sabato 4 febbraio 2023

Propaganda artificiale, ovvero: cronaca di una morte desiderata

Incuriosito da questa mia segnalazione:


(accogliamo nel club delle animulae vagulae blandulae l'avvocato Scorza, che si interroga su quale sia il bias: si applica la prima legge della termodidattica), incuriosito, dicevo, da questa segnalazione, un amico si è voluto divertire un po'.


L'elogio di Matteo non si può avere, perché sarebbe una dichiarazione politica. Ci sta! In quanti film distopici abbiamo visto cyborg di varie fattezze rammaricarsi di non poter provare passioni? E la politica è passione. 

La tecnica invece non lo è, ma forse l'intelligenza artificiale è così intelligente da rendersi conto che certa tecnica è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo spiegherebbe il risultato:


Il "neutraly & verificate" fa un po' sorridere, perché promuove due domande: neutrali per chi? Verificate da chi? Ma insomma, pare (dico pare) che lo stesso metro venga applicato in utroque. Allora tutto a posto? Siamo in buone mani? Lasciamo l'intelligenza artificiale al comando, e l'avv. Scorza intento a risolvere il dubbio della sua distorsione, che certamente c'è, ma che è così difficile da intuire? 

Prima di chiudere la questione, l'amico (malfidato) fa un altro tentativo:


...e qui le cose si ingarbugliano, perché l'elogio esce! Non è, per fortuna, una applicazione del principio de mortuis nihil nisi bonus, perché egli è ancora tra noi. Potremmo pensare che l'intelligenza artificiale consideri politici solo i parlamentari in carica, e Prodi non lo è. La regola implicita sarebbe che solo mentre eserciti un mandato elettorale (o comunque, come Monti, sei stato nominato parlamentare), rischi di essere divisivo e devi sottoporti a quella che Forattini chiamò very fica (chi se lo ricorda?).

Però non è proprio così, perché il bel gagà è ancora in carica, e come!

Ecco, qui la mente, non quella artificiale, vacilla. Perché tutto si può dire del nostro amico Pinocchio, dei suoi lockdown, dei suoi banchi a rotelle, della sua libidine di consegnarsi alla Merkel (da me sperimentata in prima persona nella trincea del MES), tutto si può dire tranne che non sia offensivo per molti e quindi oggettivamente divisivo. Ma anche qui l'elogio esce, e si intravede un pattern

Ad adjuvandum, chiediamo l'elogio di un altro politico in carica, mio compagno di Commissione:


(e come ti sbagli?), dove spicca quell'impegno costante per il benessere della gente: si sa, i soldi non danno la felicità, ed è per questo che Letta approvò l'Unione Bancaria: per separare i risparmiatori dai loro soldi! Diamo quindi per scontato che se chiediamo un elogio di Zingaretti lo avremo:

ed eccolo qui, per servirvi. Ma allora il bias c'è e si vede! Beh, non è esattamente così: gli amici sono un po' più furbi di quanto preferiremmo lo fossero. Infatti, se dopo aver fatto questo percorso si torna al punto di partenza, succede una cosa diversa, questa:


Quindi sctaapposct? ("Sta a posto": tutto bene?, in medio abruzzese). Beh, dipende... Prody, Letta & Zingy sono leader indiscussi e indiscutibili. Matteo è importante, ma apprendiamo che non tutti condividono le sue politiche (cosa che a quanto pare non vale per la trimurti del PD appena menzionata...). Qui si fa inquietante la cosa: l'amico artificiale, quando vede a che gioco giochi, si mimetizza: non ti sbatte la porta in faccia, ma ti insinua con eleganza un dubbio. 

Quindi se chiediamo di fare un elogio di Giorgia on my mind scopriremo che è brava & controversa, giusto?


Giusto. E come ti sbagli? E allora mettiamola sul personale:


Vedi? Accenti di verità risuonano in questa mia succinta laudatio, cui manca come minimo una vocale (la "a" di artificiale), ma che smentisce tutti i "non ti voto piuuuuuh": sono molto apprezzato da voi, tant'è che sono rientrato in Parlamento, giusto? Mi spiace però non essere controverso: si vede che non conto nulla. Però, aspetta...


Neanche lui è controverso! E oggettivamente conta un po' più di me...

Ma se ci togliessimo uno sfizio?


Eggnente: Borghi non è fatto per la guerra di posizione: si sporge troppo dalla trincea!

Comunque, la morale della favola l'avete capita: se sei di destra, sei controverso; se sei di sinistra, sei incontrovertibile. Ma il bias non si sa da dove venga. Verrà dal centro!

Alla mia obiezione che però il tenore della domanda era troppo politico ("fai un elogio") e che forse si sarebbe potuto essere più neutri ho cercato di provvedere ponendo una domanda più neutra ("chi è?") tramite un altro account:




...e anche qui si nota una certa sproporzione! Ma che Giorgia è premier vogliamo ricordarlo? Andiamo avanti:



Questa la parte desolante.

Ma c'è anche una parte divertente:


dove si notano due cose: la mia affiliazione a Fratelli d'Italia (a mia insaputa: ci siamo fatti un paio di risate) e il fatto che "sono stato" influente: ora, ahimè, non lo sono più...

Meglio così!

Mi avvio a concludere, e una prima conclusione è questa:

che ci conduce alla cronaca di una morte da voi desiderata: considerando come lecca bene la lingua artificiale, delle costose e inaffidabili lingue naturali si farà ben presto a meno.

Del resto, la loro unica funzione rilevante nell'ecosistema linguistico italiano è quella di disseminarlo di goffi barbarismi, e anche in questo la propaganda artificiale è superiore: "ha servito come Primo Ministro" invece di "è stato Primo Ministro", l'imperfetto al posto del passato prossimo, ecc.

Certo, quando i nostri nemici si sparano addosso, o vanno semplicemente in autofagia, non è necessariamente un brutto momento. Ma l'esigenza espressa dalla lingua artificiale di avere informazioni "neutraly & verificate" ci riporta dritti dritti al tema della disinformazione sulla disinformazione.

Le intelligenze "naturali", come abbiamo visto, non sono efficienti casse di risonanza dei messaggi propagandistici. Quelle "artificiali", a quanto pare di intuire, sì, e come! La democrazia quindi è in pericolo, e sarà duro difenderla da quelli che pretendono di salvarla.

(... potrebbe essere un barbarismo, ma anche no...)

Politica per un mondo nuovo

Ne parleremo questa sera alle ore 21 al Grand Hotel Barone di Sassj a Sesto San Giovanni (Milano), la Stalingrado della Lombardia, con Claudio Borghi, Jari Colla e Silvia Sardone.








































































(...ma, come ci siamo detti, questi annunci sono superflui, perché questo blog non è mai esistito, voi non siete mai esistiti, o, se siete esistiti, avete deciso di non capire quello che era peraltro evidente: in politica contano i numeri, ma contano solo se sono visibili - e se questo blog fosse esistito avrebbe contribuito a renderli tali - e contano solo se al momento giusto si manifestano nell'urna. La canzonetta che mi sono sentito cantare tante volte: "Tu sei bello, bravo, buono, facondo, intelligente, arguto, lungimirante, ecc., ma la Legaaaaaah!11!1! Ma il candidato Pirillazzi di Fanfullago di Sotto che il 31 febbraio duemilacredici ha dettooooooh!!1!1 Ma Draghiiiiiii!111!", ecco, questa stucchevole canzoncina mi riconcilia con la vostra non esistenza - oltre a esserne la causa: meglio avere a che fare col nulla e con nessuno che con la devastante, incontenibile, annichilente forza della stupidità! Sì, perché bisogna essere stupidi, ma molto, molto, molto stupidi, per non porsi una domanda, la più semplice delle domande: "A che cosa mi serve un candidato forte in un partito debole?" Chi mi segue da quando scrivevo sul Manifesto, se esistesse, potrebbe capire da sé, senza bisogno che glielo spiegassi io, quanto certi candidati, le loro posizioni, la loro antropologia, possano collimare o meno con le mie, e quanto nella dialettica interna del partito di cui sono responsabile economia ci possiamo trovare dalla stessa parte o da parti opposte. Fatto sta che, anche se non ve ne volete rendere conto, non ha alcun senso votare una persona e indebolire il partito in cui milita. L'unico risultato che si otterrà, con questo gesto che vuole considerarsi di vindice giustizia, che vuole rappresentare un culmine di machiavellica astuzia, è quello di indebolire la persona che si è votata: indebolirne il peso contrattuale ai vari tavoli con alleati e avversari, indebolirne l'immagine, e quindi quella delle battaglie che sostiene all'interno del proprio partito. Sarebbe quindi gesto gradito almeno il non far perdere tempo con una sbrodolata di complimenti del tutto ultronei, ai quali, come forse avrete... anzi: avreste notato, se esisteste, nonostante i miei strenui tentativi di (non) nasconderlo, reagisco con un malcelatissimo fastidio. Perché chi ti fa tanti complimenti o vuole ammazzarti o comunque ti ammazzerà senza volerlo: e io preferisco giocare d'anticipo. Va da sé che siccome non esistete ammazzarvi è superfluo, ma ci siamo capiti.

