domenica 18 luglio 2021

Il pensiero laterale


Povero Sderenippo... Come si fa a non volergli bene? Eppure a me sembrava di essere stato chiaro, anche troppo. Il pericolo, caso mai, è un altro, questo:


e direi che lo è fin dall'inizio. Ma in sintesi, che cosa ho voluto dirvi qui?

Forse, dando retta a Bosio, può essere utile metterla in modo diverso: voi, di quello che ho detto, che cosa avete capito? Perché alla fine non importa quello che io volevo dirvi, ma quello che voi avete capito. Provate a dirmelo con parole vostre...

Il paese esportatore

Chi è qui da un po' si ricorda senz'altro il nostro amico che ha l'abitudine di guidare contromano in autostrada: è un complottista, ma è tanto una brava persona. Qualche giorno fa ne ha fatta un'altra:


(il tweet originale è qui).

Ora voi mi direte: ma che cosa c'è che non va in questo grafico? In fondo sono solo dati!

Sì, naturalmente: sono solo dati, e raccontano solo un pezzo della storia, non solo e non tanto perché partono dal 1991 (che sarebbe anche abbastanza), quanto perché ci fanno vedere solo il saldo fra esportazioni e importazioni di beni e servizi (il saldo commerciale), senza farci vedere come si sono mosse le rispettive componenti, cioè le esportazioni e le importazioni. Non c'è nulla di male nel non farlo vedere, ma non c'è neanche nulla di male nel farlo vedere, e quindi ve lo faccio vedere usando i soliti dati ISTAT. Il grafico (su dati annuali anziché su media mobile di dati mensili, il che non cambia sostanzialmente nulla nelle informazioni "a bassa frequenza", cioè di lungo periodo, che interessano me), è questo:


dove l'unità di misura è il punto percentuale di PIL, le esportazioni sono blu, le importazioni arancioni, e il saldo è rappresentato dal grafico a barre grigie (scala di destra).

Che cosa vi racconta questo grafico? Che dal 1970 a oggi (volendo si potrebbe andare ancora più indietro) ci sono state tre correzioni abbastanza violente del deficit di bilancia dei pagamenti del nostro paese: una fra 1974 e 1975, una fra 1992 e 1993, e una fra 2011 e 2012.

Ora, della diversa natura di queste correzioni, in particolare delle ultime due, abbiamo già parlato, ma conviene riparlarne un attimo.

In effetti, il saldo delle partite correnti (le barre grigie), dato dalla differenza fra esportazioni e importazioni, può cambiare segno, passando da negativo a positivo (da sotto a sopra) per due ordini di motivi: o perché aumentano le esportazioni, o perché diminuiscono le importazioni (i due movimenti possono ovviamente coesistere e quindi sommarsi). Le esportazioni dipendono dal reddito del resto del mondo, e dal loro prezzo relativo, il tasso di cambio reale (rapporto fra i prezzi italiani e esteri espressi nella stessa valuta, un concetto spiegato qui). Le importazioni dipendono dal reddito italiano e ancora una volta dal tasso di cambio reale. Naturalmente il Governo italiano, che già ha il suo da fare nell'assicurare la sopravvivenza degli italiani, in questi tempi così difficili, non è mai stato particolarmente in grado di influire sul reddito del resto del mondo, il che significa, in buona sostanza, che per far aumentare le sue esportazioni l'Italia può far leva solo sul tasso di cambio reale. Altra storia per le importazioni: siccome queste dipendono dal reddito italiano, e il Governo italiano questo reddito un po' lo controlla, ecco che anche in assenza di manovre del cambio le importazioni possono essere manovrate influendo sul reddito.

Semplicemente, se vuoi che gli italiani complessivamente importino di meno, occorre che il loro reddito complessivo sia inferiore, cioè occorre austerità. Naturalmente l'aggiustamento in base al reddito diventa indispensabile quando non è possibile ricorrere all'aggiustamento dei prezzi relativi, o almeno a un aggiustamento sufficientemente rapido (e anche di questo abbiamo parlato). 

Per far capire dove voglio arrivare, consideriamo l'entità dell'aggiustamento del saldo fra l'anno precedente alla correzione e il picco positivo successivo alla correzione. Dopo il -1.33% raggiunto dal saldo della bilancia commerciale nel 1974, il picco arrivò col 2.85% del 1978: una correzione di 4.18 punti percentuali del saldo di cui 3.38 dovuti a un aumento delle esportazioni, e 0.80 a una diminuzione delle importazioni. La correzione delle importazioni fu quindi il 19% della correzione totale (0.8/4.18=0.19). Dopo il -1.98% del 1992 la correzione fu molto più forte: il saldo delle partite correnti arrivò nel 1996 a 4.53%, con un aumento di 6.52 punti, di cui 4.75 dovuti a un aumento delle esportazioni e 1.76 dovuti a una diminuzione delle importazioni: la diminuzione delle importazioni, in questo caso, contò per il 27% dell'aggiustamento totale. E arriviamo a oggi: dopo il -1.4 del 2011, il picco è stato raggiunto col 3.66 del 2020, con una correzione complessiva di 5.06 punti, di cui 2.61 dovuti a un aumento delle esportazioni, e 2.44 a una diminuzione delle importazioni. In questo caso, quindi, finora, la correzione è dipesa per circa metà (il 48%) dalla diminuzione delle importazioni.

Chiaro ora quello che non va nel discorso del nostro fratello tedesco?

Non è esattissimo dire che l'Italia "is increasingly becoming an export nation". Non siamo sempre di più una nazione esportatrice: siamo soprattutto sempre di meno una nazione importatrice, per la semplice ragione che il nostro reddito prima del COVID era fermo a quello di quindici anni prima (cioè nel 2019 avevamo il reddito aggregato del 2005). Nel grafico si vede bene: quest'ultimo aggiustamento (quello del 2012) dipende soprattutto dal fatto che le importazioni si fermano: è l'austerità, bellezza!

E partendo da qui si potrebbero sviluppare tante interessanti considerazioni, che rinunciamo a sviluppare un po' perché lo abbiamo già fatto tante volte, e un po' perché abbiamo altro da fare. Ci vediamo più tardi in diretta FB sulla pagina del collega Siri...

domenica 11 luglio 2021

BCC: chi ci ripensa è...

(...lo sapete, no? Detto affettuosamente, ça va sans dire, ma visto che in giro ci sono le squadracce dei buoni, armati di certezze e di manganello digitale, meglio essere chiari fin dall'inizio...)

