martedì 19 novembre 2019

Pausa

...solo per dirvi che mi piacerebbe molto dedicarvi più tempo, che poi è esattamente quello che sto facendo, ma senza avere il tempo di raccontarlo, e so che lo sapete. A riprova, credo che ai tempi in cui parlavamo qui, fra pochi iniziati, di metodo Juncker, sarebbe stato difficile per ognuno di noi immaginare che, per una volta, se pure in extremis, si sarebbe riusciti ad attivare un dibattito mediatico e parlamentare prima, e non dopo, dell'ennesima tagliola europea.

Se questo sta succedendo è anche grazie a voi, e quindi... grazie!

sabato 2 novembre 2019

Sovranismo

Intervengo sull'ordine dei lavori (chi era al #goofy7 sa che cosa significhi) per riportare brevemente un minimo di razionalità in un dibattito che ne ha grande bisogno.

Premetto che io non ho niente contro i volenterosi, soprattutto se in buona fede, se non fosse per il dato oggettivo che questa categoria di persone ha la spiacevole tendenza a far più danni della grandine, e che la difesa è sempre legittima. Do quindi alla buona volontà e alla buona fede di chi ha introdotto e propugnato nel dibattito la categoria di "sovranismo" il giusto peso, cioè zero, e mi limito a fare due brevi considerazioni.

La prima è che in termini comunicativi è sempre un errore fornire agli avversari un bersaglio polemico, ed è un errore ancora più grande accettare di condurre il dibattito all'interno del recinto in cui l'avversario ti costringe. Con l'invenzione della categoria di sovranismo sono stati fatti entrambi gli errori. Pochi mesi di esperienza politica mi consentono di affermare con assoluta certezza che solo la stupidità, mai la perfidia, consente di centrare con tanta precisione un simile bersaglio!

Mi spiego.

Insistendo sulla categoria di sovranismo si è fornito ai media del grande capitale, quello finanziario, e alla pletora dei suoi utili idioti, un'unica etichetta da applicare come bersaglio sulla schiena di chi, da fronti diversi, con percorsi culturali e argomentativi differenziati, con obiettivi politici non sempre coincidenti, ha "messo a tema" (come dicono quelli fichi) un problema evidente: la crisi del sistema di integrazione europeo. In questo modo si è facilitata la denigrazione di un dibattito che ha radici culturali profonde e nobilissime, e si è consentito ai cialtroni dei media di appiattirlo sulle esternazioni di qualcuno dei tanti squinternati che in democrazia hanno comunque diritto di esprimersi, ma verso i quali la saggezza popolare da sempre ci esorta a usare prudenza: "dagli amici mi guardi Iddio". Peraltro, se dopo aver affrontato nelle sedi pubbliche e in quelle scientifiche un dibattito che era oggettivamente pericoloso da affrontare sono ancora vivo (con gran dispetto di Annaberta) è perché dagli "amici" mi sono guardato io, per un atto di solidarietà verso una persona che, ancorché trina (solo Giuseppi era bino), ha senz'altro da fare più di me (è successo coi memmetari, con gli ortotteri, coi decrescisti, ecc.).

Non solo.

Il genio che ci ha regalato il sovranismo ha anche compiuto un'altra operazione perversa e deleteria: quella di creare un recinto al cui interno vengono ricondotte, per assoggettarle a un biasimo acritico e preconcetto, una quantità di fattispecie che col dibattito sull'integrazione europea, e, per altri versi, col dibattito sulla sovranità, nulla hanno a che fare: dal legittimo fastidio di Trump per la svalutazione competitiva dell'euro praticata da Draghi, all'affermazione del capitalismo di Stato nei paesi emergenti (sapete gli idioti che "il mondo è pieno di sovranismi!..."?). Negli ambienti che una volta furono intellettuali, se vuoi sembrare intelligente (nella - vana - speranza di chiudere la serata con la tipa che ti piace, e che non sai più come corteggiare senza cadere in fattispecie plurime di reato!), per criticare qualcosa devi dire che è sovranista. "C'è tanto sovranismo, signora mia", si sente dire in quelli che ancora si credono salotti, e forse non sono più nemmeno portierati, perché gli umili, i semplici, quelli che nostro Signore ha deciso di esaltare, ci sono arrivati prima degli istruiti, dei potenti, che in tutta evidenza vengono oggi deposti nell'umido della Storia...

Questo per quanto riguarda la prima considerazione, che potremmo riassumere così: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco autogol comunicativo (andrebbe anche capito una volta per tutte che politica non è tanto avere idee - quelle utili sono già tutte lì, come mi accingo a esemplificarvi - quanto condividerle, e chi comunica male condivide peggio...).

La seconda considerazione ve la riassumo prima di svilupparla: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco errore in termini sostanziali, tematici, concettuali.

Mi spiego.

Altro è la sovranità, e altro il sovranismo. La categoria di sovranità risponde a una domanda semplice, ma essenziale per l'ordinato funzionamento di qualsiasi comunità umana composta da un numero n>1 di persone: chi comanda? Le persone si associano per realizzare obiettivi, dai più ovvi (riprodursi) ai più complessi. Il perseguimento di questi obiettivi richiede che qualcuno prenda decisioni.

La Repubblica Italiana nasce con la Costituzione antifascista e si propone in particolare un obiettivo: quello di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3). Per inciso, questo è l'umanesimo di cui abbiamo bisogno, e a che ci propone il "nuovo" umanesimo suggerirei di riservare il trattamento abitualmente riservato ai venditori del noto elettrodomestico o ai proverbialmente petulanti apostoli della nota fede. Ma torniamo al punto: chi comanda? Chi prende cioè le decisioni necessarie per traghettare questo compito della Repubblica, esplicitamente indicato come tale dall'art. 3 ("è compito della Repubblica...") dal regno delle buone intenzioni a quello dei risultati? Il popolo, perché "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1, secondo comma).

Le categorie per affrontare i temi dell'attualità, quindi, già esistevano, a patto di fare quella quasi mai semplice, ma quasi sempre proficua operazione che consiste nel ribaltare completamente i termini del problema (Copernicus docet). Non è sovranista chi afferma il diritto del popolo ad esercitare la propria sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione: è fascista chi nega questo diritto (agevolo un noto contributo dalla regia):


(e nel mondo dei mass media poco cambia se la negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione risponda a una consapevole volontà di propugnare un modello politico antidemocratico, o sia espressione inconsapevole di pura e semplice ignoranza: ignoranza e fascismo hanno diritto di cittadinanza in democrazia, ma entrambi sono una minaccia esistenziale per i nostri diritti politici e come tali vanno contrastati "nelle forme e nei limiti della Costituzione").

La categoria di sovranismo quindi andrebbe serenamente archiviata: per descrivere i nemici della Costituzione repubblicana antifascista, cioè i nemici del vostro diritto di concorrere alla determinazione dell'indirizzo politico del vostro paese, è più che sufficiente la categoria di fascismo, che riassume in sé tutti gli attacchi quotidianamente subiti dalla nostra democrazia, a partire da chi sempre più esplicitamente nega il più fondamentale dei diritti politici, il suffragio universale, per arrivare a chi vuole istituire tribunali politici dai nomi altisonanti per fattispecie di reato che o sono indefinite (e allora il pericolo per la democrazia di sanzionarle a maggioranza dovrebbe essere evidente!), o sono già normate dal codice penale (e allora a che servono leggi speciali?).

Lo dico ancora in un altro modo: la categoria di sovranismo ha oggettivamente ribaltato i corretti termini del problema, costringendo sulla difensiva chi semplicemente afferma i principi fondamentali della democrazia costituzionale italiana e la necessità di difenderli da nemici interni ed esterni.

Naturalmente , visto che la categoria di sovranismo è inutile (e quindi dannosa), credo le si debba applicare il noto aforisma del Pedante: se non serve a niente, serve a qualcos'altro.

Il qualcos'altro non è difficile da individuare: dare una bandiera a movimenti dello zero virgola, cui poco importa di portare il degrado nel dibattito politico, pur di rinsaldare la bollicina del proprio consenso, dare un minimo di visibilità a attori del dibattito cui sarebbe il caso che qualcuno finalmente dicesse che la somma di n insuccessi politici non sarà mai un successo politico per n tendente ad infinito, e, naturalmente (e il pericolo è qui), dare agli odiatori autorizzati, ai volenterosi carnefici del politicamente corretto, rigorosamente a norma CE, un utile sfogatoio, un punto dialettico su cui focalizzare i quotidiani due minuti di odio, banalizzando una riflessione politica che ha coinvolto pensatori di cui i sullodati carnefici, in quanto letame, nulla sanno, ma che invece qui abbiamo imparato a leggere e ad ascoltare.

Casualmente nessuno di questi pensatori, né Streek, né Majone (autore di Rethinking the Union of Europe), né Galli, né Canfora, né Zielonka (e la lista potrebbe continuare) ha mai usato la categoria di sovranismo (se sbaglio mi correggerete), limitandosi ad usare quella di sovranità. Ci sarà pure un motivo! Quando ho sete bevo, ma non per questo sono un bevista; senza farci troppo caso respiro (e spero altrettanto di voi), ma non per questo sono un respirista. Perché fare un'ideologia dell'ovvio, cioè del fatto che in democrazia l'indirizzo politico deve essere espresso dal popolo? Quando ideologia rima con tautologia il dibattito va in cortocircuito e il peso delle idee viene sostituito senza possibilità di riscatto da quello dei rapporti di forza.

