martedì 19 maggio 2026

ICYMI: Uva alla rincorsa...

Qui in Italia non possiamo aspettarcelo, ma, come forse avrete visto, all'estero qualcuno si è accorto del fatto che il nostro amico Uva ci sta inseguendo sulle nostre posizioni:


Avevo trovato il nome del Prof. Menéndez cercando i lavori accademici che citano Il tramonto dell'euro. Ce ne sono diversi, ma, salvo errore, più in area giuridica che in area economica (gli economisti hanno preferito copiare senza citare), e su questa peculiare collocazione geografica e disciplinare dell'onestà intellettuale (ma anche della disonestà) ci potremmo esercitare a lungo, se ne valesse la pena. Non credo sia così utile: sarebbe forse più utile studiare la strategia comunicativa di quel grandissimo opportunista, anche se qualcosa mi dice che, per quanto possa essere ardente il fuoco dell'ambizione che lo divora, e per quanto sia tossico il suo tentativo (riuscito) di avvelenare i pozzi del dibattito, il suo tempo è ormai finito.

Naturalmente, non è questo un motivo per abbassare la guardia, non sia mai: intanto, leggetevi Menéndez, che è comunque una boccata di aria fresca...

venerdì 15 maggio 2026

Riedizione o ristampa?

Scusate, torno a chiedervi un consiglio. Come abbiamo visto qui, dal sesto Manuale della Bilancia dei Pagamenti i criteri contabili di registrazione delle transazioni finanziarie sono cambiati, nel senso che le esportazioni di capitali, che una volta venivano registrate con segno negativo (perché si traducevano in una fuoriuscita di cassa dal Paese), ora vengono registrate con segno positivo (perché implicano una acquisizione netta di attività finanziarie estere e quindi un aumento della ricchezza estera netta del Paese).

Incidentalmente vi facevo notare che in conseguenza di questo cambiamento, che in qualche modo forza le regole della partita doppia, questo grafico del Tramonto dell'euro è inattuale:


dato che oggi i due saldi si muovono in modo sovrapponibile, anziché a specchio.

Ora mi trovo di fronte a questo dilemma:

  1. lascio tutto com'è (Figura e testo compreso)?
  2. adatto la Figura alle nuove convenzioni (e modifico il testo)?

L'opzione (1) ha il vantaggio di ridurre gli interventi sul testo, ma lo svantaggio di avere qualche cretino che dal Paese dei campanelli viene a eccepire che qui non conosciamo la bilancia dei pagamenti, nonché quello, più serio, di disorientare lettori più giovani che conoscono solo la bilancia nella sua attuale redazione economico-patrimoniale, anziché in quella per cassa (che ancora si insegna all'università, peraltro). La cosa potrebbe forse essere temperata da una nota a piè pagina che chiarisca quali convenzioni seguiva l'edizione 2012 e perché sono cambiate.

L'opzione (2) invece renderebbe il testo immediatamente fruibile anche da un giovine che apprenda oggi la bilancia dei pagamenti e che voglia verificare sulle fonti primarie i nostri ragionamenti, ma comporterebbe a cascata una serie di revisioni non indifferenti, anche sui vari grafici dei saldi settoriali.

Che ne pensate? E nel caso in cui riteniate preferibile l'opzione (2), come la gestireste (cioè in che pagine interverreste e come)?

Io ci rifletto ancora un po' su, fatemi sapere...

#midterm

Diciamo che dopo l'esperienza di un paio di anni fa ho deciso di non farlo più, ritenendo che se ne aveste avvertito l'esigenza ci sareste venuti, e se non ci eravate venuti era perché non ne avevate avvertito l'esigenza, che quindi potevamo archiviare.

D'altra parte, se #aaaaabolidiga non viene al #goofy (perché non ce la invitiamo più e perché onestamente non le si può chiedere un simile sacrificio), resta comunque utile che il #goofy vada alla politica, e così abbiamo messo su all'aula dei gruppi e col "cappello" del Dipartimento Economia Lega qualcosa di simile il più possibile ai nostri incontri, con tre relatori di a/simmetrie e altri relatori che potrebbero (e forse dovrebbero) interessarvi. L'evento è concepito a beneficio (potenziale) di chi una certa visione del mondo non l'ha mai incontrata, ma certamente se vi trovate a passare faranno entrare anche voi, purché vi registriate come specificato nella locandina avvertendo la mia segreteria (perché la sala è piccola: normalmente non ne servono di più grandi...):

So che molti lo hanno già fatto sulla fiducia dopo avermi sentito annunciare questo convegno in diretta Facebook. A loro, e a chi non ne sapeva niente, fornisco la locandina qui, dove tutto è nato...


(...obbligo di giacca per i signori...)

martedì 12 maggio 2026

Quando si esce?

Ogni tanto qualche avventore avvinazzato del bar social, pensando di mettermi in difficoltà, mi pone questa domanda. Non capisco perché dovrei trovarmi in difficoltà: la risposta è evidente e non dipende da me né evidenzia una particolare fallacia della "mia" analisi dei limiti della moneta unica (analisi che, come sapete, mia non è se non per pochi ma significativi dettagli che il clero pavido e conformista di sinistra sta riscoprendo adesso).

