L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Oggi tutti parlano del discorso di Trump riferendosi a quanto ha detto a proposito di Groenlandia o di Macron, ma a me pare che la cosa più significativa sia stata questo passaggio:
"But I remember not long ago, 20, 25 years ago, when good news came out about, let's say, the United States: "The United States had a great quarter, the United States had a great month!" all the stocks went up, and that's the way it's supposed to be. Now, when they say the United States had a record quarter, it's unbelievable how well it's doing. All the stocks crash because they say, "Oh no, inflation. Inflation. They're going to raise interest rates." And they do. These some of these stupid people like Powell, they raise interest rates. And what they do is they stop you from being successful. It used to be when we had a great quarter, a great month, great earnings, great anything, any good news, the stock market went up. That's the way it's going to be. We got to do that again because that's the way it should be. Now when we have a great month, they want to kill it. Like we did over 5%, where people were surprised. We should do 20%, we could do 25%.
When we announce good numbers, and the reason is they're so petrified of inflation. And growth doesn't mean inflation. We've had tremendous growth with very low inflation. In fact, growth can fight inflation, proper growth. So, we want to get back to the days when we announce great numbers because we're going to be announcing phenomenal..."
Io credo che possiate cominciare a rendervi conto di quale privilegio sia stato per voi poter accedere a una visione dei fatti economici equilibrata perché fondata sulla migliore dottrina, anziché sugli editoriali di risulta propinatici dai nostri operatori informativi. Immaginate lo shock culturale dei tanti imbecilli che per anni il complesso mediatico-giudiziario ci ha propinato come "economisti", e di quelli che gli sono andati appresso! Sta arrivando, in questi giorni, la risposta ad alcune delle domande che ci siamo posti lungo gli anni, ad esempio qui (quale strada si sceglierà per rientrare da un ammontare di debito fuori scala?) e qui con versione per svantaggiati qui (che cosa sceglieranno gli Usa fra Europa e Unione Europea?).
Compatite i poveri mentecatti che, non avendo il minimo lume di scienza economica, devono rifugiarsi a tentoni nella narrazione consolatoria di un Trump matto, solo perché non si compiegherebbe all'insigne sapienza di un Oscar Giannino o di un Massimo Giannini (entrambi ferratissimi in economia). Gli "ino", gli "ini", gli "in" sono smarriti, disperati, perché intuiscono che il loro tempo, il tempo dell'eticizzazione favolistica, il tempo dell'economia spiegata ai (e dai) bambini, è terminato.
Il discorso è diventato adulto, fatto di domande chiare e di risposte chiare.
Quale strada si sceglierà per gestire il debito? La crescita, quindi la repressione finanziaria (exit "indipendenza delle banche centrali", sipario). Vedi i commenti di amico e conoscente.
Che cosa sceglieranno gli Stati Uniti fra Europa e Unione Europea? L'Europa (exit "Unione Europea", sipario). Vedi le linee strategiche pubblicate a dicembre (su cui andrà fatto un approfondimento: non sentitevi trascurati ma è periodo piuttosto intenso).
Le cose vanno quindi nella direzione che da tempo qui vi è stata indicata e voi non sarete sorpresi. Proprio per questo bisognerà ricordare alcuni dati di fatto, che sommessamente elencherò affinché moderiate i nostri entusiasmi.
Primo, una risposta può essere chiara senza per questo essere meno ipocrita. Nelle linee strategiche si parla di Stati nazionali e di superamento della globalizzazione, ma... sulla libertà dei movimenti dei suoi capitali ovviamente Trump è molto conservativo! Mi pregio di ribadire qui una cosa che ho detto inascoltato tempo fa: Ciamp non necessariamente è uno di noi! Non basta dire il fatto suo a una politica di provincia come la Kallas per indicare una volontà concreta e determinata di porre termine alla spirale depressionaria e debitogena della terza globalizzazione!
Secondo, Trump non è per sempre (purtroppo), e Roma non fu né fatta, né disfatta in un giorno. Se anche il percorso intrapreso fosse quello giusto, la possibilità di intravvedere dei cambiamenti è strettamente connessa alla capacità di Trump di crearsi una successione credibile che sappia tenere la barra. Storicamente, i leader che ci sono riusciti sono pochi, e se usciamo dal periodo storico in cui questo compito era confidato alla lotteria della genetica (la monarchia funzionava così...), forse nessuno. Speriamo bene!
Terzo, Trump non è gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non sono Trump (altrimenti nella sua seconda campagna presidenziale non avrebbe subito almeno due attentati). Quindi bisogna fare attenzione, essendo un vaso di coccio, a sbilanciarsi verso chi maneggia in questo momento il vaso di acciaio.
Sono cose ovvie per voi più che per me, me ne rendo conto. Molto meno ovvio, e di questo dobbiamo effettivamente rallegrarci, che in un contesto come quello di Davos arrivino, in modo assolutamente indipendente, le stesse idee che abbiamo tante volte discusso qui. I tempi maturano, che lo si voglia o no. Chi ha avuto saldezza d'animo e di mente si toglierà tante soddisfazioni.
Un paio di anni fa vi feci vedere che prima della Strafexpedition tedesca (per restare in tema di 25 aprile) contro gli Untermenschen colpevoli solo di aver acquistato beni tedeschi gli squilibri commerciali fra Paesi europei erano rimasti all'interno dell'Eurozona. Falcidiate le popolazioni periferiche con una raffica di austerità, nell'inverno del '43 (no, scusate, quelli erano i Limmari, che ora risarciremo, forse, coi soldi del PNRR, cioè coi soldi nostri), nell'inverno del '13 la Germania, non potendo invadere la Polonia, che ora si difendeva con l'arma più potente (la flessibilità del cambio) invase gli Stati Uniti con le proprie auto:
Questo è il grafico che vi mostrai all'inizio del 2023 nel post sui banchieri filantropi, mentre qui trovate l'analisi più dettagliata che ho esposto al nostro convegno del 5 marzo, descrivendo 50 anni di squilibri europei e globali:
Non sapevo, nonostante che gli squilibri globali fossero già all'epoca un mio tema di ricerca, e apprendo oggi da un amico che se ne era nel frattempo dimenticato, che un paio di anni prima che l'Unione Europea adottasse, sotto l'egemonia del Reich millenario, politiche deliberatamente volte ad alimentare questi squilibri, uno de passaggio aveva esplicitamente chiesto ai Governi del G20 di attuare politiche per ridurli:
E no, non lo mandava Trump: lo mandava Obama! Pensate un po'! Quello che Draghi è venuto a farfugliare in Senato, Geithner lo diceva chiaro e tondo al G20 quindici anni prima (nell'anno 1 a.G.):
Ci sarebbero diverse riflessioni da fare, ma vado di corsa perché devo essere alle 20 a Bucchianico per accogliere l'ex direttore amministrativo dell'Ospedale San Giacomo di Roma. Mi limito a quella ovvia: le istituzioni multilaterali hanno fallito nel guidare i Governi mondiali verso una soluzione cooperativa di quello che veniva all'epoca percepito come un problema, e l'Unione Europea, addirittura, implementò due anni dopo il richiamo di Geithner politiche che andavano frontalmente contro l'idea di spostare l'asse della crescita dalla domanda esterna alla domanda interna, e lo fece perché questa è la sua natura, perché sono i suoi Trattati a chiederle di comportarsi in modo "competitivo" (cioè beggar-thy-neighbour): citofonare Barra Caracciolo per esaustiva trattazione del tema!
L'Unione Europea resta quindi una minaccia per un ordinato e pacifico sviluppo dell'economia mondiale, anche se mi rendo conto che questo sia impossibile da far capire a quelli che dopo aver cacciato (da soli?) i tedeschi dalla porta, li hanno poi fatti rientrare dalla finestra, costringendoci per la seconda volta in un secolo a condividerne il destino, quando la principale lezione della Storia del XXI secolo era proprio che convenisse tener separata la propria politica da quella di nazioni animate da una grottesca Wille zur Macht. Legarsi al più suicida dei nazionalismi non è combattere il nazionalismo, ma hai voglia a insistere: è un dialogo fra sordi, o, forse, come si direbbe a Roma, fra sòrdi (cioè fra grandi capitali).
E ora vado a riverire una persona che ha fatto del bene, perché ha saputo cambiare vita.
Mi ricordo che una volta chiamai il professor Canfora, che avevo incrociato in una trasmissione televisiva e che volevo invitare nuovamente al nostro convegno annuale, ed esordii, dopo i convenevoli di rito, con questa domanda: “Caro professore, lei che è uno storico, sa dirmi quante probabilità ho di riuscire ad attuare politiche di sinistra militando in un partito di destra?“.
Prima che iniziate a subissarmi con le vostre stronzate rispettabili opinioni su che cosa voi crediate siano la destra e la sinistra, sul fatto che non esistono più, e via bardellosporteggiando, sminuzzandomi le gonadi con argomenti triti e ritriti (come appunto le mie gonadi) è opportuno che vi segnali che questa domanda, che a qualcuno di voi sembra probabilmente mal posta, al limite dell’incomprensibile, venne invece perfettamente compresa dal mio interlocutore. Il senso ne era in effetti piuttosto chiaro: era ragionevole concepire che l’inevitabile contraccolpo di un’epoca in cui i diritti economici e sociali dei lavoratori erano stati compressi all’inverosimile da partiti che si richiamavano agli ideali della sinistra storica (quelli appunto di difesa del lavoro) potesse essere gestito da partiti che si richiamavano a ideali storicamente conservatori (la difesa del capitale, la proprietà privata, della libertà, del risparmio)?
Gli argomenti a sostegno di questa tesi erano a mio avviso di due ordini.