So che il tema non vi appassiona: non vi ha mai appassionato, e non ho nemmeno fatto molto per farvici appassionare, semplicemente perché parlarvene qui mentre me ne occupavo mi avrebbe trasformato in un bersaglio, più di quanto non lo fossi già per la ristretta cerchia degli addetti ai lavori.  Purtroppo il lavoro politico è ingrato: siccome vuoi delle cose che altri non vogliono farti ottenere, anche quando sarebbero nel loro interesse (cosa di cui poi vi darà una patente dimostrazione), non puoi dichiarare coram populo che cosa stai facendo, a pena di vederti ostacolato nel raggiungimento dei tuoi obiettivi. Ci sono obiettivi di territorio di cui si può parlare (esempio: nel convento dei francescani piove dal tetto? Aiutiamo i francescani a riparare il tetto: è anche quello un obiettivo politico)! Ma ci sono obiettivi di sistema che devono necessariamente essere trattati con discrezione. Questo vale in generale. A ciò si aggiunge l'increscioso fatto che ora siete vittime di una reductio ad puncturinam del tutto uguale e contraria alla reductio ad Hitlerum di quegli altri (mi riferisco, ovviamente, ai nostri amici iBuoni™), e la vostra incapacità (sia detto senza offesa) di pensiero laterale, di cui mi sono ampiamente condoluto con dovizia e messe di esempi al convegno Sapiens3 (aspettiamo che byoblu ci faccia la grazia di rendere visibili i video...), vi porta a trincerarvi ben bene dentro al perimetro, urlando agli altri quello che credete non vi vogliano far dire, mentre tutti insieme latrate solo ciò di cui non vi accorgete che vogliono farvi latrare.

Ma va bene così: tutto comprendere è tutto perdonare.

Se però magari qualcuno avesse curiosità, un breve resoconto della prima parte di questa storia lo avevo dato qui due anni fa (dal minuto 35), ed è ancora attuale, e sarebbe senz'altro utile per allineare le nostre informazioni. Ma capisco il vostro punto di vista: "Sono solo banche, basta con questa visione economicistica, tu non capisci che siamo in una dittatura scientista (dimostrazione), e il braccino, e la punturina...".

Uno tsunami di benaltrismo millenarista che travolge qualsiasi altra considerazione, e fa tanto comodo a chi vuole sfilarvi di tasca il portafogli...

Amen.

A me piacerebbe condividere, ma certo che senza un minimo di approfondimento mi è difficile farvi capire perché, leggendo la risoluzione 7/00668 del collega Buratti mi affiora irreprimibile sulle labbra un sorriso di incredulo stupore.

Ci proverò.

Il collega Buratti ci informa che:

"la qualifica di intermediari significant [NdCN: sono gli istituti bancari di grandi dimensioni - attivo sopra i 30 miliardi - in quanto tali sotto posti alla vigilanza diretta della BCE. La loro definizione e il loro elenco è qui] espone concretamente le singole Bcc ad una maggiore severità dei requisiti prudenziali rispetto a quelli che sarebbero coerenti e adeguati per proteggerle dai rischi che esse assumono in funzione del loro tipico business fondato sull'erogazione del credito per finalità produttive e sul finanziamento delle famiglie;"

per poi soggiungere che:

"il nuovo quadro micro-prudenziale genera processi e meccanismi (immaginati per intermediari di diversa complessità e dimensioni) che incidono in termini considerevoli sul piano dei costi e quindi della competitività delle banche di credito cooperativo e produce un impatto sia sui modelli di business sia su forme giuridiche specifiche come la cooperazione di credito a mutualità prevalente"

per cui, come ognuno vede (oggi), diventa necessario impegnare il Governo a:

"adottare iniziative per definire una cornice normativa, in raccordo con le istituzioni europee, che consenta alle Bcc di accrescere il proprio contributo alla ripresa del Paese, affinché possa continuare ad essere garantito l'accompagnamento creditizio e consulenziale a imprese e famiglie chiamate a fare la propria parte nella ricostruzione post-pandemica delle economie locali in una prospettiva di transizione ecologica e digitale socialmente partecipata e inclusiva".

Bè, certo: ecologica, digitale, partecipata e inclusiva nel 2018 non mi sarebbero mai venute in mente, e sono parole che se posso evito ancora oggi, data la mia radicale insofferenza verso ogni linguaggio liturgico che non sia quello della Messa tridentina (una liturgia che, piaccia o meno, un senso ce l'ha...).

Ma a me viene da ridere perché, vedete, il PD viene oggi a dirci quello che non voleva capire quando, a giugno 2018, cercavamo di spiegarglielo con parole meno liturgiche ma non meno comprensibili: " vogliamo parlarne prima di entrare nelle regole della sorveglianza unica [e quindi prima di fare i Gruppi Bancari Cooperativi, che assumendo dimensioni significant avrebbero portato le BCC sotto la vigilanza unica], che - a nostro avviso - non tutelano abbastanza le specificità delle banche territoriali".

Cioè, non so so è chiaro: oggi il PD ci ripensa (sapete come dicono a Roma, no?), e depreca che sia successo esattamente quello che gli avevamo detto che sarebbe successo, partendo da questa mozione di maggio 2018, e poi proseguendo (l'articolo che vi ho citato è di giugno, e così via combattendo, rintanato come un vietcong, per mesi e mesi e mesi, riuscendo a salvare solo una parte del sistema, quella che ha voluto fidarsi - e quindi salvarsi).

Stavamo cercando di fare quello che era giusto, ma dovevamo farlo contro il parere di chi ora viene a dirci che quello che allora si stava facendo era sbagliato, ovviamente glissando su chi lo stesse facendo! Perché esattamente come gli ospedali non si sono chiusi da soli (ditelo a Delrio), anche la riforma delle BCC non è arrivata con le sue gambe, ma con quelle del PD.

Insomma: il povero Scajola venne messo in croce per un appartamento di cui disponeva "a sua insaputa", salvo poi essere assolto (come da prassi) dopo un calvario per il quale nessuno, tranne la vittima, pagherà (suppongo quindi che firmerà per i referendum, e dovreste farlo anche voi perché nessuno vi garantisce che non possa succedere anche a voi...).

Questi "a loro insaputa" hanno riformato (cioè deformato) un intero Paese, e, come torno a dire, non sembrano minimamente disposti a prendersi le loro responsabilità, ma anzi vengono nel 2021 a farci la lezioncina su quello che si dovrebbe fare, che è esattamente quello che noi dicevamo di fare nel 2018, ed è, tra l'altro, l'applicazione di un principio generale che mi pare non sia ancora entrato nella cultura politica di questo Paese (e quindi, necessariamente, di nessuno dei suoi Governi): prima si tratta e poi si firma!