L'unione monetaria è e resta un errore, come la migliore scienza economica ha pronosticato illo tempore. Tuttavia, come la storia recente ci ha ben dimostrato, un conto è la consapevolezza di trovarsi coinvolti in un evento potenzialmente catastrofico, un conto è riuscire a gestirlo politicamente, se possibile in modo razionale. Il dato politico evidente è che per quanto il rifiuto della cosiddetta "Europa" fosse diffuso nella popolazione, l'unico partito euroscettico italiano non ha mai avuto non dico la maggioranza assoluta (che comunque non sarebbe bastata) ma nemmeno quella relativa (che comunque avrebbe aiutato a porre delle buone basi). Del resto, ricorderete bene che la stragrande maggioranza della popolazione a suo tempo anelava al noto farmaco: non ne discuto le motivazioni, registro il fatto, e vi esorto a riflettere sulle analogie.

Chiedere quindi all'unico partito euroscettico di traghettare il Paese verso un ordinamento internazionale meno autodistruttivo, o rimproverargli di non averlo fatto, o peggio ancora rimproverare a chi temprando lo scettro ai regnatori ha mostrato di che lagrime grondi e di che sangue l'euro, mi sembra non tanto ingiusto, quanto stupido. L'aspirazione alla libertà, presso gli italiani, è stata finora minoritaria, o è stata (legittimamente) interpretata in un modo diverso (nel senso di desiderare maggiore schiavitù), e così come non si può andare in paradiso a dispetto dei santi, non si può uscire dall'inferno a dispetto degli elettori. Certo, c'è sempre quello secondo cui "ma chi se ne frega della maggioranza, dovevate comunque uscire!", solo che questo tipo di affermazione ha una evidente falla, che non è quella di essere tecnicamente inattuabile (un piccolo partito non solo non condiziona votazioni ma non nomina né influenza il deep state), e non è nemmeno quella di essere fascista (possiamo immaginare che un regime antidemocratico finirà in modo antidemocratico, ma non per questo dobbiamo auspicare soluzioni antidemocratiche!), ma è quella di essere paternalista nel più viscido e sinistro dei modi, quello di Aristide e di Padoa Schioppa ("noi illuminati sappiamo qual è la verità e ci porteremo il popolo suo malgrado!").

Ora, io sono entrato nel dibattito perché allarmato e disgustato dal paternalismo lurido e vigliacco della sinistra: non mi può quindi essere chiesto di adottare lo stesso atteggiamento, né rimproverato come un fallimento il non averlo praticato o proposto come metodo ai miei compagni di squadra.

Al più, a chi ha deciso di combattere questa battaglia ideale o politica (a seconda dei ruoli, che nel mio caso purtroppo coincidono) si può rimproverare di non essere riuscito a coinvolgerla, la maggioranza (relativa o assoluta) dell'elettorato.

Certo: non essere stata abbastanza credibile, astrattamente, per una proposta intellettuale o politica è by definition un fallimento, il che però non implica che la proposta fosse concettualmente errata. Se esistono i fallimenti del mercato, esisteranno anche quelli della democrazia: restano comunque rispettivamente il peggior meccanismo di allocazione delle risorse e il peggior meccanismo di governo eccetto tutti gli altri sperimentati finora, e quindi ci sta che falliscano!

Tuttavia, questa critica, di cui non si può sottovalutare la portata, è a mio avviso ingiusta in generale, e in particolare se rivolta a me.

In generale, perché ignora la sproporzione di forze in campo, evidenziata nel saggio di Thomas Fazi che presenteremo l'8 luglio in Parlamento (sarete informati qui: i posti però saranno pochi, quindi attenti...), discussa a suo tempo nel nostro convegno annuale:

e sempre più evidente ogni singolo giorno che il buon Dio mette in Terra (non "mette a terra", locuzione per la quale la fucilazione alla schiena sul posto sarebbe una punizione sproporzionatamente lieve):


(aspettiamo fiduciosi un diluvio di giovincelle dalle labbra a canotto: "no vabbà igonigo questo consiglio d'Europa").

In particolare, perché io sol uno, quando mi apparecchiai a sostener la guerra, vi dissi chiaro e tondo che il partito che poi sarebbe stato di maggioranza relativa "populista", cioè gli ortotteri (come qui chiamiamo i grillini), era un gigantesco esperimento di intercettazione del dissenso, il cui scopo era quello di diventare a tempo debito la stampella del PD. La prima cosa ve la dissi in Ortotteri e anatroccoli il 30 luglio del 2012:


la seconda in Fantapolitica il il 6 settembre del 2016:


Come i fatti hanno poi dimostrato, è con quel materiale umano che il laboratorio del Quirinale ha creato uno dei suoi più riusciti ibridi, quel Conte cui espressi in aula tutta la mia (e vostra) stima:

quello che col favore delle tenebre aveva cospirato per approvare contro il volere del parlamento la riforma del MES, che fu se non la causa, per quanto mi riguarda la concausa determinante della caduta del governo Conte I nel 2019.

