domenica 15 marzo 2026

Il parere sulla MISP

(...lo trovate nei resoconti parlamentari ma ve lo metto qui. Ora non ho tempo di commentarlo, aggiungerò due righe stasera dopo due incontri sul referendum e anche tenendo conto delle vostre curiosità e osservazioni...)

Proposta di regolamento che abroga la direttiva sul carattere definitivo del regolamento nei sistemi di pagamento e nei sistemi di regolamento titoli e modifica la direttiva sui contratti di garanzia finanziaria (COM(2025(941) e proposta di direttiva e proposta di regolamento relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE (COM(2025)942 e COM(2025)943)


Proposta di documento del relatore, On. Bagnai ai fini della valutazione di conformità con il principio di sussidiarietà

La XIV Commissione,

esaminate, ai fini della verifica di conformità con il principio di sussidiarietà, la proposta di regolamento (di seguito proposta sul carattere definitivo del regolamento) che abroga la direttiva sul carattere definitivo del regolamento nei sistemi di pagamento e nei sistemi di regolamento titoli e modifica la direttiva sui contratti di garanzia finanziaria (COM(2025)941) e la proposta di direttiva e la proposta di regolamento relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE (COM(2025)942 e COM(2025)943), parte integrante del cosiddetto Pacchetto sull’integrazione e la vigilanza dei mercati (Market Integration and Supervision Package, MISP), a sua volta componente centrale della strategia per l’Unione dei Risparmi e degli Investimenti (Savings and Investments Union, SIU).

preso atto delle relazioni trasmesse dal Governo ai sensi dell’articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, sulle proposte relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE;

tenuto conto degli elementi di conoscenza e di valutazione acquisiti nel corso dell’esame delle proposte, in particolare mediante l’acquisizione delle memorie trasmesse da soggetti istituzionali e da associazioni di categoria;

premesso che:

le proposte intendono sostituire la direttiva sul carattere definitivo del regolamento e aumentare il livello di integrazione dei mercati dei capitali dell’UE, modificando molteplici atti legislativi al fine migliorare il livello di armonizzazione in materia di vigilanza ed eliminare alcune differenze regolative presenti tra Stati membri;

tali obiettivi sono complessivamente condivisibili, in linea con quanto ritenuto dal Governo nelle relazioni trasmesse. Tuttavia le proposte di direttiva e di regolamento relative allo sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza sembrano richiedere profondi interventi correttivi, in quanto presentano alcune incoerenze strutturali e profili critici che, se non adeguatamente affrontati, rischiano di compromettere il pieno conseguimento degli obiettivi perseguiti;

le due proposte, in particolare, ridefiniscono per un verso il quadro di vigilanza riservando un ruolo marginale alle autorità di vigilanza nazionali; per altro verso, non operano una riorganizzazione e codificazione organica della normativa europea di riferimento (single rulebook) nel comparto del risparmio gestito, necessario per una reale ed efficace integrazione dei mercati finanziari europei;

gli interventi di razionalizzazione dell’assetto vigente prospettati dalle proposte in esame – quali il trasferimento di alcune disposizioni dalle direttive ai regolamenti, la riduzione delle opzioni e discrezionalità nazionali suscettibili di generare fenomeni di gold-plating, nonché il rafforzamento delle misure delegate ed esecutive – risultano insufficienti a garantire un quadro normativo pienamente integrato, coerente e competitivo a livello globale;

ritenuto pertanto che, pur condivisibili negli obiettivi generali, alcune delle misure prospettate dalle proposte relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE potrebbero generare forti criticità, in particolare:

la modifica delle disposizioni riguardanti l’accesso tra infrastrutture di negoziazione e post-negoziazione, prevista dall’articolo 3 della proposta di direttiva e dagli articoli 2, 3 e 4 della proposta di regolamento, non sembra idonea a eliminare completamente le sovrapposizioni e le incertezze interpretative dell’attuale quadro regolativo. Invero, sarebbe necessario prevedere un nuovo testo organico che racchiuda tutte le previsioni in materia;

il rafforzamento delle procedure di passaportazione per gli organismi d'investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM) e i fondi di investimento alternativi (FIA) attraverso la costituzione di una piattaforma di dati gestita dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA), disposta dall’articolo 6 della proposta di regolamento che modifica l’articolo 12 del regolamento sulla distribuzione transfrontaliera, dovrebbe essere accompagnato da una armonizzazione del regime autorizzativo e di vigilanza;

la previsione di un passaporto UE per i depositari, introdotta dalla proposta di direttiva che, modificando l’articolo 21 della direttiva GEFIA e l’articolo 23 della direttiva OICVM, consente ai gestori di fondi di nominare un depositario situato ovunque nell’UE, solleva non solo criticità in relazione alle capacità di esercitare una adeguata vigilanza su depositari situati in giurisdizioni diverse, ma rappresenta una minaccia asimmetrica per l'industria bancaria e del risparmio gestito nazionale. Tale misura espone i custodian bank italiani alla concorrenza diretta dei grandi operatori esteri. Inoltre, l'eliminazione delle "discrezionalità nazionali" e l'introduzione del concetto di "gruppo UE di società di gestione" rischiano di favorire esplicitamente i grandi conglomerati finanziari stranieri dotati di scala industriale, consolidando di fatto le rendite di posizione di altre giurisdizioni.;


rilevato, con riferimento al rispetto del principio di attribuzione, che la base giuridica delle proposte è correttamente individuata nell’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) relativo al funzionamento del mercato interno. Per la proposta di direttiva è altresì richiamato l’articolo 53, paragrafo 1, TFUE in coerenza con le direttive che intende modificare;


ritenuta la proposta sul carattere definitivo del regolamento complessivamente conforme al principio di sussidiarietà in quanto l’intervento intende rimuovere gli ostacoli all’attività transfrontaliera, obiettivo che non può essere perseguito in misura sufficiente dagli Stati membri;


ritenute le proposte relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE solo parzialmente conformi al principio di sussidiarietà in quanto talune misure non sembrano adeguatamente motivate in relazione alla necessità e al valore aggiunto dell’intervento e determinano una allocazione non razionale delle competenze di vigilanza tra livello europeo e livello nazionale. In particolare:

l’attribuzione all’ESMA di poteri di vigilanza sulle sedi di negoziazione significative a livello UE, nonché su tutte le entità del gruppo qualora ne faccia parte una sede significativa, di cui all’articolo 3 della proposta di regolamento, determina un eccessivo accentramento delle funzioni in capo all’Autorità europea. Inoltre, si prospetta in tal modo una scissione tra le responsabilità di vigilanza sul gestore del mercato e sulla piattaforma di mercato, quest’ultima competenza mantenuta dalle autorità nazionali. Tale ripartizione rischia di non assicurare un adeguato livello di accountability, considerato che le modalità di cooperazione tra ESMA e autorità nazionali sono demandate a generici accordi bilaterali;

il conferimento a ESMA delle funzioni di supervisione diretta sui depositari centrali di titoli (CSD) qualificati come “significativi”, ai sensi dell’articolo 4 della proposta di regolamento, potrebbe generare difficoltà nell’applicazione omogenea delle regole date le persistenti differenze negli ordinamenti nazionali in materia di diritto fallimentare e societario. Inoltre, l’analoga previsione relativa ai sistemi di controparte centrale (CCP), di cui all’articolo 2 della proposta di regolamento, non considera l’assenza di disposizioni sulla gestione di una possibile crisi di un operatore, determinando un assetto asimmetrico in cui, al contrario di quanto avviene nel settore bancario, le eventuali ripercussioni fiscali di simili crisi rimarrebbero, in capo alle autorità nazionali;

l’assegnazione di compiti di vigilanza all’ESMA, prevista dall’articolo 9 della proposta di regolamento, in riferimento ai prestatori di servizi per le cripto-attività (CASP) e alle entità finanziarie (escluse le banche) che forniscono come “principale attività” servizi per le cripto-attività, risulta inefficiente e non giustificata in relazione agli operatori di dimensioni minori. La previsione di una vigilanza centralizzata assume i caratteri della necessità solo in relazione ai soggetti attivi su base transfrontaliera di grandi dimensioni. Le autorità di vigilanza nazionali appaiono in grado di garantire una tutela più efficiente alla clientela in ragione della loro prossimità al mercato in relazione ai CASP “non significativi”;

il rafforzamento dei poteri di convergenza dell’ESMA rispetto alle attività transfrontaliere dei gruppi di gestione patrimoniale di maggiori dimensioni, previsto dagli articoli 1 e 2 della proposta di direttiva, determina un aumento della complessità del sistema di vigilanza, pregiudicando l’efficienza operativa delle autorità nazionali;

