto della regolamentazione e le relazioni delle analisi d'impatto della regolamentazione da loro realizzate sulla base di tali procedure.

        8. Le autorità collaborano tra loro nelle materie di competenza concorrente, anche mediante la stipula di apposite convenzioni, e assicurano la leale cooperazione, anche attraverso segnalazioni e scambi di informazioni, con le autorità e le amministrazioni competenti dell'Unione europea e degli altri Stati, al fine di agevolare le rispettive funzioni. Le autorità sono gli unici soggetti designati a partecipare alle reti e agli organismi dell'Unione europea e internazionali che riuniscono le autorità nazionali di regolamentazione, vigilanza e garanzia nei settori e, negli ambiti di rispettiva competenza. Le pubbliche amministrazioni sono tenute a fornire alle autorità, oltre a notizie e informazioni, la collaborazione necessaria per l'adempimento delle loro funzioni. Nell'esercizio dei poteri ispettivi e di raccolta di informazioni previsti dalle leggi istitutive, le autorità possono avvalersi, in relazione alle specifiche finalità degli accertamenti, del Corpo della guardia di finanza, che agisce con i poteri ad esso attribuiti per l'accertamento dell'imposta sul valore aggiunto e delle imposte sui redditi, utilizzando strutture e personale disponibili in modo da non determinare oneri aggiuntivi. Tutte le notizie, le informazioni e i dati acquisiti dal Corpo della guardia di finanza nell'assolvimento dei compiti previsti dal presente comma sono coperti dal segreto d'ufficio e sono senza indugio comunicati alle autorità che hanno richiesto la collaborazione.

        9. Per l'emanazione di atti regolamentari e generali a contenuto normativo, esclusi quelli attinenti all'organizzazione interna, le autorità si dotano, nei modi previsti dai rispettivi ordinamenti, di forme o metodi di analisi dell'impatto della regolamentazione. I provvedimenti di cui al presente comma devono essere motivati con riferimento alle scelte di regolazione e di vigilanza del settore ovvero della materia su cui vertono e sono accompagnati da una relazione che ne illustra le conseguenze sulla regolamentazione, sull'attività delle imprese e degli operatori e sugli interessi degli investitori, dei risparmiatori dei consumatori e degli utenti. Nella definizione del contenuto dei provvedimenti di cui al presente comma, le autorità tengono conto in ogni caso del principio di proporzionalità, inteso come criterio di esercizio del potere adeguato al raggiungimento del fine, con il minore sacrificio degli interessi dei destinatari. A questo fine, esse consultano gli organismi rappresentativi dei soggetti vigilati, dei prestatori di servizi finanziari, dei consumatori e degli utenti. Le autorità sottopongono a revisione periodica, almeno ogni tre anni, il contenuto degli atti di regolazione da esse adottati, per adeguarli all'evoluzione delle condizioni del mercato e degli interessi degli investitori, dei risparmiatori, dei consumatori e degli utenti. Le autorità disciplinano con propri regolamenti l'applicazione dei principi di cui al presente articolo, indicando altresì i casi di necessità e di urgenza o le ragioni di riservatezza per cui è ammesso derogarvi.

        10. All'articolo 7, comma 5, del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: ''Nell'esercizio della giurisdizione esclusiva nei confronti dei provvedimenti adottati dai soggetti di cui all'articolo 133, comma 1, lettera l), il giudice amministrativo conosce, oltre che dell'incompetenza e della violazione di legge, esclusivamente del palese errore di apprezzamento e della manifesta illogicità del provvedimento impugnato''.

        11. Il diritto di accesso, di cui all'articolo 22 legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, si applica alle autorità, che ne individuano le procedure di esercizio, nell'ambito delle rispettive leggi istitutive, rispettando i principi di cui al medesimo articolo 22.».

Prima di entrare nel merito, faccio un'osservazione di metodo.

Noi abbiamo affiancato all'emendamento soppressivo la proposta di stralcio dell'articolo dal disegno di legge. Non è che perché il Governo fa una proposta irricevibile dell'argomento non si debba parlare. Se ne può parlare (anche se oggettivamente non è prioritario per il Paese in questo momento), ma con una discussione seria e partecipata, data la complessità della materia. La risposta del PD è stata quella di  attuare per emendamento (quindi sostanzialmente senza discussione e senza possibilità di subemendare) una riforma complessiva di un tema così delicato, con accanto l'offerta di condurre una trattativa riservata per trovare un "punto di caduta".

