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domenica 31 maggio 2026

Frenkel goes to Bulgaria?

(...per qualche imperscrutabile motivo sui social impazza un nuovo trend: quello del giovincello di bell'aspetto che viene a spiegarci negli anni '20 da sinistra quello che abbiamo spiegato negli anni '10 alla sinistra. Qui un esempio dalla palette molto azzeccata. Ora, come è noto io non sono un comunicatore, ma ho un discreto orecchio musicale - non assoluto, relativo... Se veramente questo lavoro servisse a far sorgere un dubbio in tante giovani menti tutte clima e distintivo non sarebbe male. In fondo, ne va della loro pelle, non della mia. Non so perché, però, forse perché sono, da brutta persona, molto diffidente - e ho orecchio!, il che, vorrei far notare, mi ha consentito di arrivare vivo a 63 anni e mezzo pur avendo maneggiato sostanze piuttosto esplosive, ma insomma: non so perché ma tutta questa roba mi sembra un fumogeno il cui scopo è non tanto quello di coinvolgere, ma quello di deresponsabilizzare la sinistra. E, se dovessi dirvi, la cosa, per quanto eticamente sordida, non mi sembrerebbe poi così negativa, atteso che solo assolvendo se stessa dai vari round di crimini perpetrati - l'ultimo rilevante all'epoca di Monti - la sinistra potrebbe ricominciare a guardare in faccia la realtà. Ora, va da sé che urta i nervi vedere che chi ci ha sterminato viene a farci la lezioncina, e che sarebbe molto più liberatorio pensare che se loro ci hanno frantumato, possano essere "gli altri" a guidarci in un percorso di riscatto. Ma qui si torna a due temi portanti di questo blog. Il primo è il rifiuto del paternalismo, il rifiuto di Aristide, insomma! Se il partito euroscettico in Italia non ha mai avuto più del 17%, evidentemente, come aveva intuito il pescarese Flaiano, agli italiani la merda piace - del resto, è tiepida, il che in certe stagioni può essere visto come un vantaggio. Il secondo è il rifiuto del "norimberghismo". L'esperienza storica ci dimostra che la Germania postbellica è stata ricostruita coi e dai nazisti - ne abbiamo parlato infinite volte, l'ultima qui, e i Rosenburg files sono sempre lì che vi aspettano - motivo per cui non sarebbe ultroneo che l'Italia post-UE venisse ricostruita coi e dai piddini. Semplicemente, è così che funziona, e qui come funziona ce lo siamo sempre detto. E a questo proposito...)


Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi il vostro ecclesiarca (o guru che dir si voglia) torna a occuparsi della nostra amica Bulgaria (o Bolgheria), di cui ci eravamo occupati qui con gran dovizia di dettagli, appoggiandoci a quella autentica miniera di early warnings che sono i MIP scoreboard indicators del sito di Eurostat.

L'occasione di tornare sul tema mi viene data da questa breve di cronaca segnalatami dal mio solerte staff (SS):


Se avrete la bontà di leggervi l'articolo troverete passaggi che non suoneranno totalmente inediti al vostro orecchio: l'accusa di aver truccato i conti (pubblici) per entrare nell'euro, i fondi bloccati per ricattare il Governo bulgaro che non avrebbe fatto le riforme (sulla ricattocrazia europea si è espresso oggi Claudio qui), ecc. Ci troverete insomma quasi tutte le cose che abbiamo già sentito, tranne una, questa:


Eh già! Perché in Bolgheria (come nell'attigua Ruritania) siamo ancora al 2 a.G. (ante Goofynomics): è tutto un debbitopubblico, e ovviamente un castacriccacoruzzione, signora mia! Ma forse le cose non stanno proprio così, o non solo così, o non principalmente così...

Per darvi succinta evidenza di cosa intendo, vi produco un grafico che ho elaborato come case study da sottoporre agli studenti del master di Pescara:


dove la fonte è il WEO database di aprile 2026, le unità di misura sono punti percentuali di Pil, e il messaggio è abbastanza chiaro. Tralasciando per un momento l'inverosimiglianza di quel deficit pubblico inchiodato al 3% fisso per tre anni (forse era ver, ma non però credibile), vi faccio notare due cose: la discesa tendenziale dal 2014 a oggi del saldo del settore privato, che nel 2025 va in deficit, e la correlata ascesa del saldo del settore estero, che dal 2022 va in surplus, diventando prestatore netto dell'economia bulgara (perché quando -CAB è positivo, questo significa che CAB è negativo, cioè che FAB è negativo, cioè che [il settore privato del] la Bulgaria sta importando capitali, ovvero che si sta indebitando con l'estero).

La dinamica è quella del ciclo di Frenkel, ma naturalmente è appena accennata: non siamo al caso eclatante della Spagna di Zapatero visto qui. Tuttavia questo quadro collima con quello che era emerso analizzando il cruscotto della MIP: erogazione di credito al settore privato, crescita dei prezzi delle case, crescita delle retribuzioni nominali, apprezzamento del tasso di cambio reale, deficit delle partite correnti, tutti fuori scala!

C'è da chiedersi in che cosa una correzione del saldo del bilancio pubblico aiuterebbe questi squilibri a ricomporsi. Se inducesse un minimo di recessione, potrebbe in effetti riportare verso l'equilibrio (cioè giù) il saldo dell'estero, ma quanto al settore privato, abbiamo visto che non sempre un "risanamento" della finanza pubblica lo aiuta a generare più risparmio, e questo lo si vede bene anche nel grafico. D'altra parte, che la Bulgaria fosse da attenzionare ce lo eravamo detto, anche se non per i motivi su cui si ostina a puntare il suo occhio strabico la Commissione Europea. Per chi volesse farsi un'idea delle possibili dinamiche, rinvio all'articolo in cui parlavo dell'ingresso nell'euro della Lettonia. Poi la Lettonia fece il miracolo, e tre anni dopo l'ingresso vi spiegai di che lagrime grondasse e di che sangue.

Vediamo questa volta come va a finire. Prevedo un esodo di bulgari. Ne riparleremo nel 2029 (se non prima)...

giovedì 28 maggio 2026

Draghi e Trump, i gemelli diversi

...mettendo in ordine le idee per una lezione che devo tenere domani a un master, riflettevo sul fatto che in fondo Draghi e Trump sono più simili di quanto non si pensi.

Draghi, infatti, vuole un'economia più competitiva, ma ignora che CAB = FAB, e quindi che se l'aumento di competitività farà crescere le esportazioni nette di merci dell'Eurozona, necessariamente dall'Eurozona il risparmio fluirà (o, come direbbe lui, fluisciuerà) verso il resto del mondo. Non si capisce del resto perché quello che era positivo per la Germania (prestare soldi ai Piigs) dovrebbe essere negativo per l'Eurozona, considerando soprattutto che in questo caso i prenditori hanno un merito di credito e delle prospettive di sopravvivenza più rosee dei Piigs (basta non essere Stati membri del Titanic Europa...).

Trump, invece, vuole preservare il privilegio esorbitante della "America's financial sector dominance" (qui a pag. 14 ), ma ignora che siccome FAB = CAB, chi emette attività finanziarie particolarmente appetite dal resto del mondo ed è quindi un importatore netto di capitali (tutti pazzi per Treasuries!) necessariamente è anche un importatore netto di merci. Non si capisce del resto perché preservare il privilegio esorbitante senza esercitarlo: e il privilegio è appunto quello di potersi indebitare a breve prestando a lungo (cioè di emettere pezzi di carta e comprare aziende: qui da noi gli esempi non mancano).

Insomma: sono due don Chisciotte in dissidio col mondo e con se stessi, e in battaglia contro il mulino a vento delle identità contabili, che li sfarinerà come sta sfarinando gli economisti terrapiattisti che spopolano sui social.

Non si riesce a credere, e del resto non saprei come acquisirne le prove, che appartengano alla stessa specie (razza non si può dire, e specie è comunque più appropriato) di Keynes...

martedì 26 maggio 2026

Grok vs Draghi


 (il testo lo trovate qui).