la redistribuzione delle competenze e dei poteri di intervento nell’ambito della commercializzazione transfrontaliera dei fondi, di cui l’articolo 6 della proposta di regolamento, prospetta un peggioramento della protezione degli investitori del Paese ospitante in quanto non consente una tempistica di intervento efficiente, determinando la perdita del presidio di prossimità assicurato dalle autorità del Paese ospitante. In particolare, l’eliminazione dei poteri di vigilanza diretta delle autorità del Paese ospitante in relazione alle comunicazioni di marketing dei fondi commercializzati su base transfrontaliera determina una situazione peggiorativa rispetto a quella attuale;

l’introduzione del concetto di gruppo UE, per consentire una allocazione efficiente delle risorse e delle competenze interne dei gruppi di mercato, così come prospettato dagli articoli 1 e 2 della proposta di direttiva e dall’articolo 3 della proposta di regolamento, non consente il mantenimento degli attuali presidi di tutela. Sarebbe pertanto necessario mantenere il vaglio delle autorità di vigilanza in modo da garantire una effettiva conoscenza dell’allocazione delle funzioni all’interno del gruppo;

la sostituzione dell’attuale consiglio di amministrazione dell’ESMA, prevista dall’articolo 1, paragrafi 33 e 39, della proposta di regolamento, con un comitato esecutivo con rilevanti poteri decisionali, e la complessiva revisione delle funzioni del consiglio delle autorità di vigilanza comporterebbero un rilevante ridimensionamento del ruolo delle autorità nazionali nel processo decisionale dell’ESMA;

in riferimento al nuovo status di gestore del mercato paneuropeo (PEMO), previsto dall’articolo 3 della proposta di regolamento, la gestione dei mercati nazionali dovrebbe essere affidata a organizzazioni locali che possano garantire la prossimità con l’ecosistema domestico, valorizzando la conoscenza del quadro giuridico nazionale e delle infrastrutture di mercato delle autorità nazionali;

presenta forti criticità anche l’attribuzione all’ESMA di ampi poteri correttivi, inclusa la possibilità di raccomandare “azioni correttive”, di attivare procedure per violazione del diritto dell’Unione, di esercitare poteri di mediazione vincolante e, in talune circostanze, di incidere direttamente su autorizzazioni o attività transfrontaliere. Pur essendo necessari strumenti efficaci in presenza di una minaccia concreta e significativa alla tutela degli investitori o alla stabilità finanziaria, l’estensione generalizzata di tali poteri correttivi non viene adeguatamente giustificata dalla Commissione europea. In particolare, l’attribuzione di questi nuovi poteri, incisivi ma non sufficientemente circostanziati quanto ai presupposti applicativi, potrebbe essere fonte di incertezza giuridica e disincentivare l’evoluzione e lo sviluppo di nuovi prodotti, in contrasto con le finalità del pacchetto di proposte in esame. Va inoltre sottolineato che l’ESMA dispone già di strumenti incisivi (quali i poteri di intervento sui prodotti e le peer review), che si sono dimostrati nella pratica efficaci;


considerata la proposta sul carattere definitivo del regolamento complessivamente coerente con il principio di proporzionalità poiché si limita a quanto necessario per eliminare le divergenze nell’applicazione delle norme vigenti;


considerate invece le proposte di direttiva e di regolamento relative all’ulteriore sviluppo dell’integrazione dei mercati dei capitali e della vigilanza nell’UE non coerenti con il principio di proporzionalità, in quanto:

l'impianto della riforma innesca un meccanismo di disintermediazione bancaria penalizzante per l'economia reale italiana. L'incentivo esplicito a spostare i depositi bancari – che in Italia storicamente finanziano il credito alle PMI locali – verso fondi e prodotti di mercato paneuropei, rischia di privare il tessuto produttivo nazionale della sua principale fonte di liquidità;

tale disintermediazione produrrebbe una riallocazione geografica del capitale basata su criteri di scala e rendimento, dirottando il risparmio domestico verso infrastrutture e grandi emittenti di altri Stati membri. Ciò configurerebbe per l'Italia un'esportazione netta di capacità finanziaria senza un equivalente ritorno in termini di finanziamento dell'economia reale;

il rafforzamento del sistema consolidato di pubblicazione di dati di negoziazione previsto dall’articolo 3 della proposta di regolamento che integra il regolamento MiFIR, appare prematuro rispetto all’attuale fase di sviluppo del sistema e non sufficientemente efficace per agevolare le operazioni di trading verso piattaforme trasparenti;

l’attribuzione ad ESMA della facoltà di imporre contributi di vigilanza sui gestori operativi su base transfrontaliera, di cui agli articoli 1 e 2 della proposta di direttiva, comporterebbe una duplicazione rispetto a quelli già imposti dalle autorità nazionali ai medesimi soggetti;

la modifica dell’articolo 56, paragrafo 2, della direttiva OICVM che adegua i limiti di investimento degli OICVM per favorire l’investimento in cartolarizzazioni determinerebbe livelli di rischio non coerenti con la natura dei fondi destinati agli investitori al dettaglio;

la previsione di misure di livello 3 in materia di regole di condotta e requisiti prudenziali non appare adeguata ad assicurare il coordinamento tra la disciplina della prestazione dei servizi di investimento e quella della gestione collettiva del risparmio, capace di valorizzarne le interrelazioni sistemiche pur preservando le rispettive specificità funzionali e finalità di tutela dell’investitore. Sarebbe appropriato, anche alla luce della delicatezza e rilevanza della materia, stabilire meccanismi volti ad assicurare coerenza strutturale tra i due ambiti con disposizioni legislative nelle proposte in esame;

andrebbe valutata l’estensione delle misure di semplificazione previste dal pacchetto ai procedimenti nazionali di autorizzazione dei gestori e dei fondi, anziché demandare ad ESMA l’adozione di norme di livello 2 volte a specificare le informazioni richieste ai fini dei procedimenti autorizzativi e le relative procedure e tempistiche;


rilevata la necessità di valutare con maggiore attenzione, nel corso del negoziato interistituzionale, la possibilità di:

adottare un modello di vigilanza basato sull’istituzione di collegi di supervisori presieduti da ESMA con funzioni relative ai soggetti con dimensioni e attività transfrontaliere significative. Tale modello consentirebbe di preservare, in coerenza con il principio di sussidiarietà, un ruolo rilevante delle autorità nazionali, tutelando la loro capacità di intervenire in maniera tempestiva in caso di necessità e valorizzando la loro conoscenza dell’ecosistema nazionale, e di garantire il necessario allineamento tra responsabilità di vigilanza e capacità di intervento operativo;

mantenere in capo alle autorità del Paese ospitante i poteri di vigilanza da attivare in ultima istanza, in via sussidiaria rispetto all’autorità nazionale dei CSD, nell’ambito delle modifiche di semplificazione previste delle regole di passaporto per i depositari centrali, di cui agli articoli 1 e 2 della proposta di direttiva e dell’articolo 5 della proposta di regolamento;

stabilire che l’ESMA, nell’esercizio delle competenze ad essa attribuite, operi sistematicamente valutazioni d’impatto e analisi costi-benefici adeguate, promuovendo la revisione di requisiti e oneri duplicativi o non proporzionati nonché la riduzione di frammentazioni, senza pregiudicare la tutela degli investitori e la stabilità finanziaria, e riferisca periodicamente al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali il risultato di queste analisi;

assicurare che i costi connessi all’introduzione del ricorso obbligatorio alla piattaforma T2S (Target2-Securities) per il regolamento delle operazioni, di cui all’articolo 4 della proposta di regolamento, e di obblighi di connessione tra depositari centrali, considerato l’inserimento dell’articolo 48 bis nel regolamento CSRD previsto dal citato articolo 4, siano inferiori ai benefici attesi;

limitare l’estensione soggettiva dell’ambito di applicazione del regolamento sul regime pilota DLT (tecnologia a registro distribuito), prevista dall’articolo 8 della proposta di regolamento, al fine di evitare che i CASP, che operano in un settore diverso rispetto a quello dell’intermediazione finanziaria, possano accedere al regime pilota;

aumentare la quota a carico del bilancio dell’UE in relazione ai costi relativi alle funzioni assegnate all’ESMA, indipendentemente dalle modifiche prospettate dal pacchetto di proposte in esame, al fine di non incidere sui bilanci delle autorità nazionali;

siano previsti regimi semplificati per intermediari di piccole dimensioni e PMI, corredati di apposite linee guida operative su governance e compliance;

rilevata l’esigenza che il presente documento sia trasmesso al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione europea, nell’ambito del dialogo politico,


DELIBERA DI EMETTERE PARERE MOTIVATO

ai sensi dell’articolo 6 del Protocollo n. 2 sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità allegato ai Trattati, nel senso di valutare NON CONFORMI le proposte di direttiva (COM(2025)942) e di regolamento (COM(2025)943) ai suddetti principi di cui all’articolo 5 del Trattato sull'Unione europea, per i motivi diffusamente esposti in premessa.