Quindi io a chi non andava data la maggioranza relativa, e perché non gli andava data, ve lo avevo spiegato molto bene. Certo: non avevo i milioni dell'UE da spendere per diffondere questo warning (più probabile che quelli o altri milioni venissero spesi per sostenere i gatekeeper), ma io da intellettuale il mio l'avevo fatto (così come da politico, quando le vicende che sapete mi costrinsero a far buon viso a cattivo gioco costringendomi in maggioranza coi gatekeeper, feci del mio meglio per ridurre il danno, motivo per cui alla fine andò così, cioè bene).

Ma alla fine di questa breve e credo serena disamina, mi sento di poter dire che a chi mi chiede "Quando si esce?" potrei, con una lieve forzatura del galateo, limitarmi a rispondere con un'altra domanda: "Che vuoi da me?"


— Monsieur l’évêque, dit-il, avec une lenteur qui venait peut-être plus encore de la dignité de l’âme que de la défaillance des forces, j’ai passé ma vie dans la méditation, l’étude et la contemplation. J’avais soixante ans quand mon pays m’a appelé, et m’a ordonné de me mêler de ses affaires. J’ai obéi. Il y avait des abus, je les ai combattus ; il y avait des tyrannies, je les ai détruites ; il y avait des droits et des principes, je les ai proclamés et confessés. Le territoire était envahi, je l’ai défendu ; la France était menacée, j’ai offert ma poitrine. Je n’étais pas riche ; je suis pauvre. J’ai été l’un des maîtres de l’État, les caves du Trésor étaient encombrées d’espèces au point qu’on était forcé d’étançonner les murs, prêts à se fendre sous le poids de l’or et de l’argent ; je dînais rue de l’Arbre-Sec à vingt-deux sous par tête. J’ai secouru les opprimés, j’ai soulagé les souffrants. J’ai déchiré la nappe de l’autel, c’est vrai ; mais c’était pour panser les blessures de la patrie. J’ai toujours soutenu la marche en avant du genre humain vers la lumière, et j’ai résisté quelquefois au progrès sans pitié. J’ai, dans l’occasion, protégé mes propres adversaires, vous autres. Et il y a, à Peteghem en Flandre, à l’endroit même où les rois mérovingiens avaient leur palais d’été, un couvent d’urbanistes, l’abbaye de Sainte-Claire en Beaulieu, que j’ai sauvé en 1793. J’ai fait mon devoir selon mes forces et le bien que j’ai pu. Après quoi j’ai été chassé, traqué, poursuivi, persécuté, noirci, raillé, conspué, maudit, proscrit. Depuis bien des années déjà, avec mes cheveux blancs, je sens que beaucoup de gens se croient sur moi le droit de mépris, j’ai pour la pauvre foule ignorante visage de damné, et j’accepte, ne haïssant personne, l’isolement de la haine. Maintenant, j’ai quatre-vingt-six ans ; je vais mourir. Qu’est-ce que vous venez me demander ?

— Votre bénédiction, dit l’évêque.


(...questo passaggio mi è rimasto impresso a prima lettura, e ancora non avevo fatto esperienza politica, più di quello dei candelabri...)







domenica 10 maggio 2026

Il campo di concentrazione

In tanti anni che seguo (o meglio, precedo) il dibattito mi ero perso un dettaglio: uno spirito particolarmente irriguardoso potrebbe argomentare (e temo l'abbia fatto) che l'inconsulta gragnuola di giornate nazionali, europee, mondiali, galattiche, ci regala l'emozione di festeggiare nello stesso giorno la sconfitta e la vittoria del nazismo!

A scanso di equivoci, preciso che questo non è (ancora) il mio pensiero, per vari motivi. Intanto, perché è giusto lasciare alle buone intenzioni il loro spazio e il loro ruolo (che è quello di lastricare la via dell'inferno, di cui il nazismo è stata una buona approssimazione), riconoscendone la genuinità! L'UE non è certo il Quarto Reich (o non ancora), e Schuman non era certo un nazista, per quanto fosse sodale di quello che rivendicava esplicitamente la natura antidemocratica del progetto europeo come "somma delle risposte alle crisi" (e quindi come somma di soluzioni sottratte allo scrutinio democratico dalla logica dell'urgenza), o di quell'altro che serenamente ammetteva che il progetto europeo per consolidarsi avesse bisogno di un conflitto con l'allora Unione Sovietica (e quindi invocava nemmeno troppo implicitamente il riarmo del continente).