Hey Grok, is it true that if a country is a net exporter of goods and services, it must also be a net exporter of capital?

Yes, it is true. If a country is a net exporter of goods and services (i.e., its exports of goods and services exceed its imports, so net exports NX > 0), it must also be a net exporter of capital (net capital outflow NCO > 0). 

This follows directly from a core macroeconomic identity in an open economy, which comes from the national income accounts: Y = C + I + G + NX, where:

Y = GDP (total output/income)

C = consumption

I = domestic investment

G = government spending

NX = net exports of goods and services (exports minus imports)

National saving S is what’s left after consumption and government spending: S = Y − C − G. Rearranging the identity gives: S = I + NX o rNX = S − I.

The term S − I is exactly net capital outflow (NCO)—also called net foreign investment. It measures how much a country is lending to (or borrowing from) the rest of the world:

If S > I (excess domestic saving), the country invests the difference abroad → net capital outflow (net exporter of capital).

This is recorded in the financial/capital account of the balance of payments as domestic residents buying more foreign assets than foreigners buy of domestic assets (with the opposite sign convention). 

So, whenever NX > 0 (net exporter of goods and services), it must be that NCO > 0 (net exporter of capital). The two are accounting identities—they are always equal by definition. 

A quick real-world example

Germany has long run large trade surpluses in goods and services (net exporter). As a direct result, it is also a net exporter of capital—its residents and firms invest heavily abroad (portfolio investment, direct investment, etc.). The identity holds even if there are other current-account items like income flows or transfers; the goods-and-services trade balance is what ties directly to the saving-investment gap in the standard macro framework. 

(Note: Introductory textbooks sometimes simplify by treating NX as a close proxy for the full current-account balance. In more advanced national accounts, the current account as a whole equals NCO. But the statement in your question uses the standard textbook language—“net exporter of goods and services”—and the identity holds exactly as stated.)In short, a country can’t sell more stuff to the world than it buys without, on net, acquiring claims on the world (i.e., exporting capital). The accounts have to balance!

Building on these accounting facts, does it make sense to call for greater competitiveness in a country while complaining about its capital exports?

No, it does not make sense. Calling for greater competitiveness (i.e., policies or conditions that would increase a country’s net exports of goods and services, NX) while simultaneously complaining about its capital exports is economically incoherent. The two are not separate phenomena—they are literally the same thing, just viewed from different sides of the national accounts. Recall the core open-economy identity we discussed: NX = S − I = NCO

Greater competitiveness → higher NX (more exports relative to imports).  

This necessarily means higher NCO (net capital outflow), i.e., the country is a larger net exporter of capital.

If a country sells more goods and services to the world than it buys, it must be acquiring financial claims on the rest of the world (lending, buying foreign stocks/bonds/real estate, or building factories abroad). That is capital export. You cannot increase one without increasing the other; the balance of payments must balance.

Why the complaint sounds plausible but isn’t

People sometimes praise “competitiveness” (strong manufacturing, trade surpluses, “winning” at exports) as a virtue, yet view capital exports as a problem (“we’re sending our savings abroad instead of investing at home,” “losing capital,” or “funding foreign competitors”).

This is a classic case of wanting the accounting identity to work only in the direction you like:

You like the trade surplus (NX > 0).  

You dislike the mirror-image capital outflow (NCO > 0).

But they are two sides of the identical coin. Complaining about capital exports while pushing for even greater competitiveness is equivalent to saying:

“I want Germany/Japan/China/Switzerland to sell even more stuff to the world… but I don’t want Germans/Japanese/Chinese/Swiss to end up owning even more foreign assets.”It’s like cheering for a company to run bigger profits while griping that those profits are being paid out as dividends or reinvested elsewhere.

What actually drives both

Both NX and NCO are determined by the same underlying gap: national saving (S) versus domestic investment (I).  Policies that genuinely raise competitiveness (productivity gains, better infrastructure, wage restraint, trade-opening deals, etc.) tend to raise S − I.  

That shows up simultaneously as higher exports and higher net capital outflows.  

If you dislike the capital-export side, the consistent response would be policies that reduce S − I (e.g., higher domestic consumption or investment), which would automatically reduce NX as well. You can’t cherry-pick.

In short, the accounting facts make the position self-contradictory. A country can legitimately debate whether its saving-investment balance is too high (or too low), but it cannot coherently celebrate one half of the identity while condemning the other half. They rise and fall together.


(...qualche giorno fa qualcuno di voi mi aveva chiesto di tritare Draghi per l'ennesima sconclusionata filippica ex cathedra. Ma questo è il tipico lavoro che un italiano non vuole più fare, e non ci sprecherei nemmeno un Liturri o un Giraldo. Basta Grok! Draghi è il classico caso di persona che vuole "the accounting identity to work only in the direction he likes" e per questo " praises “competitiveness” (strong manufacturing, trade surpluses, “winning” at exports) as a virtue, yet views capital exports as a problem (“we’re sending our savings abroad instead of investing at home,” “losing capital,” or “funding foreign competitors”)". Io non so se vi rendete conto di quanto immensamente sopravvalutata sia quella persona, i cui meriti dobbiamo pur riconoscere. Ma faremmo bene a noi e anche a lui se oltre ai meriti ne riconoscessimo i limiti: Grok ci riesce, potremmo farcela anche noi...)

domenica 22 febbraio 2026

“Il risparmio fluisciue…”

(…e no, non è un errore di battitura. Così come non lo era il Fogno, che era un errore politico. Il risparmio che fluisciue, invece, è un errore di macroeconomia…)

Ve la devo fare breve, perché mi sono dimenticato a casa l’alimentatore del PC. Quindi, per una volta, niente grafici e niente figure, ma solo un ragionamento, assistito (per chi gradisce) da un po’ di sana algebra.

Ve lo ricordate tutti, vero, che S - I = X - M?

Cosa vogliono dire queste lettere arcane? Che l’eccesso dei Savings (risparmi) nazionali rispetto agli Investimenti nazionali è necessariamente uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè al saldo della bilancia dei pagamenti. Prima di addentrarmi in una spiegazione a beneficio di chi ne necessita e di chi crede di non necessitarne, vi anticipo a che cosa ci serve questa identità: molto semplicemente, a capire come e perché la narrazione dominante in Europa, quella sulla necessità di integrare il mercato dei capitali per evitare che i risparmi fluiscano verso gli Usa, è (tanto per cambiare) truffaldina. Ne consegue che se l’integrazione (unione) del mercato dei capitali non serve a arrestare il deflusso, serve a qualcos’altro, e potete facilmente immaginare a cosa: una cosa che riguarda le vostre tasche.

Per capire perché ripercorriamo i passaggi che ci portano a questa identità.

Ci si arriva dalla definizione di Pil dal lato della spesa, che abbiamo visto innumerevoli volte (una delle ultime qui):

Y = C + G + I + X - M

La produzione nazionale Y consta di consumi privati (C), di consumi collettivi (G), di investimenti fissi lordi (I), di esportazioni (X), cui sottraiamo le importazioni (M), perché, per definizione, non fanno parte della produzione (e quindi del reddito) nazionale. Forse lo si capisce meglio se lo si scrive come conto delle risorse e degli impieghi:

Y + M = C + G + I + X

Una collettività nazionale ha a disposizione quello che produce e quello che importa: queste sono le risorse. Questo ammontare di risorse viene impiegato in consumi, investimenti (formazione di capitale fisso) e esportazioni: questi sono gli impieghi. Ovviamente, in un’economia di mercato si produce per guadagnare, quindi Y, che è il prodotto nazionale, è anche il reddito nazionale, e siccome le casse da morto non hanno saccocce, il reddito si converte in spesa: C è la spesa in beni di consumo, I quella in beni di investimento, X quella dei residenti esteri, ecc. Così come non si può utilizzare un bene (o usufruire di un servizio) che non è stato prodotto, non  si può spendere un reddito che non è stato guadagnato (il settore finanziario consente di ridistribuire le spese nel tempo, ma siccome i prestiti vanno restituiti, alla fine si bussa sempre alla porta di Y, e se non risponde… è penale!).