(...aspetto vostre considerazioni...)

sabato 14 marzo 2026

Austerità e territorio

Per una serie di motivi (questi) mi sto studiando la Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria predisposta dalla Corte dei Conti, fresca di stampa, fra i cui estensori compare un nostro vecchio amico (quello che esortava l'opposizione a mandare il Governo in esercizio provvisorio... e quindi possiamo immaginarci con quanta equanimità analizzi le difficoltà dei comuni di centrodestra: ma questa è un'altra storia su cui non torniamo: tornateci voi fra otto giorni, perché se darete un segnale arriverà anche lì...). Trattasi di argomento di cui mai e poi mai avrei pensato non dico di appassionarmi, ma nemmeno di interessarmi (tipo gli Epstin files, per capirci), ma la vita è strana, e ti porta ad appassionarti di cose che nemmeno avevano attraversato l'orizzonte della tua attenzione (a titolo di esempio, se le statistiche non ci ingannano, nel 2026 saranno circa 700 le persone che si appassioneranno al tema della riforma della giustizia dopo essere finite - e dimenticate - ingiustamente in gattabuia: il 70% - percentuale di astensione ai referendum - delle 1000 mediamente vittime di questo odioso abuso di diritto).

In effetti, la distribuzione temporale delle procedure di riequilibrio (per gli amici: predissesto) e dissesto è piuttosto eloquente:

anche se i dati, va detto subito, non sono omogenei. L'impennata nel 2012 non è dovuta solo alla sferza dell'austerità: come vedete, in quell'anno si registra un ricorso allo strumento del riequilibrio senza precedenti, per il semplice fatto che prima del 2012 quello strumento non esisteva, essendo stato introdotto all'articolo 3 comma 1 lettera (r) del DL 10 ottobre 2012 n. 274, che ha introdotto nel Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) gli articoli 243-bis (Procedura di riequilibrio finanziario pluriennale) e seguenti. Il cambiamento strutturale nella serie storica deriva quindi dal fatto che a partire dal 2012 misura due cose diverse: oltre ai dissesti, anche i predissesti. Naturalmente, essendosi presentata l'opportunità di attivare una procedura che evitasse il commissariamento del Comune, le amministrazioni che si sentivano in cattive acque si sono affrettate ad approfittarne. Tuttavia, se osserviamo le barre in verde scuro (cioè i dissesti) è evidente come esse fossero in crescita dal 2010, dopo un periodo di stasi iniziato nel 1996, e questa crescita raggiunge in picco nel 2019, riportando i dissesti veri e propri ai livelli dei primi anni '90. La dinamica recente, secondo la Corte dei Conti, potrebbe invece essere influenzata dalla dinamica dei contributi legati alla pandemia, prima concessi e poi, per forza di cose, sospesi (con una ripresa delle procedure di predissesto e dissesto). 

Ma ora devo lasciarvi...


(,,,diciamo che nei "Court of auditors files" c'è tanta roba, suggerisco di dare un'occhiata, ma siccome non è (quasi mai) riconducibile a Zadanah o ai bambeenee quelli che "voterò no per punirvi" verosimilmente non se ne interesserebbero nemmeno se "er bobolo" fosse così inavveduto da attribuire loro responsabilità politiche o amministrative. Ci sono più cose in cielo e in Terra di quante ne sogni il delirio degli statisti da divano...)

venerdì 13 marzo 2026

L'esempio sbagliato

C'è un passaggio del discorso del premier che ho trovato particolarmente consonante col lavoro che qui abbiamo fatto perfino quando eravamo di sinistra, ed è questo:

"ancora meno condivido l'idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio".

Noi che abbiamo fatto dell'autorazzismo un idolo polemico:


aspettavamo da tempo, e con ansia, un Presidente del Consiglio che avesse il coraggio di dire simili parole, parole che, per motivi che tutt'ora mi sfuggono, in Italia sono tanto coraggiose quanto impopolari.

Era ora!

C'è però un "ma", che non ho fatto in tempo a esplicitare in aula, e che riservo ai lettori del blog che non esiste.

Da qualche tempo, negli interna corporis parlamentari (ad esempio, nelle bozze di risoluzione che si elaborano prima del consigli europei), affiora con inquietante frequenza il tema della difesa (o della promozione) delle "imprese esportatrici". Me lo ha fatto notare Claudio, che ha la pazienza eroica di leggersi tutte le puttanate che arrivano da gliUffici. Ora, noi sappiamo (ce lo ha spiegato Carlo M. Cipolla) che l'Italia deve essere un Paese strutturalmente esportatore, per il semplice motivo che non ha materie prime (tranne il marmo, dice lui), e che quindi deve trasformare ed esportare per provvedersi dei fondi con cui importare le materie prime stesse (sul fatto che l'Italia non abbia materie prime tranne il marmo avrei qualche chiosa da fare, visto ad esempio che qui dove vi scrivo sono steso su una gigantesca bolla di gas, accanto a una montagna le cui viscere trasudano di bitume, ma trovo comunque corretto il senso complessivo del ragionamento). Ora, quindi, nessuno vuole negare  né tanto meno conculcare l'importanza e l'eccellenza delle imprese esportatrici italiane. Tuttavia, è evidente che esse devono alle (o meglio: ad alcune) imprese importatrici la possibilità di operare, per cui ragionare in termini di figli esportatori e figliastri importatori non è solo esteticamente brutto, ma anche fattualmente sbagliato. E poi, visto che noi esportatori lo siamo perché strutturalmente dobbiamo esserlo, questa insistenza sul doverlo essere di più fa sorgere il sospetto che mentre il premier ci esorta a non seguire modelli altrui, qualcuno di meno brillante da qualche parte, in qualche ufficio di qualche ministero, abbia in mente che sarebbe una gran bella cosa seguire il più fallimentare dei modelli altrui: quello tedesco.

Da qualche giorno, fra un incontro per le provinciali e un incontro per il referendum, mi sto lambiccando il cervello per trovare un modo di rappresentare in modo sintetico il modello tedesco e le sue inevitabili conseguenze. Diciamo che questo modello è basato sulla compressione della domanda interna per favorire quella estera (comprimo i salari per esportare di più) e l'errore di questo modello è che se applicato in un'area economica integrata obbliga gli altri a seguire la stessa strada, di fatto prosciugando i mercati di sbocco e condannandosi alla recessione.

Forse un modo sintetico di vederlo è questo: un grafico in cui il tasso di crescita medio di un determinato periodo è esplicitamente ricavato come somma algebrica della componente interna (consumi e investimenti) e di quella estera (esportazioni nette):


dove i periodi sono quello pre-changeover (fino al 2001), quello pre-austerità (fino al 2011), quello pre-Covid (fino al 2019), e infine quello in corso. Per capire meglio in che cosa il modello tedesco differisca ad esempio da quello italiano vi propongo di leggere questo grafico in parallelo con quest'altro:


Le differenze sono tante, ve ne evidenzio alcune (che poi non sono altro che un modo diverso di rappresentare cose che, se esisteste, sapreste benissimo).

Fra 2002 e 2011 la Germania frena bruscamente sul lato della domanda interna, sostituendola con domanda estera: sono le riforme Hartz, e la conseguente flessione del 6% del potere d'acquisto dei salari. In quello stesso periodo, l'Italia entra nel mondo dello zero virgola (data la frenata della "locomotiva" tedesca!). Nel periodo successivo (2012-2019), è l'Italia a reprimere la domanda interna promuovendo quella estera, con un risultato netto praticamente nullo, mentre in Germania il contributo della domanda estera sparisce (essendo stato devastato il mercato unico europeo dalle politiche di deflazione competitiva). Si arriva così all'oggi (2020-2025). L'Italia può spingere (e lo sta facendo) sulla domanda interna, sacrificando la domanda estera, il cui contributo netto è negativo (possiamo immaginare che siano le importazioni a tenerci giù), ma la Germania ha totalmente perso mercati di sbocco, fra quelli che ha distrutto (quello europeo) e quelli cui ha pestato i piedi (quello statunitense). La sua situazione è quindi uguale e contraria a quella dell'Italia nel periodo precedente: in Germania i tentativi di spingere sulla domanda interna oggi sono frustrati da un peso uguale e contrario della domanda estera netta. Ma, come avrete capito e come ci siamo più volte detti, la zavorra che il settore estero esercita sulla crescita tedesca oggi è la conseguenze logica della spinta che ha dato nel 2002-2011, per la semplice ragione che questa pressione competitiva si è scaricata in modo aggressivo sui Paesi viciniori e poi, ad austerità perpetrata, ha tirato giù chi per primo era entrato nel percorso suicida della repressione della domanda interna.