Probabilmente il fatto di averne viste di tremende li rendeva un po' di manica larga (anche se è in effetti controintuitivo che chi è scampato alla più terribile delle guerre ne proponga con nonchalance un'altra come soluzione di un problema politico che peraltro si poneva solo lui...), come è probabile che noi, che grazie ai nostri padri abbiamo vissuto una vita comoda e sicura, siamo diventati un po' troppo schizzinosi, un po' troppo sospettosi verso la logica della ragion di Stato. Certo è, però, che la letteratura scientifica da tempo evidenzia alcune assonanze fondamentali fra la logica di due regimi che ci vengono proposti come così distanti l'uno dell'altro: pensiamo ad esempio all'esteso ricorso alle privatizzazioni. D'altra parte, è pur vero che l'ordoliberismo (cioè l'idea che lo Stato debba intervenire per creare un level playing field su cui poi lasciar competere gli agenti economici secondo il libero gioco delle forze di mercato), che è il nucleo della costruzione concettuale europea, pare fosse avversato a suo tempo dal regime nazista (ma qui l'autorità indiscussa è Luciano e quindi non mi addentro).

Insomma: nonostante la retorica bellicista e la corsa al riarmo, nonostante le progressive intrusioni nelle libertà individuali più elementari come quella di riservatezza della corrispondenza, si potrebbe argomentare che sia troppo presto per dire se la storia si stia ripetendo, o stia almeno facendo rima con se stessa.

C'è però una cosa del progetto europeo attuale che sinceramente deve preoccuparci, ed è la sua ansia più o meno consapevole verso la concentrazione dei mercati, in particolare di quelli di approvvigionamento.

Come avrete visto, Putin ha suggerito Schröder come mediatore per la soluzione del conflitto in Ucraina, argomentando che di lui si fida. Ci mancherebbe altro! Le relazioni dell'ex-cancelliere con importanti imprese russe sono ben note: qui potremmo anche limitarci a considerarle fatti suoi, ma in realtà sono un po' anche fatti nostri, per il semplice fatto che, a un occhio malizioso, potrebbero configurarsi come una ricompensa per aver messo il continente (noi compresi) in mano a un unico fornitore (la Russia). Voglio subito chiarire un punto: certo che, visto che la Spagna il gas russo lo compra (e non è una novità), non si vede perché non dovremmo comprarlo noi, ma il punto non è questo, è un po' più grave di così. Non si tratta cioè di discutere se il gas russo sia a buon mercato, se la politica suicida di concentrarsi su un unico mercato di approvvigionamento sia frutto di corruzione o di miopia, ecc.

Per chiarire il mio pensiero, vi chiedo di analizzare quale soluzione l'UE ci stia proponendo per affrancarci dalla dipendenza dalla Russia: le fonti rinnovabili, cioè... la dipendenza dalla Cina!

Da una concentrazione del mercato di approvvigionamento all'altra, senza particolare soluzione di continuità, così come magari fra cinque anni vedremo senza particolare sorpresa Merz o la von der Leyen diventare consiglieri di amministrazione di Jinko Solar! Di incoraggiare la diversificazione degli approvvigionamenti non mi pare se ne parli, e nel caso delle rinnovabili, quand'anche se ne parlasse, sarebbe evidentemente troppo tardi: la filiera è per oltre il 70% in mano a chi si è mosso prima, per cui oggi dire "rinnovabili" significa dire "Cina".

Non c'è nemmeno bisogno di evidenziare la fragilità industriale e geopolitica di un approccio simile. Del resto, è parente stretta della fragilità che consiste nell'articolare il proprio modello di crescita sulla domanda estera, cioè sulle esportazioni: una politica che, come abbiamo sempre fatto notare e come ora è difficile ignorare, espone dal lato della vendita di prodotti a una criticità simile a quella che stiamo sperimentando dal lato dell'acquisto delle materia prime. Chi esporta beni importa problemi, diceva un saggio economista scolarizzato nel XX secolo: i problemi "domestici" (cioè interni, nazionali) dei Paesi di sbocco. Ed è per questo che un modello di sviluppo equilibrato dovrebbe comunque partire dal sostegno della domanda interna, come sta cercando di fare il Governo attuale da noi, affrontando vincoli di matrice europea che ben conoscete.

Ma la domanda è: com'è possibile che si passi dal mettersi in mano a un fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Russia, con cui evidentemente eravamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni), al mettersi in mano a un altro fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Cina, con cui evidentemente siamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni)!?

Per ritagliare al merito un piccolo spazio, preciso che io non vorrei collidere con nessuno. Il problema gigantesco però, qui come altrove (e con tanta buona pace di chi non lo capisce, soprattutto se ha vinto un bel biglietto alla lotteria della vita!), è di metodo! Ma come!? L'Unione Europea non doveva nascere per "combattere efficacemente tutte le tendenze monopolistiche", e poi che fa? Ci mette in mano a un monopolista "scomodo" dietro l'altro, anziché incoraggiarci attivamente sull'unica strada che sarebbe razionale, non essendo esportatrice ma importatrice netta di energia: diversificare le fonti di approvvigionamento!

