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mercoledì 11 giugno 2025

Ancora sul ruolo internazionale dell’euro

Il gentiluomo di quella nobil patria natio alla quale io forse fui troppo molesto si era espresso così sui dieci rotoli di morbidezza del 10 maggio scorso: “ La moneta europea ha recentemente attratto un rinnovato interesse da parte degli investitori internazionali, anche a causa delle turbolenze geopolitiche verificatesi negli Stati Uniti, che hanno determinato flussi di capitali significativi verso l’Europa.” Insomma, baluginava all’orizzonte il coronamento del sogno bagnato degli europeisti, quello di scalzare il dollaro dal ruolo di global safe asset, sembrava ormai a portata di mano (conferendo in extremis una rivincita all’astro nascente della sinistra di destra).

Ma oggi il destino cinico & baro, in un imprevedibile (🤭) colpo di coda, si accanisce a maramaldeggiare sugli euristi. Il FT ci fa infatti sapere che “Gold overtakes euro as global reserve asset”.

Insomma, quando le cose si mettono male nessuno si fida di un esperimento sociale senza capo né coda, e ci si regola invece secondo le parole di Verdi: “Torniamo all’antico, sarà un progresso!”

Un saggio avviso, che dovremmo seguire anche noi, possibilmente prima di essere costretti a farlo…

(…no way!…)

(…devo rispondere ad alcuni prodotti del metabolismo (pdm), ma voglio farlo con calma e difficilmente ne avrò prima del weekend. Questa però era troppo gustosa per non condividerla con voi…)





venerdì 11 aprile 2025

La fine della svalutazione competitiva?


Oggi sono tutti contenti perché l'euro si sta rafforzando. Significa che è credibile (?), ma significa anche altre due cose: che prima si stava indebolendo, nonostante l'incredibile affermazione di Barisoni secondo cui non noi avremmo svalutato negli ultimi anni (i dati sono questi e vengono da qui, se gli volete bene mandateglieli), e che quelli secondo cui i dazi avrebbero danneggiato irrimediabilmente il nostro commercio ora potrebbero trovarsi a fronteggiare un altro tipo di sfida, come dicevamo a gennaio. Eh, sì: perché una rivalutazione dell'euro sul dollaro è una svalutazione del dollaro rispetto all'euro.

Ci faranno poi sapere se l'orgoglio di avere una monetona fortona è una ricompensa sufficiente rispetto all'inevitabile contenimento della domanda estera (esportazioni verso gli Usa).


(...intendiamoci, il mondo è più complicato di così e la cosa più onesta da dire è che in questo momento nessuno ci sta capendo nulla. Il fatto che esistano squilibri fondamentali non vuol dire che essi vengano corretti, che vengano corretti ora, che vengano corretti così. Ma ignorarne l'esistenza sicuramente non aiuta di più a capire che cosa sta succedendo...)

venerdì 28 aprile 2023

Sull'idraulica della globalizzazione

(...scrivo questo post ascoltando le strabilianti fesserie dei colleghi di opposizione sulle #ingentirisorsedelPNRR: ""Come sò ste risorze?" "Ingenti..."...)

Due giorni fa Michael Pettis, professore di finanza all'università di Pechino, ha riassunto magistralmente in un thread una serie di considerazioni che in plurime occasioni abbiamo svolto qui, dopo esserci permessi (umilmente) di anticiparle nella letteratura cosiddetta "scientifica":


nel lontano 2009.

Il thread di Pettis è qui, riassume le considerazioni svolte nel suo articolo dell'ottobre scorso "Will the Chinese renmimbi replace the US dollar?". Il fulcro dell'argomento, a mio avviso, è in queste considerazioni:


che riprendono in modo più esplicito le mie del 2009, e si riassumono in una: non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Chi pontifica sulla fine del dollaro dovrebbe chiedersi quanto questa fine sia desiderata (e desiderabile) da parte dei (teorici) beneficiari. Chi conta sulla domanda (deficit) Usa per sostenere la propria crescita, cioè chi  affida le sorti della propria economia al proprio surplus estero, non può opporsi alla circolazione dei dollari nell'economia globale, per la contradizion che nol consente. L'iniezione di dollari nel circuito della liquidità globale è infatti la controparte necessaria dell'acquisto da parte degli Usa di beni prodotti dall'economia globale. Il fatto che se ti compro dei beni ti do dei soldi è, cioè dovrebbe essere, un dato acquisito dalla fine della mitologica "economia di baratto" (che come sappiamo non è mai realmente esistita nel modo in cui la raccontano i manuali universitari), e quindi è tanto vero oggi quanto lo era nel 2009 o nel 1009 (incluso il 1009 a.C.).