Ma questo, gli uffici, lo capiranno?

martedì 10 marzo 2026

Il pacchetto MILF (cioè MISP)

Mentre nella cloaca assisto con qualche perplessità al definitivo rimbambimento di quelli che "hai votato (?) una legge sionista (?) e quindi io ti punisco votando no alla riforma della giustizia!" (che, al netto delle diverse inesattezze fattuali, mi sembra proprio il comportamento del bambino che si rompe il piede prendendo a calci la gamba del tavolo contro il cui spigolo ha sbattuto la testa), io me ne sto qui a studiare il Market Integration and Supervision Package (cioè il pacchetto MISP, ma ormai in chat lo chiamiamo MILF), sulle cui magnifiche sorti e progressive gliUffici™️ ci hanno doviziosamente informato, ma che invece ci convince poco per motivi che una volta, quando non contavo un cazzo come quelli che "Zadanahh!11! Epstin11!!1!" avrei spiegato a voi, mentre ora, pur conscio della mia irrilevanza nell'inesorabile percorso del cosmo verso la morte termica, preferisco spiegare ad altri, fra cui un paio di ministri che ovviamente sono i nemici pubblici numeri uno di quelli che "Zadanah11!1! iBambeenee™️!!!1!", perché sono, ça va sans dire, delle brutte persone, ma forse proprio per questo, visto che è ormai assodato (e so che potete fidarvi di chi ve lo dice) che sono una brutta persona anch'io, capiscono quello che gli dico e mi aiutano a proteggere il Paese.

Per tutto il resto ci sono i fails...

domenica 8 marzo 2026

La variazione delle scorte

(...scrivo dal mio buen retiro. Mi è bastato salire sopra i mille metri per riprendere un minimo di vigore. Oggi pioveva, ma va bene così: l'importante è che non saetti, e fulmini non ce n'erano. Quattro ore di escursione mi hanno rimesso al mondo. Tutti si preoccupano perché vado da solo, ma nessuno sa dirmi quando lu lope abbia aggredito qualcuno: anzi, tutti mi dicono che nei rari casi in cui lo hanno visto, ha fatto come con me, se n'è andato. Purché non vada dove ho paura del vuoto, non riesco ad avere paura della solitudine, anche perché non sono tanto solo quanto vorrei: i miasmi della cloaca arrivano fin qui. In fondo, c'è continuità. Ricordo quando, da sinistra, mi infervoravo contro gli intellettuali "de sinistra" per i quali le scopate di Berlusconi erano un problema macroeconomico. Non molto è cambiato, se non in peggio. I feed degli intellettuali di sinistra sembrano oggi le chat delle mammette delle medie: tutte Zadanah e bambeenee! Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di insegnarvi a unire i bambeenee come qualcun altro vi ha insegnato a unire i puntini - anche perché il risultato sarebbe largamente il medesimo - ma chi si azzarda? Ricordate che cosa diceva Flaiano? "Chi per la Matria muor vissuto è assai". E l'interesse nazionale di una Matria ovviamente si declina nel sacro nome dei bambeenee - e quindi nel sacro orrore di Zadanah - lasciando da parte quisquilie come il conflitto distributivo e pinzillacchere come l'organizzazione dei rapporti sociali di produzione o del circuito del risparmio, rilevanti invece per una Patria, che forse, sostengono le malelingue - e Flaiano era fra esse - gli italiani non hanno mai voluto avere. Poi uno si chiede come siamo entrati nell'euro, come ci siamo inflitti il bail-in, e come stiamo per infliggerci l'unione dei nostri risparmi con i loro  - cioè dei crucchi - investimenti! Mica vorrai preoccuparti di questo quando la politica sta vivendo una crisi spirituale, per colpa di Zadanah, e quando i bambeenee, o meglio un loro sottoinsieme - perché naturalmente, nel meraviglioso mondo della sinistra, ogni figurante si dedica alla psicostasia, essendo ormai la psicoanalisi deprecata da Lascienza - sono in pericolo: se c'è di mezzo Zadanah, Freud deve decisamente cedere il passo agli arcangeli e alle loro stadere. Che volete che vi dica? Quanto degrado e quanto pattume! Per chi, come me, conosce le sordide vicende umane di alcuni di questi secredenti intellettuali, o almeno ricorda il loro percorso che in selezionati casi tutti avreste l'opportunità di ricordare - immondezza grillina - questo non è altro che una triste conferma. Qui, con serenità, continuiamo il nostro umile lavoro di cronisti e analisti. Passerà anche questa nottata...)

Riprendo un grafico dal post precedente:


per porre una domanda pertinente: come mai in questa fase (quella dell'avvento del fasheesmo, cioè del Governo Meloni), la variazione delle scorte ha giocato un ruolo così pesantemente negativo, in dissonanza con gli altri quattro episodi di ripresa sperimentati dall'inizio del secolo (e ovviamente fatta astrazione del rimbalzo post-COVID)?

Provo ad abbozzare una risposta partendo dal dato contabile, che vale la pena di riassumere, anche perché la casistica è piuttosto articolata. Per non perdersi, bisogna ricordare che la contabilità nazionale registra la variazione delle scorte, e che il contributo alla crescita (cioè alla variazione del Pil) deriva quindi dalla variazione di una variazione. Il contributo della variazione delle scorte sarà quindi:

  1. positivo:
    1. quando aumenta la variazione positiva delle scorte, cioè quando le scorte si accumulano a un ritmo più rapido che nel periodo precedente, cioè quando aumenta lo scarto fra produzione e vendite finali, il che può indicare:
      1. aspettative di domanda positive (accumulo di scorte volontario);
      2. debolezza della domanda corrente (accumulo di scorte involontario).
    2. quando diminuisce in valore assoluto la variazione negativa delle scorte, cioè quando le scorte si smaltiscono a un ritmo meno rapido che nel periodo precedente.
  2. negativo:
    1. quando diminuisce la variazione positiva delle scorte, cioè quando le scorte si accumulano a un ritmo meno rapido che nel periodo precedente, cioè quando diminuisce lo scarto fra produzione e vendite finali, il che può indicare:
      1. aspettative di domanda negative (diminuzione delle scorte volontaria);
      2. domanda corrente forte (diminuzione delle scorte involontaria)
    2. quando aumenta in valore assoluto la variazione negativa delle scorte, cioè quando le scorte si smaltiscono a un ritmo più rapido che nel periodo precedente.

Compilato questo succinto breviario (se vi gira la testa è normale), vediamo i numeri:


Per motivi di salute non posso tirare notte (non saprei dirvi perché, ma ho bisogno di dormire come i bambeenee...). Mi limito a osservare un paio di casi, il primo e l'ultimo.

Il primo trimestre del 2023, cioè quello tutto a sinistra del grafico, sembrerebbe ricadere nel caso 2.1.2: diminuzione delle scorte involontaria dovuta a un forte "tiro" della domanda interna (in questo caso, della componente investimenti). L'ultimo trimestre del 2025, cioè quello tutto a destra nel grafico, sembrerebbe invece ricadere nel caso 1.1.2: aumento delle scorte involontario a causa di un crollo delle domanda (in questo caso, quella estera). In realtà, per discriminare fra queste fattispecie bisognerebbe andarsi a vedere i dati di base (e magari faremo anche questo), ma intanto una prima conclusione possiamo trarla: il motivo per cui nel post precedente risulta un contributo negativo piuttosto rilevante della componente "variazione delle scorte" nel periodo 2023-Q1 - 2025-Q4 è perché in sei dei dodici  trimestri di questo periodo questa componente è negativa, e in almeno due nettamente superiore (in valore assoluto) all'1%, dato decisamente rilevante considerando che si riferisce ai flussi trimestrali.

E così abbiamo imparato che oltre al vincolo esterno c'è un altro vincolo che incide sulla crescita, ed è quello del magazzino (via l'effetto 2.1.2): in effetti, i due episodi di contributo negativo delle scorte più rilevanti corrispondono a contributi positivi fuori scala rispettivamente degli investimenti (2023-Q1) e della domanda estera netta (2023-Q3).

Io ci dormo sopra, e vi suggerisco di fare altrettanto.

mercoledì 4 marzo 2026

Sbatti la crescita in prima pagina...

Sono capitato sulla home page dell'Istat, sulla cui evoluzione ci eravamo soffermati in un post precedente, e ho trovato questo grafico:


in cui ho notato immediatamente un dettaglio, questo:

cioè che ci sono voluti sedici anni, ovvero 64 trimestri, per superare (di poco) l'ultimo massimo storico del Pil trimestrale, pari a 483,3 miliardi di euro ai prezzi del 2020, conseguito nell'inverno del 2008. Questo è successo due inverni fa, nell'inverno del 2024, quando il Pil trimestrale ha raggiunto i 483,4 miliardi. Lo stesso risultato lo si ottiene considerando i dati annuali, ma in questo caso l'ultimo massimo era stato pari a 1913,6 miliardi nel 2007, superato nel 2007+16 = 2023 con un risultato pari a 1924,5. Il motivo per cui se si considerano i dati annuali il massimo si sposta al 2017 è che nel 2008, dopo il picco raggiunto in inverno, il Pil precipitò, tirando giù il risultato annuale. La colpa, com'è noto, fu della crisi Lehman che scoppio versò la fine dell'estate. I due massimi trimestrali riportati in tabella li vedete qui:


Questo grafico mi ha fatto venire un'altra curiosità, che compartisco seco voi. Come vedete, il grafico trimestrale evidenzia, dall'inizio del secolo, quattro episodi di crescita mediamente sostenuta, che vi evidenzio partendo dal minimo locale iniziale fino al massimo locale raggiunto: 2003-Q3 - 2006-Q4; 2009-Q2 - 2011-Q1; 2014-Q4 - 2019-Q2; e infine 2022-Q4 - 2025-Q4, episodi quindi rispettivamente di 14, 8, 19 e 13 trimestri (ovviamente escludo il rimbalzo post-COVID, che è di per sé un'anomalia, e escludo, come vi ho detto, gli episodi di crescita che iniziano prima del secolo).