Considerando che il declino demografico non si applica, per le note ragioni, ai cretini, permettetemi di ripetere a prova di cretino lo stesso concetto: io non sto né dichiarando né auspicando che né Russia né Cina debbano essere per sempre nostre nemiche né nostre amiche. Sto solo facendo notare che quella stessa istituzione che ci ingiunge oggi di considerare nemica la Russia (e domani la Cina), prima ci ha messo in mano alla Russia, e ora ci sta mettendo in mano alla Cina.

Si capisce che c'è qualcosa che non va?

Degli aneddoti (#castacriccacoruzzione) si occuperanno storici, o magistrati (questi ultimi non credo avranno interesse a farlo). A me interessa la logica del sistema. Come è possibile che, quando da decenni sappiamo come il principale strumento di gestione del rischio economico sia la diversificazione, l'Europa si costituisca in campo di concentrazione ogni volta che le viene permesso di dare un indirizzo di politica industriale (implicitamente o esplicitamente)? Può forse dipendere dal fatto che avendo fatto del mercato il pilastro fondante del nostro patto sociale, ma non riuscendo a immaginare altra efficienza se non quella che scaturisce delle economie di scala (i "giganti europei"), le élite europee si condannino a ragionare comunque in termini monopolistici? Questo ovviamente non solo contraddice le nobili aspirazioni alla rottura dei monopoli espresse dai noti deportati, ma contraddice anche la logica della concorrenza in nome della quale, però, si sono perpetrati tanti abusi riconosciuti dalla stessa Unione Europea nei suoi tribunali.

Io ho veramente difficoltà a capire il perché di questo ennesimo suicidio annunciato. Una cosa però temo di saperla: nemmeno queste evidenti cantonate prese a danno nostro e di tutta la famiglia europea riusciranno a convincere gli eurolirici che nel progetto da loro con tanta passione vagheggiato c'è qualcosa che non torna. E finché questo riguarda gli eurolirici di sinistra, sarei anche rassegnato (lo sono, com'è noto, da oltre otto anni)! Ma quando vedo conservatori, persone educate all'idea che non ci sono pasti gratis, continuare a considerare un pasto gratis questo gigantesco cumulo di una cosa che non è, perché non può esserlo, cioccolata (altrimenti non sarebbe gratis), ecco, lì sinceramente mi cadono le braccia. C'è insomma un ghradhuidhamendhe "de destra", quello di chi considera l'euro e l'Europa comunque un free lunch, come c'è e c'è stato un ghradhuidhamendhe "de sinistra", che quelli "de destra" scorbacchiano, senza rendersi conto di commettere essi stessi il medesimo errore concettuale.

Non sarà un Blitzkrieg, ma questo so che lo avevate capito...

venerdì 8 maggio 2026

Show must go on (parte terza)

(...per completezza. La seconda è qui...)


Disons-le en passant, être aveugle et être aimé, c’est en effet, sur cette terre où rien n’est complet, une des formes les plus étrangement exquises du bonheur. Avoir continuellement à ses côtés une femme, une fille, une sœur, un être charmant, qui est là parce que vous avez besoin d’elle et parce qu’elle ne peut se passer de vous, se savoir indispensable à qui nous est nécessaire, pouvoir incessamment mesurer son affection à la quantité de présence qu’elle nous donne, et se dire : puisqu’elle me consacre tout son temps, c’est que j’ai tout son cœur ; voir la pensée à défaut de la figure, constater la fidélité d’un être dans l’éclipse du monde ; percevoir le frôlement d’une robe comme un bruit d’ailes, l’entendre aller et venir, sortir, rentrer, parler, chanter, et songer qu’on est le centre de ces pas, de cette parole, de ce chant ; manifester à chaque minute sa propre attraction, se sentir d’autant plus puissant qu’on est plus infirme, devenir dans l’obscurité, et par l’obscurité, l’astre autour duquel gravite cet ange, peu de félicités égalent celle-là. Le suprême bonheur de la vie, c’est la conviction qu’on est aimé ; aimé pour soi-même, disons mieux, aimé malgré soi-même ; cette conviction, l’aveugle l’a. Dans cette détresse, être servi, c’est être caressé. Lui manque-t-il quelque chose ? Non. Ce n’est point perdre la lumière qu’avoir l’amour, Et quel amour ! un amour entièrement fait de vertu. Il n’y a point de cécité où il y a certitude. L’âme à tâtons cherche l’âme, et la trouve. Et cette âme trouvée et prouvée est une femme. Une main vous soutient, c’est la sienne ; une bouche effleure votre front, c’est sa bouche ; vous entendez une respiration tout près de vous, c’est elle. Tout avoir d’elle, depuis son culte jusqu’à sa pitié, n’être jamais quitté, avoir cette douce faiblesse qui vous secourt, s’appuyer sur ce roseau inébranlable, toucher de ses mains la providence et pouvoir la prendre dans ses bras ; Dieu palpable, quel ravissement ! Le cœur, cette céleste fleur obscure, entre dans un épanouissement mystérieux. On ne donnerait pas cette ombre pour toute la clarté. L’âme ange est là, sans cesse là ; si elle s’éloigne, c’est pour revenir ; elle s’efface comme le rêve et reparaît comme la réalité. On sent de la chaleur qui approche, la voilà. On déborde de sérénité, de gaîté et d’extase ; on est un rayonnement dans la nuit. Et mille petits soins. Des riens qui sont énormes dans ce vide. Les plus ineffables accents de la voix féminine employés à vous bercer, et suppléant pour vous à l’univers évanoui. On est caressé avec de l’âme. On ne voit rien, mais on se sent adoré. C’est un paradis de ténèbres.