Personalmente, nonostante sia uomo di mediazione (anche se a voi spiace), contesto radicalmente che un tema così importante, perché incide su diritti costituzionali, debba (o possa) essere risolto da me e dall'esperto collega nelle segrete stanze. Un tema di questo genere necessiterebbe di discussione ampia, partecipata e pubblica, e la richiesta dello stralcio deriva dalla necessità di soddisfare questa esigenza. Con lo stralcio infatti l'art. 32 diventerebbe un provvedimento autonomo, un nuovo AS (Atto Senato) con un distinto numero, con la possibilità di presentare emendamenti dopo aver fatto audizioni dedicate ecc.

Ma questo mi pare di capire che il Governo non lo voglia e quindi non lo vuole il PD (o viceversa).

Entriamo allora, per punti, nel merito della proposta Zanda, partendo da osservazioni generali e entrando nei dettagli.

Intanto, la proposta muove dal presupposto che sia necessario uniformare le procedure di nomina delle autorità. Contesto questo presupposto, perché, come detto sopra, in una logica di equilibrio fra i poteri mi sembra plausibile che autorità di garanzia e autorità di regolamentazione (per dirne due) abbiano percorsi di nomina differenziati in ragione dei loro specifici ruoli.

Questa uniformità poi è zoppa, perché restano fuori dall'elenco proposto al comma 2 non solo la solita Banca d'Italia (l'unica realtà su cui varrebbe realmente la pena di incidere), ma anche l'ANAC: perché?

La zoppìa si estende anche agli aspetti strutturali, perché tutte le autorità vengano portate a tre, tranne l'AGCOM. Forse che la CONSOB (cinque componenti) o l'ARERA (cinque componenti) hanno meno da fare? Avrebbe più senso portarle tutte a cinque, compresa l'ART, che si occupa di cose non banali come le concessioni autostradali! Ma qui ovviamente si insinua la logica grillina della "poltrona".

Viceversa, l'uniformità è assoluta nel meccanismo di nomina, che si articola così:

  • il Presidente del Consiglio dei Ministri sente i ministri competenti e porta in Consiglio la nomina per la delibera;
  • una volta deliberata la nomina è sottoposta al parere preventivo e vincolante delle Commissioni parlamentari competenti con maggioranza qualificata;
  • se questo parere è favorevole la nomina viene proposta al Presidente della Repubblica che la effettua per DPR.

Ora, da un lato sembrerebbe che questo meccanismo rafforzi il raggio di azione parlamentare, perché il parere delle Commissioni diventa preventivo (rispetto alla proposta che il Presidente del Consiglio fa al Presidente della Repubblica) e vincolante (come attualmente è solo in pochi casi: ARERA, ART e ANAC). Dall'altro però attenzione! I curriculum dei membri designati vengono pubblicati solo a valle della delibera del Consiglio dei Ministri. Non c'è scritto da nessuna parte, nell'emendamento Zanda, che alle candidature vada data pubblicità, cioè che il Parlamento (o le sue Commissioni) e i cittadini possano sapere quali erano le alternative, quale fosse la lista completa delle persone che hanno manifestato interesse per la posizione. Si passa cioè dall'art. 32, in cui un Comitato tecnico propone non meno di quattro nomi, all'emendamento 32.2 Zanda in cui è il Governo a proporre un solo nome! Non mi sembra un enorme progresso. Il requisito dell'indipendenza delle Autorità dal Governo viene completamente raso al suolo, sottraendo fra l'altro questo processo allo scrutinio dell'opinione pubblica! Notate che questo va frontalmente contro al nostro sostitutivo, che invece vuole rafforzare il pubblico scrutinio delle candidature imponendo a tutte le Autorità la prassi stabilita da Privacy e AGCOM (pubblicazione dei CV con congruo anticipo rispetto alla nomina).

Anche il comma 4, sotto le mentite spoglie di limitare il potere dei componenti e di incentivarne comportamenti virtuosi, proponendo a tutti un incarico di quattro anni rinnovabili (al posto degli attuali sei o sette non confermabili), in realtà estende a otto anni gli incarichi, perché salvo ipotesi drammatiche chi potrebbe non essere riconfermato? Ma in ipotesi drammatiche la destituzione è ovviamente già prevista. La verità è che la prospettiva di riconferma è ovviamente un incentivo non a essere bravi, ma ad essere acquiescenti verso chi nomina, cioè verso il Governo: alla faccia dell'indipendenza!

Il comma 5 è sciatto: nel disporre che quanto sopra entri in vigore a decorrere dalla data di scadenza del Presidente e dei componenti in carica, non prevede che cosa accade se queste scadenze sono differenziate (come accade ad esempio in CONSOB, dove sotto la Presidenza Savona sono stati sostituiti due componenti).