Gli episodi sono evidenziati in questo grafico:


e si vede immediatamente come siano caratterizzati da tassi di crescita media alquanto differenziati:


con le cose che vanno decisamente peggio nell'ultimo periodo (che è, ahimè, il nostro!), in cui il tasso di crescita trimestrale medio è un po' meno della metà di quelli cui eravamo abituati prima dell'austerità, e circa due terzi di quelli della lenta ripresa post-Letta.

Mi è venuta quindi la curiosità di verificare se ci sia stato un cambiamento strutturale percepibile nel contributo alla crescita delle diverse componenti di domanda in questi quattro periodi:


e in effetti c'è. Non entro in tutta la ricchezza di informazioni di questo grafico e mi limito a osservare l'ultimo periodo. I numeri dicono che, nonostante che in questo periodo le esportazioni tirino molto, a causa della competitività che la macelleria sociale piddina ci ha fatto recuperare sulla vostra pelle, il contributo della domanda estera netta fra il 2022 e il 2025 è stato negativo per un importo inusitato (quasi lo 0,1% su base trimestrale), come lo è stato quello del ciclo delle scorte (per un importo analogo), per cui lo scarso 0,2% di crescita media trimestrale in realtà è determinato dalla somma algebrica di un +0,2% di consumi, un +0,2% di investimenti (in entrambi i casi i valori più alti del periodo considerato) cui vanno sottratti circa uno 0,1% di variazione delle scorte e uno 0,1% di domande estera netta (in entrambi i casi i valori più bassi del campione considerato).

Non c'è molto di più di quello che vi ho detto in altre sedi, anche se è spiegato meglio: avere fatto più del 2% di crescita cumulata in un contesto locale recessivo (e quindi con un contributo della domanda estera netta negativo) è una performance non disprezzabile. Diciamo che se la Germania non fosse in recessione e la Francia non arrancasse dallo zero virgola potremmo sperare di raggiungere lo uno virgola. In ogni caso, questo argomento va preso per quello che vale: certo, siamo bravi a resistere alle condizioni avverse, ma non possiamo sperare che gli altri salvino noi salvando se stessi, perché dubito che siano in grado di salvare se stessi senza tirare giù noi (ad esempio, in un conflitto mondiale), e quindi dovremmo ragionare su come salvarci da soli.

Resta da interpretare il ciclo delle scorte, ma ne parliamo domani: ora devo dormire, che domani la giornata inizia presto.

venerdì 27 febbraio 2026

Il PNRR e l'amico ingenuo

(...dovrei fare slides per Vicenza, ma il treno vibra troppo - ed è arrivato in anticipo a Bologna, peraltro, cosa che non si può dire perché smentisce la narrazione terribilista di cui parlerò ad Arona. Mi intrattengo quindi con voi, in attesa di arrivare in un luogo stabile...)

Come avrete visto, ultimamente mi sto dedicando di meno alla fabbrica del disagio nera (X, altresì detta la cloaca), mentre mi esprimo spesso sulla fabbrica del disagio azzurra (FB), quel social che tutti danno per morto, ma che in provincia (e non solo) una sua trazione ce l'ha. Instagram non mi sento di contaminarlo, su TikTok ripartirò fra breve se due o tre delle persone appartenenti alla legione del "sei il nostro eroeh11!!1! Come possiamo aiutartiiiiiih11!1!" mi useranno l'insigne cortesia di fare quello che gli dico - ma anche se non lo faranno (voi vi chiederete perché quando ci incontriamo la prima cosa che faccio è mandarvi affanculo: se passaste non dico un giorno, ma un'ora con me vi chiedereste perché non faccio di peggio).

La sensazione che mi dà Facebook è di essere meno infiltrato da bot, cioè di consentire una uscita dalle sabbie mobili dell'autoreferenzialità in cui inevitabilmente finisce il blog che non c'è (perché per arrivarci bisogno sapere che c'è!), senza però un eccessivo inquinamento o depauperamento del dibattito. In effetti, normalmente nei feedback che ho, e che sono spesso a sei cifre (ma l'obiettivo sono le sette cifre), il 75% circa è di persone che non mi seguono e si trovano per qualche arcano motivo il mio contenuto nel feed. Ne consegue che cerco di utilizzare un linguaggio più essoterico (aka "a prova di idiota"), abbandonando l'esoterico lessico familiare della nostra community, e del resto la natura stessa della piattaforma comanda una certa salutare concisione, una scrittura autocontenuta (perché se inserisci link, ad esempio per citare una fonte, l'algoritmo ti penalizza), e un uso mirato e incisivo del corredo iconografico (perché se usi più di una figura l'algoritmo ti penalizza). Abbiamo quindi a che fare con un genere letterario un po' diverso, ma che offre le sue soddisfazioni, come quella di tirare scemi i grullini mettendoli di fronte alla dimostrazione di quanto siano stati babbei nel credere a Giuseppe G. Conte (dove G. sta per "ghrhadhuidhamendhe"). A titolo di esempio, per quelli che non se la tirano con "io sui social non ci vado perché non voglio essere tracciato" (ma poi usano il cellulare e pagano con la carta), fornisco questo uno due da KO tecnico. Brandelli di grullino ovunque, ma voi, che siete comunque la punta di diamante del dibattito, meritate di più, e quindi vi darò qualcosa di più qui, nella casa del Dibattito.

Premetto che qui parlo a persone che sanno come funziona il PNRR, e hanno quindi chiaro che anche il "fondo perduto" in realtà deve essere restituito con gli interessi (spiegazione e fonti qui). Il ragionamento che svolgeremo sugli oneri finanziari del PNRR riguarderà quindi in primo luogo quelli riferiti ai cosiddetti "loans" (o prestiti, o debiti), e questo perché solo in questo caso gli oneri finanziari, essendo corrisposti direttamente dal Governo italiano alla Commissione, entrano nei conti pubblici con una apposita voce come "interessi". Quelli sul "fondo perduto" si restituiscono attraverso il bilancio comunitario, e quindi nei nostri conti pubblici transitano sotto forma di contributo a quel bilancio, senza che sia particolarmente facile distinguere fra cosa va in fondi strutturali, cosa in rimborso del capitale NGEU e cosa nel rimborso degli interessi NGEU. Il costo complessivo (il flusso totale di interessi che dovremo corrispondere da qui al 2056), quindi, è comunque sottostimato, e i 60 miliardi di cui parla l'ottimo Liturri su La Verità di oggi sono per sua stessa ammissione un educated guess. Potrebbero essere di meno, ma anche di più, e il mio educated guess è che siccome le scellerate politiche energetiche europee ci condannano a un futuro di tensioni inflazionistiche, è molto probabile che alla fine il conto sarà più salato. Qui, però, voglio parlarvi di un'altra cosa, relativamente più documentabile (e infatti la documenta Giuseppe oggi su La Verità): qual è, almeno indicativamente, il tasso di interesse sui titoli emessi dall'UE per finanziare il "recovery"? Quali sono, cioè, i tassi di interesse sugli EU-bonds, e sono veramente così convenienti rispetto a quelli dei BTP? Vi fornisco prima la risposta sintetica, tratta dall'articolo di Giuseppe, e poi i dettagli:


La sintesi, come vedete, è che in effetti a un certo punto, intorno al 2023, i prestiti PNRR hanno avuto una convenienza significativa, dell'ordine di 60 bips (BTP al 4%, EU-bonds al 3,4%), ma questo vantaggio ha riguardato solo due tranches (le cosiddette "rate"), per un totale di 22,9 miliardi (una lacrima nell'oceano del debito pubblico), mentre per tutte le altre tranches il vantaggio è stato inferiore (all'inizio 15 bips, alla fine 7 bips), e notate bene: quando il piano è stato varato non si poteva sapere che sarebbe stato vantaggioso per un certo periodo, e questo perché sostanzialmente nessuno tranne noi aveva considerato che il COVID era stato un gigantesco shock dal lato dell'offerta cui sarebbe conseguita un'inflazione da offerta, con innalzamento dei tassi e quindi allargamento dello spread fra Paesi del centro e della periferia. Il beneficio,  ex ante (eggzandi, come dicono le e gli imbecilli), non era né previsto né tenuto in conto, e infatti il progetto non veniva propagandato dicendo che sarebbe stato conveniente, ma che sarebbe stato ghradhuido.

Ma... come si fa a ricostruire questi dati?