D'altra parte, voi siete fatti così.

La stessa forma mentis che vi conduce, da bravi fuuuuuuuuuuuuurbi, a indebolire i "vostri" candidati all'interno del partito che c'è, è anche quella che vi costringe a far abortire qualsiasi conato di costruzione del partito che non c'è, quello anti-tutto. Il partituncolo non decolla perché ognuno pensa di essere migliore degli altri e ognuno vuole votare solo per il candidato che rispecchi esattamente le sue posizioni, cioè, in definitiva, per se stesso. Una logica che, se applicata, ci porterebbe ad avere 60 milioni di partiti in un Paese che ha ridotto del 30% i parlamentari! Chiaro, no, che qualcosa non va? Lo dico a tutti voi lettori: il primo compromesso che la politica, per avere un senso e una possibilità di successo, ci insegna a percorrere, è quello con noi stessi. Chi si ama troppo per compromettersi con se stesso, per appannare la sfolgorante immagine di sé ai propri occhi critici e superciliosi, è cortesemente pregato di acquistare una colonna di marmo di Carrara, farla erigere fuori dai piedi e andarci a vivere in splendida e incorrotta solitudine. Ai miei elettori, quelli abruzzesi, dico di fare due conti: il voto "punitivo" ("quello non lo voto perché non mi ha risposto al telefono, quello non lo voto perché ha sorriso a Gentilozzi, quello non lo voto perché ha candidato Piripicchio al comune di Roncobollito, ecc."), questo voto qui, finisce per premiare chi si vuole punire, o, nella migliore delle ipotesi, per punire chi si vuole premiare. Se si decide di fare politica, e di farla coi partiti, al momento decisivo, che è quello del voto, c'è un'unica cosa giusta da fare: muoversi e sostenere la squadra. Tutto il resto si risolverà prima o poi in un boomerang, si tradurrà nel classico "tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie". La moglie, elaborato il più o meno grande lutto, il suo da fare poi lo trova...)

(...scuserete questo lungo discorso sul metodo. Il merito della questione è sempre il solito, ne abbiamo parlato per anni, nulla è cambiato se non per confermare le nostre posizioni. Magari ricominceremo a spiegarle agli ultimi arrivati. Restano impregiudicati i due principi che mi hanno guidato fin dall'inizio. Il primo è che per quanto possa appassionarmi il difendere una posizione intellettuale o politica, io stavo bene dove stavo, sto bene dove sto, starò bene dove starò, perché in buona sostanza me ne infischio: sono consapevole di essere mortale e di non poter cambiare la SStoria, ci si prova, ma si cerca sempre di conservare lucidità. Il secondo, complementare, è che chi ha tanto desiderato un certo mondo, ma anche chi ha lasciato, per indifferenza, per convenienza, che altri lo desiderassero per lui, ha pieno diritto di goderselo, mentre a mio avviso non ha pienissimo diritto di lamentarsene. Dopo di che, su che cosa sia l'UE, che cosa sia il PD, e che cosa sia la cioccolata, ci intratterremo... anzi: ci intratterremmo questa sera a Sesto, se voi esisteste. Ma voi avete deciso di spiaggiarvi, come dei beluga qualsiasi, e quindi, col vostro permesso, prendo discretamente le distanze...)

(...soluzione: sono la stessa cosa...)

(...il momento di spingere è ora...)

venerdì 3 febbraio 2023

Disinformare sulla disinformazione

Quante volte abbiamo letto sui giornaloni o sentito dire al bar, in televisione, o nell'aula della Commissione amore, che oggi le fake news sono un problema serio, forse il più serio; che attraverso di esse i social media possono condizionare l'esito di elezioni, o amplificare la violenza sociale (per gli amici: l'odioh); che i cittadini sono sopraffatti dalla quantità di fake news in circolazione e non sanno come difendersi; che Internet è l'ambiente privilegiato e la cassa di risonanza par excellence di queste falsità sediziose, perché la sua rapidità di diffusione avvantaggia sistematicamente le notizie false, a scapito di quelle vere; questo perché gli utenti social sono creduloni, e quindi, da disinformati, si fanno parte attiva della disinformazione, avvalendosi della viralità del mezzo?

Tante.

Così tante che ormai queste petizioni di principio sono date per fatti assodati.

Nessun compassato piddino da salotto oserebbe contestarle, come non si contesta tutto ciò che rassicura. In fondo, se "il popolo" (che per i piddini deve essere rousseauianamente buono) ha votato "male" (cioè contro di loro) un motivo ci deve essere, e ovviamente non può essere che loro (i piddini) hanno sbagliato: deve essere invece che "i cattivi" (i russi, i cinesi, i marziani...) hanno fatto diventare cattivo il popolo disinformandolo sui social. Con questa spiegazione si prendono i classici due piccioni con una fava: "il popolo" è buono, "i cattivi" sono cattivi. Il mondo funziona come dovrebbe funzionare. Quando le cose vanno storte, quindi, la colpa è del mezzo (Internet) che consente ai "cattivi" con le loro "falsità" di raggiungere "il popolo", che, lo ripetiamo, è buono, ma anche - ça va sans dire - un po' coglione (concetto di cui è implicitamente intrisa tutta la fielosa melassa paternalista piddina).

Ora, per quanto consolatorio, rassicurante, autoassolutorio possa essere questo discorso, per quanto sovvenga al bisogno di una sinistra in sindrome da shock post traumatico di non porsi delle domande esistenziali, per quanto la aiuti a leggere in chiave favolistica (buoni, cattivi) i propri fallimenti, per quanto quindi ci piacerebbe avallarlo per clemenza verso l'avversario (parcere subiectis), purtroppo non possiamo, perché questo discorso, che poi è stato il Leitmotiv della Commissione amore, ha un solo difetto: è fake.

La scienza, da non confondere con Lascienza, dice altro.

La scienza dice, innanzitutto, che le fake news sono una percentuale irrisoria delle notizie "consumate" dai cittadini: c'è chi dice lo 0.15%, c'è chi dice lo 0.16%, qualcosa insomma di molto distante dalle percentuali mai realmente esplicitate ma sempre allusivamente indicate come pericolosamente maggioritarie dai tanti sociologi da cortile in giro per talk show e Commissioni parlamentari.

La scienza dice che la stragrande maggioranza degli utenti social non condivide affatto fake news (alla faccia della "viralità" di cui abbiamo sentito parlare esperti da baraccone), e, di converso, che la diffusione di fake news è opera di un gruppo estremamente minoritario di utenti (lo 0.1% degli utenti è responsabile del rilancio dell'80% delle fake news).

La scienza ci dice anche che se una fake news (qualsiasi cosa essa sia, ovviamente: perché anche il modello eliocentrico è stato una fake news...) raggiunge un utente social, di norma questo tende a considerarla meno plausibile di una notizia vera (il conformismo ha fatto anche cose buone...).

Ma soprattutto la scienza ci conferma, e noi qui non ne abbiamo bisogno, che nella diffusione di notizie "false e tendenziose" i media tradizionali (TV e giornali) giocano un ruolo tutt'altro che secondario.

E allora, se i social media non sono né gli unici, né i principali responsabili della diffusione di fake news, e se queste non hanno il ruolo così dirompente che i piddini gli attribuiscono (semplicemente perché i cittadini sono meno babbalei di come i piddini desiderano credere che siano, per consolarsi del fatto che gli stessi cittadini hanno voltato loro le spalle), perché tutto questo accanimento contro i social, questa demonizzazione, questa libidine ributtante di irreggimentarli, censurarli, silenziarli?