Queste considerazioni ci riguardano, perché tratteremo il tema della "dedollarizzazione" dell'economia globale nel nostro prossimo convegno annuale (a scanso di dolorosi equivoci vi ricordo le date: 25 e 26 novembre 2023), e perché ribadiscono con eleganza nel contesto globale le considerazioni sulla fase attuale che abbiamo svolto tante volte (le trovate qui).

Chi avesse difficoltà a comprenderne il senso troverà aiuto nei tanti post sui saldi settoriali. Forse uno dei più sistematici, e anche dei più attuali, è quello del 2015 sulla Francia. Poi torneremo sull'argomento, ma intanto scrivo a Pettis per congratularmi con lui.


(...e ora vi lascio: la sinistra va sull'Aventino, e io vado a Siena...)

domenica 29 gennaio 2023

Moneta e guerra (sul ruolo internazionale dell'euro)

...che poi, tornando sul post precedente, per quel che mi riguarda alla fine il problema non è nemmeno se la Brexit abbia fatto bene o male al Regno Unito: saranno anche fatti loro!

La scelta è loro, le conseguenze anche, o almeno così dovrebbero pensarla quelli secondo cui il principale vantaggio dell'UE è quello di essere un pennello, pardon, un mercato grande, e quindi in quanto tale in grado di assorbire lo shock causato dall'inabissamento di un Paese che rappresenta solo il 2,1% del Pil mondiale (l'Italia l'1,7%, l'Europona il 14,8% - dal 20,4% del 1999, gli Stati Uniti il 15,5%, e la Cina il 18,6%: i dati sono, come sempre, qui).

Non è paradossale che chi vede freudianamente nelle dimensioni la soluzione di ogni problema si curi così tanto della dipartita di un Paese che ce l'ha relativamente piccolo, il Pil?

Il vero problema, a mio avviso, è che un'intero ceto di semicolti, la pseudo élite del Paese, precludendosi ogni freddo ragionamento razionale, si aggrappa in modo consolatorio, con sinistre consonanze fasciste, all'idea che la perfida Albione sia stata punita (?), perché l'unica dimostrazione dei vantaggi del progetto europeo di cui dispongano è quella (indiretta) consistente nel mostrare l'irreversibile decadenza di chi se ne allontana! Di che cosa questo progetto comporti per un Paese che in fondo non amano, perché se ne sentono migliori (da cui la fioritura di pretenziose e per questo involontariamente spassose baio in inglisc) poco gliene importa e poco ne capiscono.

A me invece (non so a voi) interessa molto meno quanto succede al Regno Unito (cui faccio i miei migliori auguri di circostanza) rispetto a quanto succede a casa nostra.

A titolo di esempio, il contesto attuale, oltre dimostrare che la "valuta forte" non ci difende dall'inflazione importata (verità lapalissiana che falangi di cialtroni ci hanno contestato per anni sui parterre televisivi), temo che darà un'ulteriore scossa alle granitiche certezze di chi vedeva nell'euro un potenziale concorrente del dollaro sul mercato internazionale delle valute. I due argomenti erano legati, come ricorderete dal Tramonto dell'euro:


e anche in questo, purtroppo, abbiamo avuto drammaticamente ragione. Le difficoltà dell'UE nel risollevarsi dalla propria crisi non hanno contribuito ad affermare la credibilità dell'euro, e i risultati da noi previsti (che all'epoca ci furono vivacemente contestati) non hanno mancato di prodursi:


(il grafico viene da qui).

Sarà che so un po' ragionare (motivo per avvicinarmi con rispetto), sarà che porto sfiga (se così fosse, se veramente possedessi questa virtù propria dei grandi economisti, sarebbe opportuno avvicinarmi con ulteriore deferenza), fatto sta che dopo il 2012 (anno di pubblicazione del Tramonto dell'euro) il trend discendente dell'euro come valuta di riserva internazionale, iniziato nel 2010 con la simpatica gestione della crisi cosiddetta del debito sovrano, si accentua, in un primo periodo a vantaggio del dollaro, per poi stabilizzarsi attorno al 2016 (è la linea porpora nel grafico).