Capire quale fosse il costo del "recovery" è stato un nostro cruccio fin dall'inizio. Lo testimonia questa interrogazione parlamentare di un nostro amico, che ottenne, all'epoca, questa risposta (sostanzialmente in linea con i dati ricostruiti ex post da Giuseppe):


Ma da dove vengono questi numeri?

Naturalmente, dovendo vendere i suoi EU-bonds sul mercato, la Commissione fornisce agli investitori tutte le informazioni necessarie perché questi possano decidere se acquistarli o meno, e naturalmente queste informazioni sono in una pagina che vi ho già citato, quella sulle "investor relations". Come potete facilmente immaginare, anche se il rimborso delle "rate" dovrà avvenire in trent'anni (con preammortamento ecc.), la raccolta dei fondi non è articolata tutta su titoli trentennali: sono stati collocati sul mercato titoli di varia durata, e quindi il tasso corrispondente alla singola rata può essere calcolato solo in via congetturale riferendosi alla media delle emissioni collocate nel periodo di erogazione della rata. Così, ad esempio, quando ci si avvicina ai collocamenti fatti nel 2023 il quadro si presenta in cotal guisa:

con dei bei tassi d'interesse oltre il 3%, che gli estensori originali del piano mai si sognavano di raggiungere, e che, come la sintesi di Giuseppe ci mostra, erano sì mediamente di 60 bips al di sotto del BTP in quell'anno, ma non erano zero e non erano la metà del BTP, come qualche coglione amico ingenuo va ragliando da giorni nella fabbrica azzurra del disagio, argomentando che siccome il prestito è stato di 200 miliardi e una rata di interesse di 2,8 miliardi, allora il tasso di interesse è stato dell'1,4% (come dire che se pago una rata di 200 euro per acquistare un'auto da 12.000 euro il TAEG è dell'1,6%. Facile così, no?).

E qui ci sarebbe da fare un discorso.

"Sulla matematica finanziaria", direte voi miei 20 (mila) lettori?

No.

Sulla democrazia.

Ma è un discorso delicato e doloroso, e lo faremo un'altra volta.

giovedì 26 febbraio 2026

Ancora su Epstin

Nonostante che per principio io sia riluttante a occuparmi delle cose di cui è evidente che altri disperatamente vogliono che io mi occupi, comincio a pensare che a questa cosa forse bisognerebbe prestare attenzione, dato che mi pare si stia estendendo a macchia d’olio, tanto da far pensare che, se pure fosse un’arma di distrazione di massa, probabilmente starebbe sfuggendo di mano.

Le narrazioni palingenetiche (“il sistema sta crollandoooh1!!!1!”) mi lasciano freddo come quelle ireniche (“Leuropa ci ha dato Lapace11!!1!”), il tema degli scandali sessuali non riesce ad appassionarmi in nessuna delle sue versioni (ricorderete a mero titolo di esempio che quando ero di sinistra dissi testualmente che era futile ricondurre i nostri problemi alle scopate di Berlusconi), il tema del suicidio che non era un suicidio lo archiviamo insieme alle tante verità cui i complottisti arrivano prima dei piddini (ricordo all’epoca di aver letto una dotta dissertazione sull’osso ioide del povero Epstin e su come la sua rottura o non rottura dimostrava che il suicidio non fosse stato un suicidio: mi commuove sempre la mia capacità di ricordarmi cose di cui non me ne frega un cazzo!), e tuttavia, visto che ormai la narrazione è questa, bisognerà pure occuparsene!

Facciamo così: fatelo voi per me, che io ho un weekend piuttosto denso. Domani sono ad Arona, agli Stati generali dell’economia, per parlare di austerità, PNRR, debito europeo e Capital market union (ci sarà anche il da voi tanto deprecato Giorgetti), sabato sono a Vicenza, per parlare di monete complementari (altro tema, come il sesso, calamita per sciroccati di qualsiasi risma!). Tutte cose che voi sapete già, tutti eventi sottoposti alla consueta clausola (chi viene mi fa un favore e chi non viene me ne fa due). Sul resto ho un’unica certezza: esattamente come non sono stato dossierato dalla Finanza (forse…), per gli stessi motivi sarei molto stupito di essere menzionato nei file di Epstin!

Se poi non fosse così, fatemelo sapere: ci tengo!

domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



venerdì 20 febbraio 2026

La sovranità appartiene ai bandi che la esercitano nel rispetto del vincolo di bilancio

(...chiedo scusa: vi ho trascurato per vari motivi, fra cui la necessità di intervenire in un dibattito molto locale, che però, come vedrete, ha anche qualcosa da insegnarci sui temi che qui ci convocano...)


Come credo di aver già raccontato a molti di voi, e oggi racconto a tutti gli altri, quando si decise, contro la mia volontà espressa in segreteria politica, di dare la fiducia al Migliore (LVI), io, lasciato passare il tumulto iniziale, e predispostomi con sana e leninista rassegnazione a mangiare il mio cucchiaino di cioccolata quotidiana (certo di non essere solo ma in ottima compagnia), un giorno (era il 2 febbraio del 2022) andai dal capo e gli dissi: "Scusa, ma visto che abbiamo deciso di buttare al cesso il voto di opinione, mi dai il permesso di andare nel collegio a recuperare un po' di voto di territorio?" Avevo infatti idea che i voti ci sarebbero serviti prima di quanto si potesse pensare, e la sensazione si dimostrò corretta. Risposta (accompagnata da un sorriso di ironica solidarietà): "Ma certo! Vai, e ricordati: quella è casa tua, non camminare sempre sulle uova!"

I tempi da cui venivamo non erano dei migliori: i vari confinamenti avevano limitato molto la mia possibilità di recarmi nel mio collegio, che all'epoca (ma di fatto ancor oggi) era l'intero Abruzzo, una Regione non grandissima (la tredicesima per superficie territoriale) ma impervia (terza per prevalenza delle aree montane) e quindi impegnativa da solcare in lungo e in largo. Erano i tempi in cui fummo costretti a limitare a 200 persone anche gli accessi al #goofy. Tra l'altro, l'infausta circostanza della limitazione degli incontri pubblici aveva determinato anche una perniciosa illusione ottica nei colleghi del Nord, i quali, abituati a fare politica sul territorio, cresciuti nel mito della militanza (intesa naturalmente come colla), attribuivano il calo di consensi cui andavamo incontro non alla sconsiderata scelta di sostenere un nemico della nostra Patria e delle nostre imprese, ma al fatto che la scellerata gestione Conte della pandemia ci aveva strappato dal contatto vivificante col terroir, un po' come Ercole callidamente aveva fatto col figlio di Gea, Anteo. Che ci crediate o no, quelli che avevano fortemente voluto suicidarsi sostenendo Draghi si raccontavano questa storia per razionalizzare le conseguenze e spogliarsi della responsabilità di un gesto che aveva sì una sua logica ed era servito senz'altro a evitare il peggio, ma naturalmente, come ogni cosa della vita, portava con sé un prezzo da pagare (e infatti alla fine non poterono non prendere atto del fatto che il problema era un altro: il tradimento delle attese di cambiamento di una vasta parte dell'elettorato, quella la cui coscienza di classe era stata destata principalmente da questo blog che non esiste...)!

Ma insomma, non è di questo che volevo parlarvi.

Confortato dalle parole del capo, mi predisposi immediatamente ad attuarle di buona lena a metà, perché certo andai, ma naturalmente continuai a camminare sulle uova. Il motivo è semplice: da scolarizzato nel XX secolo, conosco fin troppo bene la vera carta politica dell'Abruzzo, che da 3000 anni è questa e questa sarà per altri 3000 anni (a meno di conflitto nucleare importante):


All'epoca non ero ancora, come poi diventai a causa di un colpo di fulmine il 6 settembre del 2022, un Carecino, stanziato leggermente a Sud-Ovest di Iuvanum. La mia identità era più plurale: un po' Safino (collocato nella porzione a Nord-Ovest dell'areale dei Pentri, attorno ad Aufidena), un po' Pretuzio, a Nord di Interamnia, e soprattutto Vestino, in riva al mare, avendo per lo più frequentato la Budapest dell'Adriatico (scegliete voi se considerare Castellammare Adriatico come Buda o come Pest). Molti di questi confini, di cui è stupefacente la persistenza antropologica attraverso i millenni, non riuscivo a percepirli, ma di una cosa ero certo: la complessità cui mi accostavo per dovere di rappresentanza era significativa e a me largamente ignota, stavo entrando con una torcia accesa in una polveriera, ed era essenziale per la mia incolumità non inciampare. Eh, sì, perché, come potete immaginare (a meno che non siate proprio dei tontoloni), in questo mio percorso di avvicinamento al territorio dovevo fronteggiare un nemico formidabile: ovviamente, la Lega locale! Nulla di sconcertante, di imprevisto, o di patologico. La politica funziona così: è inevitabile che, per quanto possano volerti bene (poco) e riconoscere il contributo che dai al partito (non molto), in un contesto di recessione del consenso saranno per primi i tuoi amici a vederti necessariamente come un soffocante coperchio sulle loro lecite ambizioni. Menschliches, Allzumenschliches. Io in realtà andavo, o mi lusingavo di andare, per allargare il consenso nei modi che le circostanze mi concedevano, e quindi non innalzando il fiammeggiante vessillo dell'ideologia, smerdato dal sostegno tattico dato al nostro peggior nemico, ma è chiaro che soprattutto chi non sapeva come quel consenso si era formato (cioè chi non era mai stato a un #goofy, quindi praticamente tutto l'Abruzzo) non poteva vederla così. La mia presenza, che lo volessi o meno, veniva comunque vissuta come un'illecita intrusione finalizzata a dare consapevoli o peggio ancora inconsapevoli segnali politici di consenso all'una o all'altra delle tante tribù, e quindi, simmetricamente, a erodere il consenso dell'altra o dell'una, suscitando lecite perplessità o preoccupazioni di cui dovevo tenere conto per disinnescarle. Cosa andavo girando io nella regione dove lavoravo da vent'anni? La cosa appariva sospetta!