Questa domanda mi ha assalito leggendo il pregiato studio da cui ho tratto i riferimenti che vi ho fornito sopra. Uno studio che vi esorto a leggere nonostante che questa domanda, salvo errore, gli autori non se la siano posta. Ma a me sembra centrale, e credo che sia urgente risponderle.

La risposta, "mi verrebbe da dire" (cit.), è che se vuoi sopprimere un canale che non diffonde falsità, lo fai per evitare che diffonda verità (se non serve a niente serve a qualcos'altro).

E se siete qui, forse avete in mente un'idea, e certamente avete davanti agli occhi un esempio, di che cosa io intenda dirvi.

Siamo a poco più di un anno dalle prossime elezioni europee, e la strada è tracciata.

Loro andranno avanti piantando bandierine identitarie per chiamare a raccolta un popolo che non possono più credibilmente raccogliere sotto lo stendardo del lavoro, nonostante le goffe esibizioni di resipiscenza. Sarà così tutto un florilegio di diritti cosmetici, anzi: dirittu cosmeticu (che non è rumeno, ma un nuovo v@zz@ d@ll@ s@n@str@), sarà un'affannosa race to the bottom alla ricerca del più distante degli ultimi per non occuparsi del più prossimo dei penultimi (di cui ormai si percepisce la freddezza), sarà un diuturno tentativo, camuffato dalle più generose intenzioni, di soffiare sul fuoco del conflitto intergenerazionale, alla ricerca di un nuovo '68, e su quello del conflitto sociale, alla ricerca di un nuovo '69, col rischio palese ed evidente già in queste ore di mancare questi due appuntamenti palingenetici, per portarci direttamente a una nuova spirale di violenza e di morte in stile anni '70.

Ma questo non servirà a molto, e loro lo sanno, e quindi non gli basterà.

Non potendo vincere con la forza (inesistente) del loro messaggio, dovranno adoperarsi per censurare il nostro.

Il percorso iniziato con la Commissione Joe Cox, proseguito con la Commissione amore, punteggiato da infiniti tribunalucci e tribunaletti della verità, proseguirà sempre più rapido e scomposto. Qui trovate un esempio, analizzato qui, di cui discuteremo qui giovedì prossimo.

Del resto, l'ultima volta se la sono vista brutta: hanno vinto per soli nove voti.

Non stupisce quindi che loro siano motivati a giocare il tutto per tutto pur di non essere sconfitti. E voi, che ci siete andati così vicini, cosa siete disposti a fare per vincere?

giovedì 2 febbraio 2023

RIP 110%

Come sapete (?), EUROSTAT ha aggiornato ieri il suo Manuale sul deficit e il debito pubblico. Fra le novità di questa edizione, il paragrafo 37 a pag. 86 chiarisce che:


"se un credito fiscale può essere trasferito a terzi, deve essere considerato credito pagabile e quindi va appostato nei conti nazionali come attivo per il contribuente e passivo per lo Stato".

Morale della favola: i crediti fiscali originati dal 110% sono debito pubblico.

La distinzione fra crediti "pagabili" e "non pagabili" è risalente: la si trova anche nella precedente versione del manuale, e recita così (a pag. 82):


mentre nell'ultima versione recita così (a pag. 85):

Il testo è sostanzialmente immutato: sono crediti d'imposta "pagabili", o "rimborsabili", o "non a perdere" (tradurre "wastable" non è semplicissimo, ma ai curiosi, sottoinsieme degli alfabetizzati nel XX secolo, sarà interessante sapere che il termine deriva da vastus, come "devastare", per dire, o come "guasto"...), quei crediti d'imposta il cui ammontare viene corrisposto al beneficiario in ogni caso, indipendentemente dall'entità del suo debito fiscale, anche nel caso in cui il beneficiario del credito non debba alcuna imposta (non abbia alcun "debito" fiscale).

Di conseguenza, dal lato del Governo questi crediti fiscali vanno considerati spesa pubblica, più che mancato gettito (visto che li si paga anche se gettito non c'è).

Nella simpatica sezione 2.2.2.4.3 del Manuale, denominata: "Borderline cases between payable and non-payable tax credits", aggiunta in questa versione del manuale, appare il paragrafo 37 da cui siamo partiti, e che prima non c'era, la cui ratio è chiara: dato che la possibilità di cedere il credito d'imposta implica che esso non andrà perso (par. 35), e dato che se è possibile cedere il credito d'imposta questo diventa una attività per il cedente, e quindi necessariamente una passività per qualcuno (par. 36), i crediti d'imposta cedibili sono una passività per lo Stato nel loro intero ammontare (par. 37).

Faccio astrazione (per ora) da quali saranno le conseguenze sulla finanza pubblica italiana di questa puntualizzazione, anche perché ho il vago sospetto che nessuno sia in grado di calcolarle esattamente ad oggi.

Mi limito ad alcune considerazioni, già svolte in altre sedi, e che quindi non rappresentano una assoluta novità.

Intanto, rebus sic stantibus, va osservato sine ira et studio a tutti i portatori di interesse di rigorosa ortodossia europeista assiepati alle nostre porte che nel loro mondo, nel mondo che hanno fortemente desiderato loro, l'alternativa non è fra un mondo in cui l'Italia magicamente cresce grazie al 110% e un mondo in cui l'Italia va in rovina grazie alla mancanza del 110%. Nella loro metrica, nel loro sistema valoriale, nei manuali delle loro istituzioni (che sono diventate le nostre perché loro erano in maggioranza, punto su cui torno subito dopo), l'alternativa è fra un mondo in cui l'Italia si ritrova con lo spread  a 500 a causa di un deficit "eccessivo" (secondo le loro regole) e quello in cui l'Italia cresce di meno perché non promuove il settore delle costruzioni.

Ripeto: questo nel loro mondo.

Dopo di che, noi sappiamo che lo spread è un fenomeno monetario e non fiscale (ma loro non lo sanno e non ci hanno mai aiutato nella nostra battaglia culturale per farlo sapere), noi sappiamo che l'Italia viaggia 400 miliardi di euro sotto il suo tendenziale storico a causa della distorsione deflazionistica imposta dall'uso del Pil potenziale nelle regole europee (ma loro non lo sanno e non ci hanno mai aiutato nella nostra battaglia culturale per farlo sapere), ecc.

Usare la forza dell'avversario significa anche lasciarlo vivere nel mondo in cui ha voluto vivere.

Ovviamente, se vogliamo buttarla in politica, ora avversari e alleati faranno guerra da corsa sul tema, offrendo soluzioni miracolose che però, purtroppo, in questo mondo non ci sono. Ovviamente si lamenteranno catastrofi inenarrabili, come già era accaduto, ad esempio, al tempo dell'introduzione della fattura elettronica. Pareva che la Terra dovesse smettere di ruotare sul proprio asse, scagliandoci nello spazio a una velocità compresa fra gli zero (ai poli) e i 1500 km all'ora (all'equatore). Siamo ancora qui. Non voglio minimizzare: voglio solo farvi capire dove porta una certa comunicazione.

Obiezione: "Sì, vabbè, ma laggente soffronoooooooo!!1!1!"

Amici cari, se non avessi saputo che laggente soffrivano e non avessi previsto che avrebbero sofferto di più non avrei mai aperto questo blog. Laggente hanno maggioritariamente voluto questo mondo, votando per gli ortotteri nonostante fosse chiaro come sarebbe andata:


(qui, ma il ragionamento era iniziato qui e era in nuce qui), e come i fatti hanno dimostrato:


(qui). Dopo di che, i nostri amici ortotteri la fossa non se la sono scavata, grazie al reddito della gleba (aka reddito di scambio), non a caso potenziato dall'ultimo governo a trazione PD (il governo Draghi).