Siamo sicuri che questa operazione ci avvantaggi?

Le ideologie servirebbero.

La loro mancanza, anch'essa frutto di un'operazione culturale portata avanti col volenteroso contributo di tante brave persone in buona fede (vedi alla voce: più danni della grandine) è la vera radice del degrado in cui il dibattito politico si trova. La morte (presunta) delle ideologie non solo ha lasciato spazio a un'unica di esse (il neoliberismo), come ci ricordava Carlo Galli a Pescara, ma, soprattutto, non ha reso meno ideologica (nel senso di acritica, fideistica, basata sulla logica dell'appartenenza) la conduzione del dibattito. Le ideologie sono, sarebbero utili se basate su qualcosa, non se basate sul niente. Raccogliere le persone sotto la bandiera della CO2, ad esempio, è barbarie, una barbarie le cui motivazioni, la cui political economy, per usare un termine della mia disciplina, abbiamo imparato qui a riconoscere molto presto. Trasformare in ideologia una molecola, anziché una proposta di organizzazione della società, ha un unico ovvio scopo, talmente ovvio che sfugge, pur essendo il proverbiale "ornitorinco nello spritz" (come direbbe Bersani): lo scopo ovvio è ovviamente quello di evitare che la discussione verta sulle proposte di organizzazione della società. Il circuito del risparmio deve essere totalmente privatizzato, come vuole e attivamente coopera a realizzare l'unica ideologia rimasta in vita, con tutto quello che ne consegue in termini di instabilità finanziaria, o deve essere almeno parzialmente socializzato, cioè gestito anche da istituzioni pubbliche (prima fra tutte il sistema del welfare, ma anche istituti di credito, ecc.)? Di questo non si deve parlare: ma si deve invece parlare di quello che serve a farci accettare modelli di organizzazione sociale della produzione precostituiti e definiti altrove, al di fuori di un normale scrutinio democratico.

Mentre siamo qui in trepida e fiduciosa attesa del prossimo immancabile shock finanziario (nel frattempo Repo-satevi...), forse dovremmo porci qualche domanda su questo modus operandi, e in particolare sull'opportunità di trasformare in "-ismo", cioè in ideologia, e quindi in tema di dibattito, e di dibattito gestito in modo strumentalmente divisivo, un'altra ovvietà: il diritto di una comunità di autodeterminare i propri indirizzi politici nel rispetto della propria legge fondamentale. Siamo proprio sicuri di voler (involontariamente?) trasformare questo diritto, che è il respiro della democrazia, in materia di dibattito?

Torno a dire che lo trovo inopportuno.

Era un po' che volevo dirvelo, e ora ve l'ho detto. E adesso scatenatevi: io mi studio l'ennesima bozza della legge di bilancio. Al testo definitivo ormai ci ho rinunciato, e comunque l'esercizio provvisorio non è poi così male, se consideri l'alternativa: una manovra fatta da disperati che stanno usando qualsiasi strumento possibile per raschiare il fondo del barile, comprimendo i diritti del contribuente, giocando sugli effetti immediati dell'alterazione di alcune scadenze, ammantando di nobili motivazioni l'equivalente odierno della tassa sul macinato. Il Signore abbia pietà di loro. Per quanto riguarda noi, ci vediamo il 26 gennaio...

lunedì 14 ottobre 2019

Cosa sapete del gnudyl (per gli amici: New Deal)?

(...avevamo cominciato parlando di produttività, di slealtà, di Grecia...)

...oggi è tutto un gran parlare di Grignudyl: Grignudyl di qua, Grignudyl di là, Grignudyl risolverà tutti i nostri problemi, Grignudyl ci darà la pace e la prosperità.

Forse influenzato dalle inquietanti apparizioni della bambina scandinava "che i potenti la temono" (tant'è che la invitano ai loro convivi, forse per riavvicinarsi alla consapevolezza della propria caducità, un po' come Erodoto racconta che nei loro banchetti gli antichi egizi lasciassero circolare l'immagine di una mummia...), fuorviato dalle treccine, istintivamente associavo Grignudyl a qualche personaggio della mitologia norrena: Grignudyl...

Grignudyl...

Mi ricorda qualcosa...

Ma certo!

Grignudyl, il figlio di Gautrekr e di Ingibjörg, cioè il cugino primo di Pdor...

Quanta poesia!

Ma la realtà è più prosaica. Pare che il Grignudyl di cui si grugnisce (rectius: si grignudisce) in giro sia un Green New Deal, cioè una versione green del noto New Deal.

A cosa serva la sverniciata di green credo lo abbiate capito: a far digerire al popolo bue (che sareste voi) una bella scarica di tasse, perché c'è la crisi climatica, signora mia, dobbiamo fare presto (tanto per cambiare), e quindi... Avendo capito a che cosa servirà il green da qui in avanti (sintesi: a riorientare i profitti verso le aziende tedesche, questa volta del manifatturiero, ma sempre a spese vostre), resta una domanda che può apparire superflua se non inopportuna: ma che cosa fu il New Deal?

Cosa sapete, voi, del New Deal?

La vulgata

Quello che tutti voi credo sappiate del New Deal potrei riassumerlo più o meno così: in America nel 1929 c'era stata una crisi per colpa della "finanza speculativa bbrutta". Purtroppo il presidente era un repubblicano, cioè uno "de destra", quindi un cattivo, non un buono come sono i democratici, quelli "de sinistra". Il presidente, che si chiamava come un aspirapolvere (non Folletto: Hoover), essendo cattivo, cioè non essendo "de sinistra", fece ovviamente la cosa sbagliata, cioè l'austerità, trasformando la crisi in una profonda depressione. Ma poi, per fortuna, a testimonianza del fatto che gli Usa sono la più grande democrazia del mondo, ci furono le elezioni, e a fine 1932 gli americani elessero un democratico, cioè uno bravo, in quanto "de sinistra": Franklin Delano Roosevelt (FDR). Questi, dotato di quel talento tutto particolare che si ha solo a sinistra per apprezzare la libertà di pensiero e ascoltare pensatori originali (qui più volte sperimentato e descritto), si fece ispirare da Keynes, e appena prese il potere, nel 1933, fece le politiche giuste, cioè tanta spesa pubblica, invece dei tagli di Hoover, perché Keynes è quello che dice che se l'economia è in depressione allora lo Stato può anche far scavare buche per poi farle riempire, giusto? Ah, e naturalmente bisognava anche regolamentare le banche brutte e cattive, per impedir loro di fare nuovamente del male. E così, quello "de sinistra" rimise in piedi il paese, appena in tempo per farlo entrare, secondo la migliore tradizione democratica, in un devastante conflitto (il quale, a sua volta, derivava non dalle dinamiche del capitalismo europeo, ma dal fatto che Adolfo era tanto cattivo perché la sua mamma, come quella di Proust, gli negava il bacino della buona notte).

Questo è quello che sapete voi, anzi, quello che sanno tutti, della storia del XX secolo, ed è una storia che si capisce, che tutti capiscono: i buoni fanno la cosa giusta, i cattivi fanno la cosa sbagliata, e sono cattivi per il più ovvio dei motivi: perché la mamma non gli voleva bene da piccoli.

Se sei di sinistra, oggi tutto quanto oltrepassi questa articolata analisi rientra nell'hic sunt leones del complottismo, un terreno sul quale, come si sa, è meglio non avventurarsi. L'amore della mamma, o la sua mancanza, a sinistra sono diventati causa efficiente di ogni processo storico: ma questo gliel'ho già detto in faccia in aula, e siccome non possono capirlo non glielo ripeterò più...

Voglio rassicurarvi: se non ne sapete molto di più, del gnudyl, non è colpa vostra. Sapete quello che dovete sapere, di questa, come di tutte le altre cose che, se sapute in modo diverso, potrebbero consigliarci di indirizzare diversamente la nostra società.

Un buon riassunto di questa vulgata, cioè di quello che i miei colleghi vogliono sentirsi dire a proposito del New Deal, lo trovate su studenti.it (e dove se no?): controlli (non meglio specificati) alle banche, e sostegno della domanda interna, cioè aumento della spesa pubblica e diminuzione delle imposte. Del resto, in qualsiasi testo di macro il New Deal, o comunque la Crisi del 1929, vengono evocati proprio quando si introduce il modello keynesiano standard (che non è il modello di Keynes, ma non vi voglio portare oggi su questa strada), per argomentare su quanto sia importante, ma solo in circostanze eccezionali, si badi bene!, la domanda aggregata...

Il New Deal è descritto così anche nel blog del Keynes redivivo (un nostro vecchio amico): e "l'avidità dei banchieri", e "il capitalismo accecato dal profitto", e i risparmiatori tranquillizzati con una frase: "Nothing to fear but fear itself" (una specie di "whatever it takes" ante litteram)... Poi, esaurita questa liturgia, daje de spesa pubblica: Emergency Relief Administration, Civilian Conservation Corps, ecc.

Anche la fonte delle fonti, se la leggete un po' distratti, vi lascia con la stessa impressione: Hoover (il presidente, non l'aspirapolvere) sarebbe stato una specie di Monti dei tempi suoi, e per ripararne i danni Roosevelt avrebbe fatto il keynesiano, da intendersi ovviamente secondo la migliore dottrina gianniniana come quello che spende e spande ad libitum (per essere corretti)...