Ribadisco: nulla di strano, di anormale, di sbagliato in questo. Dinamiche umane, e la politica si fa con gli uomini, cioè con superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia (io quindi partivo svantaggiato, perché di tutte queste virtù tre me ne mancano di sicuro: vediamo chi indovina?). Il mio rispetto per l'umanità tutta (compresa quella che mi aveva eletto), e il discorsetto che ci aveva fatto Calderoli il 9 marzo 2018 al Palazzo delle Stelline (in sintesi: "voi eletti siete al servizio del territorio, non siete i padroni del territorio, le strategie sul territorio le gestisce la struttura territoriale del partito, cioè i segretari regionali e provinciali, non mettetevi a fare inutile casino..."), si era forse spinto un po' troppo oltre, nel senso che, per dirne una, quattro anni fa non avevo chiara in mente nemmeno la geografia antropica del mio partito, cioè non sapevo nemmeno a quale responsabile provinciale e cittadino chiedere il visto per accedere al suo territorio! Era un rispetto estremo per dinamiche di supremazia locale che mai avevo preteso di influenzare, un rispetto che però forse travalicava lo spassionato disinteresse per sconfinare in una colpevole indifferenza o in una trasandata inconsapevolezza: un conto è non voler influenzare, un conto è ignorare, ma certo che da presidente di Commissione permanente le cose da sapere, all'epoca dello spread, della banking union, della riforma del MES, del "non ti vaccini, ti ammali, muori", e via dicendo, erano un po' troppe perché potessi aggiungerci un crash course in antropologia politica delle nobili stirpi italiche...

Ricordo ancora di quando il 16 ottobre del 2022 l'allora segretario regionale mi chiamò in urgenza per dirmi che la mia decisione di recarmi alla giornata FAI di Monteodorisio (luogo dantesco, come forse non sapete, perché Carlo d'Angiò, quello che nel 1273 aveva disegnato i confini amministrativi del mio collegio elettorale, lo aveva dato in feudo a quel tale che non diceva alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando, a guisa di leon quando si posa: mai avreste immaginato che l'anima lombarda avesse finito i suoi giorni nel mio feudo, che all'epoca era suo, vero? Visto quante cose si imparano su Goofynomics?...), dicevo, la mia decisione di assistere alla giornata FAI aveva scatenato un importante terremoto politico con tanto di minaccia di dimissioni, perché il nostro rappresentante locale si era giustamente risentito di non essere stato preavvisato della mia presenza. Inutile dire che i vetri del Palazzo di Vetro non tremarono, ma sarebbe sciocco liquidare così, con supponenza, la questione, perché in effetti... aveva ragione il nostro esponente locale (e non lo dico perché nel frattempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso): in fondo, io ero il suo parlamentare, e lui aveva ben il diritto di accogliermi e di starmi vicino (ed era anche mio interesse per motivi di immagine e di sostanza essere accolto e accompagnato), quand'anche la segnalazione dell'evento e il relativo invito lo avessi avuto dal sindaco (e non da lui, come forse sarebbe stato auspicabile)! La verità è che anche con l'esperienza parlamentare, come in altre circostanze della mia vita, la mia appercezione in nulla era stata modificata dall'assunzione di un nuovo ruolo. Insomma, io sono stato sottotenente, professore associato, senatore, deputato, e varie altre cose, continuando a sentirmi Alberto (come sono e fui), e senza rendermi conto, ad esempio, che per quanto io possa voler obbedire alla mia albertità (e quindi fuggire gli uomini, inseguire il silenzio, intrattenermi con voi, ecc.), in Abruzzo sono l'onoré, e da onoré devo comportarmi, proprio per essere compliant con la mia albertità, che è anche e soprattutto un anelito inesauribile verso la perfezione (del resto, anche questo fa parte del genius loci). Sono ancora grato a chi (come nell'episodio che vi ho riferito) mi ha messo in guardia contro certe dinamiche, e mi ha aiutato a gestirle: ogni giorno si impara qualcosa.

Diverso è l'atteggiamento di quelli che sanno tutto, quelli che "siccero io eravamio esciti dall'euro ieri!". Da una parte ci sono loro, e dall'altra ci sono i voti, al termine di un percorso la cui complessità è inimmaginabile per chi non abbia deciso di intraprenderlo sforzandosi di lasciare qualche guscio d'uovo intatto! Non vi annoio oltre con questo discours de la méthode: molto avrei da dire su quanto l'esperienza del territorio mi abbia arricchito in termini di comprensione dei rapporti politici (cioè umani), ad esempio aiutandomi a capire quanto certe dinamiche fossero appunto politiche e non personali, e quindi a non prenderle sul personale ma a gestirle politicamente; in termini di conoscenza di un territorio affascinante, la cui ricchezza misconosciuta continua a stupirmi ogni giorno di più; ma anche, e di questo volevo parlarvi, in termini di accresciuta comprensione di quanto siano perverse le dinamiche in cui la sovrastruttura europea ci avviluppa, dinamiche che possono essere comprese a fondo solo quando cominci a porti delle domande concrete, quali: i soldi per riparare questa strada (o questa scuola, o questo acquedotto) da dove arrivano? Perché qui stiamo facendo una pista ciclabile invece di una strada decente? Perché ho i soldi per un asilo nido se mi serve una casa di riposo?

Ecco: di questo volevo parlarvi.

Volevo cioè condividere con voi una riflessione che stavo svolgendo a margine del convegno sulla montagna organizzato a Gamberale:

un convegno che ha avuto molto successo, che è stato visto come un'opera di buona volontà politica, e che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di organizzare se il 2 febbraio del 2022 non si fosse svolto quel breve dialogo di cui vi ho riferito, semplicemente perché mai e poi mai avrei saputo chi invitarci!

Ora, giusto perché sappiate: il tema della legge sulla montagna ha sollevato infinite polemiche a livello locale, tutte accomunate dal fatto che siccome la legge è stata voluta da Calderoli, chi si sentiva "de sinistra" si è anche sentito in dovere di darle contro aprioristicamente, senza nemmeno leggerla (cosa facilmente dimostrabile e dimostrato nelle sedi opportune, inclusa la stampa locale). Una delle tante accuse mosse è che i comuni "declassati" da montani a non montani si sarebbero viste precluse alcune linee di finanziamento regionali, ovviamente articolate su fondi europei. Le cose in realtà stanno così:

e quindi, in estrema sintesi, i Comuni si stavano lamentando del fatto che non avrebbero più avuto dei soldi che non avevano mai chiesto. Ho però evitato di sbattere in faccia agli interlocutori questi numeri, perché secondo me il problema è più ampio. Quante volte, girando per il mio collegio, mi sento dire: "avrei questo progetto [o questo problema, o questa esigenza]: onoré, mica sai se c'è un bando?", e quante telefonate ricevo, ora che mi sono acquistato con la presenza (e camminando sulle uova) la fiducia degli amministratori locali, per richieste di assistenza tecnica sui bandi, sulle loro rendicontazioni, sulle piattaforme informatiche che li gestiscono e che non parlano le une con le altre, e via dicendo?

Ma è sempre stato così?