Primo, come più volte fatto notare in questo blog, e come finalmente è diventato argomento di dominio pubblico, il desiderio del capitale di allargare la sua fetta di torta si è inevitabilmente tramutato in un restringimento della torta. Certo, naturalmente il Pil mondiale continua a crescere, soprattutto per effetto del miglioramento del tenore di vita delle sterminate e crescenti popolazioni dei paesi emergenti. Certo, naturalmente i valori borsistici continuano a crescere, principalmente per effetto del pompaggio nel circuito finanziario di quantità cospicue di denaro da parte delle banche centrali, in un disperato e perennemente frustrato tentativo di tenere insieme i cocci di un sistema che non funziona. Ma, appunto, messo da parte il dettaglio non trascurabile (naturalmente) di questo aumento intrinsecamente fragile della ricchezza finanziaria di pochi, il punto è che la creazione del valore, che classicamente correliamo agli effetti del lavoro, si è allontanata, è stata dislocata altrove, e questo fa sì che una zona un tempo prospera e tuttora dotata di una certa capacità di fare opinione come l’Europa si sia scoperta da un giorno all’altro in una condizione di arretramento inconcepibile. Forse la scoperta degli ultimi due o tre anni, per noi che siamo qui, sta proprio nell’aver toccato con mano che questo arretramento non riguarda più solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi europei, perché si è finalmente compiuto quanto avevamo detto aprendo questo blog: la Germania ha segato il ramo su cui era seduta. C’è poi una scoperta, o meglio una decisione, più recente, che non mi sembra sia oggetto di commento in questi giorni, mentre secondo me è centrale: la decisione di Trump di nominare vicepresidente Vance, il figlio degli sconfitti statunitensi di questa battaglia internazionale del capitale contro il lavoro.
Ora, come spiegammo a suo tempo commentando le bislacche teorie di Draghi sul perché in Europa i rendimenti del capitale fossero bassi, il punto è molto semplice: se il valore non viene creato non può essere distribuito, né come salario, né come profitto. La guerra del capitale contro il lavoro è quindi una guerra del capitale contro il profitto. Questo dato di fatto direi aritmetico può emergere in vari modi: difficilmente con un consapevole gesto di resipiscenza, più frequentemente con un conflitto (bellico). Sono insomma sufficientemente consapevole del fatto che una enorme fallacia di composizione impedisce a questo elemento oggettivo di promuovere una risposta deliberata e consapevole delle élite. I “ricchi” sono tali, anche perché ciascuno pensa al suo portafogli senza essere tenuto necessariamente ad avere una visione olistica. Potrebbe tuttavia capitare, e forse sta capitando, che da quello che siamo abituati a considerare uno dei mali dell’attuale organizzazione dei rapporti economici, cioè l’estrema concentrazione della ricchezza, possa scaturire, paradossalmente, il bene di una decisione presa non collettivamente, ma singolarmente, da una persona, o da un paio di persone, in grado di cambiare da soli le regole del gioco. Non so, e non affermo, se sia questo ciò a cui stiamo assistendo, ma certo il fatto che uno dei più convincenti e appassionanti narratori della sconfitta della classe media sia in un posto così sopra la media è in qualche modo suggestivo, e ci conduce all’altro ordine di argomenti che mi portavano a immaginare che il luogo più ovvio per combattere una battaglia di sinistra oggi fosse la destra.
Lo introduco con un altro ricordo, il ricordo dei tempi in cui ero libero e passavo un po’ di tempo in Francia a insegnare. Un giorno il mio amico Arsène mi condusse dal preside della facoltà di Rouen e nel parlare del più e del meno questi mi espose la sua visione, secondo cui ci stavamo orientando verso una società che lui definiva di tipo neofeudale. Sono considerazioni che poi abbiamo sentito fare da tanti , e che non mancano di appigli nella realtà. Fra i meno ovvi, pensate ai dazi e alle gabelle che dobbiamo pagare in moneta sonante o cedendo i nostri dati ai moderni imperatori per avere il diritto di esercitare tramite cellulare alcuni nostri diritti fondamentali, incluso il diritto all’identità, quello di essere noi stessi e non altri. Una situazione non molto diversa da quando i conti di Borrello, nobile famiglia di origine franca, controllavano una strettoia della Val di Sangro esigendo il pedaggio (ma poi ti lasciavano passare, mentre oggi la situazione è leggermente più ingarbugliata: questo però ci porterebbe a parlare di altro). Fatto sta però che questo neofeudalesimo, proprio per dissimulare se stesso, per non palesarsi, tiene molto alle forme della democrazia, e quindi bisognerà pure che da qualche parte si vadano a cercare i voti. La strategia della sinistra è sufficientemente evidente: quella di appellarsi a una serie di minoranze attive e rumorose, in nome di principi condivisibilissimi e normalmente ricompresi nei diritti fondamentali che ogni democrazia liberale rispetta, ma di cui si millanta la soppressione per chiamare alla rivolta i sette colori dell’iride, sperando che messi insieme proiettino un fascio di luce sull’orizzonte cupo di chi, tradendo i lavoratori, ha tradito la maggioranza. In questo contesto, alla destra resta una strategia ovvia: occuparsi appunto della maggioranza silenziosa! La strage e il grande scempio fatto dalla sinistra rendono questa strategia, oltreché piuttosto ovvia, anche relativamente poco costosa: a chi è stato tolto tutto, compreso il diritto di lamentarsi, basta restituire il diritto al mugugno (che è gratis) per dare la percezione che qualcosa stia cambiando. Se poi ci metti anche un minimo sindacale (anzi scusate, mi dicono che non devo dire parolacce, quindi togliete sindacale), un minimo ragionevole di politica dei redditi, ecco che porti l’obiettivo a casa.
E questo quello che sta succedendo?
Non lo so, non lo sa nessuno. Dobbiamo però concentrare la nostra attenzione su questo tipo di dialettica, se vogliamo tentare di comprendere questa fase, anticiparne gli sviluppi, e valutare quanto sia favorevole per noi.
Parlare di “fine della globalizzazione“ infatti vuol dire tutto e niente. Come ho detto ieri, sicuramente incompreso, in una delle tante trasmissioni radiofoniche cui sono stato invitato, decuplicare il dazio medio sui prodotti in entrata negli Stati Uniti (da circa il 2% a circa il 20%) non significa abbandonare o rinnegare le tecnologie che hanno consentito, abbattendo i costi di trasporto dei beni materiali e immateriali, di promuovere il commercio, non significa propugnare l’autarchia e neanche il mercantilismo. La globalizzazione, che forse dovremmo chiamare glebalizzazione, ovviamente non può essere ricondotta al fenomeno dello scambio di merci fra paesi che commerciano fra loro da millenni: il problema non è la tecnologia che ha velocizzato questi scambi, ma la riorganizzazione che questa rapidità ha determinato nei rapporti sociali di produzione. Dove eventualmente si vede qualche cosa di simile a una volontà di cambiare rotta è nell’atteggiamento dell’amministrazione americana verso le istituzioni che hanno gestito la globalizzazione, a partire dalle banche centrali, passando per l’OCSE, l’OMS, il WTO, e via discorrendo.
Non credo di dire una cosa particolarmente originale (ma di questi tempi non si sa mai): ribadisco che Trump non è esattamente “uno di noi“! Se tatticamente il nemico del nostro nemico è necessariamente un nostro amico, strategicamente dobbiamo chiederci quanto restituire il diritto al mugugno sia dare reale voce agli oppressi da un regime totalitario, su quanto restituire qualche briciola significhi riequilibrare i rapporti sociali di produzione e organizzarli in un modo più razionale e meno suscettibile di condurre all’emersione di nuove tensioni, su quanto implichi rendere nuovamente le persone e i territori arbitri del loro destino. Insomma, prima di dire che qualcosa è finito, bisognerebbe accertarsi che stia cominciando qualcos’altro. O, se volete, per metterla in un altro modo, la fine della globalizzazione, se è arrivata, esattamente come la fine dell’euro, quando arriverà (vi ho promesso che sarà Draghi ad annunciarla esplicitamente, perché implicitamente lo ha già fatto, e così sarà), non ci consegna a un periodo di pace, ma a un periodo di conflitto potenzialmente ancor più difficile da gestire, perché soggetto all’illusione che i nostri avversari siano nostri alleati.
Ma esattamente come le nostre aziende, sopravvissute a un trentennio di cambio strutturalmente sopravvalutato e alla distruzione del 25% della domanda interna del paese in cui hanno sede, sopravviveranno a un dazio del 20%, soprattutto quando gli fornisce vantaggi comparati a doppia cifra su paesi con i quali finora la competizione era acerrima, anche noi, con l’arma della consapevolezza, riusciremo a difenderci nel nuovo contesto.
E così sia.
(…oggi il duro mestiere di ecclesiarca mi ha condotto nella Piddinia inferiore a conoscere una persona che non avrà l’opportunità di sapere come va a finire questa storia. Quando ho deciso che saremmo stati una comunità, ho deciso di condividere le vostre gioie e i vostri dolori. Contrariamente alle mie aspettative, è stato uno dei rari casi in cui a un dolore immenso, che l’avrebbe comunque resa impercettibile, non si è aggiunta la bruttezza: non c’erano chitarre, e il coro era intonato - lo dico a beneficio di chi non ha potuto percepirlo. Del resto, il treno che sto aspettando è in ritardo “per l’intervento dei vigili del fuoco”, e possiamo immaginare facilmente altro dolore. Domani a Firenze cercherò di spiegare che cosa la fine della globalizzazione implica per il partito nel quale sono riconoscente e orgoglioso di essere stato accolto…)
(…incidentalmente, la mozione congressuale di Claudio Durigon propone qualcosa di molto simile a un meccanismo di scala mobile. Con quelli che erano qui nel 2012 abbiamo avuto modo di discuterne. Immagino lo shock della sinistra, quella “griffata” a spese del lavoro minorile del Sud-Est asiatico…)
Cammino per una Roma domenicale mattutina e deserta, anche per recuperare rispetto a una giornata relativamente sedentaria (cinque gazebo: Sulmona, Ortona, Francavilla, Pescara, Avezzano, fra i quali mi sono dovuto necessariamente muovere in macchina). Nel silenzio tombale mi disturba un grido sgraziato. Alzo gli occhi al cielo, sapendo già quello che vedrò: il volo maldestro di un parrocchetto, non so se monaco o dal collare, perché da lontano non riesco a vedergli il becco.
Una volta il risveglio a Roma era un’esperienza diversa.