Ma Keynes era questa roba qui? E Hoover era veramente un folle sadico? E nel New Deal ci fu solo questo?

Big debt crises

Un altro nostro vecchio amico, che voi conoscete solo col suo nome de plume: Charlie Brown, mi ha fatto recapitare agli Staderari un libro molto interessante: Big Debt Crises, di Ray Dalio, uno "de passaggio" che amministrando Bridgewater ha messo da parte diciotto miliardi di dollari. La caratteristica spocchia "de sinistra", eredità del mio recente passato, in un primo momento mi aveva portato a dire: "Ma che cosa vuoi che io abbia ancora da imparare su come un'economia entra in una crisi di debito...".

Ma la Divina Provvidenza vegliava su di me: tre giorni a letto con trentotto di febbre, ed ecco che Dalio mi è toccato leggerlo, e la lettura, vi assicuro, è stata molto istruttiva.

Intanto, mi sono trovato subito in sintonia con l'impianto generale del testo, col suo principio metodologico, che è sostanzialmente quello di insistere sul fatto che stiamo vedendo un film già visto: le crisi di debito sono fenomeni ciclici ricorrenti, il cui schema si ripete in modo sostanzialmente identico nelle varie repliche. Qui lo abbiamo chiamato ciclo di Frenkel, e descritto come romanzo di centro e di periferia, Dalio lo chiama il template, altri lo chiamano instabilità minskiana (di cui in effetti il ciclo di Frenkel è un caso particolare), altri parlano di esuberanza irrazionale: insomma, è quella roba lì. Quindi, non è vero che "Questa volta è diverso!". Non c'è niente di particolarmente nuovo sotto il Sole, quello che ora si fa col computer una volta si faceva col telegrafo, ma era sostanzialmente quella stessa roba lì, dal che consegue che se sappiamo com'è andata (e com'è finita) le altre volte, abbiamo anche buone probabilità di prevedere come andrà a finire questa volta. Lo testimoniano, nel caso di Dalio, i diciotto miliardi che si è messo in tasca vedendo quello che gli altri non vedevano.

Poi, ci sono i dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore.

Come potete facilmente immaginare, il libro considera come caso da studiare quello della crisi del 1929. Vediamo allora in dettaglio come si comportò il malvagio Hoover, l'hayekiano liberista della vulgata per animucce belle. Dalio lo segue praticamente giorno per giorno dal giovedì nero in poi, assistendo al sua ricostruzione con una serie di estratti dai giornali e dai bollettini della Federal Reserve (la crisi del 1929 è studiata a pag. 49 del secondo volume, cioè a pag. 117 del pdf che vi ho linkato).

Dunque...

Il 13 novembre (cioè quindici giorni dopo il martedì nero), Hoover ridusse di un punto percentuale le aliquote di tutti gli scaglioni dell'imposta sul reddito, approvò un piano di spesa per costruzioni pubbliche dall'importo di 175 milioni di dollari (non un'enormità: lo 0.1% del Pil, ma non un taglio!), e incoraggiò la Fed a ridurre il costo del denaro (dal 6% al 4.5%). L'economia ripartì in tromba, ma poi un nuovo precipizio... Nel 1930 approva un incremento della spesa sociale di circa un miliardo (più dell'1% del Pil), in modo tale che nel 1931, considerando anche il calo del gettito, il deficit arriva al 3% del Pil (noi non potremmo arrivarci). I mercati reagirono positivamente, ma anche questa volta durò poco... Nel 1932, col Banking Act (il suo, non quello di Roosevelt), Hoover inaugurò di fatto un quantitative easing ante litteram (vi ho detto che è un film già visto), consentendo alla Fed di emettere moneta per acquistare titoli di Stato. Ne vennero rapidamente acquistati quasi due miliardi, i tassi scesero, l'economia ripartì, ma poi un nuovo tonfo...

Insomma: se ragionassimo secondo la vulgata (Keynes = deficit), dovremmo concludere che Hoover era anche lui un keynesiano, se pure timido, se pure con ripensamenti (che del resto, com'è noto, ebbe anche Roosevelt nel 1936). Ma allora perché ogni volta che Hoover faceva una cosa giusta, e l'economia ripartiva, poi arrivava un nuovo tonfo che portava un po' più giù, sempre più giù, in una spirale inarrestabile?

La ragione non ve la dico: non posso mica fare tutto il lavoro io! Chi vuole leggerla se la trova scritta in grassetto a p. 132 del pdf.

Io invece vorrei dirvi un'altra cosa, quella che nessuno vi dice, e che spiega perché dopo il 1933 i tonfi verso il basso si fermano. So che i più svegli l'hanno già capita, ma ci tengo a dirvela io. Insomma: se la spesa era stata aumentata, le imposte abbassate, i tassi di interesse anche, ecc., se tutto le cose "keynesiane" erano state già fatte con i risultati che vedete sopra (un nuovo giro di vite), ma come fece Roosevelt a spezzare la spirale della depressione?

La storia

Domenica cinque marzo 1933, il giorno dopo aver assunto il suo incarico, Roosevelt chiuse le banche per quattro giorni e sospese le esportazioni di oro, uscendo dal gold standard: questo fu il New Deal, questa la nuova partenza di cui l'economia americana aveva bisogno.


Il danno politico ormai era fatto (vedi la notizia di spalla a sinistra): ma i risultati sull'economia si videro subito:

Come dice Dalio: "Leaving the gold peg was the turning point; it was exactly then that all markets and economic statistics bottomed... Leaving the gold standard, printing money, and providing guarantees were by far the most impactful policy moves that Roosevelt made" (p. 154 del pdf, con i grafici che dimostrano questa asserzione). Provate a tradurlo in italiano (o anche in dauno), e vedete se somiglia alla vulgata che "Roosevelt salvò la situazione con la spesa pubblica"...

La morale (anzi, il moralismo)...

Ecco: il gnudyl fu quella roba lì, quel dettaglio che tutti omettono e che quando non viene omesso passa inosservato nella retorica giornalistica del "Keynes=spesapubblica" (dettaglio che, leggendo bene, trovate anche nella fonte delle fonti): leaving the gold standard. Naturalmente non ci fu iperinflazione, i tassi di interesse scesero, il debito (complessivo) scese di quasi 60 punti percentuali di Pil in tre anni, ecc.

Non credo che occorra aggiungere molto altro. Lo sganciamento dalla parità consentì alla Fed di emettere moneta e di ricapitalizzare le banche stabilizzando il sistema. Tutta roba che noi "moderni", oggi, ci sogniamo, perché siamo ancora nella fase del moralismo, quella in cui ci si preoccupa di punire i banchieri cattivi e i loro comportamenti avidi o negligenti (il moral hazard), quella in cui si stabilisce una distinzione del tutto incongrua fra contribuente e risparmiatore, ecc.

Cose che sapete.

E quindi?

E quindi niente, qui tutto è già stato detto.

Abbiamo trasformato quella che era l'area più prospera e pacifica del mondo nel buco nero della domanda mondiale, creando un sistema più rigido del gold standard e che può sostenersi solo con la deflazione competitiva, per qualche anno siamo andati avanti a dire che non era colpa nostra, che c'era stata la grande moria delle vacche, cioè la secular stagnation, ma ormai non ci crede più nessuno, ormai è chiaro che è stato il riportare al XIX secolo la zona più prospera del pianeta a porre una seria ipoteca sulla crescita mondiale, e tuttavia proseguiamo a vele spiegate sulla medesima strada, e va bene così, i motivi li capivo da fuori, e li capisco anche meglio da dentro. La storia ci insegna che prima o poi le correzioni arrivano, e il buon senso suggerisce che questa sarà particolarmente drastica. Uno dei motivi che la renderanno tale è proprio la natura particolarmente irrazionale dell'ordinamento che ci siamo dati. Qui non c'è una persona che da sola possa decidere, come FDR, e questo credo che dovreste sempre tenerlo presente (ma so che per molti è impossibile).

Proprio per questo, vi faccio una domanda semplice semplice, cui vi prego di rispondere anche alla luce del lieve scarto fra "fatti" e "narraFFione" che il resoconto appena fatto credo evidenzi (fra aumento della spesa pubblica - che aveva fatto Hoover - e uscita dal gold standard - che si evita di attribuire a Roosevelt - c'è una differenza, no!?): ma secondo voi, in tutta onestà, sapendo che deve succedere quello che non può non succedere, vale proprio tanto la pena di prendersene la responsabilità politica, per essere "narrati" come gli egoisti, incoscienti, nazixenofascioleghisti truci e barbari? Noi stiamo semplicemente dicendo che le cose non funzionano molto bene, e sfido chiunque a dimostrare il contrario alla luce dei numeri. Qualcuno sa come migliorare le cose continuando a seguire regole procicliche? Siamo qui per ascoltarlo e cooperare (collaborare no: quello lo fa il PD). Ma poi, non ce n'è nemmeno bisogno: ora quelli che sanno, gli ottimati, i buoni, i democratici, gli onesti, sono al Governo: lasciamo che ci stupiscano con effetti speciali!