Allora: nessuno ha voglia di fare polemiche inutili, ma anche dimenticarsi la Storia non aiuta se non a ripeterla, e qui dobbiamo smetterla, una volta per tutte, di entrare in accordi pensando di poterli cambiare dopo. Non funziona così. Possiamo certo chiedere ora tutta la "proporzionalità" (termine tecnico per "clemenza") del mondo, ma starà alla controparte decidere se accordarcela o meno, perché nelle regole non c'è scritto, come non c'era scritto, che chi supera i 30 miliardi di attività debba essere trattato con tanti riguardi. Bastava semplicemente fare quello che dicevamo noi: invece di creare giganteschi gruppi, istituire come in Germania, Austria e Spagna dei sistemi di tutela istituzionale.

Nessuno si sarebbe fatto del male.

E quindi ai colleghi e alleati (ma solo per salvare il Paese) del PD dico: per salvare il Paese ci siamo, per dimenticarci come siamo arrivati qui no!

Concludo ribadendo che quello che vale per queste regole (le regole dell'Unione Bancaria), vale anche per tutte le altre: prima si negozia e poi si firma. Domani a Roma ne parleremo a proposito delle regole di bilancio.

Vi aspetto.

(...ah, magari chiedetelo anche voi a byoblu di smollare i video di Sapiens3...)

(...e la morale della favola qual è? Sono due. La prima è che in politica prima si fa e poi si racconta, e  la seconda è che chi non si fida non può essere salvato. E dopo, naturalmente, ci ripenserà. Come il PD...)

sabato 10 luglio 2021

La psicologia dei buoni

Nonostante iBuoni™ siano spesso (e tendano a considerarsi sempre) intelligenti, c'è una cosa che è particolarmente difficile da fargli comprendere, per quanto sia attestata dalle fonti e sia in fondo facile da intuire: anche i nazisti credevano di essere dalla parte del giusto. Si può anzi supporre che essi lo credessero in modo particolarmente intenso, inattingibile da qualsiasi residuo di dubbio, perché in fondo nessun essere umano potrebbe giustificare ai propri occhi l'efferata intensità di certe atrocità commesse (una coscienza ce l'abbiamo tutti, credo...), se non, appunto, con un'altrettanto intensa, granitica, inscalfibile certezza di averle commesse essendo dalla parte del giusto.

Ne consegue (ma a questo punto iBuoni™ ce li siamo già persi per strada, e quindi continuiamo da soli) che qualsiasi etica fondata sul fragile pilastro del considerare se stessi nel giusto (e quindi "gli altri" dalla parte del torto) è destinata a franare miseramente sotto le proprie contraddizioni, di cui vi fornisco qui una breve antologia, prima di tornare sull'argomento con la maggiore attenzione che esso, indubbiamente, merita:





(...si potrebbe quasi dire, per tagliarla corta, che sentirsi fortemente ed esclusivamente dalla parte del giusto è, se non proprio la definizione di nazismo - rectius: di totalitarismo - quanto meno un presupposto, ovvero un ingrediente necessario di esso. Quindi, per quanto questo possa sembrare paradossale ai meno avvezzi a frequentare i libri senza figure, è ragionevole congetturare che la bontà de iBuoni™ sia sempre stata, e sempre sarà, la radice del male. Ma anche questa non è assolutamente una scoperta: se iBuoni™  capissero le canzoni che ascoltano, potrebbe bastare De Andrè a illuminarli. Invece, come sempre, questo compito pedagogico sarà riservato - altro paradosso - a quella maestra che, notoriamente, non ha allievi: la SStoria. Ma di questo, qui, abbiamo parlato tante volte mentre vedevamo arrivare quello che inevitabilmente è poi arrivato...)

giovedì 8 luglio 2021

Rebalancing Europe: programma definitivo


 

Ci sono state alcune modifiche nella composizione del panel politico, che ora vede la presenza del viceministro Castelli e del capogruppo Malpezzi. Il resto rimane com'era. Sto leggendo le slides di Heimberger e vi posso dire che sono molto interessanti. Sono sicuro che lo saranno anche quelle degli altri relatori, ma, come ci siamo detti, questo è solo uno dei motivi di interesse di questo incontro. Ce ne sono anche altri: direi innanzitutto il piacere di rivedervi, poi la curiosità per le osservazioni che faranno i miei colleghi, ma anche per il discorso finale di Claudio, ecc.

Vi aspetto il 12!

mercoledì 7 luglio 2021

Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza

(...credo sia di interesse generale, perché riguarda tutti voi, il discorso che la Presidente della "Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla discriminazione" ha tenuto nell'Ufficio di Presidenza del 20 maggio. Su questa pietra angolare si articola la passerella di audizioni cui avete assistito, attoniti, nell'ultimo mese. Si tratta di un documento che deve essere offerto al pubblico dibattito per il suo valore di testimonianza della nostra epoca. Ve lo offro senza alcun commento: mi sono limitato a aggiungere qualche grassetto...)

 

Negli ultimi anni la diffusione dei “discorsi d’odio” è andata aumentando in maniera esponenziale. Le più viete forme di aggressione verbale e di discriminazione contro le donne, i neri, gli omosessuali e i transessuali, le minoranze etniche, religiose e nazionali, i migranti sono state implementate dal ricorso massiccio a mezzi di comunicazione di massa sempre più sofisticati e pervasivi. Questi hanno messo nelle mani di milioni di persone strumenti di diffusione delle loro qualsiasi idee, linguaggi, stili di vita in una misura che non ha pari nella storia del genere umano. Esponenziale è stata così anche la crescita dei rischi di diffusione e magari anche di messa in pratica di linguaggi e comportamenti devianti, disumani, antisociali. 

Da anni il tema dei discorsi d'odio è divenuto oggetto di studio in sede scientifica, politica e giuridica. Credo debba essere compito della nostra Commissione riprendere quel dibattito internazionale, assicurando un nostro originale contributo in fatto di conoscenza e approfondimento. 

Una considerazione preliminare mi sembra indispensabile: i discorsi d’odio non sono solo parole. Non sono chiacchiere. Non un fenomeno magari sconveniente ma in ultima istanza circoscrivibile. A parte infatti i casi estremi dell’insulto e della diffamazione già puniti dalle leggi, in questione è il diffondersi di modi di pensare, di esprimersi, di comportarsi che hanno effetti concreti e duraturi nella vita civile. Che aumentano le diseguaglianze, aumentano le ingiustizie, aumentano il tasso di violenza. Rendono legittimi il pregiudizio, l’odio, la discriminazione. 