Cose che dovreste sapere ma che è utile ripassare…

Ora, se al reddito dei residenti Y sottraiamo le spese dei residenti otteniamo il risparmio dei residenti (il risparmio nazionale): Y - C - G = S, per cui se riordiniamo la definizione di Pil:

Y - C - G - I = X - M

e ci sostituiamo quella di risparmio otteniamo la relazione da cui siamo partiti:

S - I = X - M

che ci chiarisce come, per definizione, l’eccesso del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali, cioè il risparmio che fluisciue verso l’estero (perché non va a finanziare investimenti produttivi in patria) sia uguale all’eccesso delle esportazioni sulle importazioni, cioè all’eccesso dei ricavi fatti vendendo prodotti all’estero sulla spesa per l’acquisto di beni esteri. In altre parole, a livello macroeconomico una esportazione netta di beni corrisponderà sempre a una esportazione netta di capitali.

Con l’algebra si vede subito che è così e non può non essere così, ma è utile arrivarci anche col ragionamento, e visto che qui siamo bipartisan, possiamo arrivarci da destra, o da sinistra.

Cominciamo da destra: è sufficientemente chiaro che se in un Paese è sempre X < M, ovvero X - M < 0, cioè se il Paese è in deficit strutturale di bilancia dei pagamenti, al Paese, una volta esaurite le riserve, mancherà la valuta estera necessaria per pagare le importazioni in eccesso, perché non esporterà abbastanza da procurarsela, e quindi dovrà farsela prestare, dovrà indebitarsi con l’estero, dovrà importare capitali (e in caso di arresto di questi finanziamenti - sudden stop, current account reversal - dovrà riportare la bilancia dei pagamenti in attivo con l’austerità). In ogni caso, la sua posizione netta sull’estero peggiorerà, o per la diminuzione di attività estere, o per l’accensione di debiti esteri. Non ci vuole cioè molto a capire che se un paese è un importatore netto di merci, deve necessariamente essere un importatore netto di capitali, semplicemente perché questi capitali gli servono a finanziare l’eccesso delle importazioni sulle esportazioni. Messa in un altro modo, se non riuscisse a essere un importatore netto di capitali, cioè se nessuno gli prestasse dollari, quel paese non riuscirebbe meno a essere un importatore netto di merci, perché non avrebbe dollari per saldare i propri fornitori. Dietro a una verità contabile c’è sempre una verità economica.

Ma se si capisce questo, allora è anche chiaro che quando sono le esportazioni di merci a essere in eccesso, cioè quando X - M > 0, allora il Paese che è esportatore netto di merci è anche esportatore netto di capitali, cioè presta soldi al resto del mondo (esattamente come l’importatore netto se li fa prestare). Del resto, stiamo guardando il rovescio della stessa identica medaglia: così come se non riuscisse a essere importatore netto di capitali (cioè se non si facesse prestare soldi dall’estero) un Paese non potrebbe essere importatore netto strutturale di merci, perché non potrebbe saldare il conto dei suoi fornitori internazionali, allo stesso modo e per le stesse ragioni se un Paese non fosse esportatore di capitali (cioè se non prestasse soldi all’estero) non potrebbe essere esportatore netto strutturale di merci, perché i suoi clienti non avrebbero di che pagarlo, laddove non potessero contare sui suoi prestiti. Quindi X - M > 0, un saldo della bilancia dei pagamenti attivo, ha al tempo stesso una lettura reale (escono più merci di quante ne entrino) e una lettura finanziaria (il capitale fluisciue all’estero).

Leggiamola ora da sinistra la nostra identità, e facciamolo con riferimento al caso nostro, nel senso di europeo, che è, come sapete, il caso di un esportatore netto strutturale. L’espressione S - I = X - M ci ragguaglia sul fatto che quando un Paese è esportatore netto, il risparmio che fluisciue verso l’estero è esattamente quello che non ha trovato impieghi produttivi (I) in patria. Del resto, con lo stesso euro o finanzi un investimento in patria, o finanzi un importatore estero: lo stesso soldino in due tasche non può finire.

Messa così, e detta molto spiccia, se il risparmio fluisciue all’estero ci possono essere due spiegazioni, nessuna delle quali ha a che vedere con la segmentazione del mercato dei capitali (perché l’identità che stiamo descrivendo, e che governa, agganciandoli ai fondamentali macroeconomici, i flussi e deflussi di risparmio, vige anche in un sistema economico perfettamente integrato): o il Paese investe poco, o il Paese esporta troppo. It turns out che queste due spiegazioni sono, ancora una volta, due facce della stessa medaglia: la repressione degli investimenti, tramite una politica di tassi di interesse relativamente elevati ma soprattutto tramite una politica di investimenti pubblici netti asfittici, è il presupposto dell’incremento della disoccupazione necessario per indurre “moderazione” salariale e abbattere i costi al fine di “aggredire” i mercati esteri. Insomma: per fare troppe esportazioni bisogna fare troppo pochi investimenti. Detto meglio: quello che riduce le opportunità di impiego produttivo del risparmio in Europa non è la segmentazione del mercato finanziario, ma l’approccio mercantilistico dei nostri cari amici tedeschi, intrinsecamente connaturato a una politica di repressione degli investimenti produttivi.

Quel simpatico furbastro di Draghi (🍇 per gli amici) questo ovviamente lo sa: ha studiato economia quando e dove queste cose si studiavano! Ma allora perché continua a pontificare proponendoci due cose che non servono (e quindi servono a qualcos’altro): politiche per aumentare la competitività in un’area che ha già un surplus strutturale massivo nei riguardi del resto del mondo, e politiche per rimuovere ostacoli interni che in nulla influiscono sulla nostra posizione finanziaria netta sull’estero (che invece dipende dal surplus strutturale massivo di cui sopra)? Perché sì, lo avete capito: il discorso di quell’amabile imbonitore dall’insopportabile birignao (“il risparmio fluisciue”) è, algebra e contabilità alla mano, intrinsecamente contraddittorio! “Più competitività” significa in buona sostanza più deflusso di capitali (perché significa aumentare il divario fra X e M), senza che “più unione” (del mercato dei capitali) possa farci alcunché, perché non c’è architettura istituzionale e regolatoria per quanto sofisticata che possa sovvertire le leggi della contabilità!

E qui si arriva al punto! 

Posto che il “fluire” (cioè il defluire: ma come gli uomini “migrano”, così i capitali fluiscono) dei risparmi sia un male, la causa è evidentemente quella che abbiamo visto qui, cioè la repressione degli investimenti pubblici in Europa. Vediamola in un altro modo: se negli Usa ci sono opportunità di investimento profittevoli sarà forse anche perché il mercato Usa è “unico”, ma certamente è soprattutto perché da un lato il dollaro resta, coi suoi alti e bassi, lo strumento cardine di liquidità internazionale, e dall’altro perché le aziende Usa più rilevanti nascono su una rete massicciamente sostenuta, in fase di avvio, da investimenti pubblici (nel settore della difesa). D’altra parte, la repressione degli investimenti è fondamentale per la “competitività” così come viene intesa qui da noi: consente infatti di tenere sotto controllo le pretese dei lavoratori allontanando il sistema dal “baratro” della piena occupazione. L’austerità è una politica redistributiva dal basso verso l’alto e questo alla classe di cui Draghi è esponente e paladino piace, per motivi sufficientemente chiari. Non è quindi pensabile che il nostro amico proponga per il problema del risparmio che fluisciue la soluzione che il buon senso e la contabilità proporrebbero: promuovere, anziché reprimere, gli investimenti (a partire da quelli pubblici, se possibile smantellando le “regole” europee o almeno accogliendo in esse il principio della golden rule, cioè lo scorporo degli investimenti pubblici dai vari indicatori che governano le regole di bilancio).

