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mercoledì 3 dicembre 2025

Ha stato Giorgetti!

No, non è quello che pensate voi (per cui vale il noto brocardo Roma locuta, causa finita, con buona pace dei monatti che mi hanno inseguito per Montecitorio!): è una riflessione, la solita - ma sempre utile - riflessione, sull'austerità, su cosa sia, su quali effetti produca...

Faccio un rapidissimo riassunto delle puntate precedenti: nella prima, tredici anni or sono, vi avevo descritto l'aritmetica del debito pubblico, facendo riferimento a un noto episodio storico: il dialogo fra il premier della Ruritania e il governatore della BCR (Banca Centrale Ruritana), in cui quest'ultimo spiegava al primo che essendo il debito della Ruritania una frazione impropria del Pil, le politiche di austerità avevano come necessario effetto collaterale un incremento, anziché una diminuzione, del rapporto. Eh sì, perché per quanto sembri strano, capita che:


Nonostante che 2 si ottenga da 1,5 sottraendo 1 al numeratore e al denominatore, per un insondabile mistero dell'aritmetica risulta maggiore di 1,5. Questo significa che a meno che il moltiplicatore fiscale sia di molto inferiore a uno (e non si vede perché dovrebbe), quando il rapporto debito/Pil è superiore al 100% la crescita è più efficace dei tagli nel farlo diminuire, cosa che nel 2012 nessuno diceva tranne

IO

e nel 2025 stanno dicendo un po' tutti. Probabilmente il motivo di questo strano oblio dell'aritmetica elementare stava nella circostanza che qui vi rappresento:


All'inizio del 2012 (fine del 2011) un unico Paese significativo aveva un rapporto debito/Pil superiore al 100%: l'Italia. Solo l'Italia quindi si sarebbe fatta molto male, e se lo fece, approvando politiche procicliche di austerità:


Oggi seguire quella china sarebbe un problema non solo per noi, ma anche per Stati Uniti e Francia (per restare fra i grandi).

Ne consegue, e questa è la seconda puntata, che da due anni a questa parte la narrazione è cambiata, come vi ho spiegato parlando degli spingitori di austerità:


Ora quello che nel 2012 dicevo solo io lo dice, con maggiore ma non inattingibile né indispensabile raffinatezza, anche l'aiemmef (IMF): se tagli con un rapporto debito/Pil maggiore al 100% rischi di fare disastri (vedi il ragionamento qua sopra). Quindi l'"effetto Monti" da noi previsto ad aprile 2012 (prima che si materializzasse nei dati) ad aprile 2023 (dopo che gli si sono fatti esplicare i suoi effetti disastrosi) viene riconosciuto anche da quei gran figli di troika...

E fino a qui siamo alle cose che sapete.

Oggi sono intervenuto a una conferenza organizzata da Itinerari previdenziali, dove ho detto cose che anche solo tre anni fa mi avrebbero valso un brusio di scandalizzata riprovazione da parte della platea, molto ortodossa (casse previdenziali, fondi pensione, asset manager), e che invece hanno suscitato interesse e plauso, non quel plauso furtivo e clandestino che mi riservavano certi colleghi quando prima di diventare parlamentare denunciavo le storture dell'Unione monetaria, ma un plauso assolutamente trasparente.

Fra le varie cose che ho fatto vedere c'è questa:


Qui avete la media aritmetica del rapporto deficit/Pil e del rapporto debito pubblico/Pil nel triennio 2023-2025 secondo le previsioni del Fmi nell'aprile del 2023 e nell'ottobre del 2025. Che cosa notate? Che nell'aprile del 2023 il Fmi prevedeva che avremmo fatto mediamente meno deficit (attorno al -2.5% del Pil) ma più debito (attorno al 139% del Pil), mentre le stime più recenti, quelle di ottobre 2025 , ci dicono che avendo fatto più deficit (con una media attorno al -4.5% del Pil) siamo riusciti a fare meno debito (con una media sotto al 136% del Pil).

Per noi questa è accademia, ovviamente: sono banalità, business as usual, è un fenomeno della cui natura economica siete edotti fin dal lontanissimo 2012. Abbiamo fatto meno debito perché abbiamo fatto più deficit del previsto. Eventualmente ci sarebbe da ragionare sui risvolti politici: mi riuscite a spiegare come mai un Governo che si è comportato così (e quindi bene, secondo la vera teoria economica, quella esposta da Goofynomics undici anni prima del Fmi), viene accusato di essere una sorta di Monti 2?

Non sto dicendo che l'attuale manovra sia espansiva, per carità! Ma non è restrittiva, pur non volendo essere eversiva. La domanda diventa quindi: a chi farebbe comodo una manovra eversiva, che scatenando turbolenza sui mercati porterebbe al rovesciamento del Governo? Ormai abbiamo capito come funziona, e ci dispiace per er sor Perepè, per Thelmo&Louiso, ma anche per il loro blocco sociale di riferimento (o di utilidiotanza), cioè il grande capitale finanziario internazionale: non ci faremo tirare giù così!

Il gesto eclatante lo lasciamo agli altri.

Noi ci accontentiamo dei risultati eclatanti (date le condizioni).

That's it!

giovedì 27 marzo 2025

To defend or not to defend?

Dubbio amletico che mi viene mentre mi accingo a muovermi dall'eremo di San Maclovio (per gli amici, Macuto) in direzione di Montecitorio, dove audiremo Piotr Serafin (tanto nomini nullum par elogium).

Inzomma, parrebbe che l'UE (da pronunciare rigorosamente alla napoletana: ué!) ci consenta di fare debito, non si è capito ancora se comune o individuale (la seconda che hai detto) per riarmarci perché ce sta 'na minaccia teribbile signora mia e anche perché va rianimata l'industria manifatturiera. Peccato però che la stessa UE ci abbia impedito di indebitarci per scuole, ospedali, strade, ricerca, ecc.

Ora, il problema è che le cose stanno così:


(secondo Local fiscal multipliers of different government spending categories; una rassegna più ampia della letteratura è qui).

La domanda quindi sorge spontanea: come mai non ci avete fatto fare spesa ad alto moltiplicatore, cioè produttiva di reddito e gettito fiscale, e ci fate fare spesa a basso moltiplicatore?

Posto però che il tale capisca la domanda, suppongo che io non capirò la risposta.


...Così, tra questa

inanità s'annega il pensier mio...


giovedì 19 dicembre 2024

L’esegesi di Draghi, parte prima

Ed è finalmente apparso il testo di LVI, sul quale credo che dovremo soffermarci a più riprese.

Oggi è stata una giornata molto lunga, perché alla Camera, a differenza di quanto accade al Senato, per non so quale motivo che approfondirò nel mio testo di antropologia parlamentare comparata, non è possibile scegliere la fascia oraria in cui si preferisce intervenire, né tantomeno saperla prima di aver varcato la soglia dell’AVLA. Quando ieri la capogruppo in commissione bilancio Silvana Comaroli mi ha chiesto se volessi intervenire in discussione generale ho  accettato immediatamente, non per presenzialismo ma per liberare le colleghe e i colleghi della commissione, che si erano tanto spesi nelle notti precedenti, da un impegno ulteriore. Ciò comportava essere lì alle 8:00, Ma questo non è un problema, perché, come sapete, io mi sveglio presto. Per qualche disguido organizzativo però, il governo non era presente in aula e senza governo (cioè senza un sottosegretario - di solito - o un ministro - nelle occasioni particolari) i lavori parlamentari non possono svolgersi. Mettici l’attesa del sottosegretario, mettici le giuste rimostranze dell’opposizione sull’ordine dei lavori (sull’ordine dei lavori può intervenire un rappresentante per gruppo, e quindi: misto, PD, 5 Stelle, Italia Viva, e un altro), Mettici lo svolgimento della relazione, che la relatrice di maggioranza ha semplicemente depositato per tagliare corto, io, che alle 7:55 avevo appreso che avrei parlato intorno alle 9:30, mi sono ritrovato a parlare alle 10:57. Poi c’è stato un giro di auguri di Natale, poi c’è stato un giro di disbrigo di corrispondenza, poi c’è stato un giro di sindaci del territorio (a uno il vento ha scoperchiato una chiesa, e non è una cosa bella; ad altri l’ANAS riprenderà in carico una provinciale che li collega e che la provincia, grazie alla riforma Delrio, non riesce a tenere in ordine, e questa invece è una cosa positiva, non tanto la centralizzazione, quanto il fatto che di una strada che una volta era statale e poi è stata declassata a provinciale, torni ad occuparsi lo Stato che ha un po’ più di risorse della provincia), poi sono passate a visitarmi delle persone, poi mi hanno telefonato altre persone, insomma: la sintesi è che ho dimenticato il pc in ufficio e quindi vi sto scrivendo dal telefonino per cui la faccio molto corta, nel mio perenne scrupolo di essere severo, sì, ma giusto.

L’agenzia che ho citato nel post precedente, infatti, riportava il pensiero del nostro omettendo una parte potenzialmente rilevante, che vorrei utilizzare a suo discarico. Il virgolettato giornalistico (perifrasi per: menzogna) era, lo ricorderete: “tutti i governi disponevano di uno spazio fiscale per contrastare la debolezza della domanda interna, ma almeno fino alla fine della pandemia, hanno preferito non utilizzare questo spazio“. 

