(...
settantaquattro: è un numero difettivo e odioso. Nonostante la scelta sia casuale, e nonostante io non stia per parlarvi di divisori, ma di moltiplicatori, non ci poteva essere numero più appropriato per quello che in effetti è il QED del sesto KPD, nonché, letterariamente, la naturale prosecuzione di "Sparecchiavo...". Fatto il punto nave per i nuovi lettori, che crescono in quantità e qualità, "o buon Appollo, al solito lavoro fammi del tuo valor siffatto vaso, come dimandi a li mortacci loro"...)
Riccardo Barbieri Hermitte è una persona elegante, competente, e preoccupata, certo a modo suo (come ognuno di noi), ma con una convincente parvenza di sincerità, per le sorti del paese. Ho avuto modo di ascoltarlo in una sola occasione, e, sperando che questo non gli rovini la carriera, devo dire che ho apprezzato al 99% la sua analisi, l'1% essendo il rituale inchino ai luoghi comuni dovuto alla necessità tattica di farsi scusare per aver detto con compostezza ma fuori dai denti alcune verità spiacevoli sul nostro paese (perché agli abitanti del nostro paese torna sgradito sentirsi dire che questo ha fondamentali economici sani: più esattamente, tornava sgradito ad alcuni degli astanti, membri di quelle élite che dalla proclamazione dell'inferiorità etnica dei propri cittadini traggono la legittimazione per espropriarli -
tendenza assolutamente bipartisan, peraltro, come da noi chiarito molto tempo addietro notando la celeste corrispondenza di economici nonsensi fra
il nuovo filosofo di Treviri e il salvatore della Patria...).
Alfredo (nome di fantasia) era invece "er meccanico" più vicino a casa. Non si può dire che fosse elegante, se non nella misura in cui potremmo definire "eleganza" la naturale, innata capacità di essere a proprio agio, e in particolare di indossare abiti appropriati, in ogni circostanza. La tuta sporca di grasso, leggermente
oversize per garantire libertà di movimento agli arti, ma soprattutto a una rimarchevole panzetta (la libera circolazione dei trigliceridi...), non sarebbe stata vista con occhio indulgente attorno a un tavolo direzionale di BoA! D'altra parte, te ce vojo vedé a tte a tuffarti nelle viscere de "la màghina" con una bella cravatta a sette pieghe... C'è anche il caso di fare la fine di Isadora Duncan, che noi non auguriamo a nessuno, nemmeno a quelli che spingendo troppo in là, oltre il muro del razionale, la difesa dei propri porci interessi di parte,
l'hanno resa inevitabile a molti. Sulla competenza... non mi pronuncio, rinviando a un
grande classico della letteratura italiana (che, pensate, mi è stato consigliato dal Gaddus...).
Ma torniamo a Barbieri Hermitte. Voglio precisare che quando parlo della sua competenza non mi riferisco specificamente a quella scientifica. Devo farlo per correttezza: non essendoci molte pubblicazioni scientifiche del dottor Barbieri Hermitte in giro, se non facessi questa precisazione la mia affermazione potrebbe essere interpretata in modo antifrastico come sarcasmo, soprattutto alla luce di quanto sto per raccontarvi. Quando parlo di competenza intendo
questo: una lunga esperienza dei mercati acquisita presso i mercati, cioè presso i soliti noti: JP Morgan, Morgan Stanley, Merril Lynch, e anche
Algebris, che nel CV non c'è... ma il paese è piccolo, e la gente mormora, anche quando non ce ne sarebbe motivo (e comunque non ce n'è mai bisogno)...
Presso tutte queste istituzioni prestigiose, che hanno legittimo scopo di lucro, il dottor Barbieri Hermitte ha svolto ruoli di responsabilità che non avrebbe potuto svolgere se non avesse avuto le competenze necessarie per produrre reddito. Insomma: è una persona che sa senz'altro fare tante cose che io non so fare, come lo sono tante altre persone (ad esempio
Jago), tutte persone che per questo motivo suscitano la mia curiosità intellettuale e il mio rispetto umano (a differenza dei tanti cialtroni buonisti che circolano anche nel mio settore: i tanti economisti invenduti per mancanza di acquirente, che difendono la causa "giusta" nel modo sbagliato). Naturalmente, dal fatto che Jago sappia scolpire bene non consegue che egli sappia come me suonare mediocremente, e così dal fatto che il dottor Barbieri Hermitte sappia fare tante cose complicate che io non so fare, non discende che lui sappia fare alcune semplici cose che so fare io, cosa alla quale, fino a poco tempo fa, credo lui potesse facilmente rassegnarsi.