Qual è il mio educated guess, sul quale ci potremo allegramente confrontare fra dieci anni (perché queste tendenze, come i risultati della Brexit, richiedono un po' di tempo per manifestarsi nei dati con chiarezza, motivo per cui scuso quelli che nel 2012 non volevano capire che l'euro aveva un problema di credibilità determinato dai salvataggi che non ci avrebbero salvato)?

Semplice: dato che il conflitto in corso ha, fra le altre cose, propugnato uno spaccamento del sistema dei pagamenti internazionali in due (ne parlavamo nel post precedente), e dato che l'attuale linea politica europea, linea che non mi interessa contestare, è di fedeltà al blocco atlantico, ne consegue che i Paesi che, in giro per il mondo, per un motivo o per l'altro, vorranno diversificare rispetto al "rischio Paese" che il dollaro naturaliter porta con sé (il rischio di veder congelati i propri attivi in dollari, il rischio di essere esclusi dal sistema di pagamenti internazionali in dollari, ecc.) non si rivolgeranno all'euro, che in termini geopolitici presenta gli stessi rischi (in questi termini è sostanzialmente un dollaro che non ce l'ha fatta), ma cercheranno, con determinazione (non so dirvi se con successo) di creare un'alternativa (in questo caso, decisamente non la sterlina, per ovvi motivi).

Se è così, nel grafico, fra dieci anni, constateremo una nuova flessione della linea porpora (noi) e una crescita della linea verde (gli altri, verosimilmente lo yuan).

Quindi il XXI secolo sarà il secolo dello yuan (dopo quello del franco, quello della sterlina, quello del dollaro, ecc.)?

Non ho detto questo e non credo necessariamente questo.

Ho solo detto (dieci anni fa) e lo ripeto (dieci anni dopo) che l'idea che le economie di scala monetarie realizzate con l'euro ci avrebbero consentito sic et simpliciter di godere di un potere di signoraggio internazionale è stupida, perché non tiene conto dei fattori geopolitici: quelli di cui qui abbiamo sempre tenuto conto, spiegando che la vera riserva non è quella di oro, ma quella di plutonio, nonostante per motivi per me incomprensibili siamo stati costantemente accusati di fare un ragionamento grettamente economicistico.

Ma a me non interessa fare la mia apologia, come non mi interessa fare quella del Regno Unito. Mi interessa dare prospettive e fare previsioni verificabili, sperando che qualcuno possa giovarsene, o eventualmente me le contesti con argomenti, nel qual caso sarei io a trarne giovamento. Un dibattito razionale produce esternalità positive. La bizza di chi si aggrappa, livoroso e rancoroso, alla coperta di Linus delle proprie certezze propagandistiche, invece, produce solo un lieve fastidio.

Sed de hoc satis. Ci rivediamo fra un decennio.

(...il primo lo festeggiamo il prossimo 15 aprile a Roma...)

domenica 6 ottobre 2019

Le tariffe

...che poi sarebbero i dazi, esattamente come le "compagnie" sono società (companies), le "firme" imprese (firms), le "fattorie" fabbriche (factories), ecc. Ma non amareggiamoci con queste scene della vita di provincia.

Di dazi (e di Whirlpool) dovrò parlare fra poco dall'Annunziata. Forse è il caso di ricordare qui un paio di cosette.


Il grafico riporta l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro misurato in dollari per euro (certo per incerto) e in euro per dollaro (incerto per certo). La quotazione di cui si parla sui media è la prima, cioè la spezzata blu, che, quando il cambio si svaluta, scende (a testimoniare che per lo stesso euro ti danno meno dollari). La quotazione incerto per certo (spezzata arancione) funziona in modo uguale e contrario: quando il cambio si svaluta, la quotazione sale (a testimoniare che per acquistare lo stesso dollaro occorrono più euro).