Iniziava ante lucem il codirosso, si aggiungeva flautato il merlo, interveniva stridulo lo scricciolo, col rinforzo del pettirosso, e poi il fringuello. Subentrava in crescendo il rumore di fondo della città, il traffico della tangenziale, il clacson dei genitori imbottigliati di fronte all’ingresso della scuola, che impediva di apprezzare l’inesauribile capacità mimetica dello storno (genio incompreso e misconosciuto). Si chiama, anzi si chiamava, biodiversità, quella cosa che alla sinistra tanto piace quando riguarda gli animali, con particolare attenzione a quelli che rompono i coglioni (caso di specie: gli astuti cervi, uno dei quali non più tardi di un paio di settimane fa voleva sedersi in macchina al posto di Scarpetta di Venere, entrando però dal parabrezza, atteso che la sua natura di ungulato artiodattilo gli precludeva una efficiente gestione della maniglia della portiera: sarebbe un problema anche per il suo distante cugino delfino, che però, stranamente, non rompe i coglioni); sì, la stessa biodiversità che però la medesima sinistra schifa e ha contribuito a distruggere in infiniti altri campi, dalle banche, al commercio, alla cultura, insomma: all’umanità (la nostra).
Non è chiaro da dove siano arrivati questi illegal aliens, o meglio: non è chiaro come siano arrivati, perché da dove lo si sa, si sa dove sono specie autoctona, e un’unica certezza è possibile nutrire: che con le loro forze qui, da soli, non sarebbero mai riusciti ad arrivare, nonostante in astratto avessero buoni motivi per provarci, perché il fatto stesso che qui siano diventati specie egemone dimostra che qui, a differenza che a casa loro, non hanno antagonisti naturali, e anzi sfruttano le nicchie ecologiche dei nostri autoctoni (ad esempio, del picchio rosso). Insomma: anche i parrocchetti fuggono dalla guerra (coi serpenti arboricoli), poverini! Fuggono anche dalla dittatura, quella dell’essere umano, che, inspiegabilmente insofferente di veder distrutti i propri raccolti, in palese violazione della “Convenzione di Civitaluparella sui diritti degli uccelli che rompono i coglioni” (una fondamentale fonte del diritto sovranazionale, sottoscritta il settordici ottembre duemilacredici dagli alti rappresentanti degli Stati membri dell’Organizzazione non utile), quando può (cioè più o meno ovunque, dati gli standard di quelle regioni) gli spara addosso.
E quindi che fai, non li accogli, poverini!? Non gli lasci radere al suolo qualsiasi forma di vita NSGC (ma sì, dai: abbandoniamoci anche noi al delirio europeo degli acronimi), aka ΙΧΘΥΣ, per gli amici “er Pesce”, ci abbia donato per allietare le nostre giornate!? Distruggere le altre specie di uccelli è un loro diritto, in quanto specie di uccelli, no!? È diritto di Loretta la parrocchetta identificarsi in un falco pellegrino: è un suo diritto in quanto psittacide!
È la globalizzazione, bellezza! Carta vince, carta perde. Anzi, parrocchetto vince, merlo perde. Con quale guadagno per l’ambiente circostante lo saprà apprezzare chi è dotato di orecchie, esattamente come chi è dotato di narici può apprezzare quale sia stato il guadagno di sostituire la fragranza dei forni, delle pasticcerie e delle rosticcerie, del loro pane, dei loro dolci, dei loro spiedi, col tanfo internazionalmente omogeneo del simpatico kebab.
(...fra pochi minuti avremo un webinar ad a/simmetrie sul tema del RearmEurope. Non sarete sorpresi. La svolta bellicista era nella natura delle cose. Dopo aver distrutto il mercato interno, cioè dopo aver segato il ramo su cui era seduta, come documento nel mio intervento, la Germania è andata in cerca di mercati altrui aiutandosi con una pesante svalutazione competitiva dell'euro, che abbiamo documentato qui; respinta con perdite, prima ha cercato di riconvertire la sua economia al "green", sfruttando la paura della crisi climatica. La CO2 però come spauracchio non ha funzionato benissimo. Dopo aver distrutto il nostro tessuto industriale, presa a sberloni dai suoi elettori la leadership tedesca sta tornando indietro di gran carriera sull'agenda green, e per risolvere il problema di tener viva la propria manifattura si è data a un grande classico: fomentare la paura di un nemico esterno per convertirsi all'industria dell'armamento. Chissà se la paura di Putin farà più presa su quelle anime semplici dei tedeschi della paura della CO2! Il buonsenso comanderebbe prudenza: la CO2 ti scalda - se ti scalda lei! - sempre meno di una bomba termonucleare, ma l'idea archetipica dei cosacchi che invadono le capitali europee fa sempre presa. Quindi forse questa volta non possiamo contare sugli elettorati altrui perché ci tolgano le castagne dal fuoco. Altra storia è se dobbiamo contare su di loro. Ha senso volere che le cose vadano bene? Per toglierci di torno la fonte degli squilibri - e qui sapete tutti qual è - un conflitto mondiale è una tappa ahimè inevitabile...)
Attenzione: c’è una probabilità bassa ma non nulla che torni nel dibattito cialtrone una cosa che avevamo portato qui tanti anni fa. In ossequio al brocardo nihil est in intellectu quod prius non fuerit in Goofynomics permettetemi di segnalarvi questo vecchio post del 2012, che scrissi a Rouen nella mia mansardina di visiteur. Vi riferivo del lavoro di Bruno Frey su un diverso modello di integrazione internazionale, quello delle giurisdizioni funzionali sovrapposte competitive (GFSC). In sintesi, l’argomento di Frey era molto semplice e condivisibile: invece di proporre un modello totalitario di integrazione, dove chiunque entri, indipendentemente dal proprio punto di partenza, sia obbligato a conformarsi ad una serie ampia e crescente standard in tutti i campi dello scibile umano, il cosiddetto acquis communautaire, sarebbe più saggio immaginare che paesi diversi potessero cooperare sulla base della stratificazione di diversi trattati in diversi ambiti funzionali, cui potessero decidere se aderire o meno sulla base delle loro convenienze.
L’argomento secondo cui una pluralità di trattati sarebbe più difficile da gestire di un singolo trattato è piuttosto sciocchino, atteso che, ad esempio, all’interno dello stesso trattato ci si trova a gestire una miriade di fattispecie diverse (e non vi parlo delle complessità negoziali e burocratiche causate dall’approccio totalizzante, quello volto a costruire un superstato). Basterà l’esempio dell’euro: quelli che ogni tanto parlano di euro a due velocità ignorano che nell’Unione Europea le velocità sono attualmente molte di più: ci sono gli Stati membri la cui valuta è l’euro, ne è rimasto uno che aveva adottato una clausola di opt-out (la Danimarca), ci sono quelli che hanno mantenuto una valuta nazionale con cambio flessibile, ci sono quelli che hanno mantenuto una valuta nazionale con aggancio all’euro, e, immediatamente fuori zona, ci sono (o c’erano) anche stati che avevano adottato l’euro non essendo nell’Unione Europea. Quindi in questo, come in altri ambiti (vogliamo parlare di Schengen?), le GFSC sono già al norma, in ossequio al noto principio: fata volentes ducunt nolentes trahunt.
Ieri è arrivato coso, come se chiama?, L’amico “Carlo is correct”:
(notate la risposta da manuale di Luigi), a proporci qualcosa di sostanzialmente simile: le “coalizioni dei volenterosi” (“carnefici di Hitler” speriamo che non fosse sottinteso).
Al netto del commendevole (ma decisamente eccessivo) ottimismo di circostanza sui risultati conseguiti dall’Unione Europea, che lo spingono a proporre di considerare quest'ultima come "nocciolo duro" delle giurisdizioni funzionali in concorrenza, la storia non è, o almeno non mi sembra, sensibilmente diversa da quella che raccontava Frey (confesso che non ho avuto tempo per approfondire, chiudere il disco è prioritario).
Nel proporre una onorevole via di uscita a quelli terrorizzati dal bilateralismo, Blanchard, senza volerlo, espone con involontaria lucidità i due principali limiti dell'approccio multilaterale europeo: la mancanza di flessibilità, che era centrale anche nel ragionamento di Bruno Frey, e, udite udite!, il fatto che se anche tutto funzionasse alla perfezione, l'Unione Europea non avrebbe comunque le dimensioni per competere coi colossi americano e cinese!
Lo dice proprio:
Lasciamo stare che questa sfumatura si basa sull'idea semplicetta e stupidella che la competizione internazionale sia una sorta di tiro alla fune, per cui vince chi ha più massa. Sappiamo bene che autori altrettanto prestigiosi, fra cui Alesina, non la pensavano così:
Il fatto che l'idea del competere sulle dimensioni (cioè l'idea che le uniche economie siano le economie di scala) sia stupida, non rende meno dirompente il fatto che Blanchard ne sconfessi la praticabilità per l'Unione Europea. Blanchard infatti ci sta dicendo che tutti i sacrifici cui ci stiamo (o meglio: ci stanno) sottoponendo, quand'anche accettassimo ulteriore austerità, ulteriore commissariamento (debito comune), ulteriore eversione dei nostri ordinamenti democratici (voto a maggioranza nelle sedi europee) e arrivassimo all'Eden dello Statone Europeone, non servirebbero a nulla perché saremmo comunque di dimensioni troppo piccole!
Vedete quant'è paradossale la situazione di chi pensa in modo sbagliato? I ragionamenti sbagliati sono sempre self-defeating! Se argomenti che un certo percorso va intrapreso senza se e senza ma perché solo le dimensioni contano, all'arrivo ti accorgerai di averlo piccolo (lo Statone, ovviamente)!
Va da sé che non avevamo bisogno di Blanchard per capire che le dimensione europee sono comunque inferiori a quelle dei due altri poli dell'economia mondiale. Lo volete il disegnino? Eccolo qua:
Bisognerebbe mettere insieme le prime tre banche europee, BNP Paribas, Crédit Agricole e Santander (un matrimonio non agevole, come immaginate) per avere qualcosa di comparabile alla prima banca cinese. Ci siamo?
Ma non avevamo neanche bisogno di Blanchard per immaginare una possibile soluzione, cioè la cooperazione con paesi extra-UE nei campi in cui la massa critica potrebbe oggettivamente essere importante. Ma scusate, la Germania che cosa aveva fatto, stringendo una pace separata con la Russia in nome del gas a buon mercato!? Se non quello che Blanchard suggerisce, una cosa molto simile, e senza chiedere consigli a Blanchard ma seguendo semplicemente il proprio interesse ed il buon senso (di breve periodo).