Poi è successa una cosa interessante, che credo non sia sfuggita all'attenzione di molti di voi (come non è sfuggita all'attenzione di Palombi e Di Foggia, a pag. 16 del Fatto Quotidiano del 26 aprile scorso, quando,
incalzato dal mio personale Sturm und Drang, ero a Libberopoly
in cerca di solitudine - motivo per il quale dovetti dire a Marco: "penZace tu..." e lui ci pensò egregiamente...).
Sì, avete capito. Sto parlando proprio del famoso box a p. 17 del
Programma Nazionale di Riforma, la terza parte del
Documento di Economia e Finanza 2017. A futura memoria, eccovelo qui:
Sintesi: premesso che, come voi sapete (e dovrebbero sapere
anche i politici) Monti decise di "aggredire" la spesa pubblica in modo del tutto pretestuoso, ovvero non per "consolidare" conti pubblici che erano del tutto sostenibili, ma per
generare la disoccupazione necessaria al riequilibrio dei conti esteri (via calo dei salari-miglioramento della competitività-riduzione delle importazioni-aumento delle esportazioni), ne consegue che questa medicina, somministrata sulla base di una diagnosi volutamente errata, ha causato enormi danni al paziente. I danni sono quantificati nella tabellina come scostamenti percentuali dallo scenario di base, che non si sa bene quale sia. Se prendiamo per buono quello che il Fmi forniva all'epoca (cioè quello del
secondo World Economic Outlook del 2011, riportato a base dei prezzi 2010 dall'originaria base 2000), la perdita di Pil reale sul quadriennio in questione può essere quantificata come segue:
Quel tesoro del Tesoro ci propone ben due controfattuali (al prezzo di parecchie migliaia di euro estorte dalle nostre tasche): uno
standard, e uno con
frizioni finanziarie.
E cosa saranno mai queste frizioni finanziarie!?
Sono la geniale scoperta, recentemente fatta dagli economisti (poi dicono che l'economia non è una scienza...), secondo cui capita che in caso di crisi bancaria le banche siano restie a prestare non solo i soldi che non hanno, ma anche quelli che hanno, perché temono di non rivederli indietro. Geniale, vero? Dite la verità: senza il brillante articolo di
Gertler e Karadi (2011) voi non ci sareste mai arrivati! Consolatevi: gli economisti del Tesoro (chi sono? Hanno pubblicato il loro modello? È stato sottoposto a
peer review? Si può sapere come è fatto? Perché sarebbe anche un problema di democrazia, sapere su quale base informativa l'esecutivo prende le decisioni che ci riguardano, non vi pare?...), gli economisti del Tesoro,
disais-je, pur conoscendo l'articolo, ci sono arrivati solo sei anni dopo. Sei anni dopo cosa? Dopo Gertler? No:
sei anni dopo questo, dopo il primo QED, quello in cui chiaramente dicevo (inascoltato) che l'austerità avrebbe provocato un serio deterioramento della qualità dei crediti (ovvero un aumento delle sofferenze).
Io parlavo di sofferenze quando i cialtroni parlavano di debito pubblico: sì, i cialtroni che hanno deliberatamente condannato a morte la nostra economia.
Come mai, nei controfattuali di quel tesoro del Tesoro, l'impatto delle manovre recessive di Monti è più drammatico (arrivando a una perdita cumulata di quasi 300 miliardi di euro sul quadriennio 2012-2015) se si considerano le frizioni finanziarie? Ma è semplice: perché questi scenari tengono conto del fatto che quando le banche non prestano, l'unico settore che può iniettare liquidità nel sistema economico è quello pubblico, e quindi in queste circostanze l'austerità (ovvero la sterilizzazione della spesa pubblica, diventata una fonte di liquidità necessaria per il funzionamento del sistema) ha impatti finanziari devastanti.