D’altra parte, però, il riferimento alla frammentazione del mercato dei capitali (e quindi gli acronimi salvifici CMU e SIU: googlare per credere…) non è un mero diversivo. La retorica del risparmio che fluisciue si interseca qui con quella apparentemente incompatibile del risparmio ozioso (nei conti correnti), cioè con l’idea che rendendo più spessi i mercati azionari europei (ovvero: mettendoci più soldi dei risparmiatori) si stimolerebbero gli investimenti privati virtuosi, incentivando produttività, competitività, e quindi… deflusso di capitali (ma quest’ultima verità contabile viene sempre omessa, per restare alla parte convincente, eufonica, della canzoncina…)! Il grido di battaglia, in questo caso, è “ci vuole più equity!”, cioè ci vuole più capitale di rischio: i pensionati devono comprare più azioni e le aziende devono andare meno in banca, devono crescere e quotarsi (e anche questa soluzione salvifica suona come truffaldina, visto che il trend globale è per il delisting, cioè per l’uscita dai mercati azionari, a vantaggio di quelli “privati”).

A pensarci bene, non è poi così ovvio che l’uomo dei fondi (LVI), cioè dei mercati privati, sponsorizzi la transizione verso un sistema mercatocentrico, quello che in teoria appartiene alla tradizione del suo Paese di riferimento (gli Usa). D’altra parte, è pur vero che qui da noi, invece, abbiamo fatto l’impossibile per distruggere il sistema bancocentrico con la banking union, e questo in qualche modo legittima l’idea che il vuoto creato vada riempito in qualche modo, per evitare che le imprese restino drammaticamente tagliate fuori dal circuito del risparmio. Ma siamo sicuri che la risposta sia la creazione del mercatone finanziarione unico europeone? Detta in altro modo: siamo sicuri che a un Paese risparmiatore come il nostro convenga mettere la cassa in comune proprio nel momento in cui la realtà sta chiedendo il conto agli altri grandi dell’Eurozona (Germania e Francia) e la dimensione politica del progetto è soggetta a evidenti tensioni disgregtrici? Detta ancora in un altro modo: se per una PMI abruzzese la debancarizzazione dell’Abruzzo a vantaggio del campione nazionale (Intesa San Paolo) oggettivamente non è stata un gran guadagno in termini di facilità di accesso al credito (o almeno così viene percepita dagli imprenditori con cui mi confronto), perché mai il borsone unicone europeone dovrebbe esserlo? In che cosa, esattamente, questa “unione”, questa “integrazione”, aiuterebbe il nostro tessuto produttivo? Questo, almeno a me, non è immediatamente chiaro. Quello che invece mi è più visibile è la spinta a convogliare i risparmi degli italiani, in particolare quelli previdenziali, verso investimenti a più alto rendimento (cioè a più alto rischio) come quelli disponibili appunto sui mercati azionari. Una spinta che astrattamente ha senso, in una logica di “ciclo di vita“, ma che concretamente espone al rischio (cui i gestori, sottoposti a vari livelli di controllo, stanno resistendo) che i risparmi degli italiani fluiscano verso le azioni delle grandi aziende del Nord, impegnate non a ricostruire il nostro Paese, compito per il quale è indispensabile sostenere un livello adeguato di investimenti pubblici netti, ma a produrre strumenti con cui distruggerne altri. Insomma, è difficile resistere alla tentazione di vedere nella retorica della “unione del mercato dei capitali“ non il tentativo di arginare il deflusso di risparmi dall’Europa verso gli Stati Uniti, che andrebbe affrontato sul piano dei fondamentali macroeconomici promuovendo gli investimenti produttivi, ma quello di facilitare la riconversione bellica dell’industria tedesca con i risparmi degli italiani.

Ecco: ora vi ho svelato il contenuto dei tweet che l’esimio dott. Trombetta vi ammannirà nel 2028, e la trama del prossimo saggio “rivoluzionario“ ad opera del gatekeeper grillino di turno. Ma a parte questo spoiler, per il quale, ne sono certo, mi scuserete, vi ho anche indicato dove si è spostato il fronte della nostra guerra e quale battaglia è in corso. Una cosa, però, posso dirvela subito, e non è rassicurante: che S - I = X - M resta un segreto per tutti gli attori politici di questo processo. Un segreto gelosamente custodito nelle prime pagine di qualsiasi manuale di macroeconomia, e tramandato clandestinamente da questo Blog che non esiste a voi, lettori inesistenti. Questo, in altre parole, significa che non esiste nella classe politica quel minimo di anticorpi culturali per resistere alla seduzione di una narrazione tanto plausibile quanto falsa. Naturalmente io dovrei costruire una narrazione eroica, titanica, che vi restituisca il bene prezioso della speranza. Ma non posso farlo, perché ancora non avete risposto alla domanda che vi ho rivolto in una diretta di qualche settimana fa: quanto volete essere presi in giro? Io qui ho sempre aderito a una linea ben precisa: dire la verità fottendomene del consenso. E la verità è che le cose che ci siamo dette qui, e che dovrebbero essere patrimonio comune non dico dell’uomo politico, ma dell’uomo colto medio, in realtà non sono pienamente comprese neanche dagli economisti, che tendono a saltare a piè pari le prime pagine dei manuali di macro perché queste contengono concetti troppo semplici, e in quanto tali inadatti a lusingare le loro pretese di superiorità intellettuale. Eppure, la contabilità viene prima dell’economia (almeno, se si vuole evitare il penale…).

E ora sapete che cosa pensare del prossimo pensoso editoriale sul risparmio che fluisciue…



sabato 30 agosto 2025

Premiata armeria Hellas: tredici anni dopo

Antonomasia ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Premiata armeria Hellas: saldi di fine stagione (1° parte)":


Chiarissimo Professore,

Sto preparando una proposta di progetto di ricerca in Diritto del'Unione Europea finalizzata a problematizzare alcuni passaggi della transizione verso la moneta unica a partire dall'Atto Unico Europeo.

Tuttavia, ritengo sia piuttosto velleitario rapportarsi in modo critico a questi temi senza aver maturato una coscienza critica delle storture economiche connaturate alla moneta unica.

Pertanto, ho deciso di ripercorrere dall'inizio i passaggi della Sua preziosa attività, che, del resto, fu la ragione per la quale, ormai quattro anni or sono, ho cominciato ad interessarmi di euro.

L'intento di questa premessa non è certo un goffo tentativo di captatio benevolentiae, quanto piuttosto una giustificazione che spero sia suscettibile di rendere un po' meno inappropriata la tardività del mio intervento sotto questo post, che ho trovato illuminante a tal punto che ho deciso di rivolgermi al database del WEO dell'aprile 2025 per costruire un grafico, sulla base dei dati riportati nella Figura 1 e 2, che constasse anche dei numeri relativi agli ultimi dodici anni, in modo da prendere coscienza degli sviluppi più recenti.

Ebbene, ho selezionato le voci "Total Investment", "Gross National Savings" e "Current Account Balance", tutte espresse in punti di PIL ma mi sono trovato innanzi a risultati diversi da quelli che Lei riporta nel post:


- Per quanto riguarda il primo balzo dell'indebitamento estero (biennio 1998-2000), mi risulta che le partite correnti in punti di PIL aumentano dal 2,7% al 6,1% (3,4 punti di PIL anziché 5).

- Per quanto attiene al secondo scalino (biennio 2005-2007) mi risulta che effettivamente l'indebitamento estero raddoppia (o quasi, dal 7,5% al 14,1%), ma che sia l'aumento degli investimenti (di circa 4,5 punti di PIL) a fungere da traino, anziché il calo del risparmio nazionale (circa 2,2 punti di PIL).


Ovviamente, parto dal presupposto che l'errore è mio - presumo sia legato alla scelta delle voci del database - ma le sarei grato se me lo potesse indicare.