Il comma 7 aggiunge il tipico meccanismo di opacità delle democrazie evolute: le autorità dovrebbero riferire ex post a un Parlamento che non ha voce in capitolo nella loro nomina proponendo una tale quantità di carte da essere praticamente illeggibile.

Ma forse il problema più grave è posto dal comma 10, che limita le possibilità di ricorso di chi si senta leso dal provvedimento di un'autorità. Ve lo riporto qui per comodità:

 10. All'articolo 7, comma 5, del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: ''Nell'esercizio della giurisdizione esclusiva nei confronti dei provvedimenti adottati dai soggetti di cui all'articolo 133, comma 1, lettera l), il giudice amministrativo conosce, oltre che dell'incompetenza e della violazione di legge, esclusivamente del palese errore di apprezzamento e della manifesta illogicità del provvedimento impugnato''.

Per capire quanto è tossica sta roba, vanno sapute due cose:

1) nel linguaggio tecnico del diritto "conoscere di" significa "giudicare" (qui "giudicare del vizio di");

2) il sindacato amministrativo (cioè la possibilità del giudice amministrativo di sindacare atti della Pubblica amministrazione, e quindi anche delle authorities) si articola su tre fronti: violazione di legge, incompetenza ed eccesso di potere. Quest’ultimo implica che l'amministrazione era competente ad agire e non ha violato alcuna legge, ma ha esercitato male il proprio potere. L'eccesso di potere può prendere tante fattispecie "sintomatiche": lo sviamento dalla causa tipica (esempio: impongo il divieto di fermata, che normalmente serve per assicurare la fluidità del traffico, allo scopo non tipico di contrastare la prostituzione), la disparità di trattamento, l'ingiustizia manifesta, ecc.

Con queste premesse, sarete in grado di apprezzare che secondo l'emendamento Zanda un cittadino può impugnare per eccesso di potere il provvedimento di una autorità solo in due casi circoscritti fra i tanti possibili: palese errore di apprezzamento e manifesta illogicità. Resta quindi esclusa ad esempio la disparità di trattamento (non so se vi ricordate le vicende di un nostro amico, unico sanzionato di un consiglio che aveva preso una decisione collegiale: ecco, se passa l'emendamento Zanda, l'amico dovrebbe restare muto, nonostante la palese disparità di trattamento...).

Ora, per farvi capire quanto è grave la situazione e perché bisognerebbe discuterne con calma (cioè stralciare l'articolo dal DDL), vi presento un mio nuovo amico, l'art. 113 Cost., che parlando della tutela giurisdizionale contro i provvedimenti della PA, al comma 2 recita:

Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.

Ma il comma 10 dell'emendamento Zanda propone proprio una esclusione/limitazione di questo tipo! In fondo non è strano che il Governo limiti il potere dei cittadini di contestare un'Autorità nel momento in cui avoca a sé la nomina delle stesse Autorità! Sono due strade attraverso le quali il Governo rafforza il proprio potere, comprimendo quello del Parlamento, cioè dei cittadini.

Ecco, solo per farvi fare un piccolo tuffo nella complessità del reale.

Come per tante altre cose, forse tutte, la rilevanza pratica di una roba di questo tipo verrà intuita da molti solo troppo tardi, solo quando toccherà a loro. Voi avete in mente altro, e come non capirvi? Bene così. L'importante è che ci sia anche a chi pensa un paio di mosse avanti e cerca di evitare ulteriore degrado. Se ci riusciremo non lo so, ma non provarci è il modo più sicuro per non riuscirci (anche se ovviamente risparmia tanto lavoro che potrebbe rivelarsi inutile, come quello che ho voluto condividere con voi, visto che una discussione aperta e pubblica probabilmente non ci sarà).

E ora, andiamo a saggiare la buonafede della controparte...


(...ah, naturalmente tutto questo non ha nulla a che fare con l'infamelasciapassareverdeeeeehhh1!111 - e invece sì, perché se siamo ridotti a questo punto è perché fin dall'inizio della pandemia il Garante della privacy è sotto attacco, e solo noi lo abbiamo difeso - e ovviamente #sicceravate voi ecc.... Sapete che c'è? Non vedo l'ora che ci siate voi: avete capito, sì, a quante cose bisogna stare attenti? Buon divertimento!...)

domenica 3 aprile 2022

Effetti collaterali

(...ovviamente non quelli di certe terapie, visto che il ministro ci ha rassicurato sul fatto che non ne hanno, convincendoci profondamente, e noi abbiamo detto che a questo punto se ne parlerà dove se ne sta parlando, cioè in tribunale...)