Quindi, in qualche modo, il modello proposto da Frey e ripreso da Blanchard (rigorosamente senza citare i precedenti, perché quelli bravi non ne hanno bisogno), è già nelle cose. Il multilateralismo totalitario dell'acquis communautaire volto alla costruzione di un gigante che sarebbe comunque un nano è in fondo un colossale esercizio di ipocrisia, perché nella sua attuazione pratica ci si è sempre regolati sui rapporti di forza per costruire qualcosa di molto più simile al modello delle GFSC, qualcosa che potremmo definire polilateralismo.
Attenzione!
L'ammissione devastante di Blanchard (l'Unione Europea non sarebbe comunque grande abbastanza!) non serve ad avviare una discussione serena su quali siano gli effettivi motori della competitività e della produttività di un Paese o di una regione (hint: non le dimensioni!). Serve solo a far girare nei tubi la merda del voto a maggioranza, cioè la fine della democrazia rappresentativa a beneficio di interessi economici chiaramente individuabili, come capirete leggendo il suo articolo. Vedrete quindi che di polilateralismo si parlerà (magari dandogli un altro nome). Il potere di agenda setting di questi ruffiani è notevole: questa roba ci verrà riproposta, anche perché, oggettivamente, se non si riattacca alla canna del gas russo la Germania non dico sia finita, ma resta in grossa difficoltà (da qui il bisogno di un quadro concettuale di riferimento "alto" in cui collocare questa aspirazione tattica).
Io che ne penso?
Io ne penso quello che ne pensavo tredici anni fa: la proposta di Frey ha un senso, se però la si prende sul serio. Invece di mantenere uno scombiccherato sistema di GFSC de facto, bisognerebbe ragionare serenamente su come attuare un sistema di GFSC de jure, rimettendo in discussione, e regolando con appositi trattati, tutte le aree di cooperazione funzionale fra Paesi europei e viciniori, a partire da quella monetaria, per arrivare a quella energetica, ecc.
Lo si farà?
Certo che no!
Le alate parole di Blanchard, ripeto, nell'immediato servono solo ad addolcire la pillola del voto a maggioranza, dimostrandone (?) la necessità (e in quella direzione va anche il Migliore).
Ci riusciranno?
Su questo ho dei dubbi. Mi ricordo bene quando altri misero nei tubi la merda della regola della spesa, che poi girò per anni fino ad essere approvata lo scorso anno. Un anno dopo la sua entrata in vigore, chi la propugnò ora la contesta (vedi il post precedente). La strada sbagliata non porta mai nel posto giusto, o, se ci porta, difficilmente chi la percorre riesce ad arrivarci. L'eversione delle nostre democrazie non è la strada giusta. Non c'è arzigogolo di pensionati d'oro che possa convincerci del contrario.
Ma intanto prendiamoci il lato positivo di certi conati dialettici: Blanchard ha confessato che, anche per i fessacchiotti secondo cui grande è bello, l'UE non sarà mai abbastanza grande. Resta così, per loro, una domanda: e quindi?
Scusate, un post rapidissimo, perché fra un po’ sono in onda da Borgonovo, solo per mettere in evidenza un’osservazione forse non molto originale che ho fatto in risposta a Sergio Giraldo in un post precedente. Cresce l’inquietudine per il surplus estero cinese, che comunque solo recentemente è tornato sopra a quello tedesco. A me sembra abbastanza ovvio che se un Paese viene trasformato nella fabbrica del mondo, i beni poi da quel Paese devono in qualche modo uscire! In altre parole, chi ha visto nella globalizzazione l’opportunità di sfruttare una manodopera civilizzata e a basso costo come quella cinese (specifico subito che è un “chi” collettivo, non è un complotto ma lo spirito dei tempi) ha anche voluto regalare alla Cina una posizione di esportatore netto di beni e quindi di capitali. Sotto questo profilo, il ribilanciamento del modello di sviluppo cinese dalla domanda estera a quella interna è più mitologico che logico, perché non puoi pensare che la produzione della fabbrica del mondo sia assorbita dalla domanda di un pezzo, per quanto grande, di mondo. Aggiungo che questo particolare modo di risolvere il conflitto distributivo (delocalizzare dove i lavoratori costano di meno) ha anche posto le basi per regalare a un paese che era eccezionalmente rimasto indietro (eccezionalmente in termini storici, perché, come sapete, negli ultimi due millenni, la Cina ha contato più o meno sempre per circa un terzo del Pil mondiale) l’opportunità di un rapido recupero, regalandole di fatto le nostre tecnologie, nelle quali non ha faticato a contenderci posizione di leadership. Se è successo ci sarà un perché, probabilmente non poteva andare in modo diverso, ma non dobbiamo stupirci di quella che è una conseguenza logica del modo in cui abbiamo organizzato i nostri rapporti sociali di produzione su scala internazionale. Inutile dire che fra le tante contraddizioni della sinistra c’è quella di aver sostanzialmente avallato questo tipo di processo storico che, fra le varie esternalità negative, ha anche quella di costringere a spostare da una parte all’altra del globo, con tecnologie di trasporto piuttosto inquinanti, una quantità di beni che magari potrebbero essere prodotti in patria, ovviamente se si decidesse di non giocare la corsa al ribasso dei salari. Ma la sinistra, che si è acquistata un salvacondotto vendendo la pelle dei proletari, cioè rinunciando a difenderne il salario (ricordavamo nel post precedente la triste storia degli accordi di luglio), non si è resa conto che, così facendo (cioè avallando la globalizzazione/delocalizzazione in un afflato di cosmopolitismo borghese), poneva le basi per togliere a questi proletari anche il lavoro! L’inquinamento da mezzi di trasporto (e non parlo delle utilitarie diesel Euro 6, ma del grande traffico marittimo) è in effetti uno dei presupposti della delirante rivoluzione green in nome della quale si sta perpetrando la deindustrializzazione dei nostri Paesi. Non stupisce quindi che oggi la sinistra preferisca sorvolare su questa contraddizione fondamentale, dichiarando Musk nemico del popolo ed ergendosi a paladina di pregevoli minoranze arcobaleno (che con Musk sono tutt’altro che in contraddizione)!
La vocazione maggioritaria è solo un ricordo, come lo è la difesa del salario.
(… titolo ripreso dal noto saggio di Pino Aprile…)
Un amico “che io ci ho molto rispetto” mi segnala questo pregiato articolo del Völkischer Beobachter salmonato ‘ndernescional, dal titolo “A time for truth and reconciliation”. Mi sento anch’io di caldeggiarne la lettura. Confesso però che nonostante ne condivida il contenuto (e posso dimostrarlo, e lo dimostrerò) la mia prima reazione, fin dalla lettura del titolo, non è stata di assoluto e totale entusiasmo.
Intendiamoci: alcuni aspetti analitici dell’articolo, e in particolare la lettura del 2016 come anno di svolta in senso repressivo nella gestione di Internet, sono da me totalmente condivisi, sono cose che mi sentite dire da tempo, ma proprio per questo il vederle adesso spiattellate come ponzose e profonde analisi da un outlet così “autorevole“ più che inorgoglirmi mi fa incazzare. Come pure dovrebbe inorgoglirmi, ma invece mi fa incazzare, il richiamo alla Commissione per la verità e per la riconciliazione. Alzi la mano chi si ricorda questo (scritto mentre la Grecia veniva macellata, cosa di cui non abbiamo evidenza che l’intellettuale di turno si crucciasse)!
Si riconferma che nihil est in intellectuals quod prius non fuerit in Goofynomics, ma non vorrei che questa venisse presa per vanagloria. Sicuramente un po’ lo è, non mi attardo ad escluderlo, ma il motivo per cui il fatto che venga condivisa un’esigenza di metodo che avevo espresso 10 anni fa mi innervosisce, anziché sollevarmi o inorgoglirmi, non ha nulla a che vedere con la rivendicazione di un primato intellettuale, di una particolare originalità o tempestività. Io sono stato scolarizzato nel XX secolo e in Italia, quindi io so che dopo Omero chiunque pretenda di dire una cosa originale è sostanzialmente un illetterato.
In altre parole, quello che mi infastidisce di questo richiamo all’esperienza sudafricana (quella della Commissione sulla verità e sulla riconciliazione, dei cui risultati, a dire il vero, non vi saprei tracciare un bilancio storico), non è che venga dopo il mio (e chi sono io per pretendere di essere ascoltato?), ma sono i motivi che sottendono ad esso, e questi motivi mi infastidiscono non perché siano di per sé non condivisibili (ricordo che faccio parte di una commissione di inchiesta sul fenomeno del COVID-19, quindi ovviamente mi interessa vederci chiaro su questo fenomeno!), ma perché preludono a un inevitabile fallimento.
Tuttavia, invece di apprendere le lezioni della storia, la sinistra (perché il Völkischer Beobachter salmonato ‘ndernescional è un outlet di sinistra) continua a non fare i conti con alcuni caposaldi della cultura occidentale, quali la logica aristotelica e la geografia astronomica. Da quest’ultima ci deriva, in particolare, quello strumento che tendiamo a considerare banale, a dare per scontato (nonostante che la sua storia dimostri che non lo è affatto), ma che è tutt’oggi essenziale per dirimere controversie di vario tipo, e anche per attribuire ad analisi della più svariata natura il corretto valore: il calendario.
Eh sì!
Perché a leggere il contributo dell’illustre e autorevole autore non si può sfuggire alla sensazione che secondo lui “la strage e il grande scempio che fece i social colorati in rosso“ sia stata quella che qui, per non farci tirare giù dagli amici suoi (perché l’autore si propone come un pezzo della soluzione, ma il suo curriculum ce lo segnala come pezzo del problema), abbiamo deciso di chiamare metaforicamente la “punturina”, cioè la gestione ideologicamente orientata, e quindi inefficiente, della pandemia.