Messa così suona veramente assurda, perché, come abbiamo imparato, al punto di intestargli una associazione scientifica che qualcosa ha prodotto, la situazione europea è caratterizzata da asimmetrie rilevanti, per cui suona strano di per sé che tutti i governi possano trovarsi nella stessa posizione. Il testo, in realtà, comincia un rigo sopra. Il virgolettato è tradotto bene, insomma, ma ne manca il primo pezzo, che provo a tradurvi io: “e squilibri commerciali globali molto grandi producevano una pressione al ribasso sui tassi di interesse reali che faceva sì che tutti i governi, ecc.”.

Ora, se dovessi dirvi, io così, a mente, il nesso fra squilibri commerciali (di quale segno?) e pressione al ribasso sui tassi di interesse non riesco a spiegarmelo. Se ci rifacciamo al modello che abbiamo spesso considerato, quello del ciclo di Frenkel, il paese importatore è tale anche perché in esso l’inflazione è più alta, il che determina:

1. uno svantaggio di prezzo dei suoi beni rispetto a quelli dei concorrenti (un apprezzamento del cambio reale);

2. Un tasso di interesse nominale più alto, che ha il duplice scopo di cercare di raffreddare l’inflazione da un lato, e dall’altro di attirare i capitali esteri necessari per finanziare il saldo negativo della bilancia dei pagamenti.

Possiamo immaginare che un discorso uguale e contrario valga per il paese esportatore, che intanto riesce ad esserlo in quanto controlla i prezzi, controllando i salari (e questo pezzo del ragionamento Draghi non riesce più a nasconderlo e lo svolge molto bene), il che gli consente di tenere bassi i tassi di interesse e quindi, in ipotesi, di creare spazio fiscale, cioè, spazio di manovra per la politica di bilancio (posto che questo spazio non si crea solo con bassi tassi di interesse, ma anche con alti tassi di crescita).

Insomma: nella versione abbreviata il discorso di Draghi non gira ed ha anzi il sapore acre di una atroce beffa a chi ha subito un danno superiore a quello di un conflitto mondiale. Nella versione estesa, però, non è che giri molto meglio. A mio sommesso avviso, ma può darsi che mi sbagli, girerebbe meglio se fosse scritto così: “surplus molto grandi di bilancia dei pagamenti producevano in alcuni Stati una pressione al ribasso sui tassi di interesse reale, che creava uno spazio fiscale per contrastare la debolezza della domanda, ma almeno fino alla pandemia in Europa gli Stati in surplus hanno fatto la scelta deliberata di non utilizzare questo spazio”.

Così il discorso fila, e diventa quello a noi ben noto del partigiano Joe, ma anche di quello che, all’inizio del Blog, chiamavamo affettuosamente l’hidalgo de la Sierra, e che il senatore Garavaglia all’epoca chiamava il “ragioniere Monti”. Un discorso meno beffardo (perché accusare l’Italia di non aver speso da parte di chi gli aveva proibito di spendere sarebbe oggettivamente un’atroce beffa), ma non meno fallace sotto almeno due ordini di considerazioni.

Intanto, la storia che abbiamo sentito più volte, anche dall’Hidalgo, secondo cui la Germania avrebbe dovuto, dovrebbe, dovrà, spendere di più per sostenere la crescita europea, è abbastanza futile sotto il profilo politico, rientrando in quella categoria di fallacie logiche che in questo blog abbiamo definito pinball theorem (il teorema del flipper: se mio nonno avesse cinque palle sarebbe un flipper). L’Hidalgo, se ricordate, la enuncia nel famoso video sulla distruzione della domanda interna. Dice, l’Hidalgo: “Abbiamo distrutto domanda interna per ristabilire la competitività e quindi ci dovrà essere un rilancio della domanda europea”. Ora, esistono 200 casi di poliorchia attestati in letteratura, ma non si va oltre le quattro palle. Mi affretto ad aggiungere che non è solo per questo, e non è neanche principalmente per questo, che un nonno non è un flipper. Di converso, sappiamo che esistono molti tedeschi generosi: lo sono, ad esempio, quelli che generosamente finanziano le navi delle ONG al nobile scopo di destabilizzare politicamente il nostro paese. Tuttavia, desumere da questo che la Germania possa avere una fiscal stance generosa sarebbe da ingenui, per restare in argomento. Di ingenui ne conosciamo almeno due: uno è il partigiano Joe, e l’altro è l’Hidalgo. Se ci dovessimo aggiungere anche Draghi, sarebbe poliorchia. Una posizione fiscale austera serve al capitalismo tedesco a regolare i conti coi propri lavoratori, e quindi difficilmente la prenderà indipendentemente dal fatto che al governo ci siano socialisti, democristiani, verdi, gialli, neri, rossi o blu. Semplicemente, i loro rapporti sociali di produzione funzionano in quel modo lì, da secoli, e chi tentasse di contrastare una tendenza simile manderebbe il sistema in una contraddizione tale da restare stritolato (e fra un po’ avrete conferma di quello che vi sto dicendo).

Supponiamo, però, che il ragionamento di Draghi sia effettivamente questo, che lui abbia voluto fare quello che in realtà non ha fatto, cioè rimproverare alla Germania quello che praticamente tutti gli altri le hanno rimproverato, cioè di essere la causa della crisi europea, il tumore del nostro sistema economico e politico. Se fosse così, il suo pensiero odierno non andrebbe in contraddizione con la sua lettera del 2011, perché andrebbe letto nel senso che l’Italia, essendo un paese in deficit estero, spazio fiscale non ne aveva, e quindi non doveva usarne. Ma questo aprirebbe a due altre considerazioni. Intanto, si chiarirebbe una volta per tutte che la misura dello spazio fiscale non è il deficit pubblico ma quello estero: posso spendere, e quindi spingere sulla crescita, finché non vado in deficit di bilancia dei pagamenti. Significherebbe cioè dare ragione a chi proponeva, nei lontani anni 10 di questo secolo, un external compact come cardine della politica di bilancio degli Stati membri. Cioè, a me. Qualcosa (compresi gli sguardi a 0 K) mi dice che non fosse questa la principale motivazione dello scritto del presidente Draghi. 

Di converso, però, sappiamo che il ragionamento secondo cui chi è in deficit deve tirare i remi in barca, vale solo in determinate circostanze. Siccome, con buona pace degli economisti della troika, il moltiplicatore keynesiano esiste, l’idea di tirare i remi in barca quando si è in deficit estero funziona solo finché il rapporto debito/Pil è inferiore a uno. Se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, invece, questa idea è sbagliata, come io vi dissi nel 2012 in un post che vale sempre la pena di rileggere e far leggere, e che ha ricevuto dal Fondo monetario internazionale una autorevole conferma (di cui 11 anni dopo non ci facciamo un cazzo di niente): i riferimenti estesi li trovate in questo post sugli spingitori di austerità.

Insomma, tiriamo le somme che domani è un’altra giornata lunga: o non capisco io, e ci può stare, perché la bibliometria non è una scienza esatta, oppure il discorso che Draghi conduce è spiacevolmente reticente e ambiguo. Lo spazio fiscale ce l’avevano tutti gli Stati (ma allora perché hai fatto quel cazziatone a noi?) o solo quelli in surplus? E se l’interpretazione è quest’ultima, siamo sicuri che gli Stati in deficit non avessero spazio per fare politiche espansive, visto che impedirgli di farle ha portato il loro debito a crescere, nel nostro caso dal 120% al 135% del Pil?

Insomma, come la metti la metti, in questo discorso c’è sempre qualcosa che non torna, e solo due cose sono assolutamente nitide ed evidenti: la prima è che tutte queste seghe mentali argomentazioni sono solo un gigantesco spot pubblicitario per la CMU. La seconda è che da quest’ultima dovremmo stare ben distanti in base al principio timeo Danaos et dona ferentes. Niente di personale, naturalmente, ma se chi ci dice di mettere nella cassa comune i nostri risparmi è la stessa persona che ci dice che seguendo i suoi consigli abbiamo determinato una massiccia fuga di capitale all’estero, se chi ci chiede di mobilitare la nostra liquidità oziosa è la stessa persona che quando ci diceva di tirare i remi in barca, sbagliava, che ne fosse consapevole o meno, allora forse è meglio che i nostri risparmi ce li teniamo per noi e la nostra liquidità la mobilitiamo se ci va e quando ci va e agli scopi che decidiamo noi.

E, ancora una volta, se sbaglio certamente mi correggerete. Ma, come vi dicevo, su questa seconda parte dovremmo intrattenerci un po’ più.

Per questa sera è tutto, ci vediamo domattina a Coffee Break.


giovedì 20 luglio 2023

Dieci motivi per non ratificare la riforma del MES (edizione illustrata)

Riprendo qui, commentandolo e corredandolo degli appropriati disegnini, il decalogo che Claudio ha fatto su Twitter e che vi invito a leggere, cuorare, rituittare e condividere con qualsiasi mezzo e in qualsiasi sede disponibile, perché un milione di visualizzazioni e migliaia di like sono una cosa che in likecrazia un suo peso ce l'ha.

Va da sé che i ppdm faranno tutt'altro: ma loro giocano un'altra partita (e saranno sconfitti dalla vita anche in quella).


1) Ratificare la riforma significa approvare specificamente tutto il Trattato, comprese le sue parti più assurde, fatte votare da Monti a un distratto Parlamento nell'estate del 2012.