Il caso del linguaggio d’odio antisemita è paradigmatico. Nel corso dei secoli si sono accumulati giacimenti di odio, pregiudizio, ignoranza che sono precipitati nei fondi più oscuri dello spirito pubblico, emergendo poi nelle forme di violenza e di genocidio culminate nella tragedia della Shoah. 

Dobbiamo sapere che c’è un nesso diretto fra certe parole e certi fatti. Che se si lascia proliferare un determinato ambiente, se non si lavora a fondo dal lato della formazione e dell’informazione, ma anche della prevenzione e della repressione la situazione rischia di sfuggire di mano e si consuma una regressione dello spirito pubblico e dei livelli di civiltà. 

Si pensi anche alla violenza verbale contro le donne. Dei discordi d'odio fa parte infatti tutta una gamma di forme espressive denigratorie che favoriscono il costituirsi e il consolidarsi di stereotipi sessisti contro le donne. Un’altra prova che non si tratta solo di parole, per quanto particolarmente offensive, ma di espressioni in grado letteralmente di costituire, strutturare, consolidare una condizione di minorità della donna nella società, sul posto di lavoro, in famiglia. Perché parole capaci di costruire barriere e gerarchie, potenziare il potere di un sesso sull’altro, favorire ovvero pregiudicare carriere. Col risultato di impedire a cittadini di sesso diverso di avere pari livelli di potere e pari opportunità sociali. 

I discorsi d'odio insomma costituiscono oggi un inedito strumento di diseguaglianza e di ingiustizia. Inedito data la potenza davvero inusitata dei nuovi media.  

Questa novità e peculiarità dei nostri tempi è la ragione forse più importante che spiega e legittima la costituzione di una Commissione come la nostra.  

Può essere utile ricordare, in sede introduttiva, che lo studio sistematico dei discorsi d'odio prende le mosse negli Stati Uniti particolarmente negli anni ‘80 del ‘900, quando il temine fu usato in sede giuridica per definire la condizione delle vittime di discorsi di odio razzista. Fu da allora che si cominciarono a definire le categorie con cui appunto nominare e organizzare le nuove forme di razzismo e discriminazione a base etnica e sociale. Si trattava di parole, frasi, immagini, caricature, condotte tali da causare danno a singole persone o gruppi di cittadini, per lo più individuati con riferimento appunto a caratteristiche fisiche, al genere, agli orientamenti sessuali, alla religione, alla nazionalità. 

In sede scientifica e di filosofia del linguaggio è ormai acquisito che il linguaggio non ha solo una funzione descrittiva, di puro e semplice riflesso della realtà data, ma anche performativa, di costituzione di quella stessa realtà.  

Si capisce allora che la rete o il mondo dei social media non è solo una infrastruttura che si tratta di regolarizzare con esclusivo riferimento alla sua efficienza, pervasività, concorrenzialità, ma di un potente, anzi potentissimo, strumento di costituzione della realtà. E troppo spesso di una realtà falsa, stravolta, ingiusta e discriminante. 

Parole che sono pietre questo significa: ragionare di che cosa è divenuta oggi la nostra vita civile, che cosa è ormai il nostro modo di comunicare e di formarci una opinione e una identità, nell’epoca dell’interconnessione e interazione tendenzialmente totale delle piattaforme digitali. Nell’epoca cioè dei Big Data, Big Tech e delle cosiddette “very large online platforms”. 

Un recente caso negli Stati Uniti è stato clamoroso. A seguito di un violento attacco di massa contro il Parlamento americano, con invasione e devastazione dello stesso e con la morte anche di uno degli aggressori, addirittura il Presidente degli Stati Uniti dell’epoca Donald Trump è stato “bannato”, cioè escluso da Facebook ed Instagram. La motivazione della clamorosa iniziativa era proprio l’aver creato con le sue parole “un ambiente di cui c’era un serio rischio di violenza”. L’assalto al parlamento sarebbe stato cioè conseguenza diretta di certi discorsi d’odio politico, reiterati nel tempo e legittimati dalla fonte.  

Comunque la si pensi si tratta di un atto grave e denso di conseguenze, se ancora di recente il “comitato etico” di Facebook ha confermato, sia pure con distinguo, quel bando.  

Si capisce insomma che non siamo di fronte a banali questioni politicamente corrette. In questione è qualcosa che ci interroga sullo stato delle nostre democrazie, sui sensi e modi della moderazione del discorso politico (e non solo) in rete, sul fatto che possa essere un privato o addirittura un algoritmo a comminare il bando agli haters, se non debba essere invece la legge e in che termini ecc.  

Dovremo necessariamente parlarne. 

In questa seconda parte del mio ragionamento introduttivo dei lavori vorrei partire da alcuni punti fermi giuridici e di civiltà che ritengo debbano guidare il nostro lavoro. 

La Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dalle Nazioni unite nel dicembre 1948, stabilisce in primis che “tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti”. Ma anche l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea definisce inviolabile la dignità umana, così come la nostra Costituzione repubblicana già agli articoli 1 e 3 riconosce e tutela i “diritti della persona” ovvero tutela onore e dignità di una persona come un bene fondamentale e inviolabile della persona umana.  

Della persona umana, non dei soli cittadini italiani. La dignità è qualcosa che prescinde dal possesso della cittadinanza. Riguarda il nucleo intangibile della personalità umana, come stabilito anche dalla nostra giurisprudenza costituzionale. Ora la nostra è una Costituzione democratica, sociale, lavorista, personalista e parla di “pari dignità sociale” proprio perché prevede il perseguimento dell’effettiva eguaglianza e giustizia per tutte le donne e tutti gli uomini. 

Non solo non dobbiamo mai dimenticare questo quadro forte e strutturato di diritti e di doveri che ci hanno lasciato i Padri e le Madri Costituenti, ma dobbiamo rilanciarne e valorizzarne proprio la grande apertura sul presente e per il futuro. Tanto più oggi nell’epoca delle nuove sfide della tecnica e della politica. 

Le previsioni della Costituzione del 1948 sono infatti così ampie e lungimiranti da lasciare sempre aperta la possibilità di riconoscere e codificare valori e diritti nuovi. Basti pensare come in questi ultimi anni abbiano trovato riconoscimento sociale e costituzionale temi come la privacy, l’ambiente, l’Unione europea, le nuove forme di tutela del lavoro, ma anche del mercato e della concorrenza.  