Il puntino rosso indica la data in cui scrissi questo articolo, dove sostenevo che (mi cito col consueto immenso piacere): "l’euro a 1.37 (diciamo 1.4, arrotondando) sul dollaro è troppo alto, come anche Prodi autorevolmente ci ha ricordato, il che apre la strada a due soluzioni: o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso. La perdita da svalutazione quindi, da qui ai prossimi due anni, ci dovrà essere in ogni caso."

Come i miei lettori sanno, ogni tanto ci prendo, e infatti dopo il puntino rosso vedete un bello scivolone. Da 1.37 (media del mese di maggio 2014) l'euro scese a 1.08 (media del mese di aprile 2015). Soddisfazione intellettuale a parte (ci voleva poco), in pratica che cosa era successo?




Ce lo esemplifica questo semplice schemino. Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%. Le importazioni di beni statunitensi da parte degli europei sono le esportazioni di beni statunitensi verso l'Europa (per la precisione, l'Eurozona), e quindi, tanto per esser chiari, con un'unica semplice mossa Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona.

Lo scopo era nobile, per carità: tenere i cocci insieme! Con un tasso di cambio vicino a 1.4 le esportazioni dei paesi del Sud, ma anche quelle tedesche (una volta distrutta con l'austerità la domanda, cioè la capacità di spesa, dei paesi del Sud) si sarebbero trovate in difficoltà. Troppo care! Diventava imperativo vendere a 108 dollari quello che ne costava 137 in modo da mantenere in vita l'economia dell'Eurozona.

Ma l'economia si fa in due: gli Stati Uniti ovviamente non presero bene questa mossa.

La prima reazione fu semplice: la revisione dell'Omnibus Foreign Trade and Competitiveness Act, una legge promulgata sotto la presidenza Reagan e poi rinnovata varie volte che conferiva al governo degli Stati Uniti il compito di sorvegliare l'evoluzione della competitività dei principali partner commerciali, e in particolare l'andamento delle loro valute. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2015 si definivano dei precisi criteri quantitativi per l'individuazione dei paesi manipolatori di valuta e per quelli da mettere sotto osservazione. I criteri da considerare diventavano tre: entità del surplus della bilancia dei pagamenti (non superiore al 3%), entità del surplus bilaterale con gli Stati Uniti (non superiore a 20 miliardi di dollari), persistenza degli interventi sul mercato dei cambi. Il rapporto semestrale sulle Politiche Macroeconomiche e Valutarie dei Principali Partner Commerciali si arricchiva così di una nuova tabella, la lista dei paesi sotto osservazione, e naturalmente a partire dall'edizione dell'aprile 2016 (la prima a recepire le modifiche della normativa) la Germania, infrangendo due criteri su tre, veniva messa in lista, come qui sapete bene:


e lì è rimasta fino all'ultimo rapporto, quello del maggio di quest'anno (è imminente la pubblicazione di quello di ottobre).

Vi sarete forse persi il simpatico scambio fra Peter Navarro, presidente del Consiglio Nazionale per il Commercio Estero degli Stati Uniti, e la signora Merkel, dove il primo accusava la Germania di approfittare di un euro estremamente sottovalutato per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri paesi europei, e l'altra rispondeva, in modo lievemente inconferente, parlando di indipendenza della Banca centrale... Se anche fosse vero (e non lo è) che la Germania non influisce politicamente sulle scelte della Bce, ci sono mille altre cose che potrebbe fare a casa sua e che gli economisti le chiedono da anni per sanare gli attuali squilibri che vedono il suo surplus estero a circa 300 miliardi di dollari! Ad esempio, aumentare i propri investimenti pubblici (e quindi il proprio Pil e a ricasco le proprie importazioni).

Che gli Stati Uniti avrebbero reagito era sufficientemente ovvio per chiunque. Del resto, che l'euro sia troppo debole per la Germania lo confermano studi della stessa Bce (posteriori a quelli citati nel nostro studio, che già confermavano la stessa cosa):


La metodologia usata ve la descrissi qui tre anni fa, i risultati sono abbastanza eloquenti: nel 2016 solo per la Germania (e marginalmente per la Francia) l'euro risultava una valuta troppo debole (di circa il 5%), mentre per gli altri paesi era più o meno prezzata correttamente. Il punto è che nell'Eurozona o è in equilibrio la Germania, o sono in equilibrio gli altri, e quando il buon senso consiglia di non penalizzare troppo gli altri, l'unico modo per evitarlo è dare un vantaggio ingiusto alla Germania.