Ma allora come si spiega che il DISC sia attivo dal 2016, cioè da quattro anni prima che il noto fenomeno epidemiologico si manifestasse? In altre parole, una chiamata alla verità come strada maestra verso quella riconciliazione di cui tutti avvertiamo l’urgente bisogno, per essere o almeno sembrare non dico efficace (perché pur aderendo intellettualmente a questa istanza mi rendo conto del fatto che politicamente sia impraticabile), ma credibile, dovrebbe dimostrare di avere colto quali siano le contraddizioni fondamentali che hanno portato all’egemonia della menzogna, quelle che preesistevano all’eruzione del fenomeno sanitario, e che, non dobbiamo nascondercelo (pensate allo Pfizergate), ne hanno condizionato le modalità di gestione. Ma sotto questo profilo, il pregiato contributo del pezzo del problema è abbastanza deficitario: il problema è il debito pubblico (leggere per credere!) e le bolle immobiliari, con una tanto elegante quanto eloquente saldatura dei punturini ‘ndernescional ai Giannini (intesi come plurale di Giannino) ‘ndernescional.
Quello su cui abbiamo bisogno non di sapere, perché la sappiamo, ma di dirci apertamente la verità non è se nel XXI secolo da qualche parte si stiano studiando o producendo armi batteriologiche (quando ho fatto il militare nel 1989 la difesa anti-NBC era nel programma dei corsi AUC! Nel frattempo, la sigla è diventata CBRN, ma sempre di quella roba si tratta). No, di questo credo che ci interessi il giusto, anche perché non è un argomento così sorprendentemente nuovo. Sarebbe, sarà, più utile fare un’operazione di verità sulla terza globalizzazione e sulle sue dinamiche.
Questo non possiamo aspettarcelo, ovviamente, da chi su queste dinamiche prospera, il che però non rende inutile il suo contributo, tutt’altro! Vi esorto continuamente a utilizzare la forza dell’avversario, e quindi un contributo come questo può esserci molto utile dialetticamente, se però ci ricordiamo che il suo autore non è uno di noi, non è un nostro amico, anche se, per motivi in fondo estemporanei, sembra desiderare quello che tutti noi desideriamo: è e resta un nostro avversario. Questo suo (secondo) coming out quindi è utile, anzi utilissimo, ma dobbiamo ricordarci di inserire il nostro desiderio di avere una parola di verità sulla gestione della pandemia (da lui condiviso), nel contesto di una aspirazione più ampia (da lui non condivisa): quella di avere una parola di verità sulla organizzazione dei nostri rapporti sociali di produzione, e dobbiamo essere consapevoli del fatto che in questo compito il Völkischer Beobachter salmonato ‘ndernescional non può aiutarci, se non nella limitata misura in cui, come avevamo pronosticato, le politiche che ha sempre sostenuto allo scopo di ridurre la nostra fetta di torta alla fine abbiano ridotto anche la sua fetta di torta (quella destinata alla rendita finanziaria, cioè ai suoi azionisti di riferimento) perché hanno fatto collassare la torta.
Non leggete quindi questo intervento come un’esortazione alla schizzinosità, come la versione di destra di quelli che volevano “l’uscita da sinistra“, anzi! È una cosa profondamente di destra: un richiamo al senso critico, quella cosa che la sinistra ha deciso di mettere in soffitta, crimine contro l’umanità per il quale merita di scomparire, e scomparirà.
Sotto l'albero di Natale abbiamo trovato laPatrimoniale™️ per lAmbiente™️:
(cortese pensiero del Santa Klaus arancione), ma nella calza della Befana abbiamo trovato, in rapida successione, lo schianto del "cordone sanitario" austriaco, che non ha retto alla pressione del voto popolare:
e soprattutto le dimissioni del nostro Cicciobello preferito, Cicciobello globalista:
Quindi, come vedete, insistere serve. Ho sempre diffidato dei geni che invocano l'astensione, considerandoli utili idioti del regime, e i fatti dimostrano che questa diffidenza è fondata: votando in modo diverso si può fare la differenza.
Aggiungo un dettaglio: non votando, si possono rendere determinanti minoranze organizzate, e in un mondo basato sulla deflazione salariale, cioè sull'immigrazionismo, bisogna stare molto attenti ad attribuire a simili minoranze un tale potere. Ascoltatevi questa intervista, ad esempio. Non la prenderei per oro colato, come del resto nulla, tranne ciò di cui si ha esperienza diretta, va preso per oro colato, ma l'idea che i laburisti abbiano prosperato sul disinteresse della classe media bianca per corteggiare i pacchetti di voti di minoranze colorate dedite a hobby più o meno condivisibili un senso ce l'ha. E attenzione: sarà anche vero che gli immigrati regolari sono più indispettiti degli autoctoni dai flussi di immigrazione irregolare, perché detestano che venga regalato ad altri quello che loro si sono guadagnato con fatica. Ma questo è un discorso diverso. Ascoltatela bene, l'intervista: le ex potenze coloniali sono più avanti di noi su una strada pericolosa, sulla quale, va riconosciuto, anche noi ci siamo avviati.
Ci vuole meno libera circolazione di qualsiasi fattore di produzione, e alla fine si andrà a parare lì (lo stesso reshoring in fondo è un pezzo di questa storia). Nel frattempo, insistete, e diffidate molto da chi vi dice di non insistere: forse lui non ha hobby discutibili, ma certamente non vi aiuta a difendere voi e la vostra famiglia da chi li ha.
(...ciao, Cicciobello globalista! Ci mancherai tanto...)
Un paio di giorni fa, affacciandomi alla cloaca nera, mi sono imbattuto casualmente in questo tweet degli amici di RadioRadio, fra i pochi con cui parlo volentieri perché mi hanno dato voce quando non erano costretti a farlo:
citando un episodio di cui ero stato protagonista, verosimilmente dimenticato da molti dei pochi che lo conobbero all'epoca. Non da tutti, però, tant'è che Sherpa810 mi rispondeva così:
facendomi trasalire: quello che vedevo era un tweet di una mia chat! Com'era possibile?
Era possibile perché il 3 dicembre 2019 Claudio era andato a Omnibus a raccontare, appunto, quello che mi era capitato il 12 giugno di quell'anno, e lo aveva fatto con dovizia di particolari, al punto da fornire alla regia un mio Whatsapp, su mia autorizzazione conferitagli alle 19:13 del giorno prima (come risulta dagli archivi), che ovviamente mi ero dimenticato di avergli dato, e che sarebbe comunque stata superflua. Dell'intuito di Claudio mi fido abbastanza!
La gravità dell'evento però non sconvolse nessuno: i migliori amici dell'uomo (che si vuole informare) non fecero titoloni né allora né dopo per evidenziare che il testo di un Trattato così importante era stato scrupolosamente sottratto al vaglio parlamentare, prima di approvarlo in sede europea, facendo strame di quanto l'ordinamento prevede sulla partecipazione del parlamentari nazionali al processo legislativo europeo, disciplinata dalla cosiddetta "Legge Moavero", e in particolare dal suo articolo 5:
"Il Governo informa tempestivamente" non si traduce con "il Governo ti rinchiude in una stanza con un giovane e brillante consigliere parlamentare degradato al ruolo di bidello durante il tema di italiano delle scuole medie"...
Perfino i giornaletti de l'asinistra, quelli che tanto si erano commossi per le vicende del memorandum greco (approvato come poi qui è stato approvato il PNNR), o del TTIP (sottratto allo scrutinio parlamentare in modalità analoghe a quelle qui applicate alla riforma del MES), non avevano fatto nemmeno "pio" di fronte a cotanta enormità, del tutto ingiustificata. In effetti, quando Alessandro Rivera, un altro dei protagonisti di questa vicenda, in un incontro a margine di una delle mie tante visite al MEF, il primo aprile del 2019, mi aveva opposto l'obbligo di segreto professionale stabilito dall'art. 34 del Trattato, io ancora non sapevo, perché ancora non me lo aveva detto Alessandro Mangia, che me lo avrebbe detto il 7 gennaio del 2020, che per esplicita clausola della dichiarazione interpretativa stipulata in sede di ratifica:
a un parlamentare il segreto non poteva essere opposto!
Che questa cosa non la sapessi io era abbastanza grave: evidentemente non avevo studiato abbastanza. Che non la sapesse Rivera, però, era un po' difficile, o forse no, considerando i tanti "successi" collezionati nella sua carriera di civil servant.
Ma questo è il passato.
Una legge non assistita da sanzioni tranne quelle di tipo politico e reputazionale non è, nei fatti, una legge (non se ne dispiaccia l'ottimo Prof. Moavero Milanesi): praticamente tutti i rapporti fra il nostro Parlamento e il Parlamento europeo avvengono in violazione o disapplicazione di quella legge, senza che si sappia a che santo rivolgersi (alla Corte Costituzionale?... Lasciamo stare...), e quindi possiamo dire che la prassi regna sovrana (e va bene così). La sanzione politica di questa scorrettezza abominevole c'è stata: il voto del 21 dicembre scorso contro la ratifica. Questo conta, e il resto lo lasciamo alle nostre memorie.
Fatto sta che io il passaggio televisivo del 3 dicembre 2019, che peraltro faceva seguito anche a un passaggio parlamentare in cui Claudio, sempre consultandosi con me, mi aveva chiesto (il 29 novembre) di citare l'episodio, me lo ero perso, e questo mi ha dato spunto per rivedere e mettere in sicurezza un po' di cosette.
Ad esempio, la chat in cui quel Whatsapp era stato diffuso.