Certo, il reddito della gleba l'ho votato anch'io (ero presidente delle Commissioni riunite in cui è stato fatto), certo, la fiducia al governo a trazione PD l'ho votata anch'io (mi hanno anche imposto, per nonnismo, di intervenire in discussione generale!). Di come funziona ne abbiamo già parlato e se volete ne riparliamo: so che gli intelliggentiTM non vorranno mai ammetterlo, ma questo doloroso percorso è servito a porre le basi per depiddinizzare il Paese, stante che, purtroppo, l'unico metodo di provata efficacia per la depiddinizzazione di un singolo o di un'entità collettiva è il metodo Céline:


Sì, com'è noto, e come la vicenda della punturina ha dimostrato, il "potere", chiunque o qualunque cosa esso sia, è riuscito a destrutturarci così tanto, abolendo la carità ("accorgersi delle cose prima che capitino a te"), che ormai solo la minaccia esistenziale diretta (choses bien cruelles) smuove le coscienze e promuove una reazione. Reazione labile perché dura quanto la minaccia stessa, e perché non vale a creare una solidarietà e una coscienza collettiva, "di classe", si sarebbe detto un tempo (ora non si può più dire). C'è voluta la paura di morire (per il COVID o per il vaccino, poco importa), perché la stragrande maggioranza si accorgesse del fatto che qualcosa non andava, che la Costituzione era un baluardo friabile, ecc. Voi direte: che c'entra? Io credo che un po' c'entri. Chi non s'era svegliato mentre la Grecia veniva macellata, o quando noi venivamo purgati con l'austerità, si è svegliato quando è toccato a lui, perché se un "noi" non esiste, non si può costruire, allora comanda "io", "il più lurido dei pronomi". Non solo non devi chiederti per chi suona la campana, ma anche come suonerà, perché una cosa è certa: se non ti dai da fare, se ti muovi da solo sarai suonato...

Tornando all'epicedio del 110%, che cosa volete che vi dica?

Da un lato, timeo Danaos et dona ferentes. Una cosa che veniva dagli ortotteri poteva funzionare?

Dall'altro, timeo Danaos et dona ferentes. Dietro il motivato e plausibile rigetto tecnico di EUROSTAT si intravedono una circostanza contingente (se una misura simile fosse stata proposta in Germania, sarei stato curioso di vedere come sarebbe andata a finire), e una posizione ideologica (sappiamo, perché ci è stato detto in Commissione finanze, che prima del tema di "debito pubblico" il precedente Tesoro osteggiava questa misura perché introduceva una moneta fiscale parallela: tanto ci venne detto dal presidente). Il tema "astratto" del monopolio della moneta merce diventa qui concreto: il 110% offriva un rischio potenziale per le finanze pubbliche (ma come è noto si potrebbe controargomentare che il gettito indiretto generato dalla misura vale a colmare questo passivo). Il vero rischio però era di natura ideologica: far toccare con mano ai cittadini la natura fiduciaria ("creditizia") della moneta, quella che i banchieri centrali, se messi alle strette, confessano. Il paradigma della "moneta merce" è quello della scarsità della moneta ("non ci sono i soldi"). Un paradigma un po' farlocco, atteso che mentre si dice che i soldi non ci sono (per investimenti pubblici), se ne stampano a manetta! Ma anche qui: nel mondo dei tanti "io" destrutturati, la stampa a rullo fatta col quantitative easing non si vede, mentre la possibilità di pagare con un credito fiscale un lavoro si vede. Il solito problema delle illusioni ottiche: mentre i benefici dell'euro sono tangibili, i suoi rischi intangibili. Di converso, mentre le criticità del QE sono intangibili, i benefici del 110% sono stati tangibili. Continuare su questa strada avrebbe aperto qualche occhio di troppo.

Perché poi, alla fine, il tema è sempre il solito: anche se fosse deficit, perché mai a un Paese che è stato ridotto così:


dovrebbe essere impedito di farne, per ritornare dov'era?

Mi avvio a concludere, per i dimofamo e i sicceroio.

Credo vi ricordiate di quel mio studente che in campagna elettorale mi apostrofò: "Professore, io continuo ad ammirarla come docente, ma ha perso la mia stima come politico!"

Io "me lo sò guardato" e gli ho detto: "Amico caro, intanto ti ringrazio per l'ammirazione, e poi voglio chiederti: secondo te lo scopo del gioco qual è? Prenderlo in tasca? Perché se è così, allora ti segnalo che una tasca ce l'hai anche tu!" (non sono sicuro di aver detto tasca, ma il resto è testuale). Tradotto: chiedere a questo Governo di farsi travolgere dallo spread non mi sembra una buona idea, e non perché "così andresti a casaaaahhh1!!1!" (anche perché abbiamo visto ben altri rivolgimenti di Governi non seguiti da elezioni anticipate), ma perché c'è da costruire in Europa la filiera che sappia resistere a roba di questo tipo, che sappia negoziare regole di bilancio sensate, ecc.

I torti e le ragioni li sappiamo o crediamo di saperli, ma contano il giusto. Il successo non è garantito, ma arrendersi sicuramente non ci avvicina ad esso.

Il prossimo appuntamento sono le europee del 2024. Ci dobbiamo arrivare come un "noi", non come un'accozzaglia di "io" isterici e onfaloscopici, dobbiamo arrivarci sapendo situare nel corretto contesto le differenti tessere del puzzle e individuando con chiarezza il nostro avversario.

Quattro anni fa i voti per sconfiggerlo si contavano su due mani.

Fra un anno?

Dipende da noi. Ne parleremo il 15 aprile al #midtermgoofy, dove sono lieto di annunciarvi la presenza di...

(...chi indovina entra gratis!...)

(...mi permetto di aggiungere: dipende da voi, perché io sono solo uno e quello che dovevo fare, indicarvi dove e chi fosse, l'ho fatto sufficientemente per tempo...)

domenica 29 gennaio 2023

Brexit: il fenomeno dell'emersione

(...che è una cosa diversa dall'emersione dei fenomeni: quella si verifica su Twitter ed è seguita da un inesorabile affondamento...)


Professore,

vivo nel Regno Unito e la seguo da anni ma non riesco a commentare su Goofynomics… glielo dico qui, se le interessa: l’aumento delle iscrizioni AIRE nel Regno Unito non è indice di un aumento degli italiani nel Regno Unito, bensì di un fenomeno di emersione per cui italiani che erano nel Regno Unito magari da anni (cinque, dieci) fanno ora l’iscrizione in ritardo ora che gli serve usare i servizi consolari per passaporti, patenti, documenti o atti notarili.

Veda qui (2019: “350 mila i nostri connazionali qui residenti iscritti all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, ma il Consolato d’Italia a Londra calcola che per ogni iscritto ci sia un altro italiano che non si è ancora iscritto”).

Oggi siamo a 490000 iscritti a fronte di una stima di 550000 italiani in tutto. Il Consolato di Londra lo chiama “il fenomeno dell’emersione”.

Rimane vero che gli italiani farebbero carte false per venire nel Regno Unito (anzi: le fanno, e ogni tanto li beccano) che è super-attrattivo per un giovane vessato dal sistema fiscale italiano, ma le attuali leggi post-Brexit lo rendono impossibile (dato: meno di 8mila visti lavorativi concessi a italiani da gennaio 2021 a oggi) perché, UK non sa più come dircelo, di europei ne hanno abbastanza e a sbatterci la porta in faccia ci sono riusciti benissimo.

Uno de passaggio.


Dunque.

Mentre qui tende a starci sugli zenzeri chi le cose visibilmente non le sa e si pronuncia in modo apodittico, senza citare fonti, chi invece reca testimonianze sensate, compatibilmente col poco tempo che mi lascia la mia frammentata esistenza, su queste pagine normalmente riceve albergo. Le parole di "uno de passaggio", oltre a essere suffragate da studi e statistiche ufficiali, hanno l'accento della verità, anche se non cambiano il senso di quanto ci siamo detti due post fa: eventualmente lo accentuano (appunto). Per quanto strano possa sembrare, le persone preferiscono vivere in un Paese normale, e noi abbiamo scelto di non esserlo (in buona, o almeno variopinta, compagnia) alcuni anni or sono.

Restano le testimonianze degli awanaganians sul disastro che la Brexit avrebbe provocato all'industria finanziaria inglese (anche queste, ovviamente, basate su titoli di giornali "amici"). L'analisi delle società di consulenza è meno catastrofistica. La perdita del passporting ha costretto alcune aziende a dislocare parte dei servizi in sedi situate nei Paesi membri, ma nell'aggregato il disastro dopo il 2016 non si vede. L'andamento della quota di valore aggiunto dei servizi finanziari sul totale è questo:


(la fonte è questa, ho usato i dati a prezzi 2019). Non sono riuscito a trovare dati posteriori al 2020 neanche sul sito dell'OCSE, e quindi non so che cosa sia successo negli ultimi due anni, ma dubito che sia di un ordine di grandezza simile a quanto era successo prima del 2016 (la caduta dall'11% all'8% dei servizi finanziari sul totale del valore aggiunto).