Se poi Trump (ma prima di lui Obama!) se la prende, non è perché è cattivo dentro, come sosteneva un bizzoso Katainen alla conferenza interparlamentare europea: è solo che quando è troppo è troppo.

Alla prima occasione utile, quella offerta da un'istituzione della globalizzazione, il Wto, con il suo lodo sul caso Airbus/Boeing, la reazione non si è fatta attendere. Guarda caso, i dazi che Trump mette ai prodotti europei sono della stessa entità del dazio che Draghi è stato costretto a mettere sui prodotti Usa con la svalutazione del 2015 (e anche qui non erano mancati colpi di avvertimento: Trump aveva apertamente dichiarato di considerare Draghi un manipolatore)!

Questi sono fatti, abbastanza separati dalle opinioni, mi pare.

Le conclusioni le lascio tirare a voi. Ora io mi devo tirare a lucido per non sfigurare nel salotto dell'Annunziata...

giovedì 28 dicembre 2017

L'euro ci difende dalle guerre valutarie. Svolgimento.

(...lasciamo perdere gli invasati che "tu non ami li piccini": lo spettacolo di una torma di sottoproletari che tifa per i propri carnefici è istruttivo, ma anche ributtante. Forse è il caso di tornare ad occuparci di struttura economica, anche se in questo caso lo spettacolo, proprio perché intellettualmente appagante, rischia di essere molto più noioso, almeno per me. Ma so che voi vi divertite così...)



Sapete bene che una delle mie principali critiche all'attuale assetto europeo è che l'alleanza con la Germania da esso determinata ci spinge fatalmente a combattere una guerra economica contro gli Stati Uniti, un paese che sarebbe meglio non avere come avversario. Questo a voi è noto perché ne parlavo nel Tramonto dell'euro. Mi riferisco, fra gli altri, al passo che inizia a p. 373 della prima edizione:

Da allora, questo scenario è stato sostanzialmente confermato. Le tensioni fra Stati Uniti e Germania sono andate crescendo, come abbiamo più volte commentato in questo blog, e questo per motivi assolutamente oggettivi. Ci aiuta a capirli (o quanto meno a seguirne la scansione temporale) questo disegnino:


Si tratta, come molti di voi vedono immediatamente, del tasso di cambio euro/dollaro (in notazione certo per incerto: quanti dollari compri con un euro; una diminuzione del cambio implica una svalutazione dell'euro, cioè il fatto che con lo stesso euro compri meno dollari, che ovviamente equivale a una rivalutazione del dollaro).

Nel grafico vedete due puntini rossi. Il primo è in data 19 maggio 2014, corrispondente al giorno in cui scrissi che l'Italia correva un maggior rischio di drastica svalutazione sotto l'euro che in caso di ipotetico ritorno alla lira, per il semplice motivo che se l'euro non si fosse pesantemente svalutato l'eurozona sarebbe andata in frantumi (dato che un cambio vicino al valore di equilibrio per la Germania penalizzava fortemente - in quanto troppo alto - i paesi del Sud, che quindi alla lunga sarebbero stati costretti dalla recessione a uscire). Ovviamente per noi la svalutazione sotto l'euro (cioè la svalutazione dell'euro) sarebbe stata maggiore di quella stimata in caso di ritorno alla lira, per il semplice fatto che nel primo caso ci saremmo dovuti far carico non solo e non tanto della nostra "debolezza", quanto della fragilità finanziaria ed economica di paesi come la Grecia e il Portogallo. Insomma: mentre in caso di uscita la valuta italiana sarebbe tornata a un valore di equilibrio compatibile con l'economia italiana (cioè con la seconda potenza manifatturiera dell'Eurozona), in caso di permanenza l'euro sarebbe dovuto scendere a un valore vicino a quello di equilibrio per il paese più a rischio geopolitico di uscita, la Grecia (messa decisamente peggio di noi).