(...la riforma del MES venne approvata il 19 luglio del 2012 con un breve passaggio parlamentare di sei giorni in seconda lettura alla Camera. L'iter lo trovate qui. Il relatore in Commissione fu il presidente Dini, la discussione sostanzialmente inesistente, anche perché resa oggettivamente complessa dal fatto che veniva condotta congiuntamente su tre atti distinti, di cui solo due formalmente collegati: il ddl n. 2914 di ratifica ed esecuzione della Decisione del Consiglio europeo 2011/199/UE che modifica l'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l'euro, fatta a Bruxelles il 25 marzo 2011; il ddl n. 3239 di ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria tra i Paesi dell'UE ad eccezione della Repubblica ceca e del Regno Unito, fatto a Bruxelles il 2 marzo 2012; e il ddl n. 3240 di ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità (MES), con Allegati, fatto a Bruxelles il 2 febbraio 2012. Il primo era il presupposto del terzo - bisognava modificare il TFUE per dare un minimo di base giuridica al MES, ma il secondo, il Fiscal compact, avrebbe meritato una discussione a parte. Tuttavia, indovinate un po'? Bisognava fare presto!

La Lega votò contro, come risulta dal resoconto sommario, e dallo stenografico, da cui vi offro l'incipit della dichiarazione di voto finale sul MES, contraria:


[il resto lo trovate nello stenografico]. Già queste poche righe evidenziano come in fondo nel dibattito non sia cambiato assolutamente nulla: siamo schiavi del provincialismo denunciato all'epoca da Garavaglia, un provincialismo figlio di una lurida madre, l'ignoranza degli ordini di grandezza, e di un fetente padre, l'odio del PD verso il proprio Paese. Tra l'altro, la confusione e confusionarietà della discussione nascondeva, fra l'altro, il principale problema del Fiscal compact, che non era tanto la sostanza [che come vi ho detto era già incorporata nel Six pack], quanto la forma, questa:


cioè il recepimento in Costituzione del "pareggio" di bilancio, di cui non v'è traccia nella nostra discussione dell'epoca, e che sarebbe stato realizzato successivamente, a dicembre, con la legge 243/2012 [dove il "pareggio" divenne "equilibrio"...]. Dettaglio interessante, uno di voi, Riccardo, dava per fatta a luglio una cosa che invece sarebbe stata fatta a dicembre. Non c'è che dire, ne sapete una più del diavolo... oppure tirate semplicemente a indovinare!...)


2) La riforma del MES peggiora uno strumento già famigerato perché figlio degli interventi di austerità contro la Grecia. I paesi UE vengono divisi fra "buoni" e "cattivi". L'Italia è, guarda caso, fra i cattivi.

(...che cosa i "salvataggi" abbiano fatto alla Grecia lo abbiamo documentato qui:


e non credo ci sia molto da aggiungere: per forza nessuno ha voluto "er MES pandemico"! Di una cosa che ti porta dalla quart'ultima all'ultima posizione nella graduatoria del reddito pro capite come minimo puoi pensare che porti sfiga! Viceversa, per apprezzare la simpatica innovazione consistente nella divisione in buoni e cattivi dei Paesi potenziali destinatari può esservi utile consultare il testo a fronte del Trattato riformato - una chicca per intenditori, riservata ai lettori del blog che non c'è. Il punto rilevante è questo: 


cioè il testo riformato del primo comma dell'art. 14, laddove stabilisce, per l'accesso all'assistenza finanziaria precauzionale, il rispetto di requisiti di ammissibilità, che vengono poi successivamente dettagliati nell'appendice:


dove il testo a fronte manca, per la semplice ragione che prima della riforma la divisione fra buoni - quelli che rispettano i parametri di Maastricht - e cattivi non c'era! Si potrebbe argomentare che questa divisione in buoni e cattivi in realtà non riveli intenti maliziosi e offensivi nei riguardi del nostro Paese, in quanto all'interno dei folcloristici parametri di Maastricht ormai sono rimasti in pochi:


e non esattamente i più rilevanti - oltre a essere "cattivi", come i polacchi! Tuttavia, dal mio specifico punto di vista, questo non cambia nulla, ma anzi per un verso rafforza l'argomento, e per un verso è una circostanza laterale. Rafforza l'argomento, perché, prendendo per buona la narrazione autorazzista piddina, se neanche gli Übermenschen ariani riescono a rispettare certi limiti, vuol dire che questi limiti sono palesemente assurdi, e non è su assurdità simili che si può fondare un progetto politico solido. D'altra parte, queste considerazioni sono laterali rispetto al vero problema, che non è erdebbitopubblico, come qui dovreste ormai aver capito, ma quello privato, cioè la situazione delle banche, e per i salvataggi bancari, come vedremo dettagliatamente, non è richiesto il rispetto 
dei criteri di Maastricht da parte del Paese in cui la banca risiede: quindi la Germania - e la Francia - potrebbero effettivamente salvare le loro banche coi nostri soldi, che poi è lo scopo del loro gioco - e di quello del loro agente locale: il PD...)


3) Il MES potrà intervenire nei salvataggi delle banche (nota bene, non dei risparmiatori perché prima va fatto il bail-in) e non si può decidere di non farlo. Se una grande banca tedesca o francese va in crisi il MES interviene e i soldi degli italiani verranno usati per pagare i suoi creditori.

(...dicevamo appunto! La novità principale della riforma è questa: l'impiego del MES come sostegno [backstop] del Fondo di risoluzione unico. Attenzione: qui la parola chiave non è "sostegno"! Il MES era già uno strumento di sostegno alla stabilità finanziaria dei Governi, cioè, in parole povere, il suo intervento era previsto e codificato sotto forma di prestiti condizionati [come quelli del PNRR] a Paesi che avessero difficoltà a rinnovare il proprio debito pubblico sui mercati. L'innovazione è il sostegno al Fondo di risoluzione unico, e per apprezzarne il significato è indispensabile capire che cosa sia la risoluzione bancaria. Molto in sintesi, la risoluzione bancaria, secondo pilastro dell'unione bancaria disciplinato dalla Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), cioè dalla Direttiva 2014/59/EU del Parlamento e del Consiglio, è una procedura che disciplina i casi di dissesto bancario prevedendo che la necessaria ricapitalizzazione avvenga a spese dei creditori della banca - e quindi anche dei risparmiatori - secondo un preciso ordine di priorità che parte dagli azionisti e arriva ai depositanti [per i depositi superiori ai 100.000 euro]. Se e solo se queste risorse - cioè i risparmi - non sono sufficienti a ripristinare un livello di capitale accettabile per la prosecuzione dell'attività, la banca può attingere al Fondo di risoluzione unico o SRF [Single Resolution Fund], amministrato da un Comitato di risoluzione unico [Single Resolution Board], in questo momento diretto da un francese, Dominique Laboureix. Il fondo è stato costituito con contributi del settore bancario lungo un periodo di otto anni terminato appunto quest'anno. Il 7 luglio scorso ha raggiunto la consistenza di 77,6 miliardi di euro. Nonostante le apparenze, alla luce di recenti fatti di cronaca non è una cifra enorme, e questo motiva l'intenzione di affiancarle come meccanismo di "ultima" istanza il MES. Le virgolette però ci stanno: in analogia a quanto sosteneva Garavaglia nel 2013 con riferimento al sostegno al debito pubblico, in realtà anche l'affiancamento del MES al SRF non è risolutivo. L'unico vero salvatore di ultima istanza è la banca centrale. Se dovesse scoppiare una reale crisi sistemica, il ricorso alla BCE sarebbe inevitabile, e questo pone l'oggettivo tema politico di quanti sacrifici imporre a quali risparmiatori prima di fare la cosa giusta. Non sono io a dirlo: è il direttore del SRB al Financial Times:


Come vedete, Laboureix da un lato dice che "nella maggior parte dei casi" può farcela con le sue risorse, ma poi chiede, per assicurare un intervento tempestivo in tutte le possibili circostanze, che la BCE possa intervenire, cosa che nell'attuale ordinamento è impossibile. E, attenzione: non è scritto solo in un'intervista, che, anche se del FT, può travisare o strumentalizzare con la tecnica del "virgolettato" e l'alibi della "sintesi giornalistica". Per inciso, ricordo che il FT è questa roba qui:


cioè roba da commedia all'italiana. Meglio non fidarsene troppo, quindi, ma c
he alla fine in caso di crisi si dovrebbe ricorrere alla Banca centrale, come in ogni Paese civile, è scritto anche in documenti ufficialissimi, come il Rapporto semestrale del Comitato di risoluzione unico all'Eurogruppo, nella cui ultima edizione si legge che:


ovvero che nel caso in cui ci vada di mezzo una GSIB (traduzione: Global Systemically Important Bank, ad esempio Deutsche Bank, o Société générale, ecc.) l'Eurosistema (traduzione: la BCE) dovrebbe intervenire.