Un quadro di civiltà giuridica che deve spingerci naturalmente a impostare il nostro programma di lavoro, di audizioni, di ricerca ad una interlocuzione approfondita con le istituzioni europee e sovranazionali, sempre attenti alla migliore produzione scientifica e legislativa. 

Così un’attenzione particolare dovremo riservare al lavoro che la Commissione europea sta svolgendo in tema di rinnovamento del mercato unico dei servizi digitali. Una cornice naturale per una Commissione come la nostra. 

È all'esame del Parlamento europeo e del Consiglio una proposta di Regolamento nota come Digital Services Act. Il suo obiettivo è traghettare l’Europa verso una nuova fase di regolamentazione delle piattaforme digitali.  

Si tratta evidentemente di questioni sensibili e strategiche. Che riguardano già la fase ex-ante del lavoro di quelle piattaforme, dato che oggi sono esse a stabilire preventivamente le regole per utenti e concorrenti, a decidere cosa promuovere e cosa nascondere, ad imporre argomenti, stabilire priorità. 

Tutto ciò ha a che fare direttamente con le nostre libertà. Ne va della effettiva tutela dei diritti fondamentali degli utenti e di conseguenza della qualità della democrazia nella società dell’informazione. 

Per questo si sta discutendo del rafforzamento delle regole di responsabilità per i gestori, un vero fondamento dell’economia digitale, a tutela di diritti fondamentali dei singoli e degli utenti, come per altro richiesto dalla Corte di Giustizia europea. Gli intermediari online debbono assumere sempre più precise responsabilità, avere specifici obblighi di intervento in caso di contenuti illegali, soprattutto rispondere ad un massimo di trasparenza ed affidabilità, in un quadro di regole stabilito dal decisore pubblico. 

A quanto si sa il nuovo Regolamento sui Digital Services prevede sanzioni rapportate al fatturato molto alte, soprattutto nel caso che i gestori non rispettino gli obblighi di controllo e rimozione di contenuti illeciti quali proprio discorsi d'odio, fake news, materiale contraffatto, illegale ecc. 

Naturalmente le nuove norme rientrano in un più complessivo piano di tutela dei diritti portato avanti da anni dall’Unione Europea, si pensi solo alla Governance dei dati informatici, un ambito di portata strategica regolato dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (in inglese GDPR); entrato in vigore nel 2016, esso regola il modo in cui aziende e altre organizzazioni trattano i dati personali.  

Tutto questo in Europa ‘fa sistema’. Noi, una volta di più, dobbiamo porci a questo livello, evitando per quanto possibile polemiche sterili che ci devierebbero dai temi più importanti e sensibili. 

Certo dobbiamo sapere che in queste materie sono in gioco interessi rilevantissimi, ma soprattutto che sono in gioco i diritti dei cittadini europei e il futuro della giustizia, dell’eguaglianza, della democrazia.  

Il potere pubblico, cioè dei cittadini elettori e sovrani, deve mostrarsi in grado, oggi più che mai, di espandere la propria incidenza democratica, regolando mercati e diritti, implementando tutta una serie di diritti esigibili non solo verso i poteri pubblici tradizionali, ma anche verso gli attori privati. Questi del resto se già da una parte disimpegnano funzioni para-pubbliche, come eclatante nel caso proprio delle grandi piattaforme online, devono accettare oneri e responsabilità di controllo e trasparenza. Così si tutela l’interesse pubblico, si tutelano i diritti di tutti, si imposta in modo democratico il rapporto fra pubblico e privato. 

L’obiettivo deve essere quello ambizioso di un costituzionalismo digitale al tempo della società dell’informazione. Il nuovo Regolamento su Servizi Digitali non deve comprimere le libertà economiche, ma certo non è accettabile il contrario e cioè una compressione sproporzionata di altri interessi costituzionalmente rilevanti, a cominciare dalla dignità della persona. 

I discorsi d'odio costituiscono insomma una cartina di tornasole particolarmente sensibile dello stato dei nostri diritti e delle nostre libertà. Non possiamo nasconderci che andiamo verso un futuro di insidie crescenti alla dignità umana, non solo nelle forme antiche e sempre ritornanti del razzismo, dell’antisemitismo, dell’intolleranza, ma anche in quelle connesse proprio alla diffusione dei social media. 

Libertà e dignità. Promozione della prima e rispetto della seconda. Questo il discrimine sottile e delicato, mutevole e a volte sfuggente, che non però possiamo rinunciare a individuare, seguire, tracciare.  

La libertà di espressione è forse la forma più alta di libertà. Ma anch’essa, come tutte le libertà, trova sempre il suo limite nel rispetto dell’altrui diritto e dell’altrui dignità, di quei “valori condivisi” che rendono davvero civile la vita di una comunità.  

La mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Questo senso del limite, come costitutivo dell’idea stessa della libertà, dobbiamo assumerlo come dato di partenza, come premessa e canone di un lavoro. Un lavoro che sarà lungo e impegnativo, ma anche indefettibile. 

 Vorrei passare ad alcune questioni più direttamente connesse con l’avvio e l’impostazione dei nostri lavori. 

Credo che il nostro obiettivo finale debba essere l’approvazione di un documento politico o Risoluzione entro il 2022. Per ragioni pratiche legate ai tempi della sessione di bilancio, penso sarebbe utile immaginare una data di fine lavori fra novembre o primi dicembre del 2022.  

La Risoluzione dovrebbe raccogliere, oltre agli esiti del lavoro di indagine conoscitiva, anche alcune ipotesi di massima di iniziativa politica e legislativa per il Parlamento italiano.  

In questo modo lasceremmo in eredità alla prossima legislatura un lavoro importante, con anzi l’auspicio che esso possa continuare istituendo nuovamente negli anni a venire la Commissione contro l’odio e l’intolleranza.  

Per poter organizzare al meglio i nostri lavori e corrispondere adeguatamente ai compiti assai impegnativi che la mozione istitutiva ci assegna, penso sia indispensabile stabilire in modo chiaro gli ambiti d’intervento; così le varie articolazioni del nostro lavoro risulteranno come parti organiche di un ragionamento unitario e confluiranno naturalmente in un documento finale.  

Servirà senza dubbio una prima fase di audizioni di soggetti in grado di arricchire il nostro bagaglio di conoscenze e di suggerire ipotesi di lavoro e di previsione normativa. Le audizioni potrebbero cominciare nel giugno del 2021, per terminare nella primavera del 2022; per una durata dunque di circa dieci mesi, magari intervallate da focus istituzionali.  