Ho avuto la fortuna di conoscere la mia bisnonna, la madre della madre di mio padre, Teresa da Lucignano d'Arbia, cieca da entrambi gli occhi (debolezza che si era trasmessa per li rami fino al suo nipote e mio padre ma da cui io vado esente - anche se per prudenza la pressione oculare me la controllo!), ma lucida come uno specchio lucido.

"Nonna, quando cade Pasqua fra tre anni?" "Il 30 marzo." "Quando cade la prima domenica di marzo?" "Il 2". Così, senza esitazione alcuna. Non so che algoritmo applicasse, se sapesse di epatta e fasi lunari: certo è che a differenza del nostro amico intelligente (AI) lei a casaccio non andava. Forse, mentre sgranava il rosario, recitava il calendario: ma allora avrebbe avuto una memoria di ferro! Arrivò a 99 anni, che è un buon obiettivo intermedio da proporsi: numero palindromo, ma soprattutto numero di Kaprekar (qui si imparano sempre cose utili), amata e accudita come Monseigneur Bienvenu dans son paradis de ténèbres.

Anche mio figlio ha conosciuto la sua bisnonna, Rosa, cioè la madre di mio padre, che lui chiamava "la nonna con le ruote", in conseguenza di un piede diabetico, con tutto quel che ne derivò (e anche da questa debolezza le insondabili leggi della genetica e dell'evoluzione mi hanno schermato, per non parlare del mutamento di costumi, che ci tiene alla larga dai glucidi). Certamente come nonna (per me) fu più agevole che come suocera (per mia madre): era il mio rifugio, come vi feci capire tempo addietro, la mia radice in Toscana, poi estirpata dal decorrere del tempo.

Già avrete capito dove voglio andare a parare.

Io non so quando vedrò i miei nipoti e se avrò sufficiente forza per godermeli (nel dubbio, proseguo con la sana prassi di ascoltare quasi ogni mattina correndo la rassegna stampa di Daniele: ove mai smettesse di tenerla, ne conseguirebbe un mio tracollo fisico, quindi abbonatevi al Tempo se tenete al vostro guru!), ma da un paio di giorni una cosa la so: non conosceranno il loro bisnonno. È andata così, in modo un po' imprevisto, ma con dignità e senza sofferenza. In questi casi, diciamo in caso di uscita, a capire che cosa è successo ci vuole un po', esattamente come nel caso opposto, in caso di entrata. In entrambi i casi si viene immediatamente distratti da una serie di contingenze pratiche mentre si transita su una nuova orbita, su un diverso livello di energia. Il messaggio è chiaro: cade l'ultimo diaframma fra me e la Verità (con la "l" minuscola, ovviamente). Ora sono io il decano.

L'ho detto solo al mio capo e al mio capogruppo (perché sono due amici e perché era meglio che lo sapessero), ma se da un lato a voi non voglio nasconderlo, perché in questi quindici anni abbiamo condiviso tutto, dall'altro ho tenuto la cosa riservata (quindi non l'ho detto agli uffici di assemblea, ecc.), per evitare che anche questo momento diventasse come le feste comandate un festival del servo encomio via WhatsApp. So chi mi vuole bene, e so anche perché (quindi so anche chi smetterà di volermi bene quando non conterò più un cazzo), so anche che voi non leggete questo blog (e come potreste, dato che non esiste?) ed è quindi inutile che vi esorti a tenere per voi questa condivisione che non c'è mai stata, onde evitare che chi non è di famiglia come voi (ma anche chi lo è o crede di esserlo come voi) mi intasi il cellulare, perché non serve a nulla.