Spero che così sia chiaro di che cosa stiamo parlando, e in particolare sia chiaro che stiamo parlando di una cosa che nella migliore delle ipotesi è inutile - perché in ogni caso alla fine deve intervenire la BCE - e che nella peggiore delle ipotesi serve a socializzare, prima dell'intervento della BCE, parte delle perdite di banche altrui. Con questo spiegone preliminare, passiamo a vedere in quali punti del testo riformato questa roba viene messa su. I passaggi principali sono nei considerando 5-bis e 15-ter, e nei (nuovi) articoli Art. 3.2, Art. 5.6 lettera g bis, Art 12 comma 1-bis, Art 18-bis, Art 20 comma 2 e Allegato IV. Gli interventi più corposi sono nel considerando 5.bis, che è interessante perché ci racconta che anche questa malapianta europea ha radici lunghe:



Il considerando 8-bis non ha testo a fronte - perché ovviamente essendo un "bis", cioè una parte aggiuntiva, mancava nel vecchio Trattato - e ci rammenta che la bella idea di utilizzare il MES per il salvataggio delle banche è stata affermata il 29 giugno 2018 al Vertice euro in formato inclusivo. Per farvi capire, io ero Presidente di Commissione finanze da otto (8) giorni, mi stavo occupando di capire quale fosse il mio ruolo e di formare il mio staff, ma naturalmente la macchina andava avanti, la macchina va sempre avanti [e questo è uno dei motivi per cui è essenziale tenere coinvolti i colleghi delle legislature precedenti nei vari uffici di presidenza, e spiace molto che ci sia qualche pdm che polemizza anche su questo: solo con l'esperienza dei colleghi al corrente dei dossier si può sperare di evitare scivoloni pericolosi lungo il piano inclinato europeo: ma nel 2018 non avevamo questo patrimonio di esperienza cui attingere]. Il succo della questione è esposto dall'articolo aggiuntivo 18-bis del Trattato riformato:


Ripeto: è un articolo aggiuntivo (-bis), cioè tutta questa roba nel Trattato originario non c'era, ed è tanta, tantissima roba. Ho voluto darvene evidenza anche tipografica: sono centinaia e centinaia di parole aggiuntive, e il fulcro della riforma è qui, non fosse che per meri motivi testuali. Per completezza - e prima di ragionare sui contenuti - vi segnalo anche l'allegato IV, che descrive i criteri per l'accesso al meccanismo di sostegno "bancario":


Anche qui, tanta roba. Gli altri interventi non sono bagatellari, ma dal punto di vista della tecnica legislativa prendono la forma dell'emendamento modificativo, perché sono più puntuali, e ve li riporto dopo. Ragioniamo intanto brevemente sui testi che vi ho riportato, per vedere come essi sostanzino l'affermazione del sornione Borghi secondo cui "Il MES potrà intervenire nei salvataggi delle banche (nota bene, non dei risparmiatori perché prima va fatto il bail-in) e non si può decidere di non farlo. Se una grande banca tedesca o francese va in crisi il MES interviene e i soldi degli italiani verranno usati per pagare i suoi creditori.".

Partirei dalla fine. 

Il favor verso Germania e Francia emerge chiaramente dal fatto che l'accesso al "backstop" bancario non è soggetto a condizionalità macroeconomiche. Quindi, nonostante che anche il considerando 5-bis ricordi che "la condizionalità rimane uno dei principi di fondo del presente Trattato e di tutti gli strumenti del MES", quando nell'allegato IV si definiscono i "Criteri di approvazione dei prestiti e versamenti tramite il dispositivo di sostegno" si evita accuratamente di citare i parametri di Maastricht o qualsiasi altra condizionalità di tipo macroeconomico, semplicemente perché se lo si facesse Germania e Francia resterebbero anch'esse fuori, con le loro banche farcite di asset illiquidi. Questo chiarisce che la riforma è tailor-made per il salvataggio delle loro banche

Quanto al fatto che, come dice il frettoloso Borghi, "prima va fatto il bail-in", questo non andrebbe nemmeno specificato, è pleonastico se si parla di risoluzione, proprio perché come vi ho ricordato sopra citando le fonti (in particolare la BRRD), la risoluzione in re ipsa interviene solo dopo la tosatura dei risparmiatori. Tuttavia, pe' nun fasse mancà ggnente, l'art. 18-bis al comma 9 lettera b (che ho riportato sopra ma vi metto qui in evidenza) ricorda che:

in modo che sia altresì chiaro che "non si può decidere di non farlo". Precisazione inutile a chiunque sia familiar with the matter, cioè non agli europeisti e ai piddini, ma utilissima a chi volesse contestare ai piddini affermazioni del tipo "la riforma aiuta i risparmiatori".

Quindi sì, il pigro Borghi ha pienamente ragione, ed è per questo che nonostante in Italia le merdacce non manchino, come abbiamo visto nel corso di lunghi anni, nessuno, dico nessuno, si è azzardato a contestargli questa affermazione che è puro vangelo...)


4) Il nuovo trattato MES scrive chiaramente che in caso di intervento sarà possibile prevedere un taglio del valore dei titoli di Stato in mano ai risparmiatori.

(...ci scostiamo un attimo per tornare all'eterno tema del #debbitopubblico. Sì, è così: il taglio del valore dei titoli è previsto, ma in effetti lo era anche dal Trattato precedente, e lo troviamo in particolare nel considerando 12:


La "partecipazione del settore privato" o PSI (private sector involvement) sta al debito pubblico come il bail-in sta al debito privato: sostanzialmente, significa che il risparmiatore-creditore del debitore pubblico deve accettare di farsi dare indietro meno soldi di quelli che ha prestato. In altre parole, il PSI è una ristrutturazione del debito, un default, un mancato rimborso, ed è su questo "considerando" che si appoggia l'affermazione che avrete sentito secondo cui lo scopo della riforma è quello di favorire il "default controllato" del Governo italiano mantenendolo (o per mantenerlo) all'interno dell'Eurozona. Notoriamente, questo è il sogno bagnato dei politici demagoghi e falliti del Nord (i "frugali"), quelli che finora hanno venduto ai rispettivi elettorati l'idea che noi fossimo la causa dei loro problemi, e che finalmente, per fortuna, adesso si sono suicidati proponendo ai loro elettorati l'idea che una soluzione fosse il green! Il default dell'Italia veniva anch'esso venduto come soluzione, ma è piuttosto ovvio che lo sarebbe ancor meno del green: comporterebbe una contrazione della domanda interna (perché ci sarebbe un effetto ricchezza negativo sulle famiglie), una serie di crisi bancarie (perché gli attivi di molte banche verrebbero tagliati proporzionalmente), con effetti di contagio anche sugli scemi che ci avessero voluto avviare su questa strada. Questo fatto è così evidente che perfino Giampiero Galli, uno dei tanti economisti di regime a basso h-index 
che ci vennero scagliati contro negli scorsi anni:


cioè uno gli antesignani degli attuali virologi (ma questo i punturini non lo sanno...), non può negarlo e pur fra goffe contorsioni logiche afferma con argomenti tutto sommato accettabili per un economista oggettivamente così poco qualificato (con solo tre pubblicazioni Scopus oggi un concorso non lo vedi neanche col telescopio Hubble) che il default non sarebbe una soluzione:


Per inciso: credo di poter dire che uno il cui h-index è un quinto del mio sia meno qualificato di me:

Ma non voglio rifugiarmi nel principio di autorità come un Prodi qualsiasi...)


5) Il nuovo trattato MES obbliga ad inserire nei titoli di Stato delle clausole (cosiddette CACS) che ne rendano più facile il taglio del valore.

(...la vera novità tossica in materia di debito pubblico, cioè il vero elemento nuovo che punta dritto verso l'idea di favorire il default controllato, in realtà è questa. Purtroppo è una novità un po' tecnica, ma il tecnicismo non è inaccessibile. Intanto, partiamo dal testo:


Ecco qua: la novità è nel testo riformato del considerando 11. Per capire di che cosa si tratta - e anche per sovvenire ad alcune difficoltà causate dalla necessaria sintesi dell'eroico Borghi - dobbiamo tornare un attimo
back to basics. Quando si instaura un rapporto contrattuale, quale ad esempio un prestito, non è possibile per una parte violarlo senza incorrere in conseguenze legali. Anche nel famoso stornello romano, il "nun te pagamo" è preceduto da un "ci hai messo l'acqua": al tribunale della fraschetta l'avventore contesta all'oste una violazione dei termini contrattuali (portare vino non annacquato) e in virtù di questa violazione come misura cautelare "nun paga" (per inciso, l'Italia sarebbe un Paese migliore se alla guida della Banca centrale nazionale ci fosse Lando Fiorini...). Quanto precede è per farvi capire che anche la bancarotta di uno Stato - cioè il default sul debito pubblico - esattamente come una procedura concorsuale privata deve essere assistita da un accordo fra il debitore - lo Stato - e il creditore - i privati, "coinvolti" loro malgrado. Capite così perché il Trattato riformato contenga un nuovo considerando, l'11-bis, il quale specifica che:

"Favorire il dialogo" aka "dimensionare il cetriolo per i risparmiatori", tanto per capirci: ma il punto è che un accordo ci deve essere, perché altrimenti i creditori cui il Governo decide di restituire di meno potrebbero fargli causa con strascichi legali infiniti. Normalmente, quando c'è di mezzo un Governo, che di creditori ne ha uno stuolo, l'accordo fra debitore e creditori può prevedere che l'adesione a una ristrutturazione sia decisa con votazioni a maggioranza: se la maggioranza dei creditori è disposta a farsi dare poco, l'alternativa essendo il rischio di non ottenere niente e andare in causa, il debitore-Governo restituisce poco a tutti. Ovviamente c'è il problema dell'holdout: un certo numero di creditori può decidere di tenersi fuori dall'accordo per cercare di bloccarlo, il che intralcia il default, rendendolo più macchinoso. E qui si arriva al tecnicismo: la riforma del Trattato MES prevede che i titoli di Stato emessi dai Paesi membri comprendano delle Clausole di Azione Collettiva (CAC) a votazione singola (single limb), ovvero in cui l'accordo non viene preso titolo per titolo, ma sul complesso dei titoli emessi. Come è noto e come ci conferma autorevolmente la Bce queste CAC "rafforzate" minimizzano lo holdout problem e quindi facilitano il default controllato (il "taglio del valore"):