Il grafico mostra che quanto annunciavo si è puntualmente verificato, con una svalutazione della nostra valuta nazionale pari a circa il 30%, e con le conseguenze che avevo previsto: nessun incremento dell'inflazione (che secondo gli imbecilli, molti dei quali ancora in giro, sarebbe dovuta aumentare del 30%, cosa che questo nostro studio, in compagna di infiniti altri, smentiva), e nessun particolare beneficio addizionale al saldo delle partite correnti, per i motivi chiariti in questo policy brief (poi pubblicato qui).

Il secondo puntino rosso è in data 26 ottobre 2016, quando, prima dell'elezione di Trump, vi suggerivo che eravamo di fronte a un "Nixon moment": ovvero, all'elezione di un presidente repubblicano che avrebbe indebolito il cambio del dollaro per porre rimedio a una situazione di debolezza strutturale dei conti esteri, in questo caso esacerbata dalla svalutazione competitiva praticata dalla Germania, per interposta Bce, non tanto per promuovere il proprio surplus commerciale, quanto, come specificato sopra, per tenere insieme i cocci del giocattolo "Eurozona". Purtroppo, un cambio vicino ai fondamentali dei paesi deboli (tale cioè da aiutarli a sopravvivere), è per forza di cose lontano dai fondamentali del paese forte (e in quanto tale lo avvantaggia indebitamente, costituisce un autentico dumping valutario).

Anche questa previsione si è sostanzialmente avverata. Dopo una prima fase di ulteriore cedimento, l'euro si è rafforzato (cioè il dollaro indebolito), recuperando circa metà della svalutazione avvenuta tre anni prima. I cialtroni, nel 2016, parlavano di un dollaro a parità con l'euro. Ora è a 1.2.

La fine del QE, e quindi il rialzo dei tassi europei, del quale la Germania ha bisogno, richiamerà capitali nell'eurozona spingendo al rialzo il tasso di cambio dell'euro (cioè ulteriormente al ribasso quello degli Usa), cosa della quale la Germania ha bisogno per non litigare con gli Usa, ma... non ha bisogno se vuole tenere insieme i cocci (cioè se non vuole generare tensioni economiche politicamente insostenibili nei paesi periferici).

Tutto non si può avere, e chi vuole tutto, spesso, non ottiene nulla. La Germania, in particolare, ogni tanto viene riportata dalla storia alla casella di partenza: il gioco dell'oca al passo dell'oca.

Queste sono le logiche sulle quali i nostro governanti dovrebbero riflettere e farci riflettere, perché da queste dipende anche la nostra possibilità di ridiventare attori politici ed economici importanti, e quindi, fra l'altro, di articolare una politica efficace nei riguardi dei paesi in via di sviluppo. Invece, i nostro politici preferiscono promuovere una riflessione totalmente fake sul dramma del povero piccino che non potrà giocare nella nostra nazionale. Questo ci dice una sola cosa: che negli Stati Uniti non si è ancora delineata una linea strategica nei riguardi dell'Eurozona (pur nella consapevolezza che il gioco non durerà), o che, se una linea sta prevalendo, è quella che vuole l'Europa balcanizzata dalle conseguenze distruttive di un accordo monetario infelice, voluto dai governanti locali per le sue conseguenze di classe (schiacciamento dei salari), e da quelli esteri per le sue conseguenze geopolitiche (indebolimento degli stati europei). Se andate a leggere le biografie di chi vi distrae con dibattiti di piccolo momento, vedrete come queste siano radicate in certi ambienti statunitensi: quelli che verosimilmente sognano un'Europa balcanizzata, da usare come "ammortizzatore sociale globale" per i costi finanziari e umani delle guerre a bassa ed alta intensità scatenate dagli Stati Uniti in giro per il mondo, in ossequio a un principio vecchio quanto noi: divide et impera. Il partigiano Joe è il loro volto presentabile, e poi ci sono i volti meno presentabili, e quelli che non vedremo mai.

Noi, intanto, avremo avuto la soddisfazione di aver fatto due previsioni giuste. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'economia (che è una scienza, tranne quando chi la pratica è pagato per sputtanarla).

mercoledì 9 agosto 2017

Euro forte, o dollaro debole?

Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!

Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?

La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.

Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:


Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.

Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.

Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).

E la morale della favola qual è?

Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.

Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...

lunedì 28 novembre 2016

Noxin moment

Il 28/11/2016 12:17, Unodepassaggio ha scritto:
Alberto, il problema del nixon moment è la fuga dei topi dalla nave europea che affonda. Da quando ha vinto Trump c'è il panico: tutti sanno che è probabile che lo sponsor dell'incubo europeo abbia cambiato idea. Ne consegue che quelli che fiutano il vento stanno scappando dall'Europa. Anche i bankers che mi ridevano dietro mi hanno chiamato e chiesto lumi. Devono gestire la loro fuga personale...
In bocca al lupo.
Unodepassaggio

Sono d'accordo, me lo raccontano un po' da tutte le parti. La differenza (che Trump dovrà gestire) è che nel 1971 sembrava che il dollaro avesse perso il suo status di "bene rifugio" (ancora del sistema, convertibile in oro, e tutte queste balle che avranno rassicurato gli austri-ani dell'epoca). Oggi, viceversa, il sempre più probabile tonfo dell'euro, facilitato dall'irresponsabile gestione politica di eventi come MPS, rende il dollaro l'unico bene rifugio (e nel frattempo si è capito che la ricchezza non è quella che i sette nani estraggono col piccone dal ventre avaro di madre Terra, ma quella che gli uomini producono creando valore aggiunto, quindi alla fine non importa se dietro un pezzo di carta c'è una barra di metallo luccicante, ma se c'è una potenza imperiale - e industriale!...).

Non è una piccola differenza: nel medio periodo saremo tutti morti (e la NIIP degli USA dovrà aumentare, perché tutti vorranno titoli in USD: afflusso di capitali uguale peggioramento della NIIP). Nel lungo il dollaro scivolerà, perché nel lungo comandano i fondamentali, comunque peggiori che nel 1971.

Amen.


Aspettiamo sereni (soprattutto in Germania) i prossimi accordi del Plaza.


A.

sabato 5 dicembre 2015

A tale of two narratives

(...una cosa sbagliata non può finire nel modo giusto. Da Charlie Brown ricevo e volentieri pubblico...)

This week  two market narratives were challenged: the narrative of Draghi always overwhelming markets  with policy moves  and the narrative of Yellen being strapped down and ready for a rate blast off.

Draghi under whelmed markets (and the Euro took off), and Yellen started speaking of a "dollar drag" on the rate blast off.

I would bet not one but two cartons of Cartize Prosecco  we won't get appreciable divergence in 2015.

Eavesdrop on girls in the powder room and you'll discover (perhaps to your dismay) that size does matter. Read Alberto's work and you will discover (perhaps once again to your dismay) that exchange rates  also matter. 

Germany has started two undeclared devaluation wars : one against the rest of the world (via Euro QE whose only true effectiveness rests in devaluating the Euro thus  making European goods more competitive in the US and elsewhere) and one against  its Euro partners (via internal deflation and wage compression). The ECB is the weapon used to wage the first war, the European Commission to wage  the second.  

That directly challenges American supremacy in the global monetary  game and also hampers American plans to normalize the US financial system which has been doped and warped by massive doses of QE since the Lehman crisis.
  
I would like to add that whatever the US does it will end up on top. If it does nothing (or very little) in terms of provoking true divergence,  it will bust the German devaluation offensive. That will make it even more imperative for Germany to toughen  its aggressive internal devaluation strategy vis à vis its Eurozone neighbours ( a million refugees are a good enough ammunition reserve for that)If the US does hike, it will draw massive amounts of savings from Germany thus fostering the vicious deflationary cycle in Europe (which feeds  German surplus), and the effects will be identical.  It is noteworthy that whatever happens,  highly leveraged and interconnected European banks will face ever greater insolvencies while Euro QE which is 80% guaranteed by national governments -  will pile more and more potential tax burden on single European states, including southern states and France,  i.e. states whose public finances are already strained in an effort to support lagging demand.  That will all lead to a chaotic financial crisis in Europe and to the demise of that  would-be reserve currency which is the Euro. 

You can't expect to beggar your own family and also be strong enough beggar they guy on the other side of the street. But Germany's business élite, quote obviously on an insane power trip, is wanting to do just that. 

There is nothing original or canny in the above.  I just wanted to put "divergence"  in the picture frame,  where it fits perfectly. 

Charlie Brown


Addendum for the Italian reader: ajutame a ddì "nun hai capito un cazzo"! E pensate che c'è gente che paga per leggere queste scemenze...