Insomma: quando le banche non vogliono mettere soldi in circolo, solo lo Stato può farlo, e se glielo impedisci è morte per imprese e persone: le aziende non possono pagare i fornitori, che non possono pagare i dipendenti, che non possono pagare il mutuo, mettendo in ulteriore difficoltà le banche, che quindi vogliono mettere in circolo ancora meno soldi, ecc.
L'austerità in queste circostanze è un salasso praticato a un paziente anemico.
Noi siamo andati oltre! Siamo arrivati all'assurdo che lo Stato non solo non iniettava liquidità con un piano di investimenti pubblici (o anche semplicemente innalzando gli stipendi pubblici, cosa che, come sappiamo, ha un impatto positivo sugli investimenti privati:
ce lo dice Marattin, prestigiosamente pubblicato
qui!), ma addirittura si rifiutava coi pretesti più vari di dare agli imprenditori quanto spettava loro,
nonostante glielo chiedesse addirittura la lue! Eh, già, perché, chissà per quale motivo, i nostri Quisling ascoltano il
Treponema bruxellensis solo quando questo chiede di tassare iniquamente: mai quando chiede di pagare giustamente.
Ora, ci sono diverse considerazioni da fare, a margine di questo simpatico episodio.
La prima è stata svolta da Palombi, ed è la più pregnante in termini politici: è del tutto evidente che dietro una critica così esplicita e radicale delle "riforme" messe in atto dal Padre della Patria su richiesta del treponema ci deve essere una intenzionalità politica, che penso anch'io (come Palombi e Di Foggia congetturano) sia quella di mettere in guardia Bruxelles contro il grave rischio di instabilità politica che potrebbe conseguire dall'imposizione oggi di un simile piano di risanamento. Traduzione pratica: si vota a febbraio (la lue ci andrà con la mano leggera, Gentiloni farà la sua manovra che non concluderà nulla, poi arriverà Renzi alla riscossa... e magari farà un sorprendente - per gli altri - patto pecorino con gli ortotteri...).
Ma questa roba mi interessa tanto quanto. Le cose che vorrei farvi apprezzare sono altre.
Intanto, questo box di quel tesoro del Tesoro, che ci fa la carità (anonima, perché così deve essere la carità) di dire le cose come stanno, non aggiunge nulla a quanto sapevamo, ed è in effetti un autorevole (...) QED di quanto ci eravamo permessi di
dimostrare anni addietro col modello di a/simmetrie (ora
pubblicato su rivista peer reviewed con nome cognome e indirizzo degli autori: male non fare, paura non avere,
converse is true). Le politiche di austerità sarebbero state controproducenti: in recessione non ci si deve proporre di ridurre il rapporto debito/Pil ma di stabilizzarlo (come affermato qui in Italia fra gli altri da
Realfonzo), e questa stabilizzazione, siccome deve agire non solo sul numeratore (debito), ma anche sul denominatore (Pil), richiede in particolare un aumento, anziché una diminuzione della spesa pubblica,
soprattutto quando questo rapporto eccede il 100%. Il motivo è alla portata di qualsiasi imbecille (tranne i tanti pagati per non capirlo in giro nelle redazioni): quando il rapporto debito/Pil è maggiore di uno, anche laddove la riduzione di Pil conseguente a quella della spesa fosse uno a uno (un euro di Pil in meno per ogni euro di taglio di spesa), il rapporto aumenterebbe comunque, per i motivi da noi illustrati
qui. Suggerimento: 3/2 è maggiore di 4/3. Se non ci credete (o siete iscritti all'ordine dei giornalisti), una calcolatrice vi aiuterà. Sottrarre uno sopra e sotto fa aumentare il rapporto, e questo è quello che succede al rapporto debito/Pil quando si fa austerità con un moltiplicatore pari a uno.
Se poi consideriamo che in un modello keynesiano standard il moltiplicatore è maggiore di uno (
nel modello di a/simmetrie è vicino a 1.8 in condizioni recessive, valore che sembrava elevato a Francesco Lippi semplicemente perché ignorava la letteratura rilevante,
da Candelon e Lieb in giù...), capite che, nei termini stilizzati che vi ho proposto, da 4/3 si passa direttamente a 3/1 (che sarebbe 3).