Qui vedete la serie storica del tasso di crescita tendenziale del Pil trimestrale Usa in termini reali:

Tutti vedono, a fine corsa, il botto della primavera 2020 e il successivo rimbalzo nella primavera del 2021; molti vedranno che, prima di questo episodio eccezionale, la volatilità della crescita era andata riducendosi lungo i decenni (per i nerd, la deviazione standard passa da 2.58 nel periodo che va dal primo trimestre del 1961 all'ultimo del 1989, a 1.65 nel periodo che va dal primo trimestre del 1990 al primo trimestre del 2020); qualcuno riconoscerà i vari episodi di recessione ed espansione. A me interessa accennarvi qui a uno di questi episodi in particolare, per mettere in evidenza un fenomeno di attualità. L'episodio è questo:

e per aiutarvi a contestualizzarlo ve lo "zummo":

Nel terzo trimestre del 2001, che vi ho messo in evidenza nel grafico, successe una cosa molto grave, come ricorderete. I media gestirono l'episodio ricorrendo a due grandi classici: il "niente sarà più come prima" (e in fondo un po' è vero: da allora in poi entrare in un aereo è diventato una discreta rottura di coglioni, dal che dobbiamo trarre una lezione per il presente), e il "ha stato x" (dove x a quel tempo era il terrorismo islamico). In altre parole, non so se ve lo ricordiate (ma verificarlo non è impossibile), nell'immediato seguito di quel drammatico evento, e per i sei mesi a seguire, i Tg a reti unificate ci raccontavano che il drammatico attacco, con le sue ripercussioni, aveva portato l'economia mondiale in recessione: tutto stava andando per il meglio, ma purtroppissimo aveva stato il terrorismo a infrangere la solida crescita del mondo verso un futuro di pace e di prosperità. Ex multis, vi raccomando questo, molto indicativo del clima dell'epoca:


Sfiga!

Stava andando tutto bene, ma: "Dopo il terrore, la recessione!"

Ora, la verità è quella che dipingono i dati (e che all'epoca mi ricordo mostrai immediatamente ai miei studenti): non stava per nulla andando tutto bene! La crescita dell'economia Usa era in caduta libera dal secondo trimestre del 2000, cioè l'economia Usa, pur continuando a crescere, stava rallentando in modo molto marcato (dal 5.2% del secondo trimestre 2000 allo 0.9% del secondo trimestre 2001), il che significa che la recessione era lì prima, non dopo il terrore, e che in effetti il terrore (più esattamente, "la guerra al terrore", come la si chiamò) era stato la fine, non l'inizio della recessione, perché aveva creato quello stato di eccezione che legittimava i governi a fare la cosa giusta (politiche espansive) senza allarmare troppo quei bambini paurosi che vanno sotto il nome di mercati.

Lo abbiamo visto, del resto, anche con la pandemia. La retorica della guerra (al virus) è servita a giustificare varie cose, alcune oggettivamente ingiustificabili, ma altre assolutamente necessarie, e che tali sarebbero state a prescindere dal virus, come ad esempio la sospensione delle "regole europee", cioè di canoni di politica economica assolutamente irrazionali.

L'importante, nel fare la cosa giusta, è poterne dare la colpa a qualcuno: a Saddam Hussein, a Sars-Cov-2, insomma, a un Deus ex machina, o meglio a un diabolus in musica, a una dissonanza nel coro angelico del "va tutto bene", che possa spiegare perché si procede con misure che le circostanze avrebbero richiesto comunque, ma che in un mondo totalmente pervertito fin dalle fondamenta appaiono giustificabili solo in circostanze eccezionali.

Perché ve ne parlo? Perché esattissimamente la stessissimissima cosa sta succedendo adesso. Guardate ad esempio l'indice dei prezzi alla produzione nell'Italia del ventennio:


Anche qui, come sapete, da qualche parte c'è stato un episodio molto grave (e poco inatteso). Non ci metto il pallino perché coincide con la fine della serie storica, ma anche qui vale la pena "zummare", per capire quanto vi stanno prendendo in giro:


Il raddoppio del prezzo dei prodotti energetici si consuma sostanzialmente fra settembre 2021 e gennaio 2022. A febbraio (mese dello scoppio del conflitto) i dati per ora provvisori registrano addirittura un lieve calo, come vediamo meglio se rappresentiamo il solo indice dei prezzi alla produzione dell'energia con il suo tasso di crescita tendenziale (scala di destra):


Visto? A gennaio 2022 (un mese prima dello scoppio del conflitto) il tasso di crescita dell'indice dei prezzi dei prodotti energetici cresceva del 118% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, cioè gli stessi prezzi erano più che raddoppiati (chi legge questo blog sa che un incremento del 100% è un raddoppio, perché si ricorda della brutta fine fatta da un cretino di passaggio...).