Si può discutere se facilitare il default sia una cosa buona o cattiva. Un precedente direttore del Tesoro cercò di convincermi che era una cosa buona: riuscì solo a convincermi che rinnovare lui sarebbe stata una cosa cattiva - una delle tante fatte da Draghi, by the way, ma evitata da Meloni. Spiaze. Però, buona o cattiva che sia (e ovviamente se è buona per qualcuno sarà cattiva per qualcun altro) l'adozione delle single-limb CACs è quella cosa lì: agevolare il taglio delle somme da restituire ai risparmiatori. Contestarlo è impossibile: lo dice la Bce, motivo per cui le merdacce stanno mute. Aggiungo un dettaglio, questo:


Il considerando 11-ter, un aggiuntivo presente solo nel testo riformato, insiste su un principio generale: il MES non può buttare soldi - e questo è pacifico - quindi può salvare solo Governi che abbiano difficoltà di accesso al mercato, che abbiano una crisi di liquidità, ma il cui debito sia sostenibile. Ora, il fatto che questi alti e nobili propositi siano stati ribaditi come aggiuntivi del considerando 11, quello sulle CACs, ha portato alcuni maliziosi a concludere che ad un Paese come il nostro, laddove fosse costretto ad accedere al MES per qualche motivo - e un motivo potrebbe essere la ratifica del MES, come vedremo sotto - potrebbe essere chiesto di fare default, cioè di non rimborsare parte del debito, proprio per renderlo sostenibile e potersi quindi qualificare per l'accesso al MES. Un simpatico circolo vizioso, come vedete...)


6) Se il MES fosse operativo, in caso di crisi sui mercati, vedi ad esempio durante la pandemia, la BCE non interverrebbe più lasciando invece azionare il MES con tutte le conseguenze del caso.

(...questa affermazione va un po' qualificata, perché messa così rischia di essere fuorviante. Vi ho spiegato sopra che questo è uno dei tanti casi in cui l'arma degli ordoliberisti, il TINA -There Is No Alternative - si rivolge contro di loro. Se scoppia un problema serio, TINA! Non c'è alternativa al ricorso alla BCE. O meglio: l'alternativa c'è (cit.) ed è che salti tutto per aria. Quindi l'alternativa non c'è. Qui, dove non abbiamo esigenze di sintesi come nel cesso azzurro, riformulerei nel modo seguente: la presenza del MES fornisce il pretesto per ritardare, scaricando inutili sacrifici sui cittadini dei Paesi che si intendono tosare, l'inevitabile intervento della BCE. Questa illusione ottica vale in realtà anche per il MES attuale, ma il MES riformato la amplifica per motivi che dovrebbero esservi chiari se siete giunti fino a qui...)


7) Il MES diventerebbe una specie di "agenzia di rating" con il potere di decidere sulla sostenibilità o meno del debito. In pratica potrebbe causare una crisi dichiarando a suo piacimento che un debito è insostenibile.

(...la base fattuale di questa affermazione si aggancia al considerando 11-ter, che abbiamo appena visto. I popoli fregàli (sic) giustamente non intendono investire soldi per tener su una "zombie economy", e quindi nella loro illuminata concezione il MES non può sostituirsi ai mercati laddove il debito pubblico di un Paese sia comunque insostenibile. In termini astratti il principio è condivisibile: prolungare un'agonia o risolvere un problema non sono esattamente la stessa cosa, anzi, si potrebbe pensare che siano due cose esattamente opposte. Le intenzioni quindi sono buone, ma naturalmente in economia non ci sono pasti gratis. A questo considerando si agganciano in particolare due pezzi di testo riformato: l'art. 3 comma 1:


che stabilisce fra gli obiettivi del MES anche quello di valutare la sostenibilità del debito pubblico dei suoi membri, e l'art. 13 comma 1 lettera b del testo riformato:


che stabilisce che una volta ricevuta una domanda di sostegno alla stabilità il MES deve valutare la sostenibilità del debito pubblico del Paese richiedente. Ora, qui bisogna fare attenzione, perché il tema è piuttosto sottile. Innanzitutto, è vero che il MES avrebbe fra i suoi compiti quello di assegnare una sorta di rating agli Stati membri. Tuttavia, per capire bene quali conseguenze questo fatto possa avere, dobbiamo anche interrogarci su quali siano gli scopi dichiarati e quelli reali del MES. Lo scopo reale è quello di mettere il nostro Paese sotto memorandum, cioè di far decidere alla Troika come possiamo spendere i nostri soldi a casa nostra (uno scopo peraltro già largamente conseguito col PNRR, con l'unica differenza che nella valutazione del "memorandum" non è coinvolto l'FMI). Ma attenzione! Sotto memorandum ci vai se accedi al MES, e al MES puoi accedere solo se il tuo debito è sostenibile! Quindi per conseguire il loro lurido scopo, paradossalmente, gli istigatori del MES dovrebbero assegnare al debito italiano una patente di sostenibilità. Altro sarebbe se il debito venisse dichiarato insostenibile dal MES. Un giudizio simile scatenerebbe una tempesta ulteriore sui mercati - nella misura in cui questi ritenessero attendibile la valutazione di un simile organismo - ma precluderebbe l'accesso al MES! Ovviamente c'è un altro caso, il peggiore: quello in cui il MES dichiarasse insostenibile il debito italiano, scatenando una tempesta sui mercati, salvo ritenerlo sostenibile purché venisse fatto un "haircut", cioè purché venissero tosati i risparmiatori. Siccome la legge di Murphy esiste, e lotta contro di noi, possiamo tranquillamente pensare che lo scenario sarebbe questo. Molto però dipende dalla correttezza del MES stesso, cioè dalla riservatezza con cui gestirebbe le proprie valutazioni di sostenibilità. In fondo, non è detto che ci debbano necessariamente essere fughe di notizie con esiti devastanti, no? Certo che no. Ma c'è un problema. Se ci fossero:
)


8) I dirigenti del MES, a fronte di questi poteri enormi (il direttore potrebbe chiederci il versamento del capitale impegnato, oltre centodieci miliardi in una settimana), sono esenti da qualsiasi giurisdizione (davvero, c'è scritto proprio così). Non gli si potrà far causa, non dovranno rendere conto a nessuno delle loro azioni, nessuna autorità può violare gli uffici del MES, i loro stipendi sono esentasse.

(...ecco: ad esempio se un dirigente del MES lasciasse trapelare un'informazione market sensitive come quella che - poniamo - il debito pubblico italiano sarebbe insostenibile, nessuna CONSOB e nessuna ESMA potrebbe fargli niente. L'unica corte cui adire sarebbe questa, nel cui verdetto non possiamo che avere fede, ma che ci lascerebbe alle prese con l'annoso problema dei tempi della giustizia.

Ma anche qui vediamo la base legale.

Il tema della richiesta di capitale è disciplinato dall'art. 9 del Trattato originale, che non è stata riformato, e si presenta così:


Le richieste di capitale sono di tre tipi e vengono stabilite da tre diversi organi decisionali (il consiglio dei governatori, il consiglio di amministrazione e il direttore generale): per evitare problemi coi piddini è opportuno addentrarsi un minimo nei tecnicismi.

Il consiglio dei governatori (board of governors), che è l'organo decisionale più importante, disciplinato dall'art. 5 del Trattato, è costituito dai ministri delle finanze dei Paesi membri (quindi per noi in questo momento partecipa il ministro Giorgetti) e presieduto dal presidente dell'Eurogruppo (quindi in questo momento da Paschal Donohoe) può chiedere in qualsiasi momento il pagamento del capitale non ancora versato assegnando un congruo termine di tempo - quindi non una settimana. Questa decisione deve essere presa "di comune accordo", secondo l'art. 5 comma 6 lettera c:


quindi in linea di principio basterebbe l'opposizione di un Paese importante come l'Italia a ostacolarla.

C'è però un altro tipo di richiesta che non è sottoposta al vaglio di esponenti politici e deve essere onorata entro sette giorni, quella descritta dall'art. 9 comma 3: il direttore generale, quindi ora Pierre Gramegna, può richiedere entro il termine di sette giorni il versamento del capitale autorizzato non versato se questo è necessario a evitare che il MES risulti inadempiente rispetto ai prescritti obblighi di pagamento nei confronti dei propri creditori - cioè di chi ha prestato soldi al MES, che in quanto fondo si finanzia anche emettendo titoli sul mercato. Il capitale versato dagli Stati, cioè, viene posto a garanzia delle somme raccolte sui mercati. Una situazione in cui venga chiesto un contributo rilevante per salvare il fondo salva-Stati può sembrare paradossale, ma non è impossibile, altrimenti non sarebbe stata normata, e non è nemmeno implausibile se, come ci siamo detti, le dimensioni del Fondo sono comunque esigue rispetto all'ordine di grandezza che una crisi sistemica potrebbe assumere.

A questi grandi poteri, in contraddizione con quanto abbiamo imparato guardando l'Uomo Ragno, non corrispondono grandi responsabilità, anzi!