Con immensa stima,

Valerio

Pubblicato da Antonomasia su Goofynomics il giorno 14 ago 2025, 15:20



Per chi si fosse messo in ascolto solo ora, nel post "Premiata armeria Hellas" ho mostrato in dettaglio la relazione fra risparmio nazionale, investimento nazionale, e saldo della bilancia dei pagamenti, cioè l'identità di contabilità nazionale:

CA = S - I

secondo cui se in un Paese il risparmio nazionale S supera gli investimenti nazionali I l'eccedenza viene prestata all'estero determinando un saldo positivo delle partite correnti (CA>0), cioè un accreditamento netto verso l'estero, mentre di converso se S è minore di I il saldo CA è negativo, cioè indica un indebitamento estero, conseguenza del fatto che gli investimenti nazionali vengono in parte finanziati con risparmio estero.

Questa relazione non è negoziabile: è così e basta, per definizione. Non ci possono essere errori: i soldi che vengono spesi da qualche parte devono arrivare, la partita doppia sconti non ne fa.

Con questa premessa, osservo che a me troppi complimenti e troppa modestia urtano subito i nervi, quindi ho aspettato un attimo a rispondere (anche perché qui il campo è poco e quindi prezioso). Il punto di metodo che a me sembra ovvio (ma io coi dati ci lavoro da sempre) è che prima di pronunciare la parola "errore" ci si dovrebbe accertare di usare il medesimo set di dati, altrimenti la parola da usare è un'altra. Errore mio o tuo (o suo, o nostro, o vostro, o loro) ci sarebbe se usando il dataset che usavo nel post del 2012 si ottenesse un risultato diverso da quello che mostravo nel post, cioè da questo:


Per scrupolo, ho rifatto il grafico con la stessa fonte (questa) e ho ottenuto gli stessi risultati:


Se però uso la fonte citata dal cerimonioso amico, senza sorpresa alcuna ottengo i risultati che dice lui:


come potrà esservi più chiaro se rappresento questi dati in forma tabellare, concentrandomi in particolare sulle variazioni fra 1998 e 2000 e fra 2005 e 2007:


Quindi, ossequioso Tommaso, errori non ce ne sono: coi miei dati la formula (che non può sbagliare) dà i risultati che dico io, e con i tuoi dà quelli che dici tu. Non si tratta pertanto di errore, ma di revisione. Ci deve essere stata una revisione delle statistiche, e per vederlo basta raffrontare i dati del 2011 con quelli più recenti (che rappresento con tratteggio):


La cosa che salta all'occhio è che la revisione ha avuto un impatto pressoché impercettibile sul saldo (grigio), perché i flussi sono entrambi traslati verso l'alto di qualcosa fra uno e quattro punti di Pil, a seconda delle circostanze. Il messaggio complessivo non è cambiato molto (ci torno dopo), ma intanto segnalo che questa revisione è relativamente recente ed è stata analizzata in dettaglio da un nostro amico:


le cui conclusioni sono che il lodevole tentativo di armonizzare le statistiche nazionali greche con quelle degli altri Paesi europei abbia portato ELSTAT a produrre dati di qualità, diciamo, migliorabile (chi mi segue sa che cosa significa: "ci sono ampi margini di miglioramento").

Non entro nei dettagli tecnici del ragionamento (chi vuole approfondirli potrà farlo sul paper di Gennaro), ma uno dei problemi riscontrati è col deflatore degli investimenti e questo ovviamente impatta sulla relazione CA = S-I.

Fatta questa precisazione, che serve anche a ricordarci come i dati macroeconomici non siano incisi nel marmo (nessun dato lo è, nemmeno nelle scienze sperimentali), ma siano il risultato di stime, per cui riscritture più o meno involontarie della storia sono sempre dietro l'angolo, possiamo porci la domanda di come questa particolare riscrittura impatti sulla nostra lettura della crisi greca, basata sul modello "centro-periferia" (ciclo di Frenkel). Direi non moltissimo: l'indebitamento estero resta tutto lì (la riscrittura non altera l'andamento del saldo estero), e il fatto che dopo questa revisione dei dati esso sembri attribuibile un po' di meno alle famiglie e un po' di più alle imprese non cambia la sostanza delle cose, che è che se l'ingresso nell'euro non avesse distorto pesantemente il mercato dei capitali in Grecia, portando il costo del denaro molto lontano (verso il basso) dal suo valore di equilibrio, nessuno, né le famiglie, né le imprese, avrebbe avuto un incentivo così forte a indebitarsi (con banche estere).

Direi quindi che nel dubbio se la revisione effettuata da ELSTAT sia effettivamente valida, possiamo continuare a prendere per buona la nostra analisi del 2012. Certo, ora le cose sono andate avanti, e quindi possiamo toglierci la curiosità di vedere questa sfaccettatura del miracolo greco:


che così miracoloso non è: la correzione del 2011-2012 è evidente ed è in parte determinata da un aumento del risparmio e in parte da una diminuzione degli investimenti, che poi procedono pari passu fin quanto la pandemia non sconvolge il quadro, determinando prima una diminuzione del risparmio, e poi un aumento degli investimenti, che entrambi riportano il saldo estero verso le due cifre. Come di consueto, il Fmi ci rassicura: le previsioni (a destra della retta verticale rossa) ci dicono che il saldo estero migliorerà perché aumenterà il risparmio nazionale. Fra altri tredici anni sapremo che cosa pensare di queste previsioni (o meglio: avremo la certezza che quanto ne pensiamo ora - tutto il male possibile! - era corretto).

Spero che questo ripasso sia servito, e che se qualcuno, arrivato dopo, si era perso quel post, si sia incuriosito e sia andato a recuperarlo, perché è in effetti uno dei post "fondanti" del blog.

E con questa esortazione, vi auguro buona notte!

martedì 20 maggio 2025

Il crepuscolo degli sghei


A commento del post precedente, visto che il tempo è poco e le domande sono tante, vi fornisco un breve contributo cotto e mangiato da Eurostat perché riflettiate sul senso e il nonsenso di certe valutazioni del tipo: "Ma se la Germania cresce poco perché i tedeschi sono ricchy!", e via argomentando (o meglio: provandoci):

Nel periodo fra 2018 e 2022, che a qualcuno, non so perché, sembrava particolarmente rilevante (io la penso diversamente perché è un periodo "disturbato" da eventi eccezionali, ma tant'è), il Pil tedesco è aumentato di 522 miliardi di euro, le esportazioni di 348 miliardi di euro, e il monte salari di 211 miliardi di euro, il che significa, ripercorrendo a ritroso, che non tutti i soldi che entrano a fronte di esportazioni vanno in salari, e che il Pil non aumenta solo per le esportazioni. Fatto sta che mentre la quota di esportazioni sul Pil è cresciuta dal 43% al 46%, la quota salari è scesa dal 44% al 43% e questo non è per nulla strano, come non è strano che si accumuli ricchezza in un Paese in cui gli investimenti (e quindi la crescita reale) sono repressi, dal momento che come dovreste sapere bene almeno fin da quando parlammo della Premiata armeria Hellas contabilità vuole che:

X - M = S - I

Quindi ovviamente a esportazioni nette positive corrisponde un'esportazione di risparmio (e un'accumulazione di ricchezza: è il mercantilismo, bellezza!). Il problema è sempre quanto sia sostenibile questo modello, il modello che forza gli altri a fallire sotto il peso del debito accumulato. Mi sembra che sia ormai una evidenza conclamata quella che nel 2011 era solo un educated guess: non è sostenibile, e infatti non si sta sostenendo.

La Germania è in recessione da due anni, se non ve ne siete accorti.

Tutto qua.