Trattasi di uno dei 64 gruppi in comune con Claudio, cui se ne aggiungono almeno altri 37 cui Claudio non partecipa (come lui ne avrà cui non partecipo io), tutti creati per il coordinamento delle attività parlamentari a vario livello (con membri di Governo, senza membri di Governo, con gli alleati, senza gli alleati, circoscritte o non circoscritte agli uffici di Presidenza, circoscritte o non circoscritte a un ramo del Parlamento, congiunte con più Commissioni, dedicate a un particolare provvedimento - ad esempio la legge di bilancio - o a una particolare area tematica, ecc.). E qui sto parlando, ovviamente, della legislatura precedente, dalla quale non tutti i gruppi sono stati ereditati (alcuni sono stati rifatti tenendo conto dei nuovi ruoli e della nuova composizione dei gruppi, altri sono caduti in desuetudine, ecc.). Per dire, e per far capire che cosa fa un "capo dipartimento economia", dei 64 gruppi in comune con Claudio 35 li ho messi su io, 3 lui, e 26 sono stati tirati su da una ventina di altri soggetti vari (otto sono stati creati da membri di Governo, quattro da collaboratori, altri da colleghi parlamentari...). Quando qualcuno rimarca che c'è tanto lavoro che non si vede, ha ragione! E la parte più ingrata ma essenziale del lavoro è coordinare il lavoro degli altri, cosa che si fa prevalentemente per messaggio: il modo più pratico di tenere tutti allineati, di commentare la rassegna stampa, di condividere bozze di documenti, di darsi appuntamenti volanti nei ritagli del tempo di aula, ecc. Sono le tre ore al giorno che passo su Whatsapp di media, a "giocare" col telefonino (secondo i fascisti delle statistiche), spesso per alzare le palle che altri schiacciano: l'uomo macchina vive nell'ombra, e va bene così. Questo, del resto, è uno dei tanti motivi per cui la retorica del "proporzionale puro" con cui "erbobolobuonogiustoesando" eleggerebbe "erijorerappresentanteviscinoarderidorio" non mi convince particolarmente. Un simile meccanismo crea un sistema di incentivi che spinge a fare casino inutile (per avere visibilità sul "deridorio"), non lavoro utile.
Ma di questo parleremo in altre occasioni.
Ho così ripercorso la storia di quel gruppo ristrettissimo (quello che era finito sullo schermo di Omnibus):
scoprendo una cosa che avevo dimenticato: quel gruppo lì, che è ancora oggi il più attivo, era stato creato nel pomeriggio del 12 giugno 2019 in risposta a una condizione di emergenza: sapevamo che Conte si accingeva a approvare una riforma di cui non conoscevamo i contenuti e dovevamo gestire questa situazione incresciosa. Ricordo l'angoscia di quei giorni, la rabbia con cui sperimentavamo l'impossibilità di indirizzare il "nostro" Governo, di assicurare la fedeltà di Conte nelle sedi europee (difficoltà ampiamente esemplificata da questo episodio), l'imbarazzo dei funzionari, lo sforzo per mantenere freddezza di fronte a un dissimulatore pericoloso...
Ecco, nel pensare a quei momenti, alle riunioni nel salottino giallo di Chigi, ai sussurri scambiati in anticamera, allo sconcerto degli alleati, a tante concitate emozioni, al fatto che su quella roba lì, cinque anni fa, avevamo fatto cadere Conte (perché quello che i coglioni chiamano il Papeete in realtà era stato il discorso di Pescara, e dietro quel discorso c'era anche questo episodio, che aveva convinto alla fine, buoni ultimi, anche me e Claudio che si dovesse passare con gli "staccaspinisti", che erano la stragrandissima maggioranza, e direi la totalità dei membri di Governo...), nel pensare a tutto questo mi veniva da fare qualche riflessione sul tempo, sui frutti che porta, e sull'usura che procura.
restituendo a tanti piccoli Efialte quanto gli dovevo, quando schiacciai la testa del serpente premendo il tasto rosso, non provai quella gioia, quel sentimento di liberazione, che cinque anni prima, se mi fossi potuto immaginare quel momento, avrei pensato di provare. La sensazione era quella nota a chi legge Proust:
Mais tandis que, une heure après son réveil, il donnait des indications au coiffeur pour que sa brosse ne se dérangeât pas en wagon, il repensa à son rêve, il revit, comme il les avait sentis tout près de lui, le teint pâle d'Odette, les joues trop maigres, les traits tirés, les yeux battus, tout ce que – au cours des tendresses successives qui avaient fait de son durable amour pour Odette un long oubli de l'image première qu'il avait reçue d'elle – il avait cessé de remarquer depuis les premiers temps de leur liaison dans lesquels sans doute, pendant qu'il dormait, sa mémoire en avait été chercher la sensation exacte. Et avec cette muflerie intermittente qui reparaissait chez lui dès qu'il n'était plus malheureux et que baissait du même coup le niveau de sa moralité, il s'écria en lui-même : « Dire que j'ai gâché des années de ma vie, que j'ai voulu mourir, que j'ai eu mon plus grand amour, pour une femme qui ne me plaisait pas, qui n'était pas mon genre ! »
Sì, va bene, avevo, avevamo vinto, ma poi? Tante passioni, tanti sforzi, a quale pro?
Nei 1653 giorni passati da quel 12 giugno 2019 avevamo lasciato per strada tanti amici che avrebbero voluto assistere a quel momento: da Antonio a Emanuele (e Marco ce l'ha fatta per un soffio), ma oltre a questi assenti giustificati avevamo perso per strada tanti... non so come definirli: grillini? Imbecilli? Vigliacchi? Sicuramente tanti deboli (di intelletto e di tempra) incapaci di capire che per schiacciare quel tasto il 21 dicembre, al 21 dicembre bisognava arrivarci, e che tante scelte da loro non capite una sola logica avevano: quella di resistere, di tenere la posizione.
Sì, per schiantare il MES (e Draghi) bisognava cuccarsi Draghi: un altro percorso non c'era, e se chi non lo capiva ex ante era giustificato, perché ex ante anche noi abbiamo avuto tanti dubbi e tante esitazioni, chi non vuole capirlo ex post è solo uno spregevole elminto. E la tristezza, in questo caso, non è tanto nell'aver perso per strada una simile viscida zavorra, quanto nel non essersi accorti di averla caricata a bordo, nell'essersi illusi di aver aggregato, parlando con razionalità e sincerità fin da quando avevo tutto da perdere nel farlo, persone ugualmente razionali e sincere. Non era così. Le contumelie degli sciocchi una certa usura l'avevano provocata. Era, più che altro, il dispiacere di non poter condividere il raggiungimento di un obiettivo anche con chi apparentemente lo aveva condiviso, ma non era arrivato, con la sua testa, a condividere i mezzi per conseguirlo. Questi mezzi non li avevamo scelti noi! Con una Lega al 40% le cose sarebbero andate in modo diverso, ovviamente. Questi mezzi li avevate largamente scelti voi, e c'era qualcosa di ingiusto, e anche di logorante, nel fatto che veniste a rinfacciarceli. Tanto per essere chiari, se avessimo lasciato libera di operare in Italia la maggioranza Ursula, anche la riforma del MES sarebbe passata subito in carrozza.
Usura, quindi, e incapacità di godersi, sia pure per un attimo, a livello emotivo, l'obiettivo raggiunto.
Certo.
Ma intanto l'obiettivo era raggiunto, e questo ci diceva che 1653 giorni dopo non eravamo nella stessa condizione di 1653 giorni prima: avevamo portato a casa, scegliendo l'unico percorso che la SStoria ci aveva reso praticabile, un obiettivo che voi ci avevate chiesto di portare a casa. Vi avevamo dimostrato che votare, e aspettare, serve. Anche perché, per dirla tutta, quella storia non era iniziata il 12 giugno del 2019, ma molto prima. La storia della riforma del MES per noi era iniziata con questo scambio di messaggi in un'altra chat di coordinamento con Bruxelles:
(ovviamente messa su dal solito noto), ma la nostra attenzione era molto risalente, risaliva a quella telefonata dal 2012 ("Professòòòòòòre!"), e insomma un po' di lavoro fatto lo trovate qui.
Dodici anni di lavoro per una vittoria di cui non ho potuto gioire quanto avrei immaginato, ma che indica pur sempre un progresso, il che, detto fra noi, mi rende incomprensibile l'atteggiamento di molti che vogliono negare che delle vittorie siano state conseguite, e che si abbandonano allo sconforto e al disfattismo.
Mi veniva anche da fare un'altra riflessione.
Il famoso tweet di Claudio sul MES, pubblicato il 28 giugno del 2023, il 19 luglio, cioè 21 giorni dopo, aveva fatto un milione di visualizzazioni. Il tweet sull'OMS, pubblicato l'11 febbraio di quest'anno, è ancora a un milione oggi, cioè 56 giorni dopo (nella giornata mondiale della salute, peraltro). Insomma, il tema OMS viaggia a metà della velocità. Eppure, ad affacciarsi nella cloaca nera, per un po' sembrava che a nulla teneste più che a difendervi dall'OMS e dalla sua gestione della sanità globale!
Anche da qui, secondo me, ci sono un paio di lezioni da trarre, e sono contrastanti.
La prima è che non bisogna darvi retta: gli strepitanti sono una minoranza, per lo più nella stragrande maggioranza dei casi animata dall'unico desiderio di sottrarci voti, non di risolvere problemi, e quindi meglio non curarsene e non darle guazza. Tanto, se i numeri non ci sono, poi non si vedono: esattamente come non si stanno vedendo sotto al tweet dell'OMS (per carità, un milione è un milione, ma se hai molti follower e tieni fissato un post prima o poi ci arrivi:
Il punto è in quanto tempo ci arrivi: se ci sono numeri ci arrivi in fretta, come nel caso del MES, se invece i numeri sembra che ci siano, ma non ci sono, perché gli strepitanti sono i soliti quattro gatti per di più nemici, non ci arrivi in fretta).
La seconda è che bisogna darvi retta, bisogna dedicarvi tempo. La riforma MES riguarda il vostro portafogli, ed è una cosa abbastanza esoterica (single limb CACS, maggioranze qualificate, capitale sottoscritto e versato, SRF backstop: siete sicuri di sapere tutti di che cosa stiamo parlando?). L'OMS riguarda la vostra pelle ed è una cosa abbastanza esplicita: "al prossimo starnuto vi chiudiamo in casa e buttiamo la chiave" (banalizzo, ma insomma ci siamo capiti: lockdown è parola più intelligibile di backstop). Ci siamo spesso chiesti perché la riforma del MES catalizzasse tanta attenzione. Non ci siamo ancora chiesti, forse lo faremo domani dopo aver letto questo post, perché l'OMS, che in fondo è un pericolo più grave ma anche più arginabile (dato che non riscontra a livello mondiale l'unanimità che il MES aveva riscontrato a livello europeo) non riesce a mobilitare altrettanta attenzione, per di più in un pubblico che dovrebbe essere galvanizzato dal fatto di aver appena conseguito una vittoria importante, quella sul MES (ma galvanizzato non è: lo dimostrano i numeri del #midterm e quelli del tweet OMS). Credo che la risposta sia, appunto, che bisogna darvi retta, che bisogna dedicarvi tempo. Dietro al tweet sul MES c'erano oltre dieci anni di lavoro, fatto in particolare qui, in tante discussioni, poi in tutti gli incontri organizzati da a/simmetrie, in infiniti nostri incontri pubblici in giro per l'Italia. Il tema OMS nasce su Twitter, un Goofynomics sanitario non c'è (ci sono tanti bravi ragazzi, ma...), il lavoro sottostante in termini divulgativi è quindi relativamente inferiore, al di là degli strepiti di qualche Erinni strepitante spesso sul nulla... sul nulla e dal nulla nasce il nulla, o almeno il poco. E questa forse è un'altra spiegazione del perché certi temi appassionino più di altri: perché hanno radici più lunghe.