Dopo questa fase, diciamo da maggio 2022 a settembre 2022, potrebbe svolgersi una fase di discussione politica in preparazione della Risoluzione conclusiva da approvare entro l’autunno del 2022.  

La terza fase dei lavori coinciderebbe poi con la discussione e l’approvazione in Aula della Risoluzione. 

Credo inoltre che lo strumento più utile ai nostri fini sia quello dell’Indagine conoscitiva. Si potrebbe pensare ad un’unica indagine che approfondisca natura, cause e sviluppi recenti del fenomeno del discorso d'odio con un’attenzione particolare alla evoluzione della normativa europea ed internazionale. Più determinatamente: 

a) Diffusione e innovazione dei media, loro efficacia nel produrre discorsi d’odio, valutazione delle forme di (auto-)regolazione atte a prevenire e sanzionare detti fenomeni. 

Possibili audizioni: mondo accademico, MIUR, Autorities di controllo, rappresentanti delle piattaforme dei social media;  

b) Normativa europea ed internazionale in fatto di contrasto dei fenomeni detti di hate speech ovvero di promozione dell’inclusione e non discriminazione. 

Possibili audizioni: Rappresentanti UE, Consiglio d’Europa, ECRI, OSCE, Nazioni Unite; 

c) Approfondimento delle cause sociali e culturali della generazione e diffusione dei discorsi d’odio e dei fenomeni di intolleranza e discriminazione. 

In aggiunta ed integrazione di questo lavoro di conoscenza e di indagine, credo dovremmo valutare anche l’opportunità e l’importanza di uno strumento di studio e raccolta dati quale un Osservatorio ad hoc, da costituire su proposta della Commissione stessa. 

Suo compito potrebbe essere il monitoraggio dei fenomeni dei discorsi d'odio e intolleranza, insieme alla raccolta sistematica di dati statistici e documenti risultanti dalle diverse fonti istituzionali, accademiche o associative, con particolare riferimento appunto ai fenomeni di intolleranza, discriminazione, razzismo, antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di discorso d'odio 

In aggiunta a questo può essere utile che la Commissione programmi sessioni di lavoro congiunte con organismi sovranazionali e internazionali e Parlamenti di altri Paesi.  

Resta inteso che entro il 30 giugno 2022 (come previsto dalla mozione istitutiva) la Commissione dovrà trasmettere al Governo e alle Camere una Relazione sull’attività svolta e in corso di svolgimento. 

Penso questa possa costituire una proficua traccia di lavoro. Una traccia aperta, parte di un lavoro che si arricchirà oltre che dei contributi dei singoli Commissari, anche dell’attivo coinvolgimento di quante più possibili realtà associative e singole personalità scientifiche ed autorevoli, tali da implementare il lavoro della nostra Commissione e collocarla in modo strategico nel dibattito pubblico sulla qualità del nostro vivere civile e sulla difesa e la promozione della nostra democrazia.  

Infine, ma non certo ultimo in ordine di importanza, il rapporto con il mondo dell’Istruzione e della Formazione. Quella certo di ragazze e ragazzi, ma più generalmente intesa come formazione permanente dell’intera nostra società civile.   

La Commissione dovrà vivere in sintonia ed osmosi con il mondo che ci circonda, non certo per surveiller et punir, ma al contrario per conoscere, formare, individuare soluzioni. Nostro compito sarà dunque contribuire a porre la nostra società nelle condizioni migliori per progredire nella libertà e nella responsabilità. 

Se riusciremo ad impostare un lavoro con questa latitudine e questa ambizione credo che avremo svolto al meglio la nostra missione di rappresentanti della Nazione e della Repubblica. 

Liliana Segre 

Maggio, 2021 



(...le audizioni cui avete assistito dovrebbero ricadere nel contesto delineato da questo programma di lavoro...)

martedì 6 luglio 2021

Credito (da Charlie Brown)

(…da Charlie Brown ricevo e pubblico…)


La teoria generale della finanza spiega che il rendimento è funzione positiva del rischio:

R = f (σ)

Il rischio è definito come la probabilità che il risultato dell’investimento sia diverso in più o in meno rispetto al risultato “atteso” . Per questo il rischio è misurato dalla deviazione standard, misura non direzionale.

Esistono quindi infinite coppie coerenti di rischi e rendimento:

 

(R1σ1) , (R2, σ2), (R3, σ3)  …

 

La “teoria del portafoglio” ci dice che il rendimento di uno specifico investimento è funzione solo del suo rischio sistematico, ossia della misura in cui il valore dell’investimento varia , in su o in giù, al variare delle condizioni generali del mercato. Il rischio specifico , correlato alle caratteristiche individuali dell’investimento, può essere “diversificato via” mettendo più investimenti nel portafoglio. Se l’azienda Charlie Brown va peggio della media del settore, l’azienda Alberto Bagnai andrà  meglio e l’azienda Goofynomics  sarà senza infamia e senza lode (performerà come il settore). 

Una banca commerciale italiana ha un vasto portafoglio di clienti operanti in un dato settore. Essa dovrebbe quindi prezzare il denaro dato ad ogni singolo cliente prevalentemente sulla base delle suddette considerazioni (fermi i dovuti presidi prudenziali: non si dovrebbe investire in una bisca, anche se ciò di fatto è spesso avvenuto).  ciò è più o meno ciò che avveniva finché  i crediti concessi venivano impacchettati e venduti in blocco  sul mercato con le cartolarizzazioni. La cosa sfuggì di mano ed  il meccanismo si ruppe dopo Lehman quando si “scoprì” che non è possibile “diversificare via” magicamente anche il rischio sistematico (questa era la falsa magia che nell’ignavia generale pareva trasformare portafogli schifosi  investimenti con rating tripla A – nulla di nuovo sotto il Minsky).

Oggi le banche italiane devono in buona parte gestirsi il rischio internamente.  Esse non si preoccupano più tanto del rischio totale quanto del cosiddetto “downside risk “ ossia della probabilità che i risultati del singolo investimento divergano da quelli attesi  in senso peggiorativo. Le regolamentazioni spingono sempre più in questa direzione. Il risultato è un ingessamento generale del processo del credito commerciale. Prevale una esasperata “avversione al rischio” la quale oltre a scaricarsi sui tassi (oltraggiosamente alti per i clienti più piccoli, non dotati di forza contrattuale e percepiti come intrinsecamente rischiosi ) si trasforma in un razionamento del credito. Le banche cercano di compensare il conseguente calo di fatturato con il trading sui titoli di stato e con le operazioni finanziarie a leva (ambedue le cose sono malviste ma pilatescamente tollerate dal regolatore). 