(...sono a disposizione dopo il primo turno delle amministrative per valutare se quello che micuggino o la tal banca d'affari ha detto della ricchezza dei tedeschi sia compatibile con quello che la contabilità nazionale ci racconta. Il semplice schema che vi ho proposto ci dice che qualche tedesco si è sicuramente arricchito, e che molto verosimilmente costui rientra nella classe di persone a bassa propensione marginale al consumo, cioè rientra fra i ricchi...)

martedì 15 agosto 2023

QED 104: "Quando c'era lei i treni non arrivavano in orario!"

(...nel giorno dell'Assunzione, commentiamo la discesa agli inferi di una Angela caduta...)

Il successo del blog che non c'è (questo) può essere ricondotto a varie cause: i temi affrontati, la qualità della scrittura, l'approccio adottato, e via dicendo. Credo che molti di voi siano rimasti convinti e coinvolti, in particolare, dalla capacità del blog che non c'è di aiutarvi a prevedere lo sviluppo prossimo e meno prossimo degli eventi in base a un rigoroso ragionamento economico condensato in formule elementari, formule caratterizzate da quella semplicità, da quella economicità in cui risiede la cifra estetica della vera scienza. Prima fra tutte, l'identità dei saldi settoriali, qui spiegata e applicata plurime volte (uno dei ripassi e delle applicazioni più interessanti è qui e riguarda la Francia) ma della quale certamente non può nuocere ripercorrere brevemente il senso, anche per radicare nel (buon)senso economico certe affermazioni e certe categorie che nel dibattito minor vengono sistematicamente travisate.

Il punto di partenza è molto semplice, così semplice e ovvio che regolarmente lo si ignora (il triste destino delle umili verità): in un'economia di mercato si produce per vendere e quindi per guadagnare, il che significa, in buona sostanza, che il valore del prodotto di un sistema economico equivale alla spesa complessiva effettuata per acquistare i beni prodotti, e alle remunerazioni (salari e profitti) complessive di chi li ha prodotti.

Insomma: quando parliamo di Pil (prodotto interno lordo) stiamo parlando non solo del valore della produzione (sottolineo che non si possono sommare mele e clarinetti, ma si può sommare il loro valore, che si ottiene applicando alle quantità fisiche - un chilo di mele, un clarinetto... - il prezzo di mercato), ma anche, necessariamente, della spesa effettuata per acquistare questa produzione, e quindi, necessariamente, dei redditi percepiti da chi ha prodotto i beni. Insomma: in economia la domanda contabilmente deve uguagliare l'offerta (immaginatela come una specie di legge di Lavoisier dell'economia), e quindi il prodotto contabilmente uguaglia la spesa, e siccome i soldi spesi dagli acquirenti privati e pubblici non finiscono in un vulcano, come nell'immaginazione di certi libberisti alle vongole, ma nelle tasche dei venditori e quindi dei produttori, la spesa necessariamente uguaglia il reddito. Ne consegue che ci sono tre modi per calcolare il Pil, e tutti e tre portano allo stesso risultato: come somma dei valori aggiunti dei singoli settori (lato produzione), come somma delle spese effettuate, distinte per categoria di acquirente (lato spesa o domanda che dir si voglia), e come somma delle retribuzioni percepite (lato reddito). Abbiamo illustrato questa equivalenza in dettaglio quando l'abbiamo utilizzata per spiegare il miracolo lettone (un miracolo con la "m" di massacro sociale, come tutti i miracoli "europei").

Se avete capito questo (e molti, direi praticamente tutti fuori di qui, non lo hanno capito), non avete bisogno di molto altro. Il resto sono simboli che ci permettono di elaborare algebricamente questa tautologia (il prodotto venduto è prodotto comprato) conferendole un minimo di valore ermeneutico, assistendoci cioè nell'interpretazione delle traiettorie macroeconomiche.

Si parte dall'idea che il prodotto-reddito-spesa è la "variabile dipendente" del sistema macroeconomico, e quindi le si attribuisce il simbolo matematico della variabile dipendente, Y. Questo Y, che è il Pil, può essere espresso come somma della spesa delle famiglie per Consumi, delle imprese per Investimenti, del Governo per l'erogazione (e quindi lato utente il consumo) di servizi pubblici, del settore estero per il nostro eXport, che è acquisto di nostri beni da parte di residenti esteri. Ovviamente dovremo sottrarre dalla nostra produzione-reddito-spesa la spesa in beni iMportati, perché si tratta di acquisto da parte nostra di beni che sono stati prodotti, e quindi hanno generato reddito, altrove.

Discende da qui l'identità risorse-impieghi:

Y = C + I + G + X - M

un banale dato contabile che solo un cretino potrebbe contestare (scaturisce direttamente dalle definizioni della grandezze macroeconomiche), ma di cui solo persone istruite riescono a cogliere tutte le implicazioni.

La principale deriva dalla definizione di risparmio, che altro non è che la differenza fra quanto le famiglie guadagnano (Y) e quanto consumano (C+G):

S = Y - C - G

con la "s" di saving (risparmio in inglese).

Ricordandoci quella magia algebrica che va sotto il nome di regola del trasporto, possiamo riscrivere l'identità del Pil così:

Y - C - G - I = X - M

e sostituendo la definizione di risparmio arriviamo dove ci serviva di arrivare oggi:

S - I = X - M

L'eccedenza (deficienza) del risparmio nazionale sugli investimenti nazionali deve essere identica all'eccedenza (deficienza) delle esportazioni sulle importazioni.

Questa semplice verità contabile ci assiste nell'interpretare alcuni fatti macroeconomici rilevanti. Ad esempio, come abbiamo più e più volte ricordato, se un Paese è in surplus estero, cioè esporta più di quanto importi, necessariamente si verificherà almeno una delle seguenti tre cose:

  1. o le sue famiglie consumano relativamente poco (quindi C è relativamente basso e S relativamente alto);
  2. o lo Stato fornisce una quantità relativamente ridotta di servizi pubblici (quindi G è relativamente basso e S relativamente alto)
  3. o le sue imprese (e il suo settore pubblico) investono poco (quindi I è relativamente basso).

Insomma: se X è maggiore di M, S deve essere maggiore di I, e questo risultato lo si ottiene o facendo crescere S o facendo scendere I. Non c'è nulla di magico! Semplicemente, se quel Paese i beni che produce li consumasse lui (e quindi avesse un C e un I alto), non ne avrebbe da esportare. Il mercantilismo (orientamento di politica economica che consiste nel darsi l'obiettivo di massimizzare le esportazioni) è necessariamente repressione relativa della spesa interna (di famiglie o di imprese, pubblica o privata). Dico relativa perché finché dura, cioè finché l'estero compra, può benissimo darsi che nel Paese mercantilista i consumi relativamente bassi (rispetto al reddito nazionale) delle famiglie siano relativamente alti rispetto ai consumi di altri Paesi (ma questo non necessariamente allieta le vittime di simili politiche).

Una delle cose che è stato più difficile far capire ai cialtroni autorazzisti nostri gentili interlocutori è stata che il relativo successo della Germania in termini di conti con l'estero, cioè il suo surplus estero strutturale, dipendeva da una sostanziale repressione degli investimenti. L'idea che la Germania fosse in surplus perché avendo fatto importanti investimenti aveva acquisito una superiore produttività che le consentiva di vendere prodotti a prezzi inferiori era fallace. La fallacia anche qui era nel manico, cioè nel concepire la produttività come un fenomeno di offerta (secondo l'idea ingegneristico-neoclassica del processo produttivo) anziché di domanda (secondo l'idea economico-smithiana-keynesiana del processo produttivo). Non mi dilungo su queste distinzioni, di cui ho parlato ad esempio qui. Sul perché il ragionamento non fili si può discutere, e non è detto che sia una perdita di tempo: qui mi limito ad ribadire che il ragionamento platealmente non fila in quanto la Germania non è stata il campione europeo di investimenti. 

Avevamo evidenziato questa semplice verità dieci anni or sono, in questo post, da cui è tratta questa immagine:


che mostrava come nel periodo di gestazione della grande crisi del 2008-2011, prima dell'arrivo dell'austerità "che fa crescere", la Germania fosse stata il fanalino di coda degli investimenti europei. 