Non è quindi strano che il nostro modello, dove il moltiplicatore è maggiore di 1.5, valutando cosa sarebbe successo se si fosse tentato di stabilizzare il rapporto debito/Pil, anziché di diminuirlo, giungeva alla conclusione che in questo modo si sarebbe evitata una perdita di Pil quantificabile in 127 miliardi di Pil in due anni. Cifra non così lontana dai 97 miliardi risultanto dagli scenari di quel tesoro del Tesoro. La differenza può essere spiegata dal fatto che il Tesoro confronta lo scenario "pessimale" (le politiche di Monti) con uno scenario "business as usual" (cioè valutano il danno di quello che si è fatto rispetto a cosa sarebbe successo non facendo nulla), mentre noi valutavamo lo scenario "pessimale" confrontandolo con quello ottimale (cioè cosa sarebbe successo se si fosse operato per stabilizzare il rapporto debito/Pil). La differenza sono 30 miliardi nel primo biennio, che alla fine ci sta: come dire che un modello veterokeynesiano, di quel tipo così tanto disprezzato dagli ignoranti, alla fine dice esattamente le stesse cose che quegli esercizietti da ingengngnieri falliti che vanno sotto il nome di DSGE sono costretti a dire, perché se i dati dicono una certa cosa, alla fine con quale modello li interroghi non conta, purché tu sia intellettualmente onesto (il problema è sempre e solo questo, come ormai sapete avendo visto innumerevoli esempi).
L'unica differenza fra il modello veterokeynesiano che "nella letteratura accademica non si usa più" (lo farò presente all'
editor di
Economic Modelling) e i modelli dei poracci che avrebbero voluto essere astrofisici ma non erano abbastanza portati per la matematica, è che il primo dice le cose mediamente con tre anni di anticipo, come vi sto dimostrando, il che poi significa che gli altri sono ritardati: arrivano con tre anni di ritardo...
Ora, c'è una cosa da apprezzare in questo QED. Certo, in termini giornalistici (e anche in termini fattuali) è interessante sottolineare l'enormità della perdita che Monti ci ha inflitto (i famosi 300 miliardi). Ma in termini scientifici, intellettuali, ci sono cose più stuzzicanti da rilevare.
La prima ve l'ho detta: alla fine, i "neoclassici" (quelli che Keynes chiamava i "ricardiani") sono costretti dalla violenza dei fatti a dire cose keynesiane, a pena di irrilevanza scientifica (e anche politica). Dopo sette anni di crisi, chi dice che il cielo è verde lo fa a suo rischio e pericolo, il primo rischio essendo il più grave in un società così attenta alla reputazione e alla credibilità: il rischio del ridicolo (e direi che in questo caso il rischio si è convertito in certezza). Per tutelare la propria inesistente credibilità, gli "scienziati" sono costretti a ricorrere ad artifici retorici parenti stretti della scoperta dell'acqua calda ("in una crisi bancaria le banche sono in crisi"), che presentano come assolute e pregnanti novità, magari infiocchettandole con un po' di inglese (fainancial fricscion...), per occultare sotto questo fumogeno il fatto che le conseguenze delle politiche scellerate prese dalle istituzioni cui appartengono erano ampiamente prevedibili e previste (questo blog ne è la prova).
Come ho già avuto modo di dire, "what have we learned from the crisis" is the new "ho solo eseguito gli ordini". Da questa crisi gli economisti post-keynesiani non hanno imparato nulla che non sapessero già, e lo stesso vale per i pre-keynesiani (da Alesina in giù: praticamente tutti). Questi ultimi, però, devono far finta di aver scoperto cose che non sapevano, per pulirsi la coscienza dalla responsabilità politica delle scelte "tecniche" che hanno direttamente consigliato o indirettamente appoggiato.