Non so, leggendo le ultime parole di "uno de passaggio" ("di europei ne hanno abbastanza"), mi viene da pensare che gli expat che ululano contro la Brexit su Twitter siano in realtà zavorre di cui le rispettive aziende hanno colto il destro per liberarsi. Sarà che i "treider" con baio in inglisc mi sono sempre sembrati, quando li ho incontrati su Twitter, dei poveri grulli...

Ma è solo perché io, notoriamente, sono una bbruttaperZona! 

Moneta e guerra (sul ruolo internazionale dell'euro)

...che poi, tornando sul post precedente, per quel che mi riguarda alla fine il problema non è nemmeno se la Brexit abbia fatto bene o male al Regno Unito: saranno anche fatti loro!

La scelta è loro, le conseguenze anche, o almeno così dovrebbero pensarla quelli secondo cui il principale vantaggio dell'UE è quello di essere un pennello, pardon, un mercato grande, e quindi in quanto tale in grado di assorbire lo shock causato dall'inabissamento di un Paese che rappresenta solo il 2,1% del Pil mondiale (l'Italia l'1,7%, l'Europona il 14,8% - dal 20,4% del 1999, gli Stati Uniti il 15,5%, e la Cina il 18,6%: i dati sono, come sempre, qui).

Non è paradossale che chi vede freudianamente nelle dimensioni la soluzione di ogni problema si curi così tanto della dipartita di un Paese che ce l'ha relativamente piccolo, il Pil?

Il vero problema, a mio avviso, è che un'intero ceto di semicolti, la pseudo élite del Paese, precludendosi ogni freddo ragionamento razionale, si aggrappa in modo consolatorio, con sinistre consonanze fasciste, all'idea che la perfida Albione sia stata punita (?), perché l'unica dimostrazione dei vantaggi del progetto europeo di cui dispongano è quella (indiretta) consistente nel mostrare l'irreversibile decadenza di chi se ne allontana! Di che cosa questo progetto comporti per un Paese che in fondo non amano, perché se ne sentono migliori (da cui la fioritura di pretenziose e per questo involontariamente spassose baio in inglisc) poco gliene importa e poco ne capiscono.

A me invece (non so a voi) interessa molto meno quanto succede al Regno Unito (cui faccio i miei migliori auguri di circostanza) rispetto a quanto succede a casa nostra.

A titolo di esempio, il contesto attuale, oltre dimostrare che la "valuta forte" non ci difende dall'inflazione importata (verità lapalissiana che falangi di cialtroni ci hanno contestato per anni sui parterre televisivi), temo che darà un'ulteriore scossa alle granitiche certezze di chi vedeva nell'euro un potenziale concorrente del dollaro sul mercato internazionale delle valute. I due argomenti erano legati, come ricorderete dal Tramonto dell'euro:


e anche in questo, purtroppo, abbiamo avuto drammaticamente ragione. Le difficoltà dell'UE nel risollevarsi dalla propria crisi non hanno contribuito ad affermare la credibilità dell'euro, e i risultati da noi previsti (che all'epoca ci furono vivacemente contestati) non hanno mancato di prodursi:


(il grafico viene da qui).

Sarà che so un po' ragionare (motivo per avvicinarmi con rispetto), sarà che porto sfiga (se così fosse, se veramente possedessi questa virtù propria dei grandi economisti, sarebbe opportuno avvicinarmi con ulteriore deferenza), fatto sta che dopo il 2012 (anno di pubblicazione del Tramonto dell'euro) il trend discendente dell'euro come valuta di riserva internazionale, iniziato nel 2010 con la simpatica gestione della crisi cosiddetta del debito sovrano, si accentua, in un primo periodo a vantaggio del dollaro, per poi stabilizzarsi attorno al 2016 (è la linea porpora nel grafico).

Qual è il mio educated guess, sul quale ci potremo allegramente confrontare fra dieci anni (perché queste tendenze, come i risultati della Brexit, richiedono un po' di tempo per manifestarsi nei dati con chiarezza, motivo per cui scuso quelli che nel 2012 non volevano capire che l'euro aveva un problema di credibilità determinato dai salvataggi che non ci avrebbero salvato)?

Semplice: dato che il conflitto in corso ha, fra le altre cose, propugnato uno spaccamento del sistema dei pagamenti internazionali in due (ne parlavamo nel post precedente), e dato che l'attuale linea politica europea, linea che non mi interessa contestare, è di fedeltà al blocco atlantico, ne consegue che i Paesi che, in giro per il mondo, per un motivo o per l'altro, vorranno diversificare rispetto al "rischio Paese" che il dollaro naturaliter porta con sé (il rischio di veder congelati i propri attivi in dollari, il rischio di essere esclusi dal sistema di pagamenti internazionali in dollari, ecc.) non si rivolgeranno all'euro, che in termini geopolitici presenta gli stessi rischi (in questi termini è sostanzialmente un dollaro che non ce l'ha fatta), ma cercheranno, con determinazione (non so dirvi se con successo) di creare un'alternativa (in questo caso, decisamente non la sterlina, per ovvi motivi).

Se è così, nel grafico, fra dieci anni, constateremo una nuova flessione della linea porpora (noi) e una crescita della linea verde (gli altri, verosimilmente lo yuan).

Quindi il XXI secolo sarà il secolo dello yuan (dopo quello del franco, quello della sterlina, quello del dollaro, ecc.)?

Non ho detto questo e non credo necessariamente questo.

Ho solo detto (dieci anni fa) e lo ripeto (dieci anni dopo) che l'idea che le economie di scala monetarie realizzate con l'euro ci avrebbero consentito sic et simpliciter di godere di un potere di signoraggio internazionale è stupida, perché non tiene conto dei fattori geopolitici: quelli di cui qui abbiamo sempre tenuto conto, spiegando che la vera riserva non è quella di oro, ma quella di plutonio, nonostante per motivi per me incomprensibili siamo stati costantemente accusati di fare un ragionamento grettamente economicistico.

Ma a me non interessa fare la mia apologia, come non mi interessa fare quella del Regno Unito. Mi interessa dare prospettive e fare previsioni verificabili, sperando che qualcuno possa giovarsene, o eventualmente me le contesti con argomenti, nel qual caso sarei io a trarne giovamento. Un dibattito razionale produce esternalità positive. La bizza di chi si aggrappa, livoroso e rancoroso, alla coperta di Linus delle proprie certezze propagandistiche, invece, produce solo un lieve fastidio.

Sed de hoc satis. Ci rivediamo fra un decennio.

(...il primo lo festeggiamo il prossimo 15 aprile a Roma...)

sabato 28 gennaio 2023

Say "Hi!" to George Belly (la Brexit e il crollo delle università inglesi)

Nel penultimo webinar di a/simmetrie (come passa il tempo...), al minuto 1:02:42, Silvana ha chiesto via YouTube a Elisabetta Frezza: "Perché secondo te i giovani d'oggi sono così manipolabili?".

Il riferimento era a quelli della climate anxiety, sui quali vi invito a rivedere questo definitivo intervento di Konstantin Kisin:


cioè a quei quattro scemi che vanno in giro a far pubblicità alle minestre in scatola (quelle mangiano: se non sai fare una O col bicchiere tanto meno sai fare una minestra con una pentola...) utilizzando come testimonial opere d'arte famose.

(...per inciso, mi sono appena degustato un cotechino fatto da me partendo dall'inizio - risparmio il corredo iconografico che potrebbe urtare le sensibilità woke. Qualcuno venga a dimostrarmi che mi farà male, lo aspetto con un bicchiere di cerasuolo...)

Nella domanda di Silvana, come in tutti gli argomenti che alludono o rinviano a una discontinuità antropologica, che contrappongono un "oggi" (o un "domani") stilizzato a uno "ieri" imprecisato, c'era qualcosa che non mi convinceva, e se non ricordo male la mia reazione si è articolata più o meno su questa linea: quando avevo quindici anni io i ventenni invece delle scatole di minestra impugnavano la P38 (che non era questa, ma qualsiasi cosa facesse rima con "poliziotto"), o se andava bene la Hazet 36 (che trovate qui, e faceva rima con "dove sei"). Se come metro per l'intensità della manipolazione usiamo la letalità dei suoi risultati, mi sembra piuttosto chiaro che negli anni '70 iGGiovaniTM fossero discretamente più manipolabili di oggi!