Certo, purtroppo noi sappiamo come andrà a finire (cioè come non può non andare a finire), e lo abbiamo detto in tutte le possibili sedi, e siamo anche abbastanza svegli da capire quando le cose cominceranno a mettersi male. Non sarà certo per colpa nostra: dieci anni senza recessione negli Usa sono un unicum: non credo che dovremo aspettare molto. La cosa importante è che di questo inutile sperpero di risorse, di questo episodio particolarmente cupo della nostra storia, si prenda la responsabilità (come sta facendo con un'incoscienza che non è onestà intellettuale), e paghi il costo politico, chi questo sistema lo ha voluto e difeso contro ogni ragionevole evidenza, non chi come noi non lo ha voluto e ne ha argomentato scientificamente l'irrazionalità.

Paesi più accorti, meglio governati, più democratici, stanno ragionando su ogni possibile scenario, e discutono apertamente i rischi degli attuali assetti. I nostri governanti se lo impediscono, e vorrebbero impedircelo. La loro dolorosa elaborazione del lutto è ancora nella fase del rifiuto, della negazione psicotica della realtà, cui vorrebbero che ci associassimo. Ma allora la cosa migliore da fare è lasciarli lavorare e seguire le regole. Dureranno poco, per motivi oggettivi. Il resto sono chiacchiere da bar e di chi ignora i fondamentali sapremo fare facilmente a meno.

Il mondo è fuori, ed è con noi...


(...il libro leggetelo, ne vale la pena: ci trovate tutto quello che sta succedendo oggi, e quindi, insisto, anche quello che succederà domani...)

mercoledì 9 ottobre 2019

Scenari

Oggi sono intervenuto in aula. Non mi era molto chiaro di che cosa stessero parlando i gentili colleghi, e mi sono permesso di dirglielo. Voi sapete che io sono quello del lungo periodo, e in questo blog più volte avete visto mettere nella corretta prospettiva storica fenomeni quali la disoccupazione, lo spread, e il Pil (inclusa la sua crescita). Tutto questo balletto di decimali, in un documento tanto farraginoso quanto incompleto (forse ci sarà, ma non sono riuscito a trovarlo il confronto fra Pil reale tendenziale e programmatico, come pure le stime del moltiplicatore implicite nelle simulazioni proposte), mi pare che perda di vista un tema fondamentale, questo:




Dagli anni '60 (ma in realtà dalla Seconda Guerra Mondiale) non si era vista in Italia una simile rottura di tendenza (il puntino rosso indica l'anno di apertura di questo blog). Per tornare sul tendenziale precrisi in vent'anni ci vorrebbero appunto vent'anni di crescita al 2.4%. Tornarci per il mio centesimo compleanno (vi aspetto) richiederebbe 43 anni di crescita all'1.6% (chi va piano va sano e va lontano).

Vi risparmio tutte le difficoltà metodologiche (agli eventuali nerd turisti del dibattito ricordo che sono lievemente consapevole di certe tematiche: evitate di farvi del male...).

Sulla metodologia di calcolo e sulla correttezza di certi controfattuali si può discutere per ore, e se volete discutiamo, ma che certe politiche ci abbiano causato seri danni lo disse anche il DEF del 2017, come i non turisti del dibattito ricordano, e il problema era sempre il solito: una sottostima (ideologicamente) errata del moltiplicatore keynesiano, esattamente come nel caso della Grecia, salvo poi, per dire la verità senza perdere la faccia dopo aver mentito per anni sapendo di mentire, supercazzolare di fainanscial fricscion, o simili, per autoassolversi nel momento in cui l'evidenza dei fatti impedisce di nascondere che si sono perse inutilmente centinaia di miliardi.

L'intervento è qui.

domenica 6 ottobre 2019

Le tariffe

...che poi sarebbero i dazi, esattamente come le "compagnie" sono società (companies), le "firme" imprese (firms), le "fattorie" fabbriche (factories), ecc. Ma non amareggiamoci con queste scene della vita di provincia.

Di dazi (e di Whirlpool) dovrò parlare fra poco dall'Annunziata. Forse è il caso di ricordare qui un paio di cosette.


Il grafico riporta l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro misurato in dollari per euro (certo per incerto) e in euro per dollaro (incerto per certo). La quotazione di cui si parla sui media è la prima, cioè la spezzata blu, che, quando il cambio si svaluta, scende (a testimoniare che per lo stesso euro ti danno meno dollari). La quotazione incerto per certo (spezzata arancione) funziona in modo uguale e contrario: quando il cambio si svaluta, la quotazione sale (a testimoniare che per acquistare lo stesso dollaro occorrono più euro).

Il puntino rosso indica la data in cui scrissi questo articolo, dove sostenevo che (mi cito col consueto immenso piacere): "l’euro a 1.37 (diciamo 1.4, arrotondando) sul dollaro è troppo alto, come anche Prodi autorevolmente ci ha ricordato, il che apre la strada a due soluzioni: o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso. La perdita da svalutazione quindi, da qui ai prossimi due anni, ci dovrà essere in ogni caso."

Come i miei lettori sanno, ogni tanto ci prendo, e infatti dopo il puntino rosso vedete un bello scivolone. Da 1.37 (media del mese di maggio 2014) l'euro scese a 1.08 (media del mese di aprile 2015). Soddisfazione intellettuale a parte (ci voleva poco), in pratica che cosa era successo?




Ce lo esemplifica questo semplice schemino. Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%. Le importazioni di beni statunitensi da parte degli europei sono le esportazioni di beni statunitensi verso l'Europa (per la precisione, l'Eurozona), e quindi, tanto per esser chiari, con un'unica semplice mossa Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona.

Lo scopo era nobile, per carità: tenere i cocci insieme! Con un tasso di cambio vicino a 1.4 le esportazioni dei paesi del Sud, ma anche quelle tedesche (una volta distrutta con l'austerità la domanda, cioè la capacità di spesa, dei paesi del Sud) si sarebbero trovate in difficoltà. Troppo care! Diventava imperativo vendere a 108 dollari quello che ne costava 137 in modo da mantenere in vita l'economia dell'Eurozona.

Ma l'economia si fa in due: gli Stati Uniti ovviamente non presero bene questa mossa.

La prima reazione fu semplice: la revisione dell'Omnibus Foreign Trade and Competitiveness Act, una legge promulgata sotto la presidenza Reagan e poi rinnovata varie volte che conferiva al governo degli Stati Uniti il compito di sorvegliare l'evoluzione della competitività dei principali partner commerciali, e in particolare l'andamento delle loro valute. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2015 si definivano dei precisi criteri quantitativi per l'individuazione dei paesi manipolatori di valuta e per quelli da mettere sotto osservazione. I criteri da considerare diventavano tre: entità del surplus della bilancia dei pagamenti (non superiore al 3%), entità del surplus bilaterale con gli Stati Uniti (non superiore a 20 miliardi di dollari), persistenza degli interventi sul mercato dei cambi. Il rapporto semestrale sulle Politiche Macroeconomiche e Valutarie dei Principali Partner Commerciali si arricchiva così di una nuova tabella, la lista dei paesi sotto osservazione, e naturalmente a partire dall'edizione dell'aprile 2016 (la prima a recepire le modifiche della normativa) la Germania, infrangendo due criteri su tre, veniva messa in lista, come qui sapete bene:


e lì è rimasta fino all'ultimo rapporto, quello del maggio di quest'anno (è imminente la pubblicazione di quello di ottobre).

Vi sarete forse persi il simpatico scambio fra Peter Navarro, presidente del Consiglio Nazionale per il Commercio Estero degli Stati Uniti, e la signora Merkel, dove il primo accusava la Germania di approfittare di un euro estremamente sottovalutato per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri paesi europei, e l'altra rispondeva, in modo lievemente inconferente, parlando di indipendenza della Banca centrale... Se anche fosse vero (e non lo è) che la Germania non influisce politicamente sulle scelte della Bce, ci sono mille altre cose che potrebbe fare a casa sua e che gli economisti le chiedono da anni per sanare gli attuali squilibri che vedono il suo surplus estero a circa 300 miliardi di dollari! Ad esempio, aumentare i propri investimenti pubblici (e quindi il proprio Pil e a ricasco le proprie importazioni).

Che gli Stati Uniti avrebbero reagito era sufficientemente ovvio per chiunque. Del resto, che l'euro sia troppo debole per la Germania lo confermano studi della stessa Bce (posteriori a quelli citati nel nostro studio, che già confermavano la stessa cosa):


La metodologia usata ve la descrissi qui tre anni fa, i risultati sono abbastanza eloquenti: nel 2016 solo per la Germania (e marginalmente per la Francia) l'euro risultava una valuta troppo debole (di circa il 5%), mentre per gli altri paesi era più o meno prezzata correttamente. Il punto è che nell'Eurozona o è in equilibrio la Germania, o sono in equilibrio gli altri, e quando il buon senso consiglia di non penalizzare troppo gli altri, l'unico modo per evitarlo è dare un vantaggio ingiusto alla Germania.

Se poi Trump (ma prima di lui Obama!) se la prende, non è perché è cattivo dentro, come sosteneva un bizzoso Katainen alla conferenza interparlamentare europea: è solo che quando è troppo è troppo.

Alla prima occasione utile, quella offerta da un'istituzione della globalizzazione, il Wto, con il suo lodo sul caso Airbus/Boeing, la reazione non si è fatta attendere. Guarda caso, i dazi che Trump mette ai prodotti europei sono della stessa entità del dazio che Draghi è stato costretto a mettere sui prodotti Usa con la svalutazione del 2015 (e anche qui non erano mancati colpi di avvertimento: Trump aveva apertamente dichiarato di considerare Draghi un manipolatore)!