E quindi?

E quindi, questo blocco del credito non si scioglierà con maggiore regolamentazione prudenziale ma solo alterando la percezione del rischio generalizzato di insolvenza. Il che non avverrà grazie a spontanei cambi di “mood”, ma grazie ad una politica economica  massicciamente espansiva e reflattiva la quale faccia uscire l’Italia dalla sua trappola di liquidità, stimolando nel mentre un sano “risk appetite” nel settore bancario.



(…dichiaro aperta la discussione generale, con un’osservazione: è Basilea, bellezza!…)

Enria sul calendar provisioning

Oggi alle ore 13 la Commissione Finanze del Senato audirà in videoconferenza il dottor Andrea Enria, già presidente dell'EBA (cioè dell'ABE: Autorità Bancaria Europea), carica in cui gli succede José Manuel Campa, e attualmente presidente dell'SSM (Single Supervisory Mechanism, meccanismo unico di vigilanza, anche noto come consiglio di sorveglianza della BCE, da non confondere con lo ESFS, European System of Financial Supervision, che raccoglie EBA - vedi alla voce ABE, ESMA e EIOPA, né tantomeno con lo EFSF, European Financial Stability Facility, che poche soddisfazioni ci ha dato, almeno se commisurate ai soldi che gli abbiamo conferito), carica (quella di presidente dell'SSM) in cui è succeduto a Danièle Nouy, quella che, con il suo famigerato Addendum alle Linee guida sui crediti deteriorati emesse dalla BCE introdusse il famigerato calendar provisioning, cioè uno scadenziario di accantonamenti (provisioning) che le banche erano costrette a fare per coprire, nel quadro di un rigido calendario (calendar), le loro esposizioni (crediti) deteriorate (cioè quelle in cui la controparte - il debitore - si trovava in difficoltà).

Il calendar provisioning venne salutato all'epoca dal PD come un grande successo, in particolare un successo personale dell'allora presidente della Commissione ECON Roberto Gualtieri: "un passo avanti importante verso la riduzione del rischio del settore bancario" (cioè verso il sol dell'avvenire europeo). Noi sul tema fummo sempre scettici per un motivo molto semplice: anche queste regole di accantonamento, come quelle di bilancio basate sull'output gap, erano procicliche, in particolare perché, costringendo le banche ad accantonamenti supplementari quando le aziende entravano in crisi, impedivano alle banche di erogare credito quando ce n'era maggior bisogno, cioè, appunto, quando il tessuto economico entrava in crisi. Rispetto a queste nostre posizioni le autorità europee e soprattutto italiane sono sempre state negazioniste (come oggi si usa dire: e a questo punto, se lo dicono gli altri lo diciamo anche noi).

Ma ora, tanto per cambiare, il PD torna per versare una lacrimuccia di circostanza sul luogo del delitto contro il buonsenso, incardinando in Commissione Finanze un "Affare assegnato sulla questione del calendar provisioning", il che fa un po' sorridere, perché su quella questione ci sono le loro impronte digitali, non quelle di chi, come noi, si è sempre opposto negli atti parlamentari evidenziando l'assurdità di certe regole (qui un esempio). Sarebbe gradito un cenno di resipiscenza, come quello, del tutto inedito, porto ieri, sul tavolo di altre regole, da Erik Fossing Nielsen.

Non è per umiliare i nostri attuali alleati che gli chiediamo di ammettere di non aver capito, ma solo per essere sicuri che ora abbiano capito, e quindi non facciano perdere ulteriore tempo a noi e al Paese.

Fatto sta (e questo non è un buon indizio) che la richiesta di audire il Presidente di una delle massime autorità europee in campo bancario, segnatamente quella che ha introdotto questa normativa che rischia "di penalizzare pesantemente il sistema bancario nazionale" (Pittella dixit), non è stata fatta dagli europeisti, ma dagli europei, come il verbale succintamente riporta.

E questo, certo, non è un buon inizio sulla strada della riconciliazione nazionale e della comune difesa degli interessi del Paese: subalternità e deferenza, unite a una scarsa enfasi nel tutelare le prerogative del Parlamento (perché tanta timidezza e reticenza, perché questo metus reverentialis nel rivolgersi a istituzioni che, fino a prova contraria, non sono un totem, ma esistono per essere al servizio del cittadino?), non sono un buon viatico per quella che comunque la si veda resta, al punto in cui le cose sono state lasciate arrivare, una mission impossible.

L'audizione dovrebbe essere in diretta web (sarebbe strano e grave se non lo fosse) sul canale del Senato, che trovate qui.

lunedì 5 luglio 2021

Pre-QED 95: stampare moneta (con giudizio)

In questo post concludevo dicendovi che:


Non è ancora successo.

Non è cioè successo che Munchau ci abbia spiegato che dalla crisi si potrà uscire solo così.

Vi chiedo però di prestare attenzione, perché sono pressoché certo che stia per dircelo, e volevo segnalarvi perché.

Come credo abbiate visto (grazie a chi vi scrive), i funzionari di banche centrali non hanno difficoltà ad ammettere quello che qui abbiamo sempre detto, per il semplice fatto che è una banale verità da manuale del secondo anno: la creazione (e quindi anche la non creazione) di moneta per finanziare (e quindi anche per non finanziare) investimenti pubblici è una scelta politica, non è soggetta a particolari vincoli tecnici, se non quello macroeconomico derivante dalla potenziale creazione di eventuali tensioni inflazionistiche: tutto qua

Per questo qui avevamo propugnato l'idea che il fabbisogno pubblico venisse monetizzato (cioè che gli investimenti non venissero finanziari emettendo debito pubblico) almeno finché l'obiettivo di inflazione al 2% non fosse stato raggiunto. L'argomento non è distante dai temi sollevati nel convegno del 12. Si potrebbe infatti riformulare dicendo che finché esiste un ampio output gap, cioè finché il potenziale di offerta supera di molto la domanda, ha perfettamente senso finanziare la domanda (quella pubblica, secondo me) con moneta, perché la disponibilità di lavoratori disoccupati e di macchinari inutilizzati permette di soddisfare questa domanda senza che si creino tensioni sui prezzi. Ovviamente, cruciale per questo ragionamento è che l'output gap venga misurato bene, tema del quale si è occupato in particolare Heimberger. Tradotto ulteriormente, dire che "in Italia l'output gap si è chiuso" (cioè che l'offerta è appena sufficiente a soddisfare la domanda) equivale a dire che non si può pensare di finanziare ulteriore domanda emettendo moneta perché altrimenti si genererebbe inflazione.