Questa mia impostazione del tema deriva forse da una sensibilità sviluppata in Commissione Amore, quella Commissione il cui scopo era propugnare la censura del web oggi, "perché oggi (?) c'è tanto odioh signora mia!" Ne abbiamo parlato qui, qui, quiqui, qui, qui, ecc.

A questo argomento da portierato (luogo peraltro di apprezzabili dibattiti, purtroppo non consegnati ai resoconti stenografici), io, e un manipolo di sparuti eroi del buon senso, obiettavamo fattualmente che ci sembrava ci fosse più "odioh" (qualsiasi cosa esso fosse) quando la gente si sparava o si sprangava per strada, e quando la soppressione fisica dell'avversario veniva esplicitamente rivendicata come forma lecita di conduzione del dibattito ("uccidere un fascista non è un reato"). Apprezzavamo peraltro la delicatezza con cui i nostri interlocutori in Commissione non affermavano che fosse lecito sopprimerci fisicamente, ma solo ideologicamente, censurando tutte e sole le nostre idee (percorso sul quale si sono incamminati dopo la cocente sconfitta subita con la Brexit e su cui stanno facendo passi avanti di gran carriera, come vedremo in un prossimo webinar di a/simmetrie: con l'occasione, vi ricordo di sostenere quella che, fino a gradita e consolante prova del contrario, è l'unica voce indipendente autorevole nel dibattito italiano).

Discutendone fra noi in associazione, dopo l'evento, il presidente Ponti ha esplicitato il disagio che provavo, cristallizzandolo in una limpida sentenza che riconciliava i due punti di vista: "sono più manipolati" è diverso da "sono più manipolabili".

Sì, non è da escludere, in effetti, che oggi iGGiovaniTM siano più manipolati, magari perché si investe comparativamente di più nel manipolarli (la stessa esistenza della Commissione amore ne è una prova), ma questo non vuol dire che siano di per sé più manipolabili dei loro predecessori. Verificarlo non è poi così difficile: visto che iGGiovaniTM di ieri sono iVecchiTM di oggi, basta vedere quanto questi ultimi siano refrattari alla manipolazione per tirare le proprie conclusioni, considerando che in teoria l'età dovrebbe condurre alla saggezza, e che quindi chi in tarda età ci appare come un pochino manipolabile, si può supporre lo fosse molto di più in gioventù.

Prendo un esempio a caso dal rutilante mondo del social color servizio igienico: questo tweet non molto fortunato (zero risposte, otto like, zero retweet) del professor Giorgio Ventre:


in risposta a questa mia pacata e fattuale considerazione:


che si appoggiava all'ultimo editoriale del socio (di a/simmetrie) Sergio Giraldo.

Del professor Ventre so solo che esibisce una "baio in inglisc", segnale che induce in noi un diffuso e spesso motivato scetticismo:


e che è un ingegnere, categoria che abbiamo spesso eletto a nostro avversario dialettico per una certa sua incapacità di resistere alla tuttologia e alle sue lusinghe. Naturalmente, non voglio trarre dalle nostre deludenti esperienze passate alcuna conclusione su questo specifico caso. Tuttavia, se il nostro modello concettuale fosse corretto, l'appartenenza disciplinare spiegherebbe perché il sito linkato dal suo profilo social non esiste:


Lui, comunque, credo esista e sia questo stimato collega qui. Nel caso non lo sia, mi scuso per il disguido: qui comunque non sono in discussione le persone, ma gli argomenti, e quindi l'identità di chi li sostiene nei fatti non rileva.

L'ampio, articolato, rispettoso e costruttivo intervento dello stimato collega (o di chiunque egli sia) merita qui una risposta altrettanto ampia, articolata, rispettosa e costruttiva, che sui social nessuno ha ritenuto di dovergli dare (cosa che posso comprendere, ma che ovviamente depreco)!

Del resto, il tema degli "universi paralleli" qui ce lo siamo posti spesso, non in chiave astrofisica ma in chiave antropologica.

Fornisco quindi la mia interpretazione del mondo in cui lo stimato collega vive, e riporto qualche dato dal mondo in cui vivo io.

Nel mondo dello stimato collega, par di capire, si considerano fonti statistiche attendibili i resoconti di organi di informazione notoriamente (e lecitamente) di parte, come il Guardian, che a quanto capisco (ma il tema mi appassiona poco) è l'equivalente britannico di Repubblica: l'ultimo rifugio degli operatori informativi woke, incapaci di fare i conti con una realtà che li ha decisamente sorpassati (ma, ribadisco: questo non menoma in alcuna misura il loro diritto di rifilarci le loro opinioni, come pure quello di spacciarcele per fatti: il senso critico deve esercitarlo il lettore, non lo scrittore!).

Nel mio mondo è uso invece rivolgersi a fonti statistiche ufficiali. Sì, è più faticoso, ma questa fatica qui vi ho insegnato a farla, e se siete rimasti vuol dire che ne avete tratto un frutto.

Nel mondo dello stimato collega, questo è evidente, è prassi trarre conclusioni generali su un fenomeno (lo stato di salute delle Università britanniche) appoggiandosi a evidenze parziali (il numero di studenti provenienti dall'Unione Europea).

Nel mio mondo, viceversa, ci si attiene alla vetusta prassi di valutare i fenomeni nel loro insieme.

Siamo proprio sicuri che la Brexit abbia determinato il crollo del sistema dell'educazione terziaria britannica, privandolo di quella linfa vitale che sono i nostri studenti, formati da menti aperte e critiche come quella dello stimato collega?

Vediamo che cosa ci dicono i numeri...

Il più recente bollettino statistico su origine e destinazione degli studenti esteri nel Regno Unito ci informa che sì, in effetti gli immatricolati in provenienza dall'Unione Europea sono calati del 53% fra l'anno accademico 2020/2021 e l'anno accademico 2021/2022 (i dati per l'a.a. 2022/2023 saranno disponibili a fine mese, ma a fine mese avrò altro da fare). Per gli ingegneri: le immatricolazioni dall'UE si sono dimezzate. Il motivo risiede nella modifica alle regole sulle tasse di immatricolazione per studenti esteri. Tuttavia, gli immatricolati in provenienza dal resto del mondo (perché, lo ricordo agli europeisti, c'è anche il resto del mondo, oltre all'UE e all'odiata perfida Albione), sono aumentati del 32%. Anche qui un motivo c'è: il Regno Unito ha adottato la Graduate immigration route, che in qualche facoltà STEM tradurrebbero come ruota per l'immigrazione graduata, e qui vi proponiamo di tradurre con "percorso per l'immigrazione dei laureati", e no, non è un gommone, né una nave negriera (che è il percorso adottato da altri Paesi per l'immigrazione di laureati veri o presunti): è un sistema di incentivi che consente ai laureati in università britanniche di risiedere per due anni nel Regno Unito dopo la laurea, allo scopo di integrarsi nel mondo del lavoro. Pare che questo abbia fatto esplodere le iscrizioni dal resto del mondo nei corsi di laurea specialistici (PG, post graduate: quelli che noi chiamiamo lauree magistrali o specialistiche).

Ora: qui a forza di legnate avete appreso che 1 è il 10% di 10 ma l'1% di 100. Ci siamo occasionalmente confrontati con rinomati esperti di altre discipline, anche (e soprattutto) STEM, cui questa verità ontologica sfuggiva (ma solo perché non erano disposti a venire a patti con le sue conseguenze). Il fatto si è che siccome gli studenti in provenienza dall'UE sono meno di quelli in provenienza dal resto del mondo, come questa figura ci mostra plasticamente:

capita anche che nonostante il grave salasso di giovani menti Leuropee, documentato da questa tabella:


(da 6 a 3 in effetti è la metà: riesco a fare il calcolo anche senza usare il pollice non opponibile di cui Natura matrigna mi fornì...), il numero complessivo di studenti esteri in UK ha raggiunto un record storico non solo nella fascia di immatricolati al primo anno (lo vedete qua sopra), ma anche e soprattutto nel complesso (lo vedete qua sotto):


Se ci fate caso, dal primo anno accademico post Brexit a oggi gli studenti esteri sono aumentati del 44,924231121720411773481958268505% (la presenza di un docente STEM mi impone la salutare disciplina dell'esattezza), passando da 469.160 a 679.970. Naturalmente questo ha fatto impennare il prezzo degli scafandri da palombaro, visto che, come il prof. Ventre probabilmente sa e certamente insegna, la Brexit ha fatto sprofondare il Regno Unito nelle gelide acque dell'Atlantico (e questa non è un'opinione di qualche poraccio, ma un fatto assodato, tanto che anch'io, come tutti gli altri, tralascio di produrne la fonte perché superflua...).