Questi sono fatti, abbastanza separati dalle opinioni, mi pare.

Le conclusioni le lascio tirare a voi. Ora io mi devo tirare a lucido per non sfigurare nel salotto dell'Annunziata...

venerdì 4 ottobre 2019

Ferrara

Sono a Ferrara per partecipare a questa iniziativa. Esco dall'albergo e mi perdo per le strade del ghetto:


alla ricerca di un po' di solitudine per raccogliere le idee (il centro essendo infestato da piddini accorsi per il noto Hajj mondialista). Penso al percorso che ci ha condotto a individuare nel giornalismo una delle minacce più attuali e concrete alla tenuta del nostro sistema democratico, e a come affrontare con la dovuta delicatezza, senza urtare le suscettibilità individuali (inversamente proporzionali al cubo della massa spirituale, per una nota legge psicofisica...), questo tema, e, preliminarmente, penso se affrontare questo tema potrà essere utile a chi mi ascolterà domani.

Rientro in albergo e ripercorro le tappe della nostra dolorosa presa di coscienza in questo blog.

L'etichetta "propaganda" ad oggi è la più utilizzata (seguita da "Sinistra" e "community"), il che ci dice qualcosa su quali urgenze avvertissimo nell'aprire il blog. Sono tornato all'inizio, scorrendo i post, godendomi alcune pagine che avevo dimenticato, come questa sul fiscal compact, fino alla prima esplicita manifestazione di insofferenza verso il lavoro della stampa, quella arrivata col centoseiesimo post: Il ritorno del terrorismo (15 maggio 2012), in cui stigmatizzavo il modo imperdonabilmente superficiale e distorto con cui Il Sole 24 Ore riportava i risultati di uno "studio" (ora c'è anche uno studio senza virgolette) riferito ai potenziali costi dell'uscita della Grecia dall'euro. Catastrofismo a manetta, ma scarsa familiarità con le quattro operazioni. La Carta dei doveri dell'informazione economica e finanziaria è un documento abbastanza inutile: il suo scopo principale appare quello di prevenire conflitti d'interesse di natura venale, che magari esisteranno anche, ma sono certamente meno diffusi e meno insidiosi del perenne tentativo di riscrivere la storia a uso e consumo della "linea editoriale". In ogni caso, l'articolo che motivava il mio intervento non riferiva correttamente ("cioè senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato") le "informazioni di cui dispone" (cioè i risultati dello studio UBS), semplicemente perché sosteneva, con un palese intento terroristico, che se la Grecia fosse uscita dall'euro i cittadini italiani avrebbero pagato un costo esorbitante (11000 euro a testa), costo che secondo lo studio, in realtà, sarebbe stato sostenuto dai cittadini greci. Veniva così violato l'articolo 1 della "Carta", e quindi qualcuno avrebbe dovuto applicare le sanzioni di cui al Titolo III (Della disciplina degli iscritti) della L. 69/1963 Ordinamento della professione di giornalista.

Qualcuno chi?

Questo resta misterioso, e in ogni caso l'orientamento dell'Ordine abbiamo imparato ad apprezzarlo nel tempo: in ambito economico chiunque può dire la qualunque, purché nel senso caro ai padroni del vapore.

Una settimana dopo, il progetto orwelliano di riscrittura della storia si palesava in tutto il suo splendore ne Le lievi imprecisioni del Corsera, che resta un must read di questo blog. L'articolo riportava in modo fattualmente errato tre elementi: la dinamica e l'entità della svalutazione, l'andamento dei tassi di interesse, e quello del tasso di inflazione, in occasione della crisi del 1992. La falsificazione era grossolana e motivata dal solito intento: quello di impedire un dibattito razionale sulle criticità dell'eurozona. Il mio articolo non si limitava a smentire con dati le "lievi imprecisioni" riportate dal prestigioso quotidiano, ma aggiungeva un elemento in più. Nel mostrare, ad esempio, che dopo la crisi del settembre 1992 i tassi di interesse erano scesi, non saliti (come vaneggiava il prestigioso quotidiano), non solo fornivo i dati a supporto, ma chiarivo anche la semplice logica economica che motivava l'accaduto. Spiegavo, cioè, che le cose erano andate come non potevano non andare, il che, se vogliamo, rendeva ancora più grave il tentativo di raccontare che fossero andate come non potevano andare!

Ma il prestigioso quotidiano di soddisfazioni ce ne avrebbe date ben altre, con la famosa storia della disoccupazione "come nel 1977". Con la consueta onestà Dagospia evidenziava non solo che come al solito avevamo già fornito il dato corretto, ma avevamo anche fatto una ragionevole congettura su che cosa ci potesse essere dietro questa mania compulsiva di falsificare i dati per rivedere regolarmente in pejus la storia economica del nostro paese, in particolare quella degli anni '70. Ci aiutava in questo Orwell: chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro. La riscrittura della storia aveva, anzi: ha, l'evidente fine di instillare in chi non ha vissuto quegli anni l'idea che quando l'Italia aveva margini di autodeterminazione più ampi le cose andassero molto peggio di ora (e fosse quindi molto meglio averli persi, quei margini, infilandosi nella tonnara europea).

La riscrittura della storia, insomma, era un pezzo non indifferente nella costruzione di quel percorso verso lo scontro intergenerazionale, lo stesso percorso che ora si cerca di fomentare col tema dell'ambiente, e che è così cruciale per il nostro capitalismo totalitario, quello della finanza globalista. Lo è perché la famiglia va eliminata, in quanto offre un presidio di resistenza alle pretese del capitale (semplicemente, se hai un luogo che ti accoglie non sei costretto a svendere il tuo lavoro - o la tua azienda!), e questa eliminazione, naturalmente, passa anche attraverso la disgregazione della solidarietà e del rispetto fra genitori e figli. Bisogna spiegare ai figli che i genitori non sapevano mandare avanti il paese, e che questa inettitudine dei genitori (dimostrata dai risultati catastrofici ottenuti quando comandavano loro) ha "rubato il futuro" ai figli. Vale per l'ambiente e vale per l'economia, con un parallelismo che dovrebbe inquietarci anche perché conosciamo bene chi lo ha con tanta franchezza, e forse con un pizzico di ingenuità, reso esplicito...

Così, fra 2012 e 2014, il tema della propaganda entrava a buon diritto fra gli assi portanti di questo progetto di comunicazione. Rinuncio a fare l'elenco delle tante notizie fasulle qui smontate: una quantità impressionante, uno stillicidio quotidiano che non è possibile spiegare col caso e non è possibile contrastare con la ragione. Voglio però ricordare di avere fra i primi capito dove si sarebbe andati a parare: per lasciare ai propagandisti professionisti il diritto di alterare incontrastati la realtà storica, si sarebbe inevitabilmente dovuto limitare la libertà di espressione sui social media. Era il quattro gennaio 2017, e il quod erat demonstrandum sarebbe arrivato un anno dopo, con la nomina del comitato di "alto livello" sulla lotta contro la disinformazione (cioè sulla repressione della libertà di espressione online). Circa l'altezza del livello, queste immagini parlano da sole, e scorrendo il blog avreste altre dimostrazioni.

Ma di questo credo che domani, pro bono pacis, sarà meglio che non parli.

E ora me ne vado a cena.

giovedì 3 ottobre 2019

Chioggia

Qui, fra le tante cose successe oggi. La volta precedente a destra sedevo io. Il mondo è piccolo e prima o poi ci si ritrova. Oppure no.




(..."se gli italiani sapessero che si fanno anche queste cose nelle istituzioni contemplate nella Carta costituzionale il rapporto fiduciario tornerebbe integrale...". Ora qualcuno lo sa. Il fascicolo è qui. La parola passa alla Camera dei Deputati...)

martedì 1 ottobre 2019

Europa e democrazia

(...la cosa più allucinante, come vi ho detto ieri, è che qui tutti parlano di European Union - per fortuna non di Europa, come i cialtroni nostrani - come se sapessero che cos'è. La verità è che cosa questa Unione debba essere non lo sa nessuno - il rituale, inevitabile, richiamo al sogno dei padri fondatori di fatto lo conferma involontariamente - e, quello che è peggio, nessuno sa, cioè nessuno vuol vedere, che cosa sia. L'excusatio non petita di Regling, di cui vi parlavo, ha promosso questa interessante e difficilmente controvertibile osservazione di Benedetto, che vi sottopongo...)



Benedetto Ponti 30 settembre 2019 23:52


(cito) "Ha poi detto [Regling, NdCN] che non c'è deficit democratico e non ci sono vuoti di responsabilità perché "i ministri sono responsabili di fronte ai loro governi nazionali". Bè, questo è parzialmente vero: basta pensare a che cosa è successo qui, dove un governo è caduto anche su certe reticenze a coinvolgere un partito di maggioranza nel negoziato con l'Europa"

 
Ammesso e non concesso che i ministri siano responsabili nei confronti dei governi nazionali (spesso non possono esserlo, perché 'è colpa dell'UE', aka sono effettivamente deresponsabilizzati), ciò renderebbe democratici i governi nazionali. Questo significa che, per sineddoche, anche l'UE è democratica? Di contro: potrebbe una "somma di democrazie" essere non democratica? (mi pare che sia questo il ragionamento di Regling).