Come sempre, quelli bravi c'erano arrivati un pochino dopo. Ci vollero cinque anni perché Bruegel mettesse in relazione il surplus estero tedesco con la debolezza degli investimenti tedeschi:


ma naturalmente nemmeno questo servì a estirpare la malapianta dell'autorazzismo piddino: i poveri piddini tuttora vivono nell'illusione di essere splendide eccezioni in un failed State popolato da Untermenschen (voi), un Paese per colpa vostra (certo non loro!) incapace di uguagliare i traguardi di disciplina (e quindi di oculatezza e di produttività) delle Panzer-Divisionen tedesche.

Traguardi che ieri, con una tempistica un po' sfortunata (per la Fondazione per la sussidiarietà), venivano così eloquentemente illustrati dal Times:


Eh già! Sarà anche vero quello che ci diranno in autunno i sussidiaristi (che in tempi non sospetti hanno dato attenzione al blog che non c'era, motivo per valutare con attenzione i loro argomenti):


(e sarà anche interessante vedere su quali dati basano le loro analisi e quanto siano disposti a risalire la catena delle cause), ma il fatto è che in conseguenza del grafico che vi ho fatto vedere nel 2013 la situazione nel 2023 è questa:


Gli Svizzeri sono costretti a rifiutare l'accesso alla loro rete ferroviaria ai treni tedeschi perché questi sono in sistematico ritardo e quindi sconvolgono il traffico (e la puntualità) delle Ferrovie Federali Svizzere: un risultato pessimo, quello delle ferrovie tedesche, peggiore di quello delle FS (rectius: di Trenitalia), che invece riesce ad accedere alla rete svizzera con relativa puntualità e senza sconvolgerne il traffico (apprezzerete anche la definizione britannica di piddini: foreigners seduced by stereotypes of German superiority).

Secondo il Times il problema nel 2023 è ovviamente (lo ribadisco) quello che vi evidenziavo nel 2013 e che non poteva non manifestarsi a tempo debito (le logiche della scienza economica sono ferree):


Ci siamo soffermati a lungo su quanto fossero fuori luogo i peana levati dai nostri ascari all'indirizzo di una persona che ha trasformato l'Eurozona nel buco nero della domanda mondiale (la signora Merkel). Dalla sua scomparsa alla sua demonizzazione (cioè al ristabilimento di un minimo di verità storica) sono passati pochi mesi: della Merkel, come di Monti, oggi nessuno, tranne qualche autentico deficiente, rivendica di aver tessuto le lodi, perché oggi si manifesta come incontrovertibile quanto vi dissi illo tempore (nel 2011) sul Manifesto: la Germania stava segando il ramo su cui era seduta. Certo, questa semplice verità (X-M = S-I) aveva un corollario: tutti noi eravamo, e siamo, seduti su rami più bassi (e infatti ora la recessione tedesca ci sta frenando, esattamente come il ritardo dei treni tedeschi sta rallentando i treni svizzeri).

Va da sé che una rete infrastrutturale non si mette (o rimette) su in un giorno, né in un giorno o in un anno si smantella. Per questo i brillanti risultati del mercantilismo tedesco (cioè dello spingere X-M tagliando I) si vedono oggi. Ma non è che non ci fossero stati segnali eloquenti già ai tempi: ricordate ad esempio la storia dell'aeroporto di Berlino?

Nove anni di ritardi e corruzione, che però, essendo alemanna, supponiamo sia stata corruzione benigna, come certe pericarditi.

Mi sembra tuttavia che il ritardo sistematico dei treni tedeschi, considerati ormai meno affidabili di quelli italiani dagli svizzeri, sia il miglior QED del post che scrivemmo dieci anni or sono.

Resta, prima di lasciarci, da espletare un ultimo doveroso compito, in questo che, pur non esistendo, è l'unico organo di informazione del nostro desolato e amato Paese: aggiornare i dati. La Germania è ancora il fanalino di coda degli investimenti in Europa? Ovviamente no, e il motivo dovreste intuirlo. Per illustrarvelo vi riproduco con i dati odierni (tratti da qui) il grafico di dieci anni fa, con le medie 1999-2007, e il suo aggiornamento, con le medie 2008-2022:



Com'è ovvio, la stagione dell'austerità ha compresso gli investimenti dei PIGS, che quindi sono scesi in graduatoria, facendo risalire la Germania. Osserverete però che gli investimenti tedeschi non sono aumentati, in rapporto al suo Pil, e si presume quindi che siano sempre relativamente insufficienti: sono invece diminuiti quelli dei PIGS, che certamente sono diventati insufficienti. Qui in Italia la copertura politica a questa operazione l'ha data il PD, che ora, nel suo consueto stile, incolpa "le destre"...

Due brevi considerazioni.

La prima è che il titolo del Times è tutto sommato compatibile con le analisi della Fondazione per la sussidiarietà. Certo: se ci limitiamo agli ultimi dieci anni, largamente coincidenti con quelli dell'austerità, è chiaro che rileveremo in Italia un livello di investimenti relativamente compresso. Sarà interessante vedere se il rapporto della Fps attribuisce questo dato a congiunzioni astrali o a scelte politiche che hanno un nome e un cognome: PD. La seconda è che la leadership europea, a trazione tedesca, ha scientemente tentato di ridurre l'Italia come la Germania. Del resto, le identità valgono per tutti, anche per noi, ed è quindi ovvio che l'esplosione del nostro surplus estero, di cui parlavamo qui, evidenziandone le catastrofiche conseguenze geopolitiche, anche da noi si sia tradotta in un taglio degli investimenti (non essendo certamente dovuta a un incremento dei risparmi, data la stagnazione dei redditi!), col conseguente degrado della qualità delle infrastrutture. Se questo degrado arriverà al livello di quello tedesco lo sapremo fra qualche anno, ma tenderei a credere di no. Non mi aspetto fra cinque o sei anni titoli del Times sui ritardi italiani che bloccano i treni svizzeri, ma come tutte le affermazioni del blog che non c'è anche questa è un'affermazione scientifica, cioè falsificabile.

Basta avere pazienza, e io ne ho tanta.

Suggerisco anche a voi di dotarvene.

Sarà mia cura cercare di dimostrarvi che ne vale la pena, ma in ogni caso... TINA! Nel prossimo post vi aiuterò a fare di necessità virtù...

venerdì 28 aprile 2023

Sull'idraulica della globalizzazione

(...scrivo questo post ascoltando le strabilianti fesserie dei colleghi di opposizione sulle #ingentirisorsedelPNRR: ""Come sò ste risorze?" "Ingenti..."...)

Due giorni fa Michael Pettis, professore di finanza all'università di Pechino, ha riassunto magistralmente in un thread una serie di considerazioni che in plurime occasioni abbiamo svolto qui, dopo esserci permessi (umilmente) di anticiparle nella letteratura cosiddetta "scientifica":


nel lontano 2009.

Il thread di Pettis è qui, riassume le considerazioni svolte nel suo articolo dell'ottobre scorso "Will the Chinese renmimbi replace the US dollar?". Il fulcro dell'argomento, a mio avviso, è in queste considerazioni:


che riprendono in modo più esplicito le mie del 2009, e si riassumono in una: non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Chi pontifica sulla fine del dollaro dovrebbe chiedersi quanto questa fine sia desiderata (e desiderabile) da parte dei (teorici) beneficiari. Chi conta sulla domanda (deficit) Usa per sostenere la propria crescita, cioè chi  affida le sorti della propria economia al proprio surplus estero, non può opporsi alla circolazione dei dollari nell'economia globale, per la contradizion che nol consente. L'iniezione di dollari nel circuito della liquidità globale è infatti la controparte necessaria dell'acquisto da parte degli Usa di beni prodotti dall'economia globale. Il fatto che se ti compro dei beni ti do dei soldi è, cioè dovrebbe essere, un dato acquisito dalla fine della mitologica "economia di baratto" (che come sappiamo non è mai realmente esistita nel modo in cui la raccontano i manuali universitari), e quindi è tanto vero oggi quanto lo era nel 2009 o nel 1009 (incluso il 1009 a.C.).