La seconda è che anche se i numeri dello scenario "con frizioni" sono impressionanti, quelli dello scenario "senza frizioni" non lo sono meno. Attestare una perdita cumulata di 100 miliardi (99.4) in un quadriennio significa affermare una sola e unica cosa: che l'austerità espansiva è una colossale scemenza, smentita dai dati. Agli ignoranti che oggi consigliano di ridurre il debit pubblico aumentando il surplus di bilancio (magari con una bella patrimoniale), ricordiamo che non solo il nostro debito pubblico è sostenibile, ma anche che oltre all'esperienza, e alla scienza, oggi perfino la politica, con il boxetto gesuitico e tardo di cui ci stiamo occupando, certifica che l'austerità è self defeating. Lo dice così, in inglese, per non dirlo in italiano, cioè per non dire che per diminuire il rapporto debito/Pil bisogna
aumentare, non
diminuire la spesa pubblica. Questo chi non è ignorante lo sa, e chi è ignorante farà meglio a leggersi in fretta (e in ginocchio sui ceci) la
letteratura scientifica più recente (pubblicata su
Topolino, ovviamente: tutte idee strampalate di un oscuro accademico di provincia)...
Cosa c'entra in tutto questo il dottor Barbieri Hermitte? Direi ben poco, perché il disastro non l'ha fatto lui, e anche perché non era suo lavoro occuparsi di astrusa letteratura accademica, mentre esplorare le implicazioni pratiche di questa letteratura, cioè fare il lavoro che facciamo qui, sarebbe stato, e tuttora sarebbe, il lavoro degli economisti del Tesoro (chi?).
Credo che oltre che elegante sia anche persona spiritosa (alla fine, in un mondo così paradossale esserlo conviene, e credo che lui di convenienza se ne intenda: vedi alla voce esperienza dei mercati finanziari...). Apprezzerà quindi se dico che, mentre uno sbigottito Palombi mi riferiva del simpatico box incitandomi a commentarlo (lui, che mi imputa di avere un atteggiamento troppo "ginnico" nei riguardi della realtà, ma paradossalmente era così smanioso di commentare un documento che io programmaticamente mi ero rifiutato di prendere in considerazione: a che pro indugiare sulla produzione legislativa di un governo colonizzato? Non basta forse aver descritto in anticipo le intenzioni del governo colonizzatore?...), mentre uno sbigottito Palombi mi parlava del "box a pagina 17", e io in debito d'ossigeno arrancavo verso
quota 2285, improvvisamente emergeva dalle profondità del mio sconforto la plastica immagine del dottor Barbieri Hermitte senza cravatta, in tuta
oversize, proprio quella di Alfredo, patacca per patacca, che in un greve dialetto romanesco, invece dell'italiano assolutamente corretto e affilato che gli conosco, mi apostrofava con le parole che tante volte erano suonate all'orecchio di mio padre come una condanna a morte: "Dottò, sò 'e frizzioni. Che glielo dico a ffà? Come 'e tocco so ssordi. Solo pè aprilla fanno trecento mijardi...".
E così, fra un ministro che sparecchiava con la gonna in capo mentre la sechiular staghgnieiscion faceva "i su homodi", e un chief economist che smonta le fainanscial fricscion in tuta da meccanico, il nostro paese va in malora, e le nostre case verranno espropriate (perché imporre una patrimoniale a chi non ha reddito significa di fatto espropriargli il cespite su cui insiste l'imposta), per trasformarci in un popolo di nomadi più "fluidi" e ricattabili di chi ha un
ubi consistam (paradossale conseguenza di una crisi che nasce perché il governo degli Stati Uniti voleva
mettere un tetto sopra la testa di ogni cittadino), e per somministrare, coi nostri soldi, una cura palliativa al
vero malato d'Europa, del quale oggi non si parla più, perché è stato deciso con quali soldi salvarlo: coi vostri.
Ovviamente non basterà, e alla fine si arriverà alle armi (tutto il gran parlare di eserciti che si fa in questi giorni serve solo a prepararvi all'inevitabile - che poi, proprio perché inevitabile, è una cosa alla quale in fondo arrivare preparati non è che conti così tanto...). It must be war: sono parole di Keynes, cioè parole vere.
Ma voi, che mi leggete di questo eravate già informati. A gennaio dissi che avrei passato l'anno a dire "ve l'avevo detto" (hashtag:
#vlad), e così sta accadendo.
Triste soddisfazione...
(...
che rima con "si apra la discussione...")
(...
ogni tanto, quando vado a trovare i miei, cioè ogni tantissimo, vedo Alfredo: sta ancora lì, inossidabile. Saranno passati trent'anni. Non c'è che dire: "dottò sossòrdi" è una frase che allunga la vita, oltre al conto in banca...)