Certo che potrebbe non esserlo, anzi: è la regola.

Vediamo di capirci.

Nel campo delle istituzioni sovranazionali, ci sono le organizzazioni internazionali (avete presente ONU, WTO, FAO, etc.?). Sono democratiche? Per la verità, in quel contesto il tema non si pone (non nei termini della 'democrazia'): uno Stato, un voto (di solito). Il che, lo capite bene, ha poco a che vedere con la democrazia (il voto di Barbados - 284.200 abitanti - conta formalmente come quello della Repubblica popolare cinese - 1 miliardo e mezzo di abitanti, circa) . Piuttosto, tale sistema è la proiezione dell'assetto (formalmente) equiordinato delle relazioni tra gli stati nel diritto internazionale.

Si noti, quando il sistema uno stato/un voto viene alterato, non è certo nel senso del riconoscimento di maggior "peso" agli stati più "popolosi". Prendete il FMI: lì il peso è in funzione dell'entità del contributo finanziario assicurato (comandano gli Usa, e gli altri a ruota).

Come sappiamo, l'UE è una organizzazione internazionale sui generis, nella quale prevale ancora ampiamente il metodo intergovernativo (che, anzi, dopo la crisi si è rafforzato).

Perché ci poniamo il problema del deficit democratico, allora (e perché Regling sente il bisogno di "negare il problema")?

Perché la quantità e la qualità del potere "ceduto" all'UE da parte degli stati membri è tale che non si può più parlarne in termini di (mera) organizzazione internazionale. Si tratta di un organismo sovranazionale che esercita direttamente nei confronti dei cittadini degli stati membri una serie cospicua e rilevantissima di funzioni (quella legislativa, quella giurisdizionale, quella monetaria, in larga parte anche quella fiscale), tale per cui esso si atteggia a "super stato", rispetto al quale la scriminante della democraticità dell'assetto istituzionale diventa pertinente.

L'UE è democratica? No che non lo è. In parte perché è ancora il residuo di una organizzazione internazionale; in parte perché gli stati che la compongono NON vogliono che lo sia (non a parole, nei fatti); in parte (maggiore) perché mancano una serie di condizioni-base.

Con buona pace di Regling (e non solo).



 (...un esempio concreto di quello che non va. Qualche giorno fa l'attuale maggioranza si è trovata divisa sul tema dell'antiriciclaggio. Com'è sufficientemente ovvio, da membri dell'opposizione abbiamo evidenziato questo incidente, e fin qui tutto regolare. Vedremo se questa sarà l'eccezione o la norma, ma intanto è utile contestualizzare l'accaduto. Le Commissioni II e VI riunite dovevano rendere un parere su uno schema di decreto legislativo finalizzato al recepimento di una direttiva europea. Il fascicolo, se interessa, è qui. Quindi: (1) l'Unione Europea emana una direttiva; (2) il Governo nella legge di delegazione europea, disciplinata dalla Legge 234/2012, stabilisce i criteri di delega necessari per il recepimento. Il Parlamento discute e approva questi criteri, dopo un passaggio nella Commissione competente, la XIV; (3) il Governo emette quindi uno schema di decreto legislativo (che non è un decreto legge). Il decreto viene sottoposto al parere delle Commissioni competenti, parere che non passa per l'approvazione dell'aula e può contenere osservazioni o porre condizioni; (4) il Governo quindi legifera, modificando dove necessario l'ordinamento nazionale per tener conto delle richieste de "Leuropa". In questo caso particolarmente intricato lo schema di decreto sul quale occorreva dare un parere recava correzioni e integrazioni a due precedenti decreti legislativi, il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90, e il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 92, che attuavano la direttiva 2015/849/UE, come previsto dalla delega conferita al Governo dall’articolo 15 della legge 12 agosto 2016 n. 170 (legge di delegazione europea 2015).

Vi siete persi?

Capita anche a me.

Rifacciamo la strada al contrario. Il 20 maggio 2015 Leuropa emette la direttiva 2015/849/UE (quarta direttiva antiriciclaggio); il 12 agosto 2016 il Parlamento approva la legge di delegazione europea 2015 che all'articolo 15 recepisce questa direttiva; in attuazione di questa legge, nella primavera del 2017 vengono emanati i due decreti legislativi 90/2017 e 92/2017; nel frattempo ci si accorge che qualcosa in questi decreti è migliorabile (la materia è complessa) e quindi conformemente alle previsioni dell'articolo 31, comma 5, della legge 24 dicembre 2012 n. 234, che stabilisce che entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi adottati per il recepimento di direttive europee, il Governo può adottare, nell’esercizio della medesima delega legislativa, disposizioni integrative e correttive dei predetti decreti legislativi, il 4 luglio 2019 il governo Conte-I presenta uno schema di decreto legislativo per correggere i decreti precedenti,con un termine di legge di tre mesi (in scadenza il 4 ottobre).

Due dettagli: (1) la materia interseca le competenze di due Commissioni a va quindi analizzata in congiunta, con difficoltà logistiche non indifferenti, dato che ogni Commissione nel frattempo deve anche occuparsi delle materie di sua esclusiva competenza; (2) nel frattempo veniamo distratti da una crisi di governo che ha, fra le varie motivazioni, anche quella di una certa insofferenza verso un MEF che ci trattava come funghi. Per sensibilità istituzionale, i relatori Lega si dimettono. Risultato: una materia così complessa deve essere gestita in tempi strettissimi. Dove voglio arrivare? Semplice! Mi sembra abbastanza normale e scusabile che una maggioranza composta da persone vissute fino a pochi istanti prima nel più viscerale - e motivato - degli odi reciproci non sia riuscita a trovare una sintesi politica in tempi così stretti. Quello che non mi sembra per nulla normale è che i tempi dell'analisi di provvedimenti così complessi e carichi di conseguenze per la vita pratica dei cittadini siano scanditi da un'agenda largamente esogena, cioè siano fuori dal controllo del Parlamento. In altri termini, quello che non mi sembra normale è che l'agenda dei Parlamenti nazionali sia quasi interamente determinata da quella della Commissione e del Consiglio, col risultato che i Parlamenti nazionali non possono occuparsi in modo sufficientemente approfondito dei provvedimenti che ritengano utili per il loro Paese in un determinato momento, perché sono costretti ad occuparsi in modo superficiale dei provvedimenti che qualcun altro ritiene importanti per loro in quel momento. 

A questo tipo di deficit democratico ci avete mai pensato? Personalmente, è quello che mi ha colpito di più da quando sono entrato nella macchina. La farraginosità di queste procedure rende impossibile sia reagire rapidamente a problemi di breve periodo, sia prendersi il tempo necessario per concepire riforme di ampio respiro. Quando, all'inizio degli anni '70, il sistema fiscale italiano venne riformato, con provvedimenti che a mezzo secolo di distanza ovviamente necessiterebbero di un serio intervento di riforma, ma che tutto sommato hanno tenuto per parecchi decenni, tutto questo complesso intersecarsi di agende e competenze non esisteva. I parlamentari italiani, coi loro pregi e i loro difetti, potevano fare i parlamentari italiani, anziché i notai di provvedimenti decisi altrove. Ecco, per questo motivo penso con una certa invidia ai colleghi inglesi. E se mi guardo intorno, in questo bella ed efficiente sala congressi, ho come la sensazione di non essere esattamente l'unico - anche se, ovviamente, in pubblico tutti rabbrividiscono nel menzionari gli inglesi cattivi, e il commissario del commissario ha appena detto che l'Inghilterra è tanto cattiva signora mia, perché se non facciamo tanti investimenti la colpa è della Brexit...)

lunedì 30 settembre 2019

Helsinki

(...cerco di non perdere queste occasioni di incontro, anche se la loro effettiva utilità potrebbe essere facilmente contestata. Gli svantaggi sono evidenti: ore chiuso in una sala, ad ascoltare negli inglesi di tutta l'Europa le solite litanie, pronunciate nel solito linguaggio liturgico - ora vanno molto "inclusive", "green", ecc. Forse l'utilità maggiore è proprio questa: l'esercizio che fai nel tradurre in inglese - e poi da lì in italiano - gli altrui inglesi. Può sembrare una stupidaggine, ma se le cose continuano così - e anche se non continuassero così, a dire il vero - in effetti questo allenamento potrebbe tornare utile. Per il resto, ogni volta si vedono incrementi marginali nella consapevolezza dei partecipanti, ma c'è anche da chiedersi quanto siano significativi. A eventi di questo tipo partecipano, per definizione, gli interessati, soprattutto se si svolgono in un luogo che turisticamente non ha moltissimo da offrire. Quanto questi colleghi siano rappresentativi dei rispettivi parlamenti nazionali ve lo lascio immaginare. Non molto, credo. Per vostra comodità sviluppo qui brevemente dai miei appunti l'intervento che ho fatto, e che trovate qui...)

Mi ha colpito l'osservazione di Regling secondo cui ora dovremmo "portare a termine l'agenda delle riforme". Sembra sottintendere che dopo, una volta completate le riforme, saremmo finalmente arrivati: avremmo l'Europa che vogliamo. Il punto è proprio questo: che cosa sia "l'Europa", in particolare quella che vogliamo o dovremmo volere, non è chiaro. Non sappiamo cioè dove stiamo andando, non abbiamo un obiettivo, eccetto quello di un'Unione sempre più stretta (ever closer Union, art. 1 secondo comma del TUE).