Ma forse ce n'è un'altra ancora: quello che ci ha riuniti qui è stata la coscienza di quanto fossero pericolose, oltre che odiose, le istituzioni europee, e il MES appartiene al loro infausto novero. Non è stato semplice, ahimè, forse perché ci si è investito poco (io ci ho scritto un libro e qualche post, ma evidentemente il core business era un altro) trasmettere la consapevolezza che il problema è un pochino più ampio, che le istituzioni che esercitano un potere invasivo sulle nostre vite, tanto più difficilmente arginabile quanto più indiretto e sottile, sono tutte quelle della globalizzazione, e quindi l'OMS, ma anche l'OCSE (che tanto ha da dire e consigliare ad esempio sui nostri figli o sulle nostre pensioni), l'IEA (che tanto ha da dire sul nuovo feticcio della sinistra, il clima), ecc.
Per ritornare a essere arbitri del nostro destino è tanto necessario liberarsi dal cappio europeo quanto dalla rete di questo soft power. Senz'altro un vaste programme, non lo discuto. Ma se siamo riusciti a liberarci del MES, potremmo anche liberarci dall'OMS. Le condizioni sono due: crederci, ed essere presenti.
Per questo motivo, chi ancora non l'ha fatto vada a sostenere il tweet di Claudio, e si ricordi che al #midterm c'è ancora posto: sta a voi dare il segnale, e il primo errore da non fare è pensare che "tanto lo darà un altro".
Riprendo l'argomento del post precedente e mantengo la promessa che vi avevo fatto di estendere l'orizzonte temporale all'indietro:
Per farlo, sono andato sul sito della Banca Mondiale. Per la precisione, vi avverto che la serie dei BRICS ha una discontinuità nel 1988, perché prima di quell'anno non sono disponibili i dati del Pil russo in dollari. Il motivo è che nei Paesi comunisti fino all'inizio degli anni '90 si utilizzava un diverso sistema di contabilità nazionale, il Material Product System, che poneva l'enfasi sulla produzione fisica, trascurando il valore aggiunto dai servizi. Era, insomma, un Pil un po' come lo immaginano i "decrescisti" di cui qui ci occupammo a suo tempo in un post sulla cui preveggenza ci dovremo presto intrattenere. Non in tutti i Paesi erano disponibili gli elementi fattuali necessari o la volontà politica di ricostruire le serie storiche con il nuovo criterio (lo SNA), e quindi prima del 1988 nel Pil dei BRICS la Russia è a zero. Vi segnalo però che nel 1988 il Pil russo era solo 2,9% del Pil mondiale e la discontinuità in questione nel grafico la vede solo un occhio esperto e istruito. Diciamo quindi che il quadro che vi offro delle dinamiche "semisecolari" delle quote di Pil mondiale è sufficientemente accurato.
Per aiutarne la lettura, vi propongo di spezzare il periodo in tre sottoperiodi, che ho scelto facendo riferimento alla storia del nostro martoriato Paese: dall'inizio al divorzio Tesoro-Banca d'Italia (1981), dal divorzio Tesoro-Banca d'Italia a Maastricht (1992), da Maastricht a oggi. Precisazione: questi cut-off points sono tutt'altro che estemporanei e hanno un significato non solo locale. Nel 1981 o giù di lì, secondo noi, ma anche secondo loro, inizia la terza globalizzazione (poi ci sono quelli bravi "de sinistra" che la categorizzano in modo diverso, ma sappiamo che lo fanno anche per nascondere l'evidenza della loro complicità col "neolibberismo bbrutto"...). Si tratta quindi di una soglia temporale che ha un significato sistemico. Sempre il 1981 è anche l'anno del Volcker shock, l'innalzamento del tasso di interesse con cui gli Usa cercarono di domare l'inflazione e assicurare la supremazia del dollaro. Il combinato disposto di due di questi tre eventi (l'aver costretto il Governo a finanziarsi sul mercato e l'innalzamento repentino dei tassi di mercato) causò l'esplosione disastrosa del nostro debito pubblico, che ancora oggi ci condiziona, come ci ha spiegato Vladimiro al #goofy10. Quindi il 1981 è una data molto significativa per noi, ma in diretta connessione con eventi di significato e portata globale.
Il 1992 è l'inizio del meraviglioso sogno europeo, e questo basti ad avvalorarne l'importanza sistemica.
Il risultato è in questo agile specchietto che lascio ai vostri commenti:
Mi limito a osservare che se estendiamo lo zoom fino al 1960 il Paese che è rimasto più o meno dov'era non sono gli Stati Uniti ma il Giappone (e ancor più la miscellanea degli "altri Paesi"), con un aumento della sua quota sul Pil mondiale pari all'1,0%. Viceversa, se allarghiamo il campione, constatiamo che dal 1960 gli Stati Uniti hanno perso più terreno dell'Eurozona, e questo perché l'Eurozona, prima dell'euro, cioè fino al 1992, aveva guadagnato terreno (nonostante le "valute nazzionali", er debbitopubblico, er terorismo, er familismo amorale, la tabaccaia non scalabile, e tutto il repertorio di scemenze di chi considera fatti le proprie riverite opinioni).
Queste considerazioni ovviamente sono ancillari rispetto al tema della validità e degli effetti di una "moneta unica dei BRICS", su cui torneremo con più calma.
Evidenzio solo che una delle conseguenze più o meno involontarie della rivoluzione green è la nostra deindustrializzazione a beneficio del sistema produttivo cinese. Quello che nasce come estremo conato della Germania di riconvertire il proprio apparato produttivo, con annesso obbligo per i fratelli europei di acquistare le sue auto elettriche, si palesa sempre di più come un suicidio di tutta l'Europa, Germania compresa, con benefici ambientali trascurabili in termini di riduzione delle emissioni (anche volendo fare l'atto di fede secondo cui la C-molecola sia la causa di ogni male). Lo stesso cinema di quando ci fecero passare dalla rossa alla verde (1985), poi dalla verde al diesel, e ora dal diesel all'elettrico. Ma questa volta il gioco è pericoloso: l'intima pulsione per le politiche beggar-thy-neighbour rischia di ritorcersi contro la Germania, e questo non è positivo per noi. Fra una decina d'anni ci troveremo con un bel -10% (se va bene) rispetto al 1960, e i BRICS con un bel +26%. Moneta unica (dei BRICS) o meno. Il motivo, credo lo sappiate, è che i fini strateghi alemanni non si sono premurati di accertarsi di avere un minimo di controllo sulle filiere di produzione delle materie prime green.
Ne parleremo al #goofy12 con relatori di livello (non il solito pattume che vi viene somministrato dai media).
Per farvi arrivare preparati, vi fornisco un paio di disegnini:
Dal secondo, in particolare, appare evidente la crisi della Cina di cui i media ci riferiscono. Appare cioè evidente che questa crisi è solo nel referto dei media...
Sul primo ci sarebbero, com'è naturale, tante considerazioni da fare, ma per motivi di orario mi limito a una, di carattere descrittivo. Nei trent'anni dal 1992 al 2022 gli Usa hanno sostanzialmente tenuto botta in termini di quota del Pil mondiale (con un impercettibile arretramento del -0,3%). I grandi perdenti sono stati Giappone (-11.5%) e Eurozona (-12.5%). A fronte di questo arretramento del -24.4% (arrotondato), i BRICS sono avanzati del 20,5% e il complesso degli altri Paesi (molto eterogeneo: dentro c'è dal Regno Unito alla Somalia al Turkmenistan alla Svizzera...) del 3.9%.
Sarebbe utile estendere le serie per vedere come sono andati nel corso di tutto il secondo dopoguerra i poli attualmente declinanti dell'economia mondiale (Giappone ed Eurozona), per capire se questo declino li ha sempre caratterizzati, o se è stato preceduto da una fase di espansione. Per quel che riguarda noi, in particolare, la tendenza negativa è piuttosto evidente da Maastricht in poi, ma questo non ci consente di trarre alcuna conclusione perché ci manca il pezzo precedente della Storia, quello dal 1946 al 1991. Domani con calma cerco di ricostruirvelo, e intanto buona notte!
(...questa mattina, mentre in Commissione VI partecipavo alle votazioni degli emendamenti alla delega fiscale, ho elaborato questa proposta di parere sul regolamento CRMA...)