L'art. 35 stabilisce l'immunità dei funzionari del MES, e l'art. 32 comma 4 e seguenti un'altra interessante serie di prerogative:


Insomma: nessun tribunale di nessun Paese potrà mai perquisire alcun locale del MES per capire chi e perché avrà preso certe decisioni...
)


9) La soglia della maggioranza qualificata, 80%, usata per numerose situazioni, è calibrata in modo da lasciare fuori l'Italia (che "pesa" il 17% mentre Germania (27%) e Francia (21% 🙄) guarda caso hanno quote sufficienti per diritto di veto assoluto.

(...allora: su diritti di voto e maggioranze qualificate l'articolo rilevante è il 4, nei commi dal 4 al 7:

Come dice l'art. 4 comma 7, i diritti di voto sono pari al numero di quote assegnate, specificate nell'Allegato 2:


quindi, ad esempio, l'Italia ha 1253959/7047987 = 17,79% dei voti, il che significa che non può bloccare decisioni prese con la maggioranza qualificata dell'80%, ma può bloccare quelle prese con la maggioranza qualificata dell'85% (decisioni urgenti ai sensi dell'art. 4 comma 4). Le decisioni che l'Italia non può bloccare non sono banali, perché riguardano ad esempio la
governance del Fondo, cioè la scelta del Presidente e del direttore generale. In sintesi, questa struttura dei diritti di voto garantisce che il MES sarà sempre a trazione franco-tedesca, se pure con la possibilità per l'Italia di porre il veto su certe decisioni...)


10) Non è vero che si può ratificare ma non usare il MES. Una volta attivate le modifiche esse diventano direttamente impegnative, vedi salvataggi banche, e se l'Italia perdesse l'accesso ai mercati non ci sarebbe nessuna scelta possibile se non farne uso.

(...in effetti, una volta ratificata la versione riformata del Trattato ci si espone in re ipsa al rischio di essere chiamati a contribuire ai salvataggi bancari altrui, col simpatico paradosso che chi ci ha impedito, in nome della concorrenza, di salvare coi nostri soldi privati le nostre banche, ci imporrebbe, in nome della solidarietà, di salvare coi nostri soldi pubblici le banche altrui. Un boccone un po' indigesto. Ma c'è di peggio. La funzione di "agenzia di rating" assegnata al MES potrebbe anche essere utilizzata in modo strumentale per suscitare allarme sui mercati circa la sostenibilità del nostro debito, con le qualificazioni che abbiamo fatto sopra. Se l'Italia perdesse l'accesso ai mercati, per consentirle di ricorrere al proprio sostegno il MES dovrebbe dichiararne il debito sostenibile, ma per non contraddire le proprie valutazioni sarebbe portato a imporre prima un haircut. Il rischio sostanziale è questo. Siamo troppo diffidenti? Può darsi, ma quando si tratta di "salvataggi" un minimo di diffidenza è di rigore, dati i precedenti. Vi ho spiegato qui per filo e per segno, il primo aprile 2015, che il valore del moltiplicatore keynesiano ipotizzato dal Fmi per definire le politiche di austerità in Grecia era totalmente implausibile, cioè che il Fmi sapeva che l'austerità avrebbe rovinato la Grecia. Tre anni dopo gli autori di quel bel risultato hanno confessato in diretta mondiale:


Sapevano che i moltiplicatori erano sbagliati, erano troppo piccoli, e che quindi gli effetti devastanti dei tagli alla spesa greca sarebbero stati sottostimati, ma sono andati avanti ugualmente, i volenterosi carnefici dell'austerità! Il mondo dei "salvatori di Stati" è popolato da questa antropologia: che abbiano h-index stellari o insignificanti (nella figura avete esempi di entrambi i casi), l'antropologia di questi mandarini è molto distante dalla comune accezione di umanità. Gente simile non ci offre, ahimè, nessuna garanzia, e mettere a sua disposizione i meccanismi perversi che vi ho documentato si rivelerebbe fatalmente un errore
...).


In sostanza il MES è uno strumento di dominio e di sottomissione, non porta NESSUN VANTAGGIO per l'Italia, meno che mai nella nuova  versione. 

Non va ratificato perché non è nell'interesse dell'Italia e la ratifica non è assolutamente un atto dovuto bensì un fondamentale passaggio nell'accettazione di un trattato.


Link utili

Il testo del nuovo trattato MES (ma è più utile il testo a fronte che avete qui).

Il tweet con le risposte di Borghi agli articoli pro MES dei media mainstream.

La spiegazione di Borghi della lettera mandata dal MEF alla commissione esteri sul MES (la mia spiegazione è un po' diversa, se occorrerà ne parleremo).

La dettagliatissima pagina sul MES di Lidia Undiemi (che sarà al #goofy12).

Intervista sul MES del Prof. Alessandro Mangia, Professore Ordinario di diritto Costituzionale dell'università Cattolica di Milano.

Interventi di Borghi in TV, alla Camera, ancora alla Camera.

I post sul MES di questo blog.


(...dice: ci hai trascurato! Eh, sì, lo so! Ma una volta le dodici ore necessarie per scrivere un post tecnico come questo le trovavo in una giornata. Ora, se va bene, in dodici giornate. E venire qui solo per scambiarsi il buongiornissimo caffè non ha molto senso, ne converrete. Buona lettura e a presto...)

mercoledì 9 ottobre 2019

Scenari

Oggi sono intervenuto in aula. Non mi era molto chiaro di che cosa stessero parlando i gentili colleghi, e mi sono permesso di dirglielo. Voi sapete che io sono quello del lungo periodo, e in questo blog più volte avete visto mettere nella corretta prospettiva storica fenomeni quali la disoccupazione, lo spread, e il Pil (inclusa la sua crescita). Tutto questo balletto di decimali, in un documento tanto farraginoso quanto incompleto (forse ci sarà, ma non sono riuscito a trovarlo il confronto fra Pil reale tendenziale e programmatico, come pure le stime del moltiplicatore implicite nelle simulazioni proposte), mi pare che perda di vista un tema fondamentale, questo:




Dagli anni '60 (ma in realtà dalla Seconda Guerra Mondiale) non si era vista in Italia una simile rottura di tendenza (il puntino rosso indica l'anno di apertura di questo blog). Per tornare sul tendenziale precrisi in vent'anni ci vorrebbero appunto vent'anni di crescita al 2.4%. Tornarci per il mio centesimo compleanno (vi aspetto) richiederebbe 43 anni di crescita all'1.6% (chi va piano va sano e va lontano).

Vi risparmio tutte le difficoltà metodologiche (agli eventuali nerd turisti del dibattito ricordo che sono lievemente consapevole di certe tematiche: evitate di farvi del male...).

Sulla metodologia di calcolo e sulla correttezza di certi controfattuali si può discutere per ore, e se volete discutiamo, ma che certe politiche ci abbiano causato seri danni lo disse anche il DEF del 2017, come i non turisti del dibattito ricordano, e il problema era sempre il solito: una sottostima (ideologicamente) errata del moltiplicatore keynesiano, esattamente come nel caso della Grecia, salvo poi, per dire la verità senza perdere la faccia dopo aver mentito per anni sapendo di mentire, supercazzolare di fainanscial fricscion, o simili, per autoassolversi nel momento in cui l'evidenza dei fatti impedisce di nascondere che si sono perse inutilmente centinaia di miliardi.

L'intervento è qui.

giovedì 1 giugno 2017

QED74: "Dottò, è 'a frizzione! Come 'a tocchi sossòrdi..."

(...settantaquattro: è un numero difettivo e odioso. Nonostante la scelta sia casuale, e nonostante io non stia per parlarvi di divisori, ma di moltiplicatori, non ci poteva essere numero più appropriato per quello che in effetti è il QED del sesto KPD, nonché, letterariamente, la naturale prosecuzione di "Sparecchiavo...". Fatto il punto nave per i nuovi lettori, che crescono in quantità e qualità, "o buon Appollo, al solito lavoro fammi del tuo valor siffatto vaso, come dimandi a li mortacci loro"...)


Riccardo Barbieri Hermitte è una persona elegante, competente, e preoccupata, certo a modo suo (come ognuno di noi), ma con una convincente parvenza di sincerità, per le sorti del paese. Ho avuto modo di ascoltarlo in una sola occasione, e, sperando che questo non gli rovini la carriera, devo dire che ho apprezzato al 99% la sua analisi, l'1% essendo il rituale inchino ai luoghi comuni dovuto alla necessità tattica di farsi scusare per aver detto con compostezza ma fuori dai denti alcune verità spiacevoli sul nostro paese (perché agli abitanti del nostro paese torna sgradito sentirsi dire che questo ha fondamentali economici sani: più esattamente, tornava sgradito ad alcuni degli astanti, membri di quelle élite che dalla proclamazione dell'inferiorità etnica dei propri cittadini traggono la legittimazione per espropriarli - tendenza assolutamente bipartisan, peraltro, come da noi chiarito molto tempo addietro notando la celeste corrispondenza di economici nonsensi fra il nuovo filosofo di Treviri e il salvatore della Patria...).