Ora, questo nobile scopo è frustrato dalle regole sbagliate che ci stiamo dando. Consideriamo ad esempio l'evoluzione dello "Strumento di bilancio per la convergenza e la competitività" (BICC). All'inizio, questo strumento di politica economica prevedeva anche la stabilizzazione, cioè la possibilità di intervenire per contrastare shock macroeconomici avversi, ma poi la stabilizzazione è andata persa nella traduzione (traduzione in tedesco, ovviamente...).

Ora, noi sappiamo che non ci può essere convergenza senza stabilizzazione, e questo perché decenni di letteratura scientifica sull'isteresi ci dimostrano che gli shock di breve periodo hanno conseguenze di lungo periodo (per chi vuole approfondire). Questo significa che se non ci si preoccupa di smorzare immediatamente gli shock avversi che colpiscono un singolo membro, i paesi membri si troveranno su traiettorie divergenti.

Ma la nostra situazione è ancora peggiore, perché abbiamo deciso di prendere come riferimento per gli interventi di politica di bilancio il Pil potenziale, che in effetti, per come è calcolato, non descrive l'effettivo potenziale di crescita di un'economia, ma fotografa semplicemente il risultato dell'ultima recessione, inchiodando il paese al peggiore dei risultati raggiunti nella sua storia precedente (noi lo abbiamo visto qui e una buona spiegazione tecnica è qui).

Buti confuta queste affermazioni, ma i suoi argomenti, piuttosto che rassicurarci, ci inquietano perché ci mostrano qual è la reale natura del problema. Dicendo che le sue stime del prodotto potenziale non sono così pessime, e che in ogni caso la politica fiscale viene condotta con una certa discrezionalità, fa involontariamente capire una cosa che dovrebbe essere ovvia: le regole non sono neutre! Esse riflettono e cristallizzano rapporti di forza politici, sia nel modo in cui sono concepite che in quello (discrezionale) in cui venono applicate. La loro stessa evoluzione riflette i mutati rapporti di forza, e lo fa nel modo peggiore. Qui tutti abbiamo notato come le regole cambino durante le crisi, ma il problema è che nelle crisi i paesi forti sono più forti, e quelli deboli più deboli, per cui è difficile che queste revisioni in condizioni di urgenza, che senz'altro creano un quadro instabile, possano condurre a una situazione più equa. In effetti, il principale uso delle regole fnora è stato quello di giustificare le politiche sbagliate che si vogliono portare a termine a danno dei deboli, salvo poi essere cambiate quando, come ora, queste politiche cominciano a danneggiare i forti.

L'Europa non sappiamo bene cosa sia, ma è difficile che questo modo di procedere ci porti verso una società più giusta e più prospera.



(...altri commenti sparsi dai miei appunti. Regling ha confessato che il Meccanismo Europeo di Stabilità - MES, o ESM, o Fondo "salvastati" - non era parte del progetto iniziale, perché inizialmente era inconcepibile che un paese dell'Unione potesse perdere l'accesso ai mercati finanziari. Poniamo che sia così. Intanto, questo ci fa capire quanto siano state gravi le conseguenze dell'essere entrati in un progetto irrazionale come l'unione economica e monetaria: hanno reso possibile quello che era inconcepibile. E poi, la stessa fresca e giovanile incoscienza è stata applicata anche a cose molto più facilmente intuibili. Ad esempio, la moneta unica ha reso più facili i movimenti di capitali, ma la sorveglianza dei mercati finanziari è diventata unica solo dopo una crisi catastrofica: magari, se ci si fosse pensato prima, la crisi avrebbe potuto essere meno catastrofica!

Ha poi detto che non c'è deficit democratico e non ci sono vuoti di responsabilità perché "i ministri sono responsabili di fronte ai loro governi nazionali". Bè, questo è parzialmente vero: basta pensare a che cosa è successo qui, dove un governo è caduto anche su certe reticenze a coinvolgere un partito di maggioranza nel negoziato con l'Europa. Solo che per quanto i Parlamenti nazionali possano fare il loro lavoro, quando le cose sono state messe su un certo binario vanno avanti e influire su certi processi è molto complesso - vedi alla voce "rapporti di forza".

Buti ha insistito sull'importanza del breve periodo: mercati e cittadini vogliono risposte rapide. Giusto! Ma è esattamente in questo che l'elefantiaco apparato cui appartiene, e le complesse liturgie da esso imposte - come il semestre europeo - non ci aiutano. E questo Alesina lo aveva previsto, come qui ben sapete. Ha poi citato Habermas sulla solidarietà: è interesse di chi sta meglio sopportare il temporaneo svantaggio di chi sta peggio perché i ruoli potrebbero invertirsi. Giusto anche questo! Solo che i tedeschi da questo orecchio non ci sentono, e hanno ragione loro: l'aver trascurato meccanismi di risposta efficiente agli shock, e l'aver condito il tutto con regole procicliche - la stessa moneta unica per tanti versi lo è - condanna alcuni paesi a chiedere sempre e sempre di più, e altri a dare in proporzione. Non stiamo parlando di un meccanismo assicurativo, ma di un pozzo senza fondo, e quindi il tedeschi non sono degli ignoranti che non hanno letto Habermas. Sono delle persone mediamente acculturate in macroeconomia, anche se non hanno letto Bagnai!

Rehn ha parlato della necessità di salvaguardare la stabilità dei prezzi, e improvvisamente alle mie orecchie ha risuonato una nota canzone. Ora, in Finlandia questa canzone suona sempre un po' strana - anche se ieri c'era gente che faceva il bagno nel porto - ma non più di quanto suoni strano negli anni dieci, che sono anni di deflazione, il richiamo alla stabilità dei prezzi, che poteva avere un senso trent'anni fa! L'inflazione, in Italia, è a una cifra del 1985 - non se ne dolgano i cialtroni: è un fatto! - e in generale dagli anni '90 non è un problema, mentre è decisamente un problema il fatto che dopo l'iniezione di quasi 3000 miliardi di liquidità sul mercato la Banca Centrale Europea non riesca a rispettare il proprio obiettivo del 2% - come ha notato anche la collega Domingos del parlamento portoghese.

Ultimo, il collega Michelbach del parlamento tedesco. L'ho incontrato anche a Roma, è venuto a trovarci, e ho ascoltato il suo piagnisteo sui tassi negativi che fanno tanto male alla Germania. Ma caro Hans, il discorso è molto semplice: avete voluto costruire la vostra economia sulla domanda altrui, avete punito i vostri clienti più vicini con politiche di austerità, siete quindi stati costretti a svalutare l'euro per esportare fuori zona, e naturalmente per avere un euro debole dovete avere tassi bassi: se i tassi di interesse dell'euro fossero alti, dal resto del mondo arriverebbero capitali, gli investitori domanderebbero euro per acquistare attività denominate in euro e godere dei loro alti rendimenti, ma la domanda di euro farebbe crescere il tasso di cambio dell'euro e voi andreste più velocemente in recessione. Quindi, caro, decidi cosa volete! Tassi di interessi alti sul vostro tesssssoro, e un tasso di cambio basso per continuare ad accumularlo, non si possono avere.

Ecco: questo è il loro livello di consapevolezza. Il vostro credo sia superiore. Quindi: resistere...).

sabato 21 settembre 2019

Otto anni dopo: Bagnai e Monti ad Assisi


Oggi pomeriggio, mentre leggete questo post, sono ospite, insieme col collega Monti, dei frati minori di Assisi, che ringrazio, per un dibattito sul tema "Garanzia e sostenibilità del welfare nel breve e nel lungo periodo". Non ho idea di chi abbia avuto l'idea di chiamarmi, né di chi abbia scelto il tema del dibattito, sul quale avrei qualcosa da dire (intendo: sulla formulazione del tema). Intanto, cerco di mettermi nella testa dei turisti del dibattito, che abbonderanno in sala, e di immaginare che cosa possano capire di quello che vedranno e ascolteranno. Suppongo che i turisti del dibattito riterranno di assistere a un dibattito fra due uomini politici, e quelli più evoluti al dibattito fra un intellettuale prestato alla politica (Monti) e un uomo politico nazifascioxenorazzista cresciuto bastonando stranieri e affiggendo manifesti nelle nebbie padane (fedele ritratto, come sapete, di tutti i miei colleghi parlamentari della Lega)!

Poveri turisti del dibattito! Noi ne abbiamo compassione, ma sbagliamo, dovremmo invidiarli: brancolare nel buio non è poi così male, se consideri l'alternativa: la consapevolezza. La consapevolezza è sempre dolorosa, se non altro perché passa per una operazione necessariamente dolorosa: la soppressione di un proprio io più ignorante, condizione necessaria per l'affermazione di un io meno ignorante! Voi, qui, ci siete passati tutti, o quasi (escludo, ovviamente, i turisti del dibattito). I più fortunati (o sfortunati, dipende...) si presero uno schiaffo in faccia nell'agosto 2011 leggendo sul manifesto l'articolo che poi ripubblicai pochi mesi dopo qui. All'epoca, ricorderete, ero un intellettuale di sinistra, che si rivolgeva a chi credeva avesse gli strumenti culturali per capire. Sopravvalutavo la cultura, in effetti, perché da capire c'era molto poco: sarebbe bastato ascoltare, ma non mi era ancora così chiaro ed evidente come oggi quanto la cultura sia una corazza, uno schermo che preclude a chi ritiene di possederla l'apertura, l'accoglienza a idee estranee dal perimetro dei propri preconcetti.