PROPOSTA DI REGOLAMENTO SULLE MATERIE PRIME CRITICHE
(COM(2023)160)
PROPOSTA DI DOCUMENTO DEL RELATORE, On. Bagnai,
La XIV Commissione,
esaminata, ai fini della verifica di conformità con il principio di sussidiarietà, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un quadro atto a garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche e che modifica i regolamenti (UE) n. 168/2013, (UE) 2018/858, (UE) 2018/1724 e (UE) 2019/1020;
preso atto della relazione trasmessa dal Governo ai sensi dell’articolo 6, comma 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, sul documento;
tenuto conto degli elementi di conoscenza e di valutazione emersi nel corso delle audizioni svolte nell’ambito dell’esame della proposta;
premesso che:
è complessivamente condivisibile l’obiettivo generale della proposta, volta a definire un quadro normativo comune per garantire l'accesso dell'UE a un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche. Tale approvvigionamento infatti dipende attualmente in misura quasi esclusiva dalle importazioni, spesso concentrate in un numero ristretto di paesi terzi;
lo scenario globale è caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e da una concorrenza sempre più forte per l'accaparramento e il controllo delle risorse. Alcuni paesi inoltre sfruttano la loro posizione di forza come fornitori di materie prime critiche nei confronti dei paesi acquirenti;
l'UE e gli Stati membri non hanno sinora valorizzato il potenziale di crescita delle proprie capacità di estrazione, trasformazione e riciclaggio, a causa della lentezza e della complessità delle procedure di autorizzazione, delle resistenze dell’opinione pubblica motivate da preoccupazioni ambientali, e di un clima ideologio che ha esaltato la capacità delle forze di mercato di sovvenire in modo automatico e autoregolato alle esigenze dei sistemi produttivi nazionali, nel contesto della cosiddetta “globalizzazione”;
le criticità dell’ideologia mercatista, d’altra parte, non devono spingere ad aderire in modo acritico a un approccio che si sbilanci nel senso dell’economia pianificata, attribuendo un disvalore alla coesistenza di libere iniziative economiche e ignorando il potenziale distorsivo sul sistema dei prezzi e quindi sull’efficiente allocazione delle risorse di interventi che incentivino la concentrazione, anziché la libera concorrenza, di attività economiche;
in questo senso, la proposta sembra basarsi sul presupposto implicito che il carattere strategico di una filiera giustifichi una compressione della concorrenza, dal che si potrebbe dedurre che filiere come quella bancaria, che nel nostro Paese sono state soggette in nome della concorrenza a interventi così incisivi da essere censurati ex post dagli stessi tribunali dell’Unione, non vengano considerate strategiche per un’economia monetaria e creditizia di mercato come quella europea e come tutte le economie avanzate ed emergenti;
va altresì considerato che l’approvvigionamento di materie prime è un ambito in cui si esaltano per motivi di carattere oggettivo, riferibili alle diverse disponibilità dei singoli minerali e all’evoluzione dei sistemi industriali, le asimmetrie fra i singoli Paesi membri, asimmetrie la cui complessità non può essere risolta con l’imposizione di target arbitrari;sotto questo profilo, la proposta presenta due ordini di criticità distinti ma convergenti: in primo luogo, l’elenco delle materie prime preso in considerazione è nettamente sbilanciato in favore dei cosiddetti “metalli per batteria”, ovvero delle materie prime impiegate nella filiera dell’elettrico, mentre trascura materie prime essenziali per settori manufatturieri che, pur essendo più maturi, non possono essere considerati meno strategici, tanto più che, con il progredire della transizione ecologica, i confini fra le due filiere si fanno più sfumati, per cui un eventuale tentativo di favorire la filiera dell’elettrico e i Paesi membri in cui essa è più sviluppata a danno delle filiere che potremmo definire “tradizionali” rischia di avere effetti controproducenti. Lo dimostra l’omissione dagli elenchi delle materie prime strategiche e di quelle critiche dell’alluminio, che pur essendo il terzo elemento più abbondante sulla crosta terrestre presenta rilievi oggettivi di scarsità, determinati da un lato dalla natura estremamente energivora del suo processo di estrazione dal minerale e dall’altro dall’inevitabile aumento della sua domanda nell’ambito della filiera dell’automotive, conseguente al fatto che le motorizzazioni elettriche spingono verso un uso più intenso di metalli più leggeri, con aumenti che nel caso dell’alluminio sono stimati dell’ordine del 47% nei prossimi sette anni, ma anche quella dello zinco, considerando che metalli esplicitamente menzionati nell’elenco delle materie, come il germanio, sono estratti dalla polvere di lavorazione del minerale di zinco;
in secondo luogo, nonostante la loro indubbia efficacia sotto il profilo comunicativo, gli obiettivi quantitativi considerati dalla riforma non sembrano tutti realistici e sono forieri di difficoltà e distorsioni. Ad esempio, per quanto riguarda il cobalto, la produzione europea è concentrata in un singolo Stato membro, la Finlandia, ma si ritiene irrealistico che possa raggiungere il target del 10% del consumo dell’Unione Europea entro il 2030; per quanto riguarda il litio, l’obiettivo di soddisfare il consumo col 15% di prodotto riciclato entro il 2030 è chiaramente irrealistico, semplicemente perché mancherà il rottame da riciclare; per quanto riguarda il cobalto, l’obiettivo di confinare la provenienza da un singolo Stato entro la soglia del 65% appare particolarmente difficile da soddisfare;
va quindi attentamente ponderato, con riferimento al rispetto del principio di attribuzione, quanto la proposta sia correttamente fondata sull’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), in quanto mira a garantire il buon funzionamento del mercato interno, anche evitando il moltiplicarsi di iniziative unilaterali e non coordinate a livello nazionale in risposta alle perturbazioni nell'approvvigionamento delle materie prime critiche;
va anche accesa un’attenzione sulla conformità della proposta al principio di sussidiarietà, in quanto se da un lato si può argomentare che gli l’azione a livello UE sembra in grado di assicurare un chiaro valore aggiunto in quanto garantirà che i progetti di investimento siano sviluppati tenendo conto delle esigenze del mercato unico complessivo, dall’altro occorre considerare che il rischio che il "coordinamento dello sviluppo di scorte strategiche nazionali" e l'agevolazione degli acquisti congiunti esercitino ulteriori pressioni sull'offerta già scarsa, alla stregua di quanto avvenuto nel mercato del gas nel terzo trimestre del 2022 proprio in conseguenza delle sollecitazioni della Commissione Ue agli acquisti. La diversificazione degli acquisti rappresenta in termini sia teorici che pratici l’elemento in grado di garantire efficienza al mercato.
osservato tuttavia che la proposta attribuisce alla Commissione il potere di integrare e precisare ulteriormente numerosi aspetti di dettaglio della nuova normativa attraverso l’adozione di atti delegati che interverrebbero a disciplinare questioni anche rilevanti, come gli elenchi di materie prime critiche e strategiche. Tali previsioni andrebbero valutate attentamente alla luce dell'articolo 290 del TFUE, che consente l'adozione di atti non legislativi di portata generale che integrano o modificano determinati "elementi non essenziali dell'atto legislativo";
considerato, altresì, che la proposta rispetta il principio di proporzionalità, ma che occorre, per un verso, non sovraccaricare le imprese con eccessivi oneri amministrativi e di rendicontazione e, per altro verso, valutare approfonditamente il suo impatto sull’ordinamento nazionale e sull’organizzazione della PA con riferimento alle disposizioni che prescrivono agli Stati membri di:
•adeguare i propri ordinamenti alle procedure autorizzative semplificate (che avranno altresì un’incidenza sulle competenze regionali e delle autonomie locali);
•nominare un’unica autorità nazionale competente, dotandola di personale e risorse sufficienti;
•prevedere sanzioni efficaci nell’ordinamento nazionale per le imprese che non rispettano gli obblighi;
•attivare procedure per il monitoraggio delle scorte e per condurre delle prove di stress per valutare la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento;
•garantire l’accessibilità online delle informazioni amministrative inerenti ai progetti relativi alle materie prime critiche;
•elaborare un programma nazionale di esplorazione generale per le materie prime critiche e programmi nazionali contenenti misure volte a sostenere la circolarità;
rilevata, inoltre, l’esigenza nel corso del negoziato di apportare le modifiche appropriate alla proposta al fine di:
•estendere l’elenco delle materie prime critiche includendo, accanto alle 34 indicate nella proposta della Commissione, quelle fondamentali per l’industria manifatturiera di base, come il fosforo e il neon;
•raggiungere un adeguato bilanciamento tra standard ambientali e necessità di approvvigionamento e mettere in campo iniziative e campagne europee per comunicare i benefici dei nuovi progetti di estrazione e più in generale per agevolare l’accettazione sociale delle misure proposte;
•rafforzare la ricerca e l’innovazione per portare rapidamente sul mercato materie sostitutive, in particolate delle terre rare, e promuovere lo sviluppo di competenze professionali specifiche;
•incentivare maggiormente il riciclo, perché in grado di contribuire al raggiungimento degli obiettivi in un arco temporale di breve/medio periodo rispetto a quello per le attività estrattive;
•approfondire gli aspetti connessi alla condivisione di informazioni che attiene alla sicurezza nazionale;
•stanziare risorse finanziarie adeguate a livello UE, anche attraverso l’istituzione di un fondo di sovranità europeo, per l’attuazione del regolamento proposto, anche per rendere fruibili le tecnologie meno impattanti sul fronte ambientale;
sottolineata pertanto l’opportunità di operare, nel corso del prosieguo dell’esame della proposta a livello di Unione europea, un’analisi approfondita dei profili di criticità richiamati in precedenza;
ritenuto necessario che:
nell'elenco delle materie prime strategiche si tenga conto di alluminio, e in quello delle materie prime critiche di zinco, fosforo, e neon;
si tenga adeguato conto dell’eventuale impatto sulla dinamica dei prezzi delle materie prime di operazioni congiunte massive di adeguamento delle scorte.
rilevata infine l’esigenza che il presente documento sia trasmesso al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione europea,
VALUTA CONFORME
la proposta al principio di sussidiarietà di cui all’articolo 5 del Trattato sull’Unione europea.
(... la cosa interessante, che mi ha spinto a chiedermi dove avessi sbagliato, è che il parere è stato approvato all’unanimità: anche il PD, che per prassi di opposizione al più si astiene, anche quando è d’accordo, questa volta ha votato a favore. Eppure, in Parlamento, in quello vero, non in quello immaginato da Foffolina47345 e Napalm52678, più chiari di così non si può essere. Mi direte che non servirà a molto: e grazie tante! Perché, scusate, farsi esplodere con una cintura esplosiva, come ragliano i cascami di Casabau che popolano le stanze “giuste” su Twitter, a che potrebbe servire? A passare per scemi. Non era il momento di farne un caso: un parere contrario sarebbe stato appropriato ma necessitava di tanto lavoro in più, e il tempo non c’era. Mi dà abbastanza fastidio che il gioco del “grignudyl” - riconvertire l’industria tedesca coi soldi nostri - diventi così sfacciatamente esplicito. Ma qualche volta è meglio accompagnare i processi, per mandare a sbattere gli avversari, piuttosto che logorarsi a contrastarli, e sinceramente vedere il PD ammettere col voto questo infelice stato delle cose non ha prezzo. Per tutto il resto c’è l’Aedes longagnanus - e lo zampirone!…)