No, questa è una delle tante cose (la prossima sarà l'euro digitale, nonostante i miei tentativi da voi disertati di attirare l'attenzione su questa materia troppo arida) che sono successe inavvertitamente, col consueto meccanismo dello slittamento inesorabile e silenzioso lungo un piano inclinato. Non ricordo se questo libro:


che abbiamo tenuto colpevolmente in secondo piano rispetto agli altri su cui abbiamo formato la nostra coscienza politica, da Titanic Europa, a Il tramonto dell'euro (che tornerà ad ottobre), a Anschluss, a L'Italia può farcela, a Euro e (o?) democrazia costituzionale, a La fabbrica del falso, a Io sono il potere, a Vent'anni di sovranismo, analizzasse storicamente i meccanismi di attribuzione dei fondi europei. Fatto sta che col procedere degli anni, questi fondi, che inizialmente venivano intermediati da amministrazioni centrali e regionali, e quindi venivano convogliati alle amministrazioni locali tramite trasferimenti, sono sempre più stati attribuiti con un meccanismo di bandi "competitivi". Questo ha generato negli amministratori locali un'illusione ottica simile a quella cui soggiacciono i miei colleghi accademici: l'illusione che quella che loro chiamano "Europa" sia generosa e li finanzi perché loro sono bravi! Ora, le cose non stanno così ad almeno due livelli: il primo, che ormai avete assimilato, è che i soldi che per i superficiali vengono dalla cosiddetta "Europa" in realtà in Europa sono arrivati dalle nostre tasche (e quindi di generosità non si può parlare); il secondo, che la "competitività" introdotta dal meccanismo dei bandi non presuppone nei vincitori una particolare "bravura" scientifica o amministrativa. La compilazione del bando è ormai diventata una scienza a sé, che alimenta un'economia parassitaria della consulenza, e che scardina profondamente il senso e la logica di una sana scienza dell'amministrazione. Col meccanismo dei bandi, infatti, non sono le risorse a mettersi al servizio di una programmazione razionale, ma è la programmazione a mettersi di volta in volta a disposizione delle risorse astrattamente disponibili. Sei in un comune montano di ultrasettantenni non servito da quelle deprecabili infrastrutture non green che sono le strade provinciali? Quindi forse avresti bisogno di una strada o di un ospizio: ma se il bando è per gli asili nido, il "bravo" amministratore farà domanda (magari ritoccando un po' le statistiche demografiche) e se avrà fortuna (o un bravo consulente, lautamente remunerato) dovrà poi costruire a tamburo battente un bell'asilo nido nel deserto demografico, salvo scoprire poi (o sapere fin dall'inizio) di non avere i fondi per manutenerlo.

Notate l'ironia: i fondi che seguono questa trafila sono principalmente quelli che vengono definiti "fondi di coesione", eppure non c'è niente di più disgregante di questo meccanismo, per il semplice ed evidente motivo che solo comuni di grandi dimensioni possono partecipare con un minimo di speranza alla lotteria dei bandi, al "Giochi senza frontiere" dei fondi di coesione. I comuni piccoli, infatti, semplicemente non hanno le risorse umane per compilare i bandi e rendicontare nelle cervellotiche piattaforme informatiche di impostazione "europea", e quindi o si affidano all'economia parassitaria della consulenza (una delle tante economie parassitarie che la cosiddetta "Europa" alimenta nel suo anelito di travestire da "mercato" quello che in molti casi sarebbe naturaliter "Stato", cioè decisione politica...), o soccombono, vedendosi sfuggire i fantomatici fondi europei a beneficio di realtà più "attrattive" semplicemente perché più grandi. La famosa "Europa" che secondo lo stupefacente Spinelli doveva efficacemente combattere le "tendenze monopolistiche" è diventata in realtà uno strumento pervasivo di concentrazione del potere, anche attraverso le logiche perverse delle sue politiche "di coesione".

Quando è successa questa cosa?

Stabilire un punto preciso è difficile. La logica europea è quella del sorite: quand'è che l'ultima assurdità introdotta trasforma l'ordinamento in un mucchio di assurdità ingestibili? A quanto ho potuto ricostruire, l'introduzione del "bando" (cui partecipano i singoli beneficiari) anziché del trasferimento (intermediato dalle autorità centrali) come meccanismo di attribuzione dei fondi dovrebbe risalire addirittura alla programmazione 1994-1999, ma la sua prevalenza si sarebbe affermata a partire dalla programmazione 2000-2006: è da quel momento che le Regioni sarebbero diventate enti di gestione dei bandi, cui partecipano Comuni, Unioni di comuni, Province, ecc. Dal punto di vista legislativo, questo sarebbe accaduto con il Regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio del 21 giugno 1999 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, e con i successivi Regolamenti che assistono i Quadri finanziari pluriennali. Ma devo confessarvi di non aver fatto un'analisi sufficientemente approfondita, né di aver trovato testi che descrivano questa evoluzione: il tempo per studiare manca, ormai mi resta solo quello per constatare.

Mi terrei quindi a un livello più generale di analisi, per evidenziarvi due elementi.

Il primo, è la doppia disintermediazione della politica nazionale che si realizza con questo meccanismo: una disintermediazione degli obiettivi, che sono quelli definiti altrove (la "concorrenza", il "green", ecc.), e una disintermediazione della gestione. Il rappresentante del territorio, in questo simpatico gioco, non è più in grado di far valere, nel bene e nel male, la sua conoscenza dei problemi, né di affermare, in qualsiasi sede, una propria valutazione di priorità, in virtù del mandato che gli elettori gli hanno conferito. Ripeto: se "il bando", questa nuova entità metafisica che esercita la sua sovranità sui nostri amministratori, impone piste ciclabili, saranno piste ciclabili, e non strade provinciali, e l'eletto locale, quale che sia il suo livello, non può far altro che assecondare, se vuole apparire rilevante. Ora, questo meccanismo, naturalmente, poteva essere visto con favore in un'ottica antipolitica, quella che vedeva nell'intervento pubblico sempre e solo una fabbrica di consenso clientelare, che in quanto tale andava sottratto nella misura del possibile all'ambito di azione della classe politica locale, che lo avrebbe usato solo per perpetuare se stessa, e affidato a istanze altre, sovraordinate non solo in senso amministrativo, ma anche e soprattutto in senso morale (come le vicende della Commissione Santer, o il Qatargate, per fare due esempi, non dimostrano)! Purtroppo, anche l'accettazione di un meccanismo così assurdo e farraginoso è un frutto perverso della grillanza...

Il secondo è che siamo sempre al "pappagallo europeo". Mentre Samuelson (ma forse era Fisher) ci ricordavano che per fare un buon economista basta prendere un pappagallo e insegnargli a ripetere "domanda e offerta", voi ormai avrete capito che per fare un buon europeista basta molto meno: per l'europeista la domanda non esiste, esiste solo l'offerta, e, coerentemente, la spesa corrente non ha alcun valore, solo la spesa per investimenti fissi lordi va promossa in quanto accresce la capacità produttiva (salvo tagliarla selvaggiamente in modo prociclico, ma questo è un altro discorso). Ora, se ci fate caso, tutta la retorica della coesione, ma anche delle ripresa e resilienza, è basata sull'offertismo, un offertismo che spesso assume caratteristiche assurde, paradossali. L'esempio degli asili nido è sufficientemente eloquente. Per quanto sia plausibile che in molte realtà ce ne possa essere bisogno, resta il fatto che non è l'offerta di asili nido a far aumentare la domanda di figli (che se proprio vogliamo ricondurla a logiche economiche, magari dipende molto di più dalla stabilità delle prospettive di occupazione). Più in generale, la formazione di capitale fisico, se fosse depurata dalle scorie tossiche dell'ideologia green, avrebbe senz'altro un impatto sulla produttività in un Paese come il nostro, selvaggiamente devastato da un decennio di distruzione di capitale pubblico. Ma quello che manca sempre, in questa retorica dell'offerta, è il riconoscimento del ruolo della spesa corrente per la manutenzione e per l'esercizio del capitale fisico. Siamo sempre alla stessa storia: non è mettendo dieci trattori su un campo che lo rendi produttivo. Servono anche i contadini, e quelli sono spesa corrente. Ma dalla retorica della "spesa corrente improduttiva" nessuno sembra disposto a uscire.

Qual è la sintesi di questo lungo discorso che mette insieme cose che sapevate, e cose che forse vi e ci erano sfuggite? La sintetizzerei così: siamo in una fase in cui paradossalmente possiamo permetterci l'euro, ma non l'Unione Europea. Il primo, dopo la svalutazione interna portata avanti dal PD, in tutta evidenza non è un ostacolo alla nostra competitività, anche se ovviamente resta un freno alla nostra crescita (in quanto vincolo esterno). La seconda, però, continua a determinare distorsioni allocative e a imporre indirizzi politici fallimentari (limitandosi al campo dell'economia). Restituire al popolo la sua sovranità significa anche e soprattutto sottrarla ai bandi. Ma se mi giro intorno, sono veramente pochi, pochissimi, quelli che come me considerano assurdo questo meccanismo per cui i nostri soldi ci vengono restituiti solo se decidiamo di farci quello che altri decidono per noi. A fronte di un'assurdità simile il problema di quali sia l'unità di conto passa in secondo piano. Riprendere in mano il nostro destino è un compito più complesso di come vi viene presentato da intellettuali inesperti ed avventizi, e in questo l'esperienza del "territorio", nel bene e nel male, è una scuola imprescindibile. 


(...io ho una memoria pessima, ma annoto tutto. Non vedo l'ora di pubblicare il mio diario. Ma intanto ristampiamo Il tramonto dell'euro, e rileggiamo Finanziamenti comunitari...)

(...la libertà di scrivere su un blog che nessuno legge non ha prezzo: ma anche qui proprio tutto non è il caso di scriverlo!...)