Ora, come sempre, ci (quasi) arrivano anche quelli bravi: apprendiamo da Voxeu, blog di grande reputazione e quindi significativo degli orientamenti futuri dell'élite, che finché non ci sono tensioni inflazionistiche, ha perfettamente senso emettere moneta. Gli autori lo fanno nel 2021 con una postura che a me non piace per i motivi esposti nel lontano 2015, cioè perché parlano di finanziare la domanda privata con un meccanismo di helicopter money, anziché infrastrutture pubbliche con il consueto meccanismo di finanziamento monetario descritto dai libri di testo, ma il punto fondamentale viene posto bene in evidenza: l'unico limite al finanziamento monetario della spesa non è "dove trovi i soldi?" (risposta: li emetti), ma "quanta inflazione alimenti?" (risposta: durante una gravissima recessione, molto poca). Proporre l'helicopter money come regola "contingente" (cioè dipendente dalle circostanze, in particolare dal tasso di inflazione) è un enorme passo avanti: significa arrivare addirittura a dove eravamo noi sei anni fa!

Quindi fra un po' ci arriverà anche Munchau, lo scriverà sul Financial Times, e il QED sarà compiuto.

Mentre aspettiamo, le aziende chiudono e le infrastrutture vanno in malora (spesso la prima cosa è causata dalla seconda, come ci spiegavano alcuni imprenditori oggi a Pescara).

Ma come ogni rivoluzione culturale, anche questa ha i suoi tempi e, purtroppo, le sue vittime.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

domenica 4 luglio 2021

Puri e duri (di comprendonio)

Osservo con un certo sbigottito divertimento alcune fra le reazioni all'annuncio del convegno di Roma (il "midterm" di quest'anno) pubblicate qui. Mi sembra evidente che una certa povertà di impostazione politica tragga origine da una certa povertà lessicale e da una certa postura culturale. Il mito della bella morte, lascito di una certa cultura politica, pervade molti di quei commenti, i cui autori sono quindi fattualmente eredi (consapevoli o meno) di quella esperienza fascista, che altrettanto fattualmente non possiamo definire di successo (per il semplice fatto che non ha vinto: personalmente penso anche che sia stato meglio così, ma questo non conta). Eppure, non me ne vogliano i puri e duri (di comprendonio): come combattere la mia battaglia politica e culturale continuerò a deciderlo io, e il suicidio, in questa come nelle future fasi di questo conflitto, non è compreso fra le opzioni, per il semplice fatto che dopo non potrei continuare a combattere (anche se in cambio sarei accolto nel Walhalla di cartapesta che questi cari amici conservano come quinta del loro proscenio "culturale"). Gli stessi motivi che in questa fase mi spingono a chiedere a voi di non esporvi inutilmente in un dibattito che proseguirebbe comunque, anche senza inutili strepiti, perché determinato da dinamiche socio-economiche oggettive (e quindi a ricordarvi che sui social il silenzio è d'oro...), mi spingono a proseguire il mio lavoro come ho sempre fatto: ignorando le mosche cocchiere e preservando la mia credibilità (che non mi viene conferita, ovviamente, da Fanfarlucchio71 o da Armageddon57...).

Evidentemente a qualcuno, che nulla ha fatto per far crescere la vostra consapevolezza, e che nulla è riuscito a fare per crescere nel consenso elettorale, dà fastidio che noi continuiamo a presidiare una linea di resistenza culturale e politica trasversale, continuiamo (se pure in un ruolo diverso, in cui è paradossalmente molto più difficile riuscire a farlo) a coinvolgere in una riflessione strategica intelligenze e posizioni politiche diverse, continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, qui, fin dall'inizio, e che ci ha portato dove siamo arrivati, cioè in un luogo in cui possiamo analizzare e comprendere i processi politici che hanno condotto il Paese dove si trova molto meglio di quanto potessimo farlo dove eravamo prima. 

Evidentemente questo spiace, o forse addirittura disturba, e quindi gli utili idioti si palesano, con  tecniche che sappiamo essere le loro. 

Parafrasando l'orazion picciola, bisognerebbe dire a chi c'era: "considerate vostra partenza!" Vi ricordate da dove e come siamo partiti? Vi ricordate le vostre desolate esternazioni? "Ti faranno fuori, non andrai mai in televisione, nessuno ti ascolterà!" Tralascio poi quelle di metodo politico, ma basta tornare indietro nel blog e rileggere i nostri dibattiti per riderci su. Quelli bravi in politica adesso sono per lo più scomparsi dalla scena, e io, che ero (secondo loro) quello che non capiva niente sono (non grazie alle loro lezioncine) il responsabile economia del primo partito italiano, dove ho il privilegio di occuparmi, spero con un minimo di successo, coordinando una squadra di grande competenza tecnica e intelligenza politica, dei problemi concreti di tante persone che del nostro dibattito nulla sanno né mai sapranno, degli umili, di quelli al cui servizio avevo deciso di pormi, per tutelarne la common decency, in un moto di viscerale ripulsa verso la postura aristocraticamente autoritaria dell'amico Aristide, che qui qualcuno ricorderà (o altrimenti lo troverà qui).

Ai pochi rumorosi che ci imputano di aver cambiato posizione è piuttosto facile controbattere che verosimilmente non hanno mai capito quale essa fosse (eppure l'abbiamo esposta con sufficiente chiarezza più di otto anni fa) e non si sono accorti che nel frattempo è diventata parte del programma con cui un partito è diventato il primo partito italiano. E sì, se leggete bene, non è scritto da nessuna parte che il nostro programma fosse cercare la bella morte facendo la guerra al mondo (e se i giornali ve lo hanno raccontato così e voi ci avete creduto, pur avendo accesso alle fonti primarie, non ne fate una colpa a noi, perché non possiamo certo essere individuati come responsabili di un simile fallimento intellettuale)! Direi che la nostra posizione era più facilmente riassumibile nel promuovere in dialogo affinché il buonsenso e la razionalità prevalessero, e quella resta, nelle piccole come nelle grandi cose.

Ma siccome questa filosofia politica riesce nelle piccole cose, capisco che essa dia molto fastidio nelle grandi, e sopporto col sorriso sulle labbra le esternazioni scomposte di tanti piccoli squilibrati. Il troll abbaia, la carovana continua a camminare.

In quale direzione?, chiede qualcuno.

Voi quante ne vedete?

Ecco...