Alfredo (nome di fantasia) era invece "er meccanico" più vicino a casa. Non si può dire che fosse elegante, se non nella misura in cui potremmo definire "eleganza" la naturale, innata capacità di essere a proprio agio, e in particolare di indossare abiti appropriati, in ogni circostanza. La tuta sporca di grasso, leggermente oversize per garantire libertà di movimento agli arti, ma soprattutto a una rimarchevole panzetta (la libera circolazione dei trigliceridi...), non sarebbe stata vista con occhio indulgente attorno a un tavolo direzionale di BoA! D'altra parte, te ce vojo vedé a tte a tuffarti nelle viscere de "la màghina" con una bella cravatta a sette pieghe... C'è anche il caso di fare la fine di Isadora Duncan, che noi non auguriamo a nessuno, nemmeno a quelli che spingendo troppo in là, oltre il muro del razionale, la difesa dei propri porci interessi di parte, l'hanno resa inevitabile a molti. Sulla competenza... non mi pronuncio, rinviando a un grande classico della letteratura italiana (che, pensate, mi è stato consigliato dal Gaddus...).

Ma torniamo a Barbieri Hermitte. Voglio precisare che quando parlo della sua competenza non mi riferisco specificamente a quella scientifica. Devo farlo per correttezza: non essendoci molte pubblicazioni scientifiche del dottor Barbieri Hermitte in giro, se non facessi questa precisazione la mia affermazione potrebbe essere interpretata in modo antifrastico come sarcasmo, soprattutto alla luce di quanto sto per raccontarvi. Quando parlo di competenza intendo questo: una lunga esperienza dei mercati acquisita presso i mercati, cioè presso i soliti noti: JP Morgan, Morgan Stanley, Merril Lynch, e anche Algebris, che nel CV non c'è... ma il paese è piccolo, e la gente mormora, anche quando non ce ne sarebbe motivo (e comunque non ce n'è mai bisogno)...

Presso tutte queste istituzioni prestigiose, che hanno legittimo scopo di lucro, il dottor Barbieri Hermitte ha svolto ruoli di responsabilità che non avrebbe potuto svolgere se non avesse avuto le competenze necessarie per produrre reddito. Insomma: è una persona che sa senz'altro fare tante cose che io non so fare, come lo sono tante altre persone (ad esempio Jago), tutte persone che per questo motivo suscitano la mia curiosità intellettuale e il mio rispetto umano (a differenza dei tanti cialtroni buonisti che circolano anche nel mio settore: i tanti economisti invenduti per mancanza di acquirente, che difendono la causa "giusta" nel modo sbagliato). Naturalmente, dal fatto che Jago sappia scolpire bene non consegue che egli sappia come me suonare mediocremente, e così dal fatto che il dottor Barbieri Hermitte sappia fare tante cose complicate che io non so fare, non discende che lui sappia fare alcune semplici cose che so fare io, cosa alla quale, fino a poco tempo fa, credo lui potesse facilmente rassegnarsi.

Poi è successa una cosa interessante, che credo non sia sfuggita all'attenzione di molti di voi (come non è sfuggita all'attenzione di Palombi e Di Foggia, a pag. 16 del Fatto Quotidiano del 26 aprile scorso, quando, incalzato dal mio personale Sturm und Drang, ero a Libberopoly in cerca di solitudine - motivo per il quale dovetti dire a Marco: "penZace tu..." e lui ci pensò egregiamente...).

Sì, avete capito. Sto parlando proprio del famoso box a p. 17 del Programma Nazionale di Riforma, la terza parte del Documento di Economia e Finanza 2017. A futura memoria, eccovelo qui:



Sintesi: premesso che, come voi sapete (e dovrebbero sapere anche i politici) Monti decise di "aggredire" la spesa pubblica in modo del tutto pretestuoso, ovvero non per "consolidare" conti pubblici che erano del tutto sostenibili, ma per generare la disoccupazione necessaria al riequilibrio dei conti esteri (via calo dei salari-miglioramento della competitività-riduzione delle importazioni-aumento delle esportazioni), ne consegue che questa medicina, somministrata sulla base di una diagnosi volutamente errata, ha causato enormi danni al paziente. I danni sono quantificati nella tabellina come scostamenti percentuali dallo scenario di base, che non si sa bene quale sia. Se prendiamo per buono quello che il Fmi forniva all'epoca (cioè quello del secondo World Economic Outlook del 2011, riportato a base dei prezzi 2010 dall'originaria base 2000), la perdita di Pil reale sul quadriennio in questione può essere quantificata come segue:


Quel tesoro del Tesoro ci propone ben due controfattuali (al prezzo di parecchie migliaia di euro estorte dalle nostre tasche): uno standard, e uno con frizioni finanziarie.

E cosa saranno mai queste frizioni finanziarie!?

Sono la geniale scoperta, recentemente fatta dagli economisti (poi dicono che l'economia non è una scienza...), secondo cui capita che in caso di crisi bancaria le banche siano restie a prestare non solo i soldi che non hanno, ma anche quelli che hanno, perché temono di non rivederli indietro. Geniale, vero? Dite la verità: senza il brillante articolo di Gertler e Karadi (2011) voi non ci sareste mai arrivati! Consolatevi: gli economisti del Tesoro (chi sono? Hanno pubblicato il loro modello? È stato sottoposto a peer review? Si può sapere come è fatto? Perché sarebbe anche un problema di democrazia, sapere su quale base informativa l'esecutivo prende le decisioni che ci riguardano, non vi pare?...), gli economisti del Tesoro, disais-je, pur conoscendo l'articolo, ci sono arrivati solo sei anni dopo. Sei anni dopo cosa? Dopo Gertler? No: sei anni dopo questo, dopo il primo QED, quello in cui chiaramente dicevo (inascoltato) che l'austerità avrebbe provocato un serio deterioramento della qualità dei crediti (ovvero un aumento delle sofferenze).

Io parlavo di sofferenze quando i cialtroni parlavano di debito pubblico: sì, i cialtroni che hanno deliberatamente condannato a morte la nostra economia.

Come mai, nei controfattuali di quel tesoro del Tesoro, l'impatto delle manovre recessive di Monti è più drammatico (arrivando a una perdita cumulata di quasi 300 miliardi di euro sul quadriennio 2012-2015) se si considerano le frizioni finanziarie? Ma è semplice: perché questi scenari tengono conto del fatto che quando le banche non prestano, l'unico settore che può iniettare liquidità nel sistema economico è quello pubblico, e quindi in queste circostanze l'austerità (ovvero la sterilizzazione della spesa pubblica, diventata una fonte di liquidità necessaria per il funzionamento del sistema) ha impatti finanziari devastanti. Insomma: quando le banche non vogliono mettere soldi in circolo, solo lo Stato può farlo, e se glielo impedisci è morte per imprese e persone: le aziende non possono pagare i fornitori, che non possono pagare i dipendenti, che non possono pagare il mutuo, mettendo in ulteriore difficoltà le banche, che quindi vogliono mettere in circolo ancora meno soldi, ecc.

L'austerità in queste circostanze è un salasso praticato a un paziente anemico.

Noi siamo andati oltre! Siamo arrivati all'assurdo che lo Stato non solo non iniettava liquidità con un piano di investimenti pubblici (o anche semplicemente innalzando gli stipendi pubblici, cosa che, come sappiamo, ha un impatto positivo sugli investimenti privati: ce lo dice Marattin, prestigiosamente pubblicato qui!), ma addirittura si rifiutava coi pretesti più vari di dare agli imprenditori quanto spettava loro, nonostante glielo chiedesse addirittura la lue! Eh, già, perché, chissà per quale motivo, i nostri Quisling ascoltano il Treponema bruxellensis solo quando questo chiede di tassare iniquamente: mai quando chiede di pagare giustamente.

Ora, ci sono diverse considerazioni da fare, a margine di questo simpatico episodio.

La prima è stata svolta da Palombi, ed è la più pregnante in termini politici: è del tutto evidente che dietro una critica così esplicita e radicale delle "riforme" messe in atto dal Padre della Patria su richiesta del treponema ci deve essere una intenzionalità politica, che penso anch'io (come Palombi e Di Foggia congetturano) sia quella di mettere in guardia Bruxelles contro il grave rischio di instabilità politica che potrebbe conseguire dall'imposizione oggi di un simile piano di risanamento. Traduzione pratica: si vota a febbraio (la lue ci andrà con la mano leggera, Gentiloni farà la sua manovra che non concluderà nulla, poi arriverà Renzi alla riscossa... e magari farà un sorprendente - per gli altri - patto pecorino con gli ortotteri...).

Ma questa roba mi interessa tanto quanto. Le cose che vorrei farvi apprezzare sono altre.

Intanto, questo box di quel tesoro del Tesoro, che ci fa la carità (anonima, perché così deve essere la carità) di dire le cose come stanno, non aggiunge nulla a quanto sapevamo, ed è in effetti un autorevole (...) QED di quanto ci eravamo permessi di dimostrare anni addietro col modello di a/simmetrie (ora pubblicato su rivista peer reviewed con nome cognome e indirizzo degli autori: male non fare, paura non avere, converse is true). Le politiche di austerità sarebbero state controproducenti: in recessione non ci si deve proporre di ridurre il rapporto debito/Pil ma di stabilizzarlo (come affermato qui in Italia fra gli altri da Realfonzo), e questa stabilizzazione, siccome deve agire non solo sul numeratore (debito), ma anche sul denominatore (Pil), richiede in particolare un aumento, anziché una diminuzione della spesa pubblica, soprattutto quando questo rapporto eccede il 100%. Il motivo è alla portata di qualsiasi imbecille (tranne i tanti pagati per non capirlo in giro nelle redazioni): quando il rapporto debito/Pil è maggiore di uno, anche laddove la riduzione di Pil conseguente a quella della spesa fosse uno a uno (un euro di Pil in meno per ogni euro di taglio di spesa), il rapporto aumenterebbe comunque, per i motivi da noi illustrati qui. Suggerimento: 3/2 è maggiore di 4/3. Se non ci credete (o siete iscritti all'ordine dei giornalisti), una calcolatrice vi aiuterà. Sottrarre uno sopra e sotto fa aumentare il rapporto, e questo è quello che succede al rapporto debito/Pil quando si fa austerità con un moltiplicatore pari a uno.