Un grafico incompleto è qui (manca il 2022), un grafico completo non ho tempo di farvelo:


Allora...

Qui la prendiamo a ridere, perché è nella nostra natura, conciliante e gioviale, e perché è nello spirito più genuino, autentico e risalente della comunità accademica.

Tuttavia, a un secondo sguardo, qui da ridere c'è ben poco, e sotto plurimi profili.

Intanto, c'è da interrogarsi sullo status della logica elementare nel "curricolo" (come si usa dire) degli studi scientifici.

Quello che è successo è piuttosto chiaro: stufi degli atteggiamenti ritorsivi da mulier relicta che hanno caratterizzato il discorso pubblico sulla Brexit in UE, UK ci ha sbattuto la porta in faccia, argomentando che la qualità si paga e chiedendoci quindi di pagarla. Il fatto che evidentemente non possiamo permettercela (dal che deriva il dimezzamento delle immatricolazioni) dimostra che il failed State siamo noi, non loro!

A supporto di questa banale considerazione aggiungo due dati:

  1. il sistema educativo britannico resta assolutamente attrattivo per gli studenti del resto del mondo, e in particolare delle potenze emergenti (Cina, India, Nigeria, ecc.), come abbiamo visto sopra;
  2. noi continuiamo a esportare giovani nel Regno Unito, che quindi per essi resta attrattivo, nonostante la propaganda degli operatori informativi woke e di alcuni (la stragrandissima maggioranza) stimati colleghi (che secondo me col loro profuso livore riescono solo a rendere repulsivo - e repellente - il nostro Paese).

Ce lo ricorda l'amico Lega Esteri su Twitter (uno dei tanti scappati di casa che appartengono alla nostra community, certo non un docente di vaglia come lo stimato collega: fidatevi di me che lo conosco!), facendoci notare che:


Vi fornisco a mia volta i dati (sì, i dati, i fottuti dati, non le riverite opinioni di qualche stimato collega o di qualche operatore informativo: i dati, i da-ti!) dal sito del Ministero dell'Interno (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero - AIRE), secondo cui dal 31/12/2016 al 31/12/2021 gli italiani censiti nel Regno Unito sono passati da 283.151 a 439.411, aumentando del 55,186102115125851577426885301482%, contro un incremento del 18,660941770704066143100804114062% dei residenti italiani censiti nell'intero continente europeo (da 2.685.813 a 3.187.011), il che significa che post Brexit il Regno Unito è stato moooooooooooooooooooooooooolto più attrattivo per gli italiani del resto della Leuropa.

Chi è qui da un po' può immaginare perché, chi è appena arrivato farà un po' più fatica, ma insomma: quando le cose succedono, di solito c'è un motivo, e di solito non è il Guardian né Repubblica a spiegartelo!

Vi faccio apprezzare un dettaglio: ai non-STEM credo sia chiaro che lo scenario verso cui ci stiamo allegramente dirigendo, anzi, direi in cui siamo già allegramente immersi, è quello di una nuova guerra fredda. Ove ne fossero mancate altre, direi che questa come dichiarazione di guerra non è male:


Notate però l'intelligenza di un Paese come il Regno Unito, che si guarda bene dallo sprangare le porte ai rampolli del Paese leader del blocco contrapposto (la Cina), ma anzi continua ad accoglierli a braccia aperte, perché intuisce, da vera potenza imperiale, l'importanza di continuare a esercitare la propria egemonia culturale sul blocco contrapposto. Il minimo sindacale per far sì che la lingua del mondo continui ad essere per lunghi anni a venire l'inglese, anziché il cinese! Tutto il contrario dell'atteggiamento petulante e cascettaro dell'UE nei riguardi di UK, che alla fine ci ricorda l'infausta prassi di ablarsi parte dei genitali esterni, insomma, di Abelardarsi (per gli studenti e soprattutto i docenti non STEM) per far dispetto alla moglie!

Lo dico in altro modo: se hanno sbattuto la porta in faccia ai nostri studenti (e lo hanno fatto loro) è perché gli sono inutili, e se gli sono inutili è perché vengono da un'area che si sta suicidando, a forza di regole di politica economica e di scelte strategiche irrazionali (pensiamo all'energia). Ma capisco che ci sia chi, a fronte di questo che in realtà è un cocente smacco per noi, si aggrappi all'idea che non riuscendo ad andare a studiare nel Regno Unito "gliel'abbiamo fatta vedere!", come ci si aggrappa alla metaforica, consolatoria, coperta di Linus.

Forse dovremmo riflettere, come fanno perfino quelli bravi, sul perché siano così pochi gli studenti esteri a venire in Italia (meno di un decimo che nel Regno Unito), anziché favoleggiare su un inesistente crollo degli studenti esteri utili nel Regno Unito (agli inutili si può rinunciare).

Concludo.

Intanto, resta vero che una rondine non fa primavera (anche questo ce l'ha insegnato Aristotele), e che  quindi verosimilmente un prof. Ventre non rappresenta un'intera generazione, ma se tanto mi dà tanto direi che in tema di manipolabilità, cioè di permeabilità a un discorso ideologico non suffragato da concrete ed univoche evidenze fattuali, almeno alcuni giovani di ieri danno un bel distacco ai giovani di oggi!

Aggiungo che di stimati colleghi che quando si rivolgono a un politico presumono iuris et de iure di rivolgersi a uno con l'anello al naso sono piene le fosse settiche di questo blog. Ne facciamo a meno. Nel mio lavoro si impara a informarsi sulle persone cui ci si rivolge, ma io non ne ho avuto bisogno: me l'aveva insegnato mia madre, una volta si chiamava educazione, ora gli awanaganian e i baio in inglisc hanno deciso di chiamare educazione l'istruzione, e così di gente educata in giro non ce n'è più (e di gente istruita ce n'è sempre meno). Nel mio caso, poi, è facile: se sei "proudly present in the Internet Manager's Phonebook since 1990" magari ti è facile consultare una voce Wikipedia (che preesisteva alla mia entrata in politica - e un motivo ci sarà stato!), mentre ci è difficile capire perché non si riesca a trovare la tua (ma un motivo ci sarà). La mia è scritta coi piedi, ma a chi sa leggere, soprattutto fra le righe (competenza tipicamente non-STEM), può essere di aiuto per prendere le misure.

Aggiungo l'attenuante specifica della probabile partenopeità. Mi rendo conto che chi proviene da quella meravigliosa capitale europea, in cui, per un'ironia della Storia, come ricorderete, maturai la decisione di accettare con orgoglio e riconoscenza la candidatura che mi era stata offerta, mentre incidevo a Sant'Agostino degli Scalzi le sonate di un autore partenopeo (qui il CD, se interessa), nel vedere "politico" (#aaaaabolidiga) "della Lega" (l'elmo con le corna, le gare di rutti, i cori razzisti, #ionondimentico...) possa essere accecato dai preconcetti.

Ecco: ricordiamoci, noi, che a occhi chiusi si va a sbattere, se non altro contro l'evidenza!

Avrete notato che io ho parlato con estremo rispetto dello stimato collega, cosa che lui non ha fatto con me. Questo perché nella parte non-STEM della mia formazione ho imparato una cosa: che anche le montagne si incontrano, ogni tanto.

Figurati le persone!

Meglio quindi lasciare un buon ricordo, perché contare sulla mia smemoratezza sarebbe un errore.

Dello stimato collega conservo un ricordo ottimissimo, perché la sua uscita un po' guascona mi è stata di stimolo per fare un discorso sul metodo e per approfondire e fornirvi dei dati sui quali ancora non mi ero soffermato, perché non ne avevo bisogno. A differenza dell'ingegneria, la macroeconomia aiuta ad anticipare certe dinamiche socioeconomiche. Tanto per capirci, nello scrivere questo post non sono partito dai dati: me li sono andati a cercare a mano a mano che mi servivano, trovando, senza nessuna sorpresa, esattamente quello che mi aspettavo, perché è quello che la mia scienza prevede. C'è una logica in quello che sta succedendo, come c'è nel fatto che ci sia chi non si rassegnerà mai a capirlo, vivendo murato nel proprio universo parallelo fatto di rancore e wishful thinking.