Queste considerazioni ci riguardano, perché tratteremo il tema della "dedollarizzazione" dell'economia globale nel nostro prossimo convegno annuale (a scanso di dolorosi equivoci vi ricordo le date: 25 e 26 novembre 2023), e perché ribadiscono con eleganza nel contesto globale le considerazioni sulla fase attuale che abbiamo svolto tante volte (le trovate qui).

Chi avesse difficoltà a comprenderne il senso troverà aiuto nei tanti post sui saldi settoriali. Forse uno dei più sistematici, e anche dei più attuali, è quello del 2015 sulla Francia. Poi torneremo sull'argomento, ma intanto scrivo a Pettis per congratularmi con lui.


(...e ora vi lascio: la sinistra va sull'Aventino, e io vado a Siena...)

lunedì 20 marzo 2023

Parigi, o carƏ…

(...giornata di lavoro intensa e proficua a Milano, torno a casa stanco ma non rinuncio a condividere un paio di osservazioni con voi, osservazioni di merito, ma soprattutto di metodo...)

Di Francia qui se n'è parlato tanto. Della sua storia più (Austerlitz) o meno (Azincourt) gloriosa, della sua letteratura, che ci ha aiutato a superare momenti difficili, a comprendere e a compatire, ma soprattutto dei suoi deficit gemelli, che ci consentono di non stupirci di quanto sta succedendo in queste ore.

Hollande oggi nessuno si ricorda più chi sia. Il suo partito è stato piallato dalla Storia. Come nessuno sa che questo esito non era stato previsto, in questo blog che non esiste, fin da quando la sinistra europea tutta congioiva per l'avvento del suo nuovo alfiere!

Ma noi non avevamo detto come sarebbe andata a finire...

Poi arrivò Macron, e noi, se fossimo esistiti, avremmo potuto dire che ci aspettavamo da lui quello che ci eravamo aspettati da Hollande.

Ma insomma, non ve la fo tanto lunga: i post sulla Francia sono tutti qui, se vi va di leggerli, ma la loro sintesi è e resta quella che (non) avevamo scritto un anno dopo la prima elezione di Macron:


I deficit gemelli (pubblico ed estero) non lasciano alcuna via di scampo al Governo francese, a qualsiasi Governo francese: impossibile ridurre quello pubblico senza scatenare una reazione rabbiosa della popolazione, ma impossibile ridurre quello estero senza ridurre quello pubblico.

I tremendi shock del COVID e dell'offerta non cambiano di molto il quadro:


Anche oggi, dal deficit estero rientriamo domani!

Non so se ricordate il quadro roseo che veniva tracciato nel 2018:


Quanta convergenza traspariva dalle previsioni del FMI!

Ma se questa convergenza non c'è stata, la colpa non è della guerra, della carestia, della siccità, delle cavallette. La colpa è di quanto impedisce alla Francia di riequilibrare il prezzo relativo dei propri beni e servizi senza ricorrere a politiche di austerità (ultima fra tante: la riforma delle pensioni).

Ne abbiamo parlato tante volte, non ho ora né il tempo né la forza di spiegare ai neofiti i dettagli di questi grafici, che per gli altri saranno spero sufficientemente leggibili. Il mio lavoro non è più spiegare l'ovvio: è prepararmi per quando sceglierà una strada alternativa, dopo aver inutilmente cercato di ficcarsi in testa alle persone.

(...buona notte!...)

lunedì 8 febbraio 2021

L'evoluzione...

...è questa:


Il Fmi a ottobre (è passato un po' di tempo) prevedeva che il saldo pubblico (in arancione) sarebbe rientrato attestandosi poco sopra il -3% del Pil (ovvero, il deficit pubblico poco sotto il 3% del Pil). Simmetricamente, la ripresa di consumi e investimenti avrebbe fatto rientrare l'eccesso di risparmio privato (in blu) verso il 5% del Pil. Il saldo del settore estero (in verde) praticamente immobile.

Le previsioni, non solo quelle del Fmi, sembrano sempre un po' fatte col righello. Certo che qui abbiamo a che fare con uno shock fuori scala. Credo che se il Paese riparte, allora la linea verde (il saldo del settore estero) dovrà risalire verso lo zero (cioè il nostro surplus con l'estero chiudersi). Chiaramente questo dipende da tante variabili, ovviamente non solo interne. Un esercizio interessante potrebbe essere verificare quanto questo scenario sia compatibile con le previsioni della vecchia NADEF, o del prossimo DEF. Magari con un po' più di calma lo facciamo.

Intanto, vi aggiungo un altro pezzo importante della storia:


Il rapporto debito/Pil. Anche qui, credo che le valutazioni per quest'anno siano un po' pessimistiche (la NADEF lo dava al 158%). Il sentiero di rientro previsto dal Fmi somiglia abbastanza a quanto siamo riusciti a fare in altre occasioni, ma non somiglia molto a quanto previsto dalla NADEF.

E avendo dato altro alimento alle vostre riflessioni, col vostro riverito permesso... ci dormo sopra!

domenica 7 febbraio 2021

La situazione...

...è questa:


descritta con lo strumento dei saldi settoriali, che qui abbiamo illustrato e spiegato infinite volte e che ci è servito a prevedere una serie di esiti inevitabili, come il fallimento del povero Hollande (annunciato fin da subito, e poi commentato passo passo, ad esempio qui, dove trovate una buona spiegazione dell'algebra dei saldi settoriali). Gli europei possono trovare una spiegazione concisa del significato dei saldi in queste slide di una mia lezione a NYU Shanghai (correva l'anno 2016). Ovviamente, astenersi sedicenti "europeisti", quei figli di una antropologia minore che borbottano un inglese stentato e che a Turku cercano il ristorante italiano per poi lamentarsi che la pastasciutta è scotta...

Ieri, un po' per divertimento, e un po' perché è capitato, ho fatto leggere questo grafico a due persone: un intellettuale "organico" (consideratelo un anglicismo, più che una reminescenza gramsciana), che tangenzialmente ha incrociato il Dibattito (cioè questo blog), e un imprenditore (qui ce ne sono tanti, e veri), che invece del Dibattito ha fatto parte come lettore e come commentatore. Con mia non enorme sorpresa, l'imprenditore ha capito subito, l'intellettuale no (però, essendo un intellettuale, lo ha immediatamente confessato, così come faccio io quando non capisco: se non si chiede, non si capirà mai: mi ha proposto di andare a spiegarlo a lui e ai suoi studenti e lo farò - in incognito!).

E voi, di questo grafico, che cosa capite?

Dovete fare un po' da voi, perché tempo per spiegarvelo non ce l'ho. Ma chi nel Dibattito c'è stato in un ruolo diverso da quello di soprammobile ha gli strumenti per valutare (gli indizi ci sono), e chi non c'è stato, se vuole capire, può cliccare sui link e farsi una cultura. Interpretare la fase è sempre utile, non credo che ci sia una persona cui ciò non serva, ma posso anche dirvi, con altrettanta certezza, che quelli in grado di farlo, fuori dal Dibattito, sono un insieme di misura nulla. Siatemene grati e continuate a studiare: ce ne sarà tanto bisogno. Farò il possibile per rispondere ai commenti, ma vi prego di avere pazienza. Mi manca molto il rapporto con voi. So che siete indulgenti. Buona lettura!

domenica 9 dicembre 2018

QED 89: Macron, un anno dopo...

"Seminate odio!"

Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!

Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.

Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).

Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!

Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.

Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".

Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...

In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).

Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.

Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.

Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):



Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.

(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).

(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)

Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?

Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).

Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.

Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).

Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).

E come?

Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!

Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:

(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.

Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...

Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:


Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!

Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).

Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).

Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!

Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!

Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).

Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.

Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...

Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).

Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!


(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)