Condivido solo un ricordo, che mi è tornato nitido in mente qualche sera fa, mentre cenavo con pregiati esponenti della classe dirigente di questo Paese che non riesce a volersi bene per quello che è (e che invece proprio per come è tanto affetto e cura meriterebbe). Nel discorso era caduto per vari motivi sui cui non mi dilungo il tema dell'identità nazionale (sembra strano, ma ci sono manager cui interessa...), e uno dei commensali ci raccontava la vita di suo padre, in qualche modo parallela a quella del mio: entrambi alti dirigenti in aziende pubbliche che gestivano e gestiscono servizi di rete (mio padre oggi verosimilmente sarebbe l'AD di FS Logistix), una vita in azienda, un orgoglio profondo di servirla, e per il suo tramite di servire quella Repubblica che loro avevano visto nascere. Il mio amico ricordava di quando l'azienda in cui lavorava suo padre aveva attraversato un momento di stress particolarmente acuto, e suo padre, che era già pensionato, il giorno dopo, in pendenza di emergenza, era uscito di casa ed era andato al lavoro per dare una mano. Ma la cosa strana non era questa: era che a quell'epoca, oltre vent'anni fa, il lavoro di decostruzione ancora non aveva frantumato la nostra identità, e quindi i suoi colleghi lo avevano lasciato entrare e si erano fatti aiutare, perché a quel tempo aver trascorso una vita nella stessa azienda, attraversando con varie responsabilità i vari livelli gerarchici e funzionali, veniva considerato ancora un valore aggiunto, una garanzia di competenza, non una macchia, una prova di scarso dinamismo, di renitenza alle sfide della globalizzazione, come lo considererebbe oggi un head hunter. Riflettevamo, grazie a questo ed altri episodi, su quanto fosse stato fatto in quella e in altre aziende per impedire che un certo patrimonio di cultura aziendale venisse riconosciuto e trasmesso come un valore, e su come si fosse preferito sacrificarlo a competenze asseritamente fungibili, un po' come sapere il greco, l'algebra o la geografia sono stati sacrificati sull'altare della pedagogia in un altro mondo, quello della scuola (dove la trasmissione del sapere costituisce l'oggetto sociale).

Queste considerazioni mi riportavano col pensiero a tante cene in famiglia, nel traverso fra gli Ottanta e i Novanta, in cui mio padre lamentava la calata dei consulenti, di questi estranei, ignari della materia, che si prendevano un pacco di soldi per venire a insegnare a lui e ai suoi colleghi, che sapevano benissimo farlo, il loro mestiere. Vedevo all'epoca l'entusiasmo di mia madre ogni volta che riattaccava questa geremiade (spero di non parlare troppo a SAR del mio lavoro: senz'altro, di occasioni per farlo non ne ho tante...), vedo ora qual era la posta in gioco: in nome della modernità, e del trasformare lo Stato in un Mercato che però paga come lo Stato (cioè poco), si stavano ponendo le basi per guadagnare "efficienza" trasformando una grande azienda in una scatola cinese di quasi 200 società (con altrettanti consigli di amministrazione, collegi sindacali, e organismi di vigilanza). Insomma: i "consulenti" stavano all'economia pubblica come i pedagogisti stanno all'istruzione pubblica. Stessa funzione, stesso risultato: mettere (fintamente) a mercato in nome di (finti) guadagni di efficienza, smantellando la nostra identità e la nostra cultura, saldamente fondata (un tempo) sul saggio principio rem tene, verba (et opera) sequentur.

Di questa, e di altre cose, avrei forse voluto parlare con lui ora che nel mio ruolo devo gestirne o subirne le conseguenze, ma ci sarà senz'altro tempo di farlo con calma. Aveva iniziato la sua vita dove vorrei terminare la mia, in campagna, e l'ha terminata come spero di terminare la mia, dimenticandosi, nel sonno, di respirare. 

Non preoccupatevi di me, e, soprattutto, tenetelo per voi...


(...intanto, al convegno del Dipartimento economia che si svolgerà il 27 maggio a Roma parleremo anche di capitalismo di Stato, perché è così che funziona dove le cose funzionano...)

lunedì 4 maggio 2026

Refusi

Baio inviata, contratto discusso, approfitto del fatto che siete caldi per chiedervi una cortesia che forse vi ho già chiesto o mi avete già fatto: potreste indicarmi quali refusi avete riscontrato nella vostra copia? Sarebbe meglio se indicaste anche il numero della ristampa, perché qualcuno potrebbe già essere stato recuperato in ristampe successive.

Per darvi un’idea, vi metto qui quelli che sono emersi a una mia prima rilettura (non ancora terminata):


A pagina 69, ultimo capoverso: “è lo specchio contabile ed economico di quello dell’altro “.


A pagina 81, ultimo capoverso, punto esclamativo dopo “anzi”.


A pagina 87, primo capoverso: “dopo la sganciamento” va corretto in “dopo lo sganciamento”.


A pagina 88, seconda riga, inserire “qualcosa” prima di “non torna”. 


A pagina 89, chiudere la seconda riga con un punto esclamativo. Conseguentemente, mettere la maiuscola a capoverso.


A pagina 90, quart’ultima riga, sostituire “accetti” con “Accetta“.


A pagina 133, primo capoverso, manca la fonte bibliografica della citazione di Prodi (2001).


A pagina 134, valutare se sostituire al paragrafo “il romanzo di centro e di periferia” la sua versione più colorata pubblicata nel blog.


A pagina 138, e in eventuali luoghi simili, valutare se sostituire o citare in nota la versione finale pubblicata di studi di cui il testo originale cita la versione working Paper (nel caso specifico quello di Reinhart e Sbrancia, 2011, pubblicato successivamente).


A pagina 145 prima riga, scrivere “secondo cui”.