Eppure, non tutti a sinistra usavano la cultura come schermo. Qualcuno la usava per quello che è, cioè come strumento di lettura della realtà.

Mi ricordo che ero a Mondovì, all'Accademia Montis Regalis, dove ero stato chiamato come maestro accompagnatore per un corso di flauto tenuto da Kees Boeke e Francis Colpron, due artisti dai quali ho imparato molto (magari, un giorno vi dirò un paio di cose che potrebbero essere utili anche a voi). Dopo le lezioni provavamo con Colpron il concerto di Palazzo Rosso (qui, qui, qui). Nelle pause Francis, col quale abbiamo un amico comune che gli aveva illustrato il mio peculiare percorso professionale, si informava sul mio lavoro e sulla situazione dell'Italia. Ricordo come gli esprimessi la preoccupazione per il successo inaspettato che un mio articolo aveva avuto, e per l'esposizione politica che ne sarebbe derivata. Sapevo quanto fosse fascista il mio ambiente e mi chiedevo quanto fossi pronto a combattere lo squadrismo, il conformismo, la subalternità culturale dell'accademia, che le semplici verità espresse nell'articolo avrebbero inevitabilmente aizzato, come poi fu. Non mi passava nemmeno per la testa di poter un giorno assumere un ruolo politico, una carica elettiva, né, tanto meno, di farlo con un partito che vedevo lontanissimo dalle mie posizioni, e che tutti (tranne me) vedevano in caduta libera.

Questo esito del tutto inaspettato è stato reso possibile da una persona alla quale, come ben sapete, va tutta la mia gratitudine, se non altro perché mi vale l'onore di esprimermi in una sede così prestigiosa: proprio il collega Monti!

Se lui non fosse stato chiamato, il 16 novembre del 2011, a salvare l'Italia nelle note circostanze, io mai e poi mai avrei pensato di lanciare nello stesso giorno il mio guanto di sfida all'establishment pubblicando in proprio I salvataggi che non ci salveranno, un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per ordini di scuderia, proprio a seguito della visibilità che mi aveva dato l'articolo sul manifesto. Un rifiuto, oggi posso dirlo, motivato certo non dalla mancanza di merito scientifico, visto che la semplice tesi ivi espresse venne poi ripresa in pompa magna da Giavazzi nel 2015 (ovviamente con la consueta disonestà intellettuale che vieta di citare chi ci è arrivato prima di te, se non appartiene alla tua squadra). L'articolo spiegava che "la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri" (Bagnai, 2011), cioè che "era stata una classica crisi di debito estero, non una crisi di debito pubblico" (Giavazzi, 2015). Questa essendo la diagnosi, la terapia non avrebbe dovuto insistere con tagli sul debito pubblico (che non era la causa della crisi). Se si fosse seguita la strada dell'austerità, si sarebbe andati incontro a un fallimento: i salvataggi non ci avrebbero salvato.

I turisti del dibattito, a differenza di voi, non hanno idea di tutte le infinite sfaccettature di questo semplice ragionamento, sulle quali qui ci siamo intrattenuti in dettaglio per otto lunghi anni, e non hanno nemmeno idea degli ordini di grandezza del "salvataggio". Eppure, basta osservare i dati:


Come sapete, le politiche di Monti, il cui avvento è evidenziato nel grafico dal pallino rosso sul tracciato blu del Pil, ampliarono e resero persistente quella che era comunque stata, la crisi più grave dalla Seconda guerra mondiale in poi, non tanto per l'entità dello shock proveniente dagli Stati Uniti (indubbiamente più rilevante del solito), quanto per la mancanza di alcuni strumenti standard di politica economica (fra cui la flessibilità del cambio).

Altri paesi, quelli che avevano fatto deficit, come la Francia, sopperendo con lo strumento fiscale alla mancanza di altri strumenti, si ritrovano oggi anche loro con cicatrici nel tracciato del proprio Pil, ma di entità molto più contenuta:

Per quanto questa metodologia sia rozza, ci fornisce degli ordini di grandezza che meritano una riflessione (i dati vengono da AMECO). Nel 2019 il Pil italiano è 445 miliardi di euro al di sotto della sua tendenza storica, osservata con minimi scostamenti ciclici nei 47 anni precedenti alla crisi. In Francia è solo (si fa per dire!) 107 miliardi di euro al di sotto del tendenziale. Rinuncio a fornirvi la perdita cumulata dal 2008 ad oggi.

E qui si torna al tema sul quale sono oggi convocato, quello della "sostenibilità del welfare nel breve e nel lungo periodo". Mi restano oscure due cose: intanto, perché io? Il significato profondo, quello che l'intelligenza della Storia conferisce a questo incontro, ve l'ho detto: la creatura (io) incontra il suo creatore (Monti)! Ma questo gli organizzatori certo non possono saperlo. Non si capisce allora perché chiamare a parlare di welfare due persone che di welfare mai si sono occupate a livello scientifico. Siamo, insomma, alle solite: magari l'uomo colto capisce che se ha male a un dente non gli serve un cardiologo. Quando però, invece che del corpo umano, si parla del corpo sociale, allora siamo todos economistas! Certo, la militanza politica a questo ci condanna: a essere tuttologi. Accettiamo con santa rassegnazione questa croce, e proviamo a dire comunque qualcosa di intelligente...

Ad esempio, a me resta anche oscuro il significato di "sostenibilità nel breve periodo". Quello di "sostenibilità", anche nell'ambito "ambientale" in cui generalmente lo incontriamo, è intrinsecamente un concetto di lungo periodo, riferito alle famose "generazioni future", e noi qui sappiamo che la Commissione Europea non era preoccupata dalla sostenibilità a lungo termine del welfare italiano all'epoca in cui, con una immotivata logica di urgenza, vennero promossi provvedimenti tanto dolorosi per i cittadini. Certo, nel frattempo le cose sono cambiate. L'Italia, da unico paese con una posizione fiscale sostanzialmente sostenibile a lungo termine:


(la fonte è il Fiscal Sustainability Report del 2012), si trova oggi con tutti gli altri paesi nella zona di insostenibilità a lungo termine:


(la fonte è il Fiscal Sustainability Report del 2018), ma attenzione! Questo cambiamento sfavorevole non è dovuto a uno spostamento verso l'alto, cioè a un peggioramento delle prospettive demografiche a lungo termine (leggi: insostenibilità del sistema pensionistico), bensì a uno spostamento verso destra, cioè a un peggioramento della posizione fiscale iniziale (leggi: aumento del debito pubblico).

E sarebbe forse anche il caso di ricordare ai turisti del dibattito, e ai cretini che "l'orologio del debito", come siano in effetti andate le cose. Il tracciato del debito è qui:


(i dati vengono da qui), e il puntino rosso indica sempre la stessa cosa: l'avvento del salvatore (con la "s" minuscola).

Si vede bene che il debito pubblico non poteva essere stato la causa della crisi del 2008, visto che dal 1995 al 2007 era sceso di 17 punti percentuali. Ma allora, dirà qualche turista del dibattito, ha ragione chi dice che Monti non ha fatto austerità, visto che con lui il rapporto debito/Pil è aumentato! Bè, se fosse così, allora dovremmo dire che la stagione 1995-2007, in cui il debito tendenzialmente è sceso arrivando sotto il 100% del Pil, è stata un'unica, lunga stagione di austerità! Ma le cose non stanno esattamente così:


In effetti, nel periodo dal 1995 al 2017, quello in cui il rapporto al Pil diminuiva di 17 punti percentuali, il debito in termini assoluti aumentava (non diminuiva) di 535 miliardi di euro, cioè di circa 45 miliardi all'anno. Nel periodo dal 2011 al 2018 l'aumento assoluto è stato di 413 miliardi, corrispondenti a circa 59 miliardi all'anno. Una accelerazione c'è stata, ma il grosso dell'aumento del rapporto al Pil nell'era di Monti, pari a 16 punti, è stato determinato non tanto dall'aumento del debito, tutto sommato in linea con l'esperienza storica, quanto dal micidiale crollo del Pil, documentato dal primo grafico. Lo so che molti non ci sono ancora arrivati, che molti non ci arriveranno mai, e che molti sono pagati per non arrivarci: tuttavia il rapporto debito/Pil può crescere non solo se aumenta il debito, ma anche se diminuisce il Pil. Quello che ci ha spostato nella zona di insostenibilità, secondo la Commissione, non è quindi stato il peggioramento delle nostre tendenze demografiche, ma il crollo del nostro Pil: questo ha determinato un deterioramento della nostra posizione iniziale (cioè, appunto, un innalzamento del rapporto debito/Pil).

Non abbiamo tagliato troppo poco: abbiamo tagliato troppo, e non lo dico io: lo dicono loro! Dopo che le regole fiscali "complicate" hanno causato un disastro a casa nostra, ora i nostri amici vogliono regole più semplici a casa loro. Ma questo sarà oggetto di altre considerazioni. Ora vi lascio: devo mettermi per strada per andare ad incontrare il mio creatore (involontario, e con la "c" minuscola)...