Se poi consideriamo che in un modello keynesiano standard il moltiplicatore è maggiore di uno (nel modello di a/simmetrie è vicino a 1.8 in condizioni recessive, valore che sembrava elevato a Francesco Lippi semplicemente perché ignorava la letteratura rilevante, da Candelon e Lieb in giù...), capite che, nei termini stilizzati che vi ho proposto, da 4/3 si passa direttamente a 3/1 (che sarebbe 3).

Non è quindi strano che il nostro modello, dove il moltiplicatore è maggiore di 1.5, valutando cosa sarebbe successo se si fosse tentato di stabilizzare il rapporto debito/Pil, anziché di diminuirlo, giungeva alla conclusione che in questo modo si sarebbe evitata una perdita di Pil quantificabile in 127 miliardi di Pil in due anni. Cifra non così lontana dai 97 miliardi risultanto dagli scenari di quel tesoro del Tesoro. La differenza può essere spiegata dal fatto che il Tesoro confronta lo scenario "pessimale" (le politiche di Monti) con uno scenario "business as usual" (cioè valutano il danno di quello che si è fatto rispetto a cosa sarebbe successo non facendo nulla), mentre noi valutavamo lo scenario "pessimale" confrontandolo con quello ottimale (cioè cosa sarebbe successo se si fosse operato per stabilizzare il rapporto debito/Pil). La differenza sono 30 miliardi nel primo biennio, che alla fine ci sta: come dire che un modello veterokeynesiano, di quel tipo così tanto disprezzato dagli ignoranti, alla fine dice esattamente le stesse cose che quegli esercizietti da ingengngnieri falliti che vanno sotto il nome di DSGE sono costretti a dire, perché se i dati dicono una certa cosa, alla fine con quale modello li interroghi non conta, purché tu sia intellettualmente onesto (il problema è sempre e solo questo, come ormai sapete avendo visto innumerevoli esempi).

L'unica differenza fra il modello veterokeynesiano che "nella letteratura accademica non si usa più" (lo farò presente all'editor di Economic Modelling) e i modelli dei poracci che avrebbero voluto essere astrofisici ma non erano abbastanza portati per la matematica, è che il primo dice le cose mediamente con tre anni di anticipo, come vi sto dimostrando, il che poi significa che gli altri sono ritardati: arrivano con tre anni di ritardo...

Ora, c'è una cosa da apprezzare in questo QED. Certo, in termini giornalistici (e anche in termini fattuali) è interessante sottolineare l'enormità della perdita che Monti ci ha inflitto (i famosi 300 miliardi). Ma in termini scientifici, intellettuali, ci sono cose più stuzzicanti da rilevare.

La prima ve l'ho detta: alla fine, i "neoclassici" (quelli che Keynes chiamava i "ricardiani") sono costretti dalla violenza dei fatti a dire cose keynesiane, a pena di irrilevanza scientifica (e anche politica). Dopo sette anni di crisi, chi dice che il cielo è verde lo fa a suo rischio e pericolo, il primo rischio essendo il più grave in un società così attenta alla reputazione e alla credibilità: il rischio del ridicolo (e direi che in questo caso il rischio si è convertito in certezza). Per tutelare la propria inesistente credibilità, gli "scienziati" sono costretti a ricorrere ad artifici retorici parenti stretti della scoperta dell'acqua calda ("in una crisi bancaria le banche sono in crisi"), che presentano come assolute e pregnanti novità, magari infiocchettandole con un po' di inglese (fainancial fricscion...), per occultare sotto questo fumogeno il fatto che le conseguenze delle politiche scellerate prese dalle istituzioni cui appartengono erano ampiamente prevedibili e previste (questo blog ne è la prova). Come ho già avuto modo di dire, "what have we learned from the crisis" is the new "ho solo eseguito gli ordini". Da questa crisi gli economisti post-keynesiani non hanno imparato nulla che non sapessero già, e lo stesso vale per i pre-keynesiani (da Alesina in giù: praticamente tutti). Questi ultimi, però, devono far finta di aver scoperto cose che non sapevano, per pulirsi la coscienza dalla responsabilità politica delle scelte "tecniche" che hanno direttamente consigliato o indirettamente appoggiato.

La seconda è che anche se i numeri dello scenario "con frizioni" sono impressionanti, quelli dello scenario "senza frizioni" non lo sono meno. Attestare una perdita cumulata di 100 miliardi (99.4) in un quadriennio significa affermare una sola e unica cosa: che l'austerità espansiva è una colossale scemenza, smentita dai dati. Agli ignoranti che oggi consigliano di ridurre il debit pubblico aumentando il surplus di bilancio (magari con una bella patrimoniale), ricordiamo che non solo il nostro debito pubblico è sostenibile, ma anche che oltre all'esperienza, e alla scienza, oggi perfino la politica, con il boxetto gesuitico e tardo di cui ci stiamo occupando, certifica che l'austerità è self defeating. Lo dice così, in inglese, per non dirlo in italiano, cioè per non dire che per diminuire il rapporto debito/Pil bisogna aumentare, non diminuire la spesa pubblica. Questo chi non è ignorante lo sa, e chi è ignorante farà meglio a leggersi in fretta (e in ginocchio sui ceci) la letteratura scientifica più recente (pubblicata su Topolino, ovviamente: tutte idee strampalate di un oscuro accademico di provincia)...


Cosa c'entra in tutto questo il dottor Barbieri Hermitte? Direi ben poco, perché il disastro non l'ha fatto lui, e anche perché non era suo lavoro occuparsi di astrusa letteratura accademica, mentre esplorare le implicazioni pratiche di questa letteratura, cioè fare il lavoro che facciamo qui, sarebbe stato, e tuttora sarebbe, il lavoro degli economisti del Tesoro (chi?).

Credo che oltre che elegante sia anche persona spiritosa (alla fine, in un mondo così paradossale esserlo conviene, e credo che lui di convenienza se ne intenda: vedi alla voce esperienza dei mercati finanziari...). Apprezzerà quindi se dico che, mentre uno sbigottito Palombi mi riferiva del simpatico box incitandomi a commentarlo (lui, che mi imputa di avere un atteggiamento troppo "ginnico" nei riguardi della realtà, ma paradossalmente era così smanioso di commentare un documento che io programmaticamente mi ero rifiutato di prendere in considerazione: a che pro indugiare sulla produzione legislativa di un governo colonizzato? Non basta forse aver descritto in anticipo le intenzioni del governo colonizzatore?...), mentre uno sbigottito Palombi mi parlava del "box a pagina 17", e io in debito d'ossigeno arrancavo verso quota 2285, improvvisamente emergeva dalle profondità del mio sconforto la plastica immagine del dottor Barbieri Hermitte senza cravatta, in tuta oversize, proprio quella di Alfredo, patacca per patacca, che in un greve dialetto romanesco, invece dell'italiano assolutamente corretto e affilato che gli conosco, mi apostrofava con le parole che tante volte erano suonate all'orecchio di mio padre come una condanna a morte: "Dottò, sò 'e frizzioni. Che glielo dico a ffà? Come 'e tocco so ssordi. Solo pè aprilla fanno trecento mijardi...".

E così, fra un ministro che sparecchiava con la gonna in capo mentre la sechiular staghgnieiscion faceva "i su homodi", e un chief economist che smonta le fainanscial fricscion in tuta da meccanico, il nostro paese va in malora, e le nostre case verranno espropriate (perché imporre una patrimoniale a chi non ha reddito significa di fatto espropriargli il cespite su cui insiste l'imposta), per trasformarci in un popolo di nomadi più "fluidi" e ricattabili di chi ha un ubi consistam (paradossale conseguenza di una crisi che nasce perché il governo degli Stati Uniti voleva mettere un tetto sopra la testa di ogni cittadino), e per somministrare, coi nostri soldi, una cura palliativa al vero malato d'Europa, del quale oggi non si parla più, perché è stato deciso con quali soldi salvarlo: coi vostri.

Ovviamente non basterà, e alla fine si arriverà alle armi (tutto il gran parlare di eserciti che si fa in questi giorni serve solo a prepararvi all'inevitabile - che poi, proprio perché inevitabile, è una cosa alla quale in fondo arrivare preparati non è che conti così tanto...). It must be war: sono parole di Keynes, cioè parole vere.

Ma voi, che mi leggete di questo eravate già informati. A gennaio dissi che avrei passato l'anno a dire "ve l'avevo detto" (hashtag: #vlad), e così sta accadendo.

Triste soddisfazione...

(...che rima con "si apra la discussione...")

(...ogni tanto, quando vado a trovare i miei, cioè ogni tantissimo, vedo Alfredo: sta ancora lì, inossidabile. Saranno passati trent'anni. Non c'è che dire: "dottò sossòrdi" è una frase che allunga la vita, oltre al conto in banca...)