A pagina 157, terzo capoverso si parla dell’approvazione del Six Pack a marzo 2011, ma in realtà mi sembra che sia stato approvato a novembre 2011.


A pagina 236, primo capoverso, si parla di “tassi di cambio effettivi bilaterali”, ma in effetti si dovrebbe parlare di “tassi di cambio reali bilaterali”.


A pagina 247, primo capoverso, risolvere il riferimento bibliografico eliminando la nota a pie pagina.


Grazzie!

La transizione verde e quella digitale sono incompatibili

(...sempre sul filone delle cose che non entrando in testa entreranno altrove...)


Qualcuno (credo fosse un alchimista, insomma, un ciarlatano, un cultore delle pseudoscienze) lo aveva detto tempo addietro. Gli OI 'ndernescional non pare se ne siano ancora accorti. Il loro problema infatti è: "Ma che ci facciamo con tutta questa potenza di calcolo?" Domanda pertinente, ma lievemente subordinata rispetto alla domanda fondamentale: "Dove troviamo l'energia necessaria per farla girare?"

Guardiamo il bicchiere mezzo pieno (o rotto, se volete): se anche "gli idioti di Düsseldorf" imboccano la strada dell'AI, questa è la smoking gun che si tratta in effetti di una bolla, vent'anni dopo quella dei subprime! Abbiamo trovato qualcuno cui lasciare il cerino in mano, e sarà, come al precedente giro di valzer, l'Eurozona (vedo sfide ma anche opportunità...).

Che di bolla si tratti, del resto, ce lo hanno detto in tutte le salse Daniela Tafani e Juan Carlos De Martin (potete trovarvi i loro interventi sul sito di asimmetrie.org), e, udite udite, se n'è accorto perfino Servaas Storm, che per quanto sia un negazionista dell'euro (e per questo molto simpatico a tutti quelli che vogliono salvare la sinistra dalla vergogna di aver sponsorizzato un progetto di deflazione salariale), non è certo un cretino, come questo suo divertente pezzo sulla teiera di Russell dimostra (per noi non è una novità: è come sempre la sinistra che arriva dove Goofynomics era un paio di anni fa...).

Come disse il merlo al tordo, quando salterà questo tappo (cioè quando l'esercito statunitense deciderà di non sovvenzionare più questa industria, se deciderà di farlo: ma a un certo punto si raggiungeranno i rendimenti decrescenti anche qui, no?) vedrai che l'ultima delle nostre priorità saranno le girandole o i pannelli cinesi...

Nun je g'entra...

Che in marchiciano (sic) significherebbe: non gli entra.

Dove? 

Fate un po' voi! Nonostante la mia esauriente spiegazione, siamo già a due bloccati. E questo ci rinvia all'eterno tema del ruolo delle opere nella salvezza dell'anima. In teoria dovremmo essere cattolici da queste parti, ma vedo una certa sfiducia nel ruolo delle opere...

(...non gli entra nel senso di "in testa non gli entra". Sapete poi come va a finire. Goofynomics è un blog salvavita, o almeno salvaterga...)

(...poi ve sblocco, calma. Quando mi ricordo...)

Urge baio

Sì, la baio, sapete quella cosa che i cretini nella cloaca massima intasano di bandierine, dopo averci affastellato scintillanti qualifiche awanagana precedute dall'immancabile "father of two"?

Ecco.

Ovviamente serve (e di corsa pure) anche all'editore (questa cosa sta diventando la novella dello stento), per i suoi stessi venali scopi (convincere una serqua di piddini a distribuire il Malleus piddinorum, che è un po' come aprire una rivendita di aglio di Sulmona in Transilvania). Sarebbero 600 o 700 battute. Quella della prima edizione ve la rimetto qui:

Alberto Bagnai è nato a Firenze e si è laureato in Economia alla Sapienza di Roma, dove ha conseguito il dottorato in Scienze Economiche. È professore associato di politica economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara. Si occupa di economie emergenti e della sostenibilità del debito pubblico ed estero e ha pubblicato saggi su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Il suo blog goofynomics.blogspot.com è diventato un importante punto di riferimento per l’analisi della crisi dell’Eurozona.

(sono 555 battute).

Che dite? Qualcosa credo che bisognerà aggiungere. Mi ci metto, se potete fatevi venire qualche idea anche voi.

Addendum delle 12:17

Scusate, vi propongo questa:

Alberto Bagnai, nato a Firenze, ha conseguito il dottorato in Scienze Economiche alla Sapienza di Roma ed è professore associato di politica economica all’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara. Si è occupato di sostenibilità del debito pubblico ed estero e di economia europea. Al culmine della crisi dell’Eurozona ha aperto il blog goofynomics.blogspot.com e pubblicato “Il tramonto dell’euro”, che si sono imposti da subito come importanti riferimenti nel dibattito sull’Unione Europea, portandolo nel 2018 ad affiancare all’esperienza accademica quella parlamentare. Attualmente presiede la Commissione bicamerale di controllo degli enti previdenziali.

Vediamo chi capisce perché non la toccherei...