E quindi?

E quindi chi vi dice che "'a bbenza è aumentata perché c'è stata 'a guèra" è un cialtrone disinformatore. Disinformato no, perché, come dice il nostro dizionario, oggi è facile documentarsi.

Esempi non ne faccio, ne troverete ad abundantiam in giro.

Nessuno vuole dire che il raddoppio dei prezzi precede lo scoppio della guerra, perché attribuendolo alla guerra si nascondono le cause effettive, quelle che avevamo chiarito ad esempio qui, avendo poi l'insigne soddisfazione di essere seguiti niente meno che da Prodi. Eh sì, cari amici: non #hastatoPutin, o non solo. Quanto c'entri la guerra lo vedremo nei dati di marzo, che ci arriveranno a maggio. Finora #hastatoLeuropa: l'esplosione dei prezzi delle fonti di energia qui da noi è dovuta essenzialmente a due ordini di fattori, entrambi europogeni:

1) il delirio "grin", che ha spinto un po' tutti a ridurre gli investimenti nel settore dei combustibili fossili;

2) il delirio "mercatista", che ha spinto a gestire gli approvvigionamenti con contratti "a pronti" anziché a termine, sulla base dell'assunto che fosse opportuno trattare una materia prima strategica come il gas affidandosi a mercati liquidi anziché a contratti a lungo termine opportunamente indicizzati:


Notate la raffinata imbecillità consistente nel presumere che la "sovranità europea sulla formazione dei prezzi del gas" rafforzando il ruolo dell'euro (?) avrebbe ridotto l'esposizione a shock esterni!

A parte il fatto tante volte evocato qui che siccome le variazioni dei prezzi delle materie prime sono spesso a tre cifre e quelle del cambio in un'economia occidentale sono al massimo a due cifre è da totale idiota pensare di poter compensare le prime con le seconde, la storia ci racconta che sono successe due cose diverse e prevedibili (tant'è che entrambe erano state prefigurate su queste pagine):

1) al riprendere della produzione mondiale la pressione della domanda ha fatto aumentare il prezzo del gas, fregando chi come Leuropa aveva pensato di fare una cosa furba comprandolo giorno per giorno anziché con contratti decennali ancorati al meno volatile prezzo del petrolio;

2) lo scoppio della guerra ha fatto capire che signore è chi detiene le risorse: se hai il gas decidi tu in che valuta fartelo pagare! Il fatto di gestire l'eurone è del tutto irrilevante se chi ti fornisce il gas decide di farsi pagare in rubletti (e se non lo paghi chiude i rubinetti, che non fa rima: fa blackout).

Che il problema non sia di per sé la guerra ma Leuropa lo dimostra non solo il fatto che l'aumento si è verificato prima che la guerra scoppiasse, ma anche il fatto che in una misura simile si è verificato solo in Europa:


Ci sono due gruppi di Paesi: quelli stupidi, dove i prezzi puntano al raddoppio (e nel nostro caso lo superano), e quelli extra-UE. Ne ho presi due molto diversi, la Svizzera e la Corea del Sud, ma la lezione è più o meno la stessa. In Europa, che sia Francia, Spagna, Germania o Italia, l'aumento è vertiginoso:


(anche se, com'è ovvio, chi ha carbone o nucleare se la passa meglio di chi non ce l'ha).

Altrove l'aumento c'è, ma è contenuto sotto al 30%. I motivi non possono essere che quelli che vi ho detto, almeno finché non me ne fornite di più convincenti.

E qui si viene a uno dei grandi effetti collaterali delle guerre, che è quello di occultare le responsabilità e quindi di garantire una ripartenza, un rinnovato slancio, ma, fatalmente... sul percorso sbagliato (quello che porta alla prossima guerra)!

La morale della favola è che non è vero che l'eurone ci protegge dall'aumento dei prezzi delle materie prime (l'impossibilità logica di questa asserzione era stata qui più volte dimostrata), mentre è vero che l'UE ci ingiunge, oltre alle regole di bilancio assurde, anche delle scelte di politica industriale (segnatamente: energetica) suicide!

E quindi?

E quindi, ovviamente, ci vuole più Europa! Mi hanno detto che devo dirlo, e lo dico, perché sono disciplinato. Voi però siete liberi di pensarla come credete...