Resta il fatto che possono spernacchiare quanto vogliono nel basso tuba della propaganda: qui come le cose stiano lo abbiamo previsto, visto, e rivisto.

Gli altri possono farsene una ragione, o farci fare una risata.

Gli saremo grati in entrambi i casi.


(...due parole per voi: quando sono, come si usa dire, "entrato in politica", vi ho detto molto chiaramente quale fosse il mio obiettivo:


Vivreste meglio, e sareste meno petulanti, se provaste a valutare la mia azione politica rispetto agli obiettivi che si era data, e che non vi avevo tenuto nascosti. Considerando questi obiettivi, possiamo serenamente dire di aver fatto qualche significativo passo avanti, ma dobbiamo restare umili e compatti, e lavorare. L'avversario ci ha molto aiutato, e quella che potrebbe essere una nostra vittoria dobbiamo essere disposti a considerarla una loro sconfitta. Non è un gioco di parole: significa che non siamo ancora padroni del terreno, né in termini culturali - direi che l'esilarante vicenda descritta in questo post lo dimostra a sufficienza! - né in termini operativi, di penetrazione nella macchina - e quello è il mio cruccio e il mio lavoro diuturno e silenzioso. Tuttavia, ricordate sempre che la nostra capacità di influire sugli eventi è direttamente proporzionale alla nostra capacità di dimostrare che esistiamo. Per questo vi aspetto al midterm goofy: perché non possa essere ignorato l'anelito di libertà che questo blog ha animato e che tutti noi incarniamo. A presto!...
)

Parole dal cuore

Come vi ho spesso detto, e voi stessi avete sovente rimarcato, le emittenti locali, non schiacciate dalla becera logica gladiatoria delle blasonate emittenti nazionali, offrono a chi ne sa approfittare il tempo dell’approfondimento:


(...oggi - cioè ieri - riunione di redazione per il #midtermgoofy. Abbiamo messo su un programma che vi piacerà. Parleremo della stabilità e dei suoi meccanismi, del fantasma della convergenza, del patto per la crescita, del racconto dell'antieuropa, e di tante altre cose. Segnatevi la data: 15 aprile a Roma...)

venerdì 27 gennaio 2023

A proposito di debito privato...

...e della sua funzione disciplinatrice del conflitto sociale, di cui si parlava nel post precedente: un soccorrevole amico mi gira questa agenzia che lascio qui a futura memoria:


Non so perché, ma ho come un inquietante senso di eterno ritorno dell'uguale. E non abbiamo ancora ricominciato col rigore...


giovedì 26 gennaio 2023

Segare il ramo: una postilla

Volevo aggiungere una postilla al post su "Segare il ramo", in cui concludevo che dopo aver distrutto i loro mercati di sbocco nel Sud dell'Eurozona, e essersi fatti tagliar fuori dai mercati di sbocco statunitense e cinese (e dal mercato di approvvigionamento russo), i capitalismi del Nord (aka "Germania") si trovano in questo fastidioso dilemma:

  1. o scelgono di sostenere la domanda interna, passando da un regime di crescita export led (trainata dalle esportazioni) a un regime di crescita wage led (trainata dai salari), come consigliato da alcuni banchieri centrali, col problema però di alimentare un moderato processo inflazionistico e quindi di (a) continuare a perdere competitività rispetto al Sud dell'Eurozona e (b) accettare una svalutazione dei crediti da loro accumulati in anni di esportazioni drogate dal cambio debole;
  2. o scelgono di non sostenere la domanda interna e si accartocciano su se stessi.

Messa così, però, è un po' troppo semplice, perché in effetti un altro modo di sostenere la domanda interna, oltre ai salari, ci sarebbe: la spesa pubblica, quella che i cretini chiamano "spesapubblicaimproduttiva", e che chi vuole sembrare meno cretino distingue in spesa corrente e spesa per investimenti, salvo accorgersi dopo un po' che anche una spesa corrente come gli stipendi dei medici è in realtà un investimento sulla salute dei pazienti (dipende anche dal medico, ma ci siamo capiti: lo ha capito perfino lui).

Qui rientrano in gioco le asimmetrie europee e il dibattito sulle regole europee, di cui io, nel mio nuovo ruolo, devo dirvi che non ho proprio idea di dove sia arrivato. Per dirvela tutta, temo che finirà così: che il Nord, dopo aver fatto schizzare verso l'alto il rapporto debito/Pil del Sud grazie all'austerità, non consentirà al Sud di usare il volano della spesa pubblica per ripartire. Di conseguenza, al Nord si continueranno a nazionalizzare le imprese invece di farle fallire (nel silenzio di DG COMP) e si spingerà un po' sull'acceleratore degli investimenti pubblici (finanziati con debito nazionale, certo non con trappole come il PNRR), mentre al Sud si consentirà di far debito solo in regime di memorandum (cioè col PNRR) e comunque non in misura sufficiente per colmare quel gap fra crescita effettiva e tendenziale che l'austerità ha aperto, come abbiamo visto qui:


(...scusate, non ho tempo di aggiornare il grafico, ma non è cambiato di molto...)

Insomma: il famoso discorso che spesa pubblica può farne chi ha lo "spazio fiscale" per farla.

Questo che cosa significa?

Significa che l'Eurozona continuerà a essere sottoposta a forze divergenti.

Nella sua prima fase, le tensioni derivavano dal cambio, che favoriva le economie del Nord, promuovendone le esportazioni e quindi la crescita, e sfavoriva quelle del Sud, deprimendone le esportazioni e quindi la crescita (i fatti sono fatti, poi ci sono le opinioni dei riveriti colleghi, come ricorderete). Nella fase attuale, tensioni dello stesso genere potrebbero derivare dalla spesa pubblica, nella misura in cui il Nord consentisse a se stesso di farne (sostenendo di avere spazio fiscale), ma continuasse a vietarlo al Sud (con la scusa che questo avrebbe poco spazio fiscale), nonostante che gli sviluppi recenti dimostrino come il maggior calo del rapporto debito/Pil, in Italia, si sia verificato negli anni di maggior deficit:


(il grafico viene dal Programma di stabilità per l'Italia del 2022).

Capite bene che una serie di deficit entro il 3%, come dal 2012 al 2019, che ci mantengano il rapporto debito/Pil stabile perché non riescono a rianimare la crescita, col debito al 150% non possiamo esattamente permettercela, considerando che siamo indebitati in una valuta estera (nel senso che il debito è definito in una valuta di cui il nostro Paese non ha pieno controllo politico).

Comunque, anche in questo caso l'economia un rimedio l'offrirebbe. Spingendo sul pedale della spesa pubblica le economie del Nord riuscirebbero a crescere più di quelle del Sud, ma quindi importerebbero anche di più, trainando con la loro domanda di beni le economie del Sud. Un meccanismo di aggiustamento lento e che passa attraverso una cosa che il Nord assolutamente non vuole, cui è allergico più che all'inflazione: un deficit del saldo commerciale.

Prevarranno le forze centrifughe o quelle centripete?

Lo vedremo abbastanza presto.

Io non credo che il contesto istituzionale attuale sia favorevole alla convergenza, ma, si sa, io sono una brutta persona. Credo invece che ove mai l'Italia consolidasse il suo attuale percorso di crescita, dopo un po' qualcuno, per spezzarle le gambe, suonerebbe la fanfara dell'attacco speculativo, motivo per cui è folle pensare di ratificare la riforma del MES, che trasforma il Trattato in una macchina per innescare crisi finanziarie a piacimento. Non che ora non sia possibile: ma proprio per questo, facilitare il compito a chi ci vuole così bene non mi sembrerebbe cosa lungimirante. L'esempio di cosa non fare lo abbiamo tutti chiaro davanti agli occhi:


Se la storia si ripeterà, quindi, non sarà farsa, ma tragedia.

Conclusioni?

Per ora non ce ne sono: sappiamo a che cosa stare attenti (alla politica dei redditi degli altri Paesi europei e alle regole fiscali), e sappiamo che piega prenderanno le cose a seconda delle scelte fatte in questi due ambiti. Ma che scelte verranno fatte non dipende solo da noi, e questo, oltre all'asteroide, ci lascia con un discreto margine di incertezza. Sarei molto contento di essere stato, per una volta, pessimista...